Come fare a sapere se si è stati querelati?

Non ho ricevuto alcun avviso ma temo di essere stato querelato, come faccio a venirne a conoscenza?

Può capitare che, a seguito di un accadimento, si nutra il dubbio circa l’esistenza di una querela a proprio carico e, pur non avendo ricevuto nessuna comunicazione, si senta il bisogno di avere un riscontro concreto riguardo all’eventuale esistenza di procedimentia proprio carico.

Le modalità con cui i fatti, che costituiscono notizie di reato, sono portati a conoscenza dell’Autorità giudiziaria sono due, la denuncia e la querela.

Queste due diverse modalità, spesso vengono erroneamente confuse ed equiparate, ma in realtà si differenziano per gli aspetti che seguono:

– la denuncia è sufficiente per far si che la macchina giudiziaria si metta in moto, nel caso in cui il fatto in esame costituisca una ipotesi di reato contrassegnato da una certa gravità, i c.d. reati perseguibili d’ufficio;

– la querela invece, diviene necessaria, per attivare la macchina giudiziaria, e quindi dare il via alle indagini che potranno poi sfociare o meno in un rinvio a giudizio, in tutti quei casi in cui ci troviamo in presenza di quei reati perseguibili a querela (questi di norma sono reati meno gravi rispetto ai primi), in tali casi la querela rappresenta un elemento essenziale, la c.d. condizione di procedibilità, affinché le indagini partano.

In buona sostanza la querela altro non è se non una manifestazione di volontà del querelante, con la quale lo stesso esprime il proprio interesse all’avvio del procedimento tendente alla persecuzione ed eventuale punizione del reato perpetrato nei propri confronti.

Partendo dal presupposto che non esiste nessun obbligo di notifica della querela, il soggetto interessato può accorgersi di essere stato querelato se:

– viene contattato informalmente, anche con comunicazione telefonica, da Polizia o Carabinieri, i quali lo invitano a presentarsi presso il comando o stazione, per identificazioneelezione di domicilio [1].

– riceve il cosiddetto “avviso di garanzia” [2], previsto nel caso in cui il Pubblico Ministero intenda compiere un atto garantito, cioè un atto a cui ha il diritto o l’obbligo di assistere il difensore dell’indagato.

– riceve l’avviso di conclusione delle indagini preliminari [3].

In assenza di tali avvisi, i quali possono pervenire all’indagato in tempi variabili o possono mancare del tutto, ad esempio nel caso in cui un procedimento venga poi archiviato su richiesta del P.M.; in tale ipotesi si può, prima assumere, poi perdere la qualità di indagato senza venirne mai a conoscenza. L’interessato ha un solo ed unico rimedio per poter conoscere l’eventuale iscrizione del suo nominativo nel registro delle notizie di reato.

A tal fine, egli deve presentare, alla Procura della Repubblica interessata, che sarà quella presso il Tribunale del luogo in cui l’eventuale reato sarebbe stato commesso, una istanza con la quale richiede di sapere se vi sono procedimenti a suo carico [4]. Può utilizzare eventuali moduli predisposti e scaricabili dal sito della Procura interessata, o redigerla autonomamente (vedi modello al termine dell’articolo) e consegnarla a mano o a mezzo posta, di persona o tramite il proprio legale.

Qualche difficoltà ad individuare quale sia la Procura della Repubblica territorialmentecompetente a conoscere dell’eventuale reato, potrebbe sorgere nel caso in cui si pensi di aver commesso un reato sul web, in tale circostanza, tenuto conto del tipo di azione commessa, e quindi del tipo di reato che tale azione potrebbe aver configurato (ad esempio truffa, diffamazione, ecc…) bisogna valutare caso per caso la competenza territoriale.

A titolo di esempio, prendiamo il reato di diffamazione online: si sostiene che, poiché non è possibile individuare con certezza il luogo dove il reato è stato commesso, a causa della velocità di diffusione dei contenuti pubblicati in rete, la competenza appartenga al giudice della residenza, della dimora o del domicilio dell’imputato.

Quindi, prima cosa da fare nel caso in cui si intenda presentare una istanza di tal genere, è fare mente locale ed individuare l’evento che può aver spinto taluno a querelarci; sulla base di ciò, bisogna individuare la Procura della Repubblica interessata e presentare ad essa la nostra istanza.

La scelta della Procura è di fondamentale importanza, poiché la risposta che riceveremo prenderà in considerazione solo il registro delle notizie di reato ricadenti nella circoscrizione del Tribunale presso il quale la Procura adita è incardinata. I tempi di risposta a tale istanza possono variare di norma da una settimana ad un mese.

La risposta potrà contenere l’indicazione dei procedimenti penali aperti nei confronti dell’istante, si precisa che verranno menzionati solo quelli “conoscibili” (non coperti cioè dal segreto istruttorio [5]) o, in mancanza, potrà riportare che non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione.

Con tale istanza si verrà a conoscenza dei soli procedimenti “conoscibili” nei quali il soggetto istante rivesta la qualità di indagato, mentre per conoscere i procedimenti in cui è già stata esercitata l’azione penale, e di conseguenza il soggetto indagato è divenuto imputato, occorrerà richiedere un certificato dei carichi pendenti.

Per quei procedimenti che invece si avviano a seguito di una querela contro ignoti, il proprio nominativo potrà essere iscritto nel registro delle notizie di reato solo a seguito di identificazione, e quindi nel momento in cui l’identità dell’indagato da ignota diventa nota.

Fonte
https://www.laleggepertutti.it/109686_come-si-fa-a-sapere-se-sono-stato-querelato

Annunci

Come si vuole zittire la Destra (anche) su Internet – Daniele Scalea – 5 Dicembre 2017 – Centro Studi Machiavelli

Ho il piacere quindi di darvi il benvenuto per questo ultimo convegno del nostro centro studi di quest’anno, e vorrei molto brevemente spiegarvi, giustificarvi perchè abbiamo scelto questo tema. Una prima risposta ovvia: la comunicazione politica in internet ha ormai assunto un peso molto rilevante; ma non è solo per questo che abbiamo deciso di affrontare questo tema. E’ anche perchè, forse soprattutto per un think tank come il nostro, che è dichiaratamente afferente all’area politica conservatrice, internet è diventato una sorta di rifugio, di arma “segreta” per una destra che, in gran parte dell’occidente, oggi si trova messa nell’angolo. Messa nell’angolo sicuramente sul piano culturale; è abbastanza evidente questo; i valori tradizionali, chiamiamoli così, sono in genere ridicolizzati sul piano della cultura, dell’industria culturale in senso lato; quindi includiamo anche l’industria dell’intrattenimento. La tradizione viene considerata degna solo se si parla delle tradizioni di altre culture, o se si parla al massimo delle ricette della nonna, ma se si parla di valori tradizionali questi sono indicati quasi come il male assoluto e il nemico da sconfiggere nella nostra società. Ma anche sul piano informativo credo che valga il medesimo discorso. Può sembrare un po’ difficile per un italiano; noi in Italia siamo abituati ad avere una figura come quella di Silvio Berlusconi nel panorama editoriale; quindi l’idea che la destra sul piano dell’informazione sia marginalizzata può in qualche modo sfuggirci. Ora lasciamo stare quanto effettivamente il fatto di avere questa figura, di Berlusconi, possa spostare l’informazione e la cultura verso destra, ma già possiamo notare che l’Italia è un’eccezione, non è una regola. Guardiamo invece un altro esempio, quello degli Stati Uniti; è l’esempio che si fa sempre ma è l’esempio fondamentale; è il principale paese occidentale, è il più influente paese occidentale, quindi non possiamo evitare di guardare quello che succede negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, come abbastanza noto, il 90% dei media sono concentrati nelle mani di sei grandi società che ne detengono la proprietà. Queste società non solo informano sulla politica ma finanziano anche la politica. Se guardiamo a come sono stati distribuiti i finanziamenti alla politica nel corso dell’ultima campagna presidenziale, quella del 2016, notiamo che queste società hanno dato alla campagna di Hilary Clinton svariate centinaia di migliaia di dollari, mentre alla campagna di Donald Trump solo due di queste società hanno fatto donazioni, per una cifra totale di “ben” 9320 dollari. Finanziano la politica e informano sulla politica. Negli Stati Uniti come sapete è prassi comune da parte delle testate dei media dare l’endorsement, indicare ai propri lettori chi bisognerebbe votare. Prendiamo le testate più importanti. Queste hanno dato in 132 casi il loro endorsement alla Clinton. In 9 casi non hanno dato nessun appoggio ma hanno detto “basta che non votate per Trump”. In 6 casi hanno indicato il candidato libertario, Johnson, quello che forse ricorderete sulla famosa gaffe di Aleppo, e solo uno ha indicato di votare per Trump, una testata di Las Vegas, forse per solidarietà verso un proprietario di un casinò. Trump di recente ha anche bloccato una mega fusione che riguardava una di queste sei società, la Time Warner, la mega fusione con AT&T, che è la più grande società di telecomunicazione al mondo. Parliamo di una fusione da 85 miliardi di dollari.

Forse non è un caso che abbia deciso di bloccare questa fusione ponendo dei paletti ben precisi. In questo caso capiamo anche perchè internet sia diventata una risorsa essenziale per Trump e per tutto il Trumpismo. Non mi riferisco solo all’uso di twitter, di cui si parla moltissimo, di cui accennava anche l’onorevole Picchi, ma pensiamo pure alla presenza, al ruolo che ha su internet Breitbart, che è l’unica testata, la testata di riferimento della destra Trumpiana. Breitbart è una testata che sta solo su internet, non ha una sua versione cartacea, ma su internet ha più visite del sito del Washington Post, ed ha, a livello mondiale, misurata per engagement, la tredicesima maggiore pagina facebook. Non sono mancate però delle reazioni contro questo utilizzo con successo che è stato fatto di internet. Subito dopo la vittoria elettorale di Trump è stata avviata una campagna, la campagna sleeping giants, che era mirata a fare pressioni su una serie di aziende affinchè boicottassero breitbart, ritirando la pubblicità da questo sito. Centinaia, parecchie centinaia di aziende hanno aderito. E’ importante capire che la logica di questo tipo di boicottaggio non è quello tradizionale del gruppo di pressione che cerca di fare in modo che un mezzo di informazione tratti degli argomenti che sono a lui più congeniali in modo che si avvicinino di più alla sua sensibilità. In questo caso la pressione è stata fatta verso un media che le persone che hanno cercato di boicottarlo non leggono sicuramente, e quindi non per poter usufruire delle informazioni ma per impedire alla parte opposta di avere una voce. Questo tipo di tentativo di cancellare le voci divergenti da quelle dominanti ha in Europa un suo equivalente, ed è l’equivalente della campagna attualmente in corso sulle fake news. Non vado ad approfondire il discorso perchè come molti ricorderanno abbiamo fatto un convegno intero su questo alcuni mesi fa. Mi limito solo a notare che di recente una pagina facebook con milioni di persone iscritte, quella della testata direttanews.it, che forse non è un esempio di grande giornalismo ma che alla fine è stata imputata al massimo di fare un po’ di sensazionalismo ma soprattutto di essere di destra è stata cancellata in maniera arbitraria, senza nessuna discussione, dopo un articolo critico da parte di una testata americana, tra l’altro su imbeccata di ambienti italiani. Quindi quello che vorrei ricordare è che ci sono due battaglie davanti a noi. Una è quella di cui tratta il convegno di oggi, su come comunicare in maniera efficace quelli che sono i nostri valori, quelle che sono le nostre proposte. Ma c’è un’altra battaglia che sta a monte, e che rende possibile affrontare questa prima. E’ la battaglia per poter continuare a comunicare in maniera libera.

Fonte:

La Rete non è di Sinistra.

Come fare comunicazione politica in internet.

Centro Studi Machiavelli

5 Dicembre 2017, Sala Nilde Iotti, Palazzo Theodoli, Camera dei Deputati.

Introduzione di Daniele Scalea

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=lrCOThuFOE0

Come si decide se un detenuto musulmano in Italia è un terrorista o no (Luca Gambardella, Il Foglio, 20 Aprile 2018)

Un nuovo studio dice che i radicalizzati nelle carceri del nostro paese sono sempre di più. Ma l’identificazione dei potenziali terroristi islamici troppo spesso è lasciata al caso. Alcuni aspetti del processo di radicalizzazione islamica dei carcerati restano un mistero, spiega al Foglio Claudio Paterniti, ricercatore di Antigone, associazione che proprio oggi ha diffuso i dati aggiornati sulla popolazione carceraria italiana.

“Nel 2017 i detenuti sotto osservazione per radicalizzazione sono stati in forte aumento rispetto all’anno precedente: 506 contro 365 del 2016, cioè il 72 per cento in più”. È il dato preoccupante che emerge dal rapporto dell’associazione, svolto in base ai numeri forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).

Il fenomeno riguarda anche altri paesi europei e tra gli attentatori dello Stato islamico erano molti quelli ad essersi radicalizzati in carcere. È il caso di Abdelhamid Abaaoud, che quando uscì di prigione nel 2012 diede da subito “i primi segni della radicalizzazione”, come ha raccontato suo padre Omar. Il giovane belga, figlio di immigrati marocchini, viveva a Bruxelles e prima di essere arrestato frequentava una scuola privata di alto livello, il Collège Saint-Pierre d’Uccle.

Abdelhamid era finito in prigione per piccoli reati, droga, qualche furto. Ma solo quattro anni dopo il rilascio, il ragazzo ricompare in Siria, dove combatte per lo Stato islamico, col nome di battaglia Abu Omar al Baljiki. Infine, nel novembre 2015, il 28enne diventa la mente del commando che uccide 129 persone a Parigi.

Come Abaaoud anche altri attentatori del Califfato, da Salah Abdeslam ad Anis Amri, si sono radicalizzati in cella. L’orientalista e politologo francese Olivier Roy ha provato a dare una spiegazione: “Il carcere amplifica molti dei fattori che alimentano oggi la radicalizzazione – scrive Roy sul Guardian: la dimensione generazionale, la rivolta contro il sistema, la diffusione di un salafismo semplificato, la formazione di un gruppo coeso, la ricerca di dignità legata al rispetto della norma e la reinterpretazione del crimine legittimato come protesta politica”. E se il numero delle conversioni alla religione islamica in prigione aumentano in tutta Europa, la vera sfida è capire in quali casi l’appartenenza all’islam nasconda il seme dell’integralismo.

In Italia la prevenzione e l’identificazione dei potenziali terroristi islamici nelle carceri è lasciata troppo spesso alla sensibilità e alla percezione di chi opera a contatto coi detenuti, piuttosto che a regole organiche. “Chi è sotto osservazione è monitorato con tre livelli di allerta: alto, medio e basso”, spiega Paterniti: “242 sono oggetto di un alto livello di attenzione (il 32 per cento in più rispetto al 2016), 150 di un livello medio (il 100 per cento in più del 2016) e 114 di un livello basso (nel 2016 erano 126)”. A spiegare al personale delle carceri come riconoscere un potenziale terrorista islamico sono le linee guida di un gruppo di lavoro della Commissione europea e un manuale pubblicato dalle Nazioni Unite. Nei documenti si incoraggia a tenere sotto osservazione sia l’aspetto fisico del detenuto (se si faccia crescere la barba o no, per esempio) sia i suoi comportamenti (quante volte prega, eventuali fenomeno di violenza nei confronti delle guardie carcerarie).

“Ma se e quanto questi elementi siano sufficienti per decidere se un musulmano è un terrorista oppure no resta poco chiaro. L’unica strategia applicata dal Dap è quella della separazione dei detenuti radicalizzati, e di quelli a rischio radicalizzazione, dagli altri. Per il resto non esiste un approccio coerente a livello nazionale”, dice Paterniti. “Oggi in Italia ci sono 62 reclusi in regime di alta sicurezza per reati connessi al terrorismo, ma solo 4 sono stati condannati in via definitiva. Molti di questi finiscono nelle stesse sezioni penitenziarie e il rischio che i veri radicalizzati possano influenzare quelli presunti è elevato”.

Inoltre, il 42 per cento dei carcerati che provengono da paesi a maggioranza musulmana non dichiara la propria confessione religiosa: questo avviene – spiega Antigone – soprattutto per il timore di discriminazioni in carcere, ma il sospetto del Dap è che così facendo alcuni di questi provino a sottrarsi al piano di contrasto alla radicalizzazione.

Le difficoltà nella gestione di questi detenuti “speciali” non riguardano solo l’Italia, ma sono analoghe a quelle affrontate nelle carceri di Francia, Belgio e Regno Unito. Ma a differenza di questi paesi, l’Italia resta ancora più indietro. Per provare a risolvere i problemi del sovraffollamento delle carceri e della scarsa formazione del personale, lo scorso anno la Camera aveva approvato una proposta di legge che però si è arenata al Senato.

Secondo i dati del Dap, nel 2017 sono stati solo 10 i componenti del personale penitenziario che hanno seguito corsi di lingua araba, mentre continuano a mancare interpreti e mediatori culturali. Un passo avanti era stato compiuto col Protocollo di intesa siglato nel 2015 tra il ministero della Giustizia, il Dap e l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). Il protocollo prevedeva l’accesso di imam accreditati negli istituti di pena per permettere che i detenuti di fede musulmana potessero contare su un’assistenza religiosa ufficiale e controllata. Ma oggi sono solo 8 gli imam dell’Ucoii coinvolti dal programma in tutta Italia, lasciando campo libero al proselitismo degli “imam fai da te” in carcere.

“Csm, metodi mafiosi”, bufera sul magistrato (Matteo Sorio, Corriere del Veneto, 21 Aprile 2018)

Lui: “Solo un’espressione di colore”. Insorge l’Anm. “Il Csm segue metodi mafiosi”. La frase choc del magistrato veronese Andrea Mirenda solleva una bufera. L’Anm attacca: “Inaccettabile”.

“Il Csm ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi”. È un passaggio dell’intervista concessa dal magistrato veronese Andrea Mirenda al giornalista Riccardo Iacona per il suo libro “Palazzo d’ingiustizia Il caso Robledo e l’indipendenza della magistratura”, edito da Marsilio.

Un passaggio che a causa dell’espressione “metodi mafiosi”, sebbene argomentata e spiegata da Mirenda sia nel libro sia direttamente come “chiara espressione di colore, un’enfasi, cioè, destinata solo a far capire la drammatica potenza e la pervasività condizionante delle correnti della magistratura”, ha scatenato reazioni a catena. Il parlamentare vicentino di Forza Italia ed ex consigliere laico del Csm, Pierantonio Zanettin, ha scritto al Ministero di Giustizia chiedendo di valutare un’iniziativa disciplinare.

E ieri è arrivata la presa di posizione dell’Associazione nazionale magistrati: “Paragonare le attività del Csm, organo di rilevanza costituzionale, ai metodi utilizzati dalle organizzazioni criminali che rappresentano uno dei mali maggiori del nostro Paese, contro cui lo Stato combatte da sempre e ha pagato un altissimo prezzo in termini di vite umane anche tra i magistrati, è inaccettabile e inappropriato”. Presa di posizione cui è seguita quella del gruppo Autonomia e Indipendenza, fondato dall’ex pm di Mani Pulite, Piercamillo Davigo, che invita “a confrontarsi apertamente sul merito delle questioni denunciate piuttosto che sulla forma delle espressioni utilizzate, anche per evitare che la pubblica sollecitazione di iniziative disciplinari si traduca in una sostanziale intimidazione verso chi ha esercitato il diritto di critica”. In scia AreaDG Veneto (Area Democratica per la Giustizia), che “condivide la richiesta di maggiore trasparenza nelle nomine” e, “pur non condividendo il linguaggio utilizzato”, è “contraria a interventi disciplinari, che paiono volti a intimidire la libertà di espressione”.

Al centro, dunque, c’è Mirenda. Lui che nel 2017, da presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Verona, aveva chiesto e ottenuto il trasferimento all’ufficio di magistrato di sorveglianza, “un gesto di composta protesta verso un sistema giudiziario che premia i sodali e asserve i magistrati alle correnti”. Lo stesso Mirenda che nel libro di Iacona spiega così quel “metodi mafiosi”: “Voglio raccontare un fatto paradigmatico realmente accaduto. Viene bandito un posto da presidente di tribunale. Tra i concorrenti ci sono perfino presidenti di tribunali di altre città che vogliono trasferirsi, quindi magistrati di un certo peso già giudicati idonei a incarichi direttivi dal Csm. Ebbene, a essere nominato è un magistrato giovane con una carriera non particolarmente brillante, attivo all’interno delle correnti. Il collega anziano non ci sta e fa ricorso al Tar. E qui – dice Mirenda a Iacona – arriviamo al punto, perché quando parlo di sistema mafioso mi riferisco ai modi di condizionamento.

Questo collega viene avvicinato da qualcuno: “Ma tu non avevi chiesto anche di essere nominato presidente di sezione di qualche corte d’appello? Allora non preoccuparti, perché noi ti nominiamo presidente di sezione di corte d’appello”. Il collega fa due conti: sa bene che per definire il suo ricorso ci vorranno anni, e accetta. Che ne è della battaglia che aveva fatto contro quella nomina illegittima? Il termina tecnico è “cessata materia del contendere”: il Tar non può più far nulla e il giovane collega rimane al suo posto. Possiamo anche non chiamarlo avvicinamento mafioso ma certamente sono metodi non trasparenti. Questo accade tutti i giorni nella casa della legalità”.

Chi sono i “Prigionieri del silenzio”, i detenuti italiani nelle carceri straniere (Stefano Barricelli, Agi, 9 Aprile 2018)

Tre su 4 sono in attesa di giudizio, solo uno su 5 è stato condannato. Anedda: “La gente parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero”. I casi più emblematici. Lontani da casa e dai familiari. Rinchiusi in carceri a volte disumane. Privati del diritto alla salute e a un equo processo. È la condizione che accomuna molti dei 3.278 italiani detenuti all’estero. Uno su 5 ha riportato una condanna, tre su 4 sono ancora in attesa di giudizio: l’80% in Europa, il 14% nelle Americhe, il resto sparsi negli altri continenti. “Di loro si parla poco – denuncia all’Agi Katia Anedda, presidente della Onlus “Prigionieri del silenzio”, nata nel febbraio di dieci anni fa per dare una voce a chi non l’aveva – ma soprattutto per loro si fa pochissimo. E attenti a parlare di cifre esigue: se a ogni detenuto si rapporta una media di almeno 10 tra parenti e amici il numero di persone coinvolte sale a 30 mila. Senza contare i 5 milioni di italiani iscritti all’Aire e i 10 milioni che viaggiano per il mondo ogni anno: il rischio di finire in un incubo del genere vale potenzialmente anche per loro”.

Dal 2008 “Prigionieri del silenzio” di strada ne ha fatta, dal primo caso seguito – quello di Carlo Parlanti, manager informatico toscano che ha scontato una pena di 9 anni dopo un processo di primo grado senza alcuna prova della sua presunta colpevolezza – all’ultimo, quello di Denis Cavatassi, l’imprenditore di Tortoreto condannato in primo e secondo grado alla pena capitale in Tailandia perché ritenuto il mandante dell’omicidio del suo socio d’affari.

Ma in questo arco di tempo molti dei problemi sono rimasti immutati, in qualche caso si sono addirittura complicati. A partire dalla dimensione sociale del fenomeno: non è raro che i nostri connazionali detenuti vengano sottoposti a umiliazioni e a condizioni di vita del tutto incompatibili con un percorso di riabilitazione. Ed è praticamente la regola, soprattutto in certe realtà, che si ritrovino a vivere in strutture lontanissime dai grandi centri, senza cure adeguate (c’è chi aspetta anni per una Tac e chi si ammala di epatite, scabbia e altre infezioni), soprattutto senza un’assistenza legale degna di questo nome.

Capita addirittura che le carte riguardanti arresto e reati contestati siano redatte solo nella lingua locale: “Prigionieri del silenzio” cita come esemplare il caso di Angelo Falcone e Simone Nobili, costretti in India nel 2007 a firmare un documento in hindi che di fatto era una confessione. “Altro, importante nodo – spiega Anedda – è quello economico, che riguarda essenzialmente le famiglie: ai problemi di comunicazione e alla scarsa conoscenza delle normative del posto, spesso si somma l’impossibilità di far fronte a spese legali nell’ordine di decine di migliaia di euro”. La nostra Costituzione, all’articolo 24, prevede la possibilità, per qualsiasi cittadino, italiano o straniero arrestato in Italia, di usufruire del gratuito patrocinio, “ma lo stesso non accade per gli italiani all’estero: i consolati hanno un generico budget annuale per aiutare i connazionali in difficoltà ma sono fondi insufficienti, falcidiati dai tagli degli ultimi anni. Anche a livello di personale”.

Non è facile uscire dall’impasse, riconosce chi – proprio come i volontari dell’associazione – vive sul campo certe situazioni, aggravate a volte dalla consapevolezza di condanne arrivate dopo processi indiziari: “La gente – ammette Anedda – parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero. In ogni caso, è giusto che chi sbaglia paghi ma la dignità delle persone va comunque rispettata. Sempre”.

“Prigionieri del silenzio” chiede da tempo l’istituzione di una “figura statale” che si occupi dei nostri connazionali detenuti in altri Paesi, o almeno l’estensione del “magistrato di collegamento”, previsto negli Stati in cui l’Italia è presente con un’autorità consolare ma, nei fatti, con poteri limitati. E la Convenzione di Strasburgo, quella che prevede che una persona condannata possa scontare la pena residua nel Paese di origine? “Andrebbe riscritta – risponde Katia Anedda – non è riconosciuta da tutti i Paesi e la lunghezza dei tempi di applicazione produce a volte effetti paradossali, con il sì alla richiesta di trasferimento che magari arriva a condanna finita”.

La presidente di “Prigionieri del silenzio” parla di questo e di molto altro nel suo libro (“Prigionieri dimenticati, italiani detenuti all’estero tra anomalie e diritti negati”), una raccolta amara di casi dolorosi e, ciascuno a suo modo, emblematici. Ma non è facile forare la cortina di silenzio che spesso – magari per vergogna – i congiunti dei detenuti alzano a protezione dei loro cari laddove invece l’attenzione dei media potrebbe essere di aiuto. Filippo e Fabio Galassi, ad esempio, sono tornati a casa ai primi di aprile dopo tre anni passati in una prigione di Bata, in Guinea equatoriale, per reati finanziari di cui si sono sempre proclamati innocenti e dopo che del loro caso si erano occupate “Le Iene”.

La sorella di Cavatassi spera che l’interessamento di Luigi Manconi e un’affollatissima conferenza stampa in Senato possano aver contribuito a smuovere le acque sebbene le notizie delle ultime ore non siano delle più incoraggianti: resta difficile, se non impossibile, fargli arrivare lettere, e non può nemmeno ricevere libri. E un caso a sé resta quello di Marcello Doria, che giovedì compirà 42 anni nella prigione di Paso de Dos Libres: accusato di complicità in un omicidio sulla base di una testimonianza poi ritrattata, vive sin da ragazzino in Argentina ma non ha la cittadinanza locale e dal 2013 non è più nemmeno nell’anagrafe degli italiani all’estero. Cancellato per “irreperibilità”.

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari (Maria Elena Vincenzi, L’Espresso, 12 Aprile 2018)

Case e ville comprate per poco e rivendute a prezzi da capogiro. Così un gruppo di toghe in Sardegna lucrava sulle gare e sulle speculazioni edilizie. Magistrati proprietari di ville “vista mare” da milioni di euro o che comprano immobili da capogiro ai prezzi ribassati dell’asta e poi li rivendono al valore di mercato, intascandosi la differenza. In barba alla legge che prevede che le toghe non possano partecipare alle aste giudiziarie, per ovvi motivi di conflitti di interessi.

Invece a Tempio Pausania, in Sardegna, c’erano giudici che facevano speculazioni edilizie facendo vincere le gare ad amici i quali poi li nominavano come aggiudicatari. E a quel punto, i magistrati rivendevano quegli immobili al triplo del prezzo. Un giro di affari smascherato da altri magistrati, quelli di Roma, in particolare il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Stefano Fava, che hanno iniziato a indagare nel 2016 su una villa affacciata sul mare di Baia Sardinia.

L’immobile, appartenuto a un noto imprenditore della zona finito male, venne messo all’asta e aggiudicato, complice il giudice fallimentare Alessandro Di Giacomo, a un avvocato “per persona da nominare”. Le persone che poi sono state indicate erano Chiara Mazzaroppi, figlia dell’ex presidente del tribunale di Tempio Pausania, Francesco, e il di lei compagno, Andrea Schirra, anche loro magistrati in servizio (presso il tribunale di Cagliari). La villa, grazie alle “gravi falsità” contenute nella perizia, per usare le parole del gip di Roma Giulia Proto, è stata pagata 440 mila euro.

Un ribasso ottenuto con “vizi macroscopici nella procedura di vendita”: tra l’altro si certificava la presenza in casa del comodatario che in realtà era morto qualche mese prima. A nulla erano valse segnalazioni e proteste dei creditori: il giudice ha deciso di ignorarle. Per garantire alla figlia del suo ex capo, o forse direttamente a lui, un affare immobiliare non da poco: l’intenzione era di ristrutturare il complesso e di rivenderlo a 2 milioni di euro. Ovvero con una plusvalenza di 1,6 milioni. Insomma, un affare niente male. Per il quale, poco prima di Natale, il giudice Alessandro Di Giacomo è stato punito con l’interdizione a un anno dalla professione. I Mazzaroppi, padre e figlia, e Schirra sono indagati.

L’indagine ha svelato anche una serie di affari simili per i quali, però, non è possibile procedere: i reati sono già prescritti. Dalle carte depositate dalla procura di Roma, infatti, si scopre che gli affari immobiliari di Francesco Mazzaroppi hanno origini ben più lontane. Correva l’anno 1999 quando il giudice Di Giacomo, ancora lui, assegnò a un’avvocatessa, Tomasina Amadori (moglie del suo collega Giuliano Frau), il complesso alberghiero “Il Pellicano” di Olbia, una struttura da 34 camere. Amadori, a quel punto, indicò come aggiudicataria la Hotel della Spiaggia Srl, società riconducibile al commercialista Antonio Lambiase. Il prezzo dell’operazione era poco più di un miliardo di lire.

Un anno dopo, “Il Pellicano” venne venduto da Lambiase, vicino a Mazzaroppi padre, a 2,3 miliardi: più del doppio del prezzo di acquisto. Scrive il pm di Roma Stefano Fava: “Risultano agli atti gli stretti rapporti economici intercorrenti tra Antonio Lambiase e Francesco Mazzaroppi. Lambiase ha infatti acquistato un terreno in località Pittolongu di Olbia cedendone poi metà a Rita Del Duca, moglie di Mazzaroppi.

Su tale terreno Lambiase e Mazzaroppi hanno edificato due ville”, nelle quali vivono tuttora. Chiosa il pm: “Le evidenziate analogie, oggettive e soggettive, con la vicenda relativa all’aggiudicazione dell’immobile di Baia Sardinia, nonché la perfetta sovrapponibilità delle condotte dimostrano come anche la vendita a prezzo vile dell’albergo “Il Pellicano” sia conseguente a condotte illecite, non più perseguibili penalmente perché prescritte”.

A corredo di tutto ciò, la procura di Roma ha raccolto anche una serie di testimonianze tra le quali quella dell’allora presidente della Corte d’Appello di Cagliari, Grazia Corradini, che non usa mezzi termini: “In relazione all’acquisto del terreno su cui Francesco Mazzaroppi aveva edificato la sua villa c’erano state in passato delle segnalazioni relative a rapporti poco limpidi con i locali commercialisti e in particolare con Lambiase, consulente del Consorzio Costa Smeralda, insieme al quale avrebbe acquistato più di dieci anni fa il terreno su cui era stata realizzata la villa”. La Corradini racconta poi di come a queste segnalazioni fossero seguite due indagini, una penale e una pre-disciplinare senza alcun esito.

Poi Corradini parla anche della villa a Baia Sardinia: “La vicenda indubbiamente appare poco limpida se si considera il prezzo di vendita di una villa assai prestigiosa che si affaccia su Baia Sardinia, il cui prezzo di mercato si può immaginare pari ad almeno alcuni milioni di euro”. Una questione su cui “ha relazionato il presidente del Tribunale di Tempio, la cui relazione allego unitamente ai documenti acquisiti che sembrerebbero confermare una “regolarità formale” nelle procedure di vendita, come ci si poteva attendere visto che eventuali interferenze è difficile che risultino dagli atti della procedura”.

Il presidente del tribunale di Tempio chiamato in causa era Gemma Cucca, che ora è presidente della Corte d’Appello di Cagliari, dove è succeduta proprio alla Corradini. Anche lei è indagata dalla procura di Roma. Ce ne sarebbe abbastanza, ma il torbido al tribunale di Tempio Pausania continua con le rivelazioni di segreto d’ufficio, ingrediente indispensabile in un sistema che si reggeva su favori e amicizie. Sempre nel corso delle indagini sulla villa di Baia Sardinia, infatti, gli inquirenti hanno sentito due indagati parlare tra di loro del fatto che il gip Elisabetta Carta, che aveva firmato il 1 giugno 2016 un decreto d’urgenza per intercettarli, li avesse prima avvisati. Scrive il giudice di Roma: “La vicenda è particolarmente grave: il gip che ha autorizzato una intercettazione informa gli indagati che sono sotto intercettazione dicendo loro di “stare attenti”, il tutto mentre le intercettazioni sono ancora in corso”.

Elisabetta Carta si è difesa negando le accuse a suo carico e ammettendo solo di avere avuto con la coppia buoni rapporti lavorativi. Per lei è già stata disposta l’interdizione per un anno. Non è finita: di quelle intercettazioni, chissà come, venne informato anche Francesco Mazzaroppi, all’epoca presidente della Corte d’Appello di Cagliari e – come detto – padre dell’acquirente Chiara Mazzaroppi. Tutto questo sembrava normale, nel tribunale di Tempio Pausania, dove i magistrati erano preoccupati soltanto di fare affari immobiliari.

Pm contro Pm, Di Matteo divide la magistratura (Il Dubbio, Errico Novi, 24 Aprile 2018)

Si radicalizza la divisione innescata da Davigo. L’attacco del sostituto della Dna a Csm e Anm (“non mi hanno difeso”) accelera una rottura che travolge anche la vecchia distinzione tra destra e sinistra giudiziarie.

È una resa dei conti. Mai vista prima. L’atto d’accusa di Nino Di Matteo ai colleghi apre un conflitto terribile all’interno della magistratura. Tra due componenti filosoficamente divaricate. Da una parte le toghe convinte che la politica vada moralizzata, anche con il loro “interventismo”. Dall’altro la parte forse maggioritaria ma certo più silenziosa, persuasa che non sia più tempo di campagne antipolitiche.

È un campo largo in cui possono essere annoverati anche tanti magistrati di grande spessore, e in particolare i vertici di molte Procure importanti (da Giuseppe Pignatone a Roma a Gianni Melillo a Napoli e Franco Lo Voi a Palermo). Ma è un area che sconta un’inesorabile differenza, rispetto al fronte dell’intransigenza: parla meno. E se parla, lo fa a proposito di temi connessi alla giurisdizione, al funzionamento del processo. Argomenti meno adatti al clamore mediatico.

Grande risonanza ha avuto invece l’intervista al curaro concessa dal pm Di Matteo a “Mezz’ora in più”, il programma domenicale di Lucia Annunziata su Rai 3. Il magistrato ora in forza alla Procura nazionale antimafia non solo è tornato sulla sentenza di primo grado relativa al processo “trattativa” a 48 ore dalla lettura del dispositivo, ma ha anche proposto una chiave sul ruolo di Silvio Berlusconi evidentemente smentita dalla pronuncia di Palermo. Ha accusato l’ex premier di non aver mai denunciato le minacce di Cosa nostra riportategli da Dell’Utri e in tal modo ha lasciato intravedere scenari esposti a orribili retro-pensieri.

Si è indignato per il “silenzio assordante” di Csm e Anm anche rispetto alle replica del Cavaliere e di Forza Italia, in cui sono state preannunciate querele. Ma pretende, Di Matteo, che lo si difenda nel sostenere verità non accertate processualmente: forse un po’ troppo. Nel dispositivo si afferma un dato: la presidenza del Consiglio guidata da Berlusconi è stata vittima, delle pressioni mafiose, non corriva dei boss, tanto che le è stato riconosciuto un risarcimento di 10 milioni di euro, da dividere con il periodo del governo Ciampi. Di Matteo pretende lo si segua nel leggere la questione in modo ribaltato. E né il Csm né l’Anm paiono intenzionate a farlo. Difficile contestare la scelta.

Ma il punto è un altro. È che proprio la radicalità di Davigo prima e Di Matteo ora ha creato ormai un vero e proprio bipolarismo tra i magistrati. La divaricazione di cui si è detto sopra: da una parte l’interventismo antipolitico, dall’altra la maggioranza che rifiuta ruoli di supplenza politico-moralizzatrice. Come finirà? Intanto, nello schema pare un esserci qualche analogia con il nuovo quadro della politica tout court, in cui la vera linea invalicabile è quella che separa i Cinque Stelle dalle forze “moderate” innanzitutto. In realtà tra i le toghe la polarizzazione è anche più aspra.

E tende ormai a dissolvere le distinzioni tra destra e sinistra giudiziarie. Lo dimostra il caso della pm della Dna Maria Teresa Principato, fino a poco fa esponente di Magistratura democratica e passata di recente ad Autonomia & indipendenza, il gruppo di Davigo, che tutto può essere considerato fuorché un uomo di sinistra.

La magistratura intransigente è destinata a ingaggiare, con i colleghi moderati, un conflitto tutt’altro che silenzioso. A partire dalle elezioni per il nuovo Csm in cui Davigo si candida, ma anche da un impegno politico futuro che, per Di Matteo, appare sempre meno improbabile.

Chi resta in gabbia (Arianna Giunti, l’Espresso, 22 Aprile 2018)

Prigionieri in preda a crisi psichiatriche, segregati illegalmente in una cella. E malati di schizofrenia abbandonati a se stessi, dimenticati da quello stesso Stato che dovrebbe garantirne le cure. Disabili mentali in attesa di un posto letto, costretti a vagare da una comunità all’altra. Un anno fa esatto anche l’ultimo degli ospedali psichiatrici giudiziari è stato spazzato via per sempre.

Al posto degli Opg sono nate le Rems, Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture più piccole che hanno eliminato quasi del tutto l’uso di mezzi contenitivi sui pazienti. Una rivoluzione gentile, che avrebbe dovuto cambiare per sempre il destino dei “folli rei”, i malati di mente che hanno commesso un reato.

Oggi però la situazione in Italia sembra già sull’orlo del collasso. I numeri parlano chiaro: per 604 persone collocate all’interno delle Rems, altre 441 in questo momento sono in attesa di un posto. Quarantuno di loro si trovano illegittimamente dietro le sbarre, senza una pena da scontare. Si tratta di una lista che aumenta ogni giorno, secondo i dati ottenuti da l’Espresso.

“Una situazione esplosiva”, confermano senza tanti giri di parole dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Colpa soprattutto denunciano i garanti regionali dei detenuti – della troppa facilità con la quale i giudici dispongono i trasferimenti “preventivi” nelle Rems, anche in assenza di condanna. E così i posti letto nelle strutture psichiatriche diventano ambitissimi, trasformandosi in un appetitoso business che ingolosisce Regioni e sanità privata. Eppure in questi ultimi 4 anni l’Italia ha compiuto uno sforzo innegabile. L’abisso di disperazione dei manicomi criminali, sovraffollati e fatiscenti, ha lasciato il posto a strutture con una media di 20 ospiti.

Case di cura che dopo l’approvazione della legge 81 del 2014 devono accogliere – per periodi che vanno da un minimo di 6 mesi al massimo di 10 anni – gli autori di reati giudicati infermi o semi infermi di mente, anche socialmente pericolosi. Delle 28 strutture presenti in tutta Italia, però, oggi soltanto 4 sono definitive. In alcune regioni, le Rems sono nate dalle ceneri dei vecchi Opg. Così è successo a Castiglione delle Stiviere, che con i suoi 160 internati (140 uomini e 20 donne) è la struttura più grande d’Italia.

Un notevole passo avanti è stato fatto anche in Sicilia. Qui le strutture di Naso (Messina) e Caltagirone hanno sostituito il vecchio ospedale giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, diventato simbolo del degrado e della sofferenza dei pazienti. Ma insieme a edifici all’avanguardia provvisti di spazi verdi, laboratori e aree ricreative, resistono strutture che assomigliano a piccole carceri. Come denuncia Stefano Cecconi promotore del Comitato Stop Opg, che oggi vigila sul funzionamento delle Rems.

La situazione più critica è in Lazio: nella Rems di Subiaco il portone è controllato con il metal detector, c’è l’obbligo di consegnare telefonini, documenti e borse. La zona d’aria è tappezzata da sbarre fino al soffitto, tanto che è stata ribattezzata “la gabbia”. A Pontecorvo, nel Frusinate, il corridoio è attraversato da un reticolo d’acciaio che oscura il cielo. A Palombara Sabina, gli internati prendono aria in una terrazza completamente blindata. “Questi pesanti dispositivi di sicurezza”, spiega Ceccon, “hanno un influsso negativo sulla psiche dei pazienti”.

E poi c’è l’aspetto della sicurezza interna. In alcune strutture – per una ragione di spazi e costi – malati psichiatrici non pericolosi si ritrovano a stretto contatto con pazienti di natura violenta. Succede per esempio a Vairano Patenora, nel Casertano, dove i pazienti della Rems vivono fianco a fianco con gli ospiti della Sir, struttura intermedia di riabilitazione psichiatrica convenzionata con il Comune. Qui lo scorso febbraio uno di loro, Pasquale Di Federico, 46 anni, è stato trovato in fondo a una rampa di scale, gravemente ferito alla testa. È morto dopo un mese di agonia.

Ora la Procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando per capire se si sia trattato di un incidente o di un omicidio. E si che il fondo di Stato messo a disposizione nel 2012 per l’adempimento della legge 81/2014 sul superamento degli ospedali giudiziari – che prevedeva la nascita di strutture all’avanguardia in termini di sicurezza – non è cifra da poco: 174 milioni di euro. Ogni struttura è costata in media 2,5 milioni di euro.

E poi ci sono le spese quotidiane degli internati. La retta giornaliera per ogni paziente – che comprende vitto, alloggio, tarmaci ed esami clinici – varia tra i 190 e i 450 euro. Le Rems dipendono dal Ministero della Salute e sono supervisionate dalle Asl regionali che ne gestiscono i fondi. Costi che impennano soprattutto quando si tratta di sistemare i “pazienti fuori territorio”. Se non ci sono Rems libere nelle vicinanze, le Asl devono infatti collocare gli internati in un’altra regione sobbarcandosene il costo. Spesso maggiorato.

A Castiglione delle Stiviere, per esempio, la tariffa per i “forestieri” è di 500 euro al giorno. Per mettersi in regola con la nuova legge, quindi, alcune regioni hanno dovuto accelerare i tempi e creare dal nulla nuove strutture. E qualcuno avrebbe cercato di approfittarne. Un’inchiesta portata avanti dalla Procura di La Spezia, per esempio, sta facendo luce sul giro d’appalti per la Rems di Calice al Cornoviglio, piccolo Comune ligure al confine con la Toscana. Secondo gli inquirenti, l’ex consigliere regionale di Forza Italia Luigi Morgillo avrebbe fatto pressioni per aggiudicarsi l’appalto per il conto termico della struttura in costruzione, che dovrà affiancare l’unica Rems già presente in Liguria, a Genova. Perennemente satura.

Così, spesso, in soccorso di una sanità pubblica in affanno ecco che arriva quella privata. Succede per esempio in Piemonte. A Bra, alle porte di Cuneo, nel 2015 la clinica San Michele di proprietà della famiglia Patria è stata accreditata dalla Regione per ospitare un intero reparto dedicato alla Rems, che oggi accogliel8 persone. Per ogni paziente la Regione rimborsa 295 euro al giorno, cifra che viene pagata al 60% se il paziente si trova fuori sede. A conti fatti, sono circa 159mila euro al mese. La struttura è una piccola oasi: ci sono coloratissime aule per il disegno e per la pittura, si organizzano corsi di equitazione, teatro e gite in montagna. Il più giovane degli internati ha 19 anni ed è accusato di omicidio. Non ci sono sbarre, a impedire le fughe, ma grate. Ed è presente un servizio di vigilanza interna attivo 24 ore al giorno. Stessa retta – 295 euro – anche alla clinica privata Antonio Martin di San Maurizio Canavese. Qui gli internati sono venti: il giro d’affari è di circa 177mila euro al mese.

Ma le oasi private si trovano anche al centro sud. La Rems di Montegrimano, alle porte di Pesaro, ospita al costo di 300 euro al giorno 19 persone, sforando di qualche unità il numero chiuso. A occuparsene è il Gruppo Atena presieduto dall’imprenditore Ferruccio Giovanetti, che guida un piccolo impero di strutture sanitarie distribuite fra Marche e San Marino. Mentre la Rems calabrese di Santa Sofia d’Epiro (Cosenza), attualmente ospita 20 internati al costo di 190 euro ed è convenzionata con la Onlus “Il Delfino”, titolare della gestione di altre 7 cliniche specializzate nella cura dei malati psichiatrici e tossicodipendenti e nell’assistenza ai minori immigrati. Infine, ci sono le comunità private che accolgono le persone che non trovano posto altrove. Secondo le stime dei garanti regionali dei detenuti, al momento sono circa duecento quelle in attesa di Rems provvisoriamente prese in carico da strutture protette accreditate. Qui i costi giornalieri variano dai 160 ai 250 euro a paziente.

Un giro d’affari in vertiginosa crescita, ma di cui non esistono dati certi. A sottolineare questa mancanza di trasparenza è il Commissario unico per il superamento degli Opg Franco Corleone: “Manca del tutto una informazione chiara rispetto al luogo dove le persone destinatarie delle misure di sicurezza si trovino se non ci sono posti liberi nelle Rems”, scrive Corleone nella sua ultima relazione, “non conoscendosi questo dato, non si riesce a stabilire se si tratti di luoghi di cura propri o impropri”.

L’unica cosa certa è che la lista dei “folli rei” che aspettano di entrare nelle Rems si ingrossa giorno dopo giorno con una curva sempre crescente, anche di 50 unità a settimana. Oggi siamo a quota 401. Quarantuno di loro si trovano dietro le sbarre, 15 in Lazio, 7 in Campania, 4 in Lombardia, 2 in Puglia. Alcuni sono ricoverati nei Centri di osservazione psichiatrica, piccoli reparti ospedalieri interni alle carceri. Altri si trovano nei centri clinici, sottoposti a pesanti trattamenti farmacologici. La maggior parte di loro è rinchiusa in celle comuni. Paolo Pasquariello, 40 anni, si trova parcheggiato a Regina Coeli ormai da un anno. di gravi disturbi deliranti. Il giudice ha revocato la custodia cautelare in carcere e ne ha ordinato il trasferimento in una Rems, ma non c’è posto. E allora dal carcere si rifiutano di liberarlo.

“Non esiste una motivazione giuridica per cui debba essere trattenuto in cella”, tuona il suo legale Simona Filippi, che promette battaglia davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, “quello che sta succedendo va oltre la legge”.

A San Vittore Massimiliano Spinelli, 46 anni, è stato rinchiuso illegalmente per quasi un anno. Assolto dai giudici per incapacità di intendere e di volere ma ritenuto socialmente pericoloso, è rimasto in custodia cautelare nonostante non avesse nessuna pena da scontare. C’è voluta tutta la costanza dell’avvocato Giulio Vasaturo, invece, perché Alessandro Cassoni, 24 anni, malato di epilessia, affetto da problemi psichiatrici gravissimi e con tendenze suicide, riuscisse dopo 4 mesi a essere scarcerato dalla Casa lavoro di Vasto per essere finalmente trasferito in una Rems. “Si tratta di persone che si trovavano già in custodia cautelare e che sono state valutate come socialmente pericolose: se non si trova posto nelle Rems non possiamo lasciarle liberei ribatte il direttore generale dei detenuti del Dap Calogero Piscitello.

Uno di nodi fondamentali, spiegano dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è l’assenza di coordinamento livello centrale che stabilisca una sorta di “graduatoria”, in base alla pericolosità sociale, per chi debba entrare per primo in una Rems in caso si liberi u posto. E così gli ingorghi aumentano. Quasi la metà di loro, inoltre – 208 su 604 – è dentro in via provvisoria, in ai senza di condanna.

Per il Garante di diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, si tratta di una grave responsabilità da parte di alcuni giudici: “si dispone il ricovero nelle Rems troppo facilmente, senza valutare percorsi di terapia alternativi sul territorio”. Del resto la rete dei servizi sociali per la carenza di mezzi e risorse spesso non riesce nel suo intento: un paziente su dieci, una volta libero, fallisce nel percorso di recupero. E tutto ricomincia.

C’era una volta lo Stato di diritto e per condannare servivano prove (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 21 Aprile 2018)

È una sentenza che lascia perplessi. Dico meglio: lascia un po’ sbigottiti. Per cinque ragioni. La prima è che non ci sono prove contro gli imputati. Soprattutto contro gli imputati di maggiore valore mediatico: il generale Mori (e i suoi collaboratori) e l’ex senatore Dell’Utri. Non ci sono neanche indizi. La tesi dell’accusa si fonda tutta o su alcune testimonianze giudicate false da questo e da altri tribunali, o sulla parola di qualche mafioso, o su ricostruzioni dei pubblici ministeri molto interessanti ma costruite esclusivamente su ipotesi o sulla letteratura. La seconda è che prima che si concludesse questo processo se ne erano svolti altri, paralleli e sulle stesse ipotesi di reato, e si erano conclusi tutti, logicamente, con le assoluzioni degli imputati (tra i quali lo stesso Mori e l’on. Mannino). Questa sentenza, nella sostanza, ci dice che sì, probabilmente non ci fu il reato, ma ci sono i colpevoli.

La terza ragione dello stupore è il reato per il quale sono stati condannati gli imputati eccellenti. Il reato si chiama così: “Attentato e minaccia a corpo politico dello Stato”. Gli esperti e i professori dicono che nella storia d’Italia questo reato è stato contestato una sola volta. Nessuno però ricorda bene quando. Ma comunque quella volta non fu per minacce nei confronti del governo – ed è di questo che sono accusati Mori e Dell’Utri – perché esiste nel codice un reato specifico, scritto nell’art 289 del codice penale, che prevede appunto l’attentato contro un organismo costituzionale (cioè il governo).

La quarta ragione non è di diritto ma è di buon senso. E sta nella assoluzione (seppure per prescrizione) del capo della mafia (Giovanni Brusca, uno dei boss più feroci del dopoguerra) che sarebbe l’autore della minaccia, contrapposta alla condanna del generale Mori che è forse il militare che ha catturato più mafiosi dai giorni dell’Unità d’Italia ad oggi e che dalla mafia è stato sempre considerato nemico acerrimo La quinta ragione del nostro sincero sbigottimento sta nello scenario kafkiano che viene disegnato da questa sentenza. Lasciamo stare per un momento il dettaglio dell’assenza di prove. Cerchiamo di capire cosa l’accusa e la giuria ritengono che sia successo nel 1993- 94. Sarebbe successo questo: la mafia, guidata da Riina avrebbe minacciato lo Stato, prima e dopo le uccisioni di Falcone, Borsellino e delle loro scorte. Avrebbero chiesto l’allentamento del rigore carcerario con un ricatto: “Altrimenti seminiamo l’Italia di stragi”. In una prima fase questa minaccia sarebbe stata mediata sempre da Dell’Utri e Mori, evidentemente con Ciampi e Scalfaro.

Questa però è solo la tesi dell’accusa, perché la giuria non ci ha creduto, gli è parsa davvero troppo inverosimile. Poi succede che Mori – evidentemente mentre trattava con lui – arresta Riina assestando alla mafia il colpo più pesante dal dopoguerra. In una seconda fase, dopo gli attentati del 1993 (uno dei quali contro un giornalista Mediaset molto legato a Berlusconi, e cioè Maurizio Costanzo) la minaccia sarebbe stata portata Berlusconi, che nel frattempo era diventato Presidente del Consiglio, attraverso Marcello Dell’Utri e forse attraverso lo stesso Mori, evidentemente colpito da un fenomeno grave di schizofrenia.

Nessuna delle richieste dei mafiosi, però, fu accolta. E questo, in teoria, dimostrerebbe un comportamento rigorosissimo di Berlusconi: uomo davvero incorruttibile. E infatti la sentenza condanna gli imputati a risarcire con 10 milioni la presidenza del Consiglio, cioè Berlusconi. Le richieste mafiose che Dell’Utri, e forse Mori, avrebbero portato a Berlusconi (e forse a Mancino, ministro dell’Interno, che però ha negato, è stato imputato per falso e poi assolto) erano contenute in un “papello” consegnato dall’ex sindaco Ciancimino, così sostiene il figlio dell’ex sindaco che però è stato a sua volta condannato per calunnia (e dunque il papello è falso).

Ma una persona che legge queste cose qui e ha un po’ di sale in zucca, che deve pensare? Beh, probabilmente gli viene in mente un’idea molto semplice: che quello di Palermo sia stato semplicemente un processo politico. E qualche conferma a questo sospetto viene da un paio di elementi. Il primo è che il Pubblico ministero che ha condotto l’accusa fino all’ultimo minuto, si è candidato a fare il ministro coi 5 Stelle, ha partecipato a diversi convegni politici dei 5 Stelle, ha presentato a nome dei 5 Stelle un programma per riformare la giustizia, e, appena emessa la sentenza, ha rilasciato dichiarazioni feroci contro Berlusconi, che oltretutto è parte lesa e non imputato. Possiamo tranquillamente dire che il Pubblico ministero era un uomo politico. Il suo predecessore, quello che avviò il processo (si chiama Antonio Ingroia) ha partecipato recentemente alle elezioni in qualità di candidato premier con una lista di sinistra. Anche questa circostanza (almeno in forma così esplicita) è senza precedenti, credo, in tutti i paesi dell’Occidente.

Il secondo elemento sta in tutto quello che ha preceduto il processo. E cioè il processo mediatico, che difficilmente non ha condizionato fortemente la giuria di Palermo. Ho sentito molti commentatori dire che comunque ci sarà un processo di appello, che potrà correggere gli errori del primo grado. Vero. Per fortuna l’impianto della nostra giustizia è solido. Però è difficile digerire l’arroganza del processo di Palermo, e la sua superficialità, e l’ingiustizia palese di alcune condanne, come quella contro il generale Mori. Ed è difficile non considerare il fatto che l’ex senatore Dell’Utri, che sta in cella in condizioni di salute gravissime, difficilmente, dopo questa nuova stangata, potrà sperare di ottenere cure adeguate e di rivedere il cielo senza sbarre. No, non è stata una bella giornata.

Milano: finisce l’incubo dell’internato da un anno a San Vittore

Il Garante del Lazio ha ricevuto la notifica della disponibilità della Rems di Palombara Sabina. Era internato illegalmente da un anno in carcere, ma a breve sarà ospite della residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria (Rems) di Palombara Sabina. Finisce l’incubo di Massimiliano Spinelli, una storia descritta da Il Dubbio.

Fu coinvolto in una vicenda processuale che poi l’ha visto uscire assolto a luglio del 2017 per incapacità di intendere e volere, ma da allora egli è rimasto dove si trovava, cioè in carcere come quando vi era detenuto in custodia cautelare: è stato assolto, nessuna pena ha da scontare, bensì una misura di sicurezza. Massimiliano, in sintesi, si trova trattenuto illegalmente presso il carcere milanese di San Vittore. Il motivo? Quello che riguarda tanti altri internati psichiatrici come lui: è in attesa di entrare in una Rems. Come accade spesso, l’hanno ritenuto socialmente pericoloso e il giudice ha dato l’ordine di essere sottoposto in misura di sicurezza. Ma è rimasto in lista d’attesa.

Ad incontrare Massimiliano Spinelli è stata la delegazione del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, guidata dall’associazione Opera Radicale, alla presenza del dottor D’Amato, psichiatra responsabile del reparto psichiatria del Centro Clinico, il quale lo ha in cura e che ha accompagnato la delegazione a incontrarlo in quanto unico internato della Casa circondariale. Della posizione giuridica di Massimiliano ne aveva parlato anche lo stesso direttore del carcere dottor Siciliano e la vice direttora dottoressa Mazzotta durante il colloquio con la delegazione radicale per riferire sulla situazione dell’Istituto: la direzione ha confermato di essere in attesa da mesi di ricevere una risposta dalle Rems sulla disponibilità ad accogliere Massimiliano.

Anche il dottor D’Amato ha riferito di aver inviato parecchie richieste di intervento alle Rems, nell’interesse di Massimiliano perché potesse uscire dalla sua situazione di detenuto non detenuto. L’internato è di Roma, per questo si attendevano le risposte delle tre Rems della regione Lazio: ovvero quelle di Palombara Sabina, Subiaco o Ceccano. La risposta finalmente è arrivata.

Il garante regionale del Lazio Stefano Anastasia ha ricevuto ieri la notifica della disponibilità della Rems di Palombara Sabina ad accogliere Spinelli a partire da martedì 17 Aprile. Oltre alle sollecitazioni pervenute dall’associazione Opera Radicale, questo è stato anche un risultato dell’attivazione della rete dei Garanti: ad Anastasia ne aveva parlato il garante della Lombardia Carlo Lio e si è subito attivato portando il caso al tavolo Rems del Lazio. “Non possiamo che dirci soddisfatti per il risultato che ha ricondotto – commenta l’Associazione “Opera Radicale”, nella salvaguardia dei diritti costituzionali di libertà e salute, una situazione che si stava trasformando in una falla dello Stato di Diritto”.

Una storia, quindi, a lieto fine. Permane però il problema degli internati psichiatrici che si trovano trattenuti illegalmente in carcere in attesa di entrare in una Rems. Quest’ultima è stata istituita con la legge 81/ 2014 che ha sancito il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Fu un grande passo di civiltà. Dentro gli Opg, in effetti, i “folli rei” non erano seguiti dai servizi sanitari territoriali e potevano rimanere all’infinito tra quelle antiche mura, per la continua proroga delle misure di sicurezza: i cosiddetti “ergastoli bianchi”.

Condizioni disumane, come dimostrò nel 2011 la Commissione d’inchiesta parlamentare guidata dal senatore Ignazio Marino. Adesso, la legge 81 stabilisce un limite per la permanenza nelle Rems e i Dipartimenti di salute mentale devono elaborare piani terapeutici ad hoc per ogni recluso. Però sono affollate – questo è anche dovuto dal fatto che i giudici, con grande facilità, emettono troppi ordinanze di misure di sicurezza – e si creano le liste d’attesa. Alcuni attendono in libertà e altri, invece, sono reclusi anche se non sono ufficialmente dei detenuti.

Fonte: Il Dubbio
Autore: Damiano Aliprandi
Data: 31 Marzo 2018