Il caso dei promotori del MAO-A:i geni possono modellare alcuni aspetti dei comportamenti umani (citazione da “Una Scomoda Eredità” di Nicholas Wade).

<<Vaughn e colleghi hanno esaminato i promotori del MAO-A negli afroamericani; i soggetti studiati erano gli stessi 2524 giovani statunitensi dello studio di Shin menzionato sopra. Dei maschi afroamericani esaminati il 5% aveva due soli promotori del MAO-A, una condizione che Shin aveva scoperto essere associata con più alti livelli di delinquenza. I membri del gruppo con 2 promotori presentavano cioè una probabilità significamente maggiore di essere arrestati o imprigionati rispetto agli afroamericani con 3 o 4 promotori. La stessa comparazione non si è potuta applicare fra maschi bianchi, spiegano i ricercatori, perchè solo lo 0,1% aveva la variante genetica con 2 soli promotori>>

<<Possiamo concludere affermando che le conseguente più rilevanti dello studio del gene MAO-A sono due: la scoperta che aspetti importanti del comportamento sociale umano sono modellati dai geni e il fatto che questi tratti comportamentali hanno buone probabilità di variare da una razza all’altra, talvolta in modo significativo>>

Fonte: Una Scomoda Eredità, Nicholas Wade, Capitolo 3, Le Origini della natura sociale umana.

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Finlandia: il carcere “aperto” dove i detenuti pagano l’affitto e hanno le chiavi della cella

Trovare i detenuti della prigione di Kerava, in Finlandia, è semplice, basta seguire il sentiero alberato e aprire la porta della serra. “È abbastanza rilassante vivere qui” mi racconta Hannu Kallio, un trafficante di droga, detenuto a Kerava. “Abbiamo anche i coniglietti”.

70 sono i detenuti di questa prigione che, ogni giorno, vanno a lavorare nella serra. Oggi invasano delle piantine, in vista della grande vendita di primavera. E sì, c’è un recinto pieno di coniglietti: ci passano il tempo e se ne prendono cura. Ci sono anche le pecore.

In questo carcere non ci sono cancelli, serrature o uniformi: è un carcere aperto. Tutti i detenuti hanno fatto domanda per venirci. Ricevono 8$ l’ora, hanno il cellulare, fanno la spesa in città e hanno diritto a tre giorni di riposo ogni due mesi. Pagano l’affitto, possono scegliere di andare all’università in città piuttosto che lavorare e ricevere il contributo di sussistenza. A volte, con i supervisori, vanno in campeggio o a pescare.

Fonte.

http://www.globalvoicesonline.org, 27 aprile 2015

I detenuti sanno che non è difficile scappare: “Puoi andare, se vuoi” dice Kallio “però se scappi, torni in galera. Allora meglio stare qui”. Ogni primavera, centinaia di persone vengono alla prigione di Kerava per fare dei picnic, per passeggiare con gli animali e per comprare le piante coltivate dai detenuti.

Le prigioni all’aperto in Finlandia esistono dagli anni trenta. All’epoca erano più che altro dei campi di lavoro. Oggi sono considerate l’ultimo passo della pena prima del ritorno alla vita civile. “Non vogliamo sbattere in galera le persone per il resto della loro vita,” dice Tapio Lappi-Seppälä, capo dell’Istituto di Criminologia dell’università di Helsinki, “perché, in quel caso, si dovrebbe investire molto ed essere certi che esista una reale possibilità di riabilitazione.”

Non è sempre stato così. Fino a pochi decenni fa la Finlandia aveva uno dei più alti tassi di reclusione in Europa. Poi, negli anni sessanta, alcune ricercatori scandinavi hanno studiato la relazione tra l’efficacia della pena detentiva e la relativa riduzione del tasso di crimine. La conclusione dimostra che la pena detentiva non aiuta a diminuire i crimini. “Per la prima volta un’analisi critica ha dimostrato che le pene detentive non funzionano realmente” sostiene Lappi-Seppälä.

Durante i successivi trent’anni, la Finlandia ha a poco a poco rimodellato la politica detentiva. Al termine di questo periodo di “decarcerazione” la Finlandia aveva il più basso tasso di detenzione in Europa. Lappi-Seppälä aggiunge inoltre che i reati non sono aumentati. Ed è sempre lui a sostenere che: “L’esperimento in Finlandia ha dimostrato che è assolutamente possibile interrompere la reclusione per i due terzi della popolazione carceraria, senza influire sull’andamento dei reati del paese”. Il graduale reinserimento nella vita normale, offerto dalle carceri aperte, ha davvero funzionato. Se, stando ai dati dell’Agenzia delle Sanzioni Criminali, un terzo dei detenuti in Finlandia è rinchiuso in carceri di questo tipo, è anche vero che questi ultimi difficilmente ritornano sulla cattiva strada. Il tasso di recidività è infatti sceso del 20% circa.

Le carceri aperte costano meno. Esa Vesterbacka, capo dell’Agenzia delle Sanzioni Criminali, sostiene che eliminando i costi dei sofisticati sistemi di sicurezza e del personale (mettendoli in strutture che sono essenzialmente dormitori) il costo per detenuto scende di almeno un terzo. Ovviamente, non è il risparmio la ragione principale di questo tipo di carceri, ma come dice Vesterbacka : “Oggi se si può risparmiare è meglio”. Tra le principali attrazioni turistiche di Helsinki c’è persino un carcere aperto sull’isola di Suomelinna.

L’isola fa parte del Patrimonio Mondiale Unesco e brulica di turisti in estate. E c’è solo una staccionata a separare la prigione dalla zona con appartamenti residenziali e musei. I detenuti del carcere di Suomelinna vivono in un dormitorio di colore blu che assomiglia ad una casa. Solo una staccionata separa la prigione dal resto dell’isola, già popolare destinazione turistica.

“Non capisci davvero che stai camminando nel bel mezzo di un carcere,” dice Lappi-Seppälä.

“Non ci pensa nessuno e non credo che neanche i turisti americani trovino la cosa pericolosa”. Anche la popolazione locale sembra essere d’accordo. Parlando dell’argomento con i residenti di Kerava e Suomelinna, soprattutto riguardo al pericolo di condividere la città con dei detenuti, la maggior parte di loro rimane perplessa. Alcuni rispondono che addirittura i detenuti contribuiscono a migliorare la vita della comunità restaurando dimore storiche o pulendo spazi pubblici.

Sarebbe interessante chiedersi come questo sistema possa funzionare in altri paesi. In particolare, negli Usa che hanno il numero più alto di detenuti al mondo. Heather Thompson, un professore di storia della Temple University, studioso della carcerazione di massa e della vita dei detenuti, sostiene che sia difficile da immaginare, in quanto gli Usa non ne stanno proprio parlando. “Abbiamo appena realizzato che c’è un problema di sovraffollamento nelle carceri. Dovremmo ancora capire quali siano le attuali condizioni di reclusione, la reale esperienza di vita delle persone nelle carceri così che queste possano tornare alla fine della loro pena ad essere degli esseri umani”.

Quando ho parlato con Hannu Kallio nel carcere aperto di Kerava, stava per scontare gli ultimi mesi di carcere a casa, lavorava per un’azienda di riciclo e viveva con sua moglie, le sue figlie e un Jack Russell terrier. Un uomo di nome Juha (non ha voluto dirmi il suo cognome) è in attesa del suo primogenito. Sta scontando l’ergastolo, ma per la maggior parte delle volte, questa pena in Finlandia si tramuta in un totale di 10-15 anni di reclusione. “È una cosa importante, quella che mi sta accadendo” mi racconta Juha, “ma non so quando uscirò. Praticamente, sarà la madre a crescerlo”. Juha non è sicuro quando potrà tornare a casa dalla sua famiglia, ma sa che alla fine tornerà. E per uno che è stato condannato all’ergastolo in un carcere di massima sicurezza, è tanto.

Giustizia: convertito il Dl anti-terrorismo; più controllo e monitoraggio dei siti informatici

di Giuseppe Amato

Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2015

È stato convertito, con modificazioni, il decreto legge 18 febbraio 2015 n. 7, diretto a rafforzare gli strumenti di lotta contro i fenomeni di terrorismo internazionale. Non particolarmente significative sono le modifiche che hanno caratterizzato gli interventi in materia sanzionatoria penale. Infatti, a parte alcuni correttivi, le novità sono per lo più ispirate all’esigenza di puntualizzazione delle fattispecie incriminatrici ovvero a realizzare una migliore specificazione dell’ambito dei poteri di controllo anche preventivo sui siti informatici, ampliando gli strumenti di contrasto anche in via preventiva delle attività terroristiche.

Integrazione delle misure di prevenzione e contrasto delle attività terroristiche. Di rilievo, per la prevenzione e il contrasto delle condotte strumentali all’attività terroristica che prevedano l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici, vuoi direttamente per lo svolgimento dell’attività di cui all’articolo 270-bis del Cp, vuoi per le attività di pubblicizzazione, istigazione, apologia, reclutamento e simili, è la previsione di un sistema di costante monitoraggio dei siti utilizzati per tali attività.

Un ruolo cardine è attribuito alla polizia postale che, giusta il disposto dell’articolo 2, comma 2, della legge in esame, è onerata del compito di predisporre l’elenco di questi siti, costantemente aggiornato, utilizzabile anche per le operazioni sotto copertura previste, per il contrasto dei delitti commessi con finalità di terrorismo, dall’articolo 9, comma 1, lettera b), della legge 16 marzo 2006 n. 146. Trattasi di un’attività di monitoraggio e raccolta utile sotto diversi profili.

Certamente perché, proprio nell’ambito delle operazioni sotto copertura di contrasto del terrorismo, cui sono deputati gli “organismi investigativi della Polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri specializzati nell’attività di contrasto al terrorismo e all’eversione e del Corpo della Guardia di finanza competenti nelle attività di contrasto al finanziamento del terrorismo” (si veda articolo 9, comma 1, lettera b), della legge n. 146 del 2006), tra le attività facoltizzate per acquisire elementi di prova in ordine ai delitti commessi con finalità di terrorismo, rientra anche quella di “attivare o entrare in contatto con soggetti e siti nelle reti di comunicazione” mediante l’utilizzo di “indicazioni di copertura” (articolo 9, comma 2, della legge n. 146 del 2006).

In realtà, l’utilità di tale attività va al di là delle operazioni sotto copertura, perché costituisce già di per sé strumento direttamente utilizzabile sia probatoriamente, per acquisire elementi spendibili in sede di investigazione, sia in via genericamente preventiva, per attivare una attività di interdizione dei siti utilizzati a fini di supporto del terrorismo.

Le iniziative di contrasto informatico – Sotto quest’ultimo profilo, rilevanti, ma non sempre immediatamente chiare, sono le disposizioni contenute nei commi 3 e 4 dello stesso articolo 2 della legge di conversione. Il testo definitivo presenta, in vero, qualche modifica rispetto a quello dell’intervento di urgenza, ma restano alcuni dubbi interpretativi. Con la prima di queste disposizioni, è previsto l’obbligo per i fornitori di connettività di inibire, mediante gli opportuni strumenti di filtraggio, l’accesso ai siti come sopra individuati su disposizione dell’autorità giudiziaria procedente (la formula consente di ricomprendervi, in caso di indagini preliminari, lo stesso pubblico ministero).

Non è però molto chiaro il contesto dell’intervento. Il riferimento all’autorità giudiziaria presuppone che vi sia in corso un procedimento penale e allora non si comprende quale spazio autonomo possa avere la disposizione a fronte di quanto previsto nel successivo comma 4. Del resto, l’intervento, come risulta palese dalla lettura combinata dei commi 2 e 3 dell’articolo 2 della legge in commento, può riguardare solo i siti “utilizzati per le attività e le condotte di cui agli articoli 270-bis e 270-sexies del Cp”: ergo, ci si riferisce a situazioni in cui già in sede penale si procede per il reato di cui all’articolo 270-bis del Cp, in un contesto in cui, quindi, può utilizzarsi il più incisivo strumentario previsto dal comma 4 dello stesso articolo 2 della legge in esame.

Ciò tacendo dal rilevare che la previsione normativa non dettaglia neppure le conseguenze che dovrebbe derivare a carico di chi contravvenga all’ordine di inibizione adottato dall’autorità giudiziaria; non potendosi in proposito richiamare per coerenza sistematica la sanzione amministrativa prevista dall’articolo 14-quater della legge 3 agosto 1998 n. 269.

Molto più convincente ed efficace risulta, invece, la seconda previsione normativa, appunto contenuta nel comma 4 dell’articolo 2 della legge, laddove è attributo al pubblico ministero che procede per i delitti di cui agli articoli 270-bis, 270-ter, 270-quater e 270-quinquies del Cp, commessi con finalità di terrorismo, di ordinare, con decreto motivato, ai fornitori dei servizi di hosting o ai soggetti che comunque forniscono servizi di immissione e gestione, la rimozione del contenuto reso accessibile al pubblico allorquando sussistano concreti elementi che consentano di ritenere che le attività incriminate siano commesse proprio anche per via telematica.

L’ordine deve essere adempiuto immediatamente e comunque entro quarantotto ore, mentre, in caso di inosservanza, l’autorità giudiziaria può provvedere a disporre l’interdizione al dominio internet nelle forme e con le modalità del sequestro preventivo (articolo 321 del Cpp).

Ciò significa che, mediante il ricorso al sequestro preventivo, è possibile anche l’oscuramento di un sito web, con l’unica eccezione che si tratti della pagina web di una testata giornalistica telematica regolarmente registrata (in tal senso, oltre che nella stessa relazione di accompagnamento, anche la sentenza delle sezioni Unite, 29 gennaio 2015, Fazzo e altro, a oggi ancora non depositata, ma la cui anticipazione è nel senso che non è possibile, fuori dei casi previsti dalla legge, il sequestro preventivo della pagina web di una testata giornalistica telematica registrata, evidentemente dovendosi valorizzare l’applicazione anche a tali prodotti editoriali, in applicazione dell’articolo 21 della Costituzione, delle guarentigie previste per la stampa).

In definitiva, la disposizione normativa, ponendosi in linea con la giurisprudenza prevalente (recepita dalla citata decisione delle sezioni Unite), conferma che gli spazi comunicativi sul web, non essendo giornali, non godono della speciale protezione prevista per la libertà di stampa. Ciò sul rilievo che l’articolo 21 della Costituzione, dopo l’affermazione di carattere generale sulla libertà di manifestazione del pensiero, riserva la disposizione limitativa sul sequestro alla sola manifestazione del pensiero che avvenga attraverso la stampa.

Conseguentemente non trova applicazione per blog, mailing list, chat, newsletter, e-mail, newsgroup, messaggi istantanei, ecc. la tutela costituzionale di cui al comma 3 dell’articolo 21 della Costituzione, e i suddetti siti sono quindi certamente sequestrabili. Ne consegue l’ammissibilità del sequestro preventivo (mediante oscuramento), qui nel caso in cui il contenuto sia ritenuto strumentale alla commissione di delitti con finalità di terrorismo.

Unica eccezione a questo potere d’intervento riguarda i giornali telematici, regolarmente registrati (in questo senso, come detto, anche la citata decisione delle sezioni Unite). Le garanzie costituzionali previste dall’articolo 21, terzo comma, della Costituzione e dalle norme attuative della legge ordinaria (articoli 1 e 2 del Rdl 31 maggio 1946 n. 561), in tema sequestro della stampa, sono quindi estensibili ai giornali telematici, editi mediante tecnologia elettronica e diffusi attraverso la rete, con la conseguenza che il riconosciuto generale divieto del sequestro preventivo della stampa (essendo ammesso dalla richiamata normativa solo il sequestro probatorio nei casi di stampa clandestina e delle pubblicazioni oscene) deve valere anche per la stampa telematica, in ossequio al principio della libertà di manifestazione del pensiero.

Un’importante modifica, in sede di conversione, ha caratterizzato l’ambito di operatività di tale incisivo potere di intervento. Si prevede, in ossequio al principio di proporzione e adeguatezza, che l’interdizione e la rimozione dei contenuti debbano essere disposte solo nei limiti di quanto necessario, senza inutili eccessi.

Cosicché, viene previsto che i provvedimenti cautelari interdittivi, laddove tecnicamente possibile, debbano garantire la fruizione dei contenuti presenti sul sito che siano estranei alle condotte illecite, derivandone, per l’effetto, che laddove sufficiente, la stessa rimozione dei contenuti debba limitarsi a quelli illeciti, quando il sito sia riconducibile a terzi estranei alle attività incriminate (articolo 2, comma 4, della legge in esame).

La legge di conversione si caratterizza per due ulteriori specificazioni.

La prima riguarda l’indicazione (preferenziale) degli organi di polizia deputati ad attivare tale strumentario: si precisa che l’autorità giudiziaria procedente debba avvalersi preferibilmente della polizia postale. La formulazione della norma, proprio con l’utilizzazione dell’avverbio “preferibilmente”, non ha una significativa valenza precettiva e, in tutta probabilità, proprio per tale ragione, la modifica specificativa è inutile.

La seconda riguarda il sistema di controllo pubblico sulle attività di monitoraggio, realizzata attraverso la previsione che dei provvedimenti adottati, sia di monitoraggio dei siti che di interdizione e di rimozione, debba darsi notizia in un’apposita sezione della relazione che il ministro dell’Interno presenta annualmente al Parlamento una relazione sull’attività delle forze di polizia e sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica nel territorio nazionale (è la relazione prevista dall’articolo 113 della legge 1° aprile 1981 n. 121).

Sembra evidente che tale notizia debba essere limitata alle attività ostensibili, rispetto alle quali, cioè, non ostino esigenze investigative. Pur nel silenzio della norma, deve ritenersi infatti che i provvedimenti adottati nell’ambito di procedimenti penali, possano essere menzionati solo previo il nulla osta dell’autorità giudiziaria procedente, a meno che non ci si limiti a una elencazione generica rilevante solo a fini statistici. L’inserimento dei dati nella relazione annuale è stato previsto, in sede di conversione, anche per l’elenco della black list dei siti monitorati dalla polizia postale, secondo la disciplina dettagliata nel sopra richiamato articolo 2, comma 2.

Le intercettazioni preventive. In un’ottica squisitamente di prevenzione, si segnala un intervento ampliativo realizzato, con l’articolo 2, comma 1-quater, della legge in commento, sulla disciplina delle intercettazioni preventive (articolo 226 del decreto legislativo 28 luglio 1989 n. 271).

Di immediato rilievo è la previsione ampliativa dei presupposti per attivare lo strumento intercettivo (introdotta dall’articolo 2, comma 1-quater, della legge in esame, che sul punto innova il disposto del comma 1 dell’articolo 226): ne è consentito il ricorso non più solo quando sia necessario per l’acquisizione di notizie concernenti la prevenzione dei delitti di cui agli articoli 407, comma 2, lettera a), e 51, comma 3-bis, del Cpp, ma anche quando tale necessità acquisitiva riguardi i delitti di cui all’articolo 51, comma 3-quater, del codice di procedura penale (si tratta dei delitti consumati o tentati con finalità di terrorismo), se commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche.

La previsione assume particolare rilievo con riferimento ai reati di cui agli articoli 270-quater, 270-quater.1, e 270-quinquies del Cp, se e in quanto commessi con le modalità e i mezzi sopra indicati.

Viene inoltre prevista la possibilità per il procuratore di autorizzare, per un periodo comunque non superiore a ventiquattro mesi, la conservazione dei dati acquisiti, anche relativi al traffico telematico: ciò in deroga alla previsione generale, contenuta nel comma 3 dell’articolo 226, secondo cui va ordinariamente disposta l’immediata distruzione dei supporti e dei verbali delle operazioni intercettive.

Infine, nella consapevolezza delle difficoltà connesse alle esigenze di traduzione delle attività intercettate, è stabilita l’estensione a dieci giorni del termine, ordinariamente fissato in cinque giorni, per il deposito presso il procuratore che ha autorizzato le operazioni intercettive del verbale e dei supporti, quando appunto emergono problematiche connesse alla traduzione delle conversazioni.


Giustizia: sono i pm e non gli appelli a “far morire” i processi (Francesco Petrelli, UCPI)

Come abbiamo più volte ricordato, sulla questione della riforma della prescrizione l’Unione Camere penali italiane non ha mai avuto posizioni di natura “ideologica” e si è sempre cercato di mantenere il confronto su basi razionali, denunciando piuttosto come spesso da parte di Anm o da parte della politica si sia inteso fare della questione prescrizione un uso simbolico, o di bandiera, con la quale rispondere ad una presunta (del tutto inesistente) aspettativa sociale.

Peggio: si è cercato di approfittare di tale supposta aspettativa per introdurre nel sistema elementi pseudo-efficientisti, distorsivi dei già precari equilibri costituzionali dei nostri codici e di natura marcatamente anti-garantista.

Abbiamo sempre ritenuto che la prescrizione viene di fatto affrontata come se fosse una malattia e non invece come un sintomo di una patologia del sistema che non si vuole realmente affrontare, impegnandosi in maniera del tutto erronea a cancellare il sintomo: il che come si sa non risolve il problema e non fa altro che aggravare il male.

Se si vuole piuttosto approdare ad una effettiva esigenza di razionalizzazione del sistema, occorre conoscere i veri mali del processo, che la prescrizione, come fosse una inesorabile sonda diagnostica, evidenzia in maniera ineccepibile. Visto che la maggior parte dei processi (fra l’87,5 ed il 55,3%) si prescrive nel corso delle indagini preliminari (a conferma dei dati forniti all’epoca dal viceministro Costa), mentre solo il 17% in fase di appello e lo 0,4% nel successivo giudizio di legittimità, il nostro lungimirante e occhiuto legislatore, terapeuta avveduto, cosa fa? Interviene sulla fase delle indagini?

Impone termini perentori al Pubblico Ministero perché chiuda le indagini con le cadenze imposte dalla legge e perché eserciti l’azione penale nei tempi previsti dal Codice? Niente affatto! Interviene sulle impugnazioni allungando di tre anni i termini di prescrizione. Interviene proprio là dove il problema della prescrizione incide meno.

A confronto con gli esponenti della politica, queste cose le abbiamo dette, e alla politica le ha dette anche l’accademia, anch’essa questa volta compatta e severa nel sollecitare soluzioni diverse che colgano i segni veri dello squilibrio, senza lasciarsi trascinare in una rincorsa demagogica che trasforma il processo in un danno per il colpevole e per l’innocente, per le vittime dei reati e per la collettività intera.

In un Paese che spende, come di recente denunciato da Mario Barbuto, 8 milioni di euro al mese per i ritardi della giustizia, l’allungamento dei tempi prescrizionali con l’inevitabile conseguente parossistico allungamento dei tempi processuali diviene un ulteriore motivo di disagio, un altro accumulatore di ingiustizia, se è vero che il rimedio dell’ingiustizia patita giungerà solo dopo decine di anni di drammatica attesa nella pendenza di interminabili giudizi.

In attesa che il Senato decida, nel perdurante stato di agitazione dell’avvocatura penale, e forse avvertendo una qualche debolezza del fronte a sostegno del Ddl, e la sua radicale irrazionalità denunciata dagli stessi dati ministeriali, la guerra dei numeri sul fonte della politica maldestramente prosegue.

Chiede ora il Senato “approfondimenti statistici sulla prescrizione”. Pensavamo ingenuamente che simili studi si facessero prima di formularle, le proposte di legge, ma tant’è. Non è mai troppo tardi. Stando dunque a tali dati secondo il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, negli ultimi anni (2011-2013), sarebbero in diminuzione le prescrizioni nella fase delle indagini ed in aumento quelle nella fase di appello.

Ma il dato va corretto: la percentuale citata del 17% delle prescrizioni in appello è da riferire, non al totale dei processi pendenti in quella fase, bensì al totale delle prescrizioni maturate in un anno per cui non può certo dirsi che “quasi due processi su dieci che approdano in appello finiscono in nulla”. Ed anche qui, a voler essere dei buoni diagnosti, dovrebbe correttamente porsi il problema se spesso i giudici di Appello non siano in realtà le vittime di ritardi altrui! Dei ritardi maturati nella fase delle indagini del pm delle quali nessuno pare voler parlare.
Fonte:

Francesco Petrelli (Segretario dell’Unione Camere Penali)

Il Garantista, 25 aprile 2015

Il Patteggiamento

Il patteggiamento in Italia è una richiesta che si può fare al fine di evitare 3 gradi di giudizio, costosi per entrambe le parti in gioco (lo Stato e l’imputato) quando i fatti sono molto chiari e si deve solo decidere quanto elevata sarà la pena da irrogare. Una volta si potevano patteggiare pene fino ai 2 anni di reclusione, ora, col cosiddetto “Patteggiamento Allargato”, si possono patteggiare pene fino ai 5 anni di reclusione. Il patteggiamento avviene solo sull’entità della pena e, al massimo, sulla pena pecuniaria. Non avviene nè sulla modalità di espiazione (carcere, domiciliari, lavori socialmente utili ecc) nè sulle eventuali pene accessorie. Può essere, nella richiesta, subordinato ad altri istituti giuridici, come ad esempio la sospensione condizionale della pena.

Il patteggiamento è, in pratica, un accordo fra il Pubblico Ministero, che esercita l’accusa, e l’avvocato difensore, che esercita la difesa. Da codice di procedura penale, la richiesta di patteggiamento proviene da una delle due parti in gioco, e l’altra parte accetta o rifiuta, motivando il rifiuto in tal caso.Ovviamente in caso di accordo è sempre il giudice terzo ed imparziale a dare l’assenso. La pena patteggiata deve essere comunque “conforme a legge”. E’ uso comune, in caso di imputati incensurati ed accusati di reati puniti in modo lieve, patteggiare “il minimo della pena edittale diminuito di un terzo”.

In caso di fragranza di reato, se non vi sono altri procedimenti penali in corso verso l’imputato, conviene sempre, come primo tentativo, tentare di patteggiare il minimo possibile. Si evitano 3 gradi di giudizio, dispendiosi per le tasche dell’imputato, l’avvocato si leva il pensiero dedicandosi ad altri casi più complessi, ed i magistrati (PM e giudici) pure. Alcuni giuristi ed avvocati vorrebbero, per snellire la macchina burocratica-giudiziaria italiana, rendere possibile il patteggiamento anche per pene superiori ai 5 anni o, più in generale, incentivare maggiormente il patteggiamento, al fine di renderlo più appetibile per gli imputati. Per fare questo, si dice, ci sarebbe bisogno anche di una maggiore collaborazione da parte dei magistrati. Capita infatti che talvolta alcuni Pubblici Ministeri sono riluttanti a dare l’assenso a patteggiamenti ad imputati che non collaborino con la giustizia, o, nel caso siano disposti a dare l’assenso al patteggiamento, di fatto giocano al rialzo in quanto all’emissione della pena. Succede quindi che ai suddetti imputati, anche se colti in fragranza di reato o comunque con gravissimi indizi di colpevolezza e la certezza di essere condannati in dibattimento, convenga non chiedere il patteggiamento ma fare il rito abbreviato, con 3 gradi di giudizio, giocando al ribasso, puntando ad ottenere gli arresti domiciliari e tirarla per le lunghe, col rito abbreviato, con il ricorso in corte d’appello (che di solito riformula la pena al ribasso rispetto al primo grado, nel quale, di norma, vengono date pene edittali troppo alte rispetto ai fatti contestati) ed in cassazione (che di solito, in questi casi, conferma la pena). Tutto ciò per ritardare l’arrivo della sentenza definitiva e relativo ordine di carcerazione (o comunque di espiazione della pena).Esempio pratico. Pregiudicato viene trovato in possesso di un quantitativo di droga superiore a quello considerato per “uso personale” e di una pistola con matricola abrasa. Capi d’accusa: detenzione ai fini di spaccio e detenzione illegale di arma da fuoco. I fatti sono chiari, la condanna è certa, il suo avvocato direbbe “boh, qua farti assolvere è impossibile, proviamo a patteggiare giocando al ribasso, ti fai quello che ti devi fare, poi provo e a farti uscire ai domiciliari e quando va definitivo puntiamo ad 1 pena alternativa al carcere e ok, ok?” l’imputato in custodia cautelare in carcere direbbe “ok”. L’avvocato andrebbe dal PM e direbbe una cosa del tipo “buongiorno guardi qua c’è poco da parlare, il mio cliente cioè, è colpevole ecc, io ho casi più complessi da trattare, lei pure, facciamo 1 patteggiamento, chiudiamola qui e bon”. Alcuni PM però risponderebbero in questo modo. “Il patteggiamento te lo do però a patto che il tuo imputato deve dirmi da chi ha comprato la droga e da dove viene quella pistola così poi io indago su altra gente ecc”. A quel punto l’avvocato riferisce all’imputato, che risponde, di solito, “no no, non esiste, poi se faccio i nomi e sta gente viene a saperlo avrei molta paura per la mia incolumità personale e per l’incolumità delle persone a mie care, guardi avvocato piuttosto mi faccio un po’ di anni in più ma quando esco non devo aver paura di sta gente”. L’avvocato riferisce al PM (tutto questo “In private” in fase pre-dibattimentale, non nell’aula del tribunale) dicendo “dai cioè capit che è la storia, facci patteggiare lo stesso, anche con una pena più alta di quella che intendevi se collaborava, e la chiudiamo qui, il mio cliente cioè, non conta un cazzo, è un pesce piccolo, non è un boss o altro, avrai altro da fare pure te”. Il PM magari dice “no, allora non patteggiamo” (e lì allora fa l’abbreviato secco, il PM non deve dare il consenso e lo sconto di 1 terzo sulla pena edittale irrogata è automatico). Il PM magari dice “mmm ok, hai ragione, facciamo un patteggiamento di, boh, 4 anni e la chiudiamo qui”, l’avvocato dice “guardi non pijamose perculo, sappiamo entrambi che per questi fatti con l’abbreviato secco se mi va bene sto sui 2 anni/ 2 anni e mezzo, se mi va male sto sui 4, ma proprio se mi va male eh, dai facciamo 3 anni patteggiati e bon” e “trattano”. Alcuni PM son poco propensi a trattare, altri lo sono di più, a seconda di vari fattori fra cui, semplicemente, il loro carico di lavoro di quel preciso momento.Per questo motivo (ho fatto l’esempio pratico per far capire meglio le cose) spesso patteggiare non è così semplice, e la macchina giudiziaria italiana si ingolfa ulteriormente.Alcuni giuristi ed avvocati vorrebbero la possibilità di patteggiare anche per fatti gravissimi, fino all’omicidio. Al di là di discorsi etici, questo sarebbe molto pratico per l’efficienza giudiziaria in Italia. Un assassino reo confesso non può patteggiare perchè, giustamente, l’omicidio doloso è punito con più di 5 anni. Il processo in questo caso si svolgerebbe soltanto sulle aggravanti e le attenuanti, se era premeditato o meno (se è premeditato è un’aggravante), se è per futili motivi (aggravante), se è aggravato dalla crudeltà ecc. Con l’abbreviato l’ergastolo è difficile che venga dato (a meno che non sia un omicidio particolarmente efferato), ma intanto si spendono comunque soldi per 3 gradi di giudizio (da parte dello stato anche). Con la possibilità di patteggiare, in cambio di un ragionevole sconto di pena al reo confesso, si eviterebbe un processo dispendioso. Così dicono questi avvocati e giuristi. Altri avvocati e giuristi invece mettono prima la ragione “etica” della praticità o sono in posizioni intermedie.Il patteggiamento non è appellabile ma può essere fatto ricorso per cassazione, per tentare di abbassare la pena o, semplicemente, di ritardare l’arrivo della sentenza definitiva. Il 99% dei ricorsi in cassazione contro una condanna per patteggiamento viene dichiarato inammissibile.Ultima cosa, è ignoranza giuridica confondere rito abbreviato e patteggiamento, sono due cose completamente diverse e che non c’entrano una fava l’uno con l’altro. (vedi articolo intitolato “il rito abbreviato”)

Le misure di sicurezza

Le misure di sicurezza sono un’innovazione del codice Rocco (epoca fascista) e rappresentano la forma con la quale il codice penale ha concretizzato la teoria del doppio binario secondo cui mentre la pena doveva assolvere alla funzione di retribuire il reo per il reato commesso e di reintegrare l’ordinamento giuridico, la misura di sicurezza aveva la funzione di prevenire il pericolo di un’ulteriore condotta criminale da parte dell’autore di un fatto di reato o di un quasi reato attraverso la sua emenda o risocializzazione. Questa concezione, in linea teorica, oggi è superata in quanto l’art. 27 del codice penale afferma che la pena deve tendere sia alla punizione del condannato che alla sua rieducazione/reinserimento. Alcuni dicono che l’articolo 27 dovrebbe far sì che siano anche SUPERATE le misure di sicurezza, nate nell’epoca fascista in cui vigeva la teoria del “doppio binario”; di fatto, nonostante l’art. 27, queste misure esistono ancora, nonostante su di esse siano stati sollevati parecchi dubbi di costituzionalità.

Le misure di sicurezza personali possono essere detentive e non detentive.Le non detentive sono:

1) la libertà vigilata

2) il divieto di soggiorno

3) il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci di bevande alcoliche

4) l’espulsione dello straniero dalla Stato.

Si sostiene, poi, che le misure di prevenzione contrasterebbero con il principio costituzionale della presunzione d’innocenza, nonchè con quello, desumibile dall’art. 27 Cost, della personalità della responsabilità penale.

In ogni caso, la Corte Costituzionale, più volte investita della questione relativa alla legittimità costituzionale delle misure di prevenzione, ha sempre avuto modo di precisare come siano ammesse le restrizioni alla libertà che non siano espressamente escluse dalla carta Costituzionale. Alcuni pensano che questo sia il classico modo italiano di aggirare la costituzione in modo discrezionale per interessi extragiuridici (lasciare più leve di potere in mano alle autorità a riguardo vincolandoli meno alle leggi scritte e lasciando di fatto carta bianca), ma qui ognuno ha la libertà di vederla come meglio crede.

Perchè ora, vedendo a chi si applicano in teoria queste misure, si nota che il tutto è scritto in modo ambiguo, forse proprio per lasciar carta bianca a chi ha il potere per farlo agire secondo criteri anche “non strettamente giuridici”, ma qui, ripeto, ognuno la pensi come vuole. Queste misure si applicano a

1) coloro che debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono abitualmente dediti a traffici delittuosi;

2) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;

3) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Sono misure di prevenzione personali:

a) il foglio di via obbligatorio

b) la sorveglianza speciale

c) l’obbligo di soggiorno o il divieto di soggiorno da adottarsi unitamente alla sorveglianza speciale.

Alcune persone ritengono che questi 3 criteri siano troppo generici ed arbitrari. Si ritiene che uno sia “dedito a traffici delittuosi”? Le autorità preposte possono chiedere l’autorizzazione ad intercettazioni telefoniche ed ambientali riguardanti questa persona “dedita a traffici delittuosi”. Se trovano qualcosa di imputabile(che so, scoprono che spaccia), possono denunciarlo a piede libero od ottenere un mandato di cattura o denunciarlo ed applicargli una misura coercitiva, processarlo ed eventualmente condannarlo, con tutte le garanzie previste da un processo penale. Che necessità vi è di una “misura di prevenzione” così, sulla base di sospetti, quando comunque vi sono gli strumenti per imputare un sospettato? Così dicono alcune persone, altre persone invece ritengono che si debba sacrificare parte della libertà per assicurare la sicurezza sociale, e sacrificare la libertà significa mettere restrizioni arbitrarie a semplici sospettati.

In ogni caso queste misure a, b e c sono, rispettivamente,

a) l’obbligo di andare via da una città non di propria residenza e non farci ritorno (si sospetta che uno abbia traffici delittuosi in quell’altra città)

b) una serie di misure limitative della libertà personale (tornar a casa entro 1 certa ora o divieto di frequentare pregiudicati, perchè, è noto eh, prima di parlare con una persona tutti ti chiedon la fedina penale….)

c) vietato vivere in certe città o vietato vivere in città diverse da quella assegnata dall’autorità che decide.

Il tutto, attenzione, anche senza che vi siano condanne o processi, ma solo sulla base di sospetti o, peggio ancora, dopo che la pena è stata scontata. Si direbbe, un supplemento di pena in un certo senso.

Ma il bello deve ancora venire.

Pericolosita’ sociale

Agli effetti della legge penale, e’ socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, la quale ha commesso taluno dei fatti indicati nell’articolo precedente, quando e’ probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati.

Ma ci rendiamo conto? Quando è probabile che… cosa vuol dire? E’ probabile che commetta nuovi reati? Non ha senso. Nel senso, uno viene condannato, sconta la pena e non finisce lì come in teoria dovrebbe essere. Uno dovrebbe scontare e poi riprender a vivere, ed eventualmente esser riprocessato se è sospettato di aver commesso qualcos’altro. Invece qua si “previene l’eventuale reato” mettendo, preventivamente, una misura di sicurezza limitativa della libertà personale sulla base di congetture che al massimo stanno dietro ad “intenzioni presunte”. Mentalità tipica della “Legge dei sospetti di Robespierre” o del “processo alle intenzioni”.

Ed ancora

Le misure di sicurezza sono ordinate dal giudice nella stessa sentenza di condanna o di proscioglimento.

Possono essere ordinate con provvedimento successivo:

1) nel caso di condanna, durante l’esecuzione della pena o durante il tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena;

2) nel caso di proscioglimento, qualora la qualita’ di persona socialmente pericolosa sia presunta, e non sia decorso un tempo corrispondente alla durata minima della relativa misura di sicurezza (1)

è interessante il punto 2.

Uno viene prosciolto, ovvero non viene nemmeno fatto il processo(prosciolto non vuol dire assolto, assolto è se ti processano e ti assolvono, prosciolto è se dopo l’udienza preeliminare neanche procedono) ma nonostante tutto il prosciolto rischia una misura di sicurezza perchè “ha la qualità di persona presuntamente socialmente pericolosa”. In Italia, in teoria, vige il principio che “nel dubbio la decisione è favorevole al sospettato” perchè, in teoria, l’Italia è un paese garantista. Il punto 2 però boh, dà al giudice la possibilità di comportarsi in senso non garantista.

Passiamo ora alle misure di sicurezza DETENTIVE, veri e propri SUPPLEMENTI DI PENA, ancora peggiori di quelle non detentive. Per quanto sia fastidioso dover rientrare a casa alle 21 e non uscire dal comune di residenza sulla base di sospetti di reati futuri ed immaginari, è ancora peggio dover esser detenuti sulla base di questi sospetti.

Le misure di sicurezza detentive sono eseguite negli stabilimenti a cio’ destinati.

Le donne sono assegnate a stabilimenti separati da quelli destinati agli uomini.

In ciascuno degli stabilimenti e’ adottato un particolare regime educativo o curativo e di lavoro, avuto riguardo alle tendenze e alle abitudini criminose della persona e, in genere, al pericolo sociale che da essa deriva.

Il lavoro e’ remunerato. Dalla remunerazione e’ prelevata una quota per il rimborso delle spese di mantenimento.

Per quanto concerne il mantenimento dei ricoverati nei manicomi giudiziari, si osservano le disposizioni sul rimborso delle spese di ospedalita’

Ma ci rendiamo conto? Qua siamo alle workhouse inglesi, con la differenza che le workhouse in Inghilterra c’erano nel XVII secolo… Ma ripeto, ognuno la pensa come vuole.

In ogni caso, è un problema intrinseco alla legislazione italiana secondo molti giuristi. Questa la loro argomentazione.Con il superamento del Codice Rocco di epoca fascista (non si entra nel merito politicamente, ma si parla solo di superamento a causa del decorso del tempo e dell’evoluzione della concezione giuridica) in teoria le misure di sicurezza dovrebbero essere abolite perchè è compito dello stato reinserire il condannato già durante l’espiazione della pena. Le misure di sicurezza, nate durante il Codice Rocco per spingere il condannato che aveva espiato la pena a non “ricadere negli errori precedenti”, ora, di fatto, diventano un grosso ostacolo per il reinserimento anche solo lavorativo del condannato o del semplice sospettato. Divieto di stare fuori casa dopo le 21, ad esempio, esclude la possibilità di trovarsi un lavoro su turni serali o notturni, limitando la possibilità di reinserimento lavorativo. Obbligo di non uscire dal proprio comune di residenza, ad esempio, esclude la possibilità di trasferirsi in un altro comune in seguito ad offerte di lavoro. E così via…Per la cronaca, l’Italia ha uno dei tassi di recidiva più alti dell’intera Unione Europea. Forse qualcosa nel sistema di espiazione delle pene ed effettivo reinserimento non funziona tanto bene ma, ripeto, queste son considerazioni di vari giuristi che io condivido ma che non rientrano nelle finalità dell’articolo. Le finalità dell’articolo sono quelle di spiegare cosa sono le misure di sicurezza, da che logiche sono nate, a cosa servono in teoria e le critiche ad esse.

Alcuni magistrati difendono strenuamente l’esistenza delle misure di sicurezza in quanto “abolirle sarebbe un favore alle organizzazioni criminali”.

Tuttavia molte persone credono che la frase “fare questo sarebbe un favore alle organizzazioni criminali” sia semplicemente una scusa per mantenere intatto il proprio potere decisionale e bloccare qualunque iniziativa che sia in qualche modo a favore dei diritti del cittadino.

Concorso nel reato e Associazione a delinquere

L’istituto del concorso di persone nel reato si riferisce alle ipotesi in cui la commissione di un reato sia commesso da più persone. Devono esserci queste caratteristiche: più persone che commettono il reato (anche solo 2), realizzazione di un illecito e partecipazione di queste persone alla determinazione dell’evento illecito.

Il Codice Penale italiano stabilisce, che qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato, e questo non sia commesso, nessuna di esse è punibile per il solo fatto della sussistenza dell’accordo. L’accordo può al massimo comportare l’applicazione di misure di sicurezza.

Per tutti i concorrenti verrà applicata la pena prevista per il reato commesso e ciò a prescindere dal singolo apporto contributivo di ciascuno nella determinazione dell’illecito. Il giudice valuerà poi le circostanze attenuanti e aggravanti a seconda di chi è considerato “promotore ed organizzatore di reato” o, al contrario, di chi è considerato “concorrente minore”.

Il reato di “associazione a delinquere” è invece molto più complesso e le pene dipendono dal “reato fine”. In ogni caso, a parità di reato, è punita molto di più l’associazione che il concorso.L’associazione per delinquere si caratterizza, in primo luogo, per essere frutto di un accordo a carattere generale e continuativo volto ad eseguire un programma criminoso: la stabilità del vincolo e l’indeterminatezza del programma criminoso costituiscono infatti i tratti differenziali del reato associativo rispetto all’istituto del concorso di persone, contrassegnato invece dalla occasionalità del vincolo e dalla specificità del reato che costituisce oggetto di accordo. Inoltre per dimostrare le accuse di “associazione a delinquere” i magistrati devono anche spiegare con precisione i ruoli che avrebbero avuto i presunti “associati” all’interno della suddetta “associazione”.

Tutto ciò è, se vogliamo, difficile se non in certi casi impossibile da dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio”. Su questo elemento Magistrati Accusatori ed Avvocati Difensori nominati di Fiducia dagli imputati cercano di convincere il Magistrato Decisore (è un dipendente statale, come il Magistrato Accusatore nonchè suo collega ma, come dice il Codice Penale Italiano, è terzo ed imparziale e mettere in discussione questa sua imparzialità potrebbe essere configurato come reato di vilipendio alle istituzioni) della bontà della tesi di “associazione a delinquere” o di “semplice concorso di più persone nel reato” (qualora il reato in sè sia evidente ovviamente); distinzione a prima vista “accademica” o “secondaria” ma che, all’atto pratico, fa ballare un buon numero di anni di reclusione in più o in meno e/o (già in sede di riesame) fa attenuare o addirittura saltare eventuali misure cautelari (per alcune tipologie di reato la misura cautelare è prevista solo in caso di “associazione a delinquere” e non in caso di semplici “gravi indizi di colpevolezza per il reato x”.Spesso la determinazione, a parità di condizioni, di una condanna per “associazione” o per “concorso”, è poco chiara in quanto i Magistrati Decisori sono degli esseri umani e quindi non sono infallibili nè ragionano tutti con lo stampino, ed in quanto vi sono avvocati bravi ed avvocati meno bravi. Tuttavia la distinzione teorica fra il “concorso di più persone nel reato”, che determina un aumento della pena edittale nei termini della pena base prevista o, al massimo, un aggravante, ed il reato associativo, che determina pene molto più elevate in quanto reato a sè stante (con differenze a seconda delle finalità della presunta associazione a delinquere), è quella scritta qui sopra.

La continuazione del reato

Si affronta ora il concetto di Reato Continuato e di Continuazione del Reato.
Il reato continuato si configura quando un soggetto “viola una o più disposizioni di legge, con azioni diverse, per realizzare un medesimo disegno criminoso.
In pratica, con un esempio pratico. Viene trovata a casa di un individuo una quantità di droga superiore a quella consentita per uso personale ed una pistola detenuta illegalmente. I reati sono 2: detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente e porto abusivo d’arma da fuoco.
La persona sarà condannata non per 2 reati diversi ma per il reato più grave (in questo caso detenzione ai fini di spaccio) aumentato fino ad un terzo per la continuazione del reato.
Oppure, classico “omicidio colposo ed omissione di soccorso”, due reati che diventano un solo “reato continuato”.
O ancora, “aggressione e lesioni”, due reati che diventano un solo “reato continuato”.
O, esempio classico nei capi di accusa associativi, “associazione a delinquere finalizzata alla truffa, e truffa aggravata”, due reati in uno (il reato associativo ed il reato fine, se regge l’accusa di associazione).
Gli elementi costitutivi del reato continuato sono tre:
1) Una pluralità di azioni o omissioni;
2) Più violazioni di legge;
3) Il medesimo disegno criminoso.
Le violazioni di legge plurime possono riguardare anche reati puniti da diversi articoli del codice penale, e questa è una peculiarità dell’Ordinamento Penale italiano.
Per quanto riguarda invece il “Medesimo disegno criminoso” qui è controversa la storia in quanto verte tutto intorno al concetto di “programma unitario” ovvero che il reo avesse un piano deliberato dall’inizio con un solo fine nella commissione delle sue azioni delittuose, ed al concetto di “unico scopo del reo” ovvero che egli avesse un unico scopo nel realizzare i suoi delitti.
Ovviamente l’avvocato difensore spingerà per far riconoscere il “reato continuato” mentre l’accusa cercherà di non farlo riconoscere al fine di condannare a pene più alte il reo.
Come detto, la pena per i “reati continuati” si calcola in questo modo.
SI prende il capo d’accusa più grave come pena irrogata e si usa quella pena come “pena base” a cui applicare eventuali attenuanti ed aggravanti. Una di queste aggravanti, previste per il reato continuato, è, appunto, la “continuazione”, che prevede un aumento fino ad un massimo di un terzo della pena. Talvolta in reati continuati non particolarmente efferati commessi da incensurati la “continuazione” e le “attenuanti generiche” di fatto si “bilanciano o quasi”.
Verrà affrontato prima o poi il concetto di “continuato fra diverse sentenze definitive” insieme al concetto di “cumulo giuridico di pene”, materia molto vasta e complicata che ritengo controproducente affrontare insieme all’argomento “reati continuati”.

Le Pene alternative alla detenzione in carcere

A fine processo, dopo il terzo grado di giudizio, la Cassazione, in caso di condanna definitiva l’imputato deve scontare. Vi sono diversi modi di scontare diversi dal carcere per quasi tutti i tipi di reati a patto che si verifichino alcune condizioni.
Una discriminante sul concedere o meno al condannato in via definitiva una pena alternativa al carcere è l’entità della pena residua. In seguito le regole generali per la concessione o meno delle pene alternativa.
Una particolarità dell’ordinamento italiano è la grande importanza che ha la Discrezionalità del giudice competente, che è il magistrato di sorveglianza.
Il magistrato di Sorveglianza non decide la colpevolezza o meno dell’imputato (vi sono i giudici di primo, secondo e terzo grado per questo) ma, come dice il nome “sorveglia” sull’espiazione della pena. A seconda delle sue valutazioni, sentite le parti, decide se concedere una pena alternativa alla reclusione in carcere o meno e, nel caso, quale pena concedere. Ora descrivo brevemente le pene alternative italiane, prendendo come fonte ciò che, da quanto ne so io, c’è di più recente a riguardo, ovvero la Carta dei Diritti e dei Doveri dei Detenuti, risalente a Dicembre 2012, ad opera dell’ex ministro Cancellieri. Ecco le pene alternative.
Affidamento in Prova al Servizio Sociale. Chi lo può ottenere? Le persone condannate ad una condanna minore di 3 anni o il cui residuo di pena è minore di 3 anni. Residuo di pena si intende uno che magari è stato condannato a 4 anni ma ne ha già scontato 1 e mezzo preventivamente. Egli può chiedere l’Affidamento perchè la sua pena residua è di 2 anni e mezzo, meno di 3 anni. L’istanza viene effettuata al tribunale di sorveglianza. Vi sono avvocati che sono specializzati in “sorveglianza” ovvero nel chiedere ed ottenere pene alternative dopo la condanna. Se al termine del periodo di affidamento il condannato ha rispettato le regole date dal tribunale di sorveglianza, il reato viene dichiarato estinto e cessa ogni altro effetto penale della condanna. Ma cosa significa “affidamento in prova”? Niente di che, rispettare alcune prescrizioni più o meno blande; rientrare entro l’ora tot a casa ogni giorno, magari fare qualche ora di volontariato a settimana presso un’associazione a propria scelta, con l’accordo del tribunale di sorveglianza e dell’UEPE (ufficio esecuzioni penali esterne) ed andare in giorni prestabiliti presso l’UEPE ad aggiornarli (es se si lavora, se si sta cercando lavoro ecc). Una sorta di “prova di libertà” che, se superata, estingue non solo la pena ma anche ogni altro effetto della condanna. Non è che lo danno sempre, questo bisogna dirlo. E’ sempre a discrezione del magistrato di sorveglianza.Detenzione Domiciliare. Viene data, a discrezione del magistrato di sorveglianza, se la pena residua da scontare è inferiore ai 2 anni. Per persone molto giovani o molto anziane o tossicodipendenti può essere concessa anche in caso di pene residue superiori a 2 anni. Differisce dagli arresti domiciliari in quanto gli arresti sono 1 misura “cautelare” prima della sentenza definitiva, mentre la detenzione domiciliare è una misura di “espiazione” della pena. Gli ultimi decreti carceri stanno portando ad un aumento della soglia prevista per la concessione della detenzione domiciliare. Stando alla Carta dei Detenuti è come ho scritto, ma o hanno già alzato la soglia o hanno intenzione di farlo.Semilibertà. Permette al condannato di passare una parte della giornata fuori dal carcere per lavorare o per fare altre attività. Viene concessa, a discrezione del magistrato di sorveglianza, a chi ha già scontato metà della pena.