COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE – Ryan McMaken – 12/04/19

Al pdf linkato o, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione integrale di questo interessante articolo di Ryan McMaken scritto qualche mese fa per il sito del Mises Institute. Buona lettura agli interessati.


COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE – Ryan McMaken – 12/04/19

 

COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE.

Sta diventando sempre più evidente che gli USA non saranno gli stessi di prima dopo che Donald Trump lascerà la carica, ed è facile immaginare che i partiti anti-Trump useranno il loro ritorno al potere come un’opportunità di regolare i conti con gli odiati campagnoli e “deplorevoli” che hanno osato tentare di opporsi alle loro elites di Washington DC, della California e di New York.

Questo conflitto in corso potrà manifestarsi nella guerra culturale attraverso ulteriori attacchi alle persone che prendono sul serio la loro fede religiosa, oltre che su quello che condividono una qualche opinione sociale che non è popolare fra i laureati dei maggiori centri urbani. Il Primo Emendamento sarà in pericolo come mai prima d’ora; sia la libertà religiosa che la libertà di pensiero saranno viste come un veicolo di “odio”. Certamente anche il Secondo Emendamento sarà appeso ad un filo.

Ma sarà ancora più pericoloso il ritorno del Deep State ad una posizione privilegiata dalla quasi totale assenza di opposizione da parte dei funzionari eletti nel governo civile. La CIA e l’FBI faranno di tutto per assicurarsi che gli elettori non possano pià eleggere chi non riceva l’endorsement esplicito della “comunità” dell’intelligence americana. Il Quarto Emendamento sarà abolito, così la NSA ed i suoi amici potranno spiare impunemente ogni americano. L’FBI e la CIA saranno più libere di combinare l’uso della sorveglianza ed le fughe di notizie per distruggere gli avversari. Chiunque dissenta dalla guerra del deep state, che siano contro gli Americani o gli stranieri, sarà denunciato come un collaborazionista di potenze straniere.

Questi scenari potrebbero sembrare eccessivamente radicali, ma la radicalità della situazione è chiara dal fatto che Trump, che è solo un oppositore molto moderato dello status quo, ha ricevuto un’opposizione così isterica. In fondo, Trump non ha smantellato il sistema di welfare. Non ha ridotto, né evitato di far crescere, il budget militare. Le sue battaglie con il deep state sono state basate in gran parte su istanze politiche, e nemmeno su quelle più controverse. Per esempio Trump si è schierato con lo stato di sorveglianza in questioni come la persecuzione di Edward Snowden.

I suoi “peccati” consistono soltanto nella sua mancanza di entusiasmo per le attuali istanze del centro sinistra verso una politica per un’identità sempre più debole. Inoltre, cosa più importante, non è stato abbastanza propenso ad iniziare ulteriori guerre, espandere la NATO e spingere i Russi verso la Terza Guerra Mondiale.

Anche per questi scostamenti secondari, così ci viene detto, deve essere distrutto. Quindi, possiamo indovinare come sarà l’agenda una volta che Trump sarà fuori dai giochi. Sembra non essere né mite né moderata.

E quindi? In questa situazione metà della nazione, gran parte di cui coincide con la metà che si autodefinisce “Stati rossi d’America” (dal colore rosso del Partito Repubblicano), potrebbe considerarsi come conquistata, indebolita ed inascoltata. Questa è una ricetta per la guerra civile.

L’esigenza della Separazione.

Ma come possiamo agire ora per minimizzare i danni che questa polarizzazione probabilmente causerà? La risposta è nella maggiore decentralizzazione e nell’autonomia locale. Ma finchè la maggioranza degli Americani sarà schiava della nozione autoritaria che gli USA sono “una nazione indivisibile” non ci sarà alcuna risposta ai problemi di una regione potente (o un partito) che esercita un potere incontrastato su una minoranza.

Molti conservatori affermano ingenuamente che la Costituzione e la “regola della legge” proteggerà le minoranze in questa situazione. Ma le loro teorie sono valide solo se le persone che fanno ed interpretano le leggi aderiscono ad un’ideologia che rispetta le autonomie locali e la libertà per le visioni del mondo diverse da quelle della classe dirigente. Questa ideologia è sempre più lontana dall’ideologia della maggioranza, per non parlare della maggior parte dei giudici e dei politici più potenti.

Quindi, per quelli che riescono a lasciarsi alle spalle la propaganda da alzabandiera della loro gioventù, è sempre più evidente che dovrà essere fatto qualcosa di diverso dal ripetere la solita manfrina da insegnamento civico alle scuole superiori sul leggere la Costituzione o eleggere “leaders forti”.

Come ho fatto notare in passato, la nozione di autonomia locale crescente attraverso la nullificazione e la secessione sta prendendo piede da tempo in Europa, in cui i referendum sul decentramento stanno crescendo con maggiore frequenza.

E i conservatori stanno vedendo sempre di più le cose come stanno. Fra di loro il più acuto è stato Angelo Codevilla. Nel 2017 Codevilla, scrivendo per Claremont Review of Books, ha predisposto un progetto per l’opposizione locale al potere federale e ha affermato:

<< Il Texas ha fatto una legge che, effettivamente, chiudeva gran parte delle cliniche per l’aborto. La Corte Suprema degli USA l’ha annullata. Cosa succederebbe se il Texas le chiudesse lo stesso? Verrebbe mandato l’esercito a puntare le pistole contro i rangers del Texas per costringerli ad aprirle? Cosa farebbe il governo federale se il North Dakota si dichiarasse un “santuario per i non nati” e vietasse l’aborto? Del resto, cosa sta facendo il governo federale in Colorado e in California, dove per motivi pratici le sue leggi sulla marijuana vengono ignorate? L’Utah si oppone alle regole dei monumenti nazionali creati per decreto dentro i suoi confini. Cosa succederebbe se lo stato ignorasse queste regole? Preghiere nelle scuole? Cosa potrebbero fare i burocrati di Washington se un qualche numero di stati decidesse che quello che dicono le corti federali su certi argomenti non va bene?

Ora che l’identità politica ha abbandonato la strategia della persuasione e si mescola con l’arte della guerra, gli uomini di stato dovrebbero cercare di far sì che la pace rimanga stabile attraverso la reciproca tolleranza verso le giurisdizioni che ignorino o violino le leggi federali, i regolamenti o le ordinanze giudiziarie federali. Gli stati Blu e Rossi (ndt, Blu = pro Partito Democratico, Rossi = pro Partito Repubblicano) la vedono diversamente su alcuni temi come la salute, l’istruzione, il welfare e la polizia. Non è un bene insistere che tutti debbano fare le cose nello stesso modo.>>

E nel 2019 la necessità della separazione sta diventando più urgente. La settimana scorsa Codevilla ha proseguito sulla stessa linea:

<< Dopo le elezioni del 2020 gli americani comuni dovranno affrontare la stessa questione spinosa del 2016: come assicureremo e forse ristabiliremo la nostra sempre minore libertà di vivere da Americani? E mentre potremmo desiderare l’aiuto di Trump, dobbiamo guardare a noi stessi e agli altri leader per comprendere come contrastare i molteplici assalti della classe dominante, ora e soprattutto nel lungo periodo.

L’implicazione logica è conservare quello che può essere conservato e fare ciò che deve essere fatto per quelli che vogliono conservarlo. Per quante energie possano servire per raggiungere questo, l’obiettivo deve essere la conservazione delle persone e dello stile di vita che si desidera conservare. Questo implica un qualche tipo di separazione. La strada più semplice ed indolore per tutte le parti è permettere che gli altri prendano la propria strada. La classe dirigente non ha avuto paura di usare i poteri dei governi locali che controlla per fare azioni che contrastavano la politica nazionale, rendendo effettivamente nulle le leggi nazionali. E la fanno franca.

Per esempio, l’Amministrazione Trump non ha mandato le truppe federali per far rispettare le leggi nazionali sulla marijuana in Colorado e California, né ha punito le persone ed i governi che hanno sfidato le leggi nazionali sull’immigrazione. Non ci sono motivi per cui gli stati, le contee e le località conservatrici non debbano anch’essi far valere le loro ragioni.

Nemmeno l’eventuale Presidente Alexandria Ocasio-Cortez ordinerebbe all’esercito di sparare per riaprire le cliniche per l’aborto in Missouri, North Dakota o qualunque altra città. Come afferma Francis Buckley in “Secessione Americana”: l’imminente fine degli USA, con una qualche tipologia di separazione, è inevitabile, e le opzioni a riguardo sono molte.>>

Bisogna notare che la strategia di Codevilla non è caratterizzata da grandiosi immaginari di indipendenza, né da un desiderio di rivangare le presunte gloriose vittorie militari dei tempi passati. Gli errori dei Confederati a metà del XIX secolo furono questi.

È interessante che l’approccio più pragmatico di Codevilla condivide abbastanza cose in comune con la strategia raccomandata da Hans-Hermann Hoppe nel suo saggio “Quello che deve essere fatto”. L’idea è quella di affermare il controllo locale e rifiutare la collaborazione con i politici federali. Ma con moderazione. Hoppe scrive:

<<E’ prudente evitare un confronto diretto con il governo centrale e non denunciare apertamente la sua autorità o addirittura rifiutarsi di riconoscerla.

Piuttosto, è consigliabile impegnarsi in una politica di resistenza passiva e non-cooperazione. Semplicemente, smetterla di aiutare il governo ad applicare ogni legge federale. Assumere il seguente atteggiamento: “queste sono le tue regole e le fai rispettare. Non posso ostacolarti, ma neanche ti aiuterò, poiché il mio unico obbligo è verso i miei elettori locali”.

Se applicata con costanza, la non cooperazione, la non assistenza di qualunque tipo ad ogni livello, causa la netta diminuzione del potere del governo centrale, o addirittura la sua fine. E, alla luce dell’opinione pubblica in generale, sembra alquanto improbabile che il governo federale osi occupare un territorio i cui abitanti non hanno fatto nient’altro che cercare di farsi gli affari propri. Waco, un gruppo di giovani un po’ pazzi, è una cosa. Ma occupare o spazzare via un gruppo significativamente grande di cittadini normali e rispettabili è un’altra cosa, decisamente più difficile>>

Alcuni non saranno in grado di lasciarsi alle spalle la mentalità secondo cui gli USA debbano essere per sempre governati da una singola politica nazionale. Insisteranno a ripetere che ogni tentativo di decentramento di questo tipo provocherà necessariamente la violenza. Scrivendo a “The American Conservative”, Michael Vlahos, ad esempio, crede che la violenza non si può evitare. Ma persino egli ammette che è improbabile che la violenza prenda la forma dello spargimento massivo di sangue come negli anni intorno al 1860:

<<Le nostre guerre civili del passato non erano vincolate a regole formali, eppure in qualche modo si svolgevano effettivamente secondo le aspettative. La società Americana di oggi ha norme ed aspettative molto diverse per un conflitto civile, ed esse sicuramente limiteranno il modo in cui combatteremo la prossima battaglia.

L’America di oggi non è più un campo di battaglia industriale (pensate a Gettysburg, D-Day). La nostra prossima guerra civile, come i media sociali ci ricordano in modo così eloquente, metterà in atto la sua violenza su un campo di battaglia ugualmente doloroso ma meno sanguinoso.>>

Molti di quelli devoti alla supremazia federale perpetua sicuramente non ammetteranno neanche questa ovvietà.

Ogni tentativo di decentralizzazione, nullificazione o secessione è considerato non valido perché “questo è stato deciso dalla Guerra Civile”. Non c’è dubbio, certo, che la Guerra Civile ha risolto il problema per una o due generazioni. Tuttavia dire che una guerra “sistema le cose” per sempre è senza ombra di dubbio insensato.

È vero, comunque, che se l’idea degli Stati Uniti unificati dal punto di vista giuridico, culturale e politico è oggi vincente, gli Americani potrebbero andare incontro ad un futuro di sempre maggiore repressione politica, segnata da episodi sempre più comuni di spargimento di sangue. Questo è semplicemente il risultato logico di qualunque sistema in cui si assume che il partito che governa ha il diritto e il dovere di costringere un gruppo sottostare al volere di un altro gruppo. È questa la fine di un’America unificata.

Autore: Ryan McMaken, 12/04/2019.

Fonte:
https://mises.org/wire/how-avoid-civil-war-decentralization-nullification-secession

 

CIAMPI VOLLE L’EURO PER SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA

Spezzoni interessanti dell’articolo “CIAMPI VOLLE L’EURO PER SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA”, pubblicato sul numero 10 de “Il Muro Portante”, firmato da Paolo Peluffo, noto per essere stato sottosegretario alla presidenza del consiglio al governo Monti.

<<Una, non l’unica, ma una delle più rilevanti convinzioni che spinsero Ciampi a una fretta indiavolata, a una determinazione ferrea verso l’euro era la estrema preoccupazione per il progetto secessionista della Lega Nord di Umberto Bossi. Ciampi lo prendeva molto sul serio e ne era preoccupatissimo. Era qualcosa che lo angosciava, che non gli sembrava né chiaro né ben compreso.

In quei dieci giorni ci fu una campagna leghista contro i Bot. Ciampi non si riprese mai dal terrore di quei giorni. Anzi, fu ancora più preoccupato da alcune interviste di Gianfranco Miglio (in particolare una al giornale austriaco Der Standard) mentre era presidente del Consiglio, sulla divisione dell’Italia in tre Stati-Cantoni, praticamente indipendenti. Non prese per nulla a ridere quelle dichiarazioni. E aveva ragione. Come confermato nel saggio di Umberto Gentiloni, dove si riporta una dichiarazione di Ciampi a proposito di una sua conversazione privata con Umberto Bossi: «Tempo dopo (Bossi, n.d.r.) mi rivelò qualcosa di più profondo. Ero stato per lui una grande rovina: i suoi interlocutori bavaresi e austriaci gli avevano assicurato che l’Italia non sarebbe mai entrata nell’area dell’euro. Pensava di poter agganciare la Padania all’Europa più ricca e sviluppata; il secessionismo di allora non era uno slogan folcloristico. La nostra politica mise in discussione tale assunto impedendo che si potesse trovare nuovo spazio a chi pensava di portare solo un pezzo d’Italia nell’Europa che conta. In questo quadro sconfiggemmo la sua linea».

L’origine della spinta di Ciampi per l’ingresso dell’Italia nell’euro fin da subito e il progetto di puntare sul patriottismo e sull’orgoglio nazionale traevano origine dalla convinzione che fosse seriamente a rischio l’unità nazionale. L’idea stessa dell’accelerazione decisa dal governo Prodi nel settembre del 1996, anticipando di un anno il raggiungimento della soglia del 3% nel rapporto deficit-pil, con la necessaria imposizione della famigerata «eurotassa», non venne assunta solo per il fallimento del vertice con il governo spagnolo a Valencia – come è stato più volte ricordato dagli stessi protagonisti – ma anche perché due giorni dopo essere tornato da quel catastrofico incontro con Aznar, Ciampi assistette attonito in tv alla prima cerimonia alle sorgenti del Po, con Umberto Bossi che impugnava un’ampolla ricolma d’acqua.
Dietro di lui decine di bandiere nuove di zecca con il simbolo padano, il «Sole delle Alpi». Gli parve una cerimonia neopagana che lo ammutolì, rapito in ricordi lontani. Furono questi elementi che lo spinsero con maggiore determinazione verso un obiettivo che gli appariva coincidere con l’interesse nazionale: modernizzare il paese, riorganizzare la macchina pubblica, intrecciare i nostri interessi economici e industriali con partner fortissimi, abbattere i tassi d’interesse, tornare a investire.>>

Il LIBRO-PENSIERO DI GILBERTO ONETO – Libero – 23/11/2019

 

Se non curi casa tua non salverai l’ambiente.

Per l’architetto il territorio è stato rovinato dall’omologazione. La vera ecologia è progettare rispettando luoghi e tradizioni

Autore: Fabio Rubini – Libero

“Questo è il libro che Gilberto avrebbe sempre voluto scrivere, perché tutti i suoi studi, tutti i suoi ragionamenti (anche politici) sono partiti dai temi dell’ambiente, del paesaggio, del territorio”. A parlare è Daniela Piolini, moglie di Gilberto Oneto, architetto paesaggista, politologo, docente universitario ed editorialista di Libero, prematuramente scomparso nel 2015. Il Libro in questione è Ecologia, Identità e Federalismo. Criticità ambientali e pianificazione del territorio nella visione di Gilberto Oneto (Leonardo Facco editore, pp. 200, euro 19,50) curato dallo studioso Matteo Colaone.

Un volume che affascina fin dalla sua genesi. Perché tutto è partito da un file di word custodito nel computer di Oneto. “Gilberto aveva abbozzato l’indice con le tematiche principali da trattare”, racconta Daniela, “così l’ho affidato a Matteo Colaone, che era quello che più di tutti poteva capire, mettere a tema e sviluppare il pensiero di mio marito”. A partire dalla visione federalista che Oneto aveva anche dell’ecologismo. “Le persone non sono abituate a pensare che dietro le trasformazioni del paesaggio esiste un piano che è partito con l’unità d’Italia, si è sviluppato con il fascismo e oggi prosegue con la globalizzazione. Questo progetto”, spiega Daniela Piolini, “è quello di uniformare il paesaggio e il territorio, cancellando quelle che sono le caratteristiche dei territori”. Una visione, neanche a dirlo, che Gilberto Oneto ha sempre combattuto, lui che era solito dire che “per progettare in Lombardia serve un architetto lombardo e per progettare in Sicilia un siciliano”, perché se non si conosce il territorio si rischia di far danni irreparabili.

 

Idee più che mai attuali

“Quello che colpisce del lavoro di Oneto”, ci racconta l’autore del libro Matteo Colaone, è la straordinaria attualità del suo pensiero, la sua visionarietà”. Su tutti valga il suggestivo racconto custodito in uno dei capitoli conclusivi, che narra di quando il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, chiamò Oneto ad occuparsi delle tematiche ambientali del partito. Gilberto costituisce così la prima “Consulta del territorio”, alo scopo di preparare gli amministratori del Carroccio alle sfide ambientali.

Sarà un’avventura in chiaroscuro, perché accanto al genio e sregolatezza del segretario, Oneto si trova ad affrontare le dinamiche spesso contorte di un movimento in piena evoluzione. “Eppure quelle proposte che risalgono a decenni fa, se viste oggi sono ancora attuali”, racconta Colaone. “Una delle sue idee, ad esempio, era quella di trasferire le competenze sulla pianificazione territoriale dai Comuni alle Aree Omogenee, un corpo intermedio fra le Comunità e le Regioni. Pensate”, spiega l’autore, “quanto questa visione avrebbe aiutato nel dibattito sulla riforma delle province”.

La riforma Onetiana

Nel volume vengono poi illustrati i “nove principi ella pianificazione riformista”, che lo stesso Oneto ha portato avanti con proposte parlamentari fatte avanzare dalla già citata “Consulta del territorio”, tutte basate sulla convinzione che “una buona legge di pianificazione deve essere innanzitutto un’affermazione di autonomia” che deve “obbligatoriamente esprimersi in connotazioni di qualità, di forma e, soprattutto, di efficienza fisiografica. Deve essere il giusto riconoscimento delle esigenze del posto, della gente e della tradizione”. Un programma politico-amministrativo che nella visione di Oneto avrebbe dovuto portare al superamento delle “commissioni edilizie” e al ripristino delle “commissioni di ornato”, in grado di giudicare non solo l’aspetto quantitativo di un progetto, ma anche (o meglio, soprattutto) l’aspetto qualitativo dei progetti presentati. Perché, come sosteneva Oneto, “la qualità dell’ambiente è la cartina di tornasole della civiltà”. Anche sull’ambientalismo alla Greta Thumberg oggi Oneto avrebbe molto da dire. Scrive Colaone nella premessa al volume: “il vero ecologista è prima di tutto lo studioso della propria casa, ovvero il territorio in cui vive”. Il volume rappresenta anche una precisa critica rivolta “sia ai cambiamenti propri della modernità, sia alle scelte politiche di chi ha perpetuato una sbagliata gestione dei territori per ignoranza, scarso coinvolgimento o peggio per interessi”. Colaone infine parla di Oneto, che definisce come “una figura di rara onestà intellettuale con grande capacità di analisi politica, ma allo stesso tempo in grado di mettere in campo un approccio analitico e critico che applicava a tutti i suoi interessi. In questo libro, insomma, abbiamo cercato di far riemergere l’Oneto ecologista”. Un’operazione riuscita alla perfezione.

rep. italiana e politically correct- “Europa Forte” concetto fallace – il “caso Salvini” – Lombardia e Veneto indipendenti mine vaganti

Anche chi avversa l’indipendentismo partendo da posizioni di “destra italianista” dovrebbe ripensare a certi aspetti, anche partendo da basi e motivazioni diverse da quelle classiche di chi vuole “andarsene” . Oggi, difendere l’unità dello stato significa difendere questo apparato repressivo politically correct. E vale per tutti, anche per chi è di Roma, di Napoli, di Palermo o di Crotone ed avversa questo apparato repressivo politically correct. Buttare giù questo mostro giuridico-burocratico irriformabile a mio avviso deve essere una priorità per chiunque non si riconosca nell’ideologia dominante del politically correct.

In ambienti di destra italianista si parla del concetto di “Europa forte” composta da una maggiore collaborazione fra gli stati nazionali; “Europa forte”, entità che sarebbe necessaria per fronteggiare e/o trattare alla pari con stati come USA, Russia e Cina; anche in ambienti regionalisti c’è fa discorsi molto simili però sotto forma di “Stati Uniti d’Europa con macroregioni”, invece che l’attuale UE degli stati nazione. Giancarlo Pagliarini al congresso di Grande Nord ha fatto questo discorso che ricorda per certi versi quelli che fa Gabriele Adinolfi, con la differenza che invece degli stati nazionali vuole le macroregioni. Discorsi che, anche se fatti in buona fede, a mio avviso lasciano il tempo che trovano se poi chi comanda in Europa è chi vuole la sostituzione razziale ed i reati d’opinione per i dissidenti.

Dal Congresso di Grande Nord, queste le parole di Pagliarini.

<<Quindi poi è assolutamente fondamentale che si abbia un’Europa forte perché nel gioco internazionale comandano quelli forti; Stati Uniti, Cina, Russia. L’Europa non parla mai con una sola voce, quindi è necessario avere un’Europa forte, ma per avere un’Europa forte, signori, è necessario eliminare i vecchi stati-nazione. I vecchi stati-nazione son quelli che bloccano l’Europa, sono quelli che hanno fatto le due guerre mondiali. Non ci sono santi. Quello che bisognerebbe avere è l’Europa della Sicilia, della Catalogna, del Veneto, della Baviera: piccoli che hanno bisogno di un’Europa forte e non in grado di combinare guai. Uno stato nazione ha il suo egoismo, ha la sua storia, non vuole cedere sovranità, al risultato pratico l’Europa non parte. Io sono convintissimo che è necessario avere un’Europa forte, e per questo teniamo nella cultura, nelle tradizioni, nei ricordi gli stati nazione, ma dobbiamo fare l’Europa dei Popoli. Di questo sono convintissimo.>>

Oggi chi vuole l’esercito europeo e l’integrazione nell’UE è Macron, che si colloca dalla parte dei multiculturalisti. L’unità europea è rappresentata dall’UE, e la cosiddetta “unità italiana” è rappresentata dalla repubblica italiana, che si basa sulla colonizzazione e sul parassitaggio di massa ai danni di certe regioni (che, guarda caso, sono quelle in cui erano e sono più forti le pulsioni separatiste).

La divisione primaria oggi è fra chi vuole riempire di allogeni le nostre zone e chi no.

Oggi gli stati nazione ad egemonia culturale multiculturalista e politically correct sono lo status quo. Oggi il club europeo di questi stati nazione, l’UE, è lo status quo. I primi nemici sono loro, lo status quo nelle nostre zone; non “USA, Cina, Russia”.

Ci sono realtà e movimenti regionalisti / indipendentisti ovunque, ci sono state repressioni giudiziare della magistratura sia nel passato remoto, all’epoca d’oro della lega old style, che nel passato recente con la pagliacciata del processo per “terrorismo” a vari esponenti dell’indipendentismo veneto e, in misura minore, lombardo (aprile 2014); si tratta di realtà piccole e con poco seguito, certo, ma non mi sembra che i partiti della destra radicale italiana abbiano tutto questo seguito, anzi quello principale ha deciso di ritirarsi dalle elezioni e a collaborare col “sovranismo mainstream” di FDI e della Lega Salvini Premier.

Già.. se parliamo “di massa”, menzione particolare per il cosiddetto “caso-Salvini”: cresciuto nella Lega Nord coi cavalli di battaglia classici, diventa segretario e, in alcuni anni, fa la “svolta nazionale”, presenta liste ovunque nella repubblica italiana, anche al sud, i cui abitanti solo pochi anni prima erano apostrofati in malo modo, e riesce ad ottenere risultati migliori non solo delle “destre radicali nazionali” tipo CP FN e simili ma persino delle “destre istituzionali nazionali” tipo AN, FDI e roba così. E sono convinto che in fondo a FDi e simili questa cosa rode da matti.

Per far sì che il centro-sud votasse in massa un partito anti-immigrazione ci è voluto un lombardo (Salvini) che si è messo a trollare la peggiore italianità stereotipata con tutti i suoi posts idioti su facebook del tipo “ahmm, buona questa torta, buongiornissimo kaffeèèè, w gli sbirri che ci difendono, w il buonzenzoh”. Il fatto che questa retorica salviniana ha avuto in pochi anni più consenso al centrosud dei partiti che tuonavano “patria, onore e tricolore” fa capire quanto è poco sentito il “sentimento nazionale” anche al sud. Poi, certo, fa comodo dire “restiamo uniti” quando una parte della repubblica funziona e l’altra ha bisogno di farsi mantenere…

Per il resto, la storia d’Europa ha qualche secolo ed in questi secoli i confini fra gli stati sono cambiati più volte per guerre, trattati, annessioni, secessioni, unificazioni ecc, ma non è che ogni volta che cambiavano i confini c’era un genocidio o una sostituzione etnica di massa, non è un confine politico che fa un popolo, e soprattutto non ci sono linee di demarcazione rigide, specie nelle zone di transizione. Uno stato, che sia monarchia, repubblica, impero ecc, tende ad avere all’interno più popoli diversi, personalmente non la vedo in modo rigido: se più popoli diversi si trovano bene all’interno di uno stesso stato che rispetta le loro peculiarità e non impone sostituzione etnica e omologazione è un conto, altrimenti un popolo ha il sacrosanto diritto naturale di dire “no, così non mi va bene”.

I discorsi del tipo “con l’immigrazione di massa dal sud verso il nord creeremo unità italiana” sono parenti stretti dei discorsi del tipo “con l’immigrazione di massa dal medio oriente, dal nordafrica e dall’africa subsahariana verso l’Europa creeremo la razza umana unica meticcia”, cambiano le “dimensioni” e le “distanze etnoculturali” ma non la sostanza. Si tratta di rispetto per i popoli e di preservazione delle differenze.

Parlando di cose “potenzialmente pratiche”, una sorta di “federazione lombardo-veneta” indipendente dal resto della repubblica italiana (o anche una nazione lombarda + una nazione veneta) diventerebbero, dal punto di vista identitario, una vera spina del fianco dello status quo. Non la lasceranno fare perchè il parassita non si stacca dall’ospite perchè è la sua natura, ma se la rep. italiana implode la cosa si fa interessante. Questo semplicemente in virtù delle tendenze elettorali medie che ci sono in queste due regioni. Diventerebbero una o due “piccole Ungherie di Orban” o, volendo “un Ungheria e una Polonia” (per fare due esempi di nazioni le cui classi dirigenti non sono supine al politically correct) un po’ meno monoetniche ed un po’ più prospere, forse tendenti un po’ alla “Svizzera”, avrebbero come premier gente come Fontana, Zaia, Maroni, Calderoli, Giorgetti ecc che ok non è il massimo ma di sicuro 1000 volte meglio delle elites romanocentriche, meridionaliste e multiculturaliste che governano la rep. italiana ora.. Avremmo il controllo dei confini più facile, dato che non saremmo più paesi di primo sbarco, certe politiche avrebbero ampia legittimazione popolare, non avremmo (o meglio le avremmo in misura minore) quei problemi tipicamente romano-meridionali come magistratura politicizzata, mafie, clientelismo, corruzione ecc, non avremmo la commissione Segre (in Lombardia l’hanno respinta) e probabilmente nemmeno la Legge Mancino (o perlomeno non così insidiosa come applicazione e come ambiguità). Non ci sono motivi razionali e pratici per dire che i lombardi e i veneti starebbero meglio “sotto roma” che “da soli”.

Etnonaziononalismo, Nazionalismo Civico e Multiculturalismo.

Tre diverse visioni del concetto di popolo: Etnonaziononalismo, Nazionalismo Civico e Multiculturalismo.

Etnonazionalismo: nazionalismo su base etnica. L’individuo X appartiene al popolo Y se e solo se presenta un sufficiente grado di condivisione etnica con gli altri appartenenti al popolo Y. Per condivisione etnica si intende la condivisione di una certa discendenza genetica comune o quantomeno molto affine fra i membri del popolo Y. Secondo l’etnonazionalismo, un’elevata condivisione etnica implica un’elevata condivisione culturale (lingua, religione, usi e costumi, sistema di valori, indole, mentalità, ecc), in quanto i due aspetti sono correlati.

Nazionalismo Civico: nazionalismo su base “civica e comportamentale”. Per un nazionalista civico valgono le stesse considerazioni alla base dell’etnonazionalismo ma con una grande differenza: il concetto di “etnia” è visto in maniera più inclusiva, meno legato al criterio della discendenza genetica e più legato al criterio della condivisione culturale. Sostanzialmente può far parte del popolo Y chiunque, a prescindere dall’origine genetica, presenti un elevato grado di condivisione culturale.

Multiculturalismo: nazionalismo che si basa solo ed esclusivamente sul rispetto delle leggi scritte dello stato di appartenenza. Appartiene alla “cittadinanza” (concetto che si sostituisce a “popolo”) chiunque viva su un determinato territorio e abbia lo status di cittadino, a prescindere dall’origine genetica e dalla sua cultura.

Queste tre diverse visioni del concetto di popolo sono distinte ma, come sempre, ci possono essere delle vie di mezzo.

1. Può esistere un Etnonazionalismo che, in certi casi (allogeni in numero limitato e/o con distanza etnica bassa e/o singoli casi meritevoli) apra a concetti di Nazionalismo Civico e decida di essere leggermente più inclusivo.

2. Può esistere un Nazionalismo Civico che, in certi casi (allogeni in numero elevato e/o distanza etnica elevata e/o di indole delinquenziale / antisociale) si irrigidisca e tenda verso concetti più etnonazionalisti

3. Può esistere un Nazionalismo Civico che arrivi a negare l’esistenza del concetto di etnia, sia quello rigido dell’etnonazionalismo sia quello inclusivo del nazionalismo civico, affermando che “basta rispettare le leggi ed essere educati”. Questo tipo di nazionalismo civico tende verso il multiculturalismo.

Ognuno ha le sue visioni a riguardo.

Probabilmente nel mondo moderno globalizzato un etnonazionalismo troppo rigido è inapplicabile e leggermente fuori dal tempo, tuttavia non si può trascurare nè minimizzare l’importanza del concetto di etnia, che comprende anche la discendenza genetica. Ritengo che il Multiculturalismo sia il male assoluto perchè il multiculturalismo uccide i popoli e li appiattisce sotto vari punti di vista, quindi l’importante è il mantenersi lontani da queste visioni. La visione del gestore di questo blog è corrispondente alla “via di mezzo” del caso 1, tendente molto più all’etnonazionalismo che al nazionalismo civico. Il problema del nazionalismo civico è che se è troppo inclusivo poi degenera in multiculturalismo puro. Soprattutto nel mondo moderno globalizzato.

Sul concetto di confine.

Alcune visioni ritengono il confine un qualcosa di “sacro”, che delimita ciò che è affine da ciò che è estraneo, da difendere con tutte le forze e che è vietato mettere in discussione. Queste visioni hanno il loro senso sulla funzione primaria del confine, ovvero delimitare spazi appartenenti ad un certo gruppo di individui, ma peccano di rigidità. Infatti le differenze fra popolazioni, specialmente fra quelle, appunto, confinanti, non sono sempre così marcate. Inoltre, rivendicazioni reciproche di territori per motivi etnici, economici o anche semplicemente espansionistici hanno ridisegnato col sangue (anche di innocenti) i vari confini.

Negli ultimi decenni l’indebolimento degli stati-nazione, il rafforzamento dei vari organismi sovra-statali come l’UE e, più in generale, la globalizzazione ed i relativi accordi di “libera circolazione” hanno reso meno rigido il concetto di confine, tanto che è lecito parlare quasi di “abolizione del confine”.

Tuttavia questo concetto è altrettanto pericoloso. Infatti la totale assenza (o anche la debolezza) di confini fa sì che ci sia un’assoluta libertà di spostamento ovunque da parte di tutti senza che le popolazioni stanziali siano interpellate. Questo si traduce in organismi sovra-statali (ed anche di organismi statali) che impongono ai propri popoli di convivere con masse di individui provenienti da altre zone senza che essi vengano interpellati.

E’ un fenomeno complesso che coinvolge, in ordine sparso:

– le diseguaglianze di condizioni socio-economiche fra paesi “sviluppati” e paesi “meno sviluppati” e la conseguente tendenza delle popolazioni dei secondi a cercare di raggiungere i paesi “sviluppati” con ogni mezzo (tali “migranti economici”).

– l’instabilità politica, con le guerre come drammatica conseguenza, di parte dei paesi “meno sviluppati”, che crea, effettivamente “profughi di guerra” (i cosiddetti “migranti rifugiati”).

– l’opportunità di profitto per trafficanti di esseri umani senza scrupoli da un lato e di organizzazioni “legali e lecite (dalle ONG a certe cooperative)” ma altrettanto senza scrupoli; il cosiddetto “business dell’immigrazione” non è certo una sparata propagandistica di Salvini o della Meloni, ma una tragica realtà ampiamente documentata.

– Una visione ideologica ed un’agenda politica da parte delle cosiddette “elites occidentali” di ideologia progressista improntata alla sostituzione etnica / mescolanza razziale delle popolazioni europidi da parte di quote sempre maggiori di individui provenienti dai paesi del nordafrica, africa subsahariana e medio oriente. Quest’ultimo punto, che può risultare indigesto ai più, non è roba da “siti neonazi antisemiti complottisti” bensì da precise dichiarazioni pubbliche di esponenti dell’ideologia dominante (particolarmente esemplificativa è quella di Eugenio Scalfari, di Agosto 2017, nel suo editoriale su L’Espresso intitolato “c’è l’Africa nel nostro futuro”)

In questo contesto va da sè che a qualcuno è venuto in mente, o potrebbe venire in mente, di non limitarsi a difendere il concetto “sacro di confine” ma addirittura a ridisegnarlo su basi diverse da quelli attuali e sempre più deboli degli stati nazionali. Confini basati sul comune sentire, sull’autoghettizzazione in certe zone dello stato per non dover sottostare alle sue imposizioni, o sulla volontà di separarsi da una zona dello stato che ritenga di poter andare avanti con le proprie gambe. Pulsioni moralmente legittime ma che sia gli stati che gli organismi sovrastatali demonizzano e contrastano persino quando, come nel caso catalano, siano portate avanti da esponenti che condividono la stessa ideologia progressista delle “elites occidentali”.

E qui arriviamo alla vera concezione attuale di confine da parte delle “elites occidentali”: il confine deve essere una prigione per le popolazioni europee, una prigione dalla quale si può uscire emigrando altrove ma che non si può mettere in discussione dall’interno. Una prigione in cui si è costretti a convivere con masse sempre più vaste di individui provenienti da prigioni peggiori e che faranno peggiorare progressivamente anche questa prigione. Sì, il confine è ancora sacro ed immutabile per le “elites occidentali” se qualcuno vuole metterlo in discussione dall’interno.

La concezione ideale di confine invece dovrebbe essere compatibile con il principio di “libera associazione” fra gruppi di individui e popolazioni. Una popolazione vuole secedere unilateralmente? Diritto insindacabile. Un individuo o un gruppo più o meno vasto di individui vuole spostarsi nell’unità territoriale “A”? Può farlo, a patto che la popolazione dell’unità territoriale “A” lo / li accetti. Un individuo o un gruppo di individui dell’unità A vuole lasciarla per andare in un’altra unità? Può farlo, a patto che trovi un’unità che lo / li accetti. Le unità territoriali A e B vogliono unirsi? Se le loro popolazioni lo vogliono, sì. Una parte della popolazione di B non accetta l’unione e vuole separarsi? Benissimo, faccia pure. Confini che, insomma, non sarebbero più “sacri ed immutabili” ma diventerebbero esclusivamente oggetto di decisione dei popoli stanziati all’interno di tali aree, con un modo di trattare le questioni che si allontani sempre di più dalla “burocrazia del diritto statalista” e si avvicini sempre di più alla mentalità da “diritto privato”. E’ a questo che Gianfranco Miglio affermava, in netto anticipo (lo è anche oggi, a maggior ragione 2 decenni fa) che stava teorizzando l’Europa delle Enclavi e l’abolizione del concetto di confine così come conosciuto.

Liberi tutti liberi subito. Diritto unilaterale di secessione unico argine contro i fiumi di sangue.

Motivazioni etniche, motivazioni politiche, motivazioni storiche, motivazioni religiose, motivazioni economiche, motivazioni linguistiche, motivazioni ideologiche.

Diversi gruppi di persone ovunque nel mondo vogliono la secessione dal loro stato per fare un nuovo stato indipendente o cambiare nazionalità ed unirsi ad uno stato pre-esistente per una o più motivazioni delle tipologie elencate.

Storicamente, tranne che in pochissimi casi, le volontà di secessione sono state represse nel sangue o sono diventate realtà pagando il prezzo del sangue. In entrambi i casi il sangue è stato versato sia dai secessionisti che dagli unionisti, incluse le vittime fra i civili. In entrambi i casi la parte sconfitta continua a covare rancore verso la parte vittoriosa e a soffiare sul fuoco. E’ possibile cambiare le cose se non c’è la volontà di “divorzio consensuale” di entrambe le parti in causa (caso Cecoslovacchia)?

La soluzione è una sola: diritto di secessione unilaterale di chiunque ed ovunque. Fine del primato degli stati sui popoli. Diritto di scelta per ogni gruppo di persone, inclusa la definizione di “popolo” che ognuna delle comunità si dà. Associazioni libere e bi, tri, multilaterali fra le varie comunità volontarie per formare entità più vaste con contratti a termine, come suggerito anche da Gianfranco Miglio, antesignano del pensiero regionalista radicale.

E’ necessario quindi mettere da parte molte istanze stataliste e socialiste e studiare al meglio l’idelogia libertarian in quanto essa ha al suo interno diversi strumenti ideologici a sostegno del diritto di secessione unilaterale da uno stato che non rappresenta le comunità, dell’assoluto diritto di pensiero e di parola, spesso negato dagli stati, e del primato dell’individuo su autorità che o sono oligarchie tiranniche o sono democrazie basate sul voto di massa della maggioranza lobotomizzata, imbelle e/o parassitaria.

I siti del Movimento Libertario (gratis) e soprattutto il sito “www.miglioverde.eu” (giornale online a pagamento ma ne vale la pena) sono autentici laboratori ideologici radicali e no compromise in tal senso, contenitori di materiale prezioso, difficilmente reperibile altrove e che rappresentano spesso una sintesi fra pensieri secessionisti anti-status quo e pensieri libertarian, specie la variante “libertarian right”.

Diciamolo chiaramente: il tricolore è una calamita per l’immigrazione irregolare di massa.

Il tricolore, diciamola tutta, è una calamita per l’immigrazione irregolare di massa e per i gli immigrati irregolari.

Essi pagheranno scafisti per raggiungere le coste della repubblica italiana senza essere stati invitati.

Non verranno come lavoratori stagionali regolati da decreti flussi nè con permessi più o meno lunghi per motivi di studio o di lavoro.

Non sappiamo chi sono nè da dove vengono di preciso, zero documenti e dei nomi / nazionalità / origine che potrebbero essere inventati; potrebbero essere avventurieri con più o meno scrupoli in cerca di fortuna, criminali amnistiati, gente che ha combattuto con i terroristi e, secondo le statistiche ufficiali, una minoranza è gente che “scappa dalla guerra” che riceverà, dopo alcuni anni, lo status di rifugiato.

Tutti gli altri sfrutteranno la lentezza e l’inefficienza del sistema di asilo politico della repubblica italiana; magistrati ed avvocati (tutti a gratuito patrocinio, li paga ushdado, tramite la tassazione massiccia alle regioni del Nord) mangeranno su questo; chi arriva verrà subito assistito legalmente, farà domanda d’asilo senza una virgola fuori posto, che ne abbia diritto o no, e intanto verrà mantenuto da ushdado, che prenderà i soldi dalla tassazione massiccia alle regioni del Nord.

Dopo un anno o poco più la domanda sarà rigettata, e l’avvocato farà un ricorso formalmente impeccabile anche se sostanzialmente inconcludente, passerà un altro anno e l’appello verrà rigettato, ma ci sarà il ricorso in cassazione, altrettanto impeccabile formalmente e sostanzialmente inconcludente, e il richiedente asilo continuerà ad essere mantenuto.

Chi pagerà? Sempre ushdado, tramite la tassazione massiccia alle regioni del Nord. Dopo un altro anno circa la cassazione rigetterà il ricorso, il richiedente asilo, se non ha trovato qualche scappatoia tramite matrimonio o ricongiungimento familiare da qualche parte, o raggiunto altri paesi UE, diventerà ufficialmente clandestino e riceverà un foglio di via, con cui si pulirà il culo. Tutto questo porterà ad avere qualche centinaia di migliaia di immigrati “irregolari” stimati in rep. italiana.

Senza contare l’immigrazione illegale meno nota, quella dei visti turistici di N giorni, entri regolarmente, scade il visto turistico, rimani e sei un fantasma.

Non sono argomenti “fascisti” nè “di destra” nè “leghisti”. Anzi, tutti i movimenti regionalisti di ovunque farebbero bene a non lasciare alle destre stataliste il monopolio di questi temi: sono temi reali e portano consenso. Dovrebbero, semmai, attaccare le destre stataliste per essere, a riguardo “tanto fumo e poco arrosto” e di fare meno di quanto promesso.

In ogni caso, chiunque abbia in mente il sistema lento, malato, inffefficiente ed orientato esclusivamente al profitto di magistrati ed avvocati, di gestione delle richieste di “asilo politico”, capisce che il problema non è solo chi è che governa la repubblica italiana e/o le sue regioni in un dato momento, il problema è soprattutto l’esistenza stessa della repubblica italiana, che permette questo sistema truffaldino e disonorevole dal quale ci guadagnano alcune minoranze ai danni della maggioranza dei suoi cittadini, specialmente di quelli delle regioni del Nord, che pagano più tasse e nelle quali si stima ci sia un numero maggiore di immigrati irregolari.
Perchè, si sa, i parassiti hanno bisogno di togliere a chi è più efficiente per sopravvivere.

Critica alla democrazia rappresentativa da un punto di vista Libertarian.

Interessanti spunti da un recente articolo (ed un relativo commento) comparsi sul sito del movimento libertario intitolato “è tempo di abbandonare il dogma democratico” ed un’osservazione personale.

<<Non c’è niente di sacro né di particolarmente giusto nella democrazia a suffragio universale e con uguaglianza di voto, come è ovvio a chiunque abbia un minimo di senso morale o di logica. Il motivo storico per il quale la democrazia iniziò ad emergere era molto pratico.

La produzione di valore e il controllo del potere si erano divaricati. Il potere, nell’antico regime, era in mano a rentier ormai parassitari, che non producevano valore economico né fornivano più protezione tramite la forza militare (cioè non producevano valore securitario). Il principio democratico rappresentativo servì in principio a trasferire il potere alla borghesia produttiva.

Dopo la rivoluzione industriale, le masse lavoratrici divennero imprescindibili produttrici di valore e vennero anch’esse associate al potere, tramite l’estensione del diritto di voto. Ora però il sistema è nuovamente disallineato. Nei paesi sviluppati, la redistribuzione ha reso possibile la creazione di un gigantesco “welfare”, che ha permesso a masse sterminate di tenersi fuori dalla produzione e vivere grazie al valore estratto dai sempre meno produttori, la cui libertà è crescentemente coartata.

Oggi in Italia lavora una persona su tre, per capirci. Le altre due vivono grazie all’estrazione di valore dal povero terzo lavoratore, sempre più oppresso da un sistema che lo mette sistematicamente e inevitabilmente in minoranza e lo schiaccia, privandolo nel processo della libertà di agire e di godere dei frutti della sua fatica.


Per questo che hanno dapprima fatto l’unità d’italia ed ora d’europa e sognano in futuro eurasia e poi un governo unico mondiale, per allontanare il confine, allontanare ogni via di fuga, per cancellare ogni concorrenza tra stati (visto mai che se ne trovi uno dove salvarsi)
Per questo ogni spinta centriFuga secessionista è benedetta e sacrosanta, da qualsiasi parte venga.

Naturalmente non voglio per forza applicare questa mia idea, ma l’avere una pluralità di stati (grandi quanto la lombardia o la toscana) in concorrenza tra loro, ognuno con la sua ‘ricetta’ offerta al cliente-cittadino, porterà finalmente a vivere come si vuole e con chi si vuole: il fascista sarà felice coi fascisti, così come i nazisti brinderanno tra loro, idem i comunisti, gli ebrei, i vegani, ecc…
Qualcuno dice che è un’utopia. Ma non è più utopico aspettarsi che uno Stato Onnipotente coi suoi gerarchi sconosciuti ed intoccabili a capo di Ministeri, Servizi e Calotte, si preoccupi di fare ciò che il singolo s’aspetta e mendica col cappello in mano?

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Fonte: https://www.movimentolibertario.com/2019/10/e-tempo-di-abbandonare-il-dogma-democratico/

Considerazione personale

Oggi la democrazia è considerata un “feticcio”, con tutti che accusano l’avversario di essere “anti-democratico”.

Del resto le critiche alla democrazia spesso arrivano dal lato “authoritarian”, con argomenti messianici del tipo “ci vuole l’uomo forte al comando”.

Personalmente non considero la democrazia un feticcio da difendere a tutti i costi ma non mi ritrovo nemmeno in visioni filo-totalitarie. Forse il problema è la democrazia rappresentativa per gestire vasti territori in cui si tende a “votare coi soldi degli altri” (caso rep. italiana, in cui le etnie numericamente dominanti, quella centro-meridionali, votano coi soldi delle etnie numericamente minoritarie), mentre una democrazia diretta per gestire territori relativamente piccoli come estensione e popolazione porterebbe ad una responsabilizzazione del voto e ad un maggiore controllo del popolo (e anche dei singoli cittadini) nei confronti dello stato.

Divisibilità degli Stati: un diritto per tutti

Ad una conferenza a Milano sulla situazione catalana vi era, fra i relatori, il prof. Pietro Cataldi, rettore dell’università per stranieri di Siena.

Egli ha affrontato il discorso della divisibilità o meno degli stati, della ridiscussione dei confini. La sua domanda, nel caso catalano o più in generale, era “ha il diritto una popolazione che abita una certa zona a secedere dallo stato? Se sì, in quali situazioni? Sempre?” e la sua opinione a riguardo era:”in certi casi sì, non so se sempre, ma in ogni caso la situazione deve portare ad una risoluzione pacifica mediante il dialogo, non alla guerra come nel passato o alla repressione giudiziaria come nel caso catalano”.

Una posizione possibilsta ma che a mio avviso pecca di praticità: se un gruppo di persone cittadine di uno stato, per qualunque motivo, vuole secedere per formare un altro stato, è perchè, per qualche motivo, non si sentono a loro agio in tale stato, non si sentono adeguatamente protetti e valorizzati. Però, se provano a chiedere pacificamente allo stato di secedere, la risposta è no. Se provano a forzare la mano in modo pacifico, arriva la repressione. Se, come nel caso scozzese, lo stato concede il referendum, userà l’arma della propaganda e del terrorismo psicologico per vincere (il comportamento dell’UK con la Scozia è comunque “meno peggio” del comportamento spagnolo con la catalunya). Se provano la via della lotta armata, comprensibilmente, la repressione sarebbe ancora più dura.

Il perchè uno stato non è disposto a trattare secessioni e disgregazioni è semplice: istinto di autoconservazione, perchè un parassita non è disposto a mettere in discussione il suo diritto al parassitaggio. Altrimenti salta tutto. In Spagna come in tutta l’Unione Europea, dove praticamente ogni stato ha al suo interno pulsioni separatiste, più o meno forti.

Quindi, riassumento, oggi la secessione è questione di rapporti di forza, con tanto di appoggi internazionali con secondi fini che non siano “la libertà di scelta dei popoli”. Nei casi più gravi, il processo può passare da guerre e tanto sangue versato.

Quindi a mio avviso l’unico modo per prevenire tutto ciò è modificare radicalmente il diritto internazionale, inserendo al suo interno il principio di “diritto unilaterale di secessione SEMPRE, DI CHIUNQUE, OVUNQUE E PER QUALUNQUE MOTIVO”. In questo modo gli stati sarebbero costretti ad impegnarsi per far sì che i popoli al suo interno preferiscano restare suoi cittadini invece di guardare ad altri stati o di volersi mettere in proprio. Ma siamo ancora molto lontani da questo. Ma il discorso va mantenuto vivo.

Perchè sì, il “non sono d’accordo con la tua secessione ma parliamone, parliamone in eterno, tanto non sono d’accordo e non te la lascio fare” è un po’ un paradosso fantozziano.