Ius Soli (Gilberto Oneto – 23/09/2014)

Dopo le analisi politiche del voto scozzese è il momento di fare anche considerazioni di ordine “tecnico” (in realtà molto politiche, ma di altro genere). Una positiva e una negativa.
E’ positivamente stato ribadito con forza che a votare siano solo i territori interessati dalla richiesta di indipendenza. Sembra un principio scontato e storicamente lo è per i paesi civili: così è stato per la Norvegia fino alla Crimea e per molte sistemazioni di frontiera successive alla Grande Guerra, dove l’esito del voto nelle singole comunità locali aveva determinato il disegno delle nuove frontiere. Il principio non è però scontato in “cert iposti”, come Spagna e, ovviamente, Italia, dove si sente sistematicamente ripetere che tutti i cittadini dello Stato devono decidere sul destino di una parte che eventualmente se ne vuole andare, aggrappandosi alla scusa che le cose si decidono tutti assieme. Balle! Per sposarsi si deve essere in due, per separarsi ne basta uno! Il conseguente corllario riguarda la definizione dei limiti geografici dell’area da sottoporre a referendum, utilizzando una ancora più maliziosa versione del “gerrymandering” (pratica di ritagliare i distretti elettorali nel sistema maggioritario per favorire i candidati di un partito) che metta insieme chi se ne vuole andare con robuste maggioranze di gente che vuole restare. Il caso scozzese ha invece sanamente ribadito che vota solo la comunità che vuole l’applicazione dell’autodeterminazione.
Il fatto negativo è dato dal diritto di voto concesso anche a chi non è parte organica della comunità. Sui 5,3 milioni di scozzesi più di 880.000 sono immigrati di qualche tipo: ben 150mila i pakistani. Tutta gente che non ha legami identitari con la Scozia, che ha un debito con il Regno Unito o, addirittura, che teme per il permesso di soggiorno o altri vantaggi. La scelta “politicamente corretta” dello Scottish National Party, socialista, buonista e progressista, di far votare chiunque fosse presente (una suicida estensione dello “ius soli”) e di non fare esprimere gli scozzesi al’estero ha di fatto determinato la sconfitta del sì, avvenuta per 150.000 voti mancanti. Qualcosa di analogo era avvenuto anni fa nel Quebec, dove, si era detto, sarebbe stata la comunità italiana a votare per il mantenimento dell’unione, passato per una ridicola manciata di voti. Non è sempre andata così:  in Lettonia ed Estonia al referendum per l’indipendenza del 1991 hanno potuto votare solo quelli che potevano vantare legami famigliari locali prima del 1945. Così sono stati esclusi dal voto tutti i russi immigrati negli ultimi decenni che sono fra il 24% e il 30% della popolazione e che avrebbero potuto compromettere il progetto di libertà. Non è una esasperazione dello “ius sanguinis” ma una opportuna misura per contrastare l’immigrazione intesa come strumento di opressione. Riempire i territori soggetti di “coloni” è una vecchia abitudine spesso “perfezionata” in genocidio. Lo stato italiano è maestro in questo genere di “mutazione identitaria”: ne ha fatto largo uso in Sud Tirolo dove la popolazione italiana è passata dal 2,9% del 1910 al 34% del 1961 e non grazie a un prodigioso tasso di natalità. Identica cura è stata portata avanti con l’emigrazione meridionale in Padania dove, in alcune province, si sono raggiunte percentuali simili a quelle di Bolzano. Non è bastato: molti immigrati “nazionali” si sono padanizzati e hanno assunto posizioni autonomiste. Il processo di “italianizzazione” si è perciò perfezionato con l’invasione extracomunitaria che conta sulla inesistente volontà di integrazione di molte comunità per raggiungere un duplice obiettivo: compattare gli “italiani” smorzando le loro differenze a fronte di differenze più grandi, e crearsi una riserva di unitaristi impermeabili a ogni richiamo di identitarismo padano. Cinesi o musulmani, ad esempio, non voteranno mai a favore dell’indipendenza perchè hanno tutti i vantaggi a mantenere uno Stato italiano debole, permissivo, tremebondo da cui possono ricevere solo facili privilegi, franchigie e impunità. Se a tutti questi si aggiungono gli statali, parassiti e assistiti, e la inevitabile percentuale di pavidi, di ideologizzati e di ricattati, risulta piuttosto evidente che in Padania sia folle percorrere la via scozzese della concessione del voto sulla base della presenza sul territorio, e non già su quella di un ferreo legame identitario, che non è solo di sangue, ma di condivisione culturale e compartecipazione sociale vera. Solo chi da decenni lavora con noi, paga le tasse con noi e subisce le stesse vessazioni, parla come noi e intende costruire il suo stabile futuro qui in coerenza con il nostro modo di vivere potrà decidere per l’indipendenza. Parassiti, mascalzoni, nullafacenti e “coloni” italiani non possono decidere del nostro destino.

Fonte: Immigrazione e indipendenza – idee, storia attualità, Gilberto Oneto, a cura di Paolo Mathlouti, 2018, ass. Gilberto Oneto.

Articolo originale proposto al quotidiano online “Il Miglio Verde”, 23/09/2014, Gilberto Oneto.

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Immigrazione e Indipendenza (Gilberto Oneto, 2013)

Il problema dell’immigrazione è generalmente legat a quello dell’autonomia e dell’indipendenza nella misura in cui va a incidere sul grado di identità della comunità che chiede maggiore riconoscimento e libertà. Nelle comunità che hanno a che fare con lo Stato italiano, il rapporto è particolarmente pesante per l’uso perverso che da sempre l’unitarismo italiano fa dei rimestamenti demografici. Non è evidentemente il solo (la Spagna ha riempito di spagnoli “etnici” la Catalogna, l’Urss aveva inondato i paesi baltici di immigrati russi e bielorussi, il Tibet si sta affollando di cinesi ecc) ma lo Stato italiano ha pochi rivali nella sistematicità e nella violena con cui aveva, ad esempio, riempito di italiani “veraci” l’Istria orientale e il Sud Tirolo, e poi la Padania. Dopo aver inutilmente provato a stabilizzare l’unità politica con guerre, repressioni e propaganda, il partito unitarista ha cercato di farlo attraverso un generale meticciamento, un rimescolamento etnico a evidente preponderanza meridionale. Non ha funzionato con le comunità tedesche e slave ma neppure in Padania: i meridionali migliori si sono perfettamente integrati e sono diventati spesso essi stessi portatori di volontà indipendentista, mentre i peggiori sostengono con protervia il loro ruolo di “coloni” di Roma, di braccio armato della burocrazia statalista e alimentano così le pulsioni autonomiste di tutti gli altri. Sostanzialmente fallito il rimescolamento interno, lo Stato italiano tenta la carta dell’immigrazione foresta con due fini: la disgregazione delle identità locali e la speranza di una presa di posizione italianista e nazionalista contro gli stranieri, con l’obiettivo perverso che, per fronteggiare “diversi più dversi”, si stemperino le diversità interne. Insomma da una parte si vuole distruggere il tessuto sociale, culturale e identitario delle comunità padane, dall’altro si favorisce l’illusione di una comune identità italiana per far fronte a “foresti più foresti”. Questo spiega la violenza con cui la sinistra spinge verso la società multiculturale (la stessa violeza e le stesse motivazioni che sostenevano la lotta di classe) e il fervore con cui i patrioti tricolori brandiscono l’italianità contro “lo straniero”. Per queste ragioni un movimento indipendentista non può che essere anche decisamente contrario a ogni forma di immigrazione massiccia, di invasione e di spaesamento. Cosa ha fatto fin qui la Lega? Non ha delineato con chiarezza il pericolo anti-identitario dell’immigrazione foresta, e quando lo ha fatto non si è comportata diversamente dai movimenti di estrema destra: la lotta allo straniero viene fatta in difesa dell’italianità, spesso stigmatizzando le parti più evidenti delle differenze antropologiche degli immigrati. Sono combattuti in quanto “diversi” e non in quanto strumenti di disgregazione identitaria: da qui anche certe prese di posizione religiose che riguardano l’aggressività islamica ma che poco c’entrano con il processo immigratorio più generale.
Le posizioni sono confuse, non segnate da precisi confini ideologici: si fa distinzione fra immigrati buoni e cattivi, fra chi lavora e chi delinque, fra regolari e clandestini. Tutte cose che generano confusione, che “democristianizzano” il dibattito e non turbano il comodo tran tran degli eletti, ma che non servono a stigmatizzare l’effetto devastante dell’immigrazione tout court. In questo si inseriscono taluni atteggiamenti di compiacimento vanesio nell’esibizione del militante magrebino o del negretto in camicia verde, che fanno il paio con la sventatezza con cui si pretende una fioritura di padanità da un presidente di Regione albanese o da una portavoce italiana. Ma è soprattutto sul piano dello studio del problema, e della derivante incisività di informazione che la Lega è carente. Non ha un centro studi che si ccupi dell’immigrazione, dei numeri,delle statistiche e dei dati, non riesce a fare controinformazione documentata, non riesce a ribattere alle menzogne immigrazioniste se non con slogan. Il solo che tenta una operazione sistematica di documentazione è Pellegrin di Radio Padania: nessuno dei tanti zerbinotti superpagati che se ne stanno a ciondolare in Parlamento o nei Consigli regionali ha mai neppure tentato di dare vita a un’operazione del genere, di diventare “l’esperto” leghista di immigrazione. Una vergogna!  E’ una vergogna che i soli dati in circolazione li dia la Caritas, che fa parte del circo di quelli che sull’immigrazione campano e lucrano, oppure la Fondazione Moressa. A essere dettagliatamente informata e a informare sull’immigrazione, sui costi, i numeri, i dati giudiziari e tutto il resto dovrebbe essere proprio la Lega. Perchè stupirsi? Non ha neppure uno straccio di centro studi che si occupi di identità, di malefatte del centralism, di analisi giuridica del cammino indipendentista, o di federalismo. Questo spiega tante cose

Fonte: Immigrazione e indipendenza – idee, storia attualità, Gilberto Oneto, a cura di Paolo Mathlouti, 2018, ass. Gilberto Oneto.

Articolo originale proposto al quotidiano online “L’indipendenza”, 14/03/2013, Gilberto Oneto.

Corsa contro il tempo (Faith J Goldy).

Traduzione di questo video di youtube

Il tempo sta finendo. Ciao Mi chiamo Faith e sono qui perchè ho bisogno del vostro aiuto. No, non vi sto chiedendo di evitare che il Leopardo Bianco o la tartaruga marina si estinguano, sono qui per chiedere diversità. L’Europeo è una rara bellezza che è sempre più vicina all’estinzione, giorno dopo giorno. I popoli non europei, sia in modo legale che in modo illegale, stanno invadendo i loro habitats naturali. Non era così tanto tempo fa; gli Europei rappresentavano oltre un quarto della popolazione mondiale e fra non molto tempo i loro numeri precipiteranno; si ridurranno ad un decimo della popolazione mondiale. Continuerete a chiamare Germania un luogo dove gli uomini tedeschi fra i 20 e i 35 anni diventeranno una minoranza nel loro habitat naturale entro il prossimo anno? Chiamerete ancora Svezia il luogo in cui i non europei sono già un terzo? La fascia di età fra i 18 e i 30 anni sarà in maggioranza non europea addirittura entro il prossimo anno. Intanto in UK si ha già un’enorme 40% di persone sotto i 18 anni di discendenza non europea. La loro popolazione totale vedrà i Britannici Bianchi ridursi ad una minoranza assoluta in UK entro il 2066. Mentre gli immigrati dell’Africa e del Medio Oriente presenti nell’Europa Occidentale mantengono tassi di fertilità superiori al tasso di rimpiazzo, gli Europei in ogni nazione Europea non fanno abbastanza figli per rimpiazzarsi da soli e la sostituzione demografica Europea non avviene senza sconvolgimenti sociali; stupri di massa, epidemie e lo spettacolo del terrorismo dilagano in UK, Germania, Svezia e Francia. Intanto, per quanto riguarda la diaspora Europea oltreoceano, il Canada di Trudeau è la nazione che ha a che fare con il più rapido tasso di sostituzione etnica in Occidente, con un tasso di immigrazione pro-capite che è oltre il doppio di quello degli USA, in cui 4 immigrati su 5 sono una minoranza etnica. Il Grande Nord Bianco è destinato a diventare una nazione a maggioranza relativa in meno di una generazione, dato che si prevede che la sua popolazione bianca totale scenda al di sotto del 20% in meno di un secolo; persino negli States, con il Presidente Trump al timone, gli USA non saranno risparmiati dall’implacabile processo di sostituzione di popolazione dovuto principalmente all’immigrazione Ispanica e Asiatica ed al consolidarsi del processo già in corso. Le popolazioni bianche saranno una minoranza in America in meno di una generazione. Lo stesso varrà per quanto riguarda gli under-18, in soli 4 anni, a causa del tasso di natalità dei bianchi non ispanici. L’ufficio del censimento ha annunciato già nel 2012 che questo gruppo ha generato solo una minoranza di nascite. Questo processo è diventato addirittura più grave negli ultimi anni. I bianchi hanno lottato per i diritti dei neri e sono stati lodati come eroi. Milioni sono morti per lottare per i diritti degli ebrei, e anche loro sono stati chiamati eroi. Voi, che state diventando una maggioranza relativa, restituite il favore facendo un semplice regalo, un singolo mattone per aiutare i cittadini bianchi e le politiche pro-natalità. Potete simbolicamente chiamare questo numero europeo adesso e ricevere questo kit di adozione come ringraziamento da parte nostra. Sarete dalla sua parte? Sarete dalla parte della vera diversità? Per favore, chiamate ora ed aiutateci a fermare la scomparsa di questa razza.
I bianchi diventeranno una minoranza negli USA nel 2045. I bianchi scenderanno al 20% della popolazione del Canada nel 2100. I bianchi diventeranno una minoranza in UK nel 2060. I bianchi diventeranno una minoranza in Svezia nel 2066. I bianchi diventeranno una minoranza in repubblica italiana nel 2080. I non bianchi sono il 39% dei nuovi nati in Francia. Grazie a tutti per esservi sintonizzati su questo video. Per favore assicuratevi di mettere mi piace, iscrivervi al canale ed aiutarci a condividere, al fine di diffondere il messaggio e, se volete aiutare e supportare il mio lavoro creativo andate all’indirizzo faithgoldy.ca/donations. Grazie tante a tutti e che dio vi benedica.

SOLIDARIETA’ CON L’ AMERICA BIANCA? – Guillaume Faye

Disponibile al pdf linkato e, in formato di testo, in seguito, alcuni stralci di Faye tradotti in lingua italiana. Buona lettura agli interessati

Solidarietà Con l’America Bianca – Faye

Una solidarietà globale con tutte le popolazioni di origine Europea sarà, nel 21-simo secolo, più importante delle rivalità geopolitiche che dividono i Bianchi.

 

Sono portato ad una certa solidarietà, un’affinità etnica, per così dire, con tutti gli Americani di discendenza Europea (e con tutti i soggetti del Commonwealth Britannico che appartengono alla stessa categoria). Non nutro gli stessi sentimenti per le popolazioni francofone situate all’estero. Naturalmente questo non ha alcuna influenza sulla necessarietà della lotta contro la politica Americana e, in particolare, l’attuale approccio politico di Washington. A differenza di certi membri dei nostri ambienti identitari, non mi rallegro alla vista della diminuzione demografica che affligge la popolazione bianca, soprattutto WASP, negli USA, dal momento che io condivido i sentimenti espressi da Georges Suffert e Claude Chaunu nel loro libro premonitorio intitolato “The White Plague”, che è stato pubblicato nel 1976. Inoltre, penso che una solidarietà globale con tutte le popolazioni di origine Europea sia, nel 21-simo secolo, più importante delle rivalità geopolitiche che dividono i Bianchi. So che la mia attitudine è un “peccato” agli occhi dell’ideologia prevalente. Non perdonarmi, Padre. Sono culturalmente più vicino alla civiltà anglosassone che a quella arabo-musulmana ed alle “prime arti” del continente africano. Preferirei visitare il Museo dell’Astronautica a Washington che visitare il futuro museo “delle arti primitive” che il terzomondista Jacques Chirac intende fondare. Preferirei anche mandare i miei figli in un’università Americana che farli studiare in un’università Islamica. Naturalmente preferirei le università Francesi, ma tenendo conto di cosa sono diventate… Basta deliri: l’affermazione che siamo “molto lontani” dalla civiltà Americana nostra consanguinea (ho scelto deliberatamente di non usare il termine “fratelli” non sta in piedi ad un esame accurato, anche se è comunque possibile rilevare le principali differenze fra i nostri valori Europei e quelli sposati dagli Americani. Il fatto è che, comunque, queste differenze sono irrisorie nell’essenza, se paragonate al precipizio che ci separa dalle sfere arabo-islamiche ed asiatiche. Se chiunque volesse scrivere una tesi sul tema della storia Europea (andando da Micene alla nostra era), gli consiglierei di basarsi sulle informazioni in possesso delle università Americane piuttosto che su qualunque documentazione fornita dalle università Islamiche o del Terzo Mondo. Ci sono comunque molti pensatori ed allievi sofistici che restano assolutamente sordi alla voce del buon senso. Infatti, tutti questi isterici anti-Americani professionali non sono altro che degli ipocriti totali. Se fossero messi di fronte alla scelta, vivrebbero a Boston o San Francisco piuttosto di Algeri o persino a Barbès (quartiere di Parigi ad alta densità musulmana, ndt). Il 21-simo secolo sarà Spengleriano e sarà caratterizzato da scontri fra diverse civiltà e razze, come capito intrinsecamente da Samuel Huntington nel suo “Clash of Civilisations”.

Anche se questa visione è una caricatura (e comunque, ogni caricatura riflette la realtà, semplificandola ma senza tradirla veramente), assisteremo ad un confronto fra i Bianchi e tutti gli altri, come parte di un processo che è già cominciato e che si intensificherà anno dopo anno, anche se assume forme e distorsioni estremamente diverse. Quando dico “Bianchi”, mi sto ovviamente riferendo a tutte le persone che hanno, dal punto di vista etnico, ereditato la matrice della civiltà Europea. Anche se, da un punto di vista storico, l’approccio Americano è stato quello di rigettare l’Europa, e a prescindere dal fatto che strategicamente, economicamente e geopoliticamente il governo Americano ha preso il ruolo temporaneo di temibile avversario dell’Europa, io sono convinto che l’America Bianca e l’Europa Bianca sono destinate ad avvicinarsi reciprocamente (sono entrambe, del resto, in declino sulla loro stessa terra). C’è una qualche motivazione genuina per cui la situazione attuale persista? Washington forse verrà spazzata via dalla nuova circostanza storica di un confronto geo-etnico; preferisco quest’ultima espressione rispetto a “scontro di civiltà”. L’attuale divisione geostrategica non deve nascondere la realtà etnica di domani, la realtà di un mondo in cui i Bianchi si sentiranno molto più minacciati in una posizione di minoranza, e saranno quindi costretti a riorganizzarsi. La grande maggioranza delle nostre elites Occidentali è senza dubbio completamente cieca a tali previsioni, per quanto siano facili da formulare, dal momento che si concentrano solo sugli sviluppi di breve periodo e sono paralizzate dalla loro ideologia cosmopolita. Ritorniamo, a questo punto, alla questione iniziale: non sarebbe possibile combinare la dichiaratamente mitica nozione di Euro-Siberia, che ho spiegato altre volte, con la concezione di Settentrione? Questa concezione è molto vaga, erto, ma potrebbe diventare molto reale, anche se non possiamo ancora prevedere quale forma storica prenderà. Anche se non possiamo immaginare la sua forma esatta (diversamente da noi comunque la Storia ha tutta l’immaginazione necessaria per quando questo accadrà), il Settentrione può essere definito come la riorganizzazione di tutti i popoli di discendenza Europea residenti nell’emisfero settentrionale, dal Nord America all’Europa e alla Federazione Russa, con in aggiunta due importanti estensioni territoriali settentrionali: Argentina e Australia. Sono ben consapevole del fatto che un tale mito possa dimostrarsi fallace ed inapplicabile e che scioccherà tutti quelli che si attengono all’egemonia ideologica prevalente, così come tutti gli anti-Americani, i pro-Americani (poiché la dominazione Americana non sarebbe più possibile) e, sicuramente, tutti gli universalisti ed i globalisti che si identifichino con il Cristianesimo, la Sinistra, il Liberalismo, l’Islam e così via.

Senza dubbio, questa previsione concernente la possibile (e desiderabile) nascita del Settentrione presuppone la scomparsa degli USA come li conosciamo, che probabilmente avverrà in seguito ad una divisione territoriale e alla secessione di un numero di Stati.

Dite che è un sogno ed un utopia? C’è qualcuno che, all’inizio del 20-simo secolo, avrebbe previsto l’ascesa Islamica al potere, lo scoppio di guerre religiose, il collasso brutale del Comunism, la rapida terzomondizzazione dell’Europa, ecc? Nonostante tutte le indicazioni rivelatrici, la risposta è: nessuno, affatto; ciò è particolarmente vero per gli intellettuali. Spengler è stato il solo che ha rilevato alcuni di questi segnali premonitori negli anni ’20 del ‘900. E nel 21-simo secolo la storia progredirà ad un ritmo ancora più veloce. La mentalità degli Americani Bianchi può ancora cambiare, ed il suo cambiamento sarà il risultato delle tempeste che sono destinate a tuonare (a prescindere se esse saranno etniche, economiche, religiose o di qualunque altra natura). L’attuale amministrazione Americana è di poca importanza e la sua presenza molto temporanea. Lo stesso vale per la “globalizzazione capitalista”, un sogno liberale la cui stupidità è uguale a quella dell’alter-globalismo universale chiamato Comunismo. Chi è che dice che queste mentalità non gireranno su sé stesse e le attuali ideologie non collasseranno sotto i colpi di queste tempeste imponenti? Non dobbiamo percepire il mondo attraverso la stretta estremità del nostro piccolo spioncino, ma attraverso la sua estremità larga, che ci permette di vedere tutti gli asteroidi in arrivo.

In modo alquanto strano, i più convinti della veridicità di queste teorie (e che al tempo stesso le temono, sicuramente) sono proprio i rappresentanti e le elites del Terzo Mondo (a prescindere dal fatto che siano Musulmane o no), che hanno iniziato i loro attacchi contro il mondo Bianco. Questo accade perchè queste nazioni meridionali e delle popolazioni prolifiche che si sono stanziate in Europa ed in America condividono una visione della storia che è considerata abominevole dalle nostre elites Occidentali: la struttura della mentalità nel lungo periodo che circonda i destini dei differenti popoli riflettono i rapporti di forza etnici e demografici. Fin dai tempi di Tolomeo vi è mai stata alcuna società multietnica o persino multirazziale in grado di funzionare nel lungo periodo. Come si potrebbe mai cambiare questo fatto?

 

 

Forse attraverso una qualche forma di miracolo ideologico? Inseguendo il sogno ad occhi aperti del meticciato universale e l’illusione del “comunitarismo” Europeo e Americano sotto l’autorità di uno stato nazionale e federato che era predestinato a fallire, ora stiamo inevitabilmente entrando in un periodo di consolidamento etnico; è come se dipendessimo dall’oscillazione di un pendolo. Non c’è ancora nessuno in grado di prevedere il modo esatto in cui questa solidarietà nativa Europea a livello mondiale prenderà piede, e nessuno può essere sicuro che si verificherà su micro-livelli separati o se assumerà invece proporzioni globali. Una cosa è certa, comunque: l’idea è già in agguato dietro l’angolo, proprio come un vagabondo. Inizia ad infiltrarsi nelle menti delle persone sotto forma di pensiero furtivo, prima di esplodere come una bomba ed imporre la sua presenza come una specie di necessità vitale, dal momento che ognuno ne avrà bisogno urgentemente.

Lasciate che lo ripeta, ancora una volta: il Settentrione non è altro che un mito, un mito che non rispecchia lo stato attuale delle cose, ma che si collega agli sviluppi futuri i cui contorni possono essere visti già ai giorni nostri. Se si tiene conto del ritmo sempre crescente al quale il nostro pianeta viene rimodellato, personalmente ritengo che il modello di confronto USA-Europa, che può ancora essere osservato oggi, arriverà ad una fine in seguito alla pressione evolutiva. Il Settentrione contro i modelli Estranei sembra più probabile a mio avviso, anche se potrei sbagliarmi. Eppure non mi sbagliavo quando, all’inizio degli anni ’80, prevedevo la caduta dell’URSS e la grande ondata islamica.

Rassicurerò ora alcune persone, specialmente gli anti-Americani: la nozione di Settentrione non è in alcun modo incompatibile con quella di Euro-Siberia, dal momento che il suo centro può essere situato solo nel nostro continente originario, che agirebbe come centro fisico, spirituale e geopolitico di ciò che deve essere definito Razza Bianca. Inoltre, questo Settentrione presuppone non solo la fine dell’America (perché essa non sussisterà nella sua forma attuale), ma anche il possibile ritorno a casa di alcuni Americani di origini Europea, nel contesto di un nuovo impero etnocentrico ed Eurocentrico. Il Settentrione segnerà la fine del Sogno Americano e coinciderà con il ritorno del figliol prodigo verso il seno Europeo di sua madre.


Questo articolo conclude la nostra lunga serie settimanale di estratti dai lavori di Guillaume Faye, in onore della sua scomparsa. Questo estratto, preso dal Capitolo XI dell’ultimo titlo di Faye pubblicato da Arktos, Un Colpo Globale, è una chiamata alla solidarietà fra tutti i popoli di origine Europea, ed introduce il concetto più audace di Faye, il blocco geopolitico che unisce tutti i popoli di origine Europea che Faye chiamò “Settentrione”.

Fonte: https://arktos.com/2019/03/15/solidarity-with-white-america/

 

INTERVISTA CON FAMINE DEI PESTE NOIRE, DA KIEV, 2019, Pierre Avril

Nel pdf sottostante e, di seguito, scorrendo l’articolo, trovate l’intervista a Famine, della band Black Metal francese Peste Noire, ad opera di Pierre Avril, tradotta in italiano dal francese. Buona lettura agli interessati.

intervista peste noire kiev 2019 ita

1) Ciao Famine, e grazie di accettare di rispondere alle mie domande. Puoi tornare per noi al periodo della fondazione dei Peste Noire? Nel 2000 vi siete formati ad Avignon sotto il nome di DOr Daedeloth (in riferimento a Tolkien) e avete fatto uscire il demo “Aryan Supremacy”. Puoi raccontarci la creazione di questa prima formazione e gli obiettivi che erano i vostri? Le vostre influenze musicali e le tematiche?
Il nome Dor Daedeloth è stato adottato una settimana, il demo è uscito sotto il nome di Peste Noire, quindi si può considerare che Dor Daedeloth non è mai esistito. Le mie influenze tematiche venivano  da un pittore con i baffi un po’ tesi e le mie influenze musicali erano la scena di Tolosa e quella NS slava. Per quanto riguarda gli obiettivi, volevo solo inserire il nome del gruppo prima che qualcuno lo trovasse al nostro posto, perché questo demo è oggettivamente nullo.
2) La line-up del gruppo a quell’epoca era composta da te (sotto il nome di Aegnor) ma anche da Neige (Alcest) alla batteria ed Argoth (anche lui negli Alcest) al basso. All’epoca della fondazione dei Peste Noire, tu suonavi anche negli Alcest; quindi questi due gruppi avevano la stessa line-up. Puoi ricordarci quest’epoca? Come vi siete incontrati? Come distinguevate i vostri due progetti?

Abitavamo nella stessa piccola città dove non succedeva niente, quindi ci siamo subito ritrovati l’un l’altro. All’inizio c’erano solo gli Alcest. Neige era un Blackster da gite nella foresta, modalità scandinava, e io volevo suonare qualcosa di francese, sporco, crudo, meno sublime e con più odio, con una dimensione politica marcata, quindi la scissione è avvenuta in modo naturale ma senza alcun conflitto, perché ha suonato la batteria su tutti i demo.

Aryan Supremacy ci ha fatto ascoltare un Black Metal “true” e crudo, con tematiche apertamente NS. Eravate influenzati dalle Legion Noires? Penso soprattutto a Mutiilation, ma anche a gruppi del Sud come i Blessed in Sin, di Toulon, o gli In Articulo Mortis, di Avignon?

Le Legion Noires e Mutiilation, sì, sicuramente. Per i gruppi del Sud, erano più che altro Kristallnacht e Seigneur Voland, dei quali avevo ordinato le produzioni sulla distro cartacea Aura Mistique.

Tu hai scritto i testi e suonato la chitarra sul primo demo degli Alcest, “Tristesse Hivernale”, in un genere abbastanza differenze, anche se altrettanto “raw”. Puoi ricordarci questa registrazione?

Ho composto il riff principale di “La foret de cristal”, più un altro, ma da quanto ricordo non ho scritto alcun testo su questo demo.

 

Tu hai fatto uscire nel 2002 “Macabre Transcendance”, con la Drakkar Prod, la label emblematica delle Legion Noires. Il cambio di nome in Peste Noire deriva dal fatto che sei originario della Provenza, dove la Peste Nera ha decimato così violentemente la popolazione? Per quanto concerne la demo eravate quindi un “duo” con Neige, giusto? Musicalmente si resta su sonorità molto crude e violente, con queste urla lugubri e queste atmosfere mortifere. Puoi dirci la tua visione retrospettiva su questo periodo? Aneddot, si trova su questo demo la versione originale di “666 millions d’esclaves et de dechets”, che tu hai ripreso nel tuo ultimo album. Che cosa ti ha fatto desiderare di farne una nuova versione?

Il miglior periodo della mia vita per quanto riguarda il mio rapporto con il Black Metal, quello in cui avevo più odio, e questo demo ne è l’incarnazione; una dichiarazione di oscurità totale. Per me questo tape era più che musica, era una questione di vita e di morte. Tutto il resto della mia discografia è quasi un’hobby se confrontato alla tensione che ho potuto mettere in questa cassetta. Per quanto riguarda il contest, era l’epoca in cui frequentavo i tipi della Drakkar Production che avevano 10 anni più di noi e con i quali ci siamo posti sui giusti binari: non limitarci al Black Metal ma scavare in tutti gli stili estremi oscuro, che è quello che continuo a fare oggi con il rap e la trap, che è un terreno fertile per i pezzi strumentali oscuri.

 

Li visitavamo spesso nel loro castello (abitavano davvero in un grande e vecchio castello a Pont Saint-Esprit, a 5 km da me, in passato usato per girare film di cultura e dove le Legions Noires avevano fatto qualche registrazione, questo di mette di buon umore). Noktu ci aveva fatto scoprire dei progetti totalmente underground industrial, noise, dark folk ecc. Avevamo conosciuto altri Blacksters, i ragazzi dei Nuit Noire in particolare (durante il loro periodo Black Metal); c’era anche una sala dedicata alle discussioni, nella quale abbiamo parlato di filosofia, arte, progetti extra-musicali, ma sempre legati al Black Metal. Conservo questo periodo come un ricordo decisamente magico, perché tutti quelli che erano all’interno del Black Metal underground in quel momento erano o violenti o pazzi, e il Black Metal li possedeva fisicamente.

 

Sei stato subito notato per la qualità dei testi (essendo io stess originario della Provenza, paese di de Sade, non mi posso sorprendere). Da dove deriva questo tuo gusto per le parole e per il buon parlare?

Sono troppo impulsivo per parlare in modo posato, con fluidità ed organizzazione; le parole si colpiscono e si battono nella mia bocca al momento di uscire, e finisco per esprimermi come un handicappato sotto l’effetto di speed. Scrivere, questo lascia il tempo di organizzare e ricercare le parole, è una forma di vendetta contro le problematiche dell’espressione orale e spontanea. “Un balbuziente è uno stilista nato” (Cioran).

 

Nel 2003 è uscito il dem “Phalenes et Pestilence – Salvatrice Averse”. L’atmsfera diventa pregna di medievalità. Vedi questo demo come un nuovo orientamento per i Peste Noire? Musicalmente, le melodice sono più presenti, ed il lato NS lo è molto di meno…

È solo una questione di contesto. Sono come una sputna, non posso mentire e m’impregno sempre dell’universo reale in cui mi immergo. In quel momento studiavo la letteratura medievale all’università e ciò si rifletteva sulla mia musica.

La gente amava poco i nuovi Peste Noire perché cercavano ciò che non c’era, il terrore; tuttavia essi erano totalmente fedeli all’universo nel quale mi sto attualmente evolvendo; le zone fatiscenti e le periferie urbane di Kiev, gli immensi ghetti ex-sovietici. La parte degenerata del nuovo album è la colonna sonora di questi luoghi, con un’atmosfera industriale grigia, sporca, fredda e meccanica, il cui equivalente architettonico sarebbe il brutalismo.

 

Nel 2006 hai fatto uscire un primo album che era anche un primo capolavor. Ancora oggi “La Sanie des Siecles” è considerato da molti come il tuo miglior album. Che cosa ne pensi?

Se la maggior parte delle persone decide che è il migliore, allora è il migliore. Cerco di fare un album diverso ad ogni uscita, in modo che sia difficile confrontarli e gerarchizzarli, ma nel lungo periodo è il pubblico che decide, non io. A seconda dei gusti di ognuno “L’ordure”, “Ballade” o “La Sanie” sarà il migliore, ma essi hanno pochi legami fra loro. Quello che mi interessa è sperimentare e non fare due volte la stessa cosa. Lo dico nel modo più onestamente possibile, io sarei capace di fare un “La Sanie” bis in meno di tre mesi, ma questo non mi motiva. O forse lo farò quando sarò povero.

 

Nel 2007 l’EP “Lorraine Rehearsal”. Una ripetizione registrata in Lorraine. Musicalmente è in continuità con l’album, con una musica complessa e varia, che alcuni all’epoca non avevano paura di classificarla “avant-garde”. Tu parli già di “Hooligan Black Metal”. Cosa ci puoi dire di questa registrazione?

È solo una ripetizione di merda sul lato A ed una registrazione più sofferta sul lato B, mixata da me stesso. Il lato A è una dissolvenza nera senza interesse, ma il lato B è posseduto, con un suono davvero unico e antico, una profonda nostalgia, che giustifica da sola questo vinile.

 

L’aspetto molto collinoso, disarticolato ed eterogeneo del lato B deriva dal fatto che avevo registrato i miei titoli su dei dischi limitati in termini di tempi di registrazioni; ho dovuto registrare frammenti di 3 o 4 minuti e passare in seguito su un altro disco. Ho compresso i miei titoli quindi, anticipando le interruzioni a partire da 3 o 4 minuti, per riprendere in seguito con un nuovo riff sul disco dopo.

 

Nel 2007 arriva il tuo secondo album “Folkfuck Folie”. Quest’ultimo ci fa tuffare in tematiche legate alla malattia mentale (con riferimento ad Antonin Artaud) e stabilisce, secondo me, un nuovo suono per i Peste Noire, che prefigura tutto il seguito. Esci dal Black Metal “classico” per un genere che tu crei, improntato di sonorità quasi punk (a livello di suono) e di un cantato che oscilla dalle pura urla Black metal e quel canto “degenerato” da cantante francese pazzo che continuerai a sviluppare. Adoro questo album perché rappresenta una sintesi delle vostre due “ere” musicali. Cosa ne pensi?

Per me è il più debole. Adoro l’intro e l’ultimo titolo, “Paysage mauvais”, che sono state registrate e mixate separatamente da me, ma l’ingegnere del suono di questo album ha letteralmente assassinato il resto delle mie composizioni con la sua produzione immonda. La voce, che era ultra aggressiva all’incirca come su “La Sanie”, suona mlto male, è un naufragio totale. Credo che niente è più frustrante che lavorare su una dozzina di pezzi per mesi per poi farli scorreggiare in studio da un handicappato. Per me è il peggior lavoro dei Peste Noire, un brutto ricordo lontano.

 

Non ti voglio “psicanalizzare” ma i tuoi testi e il mood delle tue canzoni è pieno di tristezza, una tristezza che trova una via d’uscita nell’odio? È legato alla storia di Ludovico o si tratta solamente di un “personaggio” chiamato Famine de Valfunde?

È, o meglio, era, qualcosa di reale. Ero triste ed angosciato nel passato, soprattutto per quanto riguarda il futuro della Francia. Poi ho scoperto l’Ucraina.

La Francia è un paese di vecchie mezze seghe, in cui pochi hanno confiscato le ricchezze e che hanno consegnato passivamente il nostro paese ad un futuro cataclisma razziale che non dovranno in alcun modo affrontare. Se non ci sarà uno scontro vilento ed esplosivo, ci sarà un abbassamento catastrofico del QI (è già iniziat, nessuno vuole parlare di questo argomento ma tutti conoscono segretamente il motivo di questo repentino abbassamento del QI francese). L’Ucraina è un paese certamente povero ma etnicamente preservato ( seconda verità che non bisogna sicuramente dire; tutte le società bianche omogenee, anche se povere, vivono con una serenità, con una sicurezza ed un benessere mille vlte superiori a qualunque società multietnica, e ti parlo da un paese in guerra). L’Ucraina è ache un paese givane, con uno spirito molto più combattivo, mentre i francesi sono diventati dei trans. Di sicuro ci sono delle eccezioni, ci sono i Zouaves Paris (gruppo politico identitario, ndt) e vere e proprie rinascite di virilità qua e là, onore e rispetto per loro, ma ciò che voglio dire è che questo è davvero minoritario in confronto all’Ucraina, in cui tutto ciò vale praticamente per tutto il popolo. I militanti francesi danno ai giovani un piccolo desiderio di unirsi o di emularli. In Ucraina essere NS, nazionalisti, pagani, è una cosa da vincenti, è eleganza, i giovani vogliono essere così, le ragazze sono attirate da ciò, mentre l’estrema destra francese è amata quasi solo dai troll delle foreste o da vecchie donne problematiche.. Ancora una volta, sto generalizzand, ho militato con i ragazzi di Bastion Social ed onoro questi giovani che si sbattono per aiutare i francesi in difficoltà per prendere in cambio solo sputi dalla popolazione locale (eravamo in 9 contro 1000 manifestanti, bianchi, all’apertura della sezione di Bastion Social a Clermont, https://www.youtube.com/watch?v=sN3JRUa4ID8); inoltre la repressione della polizia e dello stato è inestimabile. Tuttavia restano microscopici in termini numerici. In Ucraina tutto mi ha ridato speranza; la gioventù, il suo numero, la sua motivazione, il suo livello negli sport di combattimento. Sette mesi che vivo qui e sono diventato straight-edge, ho perduto 15 chili, mi alleno tutti i giorni con dei ragazzi che mi spingono in alto.

 

 

Non te lo dico per vantarmi ma per spiegare che, pur essendo sempre stato impregnato della cultura da bistrot, non sono stato vinto da essa; quindi anche tu, piccolo francese da bar dalla pancia piena, puoi ottenere un corpo come il mio, simile a un dio Greco, se vieni in Ucraina non per scopare le troie ma per sudare tutto il tuo vino con i ragazzi dell’Azov o gli Hooligans della Dinamo Kiev. Eppure le mie radici sono in Francia e non potrei mai lasciare totalmente il mio paese. Adoro la Francia per il suo passato, il suo patrimonio, la sua storia, e amo l’Ucraina per il suo futuro. Vivere fra i due paesi è un buon compromesso. Inoltre, essendo su una linea paneuropea e non sciovinista, non ho le preoccupazioni che alcuni individui dalla mente chiusa vedono lì. Non mi sono sentito straniero un solo secondo in Ucraina. Quale francese può dire di non essersi mai sentito straniero in Francia?

Hai cambiato tutti i musicisti con “Balade cuntre lo anemi francor” nel 2009. Neige è uscito, così come Winterhalter (che suona con lui negli Alcest). Avete litigato a partire da quel periodo? Allontanandosi un po’ da “Folkfuck folie” questo album ritorna all’aspetto medievale di “La sanie”. Le melodie qui sono splendide, tanto quanto l’oscurità onnipresente. Le chitarre, a volte dissonanti, sono sempre più sorprendenti. Tu sei un eccellente chitarrista. Hai imparato lavrandoci? Puoi ricordarci quest’album? Qual era il suo scopo?

In effetti, Neige suona il basso su “Ballade”, aveva anche usato uno pseudonimo per non esporsi politicamente, che di per sé era nobile da parte sua, voglio dire: suonare solo per la musica e non per la gloria, senza farsi vedere. La storia di questo album è semplice; non sopportavo più il mio batterista, aveva preso i Pestenoire per gli Slayer o i Metallica e non la finiva mai di dirmi di depoliticizzare i Peste Noire per diventare mainstream e guadagnare soldi. Per prendermi del tempo, avevo creato un side-project senza nome, solo per gusto personale, molto tranquillamente da parte mia: l’album era stato composto in tre settimane e registrato in meno di una settimana da me medesim, come un demo. Era “Ballade”. Quando ho ascoltato l’album, trovavo che suonava ancora più Peste Noire dei due precedenti Peste oire. Quindi ho preso la decisione di non cambiare il nome del gruppo per quest’album ma di cambiare il batterista per i Peste Noire.

 

Ciò che è “divertente” con i Peste Noire è che, anche se siete nel mirino di alcuni (antifa ed altri), essi non vi possono attaccare sulla qualità della musica. Ho anche letto un “report” su internet relativo ad uno dei tuoi concerti, nel quale il ragazzo cercava di sparare a zero sugli altri gruppi ma non poteva fare altro che inclinarsi davanti alla vostra prestazione. Questo non ti fa ridere?

Quello che tu dici esiste ma penso che non dobbiamo esagerare perché nell’80% dei casi si verifica esattamente l’opposto: la gente si vendica delle idee attaccando la musica. Ciò è particolarmente eclatante con l’ultimo. Ho ascoltato ciò che è uscito nel 2018 e, con tutta la modestia possibile, restiamo al di sopra della massa, come un’Aquila Reale sopra i ratti. In futuro, l’ultimo album sarà rivisto al rialzo, non ho dubbi a riguardo, Oggi, “Folkfuck folie” e “L’Ordure” sono sacri, ma personalmente la cosa mi infastidisce perché quando sono usciti, essi erano stroncati molto violentemente; “L’Ordure” era stato paragonato ai Finntroll. All’epoca avevo preso male queste critiche, ma oggi che so che il 95% della scena Metal e Black Metal ha il QI di un criceto e sono i peggiori bargoni dal punto di vista estetico, la csa non mi tocca più. Come prendere sul serio i gusti di gente che si vestono da rangers e che si mettono le magliette troppo larghe? Lol. Penso che è veramente dura soddisfare i nostri ascoltatori oggi quando essi non attaccano per la musica ma per vendicarsi delle idee, si aspettano troppo da noi. I nostri fans sono delle vecchie troie frigide, hanno avuto troppi orgasmi ad ogni nostra uscita, e ora che le loro orecchie sono dilatate da chilometri di riffs sublimi, ci rimproverano di non farli godere. Abbiamo fatto maturare tutta la nuova scena francese, tutti mi copiano le idee, quindi chi è il Maestro? Chi è l’esperto? Siete voi o sono io? Se avessi un consiglio da dare ai miei fans, questo sarebbe: in primis suicidarvi, in secondo luogo, non giudicare un album dei Peste Noire se non 10 anni o più tardi, perché voi vivete, mangiate, sentite, giudicate le mie opere con un cervello arruginito che è datato al 1993, mentre io sono già nel 2088. Onestamente,  come pssiamo dire che i Peste Noire sono morti quando siamo ancora capaci di prdurre pezzi come “Aux Armes”, “Songe Viking”, “Aristocrasse” e “Domine”? A un certo punto bisogna smetterla con la droga.

 

 

“L’ordure a l’etat pur” è un condensato di odio nero. Alla sua uscita, nel 2011, ci si era sorpresi per la sua direzione, che lasciava le rive medievali dei precedenti per un’atmosfera più contemporanea, anche se l’obiettivo è chiaramente quello di sputare sulla modernità e sull’urbanità. Puoi parlarci di quest’album e del messaggio che cerca di fare passare? Musicalmente, l’alleanza fra il rame e le chitarre heavy/punk spacca! La line-up cambia ancora. Hai avuto difficoltà a mantenere i musicisti?

Sperimentare nuove forme e nuovi stili di sound implica cambiare i musicisti a volte. Ma la metà delle volte è la politica che mi impedisce di tenerli. La gente che ha una carriera professionale pubblica da portare avanti si scotta troppo violentemente con i Peste Noire, quindi presto o tardi si bruceranno da soldi. Per quanto riguarda l’album, lo considero come uno dei miei migliori. È il frutto dell’incontro fra le mie idee più folli e l’ingegnere del suono ideale. Puoi arrivare in studio con delle composizioni davvero folli ed avere della merda come risultato. La produzione fa il 40% del lavoro, soprattutto con il Black Metal dove l’atmosfera primeggia. Non solo il suono su “L’ordure” è un paradiso sonoro, un perfetto mix fra il punk, il vecchio Hard Rock ed il Black Metal, ma ogni volta che proponevo un’idea totalmente ardita, i ragazzi mi rispondevano “sì, è possibile”, come Hassan Cehef nello skecth de “Les Nuls”, e hop, la materializzavano. Una delle mie migliori esperienze.

 

Dopo una riedizione dei demo del gruppo nel 2012, avete fatto uscire l’eponimo Peste Noire nel 2013, sempre con Audrey alla voce (già presente da “Ballade”) ed Ardraos alla batteria (CHargne, Suhnopfer). È, da quanto so, la prima volta che sentiamo dei beats programmati nei Peste Noire, no? Quest’album è di una grande diversità, con parti strumentali davvero originali, cn questo canto che usi da allora, a cavallo fra il Black Metal ed il Rap rurale. Il tuo songwriting si è evoluto ache verso un tono più crudo, è dovuto all’influenza del Rap? Cosa pensi di questo album?

 

Sì, è chiaramente dovuto all’influenza del rap. Amo molto l’atmosfera di quest’album perché puzza dell’Alvergna più profoda, con una produzione da punkabbestia, al suono di spazzatura arruginita. È un album che suona come un demo, adoro questo genere di approccio.

 

Che cosa ti ha fatto lasciare a Provenza per l’Alvergna?

Il clima, la vegetazione, la solitudine volontaria. Avevo bisogno di immergermi in un ambiente nrdico ed oscuro, sono stato servito. I dintorni della Chaise-Dieu sono glaciali, vuoti, popolati da grandi foreste di abeti, tutti i villaggi sono mort, chiusi, in vendita, in rovina. E non risale ai giorni nostri. Nel 19simo secolo, Georges Sand ne faceva una descrizione estremamente sinistra. Nel 1931, Henri Pourrat in “Faspar des montagnes”, descriveva così la zona in cui si trova casa mia: “Ci sono luoghi nei quali il sole sembra non essere passato da un sacco di anni: è buio, è nero, è la morte”. Dato che ho passato un inverno completo in Ucraina, posso anche assicurarti che in termini di temperatura fa molto più caldo qui che a Chaise-Dieu, dove può nevicare a maggio. È piuttosto divertente perché avevo ricevuto il cantante dei Temnozor a Chaise Dieu, che viene dalla Siberia, ed è rimasto scioccato per la durezza del clima. Era il luogo perfetto per comporre “Peste Noire” e “La Chaise-Dyable”, e lo sarà probabilmente per altri album in futuro.

 

Segue nel 2014 l’eccellente split con Diapsiquir “Rat des Villes / Rat des CHamps”. Si trova un immenso pezzo dei Peste Noire, “Dans ma nuit”, un vero capolavoro. Cosa pensi di questo split col senno di poi, e cosa pensi dei Diapsiquir?

La versione di “Dans ma nuit” è più cruda e potente su questo split che su La Chaise-Dyable, puà barboneggiante nel buon senso del termine, ma la voce è troppo annegata, questo perché avevo ri-registrato la traccia. La traccia di Diapsiquir è buona ma la loro produzione orribile.

Per quanto riguarda Diapsiquir, adoro “Anti” ma il loro ultimo album, se si esclude un pezzo, è una merda senza nome. “Anti” è stato un capolavoro, hanno trovato il nome perfetto per il successore chiamandolo “180 degres”.

 

“La Chaise Dyable” esce nel 2015 ed inizia un vero gioco al massacro dei “critici musicali” autoproclamati, i quali decidono che i Peste Noire sono morti. A caso, sei accusato di essere diventato volgare e di essere ripetitivo musicalmente. Personalmente non è affatto la mia opinione perché io trovo questo album perfetto così com’è, oltre che sensato nel vostro cammino evolutivo. “Le dernier Putsch” è una meraviglia, e l’album contiene in esso una melanconia contagiosa ed i primi germi più esplicitamente rap che troveremo in misura molto maggiore sull’ultimo album. Come vedi questo album?

Sinceramente, me ne fotto. Quel che è fatto è fatto. Potrei forse tornare indietro fra dieci anni. Penso che “Le Dernier putsch” “A la Chaise-Dyable” e “Dans ma nuit” sono delle bombe atomiche, ma il resto avrebbe potuto suoare meglio con una produzione più adatta e degli arrangiamenti diversi. Per quanto riguarda il fatto che i Peste Noire muoiono ad ogni album, è strano morire facendo sempre più visualizzazioni e vendite, ma se questo è morire, bene, continuerò a suicidarmi.

 

2018: Peste Noire / Peste Noire, lo split. Te lo dico francamente: io lo considero come il vostro miglior album ad oggi, stavo aspettando molto impazientemente quello che hai fatto sul lato B del disco, questo perfetto ed incredibile mix di Rap, canzone francese e Black Metal. Ne abbiamo parlato via email all’epoca di “Peste Noire” e questo già ti girava in testa. Da dove deriva il tuo gusto per il rap? Quali artisti apprezzi di questo genere? Ho pensato a Booba, Seth Gueko.. Ci sono andato vicino?

Seth Gueko no, a parte la sua canzone “Demarrer”. Booba, solo per “Ouest Side”. Adoro ancora il suo stile, ma musicalmente dopo “Ouest Side” è troppo disturbante.

In questo periodo ascolto molto il rapper tedesco Gzuz ed i pezzi più aggressivi di 6ix9ine, più un sacc di rap slavo, per la boxe e lo sport è il massimo. Il mio gusto per il rap mi è venuto ad Avignon, la città più pericolosa della franca in quel momento secondo le statistiche, perché questa musica rifletteva il mondo che vivevo quotidianamente. La parte rap dell’album, chiamata “degenerata”, era pronta da tre anni; ho avuto molti problemi per l’uscita dell’album ed il mio principale rimpianto è non averlo fatto uscire prima, perché i pezzi black/trap avrebbero avuto un impatto più rivoluzionario tre anni fa. Inoltre, il fatto che il rap sia una musica totalmente attuale ed utilizzi un campo lessicale nuovo e modi di parlare più insoliti rigenera la poesia francese. Tutto quello che poteva essere fatto di bello con le parole antiche è già stato fatto. Apprezzo la libertà, la maleabilità e la franchezza che il rap porta alla lingua francese. Quanto a quello che affermano che è anti-tradizionale ed anti-europeo, il grafico di Militant Zone mi ha fatto ricordare che le battaglie del rap esistevano già nei concorsi di poesia vichinga, dove bisognava improvvisare un testo oralmente per sbeffeggiare l’avversario, qualcosa che troviamo anche, in un certo modo, fra i trvatori francesi in quelle che chiamavamo “Puys”, città dove si praticavano dei concorsi di poesia orale.

 

Questo ultimo album è una coproduzione fra la tua lbel, La mesnie Herlequine, e la label russo-ucraina Militant Zone. Come sei arrivato a collaborare con loro? Quale visione vi avvicina?

Nel 2006 pensavo di inventare il termine “Hooligan black metal” perché non avevo mai ascoltato i Grand Belial’s Key e non sapevo che l’avevano inventato prima di me. Non amo particolarmente il calcio ma per me gli hooligans est-europei sono i nuovi arditi. L’Ucraina mi sa che è l’unico paese dove il Black Metal entra davvero nell’ambiente hooligan, in parte grazie alla Militant Zone. Dal debutto dei Peste Noire, ho sempre difeso la visione di un Black Metal che deve incarnarsi nel reale, mescolando arte e violenza cme i trovatori mescolavano l’uso delle armi con la pratica della poesia. ALexey dei M8l8th ha al suo attivo alcune “deviazioni” (omicidi), è un poeta ed un militare professionista; in termini di credenziali da strada, credo che si possa difficilmente fare meglio.

Le persone si arrabbiano davanti al clip di “Dernier Putsch” ma i kalashnikov sono veri, e i ragazzi che li hanno in mano sanno usarli, diversamente dai rapper nei loro videoclips.. Anche la grafica di Militant Zone è pazzesca. Quindi non posso soffermarmi su ciò che riguarda la sfera privata, ma la crew M8l8th / Militant Zone mi ha tolto dalla merda diverse volte quando ero lì. Sono persone leali e fidate, e parlo per esperienza.

 

Il miglior album dei Peste Noire?

I demo.

 

I tuoi scrittori preferiti?

Io.

 

Il 26 Gennaio a Colmar, Dunkel dei Sale Freux, gruppo che hai lanciato con la tua label “La mesnie Herlequin”, ha bruciato una t-shirt dei Peste Noire sul palco, lanciandoa al pubblico dicendo “Non siamo dei fascisti!”. La tua reazione?

Comincerò dicendo che quando l’avevo rosterato nel 2013, era un nazionalista francese fatto e finito, ma mi sono accorto presto che era più stupido di una scopa, e avevo preso le distanze da lui verso il 2014, quindi di che cosa vogliamo parlare? Questo figlio di puttana ha recuperato tutti i temi della mia musica. Ho detto “figlio di puttana” ma avrei dovuto dire “figlio del Signore” perché l’ho creato io. Senza i Peste Noire, Sale Freux no esisterebbe neanche. Devo ancora avere da qualche parte le lettere d’amore che mi scriveva nel 2010, alle quali non rispndevo. Allora piuttosto che bruciare una t-shirt, invito chiunue sia in cotatto con quell’ingoia-sborra a proporgli un combattimento filmato.

 

In realtà so in anticipo che questa grassa sacca di vino che ha la prestanza fisica di un pesce fuori dall’acqua rifiuterà; ma il suo rifiuto renderà ancora più ridicolo il fatto che ha bruciato una t-shirt, dato che sa che non può andare oltre. Entrerò così nella pura tradizione di combattimento francese che fa molto rumore ma che in realtà non ha mai luogo (Soral/Raptor, Kaaris/Booba).

 

Una parola ai tuoi detrattori?

Grazie. Se, da un punto di vista fattuale, siamo uno dei gruppi Black Metal che fa più visualizzazioni su youtube, per motivi politici, quasi nessun altro media è autorizzato a parlare di noi (e comunque, grazie per aver avuto questo coraggio). Noi siamo come Voldemort: quello del quale non si deve dire il nome. Ma gli unici che continuano a pubblicizzarci parlando ossessivamente di noi, condividono la copertina dell’ultimo disco ovunque perché loro sono diversi, sono proprio i nostri detrattori; e proprio per questo, io devo loro un grande grazie! Avanti Peste Noire, la gente pagaper avere la pubblicità. Per noi gli antifa si prostituiscono gratuitamente.

 

Ti rifaccio l’offerta che ti avevo fatto nel 2015; se ti interessa amerei lavorare con te su un libro dei Peste Noire e credo che ci sarebbe molto materiale! Che cosa ne dici?

Se vuoi, ne parliamo quando avrò 90 anni. Per il momento, spazio alla musica.

 

Grazie Famine.

Grazie a te.

 

Fonte: https://www.webzinelescribedurock.com/2019/03/interview-avec-famine-de-peste-noire-depuis-kiev.html

Il segreto di Trump per la vittoria nel 2020: gli elettori ispanici (fonte: Osservatorioreputtlicano)

Secondo POLITICO, è in crescita il consenso di Trump tra gli ispanici. L’economia americana viaggia e sotto di lui il tasso di disoccupazione tra i Latinos è sceso al minimo storico. Oggi 2/3 degli americani di origine ispanica sono nati sul suolo statunitense e sono meno legati alla questione migratoria rispetto al passato. L’approvazione del lavoro del Presidente tra loro è cresciuta, secondo alcuni sondaggi, tra il 40% (massimo) e il 32%: al momento, questo tasso potrebbe verosimilmente attestarsi al 35-36%.

Un ottimo risultato per Trump ed il GOP visto che, all’indomani delle Presidenziali del 2016, si pensava prendesse solamente il 18% del voto dei latinos (in realtà alla fine prese il 28%). Se gli ispanici americani continueranno a dimostratre una crescente approvazione verso Trump, questi potrebbe essere sul punto di eguagliare o superare il 40% conseguito da George W. Bush nel 2004.

Può essere un duro colpo per un Partito Democratico che ha proiettato tutto il suo futuro e la sua base elettorale sulle minoranze: nella convinzione che – dato che il quadro demografico dell’America sta effettivamente cambiando – l’ideale liberal della “coalizione multirazziale”, in grado di prendersi tutti i voti delle minoranze (che sono in crescita demografica) potesse far giocare il cambiamento demografico a suo favore. Ma ora potrebbe ritrovarsi a perdere.

Quelle del 2020 saranno le prime elezioni americane in cui gli ispanici costituiranno la più grande minoranza etnica o razzialedell’elettorato, secondo il Pew Research CenterPew stima che 32 milioni di ispanici avranno diritto al voto: ben 2 milioni in più degli elettori neri ed oltre il 13% dell’elettorato.

Se Trump riuscirà a migliorare la sua approvazione tra gli ispanici anche solo di 12 punti percentuali rispetto ai numeri del 2016(arrivando così al 40%, la quota Bush Jr.) con il crescere dell’elettorato ispanico, FloridaArizonaGeorgia e Carolina del Nord sarebbero fuori dai giochi per i democratici, che avrebbero così bisogno di riprendersi Michigan, Pennsylvania e Wisconsin per raggiungere i 270 voti necessari a vincere il collegio elettorale e la Casa Bianca. Ma, allo stesso tempo, quell’incremento di 12 punti darebbe a Trump una chiara possibilità di vincere anche in Coloradoed in Nevada, Stati in cui gli elettori ispanici rappresentano ben oltre il 10% dell’elettorato (20,7% nel Colorado e 16,8% in Nevada) e dove la Clinton vinse di soli 5 punti percentuali o meno nel 2016.

E se il percorso democratico verso la presidenza sembra duro senza un sostegno ispanico travolgente, il controllo del Senato sembra quasi impossibile. Qualsiasi scenario realistico per ottenere i 3 seggi necessari (4 se si contasse la rielezione del vice-presidente Mike Pence), richiederebbe che i Democratici riuscissero a sconfiggere almeno i senatori repubblicani, in corsa per la riconferma, Cory Gardner in Colorado e Martha McSally in Arizona. Entrambi gli Stati hanno un elettorato ispanico superiore alla media nazionale. Gardner vinse il suo seggio nel 2014, dividendo a metà il voto ispanico. McSally, che è stata appena nominata per coprire il seggio senatorio lasciato vacante alla morte di John McCain, aveva perso per poco la sua corsa del 2018 contro Kyrsten Sinema, vincendo però il 30% del voto ispanico nel suo Stato. Qualsiasi miglioramento nel consenso tra gli ispanici dei repubblicani potrebbe facilmente riportare Gardner e McSally al Senato e lasciare così i democratici ancora in minoranza.

Fonte: https://osservatorerepubblicano.com/2019/03/01/il-segreto-di-trump-per-la-vittoria-nel-2020-gli-elettori-ispanici/

Blexit – The Black Exit from the Democratic Party

Ad Ottobre 2018 è nato Blexit, “The Black Exit from the Democratic Party”, un movimento fondato dalla giornalista conservatrice di colore Candace Owens.

“Per decenni la comunità nera americana è stata parte di una relazione usurpatrice con il Partito Democratico. La nostra fedeltà alla Sinistra andava di pari passo con la nostra errata credenza che maggiore intervento statale avrebbe risolto i nostri problemi, in realtà ha portato al collasso delle nostre famiglie, delle nostre comunità e anche del nostro futuro. I media hanno da sempre distratto la nostra attenzione, nel 2016 infatti si sono concentrati principalmente su 16 neri disarmati uccisi dalla polizia e non su 330.000 bambini neri abortiti ogni anno, oppure sui figli degli immigrati clandestini e non sul problema delle ragazze madri nella comunità nera, una tragedia incoraggiata dai programmi di welfare. L’investimento sulle nostre scarse condizioni sociali consente ai democratici di essere votati in massa dalla comunità nera.” Così ha parlato la fondatrice intervistata da Breitbart.

Il movimento punta quindi molto sul riscatto sociale della comunità nera tramite i valori fondanti degli Stati Uniti come ad esempio la libertà del singolo individuo, il capitalismo e la famiglia tradizionale.
Spesso Candace Owens ha sottolineato come i programmi di Welfare, ottime promesse elettorali di una certa parte politica, hanno solo aumentato i problemi delle comunità più povere d’America.

Ad esempio, la percentuale delle madri single è aumentata dal 25% nel 1965 al 74% oggi, come sostengono anche numerosi studi dell’Heritage Foundation (utilizzando i dati delle agenzie federali).
Non è un caso che nel 1964 iniziò uno dei programmi di Welfare più espansionistici di sempre, con la cosiddetta “guerra alla povertà” (war on poverty”) iniziata con l’ “economic opportunity act” siglato dal presidente democratico Lyndon B. Johnson.

A questo risveglio della comunità nera d’America – stufa di essere vista semplicemente come un bacino elettorale del partito democratico – partecipa pure Kanye West, che ha contribuito al disegno del logo del movimento.

Fonte:

Giancarlo Pagliarini su Europa, Federalismo e 5 stelle (congresso federale di Grande Nord, Milano, 17/02/2019)

Ovvio che non potevo non venire qua a dare il mio saluto a Grande Nord, anche perché ho trovato un sacco di vecchi amici. La prima persona che ho conosciuto in Lega era proprio Luigi Negri, e me lo ricordo quando diceva “Roma ladrona, la Lega non perdona”. Ecco, era valido allora ma è valido anche oggi, è valido più che mai, assolutamente. Adesso io velocemente vi voglio parlare di tre cose no? Dell’Europa, e spero di non ricevere dei pomodori in faccia, del federalismo e dei 5 stelle. Cominciamo con l’Europa. L’Europa, io mi ricordo quando ero in Lega che ogni tanto anche Umberto Bossi ne diceva sull’Europa no? Io arrivavo subito a dire “no, momento, calma, Bruxelles magari ci rompe un po’ le scatole, ma Roma mi toglie anche l’aria che respiro. Bruxelles è meglio di Roma, io ne sono assolutamente convinto di questo. Mi spiace ma.. Quindi poi è assolutamente fondamentale che si abbia un’Europa forte perché nel gioco internazionale comandano quelli forti; Stati Uniti, Cina, Russia. L’Europa non parla mai con una sola voce, quindi è necessario avere un’Europa forte, ma per avere un’Europa forte, signori, è necessario eliminare i vecchi stati-nazione. I vecchi stati-nazione son quelli che bloccano l’Europa, sono quelli che hanno fatto le due guerre mondiali. Non ci sono santi. Quello che bisognerebbe avere è l’Europa della Sicilia, della Catalogna, del Veneto, della Baviera: piccoli che hanno bisogno di un’Europa forte e non in grado di combinare guai. Uno stato nazione ha il suo egoismo, ha la sua storia, non vuole cedere sovranità, al risultato pratico l’Europa non parte. Io sono convintissimo che è necessario avere un’Europa forte, e per questo teniamo nella cultura, nelle tradizioni, nei ricordi gli stati nazione, ma dobbiamo fare l’Europa dei Popoli. Di questo sono convintissimo.

Poi passiamo al federalismo, ne ho sentito parlare prima. Per me è veramente fondamentale, ma ricordiamoci che federalismo non è qualche euro in più o qualche euro in meno, federalismo è un modo di intendere la politica o anche la vita addirittura. Federalismo è diversi che lavorano assieme per un obiettivo comune. È questo il federalismo. Infatti la costituzione svizzera non comincia con l’articolo 1, comincia con 5 premesse, una delle 5 premesse è “noi siamo diversi, e vogliamo lavorare insieme per trasferire ai nostri figli un sistema paese che funzioni e che sia una patria sentita da tutti”. Ecco, questi diversi che lavorano assieme, è chiaro che lo svizzero di Interlacken è diverso da uno svizzero del Canton Ticino no? Così come lo svizzero di destra è diverso da uno svizzero di sinistra. Il principio è “diversi che lavorano assieme” così si sentono i pareri di tutti, ognuno fa dei passi indietro e si trova qualcosa che vada bene per tutti, per costruire un obiettivo comune. Da questo punto di vista, se ci pensate bene, il governo di adesso è un governo federale. Non c’è niente di più diverso della Lega e dei 5Stelle. Diversi, che lavorano assieme. Il problema è, lavorano assieme per costruire un paese che funzioni, o, purtroppo, come mi sembra, lavorano assieme per gestire il potere? Purtroppo la mia impressione è che lavorano assieme per gestire il potere, e non per costruire un sistema paese che funzioni. Sul federalismo se ne parla tanto, io vabeh, quando ho smesso di fare politica, con due assistiti di Miglio, ho costruito l’associazione per la riforma federale, no? Articolo 3 della costituzione svizzera: sovranità. La sovranità è degli enti territoriali, la sovranità, in quel caso, è dei Cantoni. Lo stato centrale non ha nessuna sovranità. Lo stato centrale è al servizio degli enti territoriali e svolge i compiti che gli enti territoriali gli delegano. È questo il federalismo. Il risultato pratico, scusate, la Svizzera è grande il doppio della Lombardia, più o meno abbiamo gli stessi abitanti, io il confronto Svizzera-Lombardia lo faccio, se permettete, eh? Lì si vive meglio e qui si vive peggio. Qual è il motivo? O perché loro hanno una costituzione federale, oppure, qualcuno mi dice, perché la Lombardia è in Italia. Io questa seconda cosa la escludo. Vivono meglio perché hanno un’organizzazione federale. E allora perché non copiamo qualcosa, santo cielo no? Soprattutto trasportando la sovranità agli enti territoriali, che devono lavorare assieme per costruire un sistema paese che funzioni. Il World Economic Forum pubblica ogni anno la classifica di competitività ed essere competitivi, signori, vuol dire non avere problemi di pensione, vuol dire aver lavoro, vuol dire avere ordine, e la Svizzera è da 9 anni che è al primo posto della classifica di competitività. Quindi, c’è qualcosa che funziona, non è che son dei fenomeni, è che sono organizzati bene. Il problema del nostro paese è che è organizzato male. Vale anche per le aziende. Un’azienda che è organizzata male.. è inutile cambiare direttore generale, azionisti, fare aumento di capitale, è necessario cambiare l’organizzazione, e lo stesso vale per uno stato. Il nostro stato, così centralista, non può funzionare, è fuori dalla storia, non ha senso. E qui si arriva, no, se volete io sulla Svizzera ne devo dire un’altra. Il presidente della repubblica svizzera, che sarebbe il nostro Mattarella no? È uno dei sette ministri, dura un anno, è a rotazione, e svolge contemporaneamente il compito di ministro e presidente della repubblica. Eh, voglio dire, senza i corazzieri e senza i pennacchi. Lì si lavora, hanno fatto tre volte il referendum per dire che i ministri devono essere eletti dai cittadini, e questo referendum è stato bocciato 3 volte. I ministri li nominano le camere unite. E perché l’hanno bocciato? Perché basta con le campagne elettorali, santo cielo, abbiano nominato il parlamento, nominino loro i ministri, cioè, meno politica, più robe pratiche, più concretezza, ecco, questo è il federalismo.

L’ultima roba di cui volevo parlarvi velocemente è i 5Stelle; siccome chi mi conosce sa che non ho mai parlato male di nessuno, non ne parlo male nemmeno adesso, però la mia impressione è che stiano veramente esagerando. Il mio punto è che se davvero bloccano, cercano di bloccare anche l’autonomia, santo cielo, che cosa ci stiamo a fare giù a Roma, non ha mica senso. Io ho letto sul corriere, mi ha fatto piacere, che Giorgietti ha detto: se si blocca anche questa roba, non mi ricordo bene, o salta il governo o mi dimetto io, spero che lo faccia davvero perché non è la soluzione questa roba di avere più autonomia, ma va nella direzione giusta. Vuol dire cominciare a dare più responsabilità ai soggetti residenti e meno a questo stato centrale che meno cose fa meglio è per tutti.

Fonte: da da 1:06:20

Intervento di Angelo Alessandri (Candidato alla Presidenza della Regione Emilia Romagna) al congresso federale di Grande Nord (Milano, 17/02/2019)

Io credo che un popolo arriva a un punto di non ritorno. Nel 96 abbiamo giurato che era il momento di dire basta allo stato centralista. E quando una persona giura tendenzialmente, mi hanno insegnato mio padre e mio nonno, quel giuramento è sacro. Hai giurato di fronte a tuo figlio, hai giurato di fronte al tuo popolo. Chi non rispetta i giuramenti è un traditore, non ci sono altre definizioni. Io credo che la misura di una persona si misura da quanto rispetta i giuramenti, da quanto è coerente e da quanto difende casa sua. Ho sempre ritenuto e l’ho sempre detto, ci sono dei motivi per andare in galera, per morire, per rischiare tutto, uno di questi è lottare per casa tua. Io ricordavo l’altra sera, mio padre e mio nonno mi hanno consegnato un territorio bellissimo. L’Emilia di 30 anni fa era una cosa fantastica. Era una comunità, erano valori, era una bella terra. C’era il lavoro prima di tutto, non un cazzo di reddito di nullafacenza, ma c’era la voglia di lavorare, c’era la voglia di investire, di costruire. Abbiamo lottato contro Roma, non abbiamo ancora vinto, e i nostri figli, a cui abbiamo consegnato il percorso, hanno pensato di fare la scorciatoia, cioè andare a fare quello che diceva prima Davide. Si son messi le toghe, hanno venduto lo strumento di difesa e di lotta del Nord a Roma, e per 30 denari pensano di aver vinto. Come Giuda si impiccheranno. Perché questa è la fine che fanno i traditori. Aggiungo che quando sarà il momento, perché qua oggi non parte solo il congresso programmatico di un partito, qui io credo sia molto di più. Qui c’è un popolo che ha deciso di non arrendersi, qui c’è un popolo che sta mandando un messaggio a Roma: siamo qua ancora, non li avete comprati tutti. Siamo ancora in battaglia. Rullano i tamburi, sento le zampogne, sento la voglia di reagire, sento un popolo che torna, e questa volta quando torna non veniamo più a trattare a Roma. Questa volta vi facciamo un culo così. Perché è quello che dobbiamo fare. Certo è che il tradimento ci obbliga a dover ricominciare da capo. Certo è che quel tradimento ci obbliga a dover ridare fiducia alla nostra gente. È un lavoro immane, immenso, ma non era facile prima, non lo sarà dopo. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato semplice. Dicono “voi secessionisti siete antichi”, loro che si son venduti a Roma sono moderni. Credo che loro siano semplicemente dei venduti, e noi siamo il futuro, perché come diceva Negri, non ci siamo dimenticati il passato. Noi abbiam ben presente chi siamo, e abbiamo le radici. Ricordo sempre la figura di Anteo. Ercole va e lo uccide, come lo uccide? Anteo era il figlio della Terra, e ogni volta che provavi a colpirlo la madre Terra continuava a rigenerarlo. Ercole capisce questo, lo alza di peso, lo sradica e poi lo uccide. Noi siamo Anteo. Se rimaniamo con i piedi ancorati per terra e non perdiamo le nostre radici, la nostra madre terra Padania non ci potrà mai far perdere. Nessun Ercole romano riuscirà mai a sradicarci e a ucciderci. Se perdiamo la cognizione delle nostre radici invece, Roma, come ha sempre fatto, continua a tagliarci la testa. Io mi candido a governatore dell’Emilia Romagna, l’ho detto e qua oggi lo ripeto, con un solo punto all’ordine del giorno. Guardate, il programma che avrò sarà solo uno. Noi regaliamo da 70 anni circa, oggi sono 20 miliardi, ma in proporzione son sempre gli stessi, che diamo continuamente a Roma e Roma se li pappa, e non ci torna mai indietro niente. Io credo che sia finito, lo diceva prima Davide, superata l’autonomia proviamo la strada federale e confederale. Ma sono convinto che ci voglia lo strappo, perché senza lo strappo le coscienze e la voglia di lottare non ritornano. Ora se dovessi vincere, e tocca agli Emiliano romagnoli, e dovessi diventare governatore, lo giuro di fronte alla platea di Grande Nord, perché questo è un giuramento, l’ho già detto anche a mio figlio e quindi sono sereno e preparato, i 20 miliardi di Euro io a Roma non glieli do più. Me li tengo, li teniamo e a quel punto manderanno, magari per farmi un piacere, il generale Pino ad arrestarmi, perché questo voglio, io voglio essere arrestato, voglio andare nelle patrie galere, magari se posso chiedo di andare in Catalogna insieme ai fratelli catalani, perché è quel momento in cui noi dovremo mettere di fronte la nostra gente ad una responsabilità. Vogliamo costruire il futuro o vogliamo morire in agonia con Roma? E la scelta deve essere fatta in un certo momento. E questa cosa dev’essere un motivo di scatenamento di ragionamento anche per gli Zaia, i Fedriga, i Fugatti, i Fontana, cosa cazzo vogliamo fare di questa terra? Noi siamo i figli della Terra, e i figli della Terra non si possono uccidere, se hanno la determinazione di non farsi sradicare. Io da oggi torno a mettermi nei due diti medi l’anello. Vaffanculo Italia, siamo tornati.

Fonte: (a partire da 3.27.54)

https://www.youtube.com/watch?v=KpzJr1PWKu0&t=12608s

Non è vero che in carcere finiscono solo i poveracci (Mauro Leonardi, 23 02 19)

Vanno dietro le sbarre politici, imprenditori e banchieri che mai avevano pensato di condurre una vita contro la legge. E la prigione può essere anche lo sbocco di una carriera rivolta al bene.

Diversamente dalla vulgata per cui “in carcere in Italia non ci va nessuno tranne i poveracci” finire in carcere in Italia è, oggi come oggi, relativamente facile. Lo insegna la vicenda di Roberto Formigoni come quella di tanti altri. La prima impressione che mi regalò il carcere di Rebibbia quando cominciai a frequentarlo da cappellano, fu quella di comprendere una frase di Papa Francesco che mi aveva sempre sorpreso. Fin dagli inizi del suo pontificato, all’entrare in un carcere il vescovo di Roma diceva “ogni volta che entro in un carcere mi domando perché loro e non io”.

Fino al mio arrivo a Rebibbia, questa espressione mi sembrava una frase retorica, una forzatura: “come perché loro sì e io no? esclamavo silenzioso dentro di me: è evidente! Loro hanno commesso dei delitti e io no”. Ma frequentare il più grande carcere d’Italia mi ha aperto gli occhi.

Un po’ colpevoli e un po’ innocenti – In prigione ci sono tanti colpevoli che scontano giustamente la loro pena e ci sono anche degli innocenti ma, soprattutto, ci sono tantissimi che sono un po’ colpevoli e un po’ innocenti. Persone che hanno compiuto dei delitti perché coinvolti in ambienti, in “giri”, in modi di fare, che rendono estremamente difficile non infrangere la legge. Senza arrivare al caso estremo dei figli dei mafiosi, è sufficiente pensare a un pizzaiolo che vive in un quartiere malavitoso e che, assistendo a una rissa con omicidio vicino al suo locale, per legge di strada e per paura, non vuole rivelare i nomi dei protagonisti.

Un ragionamento simile vale anche per i nomi eccellenti, per persone che hanno fatto tanto nel campo della politica, dell’edilizia, della finanza, delle banche. Sono pensieri che mi vengono alla mente leggendo della condanna a 5 anni e 10 mesi a Roberto Formigoni, che entra nel carcere di Bollate a 72 anni, a piedi e vestito con un cappotto scuro. Ci sono state delle veglie di preghiera perché il giudizio in Cassazione cambiasse, ci sono le dichiarazioni degli amici convinti della sua innocenza, ci sono politici importanti quali Sala e Berlusconi pronti a dargli tutta la loro solidarietà umana; e ci sono però anche resoconti giornalistici difficili da leggere che parlano del “delinquente” Formigoni come se al carcere di Bollate entrassero Totò Riina o Cesare Battisti.

Una realtà nuova – L’assoluta novità alla quale sto alludendo è quella che per cui oggi, in Italia, finiscono in carcere anche persone che mai e poi mai avevano pensato di condurre una vita contro la legge. Chi iscrive la propria vita “al lavoro” del mafioso, del trafficante d’armi, dello spacciatore, del rapinatore è doveroso che immagini la possibilità di trascorrere parte della vita, o tutta la vita, in carcere. Ma oggi in Italia siamo di fronte a una realtà nuova. Oggi, in Italia, il carcere è un concreto esito esistenziale anche per il politico, per l’imprenditore, per il finanziere, per il banchiere, per il professionista. E aggiungo: per il giornalista, per l’insegnante, per il professore, per il medico, per il prete.

Sto pensando a carriere professionali che certamente vengono intraprese non al fine di delinquere ma al fine di lavorare per il bene, per migliorare la società, oltre che, certamente, anche il proprio tenore di vita. Mi colpisce il caso di Concita De Gregorio che in carcere non c’è finita, è vero, ma per colpa delle cause che hanno colpito L’Unità quando lei era il direttore, ora si trova con casa pignorata e cinque milioni da pagare per risarcimento danni. Non sto mettendo in dubbio la sentenza che condanna Formigoni, sto cercando di dire che in questo momento nel nostro paese c’è qualcosa che non funziona. Oggi come oggi, l’unico modo che hai in Italia per essere certo di non correre mai il rischio di finire in carcere non è solo il proposito di non delinquere mai ma anche quello di svolgere molte professioni a livello mediocre. Perché se vuoi impegnarti, rischiare, se vuoi cambiare in meglio le cose, devi mettere in conto che sarai chiamato ad essere un eroe. Quando, se fossimo in una società normale, per avere gli stessi risultati dovremmo semplicemente essere delle persone coscienziose.

Fonte: http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/non-e-vero-che-in-carcere-finiscono-solo-i-poveracci