Pene lunghe, poca rieducazione e tanti rischi per la società (Lorenzo Sciacca)

Se si guarda qualsiasi telefilm americano sulla Giustizia, si sente spesso condannare i colpevoli di reati con formule del tipo “si condanna a una pena da cinque a vent’anni”, che significa che dopo un certo numero di anni quella pena può essere rivista. Un altro esempio significativo: in Danimarca l’ergastolo esiste (sono 25 i condannati attualmente presenti negli istituti danesi con tale pena da scontare), ma dopo 12 anni si può già chiedere la liberazione condizionale e, se non concessa, si può tornare a richiederla ogni due anni.
L’idea fondamentale, che va affermandosi in molti Paesi, è che le pene detentive troppo lunghe non producono sicurezza, ma distruggono le persone e restituiscono alla società uomini logorati nel fisico e nella mente, incapaci di ricostruirsi delle relazioni, soli e profondamente a rischio.

A qualcuno interessa il cambiamento di una persona che ha commesso dei reati?

Mi piacerebbe parlare delle lunghe pene che ha il nostro Paese, ma incredibilmente faccio fatica a trovare le parole, eppure io ho una condanna lunga, 30 anni. Penso che in me stia nascendo la cosa più brutta che si può creare dentro ad ogni essere umano, la rassegnazione. Ormai sto iniziando a credere che a buona parte delle istituzioni non interessa il cambiamento di una persona che ha commesso reati.
Il cambiamento di una persona detenuta sicuramente è un percorso complicato, doloroso, ma quando questo avviene cosa, c’è oltre? Niente, perché nessuno può modificare la condanna che ti è stata data dieci, venti o anche trent’anni fa. La condanna che hai preso è quella che dovrai scontare e poco importa se la persona negli anni di detenzione mette in discussione il suo passato in maniera critica, questo assolutamente non cambia nulla, l’unica cosa che implica è che ci sarà una persona che con questo contesto carcerario non c’entrerà più nulla, avrà convinzioni diverse, pensieri diversi, un linguaggio diverso, ma dovrà rimanere dentro un ambito che non sente più vicino a lui.
Mi ricordo i miei primi ingressi in carcere, sarei un folle se dicessi che ero contento, ma alla fine avevo la consapevolezza che commettendo dei reati poteva accadere che finissi in carcere, e un’altra consapevolezza che avevo era che sapevo vivere qui dentro, conoscevo le regole di questa vita e la prima su tutte era quella di lottare contro chiunque rappresentasse le istituzioni. Ormai sono anni che non ragiono più così, perché sono riuscito ad abbattere quelle convinzioni che ho sempre avuto: io contro tutto il sistema. Oggi però la mia vita, con molta difficoltà, tento di riempirla con pensieri diversi, cercando le vere motivazioni che mi hanno portato a fare una scelta delinquenziale piuttosto che una vita “regolare”, provo a comprendere il prossimo, non banalizzo i reati, mentre prima la mia stupida convinzione mi portava a credere che rapinare una banca significasse esclusivamente colpire un’assicurazione e quindi non avere vittime. Ma oggi non banalizzo più neanche un furto, perché ho imparato a mettermi nei panni dell’altro, e provo a immaginarmi di essere una persona che si è vista spuntare in un luogo pubblico un uomo incappucciato e armato, a come starà vivendo oggi la sua vita anche a distanza di anni, provo a pensare a chi ha subito un furto in casa, a come ancora oggi non si sentirà più sicuro in quello che dovrebbe essere un luogo di vera sicurezza personale, l’ambiente dove si sentiva protetto… insomma ho imparato a vedere con gli occhi dell’altro. Ma voi provate a mettervi nei panni delle persone che oggi non sono più quelle del reato commesso? Nei panni di una persona che è in carcere da oltre 20 anni?
Il problema che abbiamo nel nostro Paese è che ancora vengono applicate leggi emergenziali del lontano ’92 e non solo. La ex Cirielli da dove nasce? Da quella legge che venne chiamata Salva Previti nel 2006, ma è ovvio che se qualcuno si deve salvare quelli non possono essere i detenuti. Queste leggi, 4bis e ex Cirielli, non solo alzano le condanne, ma limitano in una maniera devastante l’accesso ai benefici e in altri casi li negano completamente, vedi l’ergastolo ostativo. Nel mio caso l’ingresso ai benefici dovrebbe essere a vent’anni di carcere su una condanna di 30, oggi ho dieci anni già scontati, se mi metto in discussione e mi assumo delle responsabilità, non sarebbe ora che provassi a ridare un senso alla mia vita fuori da questi muri e ripagare in qualche modo la società per il danno che ho recato?
Quello che vorrei cercare di far comprendere è che arrivati a un certo punto di una carcerazione fatta in maniera riflessiva, tutti gli altri anni che si è costretti a passare qui dentro assumono solo un significato vendicativo e non più di rieducazione. A cosa servono, alla società, delle persone rinchiuse ancora per anni o per sempre, che potrebbero invece iniziare a dare un contributo alla stessa società?
Il carcere ammazza le speranze, i sogni, la voglia di riscatto e a volte dare un senso alla propria pena diventa complicato, e c’è il rischio che una persona inizi a chiedersi a cosa servirà il proprio cambiamento se poi non potrà metterlo in atto.
Perché non pensare all’introduzione di leggi dove ogni tot di tempo la condanna del detenuto venga rivista, tenendo in considerazione il percorso che ha fatto e che sta facendo? Il carcere deve avere un senso altrimenti diventerà solo un contenitore di carne umana che prima o poi andrà in putrefazione.

Lorenzo Sciacca

Fonte:

Il Mattino di Padova, 11 gennaio 2016

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La diversità genetica umana: la Fallacia di Lewontin (A.W. Edwards)

In allegato in PDF la traduzione in italiano dell’articolo che A.W. Edwards scrisse nel 2003 per contestare la visione di negazionista razziale di Lewontin.

Buona lettura
La fallacia di Lewontin (A.W.F Edwards)