Antisemitismo della cellula terroristica di Andria andria Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande I jihadisti di casa nostra

Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande

I jihadisti di casa nostra

Ciò che sorprende, leggendo le parole degli estremisti islamici raccolte nelle motivazioni della sentenza contro la cellula di Andria, è il loro odio feroce. Un odio talmente assoluto contro gli apostati e gli infedeli (cioè tutto l’Occidente in blocco, compresi i regimi arabi corrotti e pronti a collaborare) da apparire a tratti irreale. Dalle circa 60o pagine firmate dal giudice Antonio Diella emerge uno spaccato umano inquietante: un piccolo gruppo dedito al fanatismo, sorto intorno a un call center e a un improvvisato centro di cultura islamica, entrambi gestiti da Hosni Hachemi Ben Hassen. Quando gli affiliati parlano di gruppo o di fratelli non si riferiscono mai a un’entità generica, ma ai gruppi pronti a partire per il jihad, lungo i fronti caldi di mezzo mondo. Il piccolo gruppo condannato si è formato ad Andria, ma era ben collegato con una rete che va dalla Lombardia ad altri paesi europei, fino all’Afghanistan, dove erano sorti numerosi campi di addestramento, prima che la Siria diventasse l’epicentro mondiale del totalitarismo islamista. Il gruppo era costantemente connesso alla rete, da cui scaricava materiali di propaganda, a volte molto dozzinali, ma altre volte abbastanza sofisticati. Come, ad esempio, i poderosi manuali di Abu Musab Al Suri, il primo teorico del jihad ad aver sostenuto la necessità di organizzare la lotta in piccole cellule parallele, senza molti contatti tra di loro. Quella di Andria era una di queste, ma molto simili erano in fondo anche quelle che hanno agito a Parigi o a Copenaghen. La rete si tiene insieme quasi unicamente su una ideologia veicolata in maniera fluida attraverso il web. In particolare, c’è un ossessione della morte, che appare come la totale perversione di ogni fondamento religioso. In uno dei messaggi che i componenti della cellula si scambiano si legge: «Possa Dio sparpagliare i nostri corpi per la sua causa. Voglio che le mie carni vadano in pezzi». I componenti della cellula vivono in Italia, ma sono completamente separati dal resto della società. Completamente separati anche dal resto degli immigrati magrebini. Chiusi in se stessi, non vogliono fare altro che dedicarsi al loro credo totale. Un credo che non ha nulla di propositivo, salvo cercare perversamente la «bella morte», e molto di distruttivo e autodistruttivo. Gli ebrei sono il principale bersaglio del loro odio feroce. Non c’è pagina in cui non si invochi il loro sterminio. In una delle intercettazioni, a ridosso dell’anniversario della Shoah, due di loro si chiedono perché Hitler non abbia uccisi tutti gli ebrei e gli omosessuali: «Ha fatto bene a bruciarli. Se lui li aveva distrutti tutti, il mondo sarebbe meglio». A conferma, ancora una volta, della strana identità di vedute tra l’estremismo islamista e i gruppuscoli neonazisti.

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Cosa Spiega la divisione fra Bianchi e Neri? Jared Taylor, 19/03/2015, parte 3, (Cosa pensano i bianchi)

Qui c’è la parte 1 della traduzione dell’articolo.

Qui c’è la parte 2 della traduzione dell’articolo.

Qui c’è l’articolo completo originale in inglese.

Cosa pensano i bianchi

Ma cosa ne pensano i bianchi? Essi percepiscono i vincoli del politically correct. Perché avere un quadro così a tinte fosche della propria razza? Il Dr. Steele afferma che questo accade perché i liberals esibiscono il proprio valore condannando la loro stessa razza.

Tutti i bianchi hanno sempre avuto dei vincoli morali. Fino agli anni ’50 il valore dell’individuo era la misura della positività. Dagli anni ’60 prese piede la mentalità che legò la positività all’aperta opposizione a tutti i “mali americani”, specialmente il “razzismo”. L’espressione di certe vedute diventò uno standard morale addirittura più importante delle azioni individuali. Potresti ancora avere problemi a causa di comportamenti negativi comuni, ma potresti essere licenziato dal tuo lavoro e perdere la tua rispettabilità anche solo esprimendo opinioni proibite.

Davvero pochissimi bianchi fanno ai giorni nostri qualcosa che potrebbe essere considerato razzista. Oggi si tratta solo di parole. I bianchi devono quindi stare sempre attenti a ciò che dicono perché poche sillabe li potrebbero dare in pasto alla sinistra e ai non-bianchi, che hanno il potere anche di condannare o perdonare.

Questo influenza le vite dei bianchi infondendo loro una paura: “La paura di essere visti come razzisti, un vero e proprio terrore che ha spinto molti bianchi a comportarsi da colpevole verso le minoranze pur non avendo alcuna colpa.

Fra le molte cose che i bianchi non devono dire, e che anche Steele afferma a suo rischio, è che da quando il “razzismo” non è più il principale ostacolo per i neri, essi di solito ottengono ciò che meritano. Per gli uomini di sinistra invece, chiunque neghi il razzismo implicito e trasversale è egli stesso un complice del razzismo inconsapevole o addirittura consapevole.

L’unico percorso verso la virtù è riconoscere la natura profondamente oppressiva della propria nazione e segnalarla ad ogni opportunità. Il risultato perverso, dice Steele, è che solo parlando male della propria nazione e della propria razza i bianchi possono guadagnarsi la “buona opinione di sé stessi da parte della società civile”.

L’unico modo in cui i bianchi possono essere sicuri di non essere tacciati di razzismo è supportare pienamente i programmi di preferenze razziali governativi e dichiarare di adorare la “diversità”. Tuttavia per Steele, anche se la “affirmative action” (discriminazione positiva) nacque per aiutare i neri, in realtà aiuta solo i bianchi. Infatti favorire i non-bianchi incompetenti non fa bene a nessuno, è semplicemente uno “scudo contro le accuse di razzismo e sessismo”. I non-bianchi sono solo pedine in questi rituali di espiazione.

Giustizia: Migliucci (Ucpi); prescrizione, tutto quello che dovete sapere… e non vi dicono di Chiara Rizzo Tempi, 28 marzo 2015

Parla Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione Camere Penali. “Far sì che un processo duri all’infinito non è giustizia. Il 70 per cento delle prescrizioni matura in fase di indagine preliminare”. Dopo che la Camera ha approvato il disegno di legge che allunga i tempi di prescrizione per i reati di corruzione, e il Senato avvia l’esame del ddl anti-corruzione, i penalisti d’Italia sono sul piede di guerra e convocano una manifestazione per il prossimo 31 marzo, dopo aver proclamato lo stato di agitazione. “Contestiamo due cose: una di metodo e una di merito”, dice Beniamino Migliucci, presidente delle Unioni Camere Penali.

“Sul metodo anzitutto sottolineiamo che c’è un Governo “smentito” in corso d’opera dalla elaborazione di una proposta del tutto diversa da quella originaria che egli stesso aveva avanzato, il tutto per un cedimento della politica alle richieste della Procura, e non dell’Europa come invece vengono fatte passare. Siamo contrari anche nel merito. Non siamo ancora arrivati all’astensione, cioè allo sciopero, ma il 31 marzo abbiamo pensato di dare un segnale chiaro a tutti e spiegare le nostre ragioni”.

Perché nel merito dei ddl anti-corruzione e sulla prescrizione siete contrari?

“Siamo contrari anzitutto perché questa riforma ci è stata spacciata come un richiamo dell’Europa. Non è così. E quello che si farebbe se il ddl sulla prescrizione diventasse legge sarebbe solo porsi contro una regola costituzionale contenuta nell’articolo 111, che prevede la ragionevole durata del processo. Anziché far sì che un processo si tenga in tempi ragionevolmente brevi, si interviene allungando la sua durata “sine die”, in eterno.

Non è ragionevole che una persona offesa veda riconosciuto un proprio diritto dopo vent’anni. Dire che solo se non ci sono più prescrizioni i corrotti vengono puniti va contro il senso di giustizia: la giustizia, per definirsi tale, deve essere esercitata in tempi brevi. L’Europa non ha mai chiesto di allungare la prescrizione ma, letteralmente, ci ha chiesto che “la pronuncia giudiziale di merito sui reati contro la Pa pervenga in tempi ragionevoli”.

La magistratura obietta che la prescrizione va bloccata perché non sempre le prove di una corruzione si trovano immediatamente, e che occorre tempo per fare le indagini.

“Guardiamo i numeri. Le prescrizioni per i reati di corruzione contro la Pa sono il 3,5 per cento dei casi. Quindi, nel restante 96 per cento dei casi, con la legge attuale si è arrivati a sentenza. È vero, casomai, che il 70 per cento delle prescrizioni matura nel corso delle indagini. Oggi non abbiamo una norma che sanziona l’iscrizione scorretta nel registro degli indagati né le eccessive proroghe. Se un pm, ad esempio, iscrive una persona e poi si accorge di aver commesso un errore e di dover indagare un’altra persona, non gli accade nulla: semplicemente proroga l’indagine, e cambia soggetto.

Ora si prevedrebbe, invece, che la prescrizione venga sospesa per due anni dopo la sentenza di primo grado, e per un anno dopo quella di appello. Noi penalisti diciamo che se dopo la condanna di primo grado si sospende la prescrizione, va previsto allora anche un termine perentorio per le indagini, entro cui va celebrato il processo. Oggi non esiste alcuna sanzione per il pubblico ministero nemmeno se un fascicolo rimane nel suo cassetto per mesi o anni. Occorrerebbe che la politica intervenisse su questo anziché sulle regole costituzionali, permettendo che un processo duri per l’eternità. La prescrizione, oltretutto, è un istituto che ragionevolmente deve essere previsto in uno Stato perché non si può esercitare la giustizia dopo decenni dai fatti”.

Non è invece che, come crede gran parte dell’opinione pubblica, la prescrizione è una panacea per gli avvocati, che cercano mille cavilli pur di far sì che i propri assistiti non vengano condannati?

“Sì, è vero che una buona fetta dell’opinione pubblica pensa questo. Ma è una sciocchezza che sia uno strumento a vantaggio degli avvocati. Se – ripeto – il 70 per cento delle prescrizioni matura in fase di indagini preliminari, in quel frangente gli avvocati non hanno alcun potere per fare allungare i tempi. Tutto è nelle mani dei pubblici ministeri. Se le indagini di proroga in proroga durano almeno due anni, e se poi dalla chiusura delle indagini all’apertura del processo passano in media altri due anni, nemmeno questa è responsabilità degli avvocati. Allora perché questi ritardi li devono pagare i cittadini? Perché forse dimentichiamo che i processi più lenti in Italia sono quelli del civile, dove non è prevista la prescrizione: eliminarla o sospenderla, come vorrebbe fare il ddl, significa solo allungare i tempi dei processi e allontanare la giustizia dal cittadino”.

Voi penalisti siete contrari anche alle proposte del ddl anti-corruzione che prevede di aumentare le pene: avete proposto, invece, “una seria riforma delle amministrazioni, delle burocrazie e delle leggi sugli appalti”. Cioè?

“E oltre a noi, queste cose le sostengono anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio e il primo presidente di Cassazione, Giulio Santacroce, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha ricordato che l’aumento delle pene non costituisce affatto un deterrente, mai, né per la corruzione né per altri reati. Una dimostrazione solare l’abbiamo già con la legge Severino che ha aumentato la pena per la corruzione a 8 anni: se la corruzione è rimasta quanto meno stabile, evidentemente la legge Severino non è servita al suo scopo, ed è stata solo una risposta emotiva per accontentare l’opinione pubblica nel momento. Ritengo che l’opinione pubblica più avveduta sa bene che così non si risolve il problema.

Il meccanismo di prevenzione principale è far ruotare i burocrati, soprattutto quelli che hanno poteri decisionali forti, e prevedere norme per l’assegnazione degli appalti semplici e chiare. Da noi bisogna sempre chiedere un’interpretazione delle norme, e da quello poi è molto facile passare alla richiesta del favore. Più è difficile orientarsi, più c’è spazio per la discrezionalità e di conseguenza per la corruzione. Inoltre chiediamo che più un reato è grave, più i processi siano veloci. Non dimentichiamo che il nostro paese è quello dove il 40 per cento delle sentenze viene riformato in appello e dove ogni anno paghiamo 12 milioni di euro all’anno per riparare le ingiuste detenzioni. È bene arrivare allora a sentenze in tempi brevi per non rovinare la vita a persone innocenti e allo stesso tempo per dare giustizia il prima possibile a chi ne ha diritto”.

Giustizia: “Il 41 bis? ha generato solo tortura e falsi pentimenti” (Anna Germoni, 27 Marzo 2015, Panorama)

Giuseppe De Cristofaro, senatore di Sel, critica da sinistra il regime carcerario duro anti mafioso. “Il presunto patto Stato-mafia? Lo escludo”.

“Può uno stato democratico usare un regime particolarmente duro di carcere non per evitare che il detenuto comunichi con l’esterno, ma per il solo fine di farlo pentire? Non lo può fare. Siamo unici in Europa a applicare norme così ingiuste”.

Usa parole forti e controcorrente sul regime del 41 bis il senatore Giuseppe De Cristofaro, vicepresidente del gruppo misto-Sinistra ecologia e libertà. Oltre a far parte della commissione parlamentare Antimafia, De Cristofaro è vicepresidente della commissione Affari esteri e membro della commissione straordinaria per la Tutela dei diritti umani. Nonostante l’appartenenza allo stesso gruppo politico, il senatore De Cristofaro sembra essere lontano anni luce dalle posizioni di Claudio Fava, vicepresidente dell’Antimafia.

Senatore De Cristofaro, lei sostiene che il 41 bis è tortura se usato per indurre il pentimento?

“Lo dico per esperienza diretta. E ho questa opportunità di guardare al 41 bis da due punti di vista sull’efficacia e sulla sicurezza di soggetti pericolosi, ma anche alla tutela dei diritti umani. Perché io non dimentico che quando il 41 bis venne applicato per la prima volta nel nostro Paese, cioè dopo la morte di Giovanni Falcone, si disse in Parlamento che doveva essere un sistema assolutamente transitorio. Il 41 bis era nato come regime eccezionale: la risposta dello Stato alle stragi, per poi ritornare a una gestione più normale. Ma poi è divenuto stabile. Io penso che oggi sia necessaria una riflessione per rompere il tabù”.

Lei ha detto: “mentre in commissione Diritti umani guardiamo prevalentemente il diritto umano del detenuto, in Antimafia ci soffermiamo sull’efficacia del carcere duro”. Come superare la discrasia?

“Il 41 bis deve essere usato per evitare contatti con l’esterno di un capomafia, per eludere flussi di informazione. Questo non lo metto in discussione. Quel che invece non mi convince del regime carcerario duro è mettere il detenuto una condizione psicologica di particolare costrizione, in modo da indurlo al pentimento. Così non si hanno veri pentimenti, ma richieste di collaborazione con la giustizia, che servono solo a evitare l’isolamento. Il decreto Scotti-Martelli in realtà era nato proprio per questo proposito, non detto, ma implicito. Ma questa normativa, che sollevò molti dubbi fin dall’epoca, è contraria alla nostra Costituzione. Allora diciamo apertamente che se la ratio del 41 bis è ed era quella di costringere al pentimento, ripeto è una tortura”.

Lei dice, insomma, che lo Stato ha usato il regime carcerario duro solo per indurre certi mafiosi a collaborare con la giustizia?

“Io penso che lo Stato, se ha concezione democratica, se ha un articolo della Costituzione che dice che le pene devono educare, non può applicare un regime di carcere così duro da indurre a un pentimento “finto”, pur di uscire da quello stesso regime. Senza tener conto, che con l’applicazione del decreto Scotti-Martelli, entrarono in isolamento carcerario persone che non erano mai state affiliate o consociate alla criminalità organizzata mafiosa. Uno scandalo”.

Che comporta molti rischi.

“Lo Stato democratico deve applicare le leggi, ma non costringere un detenuto, per le condizioni disumane in cui vive, a un pentimento che non è maturato da una sua coscienza personale e intima. Per questo abbiamo collaboratori di giustizia che, pur di uscire dal regime carcerario, dicono tutto e il contrario di tutto. E la colpa è dello Stato”.

Le intercettazioni su Totò Riina in cella, disposte dalla Procura di Palermo durante i colloqui con il suo “compagno d’aria” nel cortile del carcere di Opera, hanno occupato per mesi le copertine dei giornali, vanificando di fatto il 41 bis cui è sottoposto Riina dal giorno del suo arresto, il 15 gennaio 1993: è stato come permettere a Riina di pubblicare i suoi messaggi all’esterno. Che ne pensa?

“È un fatto vergognoso. Si è vanificata l’applicazione del 41 bis a Riina. Non c’è dubbio che sia vicenda scandalosa. E andremo fino in fondo. Voglio sapere chi ha divulgato le intercettazioni alla stampa”.

Secondo lei, l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso nel 1993 non rinnovò alcuni 41 bis per dare un segnale di “distensione” a Cosa Nostra, come ipotizzano i pm palermitani nel processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”?

“Onestamente non credo che Conso, insigne giurista di fama internazionale, abbia revocato o non rinnovato alcuni decreti del 41 bis, per una sorta di “pax” mafiosa. Lo escludo in maniera categorica. E dico di più: contesto questa forma mentis che si è sviluppata da vari anni, che è una mera semplificazione. Cioè se uno contesta il 41 bis, con ragioni valide, sembra che faccia un favore alla mafia e quindi diventa automaticamente mafioso. Mentre chi sposa in toto la normativa è dalla parte buona della società. Questo è un pregiudizio che va combattuto”.

Lei crede a un patto tra cosa nostra e Stato, durante il biennio 92-93, in cambio di revoche del 41 bis?

“Lo escludo sicuramente”.

E allora cosa pensa del processo palermitano, sulla presunta trattativa Stato-mafia, che vede sul banco degli imputati boss e uomini di Stato, che hanno catturato tali criminali?

“Preferisco non commentare…”.

Motivazioni della condanna di un gruppo di presunti jihadisti «caratterizzato da sentimenti di acceso antisemitismo e antioccidentalismo.» (Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia)

Fonte:

Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia

Autore:

Vincenzo Damiani

«Bari e Foggia a rischio terrorismo»

Lo sostiene il giudice nelle motivazioni della condanna di 5 presunti attentatori islamici «Le due città si trovano in una posizione strategica ed è folta la presenza di immigrati»

BARI La moschea e un call center di Andria erano state trasformate in «scuole di terrorismo e luoghi di indottrinamento». E’ uno stralcio breve delle 591 pagine scritte dal giudice del Tribunale di Bari, Antonio Diella, per motivare la sentenza con la quale, nel settembre dell’anno scorso, ha condannato cinque presunti terroristi islamici a pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 5 anni e due mesi di carcere. Al termine del processo penale, il ministero dell’Interno e la prefettura di Bari hanno deciso di mettere sotto protezione il magistrato, dandogli una scorta, per timore di possibili ritorsioni e vendette.

Il giudice focalizza l’attenzione sulla scelta della Puglia come base logistica: «L’Italia — spiega – è un ponte favorevole per raggiungere le zone di combattimento» e «l’area territoriale di Bari e Foggia, notoriamente popolata da folte comunità di immigrati e sita a ridosso dei Balcani e pertanto in posizione di apertura ad Oriente e al Nord Africa, risulta attualmente tra le più sensibili e a rischio di diffusione del fenomeno». Secondo il gup, la presunta cellula terroristica islamica barese non aveva ancora «progetti determinati» ma svolgeva «attività di studio e formazione». Diella, nella prima parte delle corpose motivazioni, premette che questo non è un procedimento contro l’islam, «non è un giudizio sul credo religioso degli imputati». «In questo processo non è in discussione la fede islamica, alla quale l’umanità deve anche storicamente importanti progressi nel campo scientifico, culturale e sociale», si legge a pagina 9.

L’indagine, condotta dai pm della Dda Renato Nitti e Eugenia Pontassuglia e svolte dai carabinieri del Ros, partì nel 2010, al centro dell’inchiesta finì una cellula terroristica di matrice islamista. L’indagine denominata «Masrah» (teatro), consentì di documentare come, a partire dal 2008, gli indagati si fossero associati tra loro allo scopo di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo internazionale in Italia e all’estero, secondo i dettami di un’organizzazione transnazionale, operante sulla base di un complessivo programma criminoso politico-militare, caratterizzato da sentimenti di acceso antisemitismo e antioccidentalismo e dall’aspirazione alla preparazione ed esecuzione di azioni terroristiche. A questo proposito, il giudice sottolinea l’evoluzione organizzativa del terrorismo: per Diella c’è stata una «conversione strategica dalla centralizzazione operativa alla grande galassia di piccoli nuclei organizzati» e questo ha reso il fenomeno «più pericoloso», perché «meno facile da intercettare e più capace di diffondere un’atmosfera di terrore destabilizzante». Il terrorista ha una «doppia vita, una normale e l’altra segreta ed illecita» che lo rende «facilmente mimetizzabile nell’ordinario tessuto sociale», ma «in grado di attivarsi nel quadro dell’orizzonte di lotta jihadista». Per il giudice, quindi, « il soggetto lavora regolarmente nello Stato che lo ospita e si fa apprezzare per questo, ma contemporaneamente condivide il percorso radicalizzante del gruppo». L’inchiesta ha documentato «specifiche ricerche nel web sul confezionamento esplosivi, armi e acquisizione di informazioni sulle procedure di reclutamento di volontari da inviare ai campi di battaglia in Iraq, Afghanistan e Cecenia».

 

Cosa Spiega la divisione fra Bianchi e Neri? Jared Taylor, 19/03/2015, parte 2, (Verità Poetica)

Prosegue da qui, articolo originale in inglese qui

Verità Poetica

Ma come fai a fiutare e sfruttare gli oppressori in un mondo in cui l’oppressione non è quasi più presente? Creando una gigantesca bugia, credendo a ciò che Steele chiama “verità poetica”. Proprio come i poeti prendono licenze dalla verità per ottenere effetti artistici, la sinistra distorce la verità in modo da potere continuare ad agitare lo spettro dell’oppressione. Steele vede l’America in un altro modo.

“Se tu sei un nero e vuoi essere un poeta, un dottore, un dirigente o una star del cinema, ci saranno sicuramente delle barriere da superare, ma il razzismo bianco sarà l’ultima fra queste. Anzi, è più possibile ricevere preferenze razziali che subire discriminazioni razziali”.

Comunque per la Sinistra “la vittimizzazione dei neri (e delle altre minoranze) è sempre la maggiore verità dell’America, una verità così grande, una caratteristica così fondamentale dell’America da dover essere presa per buona per definizione anche quando i fatti dicono il contrario”.

La verità poetica basilare è che tutti i fallimenti dei neri e degli ispanici sono a causa dell’oppressione dei bianchi, ma nuove verità si aggiungono ad essa più o meno sempre. Dall’omicidio di Trayvon Martin nel 2012, si è deciso che i vigilanti bianchi danno la caccia ed uccidono neri disarmati. Il 2014 ha dato vita alla verità poetica che poliziotti bianchi uccidono neri disarmati impunemente. Nessun dubbio che anche quest’anno produrrà una nuova strofa di questa poesia.

False verità di questo tipo rendono impossibile per la sinistra capire il loro stesso paese, ma le dà un vantaggio pazzesco perché, come spiega Steele “vi è più morale e potere politico nell’idea di sottrarre i neri al loro tragico passato”. La verità poetica è una bugia che supporta una posizione ideologica, ma è anche la radice essenziale della “correttezza politica” che Steele descrive come segue:

“Non ha altro scopo che ritenere questi errori (di razzismo ecc) le verità fondamentali, se non eterne, dello stile di vita americano. Quindi la correttezza politica cerca di bullizzare e far vergognare gli Americani, a trasformare col terrore la loro umanità in conformismo a questa brutta visione della società.”

Chiunque faccia notare che i neri ormai subiscono davvero poche discriminazioni diventa un dissidente che deve essere zittito, e la verità poetica dà alla sinistra “il potere di far vergognare e stigmatizzare chiunque le si opponga”. Come fa notare Steele, la verità poetica non riguarda ciò che è vero; riguarda il potere.

Cos’è il voto di scambio ? Eccolo servito, di Piero Sansonetti, Il Garantista, 23 Marzo 2015

Si dice il voto di scambio: nessuno sa bene cosa sia il voto di scambio. Ovviamente ogni voto è di scambio: io ti chiedo di darmi il tuo voto e in cambio di prometto di fare i tuoi interessi. Poi si tratta di sapere quali interessi, a quali condizioni, con quali mezzi. Per esempio: gli interessi dei lavoratori dipendenti, o dei metalmeccanici?

Sì, anche quello è voto di scambio, ma è nobilissimo, è il meccanismo più puro della politica. La rappresentanza si basa sullo scambio e sulla difesa degli interessi. Gli interessi possono essere di ”classe” (Gramsci addirittura diceva che i partiti sono la nomenclatura delle classi) oppure di ceto, oppure possono essere interessi più piccoli, regionali, o cittadini, o di piccolo gruppo. O ancora possono essere gli interessi di una ”clientela”. Per esempio io posso garantirti che difenderò gli interessi delle guardie forestali, e se mi dimostro di parola otterrò molti voti dalle guardie forestali. O le pensioni di invalidità e via dicendo. La Dc imbarcava un sacco di voti con le politiche clientelari. Erano politiche di corruzione? No, erano meccanismi democratici e di massa discutibili, ma erano meccanismi democratici.

Altra cosa, evidentemente, è se il voto di scambio è con una cosca mafiosa. Perché allora si favorisce non più un gruppo sociale, o territoriale, o una piccola lobby, ma una forza criminale.

Oggi ci troviamo di fronte a un nuovo modello di voto di scambio, anche se al momento non si tratta esattamente di un voto (anche perché da qualche tempo il potere politico centrale non ha più niente a che fare con le elezioni…) ma di uno scambio di poteri. Il potere esecutivo e il potere legislativo, dopo vent’anni di sciabolate (in genere unidirezionali…) decidono l’armistizio e si scambiano piaceri e poteri.

La magistratura -,molto infastidita dalla miniriforma della giustizia preparata da Orlando, e infastidita anche dal sospetto che il governo avesse deciso di bocciare la controriforma presentata dal dottor Gratteri a nome del partito dei Pm – ha dato al potere esecutivo l’ultimatum: o rinunci alla riformetta e dai un segno di resa, e ti liberi dell’Ncd, o è guerra su tutta la linea – lo abbiamo scritto nei giorni scorsi – e noi radiamo al suolo il Palazzo.

Renzi ha deciso di trattare. Ha detto: cosa volete per lasciarci in pace? La magistratura ha chiesto come gesto di buonavolontà la testa di Lupi (in segno di omaggio e come atto di annientamento dell’Ncd, partitino quasi solo nella lotta garantista). Renzi ha accettato. Ha consegnato la testa di Lupi e ieri ha avuto la ricevuta: i Pm hanno chiesto l’archiviazione dell’inchiesta contro suo padre. Da questo momento in poi Renzi e i magistrati possono procedere assieme, passo dopo passo. E la politica non rischia più l’effetto tangentopoli.
I problemi – le domande – sono tre.

Primo. E’ stata una mossa intelligente da parte di Renzi, sottomettersi al partito dei Pm (la sigla ufficiale è un po’ cacofonica, ppmeg: partito di pm e giornalisti…)? Nel breve periodo certamente sì, perché il suo governo potrà durare e arrivare fino al 2018, che è l’obiettivo di Renzi. Se Renzi non avesse firmato la resa, i Pm erano in grado di mandare a casa il governo in non più di 2 o 3 mesi.

Secondo. E’ un patto legittimo? Cioè, è semplicemente un patto clientelare, di scambio di potere e interessi, o è invece un patto che assomiglia di più al voto di scambio con la mafia? Forse la seconda che ho scritto…
Terzo. Quali saranno le conseguenze? Semplice: da oggi la democrazia italiana è completamente nelle mani della magistratura. Anche formalmente. Una volta si diceva: stato di polizia. Roba vecchia, superata: l’Italia è uno stato di Pm.
Fonte

Il caso Mohamed Jarmoune (condannato per addestramento al terrorismo, Brescia)

In questo periodo in cui un po’ tutti siamo scossi da notizie riguardante il terrorismo di matrice islamista, di questo caso paradossale. Chi è Mohamed Jarmoune? E’ un ragazzo di 22 anni, in carcere dal Marzo 2012 con accuse pesantissime ed 2 condanne in primo grado ed appello (l’ultima di 4 anni e 8 mesi) per “addestramento al terrorismo”.

Ripercorriamo le tappe dell’argomento in questione.

Marzo 2012 “Marocchino arrestato a Brescia

Nelle prime ore della mattina di giovedì la Polizia di Stato ha arrestato un cittadino marocchino, Mohamed Jarmoune , 20 anni, destinatario di ordinanza di custodia cautelare in carcere ritenuto coinvolto in attività di addestramento all’uso di armi e di esplosivi per finalità di terrorismo.

Sempre Marzo 2012 Progettava attentato alla sinagoga di Milano

ARMI E ESPLOSIVI – L’arrestato, Mohamed Jarmoune, ha 20 anni e dall’età di 6 vive nel Bresciano, dove lavora come operaio. E’ accusato di essere coinvolto nell’addestramento all’uso di armi e di esplosivi con finalità di terrorismo. A chi entrava nei gruppi creati ad hoc su Facebook era proibito caricare video su canti religiosi, mentre erano permessi solo quelli su armi ed esplosivi.

in un documento salvato sul proprio computer il giovane analizzava «le misure di sicurezza adottate a salvaguardia della sinagoga di Milano, come personale di polizia e possibili vie di accesso». Non si tratterebbe di un progetto giunto già alla sua fase operativa. «Di sicuro era qualcosa di più di una curiosità, ma nel corso dell’operazione non sono stati trovati esplosivi o armi».

Quindi, per stessa ammissione dell’articolo, nessun esplosivo, nessuna arma, solo progetti ed intenzioni.

Dopo oltre un anno di carcerazione preventiva senza processo, arriva la condanna di primo grado, a 5 anni e 4 mesi, addirittura più della richiesta del PM (4 anni).

Giugno 2013 Mohamed Jarmoune è un guerrigliero di Allah

Qui la foto di una delle “prove principi”.

Disegno che prova la sua colpevolezza

Una mappa e dei disegni, pare.

Per il Gup, Jarmoune “ha pervicacemente nascosto la propria identità in internet e ha diffuso numerosi video per la manutenzione delle armi, per la preparazione di esplosivi ela realizzazione di attentati con finalità terroristiche”.
Il ragazzo inoltre ha “incitato l’odio verso le popolazioni occidentali, in particolare miscredenti ed ebrei, con incredibile apologia di atti di terrorismo e autosacrificio”.

In appello un piccolo sconto che non cambia la sostanza, condanna per terrorismo a 4 anni ed 8 mesi senza alcuna azione reale ma con prove che sono o “disegni” o “materiale scaricato da internet”.

4 anni e 8 mesi in appello

Dopo la sentenza si sono detti delusi. I difensori del marocchino, gli avvocati Giuseppina Bartolatta e Giuseppe De Carlo, avevano chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche e l’eliminazione della contestazione della continuazione. Hanno annunciato che ricorreranno in Cassazione, sottolineando l’assenza di prove reali in grado di dimostrare la colpevolezza del loro assistito.

Gli avvocati infatti annunciano il ricorso in cassazione partendo dalla “assenza di prove reali”.

Ora, io non sono nè islamico, nè islamista e sono contrario al terrorismo, da qualunque parte venga. Tuttavia ritengo questa sentenza ed in generale questo andazzo alquanto “pericoloso”. Nel nome del “pericolo” si condanna arbitrariamente per delle “intenzioni”, intenzioni orribili, forse serie e forse no, non è questo il punto, ma pur sempre “intenzioni e progetti” (“accusato di progettare, voleva fare, ecc) e la questione è spinosa dal punto di vista legale.

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni mi preoccupano da due punti di vista. Da un lato mi preoccupa ciò che preoccupa tutti, ovvero la presenza di fanatici pronti ad uccidere il “diverso” nel nome della loro visione del mondo. Dall’altro lato mi preoccupa il modo in cui si intende combattere ciò, ovvero con il “pugno di ferro”, leggi speciali ed arresti per “intenzioni” o “reati d’opinione”. In Francia ci sono stati 54 arresti a riguardo per gente che “ha incitato a” o “ha difeso il terrorismo a parole” ecc.

Francia, 54 arresti per incitamento alla violenza

Tutto questo oltre che essere eticamente sbagliato per paesi dell’Unione Europea che sono democratici e giustamente tengono alla libertà d’espressione, è a mio avviso anche controproducente in quanto si “spara nel mucchio” mettendo sullo stesso piano terroristi reali (come quelli che si arruolano nell’ISIS o quei pazzi autori dell’attentato in Francia) a “terroristi parlati” (rubando dalla definizione dell’avvocatessa Ippolita Naso, “mafia parlata”), ovvero gente che ha una certa visione del mondo ma che non ha fatto alcuna azione terrorista nè probabilmente ha alcuna intenzione di farla. Arrestando i secondi, o in generale facendo leggi discriminatorie nei confronti di certe idee, chiamandole “Idee illecite”(concetto che in democrazia non dovrebbe esistere) o “idee pericolose” si rischia di trasformarli in terroristi reali, con maggiori rischi per la sicurezza, spargimenti di sangue e tendenza a diventare uno Stato di Polizia.

Ovviamente è doveroso e sensato tenere d’occhio chi si sospetta possa fare reati di terrorismo. Arrestarlo o, peggio, condannarlo senza che abbia fatto niente è però una cosa a mio avviso anti-democratica ed in contrasto con i principi dei paesi dell’Unione Europea. Invece si assiste ad un aumento esponenziale della cultura del sospetto.

Il compianto Giovanni Falcone disse a riguardo (riferendosi alla mafia): <<non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo>>.

Ruby-Gate, dieci domande a Ezio Mauro (fonte: il Garantista)

1 Quando ha deciso di scatenare il Ruby-Gate, e cioè uno scandalo sessuale, con toni sanfedisti, come non se ne vedevano dagli anni Cinquanta?

2 L’obiettivo dello scandalo era solo il presidente del Consiglio, o tutta la cosiddetta casta ?

3 Saprebbe quantificare quanto è costato al Paese, in termini politici, la sospensione della regolarità democratica dovuta allo scandalo Ruby e alla sua spettacolarizzazione?

4 E in termini economici?

5 Quando ha deciso di utilizzare tutta la forza editoriale e mediatica del suo giornale per sostenere lo
scandalo, aveva già in mente il nome di Monti alla presidenza del Consiglio?

6 Il governo Monti è stata una sua idea o gliel’hanno suggerita quelli che si chiamano i “poteri forti”?

7 Esattamente, quali poteri forti?

8 In questa campagna ha contato molto il parere del suo editore De Benedetti?

9 Lei che aveva sostenuto Bill Clinton e la sua privacy al tempo del Monicagate, ha impiegato molto tempo a cambiare del tutto opinione e a sostenere Boccassini nel Ruby-gate?

10 Essendo lei (assieme a Travaglio, a Boccassini e a Bruti Liberati), il protagonista assoluto del Ruby-gate lo sconfitto in tribunale, pensa di lasciare la direzione del suo giornale?

Fonte:

http://ilgarantista.it/2015/03/12/ruby-gate-dieci-domande-a-ezio-mauro/

Cosa Spiega la divisione fra Bianchi e Neri? Jared Taylor, 19/03/2015, parte 1 (gli anni ’60)

Posto la prima parte della traduzione di un lungo articolo di Jared Taylor (Amren) che reputo interessante. Le parti mancanti verranno tradotte in seguito.

La fonte originale dell’articolo in inglese è a questo link

Traduzione

Shelby Steele, Vergogna: Come gli errori passati dell’America hanno diviso in due la Nazione (libro del 2015, 198 pagine).

Il Dr. Steele è uno dei pochi Neri che disprezza l’identitarismo vittimista e che afferma che i Neri devono ricevere ciò che spetta in base ai loro meriti. E’ anche un attento osservatore dei bianchi, probabilmente aiutato dal fatto che ha una madre bianca ed una moglie bianca.

In questo libro cerca di spiegare come gli errori dell’America hanno polarizzato la nazione. Il peggiore di questi errori fu il razzismo, insieme al sessismo, allo sfruttamento dell’ambiente ed a una guerra suicida nel Sud Est asiatico. Il punto centrale è se il razzismo sia ancora un problema in sé o se si sia ridotto a mera conseguenza.

Dr. Steele crede che sia una conseguenza, ma la sinistra si è costruita una posizione morale quasi inattaccabile da chi ha altre visioni. I bianchi sono sempre virtualmente oppressori per istinto, e continuano a rovinare le vite ai non-bianchi. I neri, di sicuro, di solito condividono questa visione, perché è la scusa per i loro eventuali fallimenti e mantiene il senso di colpa nei bianchi; tuttavia Steele afferma che questo li rende prigionieri del vittimismo e dipendenti della generosità dei bianchi.

Gli anni 60.

Steele afferma che le radici della polarizzazione odierna risalgono agli anni ’60, nei quali secondo lui ci fu la peggior crisi delle autorità morali e culturali nella storia dell’America. Lo slogan “Non credere mai a nessuno con più di 30 anni” poteva nascere solo in un periodo di profonda alienazione. Afferma che tutto iniziò con la razza. “Il movimento per i diritti civili fu il primo movimento negli anni ’60 ad avere successo perché le accuse contro l’America erano reali”. La discriminazione legale contrastava sicuramente le leggi sull’uguaglianza sempre esistite nella costituzione. Inoltre la tendenza morale a combattere “il bigotto” diventò velocemente una battaglia contro ogni nuovo “ismo” inventato.

Steele afferma però che per i neri queste battaglie furono dannose in quanto permisero che il vittimismo diventasse parte della loro identità. I neri diventarono più ancorati all’idea di sé stessi come oppressi quando in realtà non sono mai stati così liberi. Adottarono una strategia che “ci continua ad identificare come vittime anche quando il mondo chiede di vivere da uomini e da donne”.

Steele scrive che accettando di diventare eterne vittime i neri sono diventato un “popolo dipendente da altri”, ed il loro destino dipende dalla bontà delle altre persone. Le preferenze razziali in base a cui i bianchi esprimono la loro benevolenza ha fatto sì che nessun nero potesse dire davvero di meritarsi il successo. “Vi è ancora almeno un leggero dubbio di inferiorità nella mia generazione di neri istruiti.

Parte del problema fu il cosiddetto “orgoglio nero”. Troppi neri credettero che gli Afro e gli Swaggers potevano sostituire il duro lavoro e la competenza. Steele scrive anche che “le identità di gruppo che compensano la scarsa qualità individuale con una visione abnorme del gruppo sono una falsa speranza”.

Ma interpretare il ruolo della vittima è una tentazione irresistibile: per i neri la lamentela contro i loro precedenti oppressori è valorizzazione e persino autostima all’interno della società più grande. È potere. Dove ci sono vittime, ci deve essere un oppressore, ed i neri impararono rapidamente che i bianchi vivevano nel terrore di essere considerati oppressori. I neri capirono che avrebbero potuto umiliare e sfruttare i bianchi tramite la minaccia di farli apparire razzisti.