GLI EBREI E L’AGRICOLTURA (Carlo Magnino – 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo GLI EBREI E L’AGRICOLTURA di Carlo Magnino, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

Gli ebrei e l’agricoltura – Carlo Magnino – 1938

 

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

L’assenza di agricoltura

 

L’esame anche superficiale della distribuzione degli ebrei sulla terra ci rileva due fatti strettamente connessi l’uno all’altro, ma che ora preferisco presentare ben distinti.

1) Non si può mai parlare di aree di addensamento degli ebrei in senso assoluto ma sempre soltanto in senso relativo, in quanto anche nei punti del globo dove gli ebrei sono in maggiore quantità, pur restringendo l’esame a aree di minima entità geografica, il loro numero non costituisce mai la intera popolazione del luogo considerato, ma si presenta invece sempre soltanto come una percentuale. Traducendo il fatto nell’espressione pratica del suo significato vediamo:

  1. a) che gli ebrei non adempiono a tutte le funzioni che la vita sociale esige ma soltanto ad alcune di esse, sempre le medesime;
  2. b) che qualche volta, in circostanze speciali, l’oggetto della loro attività si allarga, in un modo fittizio, apparente, perché quasi sempre queste nuove espressioni di vita rientrano in quanto ai fini nelle attribuzioni specifiche degli ebrei;
  3. c) che il nucleo ebraico non svolge mai alcune caratteristiche e fondamentali attività, essenziali alla vita tanto dell’individuo quanto dell’umanità consociata, come l’attività agricola. ·

2) La distribuzione degli ebrei sulla terra è la “impressione”, l’effetto del loro speciale principio migrativo.

Dall’esame cioè di come gli ebrei sono attualmente distribuiti sulla terra si può rilevare la caratteristica fondamentale del loro movimento. Non possiamo senza dubbio confrontare con esattezza i movimenti ebraici recenti con quelli antichi, fra la mitologia e la storia, dei quali conosciamo in parte il risultato e neppure lo svolgimento. Ma riferendoci soltanto alla storia degli ultimi venti secoli possiamo rilevare alcune caratteristiche di movimento che si possono riassumere nella semplice espressione “per infiltrazione, non per massa”.

E’ ovvio quanto se ne può facilmente dedurre:

  1. a) l’assenza di eserciti, cioè di uno spirito militarista;
  2. b) e poi soprattutto, l’assenza dell’agricoltura.

Abbiamo seguito la strada inversa? Perchè a tutta prima può sembrare chiaro che siano questi due punti la ragione del modo di svolgersi del fenomeno migrativo ebraico. O non è invece l’un fatto in funzione dell’altro? La caratteristica del movimento, motivo della struttura sociale ebraica? Si tratta cioè di movimenti che esigono l’assenza di eserciti, di fermate che esigono la mancanza di agricoltura? Si può ben essere propensi per una tesi piuttosto che per l’altra, ma non ci si può basare che su fattori relativi e non assoluti; così come relativa e non assoluta è la distinzione che si può fare fra l’una e l’altra tesi. Le stesse caratteristiche fisiche degli ebrei, si è detto da alcuni, ci spiegherebbero la loro millenaria inattività militarista, ma non ci dicono quale sia il fattore primo. Sempre, in casi analoghi, ci si trova di fronte ad atteggiamenti che ci sembrano troppo recisi; la controversia si trasforma così spesso in un dualismo di scuole. Si può prospettare l’ipotesi che popolazioni allo stato nomade come quella ebraica, non abbiano trovato l’ambiente adatto e sicuro ove poter svolgere una agricoltura vera e propria, ove fissarsi, e perciò appunto siano state costrette a continuare nelle loro peregrinazioni. Ma perchè ciò? Forse semplicemente perchè questo gruppo etnico si è venuto a trovare in ritardo rispetto agli altri gruppi al momento dell’insediamento e gli son quindi venute a mancare le possibilità· già sfruttate da altri? Soltanto una ragione storica quindi avrebbe deciso della sorte di un gruppo? Si osservi ad ogni modo, come anche in questo caso, lungi dal porre la questione su una via di risoluzione, si presuppone una causa conduttrice superiore. Che le caratteristiche esplicazioni di una vita millenaria abbiano influito sulla natura e sulle attitudini del popolo ebraico è indubitato. Si possono accettare i postulati della scuola naturalistica, ma sarebbe assurdo considerarli sufficienti: una ragione, un fattore che ancora ci sfugge ha guidato senza dubbio questo gruppo in modo tanto diverso da quello degli altri, o ne ha determinato il diverso sviluppo migrativo.

Fra tanta diversità di opinioni e di teorie è notevole il fatto di poter concentrare a questo punto tutta la nostra attenzione su un elemento etnologico, che è fra tanti assolutamente il più importante, unico fattore forse fra tutte le svariate considerazioni possibili che accomuni i nuclei ebraici più distanti e più differenti fra loro: l’assenza di una agricoltura vera e propria. Penso infatti, sia l’assenza di militarismo e soprattutto di spirito agricolo – e i due elementi non sono antitetici e neppure completamente distinti l’uno dall’altro come a tutta prima potrebbe sembrare – a costituire il fattore coercitivo determinante del sistema migrativo e dell’attuale struttura degli ebrei. Vi è chi, cercando di porre in relazione l’indice cefalico con la tendenza dei popoli al lavoro della terra, otterrebbe che a popoli a tendenza di vita migrativa corrisponderebbe un brachimorfismo, mentre dolicomorfi sarebbero i popoli a vita sedentaria e a più spiccata tendenza per l’agricoltura. Se il fatto che tra gli ebrei si possono trovare insieme con estrema facilità forme brachicefale e forme dolicocefale non è sufficiente per distruggere tale ipotesi, si potrebbe ricordare gli Tzigani, unico altro nucleo privo di una vita agricola che esista in Europa, che pure presentano nella loro maggioranza assoluta elementi di dolicomorfismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Enunciato e Obiezioni

 

I – Secondo una concezione teologica, ogni civiltà come ogni razza come ogni popolo, sembra aver ricevuto dal Destino una particolare missione nella storia dell’umanità, una parte appropriata alle sue attitudini e alle sue forze. Al popolo ebraico non è certo data una missione di popolo “sociale”, nel senso specifico della parola, di popolo costruttore e coadiutore, di popolo agricolo! E’ ben noto infatti lo spirito intimamente disgregatore che emana dall’azione lenta ma continua e tenace che l’elemento ebraico svolge nel mondo di ogni concezione scientifica o sociale; è nota la sfida che nel campo di ogni scienza le più grandi menti ebraiche hanno gettato alle dottrine astratte e scientifiche che sorreggevano da secoli la nostra civiltà, sempre nello sforzo più elevato e sapiente di scalzare concezioni filosofiche, morali, economiche, politiche. E’ arcinota la partecipazione del pensiero ebraico a tutte le rivoluzioni, quasi limitata però alla prima fase distruttrice, quasi mai presente al momento della ricostruzione, del ritorno al lavoro tranquillo, del ritorno ai campi. Ma non è altrettanto nota la causa intima che spinge l’ebreo a dubitare sempre e lo pone in completa antitesi, in aperta lotta contro ogni manifestazione della nostra civiltà conservatrice; la mancanza di uno spirito rurale che lo leghi alla terra e ai lavoro di ·questa, così come il focolare, la casa avvincono e richiamano a sè l’uomo della famiglia primitiva.

II – Fra le numerose obbiezioni che si possono fare a questo punto, alcune senza dubbio sono da prendersi in maggiore considerazione. Mi si può infatti chiedere:

1) L’antica civiltà ebraica non era forse una civiltà agricola?

2) La liberazione degli ebrei dalla schiavitù morale a cui erano soggetti in Russia prima della rivoluzione e l’emancipazione dei loro diritti non hanno dato forse ottimi risultati per l’avvicinamento dell’ebreo alla terra?

3) Non vi sono forse attualmente popolazioni ebraiche dedite all’agricoltura?

4) II popolo ebraico, infine, è l’unica razza senza agricoltura?

 

La prima abbiezione ha un’importanza soltanto relativa; agricoltura, si noti, non è il commercio del vino e non soltanto l’allevamento di api e la spremitura di uve. Agricoltura vera significa innanzitutto amore per la terra, amore che si manifesta nell’eleggere un domicilio stabile, nel lavorare la terra, e su di questa sudare e sperare, ma che si manifesta altresì con infinite altre espressioni di vita rurale che distinguono gli individui, le famiglie, i popoli agricoltori da quelli che lo sono meno o che non lo sono affatto. Ad esempio di popolazioni ebraiche dedite alla agricoltura si citano sempre i Caraimi: in realtà non si tratta di ebrei; prove storiche e antropologiche ne indicano chiaramente la posizione etnica, attraverso la loro origine e la precisa distinzione dagli ebrei. Questi Caraimi, oriundi dalla Persia, sono oggi in numero tanto piccolo – poche migliaia: in Levante, sul Volga, in Polonia – da render più facile una confusione con gli ebrei.  E poi si devono notare talune affinità religiose, l’uso fatto in passato dai Caraimi della lingua ebraica. Questa è la ragione del grossolano errore, che induce taluni a citare la fiorente agricoltura dei Caraimi come una attività ebraica. Il fatto invece è che gli ebrei sono una razza che non ha parenti, e – ciò che è ancora più notevole – che non ne hanno mai avuti, per quanto lontano si spinga lo sguardo nel tempo. Forse su questo nuovo punto deve indirizzarsi chi vuoi spiegare l’autoenunciazione del popolo eletto? Ma un’altra razza esiste oggi egualmente senza parenti, una razza che già ho avvicinato a quella degli ebrei per la comune assenza di vita agricola: gli tgizani, gli zingari. Ma tale coincidenza, che esigerebbe molte osservazioni e alcune limitazioni, non infirma affatto l’enunciato antirurale che si addice agli ebrei in modo così categorico come non si potrebbe ripetere per gli tzigani.

 

 

 

 

L’agricoltura presso gli antichi Ebrei.

 

Vari autori mettono in risalto l’attività agricola che si sviluppa presso gli antichi nuclei ebraici al loro giungere in Palestina e ce la spiegano dimostrandoci innanzi tutto quanto fosse sviluppato il senso dell’agricoltura presso gli indigeni coi quali gli Ebrei si incontrano in Cana – e su ciò sembra non osservi alcun dubbio – facendoci poi osservare come tutte le fonti della supposta civiltà agricola ebraica risiedano nell’insegnamento dato dagli abitanti di Cana, lasciando quasi arguire a chi legge un significato alquanto differente, la instabilità cioè dello sviluppo agricolo della civiltà ebraica. Il popolo israelita – dice Adolfo Lods – divenne essenzialmente agricoltore. Le esportazioni consistevano in grano, miele, cera, olio e profumi (Ezechiele, 27, 17). E’ in grano e olio che Salomone paga i suoi debiti a Hiram (Libro dci Re, 5, 25). A base della nutrizione erano farina e olio (Libro dei Re, I7, I2-I6; II, 4, 2). La viticoltura era sì largamente praticata che i poeti rappresentavano sovente la nazione sotto l’immagine di una vigna (Esempi, 5; Ezechiele, 15, I7 ; Genesi, 49, II-I2; e così via). “La population israélite après l’absorption des Cananèens, pratiquait bien de procédés techniques inconnues des Hébreux nomades”.

Ma il medesimo autore ricorda nello stesso tempo alcune delle regioni della Palestina, dove si conservò il seminomadismo; il Sud di Giuda (per es. I Samuele 25), la Transgiordania (Giudici, 5, 16), il Moab (Il Re, 3, 4); e .richiama poi fortemente l’attenzione sulla completa fusione avvenuta fra gli ebrei e i Cananesi, che l’autore chiama loro maestri in agricoltura; fusione della quale in realtà nulla sappiamo con precisione e che non ci deve tuttavia impressione, considerato il .complesso di apporti che gli ebrei hanno subito nell’antichità senza per altro mai deviare minimamente dalla loro precipua condotta di vita. La poca consistenza scientifica delle fonti ebraiche che servirebbero a dimostrazione dello sviluppo assunto dall’agricoltura nella civiltà ebraica, ci è dato anche da un frequente anacronismo che si rileva all’esame della terminologia tecnica dei testi.

Il Lods medesimo ci fa osservare che il testo del Decalogo quale oggi ci appare non può essere stato assolutamente redatto all’epoca mosaica appunto per la presenza nel Decalogo stesso di concetti agricoli che non potevano allora esistere, assolutamente estranei all’epoca, ma che appartengono sempre, secondo l’autore, al modo di parlare e di pensare del Deuteronomio (VIII sec.) o del Codice Sacerdotale (VI · e .V sec.). E altrove dice: ” un mot signifiant “paturage” avait pris le sens de “demeure” (nawe). Une contrée plantureuse était un “pays ruisselant de lait et de miel”: c’est l’ideal du nomade. Un paysan eùt dit “un pays de blé, de moùt et d’huile”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tentativi di colonizzazione ebraica nell’Unione Sovietica.

1) In Russia, un tentativo di colonizzazione ebraica era stato già fatto dagli Czar col fissare un gran numero di famiglie israelite in una vasta zona agricola. Ma dopo appena cinque anni non esisteva più un’azienda in possesso di un ebreo: a poco a poco, senza che nessuno se ne accorgesse, avevano venduto, ceduto, ed infiltrandosi, erano tornati nei loro ambienti di vita commerciale. Ma si potrebbe obiettare che date le restrizioni a cui gli ebrei erano allora sottoposti, la vita nei campi era per essi ancora meno facile, e che nulla in particolare si sa delle effettive condizioni di vita loro offerte. Più valore devono quindi avere i tentativi sovietici di colonizzazione, pervasi di un semitismo di cui nessuno può dubitare. In Russia, prima della Rivoluzione, l’agricoltura agli ebrei era interdetta anche per le difficoltà di acquisto della terra. Nel 1917, nella Rutenia Bianca vi erano su oltre 10.000 ettari circa duemila famiglie ebraiche non del tutto estranee all’agricoltura. Uno dei primi atti delle autorità sovietiche fu naturalmente la realizzazione del primo postulato del programma ebraico e cioè: il diritto di possedere la terra. Il Governo sovietico infatti non ha soltanto permesso ai piccoli mercanti e artigiani israeliti, stabiliti nelle campagne, di partecipare alla lottizzazione dei beni fondiari ex-privati, statali e ecclesiastici, ma ha spiegato inoltre una viva attività allo scopo di far stabilire nelle campagne il proletariato ebraico abitante le città e le borgate e il cui numero era aumentato notevolmente in seguito al cambiamento improvviso della struttura economica, ciò che ha minato l’esistenza delle grandi masse ebraiche dedite fino allora principalmente se non esclusivamente alla vita commerciale. Questo primo tentativo di colonizzazione ebraica da parte delle autorità sovietiche, favorito da tali condizioni economiche, raggiunge il suo culmine nel ’23-25, ma subito decade e s’arresta. Fra le cause dell’insuccesso si deve porre innanzi tutto la inabilità degli ebrei ai lavori agricoli, ciò che fa sì che le loro aziende siano sempre a un livello inferiore.

 

Ma il colpo mortale a questo primo tentativo fu dato dallo stesso governo sovietico che, secondo lo spirito del suo programma, cominciò a proteggere esclusivamente l’organizzazione delle collettività ebraiche, cessando di distribuire agli ebrei lotti di terra individuali e giungendo anzi a riunire in aziende socializzate le colonie ebraiche già organizzate. Tale ultima misura ha provocato una reazione che si è tradotta nel rifluire assai notevole degli ebrei verso le città.

2) Ma di fronte all’insuccesso continuarono i tentativi di colonizzazione ebraica con la imponente previsione di passaggio ai campi di 16.000 famiglie israelite di cui 10.000 nella stessa Rutenia Bianca e il resto principalmente in Siberia (a Barabidjan) e la destinazione a coltura di terreni fino allora incolti. Gli sforzi compiuti portarono nella Rutenia Bianca le famiglie ebraiche da 1964 che erano prima della rivoluzione – con 11mila 800ettari – a 6505 nel 1924 (30.800 ettari) a 9.303 nel 1929 (64.800 ettari). Ma la colonizzazione ebraica fra il 1926 e il 29 procede sempre più lentamente e fra le maggiori difficoltà, e a un certo punto s’arresta del tutto. Eppure notevole è l’estensione delle terre arabili cedute agli ebrei a partire dal 26: le 1500 famiglie ebraiche stabilite in campagna tra il 27 e il 29 hanno ottenuto infatti circa 20.000 ettari, la medesima estensione cioè destinata alle 6500 famiglie del periodo 1920-24. Nel 1924 una collettività ebraica raggiungeva in media 84 ettari, nel 1926 già 130 ettari. Ecco una prova delle migliori condizioni materiali offerte agli ebrei e che questi non accettano per la loro intima natura così spiccatamente antiterriera. Nell’ultimo decennio è una dispersione continua di ebrei dalle aziende che così si disgregano: il movimento avviene in modo incessante, tacito e subdolo, senza un apparente perché; mentre l’arruolamento degli ebrei nelle file dei lavoratori agricoli da difficile diviene impossibile. Lo stato attuale della colonizzazione ebraica nella Rutenia Bianca e in genere in tutta la Russia permette di stabilire che il piano di fissare gli ebrei alla terra, dedicandoli ai lavori agricoli, non soltanto non potrà essere realizzato, ma è già anzi fin d’ora fallito per l’opposizione della popolazione ebraica medesima, per se stessa contraria alla vita rurale e disillusa dei risultati ottenuti con la finta liberazione che ha voluto tentare il regime sovietico. Forse quei pochi si illusero di trovare la “loro” ricchezza là dove invece non c’era che il sano lavoro della terra?

Quanto precede non è che un esempio, forse per la brevità del ciclo più comprensibile di quello palestinese. Citare la Palestina, l’opera iniziativi dal K. K. L. (Keren Kayemeth Leisraél, che significa Fondo nazionale ebraico) coi suoi considerevoli acquisti di terre e le sue notevoli opere di industrializzazione agricola per dimostrare che l’ebreo ha come ogni individuo di altra razza un attaccamento alla sua terra, cioè alla terra di sua proprietà, che la lavora e l’ama, è quanto ci può essere di più errato. In primo luogo troppi altri elementi intervengono in questo caso a rendere indimostrabili a priori e inverosimile una simile asserzione. In secondo luogo qui ci troviamo di fronte a tutte le caratteristiche del cosiddetto “affare” che sono la prima negazione dello spirito rurale. Occorrerebbe infatti, se si volesse esaminare con maggiore attenzione il caso dei cosiddetti agricoltori ebraici di Palestina, ripetere quelle osservazioni che vengono naturali leggendo antichi testi ebraici: che cioè agricoltura non è soltanto il commercio del vino o la vendita di prodotti. Sarebbe bene invece vedere chi nel campo ebraico, sia esso in Italia, in Palestina o dove si vuole, è l’effettivo lavoratore, non soltanto il proprietario, per meglio convincersi della completa assenza di uno spirito rurale e di ogni attività agricola nella vita ebraica.

 

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