L’Eusko è la moneta locale più utilizzata d’Europa

L’eusko, la moneta locale di Ipar Euskal Herria, ha superato il milione di euro in circolazione, fatto inedito per una moneta locale in Europa il cui obbiettivo è potenziare il commercio locale.

Dalla sua creazione nel 2013, l’eusko ha raggiunto la cifra record di 1 milione in questo mese, Ottobre; questo la rende la moneta locale più importante d’Europa, più del Chiemgauer tedesco (648.000 euro in circolazione) e della moneta locale inglese Bristol Pound (circa 78.000 euro).

L’Eusko, il cui valore è uguale a quello dell’euro, serve per pagare in contanti o con la “euskokart” in tutti gli esercizi commerciali locali che accettino il suo uso. Si possono anche aprire conti correnti bancari con questa valuta.

Xina Dulong, proprietario di un bar, sostenitore dell’uso del eusko, paga con questa moneta locale la maggioranza dei suoi fornitori. Egli afferma: “Ho scelto uno dei miei fornitori di birra perché accettava l’eusko”.

Il successo di questa moneta si deve alla sua “capacità di federare”, assicura Dante Edme-Sanjurjo, direttore dell’associazione locale Euskal Moneta, che spinse per la creazione di questa moneta oltre 5 anni fa.

L’eusko ha come obiettivo lo sviluppo dell’economia locale. L’associazione promotrice converte tutti gli euro che cambia in Eusko nel finanziamento di progetti ecologici o agricoli, nel commercio locale, nell’associazionismo locale, ma anche in difesa del Basco.

<<Se qualcuno mi paga in euskos, io gli parlo in basco, questo crea un legame evidente>>, si rallegra Pantxika Heguiaphal, impiegata di una panetteria di Baiona.

Secondo il direttore dell’associazione Euskal Moneta, <<più di 40.000 euskos sono disponibili nei conti correnti delle persone>>. Del milione di euskos in circolazione, 400.000 lo sono sotto forma di banconote e 600.000 in forma digitale.

Usano questa moneta 3.000 persone fisiche, 770 imprese, 16 comuni e Euskal Hirigune Elkargoa, che riunisce i 158 comuni della Ipar Euskal Herria, secondo quanto spiega Dante Edme-Sanjurjo, che aggiunge “il nostro obiettivo per il 2021 è l’autonomia finanziaria”.

Attualmente, il 50% dei costi di gestione sono garantidi dai contributi degli aderenti all’eusko, ma il resto è finanziato da sovvenzioni pubbliche.

La presenza dell’eusko può anche crescere grazie ad una vittoria giuridica del governo comunale di Baiona contro la sottoprefettura. Quest’ultima voleva annullare una risoluzione del consiglio municipale, approvata all’unanimità, con la quale si accetta l’uso degli euskos per le sovvenzioni delle associazioni e le retribuzioni degli membri del governo del comune.

Alla fine i tribunali hanno dato ragione al comune di Baiona, che effettua i pagamenti comunali con questa moneta dopo un accordo con l’associazione Euskal Moneta. “Ho chiesto che mi pagassero una parte del mio stipendio in euskos”, spiega Martine Bisauta, membro del governo del comune.

Il Municipio di Hendaya ha seguito lo stesso esempio e due dirigenti locali hanno chiesto di essere pagati in euskos.

Fonte: https://www.naiz.eus/eu/actualidad/noticia/20181027/el-eusko-es-la-moneda-local-mas-utilizada-en-europa

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IL LEGHISMO, UNA RIVOLUZIONE TRADITA (Gianluca Marchi, DIALOGO EUROREGIONALISTA, ANNO II NUMERO III)

Adesso che possiamo considerare tutto finito, che la stagione politica italica dell’autonomismo e dell’indipendentismo è sostanzialmente una tabula rasa, forse è venuto il momento di cominciare a fare qualche riflessione su trent’anni di leghismo e sul ruolo, non poche volte ambiguo, avuto dall’uomo che ha creato quel movimento e che per 25 anni ne è stato il leader indiscusso, vale a dire Umberto Bossi.
Si badi bene, quando parlo di tabula rasa non intendo affatto offendere alcuno dei volonterosi movimenti e gruppi indipendentisti che oggi agiscono soprattutto in Veneto e in qualche modo anche in Lombardia (altrove la situazione è pressoché irrilevante o irrilevabile), ma è fuor di dubbio che tutti i protagonisti di questa realtà assai parcellizzata sono quasi tutti figli della Lega Nord, dalla quale son passati e sono usciti, o buttati fuori, perché in dissenso col Capo o perché perseguivano strategie e obiettivi non da lui dettati in quel preciso momento (e che spesso poi abbracciava magari solo qualche tempo dopo). Insomma, l’origine viene tutta da lì. Vero, la Liga Veneta è nata ben prima della Lega Lombarda, ma il leghismo inteso come movimento di massa che negli anni Novanta ha fatto tremare l’establishment italico, origina dall’intuizione di quell’uomo nel creare la Lega Nord (congresso costitutivo di Pieve Emanuele, 1991), mettendo sotto il suo cappello e la sua leadership tutti i movimenti territoriali anche preesistenti alla Lega Lombarda. Quel mondo, spesso così polverizzato e poco influente nella politica nazionale, aveva trovato il leader che lo poteva condurre alla conquista del Nord (elezioni politiche del 1996 record con oltre 4 milioni di voti presi dalla Lega) con l’obiettivo di costringere lo Stato centrale a sedersi a un tavolo per trattare la propria disarticolazione e la ricostruzione in termini federali o addirittura confederali.
Semplificando, ma neanche poi troppo, questa era la grande attrattiva che portò verso la Lega milioni di persone: porre fine alla sistematica rapina operata dallo stato centrale ai danni del Nord, rapina che consentiva allo stato stesso di assistere il Sud senza però permettergli una crescita reale. Il resto, cominciando dagli atteggiamenti pseudorazzisti, era spesso solo folclore amplificato a dovere dai media italici. La Lega Nord era un movimento politico trasversale, che per un certo tempo unì persone di centro, di destra e di sinistra nella convinzione che la forma statale dell’Italia andava disarticolata o abbattuta che dir si voglia, e rifatta ex novo secondo canoni federalisti più rispondenti alla storia dei popoli e delle comunità in cui è sempre stata divisa la penisola italica.
Oggi tutto questo è finito: o meglio il progetto politico era già stato archiviato da tanti anni ma poi è rimasto in piedi il simulacro della Lega che in qualche modo ha continuato a illudere un certo mondo autonomista e/o indipendentista e comunque ha occupato lo spazio politico di riferimento, strangolando sul nascere qualsiasi altra iniziativa, ancorché mal combinata, ma, si diceva, che tutto è finito perché adesso il partito di Salvini, mantenga o no il nome di Lega nel proprio simbolo, è fuor di dubbio essere tutt’altra cosa rispetto al progetto originale. Ecco perché ho parlato di tabula rasa, che teoricamente potrebbe consentire la nascita di un qualcosa di nuovo sul fronte politico autonomista e indipendentista, se non fosse che progetti del genere hanno bisogno di un leader carismatico, capace di suscitare l’interesse anche dei cittadini/elettori apparentemente refrattari. Perché, come ci ha sempre detto e ripetuto il mai abbastanza compianto Gilberto Oneto, una prospettiva indipendentista può crescere ed affermarsi solo attraverso il consenso, cioè il voto della gente.
E qui torniamo al leader. Bossì è stato un leader, indiscutibilmente. Colui che ha permesso al leghismo – mi riferisco al leghismo prima maniera, quello per intenderci dello scardinamento dello stato italiano – di conquistare ambienti insospettabili e di diventare quasi egemonico in vasti territori della cosiddetta Padania. Chiaramente il mio ragionamento riguarda il Bossi pre malattia. Dopo il 2004 nulla è stato più uguale e il Senatur è diventato manipolabile e spesso manipolato, a cominciare dall’interno della propria famiglia. Devo dire che al d là di tutti i fattacci che lo hanno screditato agli occhi dell’opinione pubblica -diamanti, Tanzania e quant’altro -, dei quali per altro sarei curioso di accertare quanto lui sapesse, fa abbastanza tristezza, e anche un po’ schifo, vedere come molti di coloro che devono praticamente tutto alla sua intuizione politica e al suo prodigarsi per anni 24 ore su 24, oggi facciano quasi finta di non conoscerlo e lo considerino poco più di una macchietta. Costoro, se hanno conquistato un ruolo (che spesso manco avrebbero meritato) e soprattutto la sicurezza economica, devono dire grazie a una sola persona e invece spesso gli sputano pure in faccia. Vabbè.
Umberto Bossi ha creato un sogno, quello di consentire ai Lombardi, ai Veneti, ai Piemontesi e così via di organizzare la propria convivenza dentro lo stivale in maniera diversa oppure di andarsene anche per conto proprio. Ma ahimé quel sogno è stato presto tradito e il primo responsabile del tradimento è stato proprio lo stesso Bossi.
Un progetto che vuole condurre alla resa lo stato centrale, costringendo Roma (intesa come cuore e testa dell’istituzione Stato italiano) a sedersi a un tavolo e trattare, con i territori dove l’egemonia politica è cambiata, la propria ricostruzione o addirittura il dissolvimento, richiede delle prove di forza che a volte possono anche rasentare o sconfinare nella violenza. Lo abbiamo visto nell’ottobre dell’anno scorso a Barcellona, dove i manganelli sono stati usati dalla polizia di Madrid e in carcere sono finiti i politici catalani.
Ci sono alcuni episodi e passaggi nell’operato di Bossi che alimentano il sospetto , forse più di un sospetto, che lui, al momento di arrivare a uno scontro anche rischioso con le istituzioni, si è sempre fermato, finendo per incanalare la protesta nordista, al di là dei proclami roboanti e delle finte proclamazioni della Padania libera e indipendente, in una sorta di vicolo cieco dove è diventata fine a se stessa. Lo ha fatto scientemente perché il suo ruolo era quello oppure perché, al di là delle dichiarazioni roboanti, un vero cuor di leone forse non lo era? Verrebbe da dire… ai posteri l’ardua sentenza.
Cito tre momenti a sostegno di questa tesi, uno più politico e due più da possibile scontro di piazza. Dopo le amministrative del 1993 i sindaci della Lega guidavano gran parte dei capoluoghi del Nord, a cominciare da Milano, la cosiddetta capitale morale ed economica e soprattutto città simbolo di un possibile scontro culturale e politico con l’Italia di Roma. Quale occasione migliore per ingaggiare un braccio di ferro istituzionale fra l’esercito dei sindaci, con dietro milioni di cittadini, e le istituzioni statali relegate nei loro palazzi romani e spesso disprezzate dal popolo? Fu invece quella un’occasione del tutto sprecata, dove i sindaci della Lega furono più intenti a tappare i buchi nelle strade e a sistemare le aiuole che a opporsi allo stato predatore. Bossi avrebbe potuto mobilitare in tal senso l’esercito dei suoi sindaci e invece lasciò sfumare l’occasione, tramontata definitivamente con la discesa in campo di Berlusconi l’anno successivo.
Veniamo al 9 maggio del 1997, quando i Serenissimi arrivano con il tanko in piazza San Marco a Venezia, si arroccano e salgono sul Campanile sventolando il Leone di San Marco. Fu un gesto eclatante, che mobilitò l’interesse di milioni di persone, non solo in Veneto, gente che per ore rimase come in attesa di un qualcosa d’inedito e di grande che dovesse avvenire. Non successe nulla e le forze dell’ordine entrarono nel Campanile e strapparono la bandiera. Qualche anno dopo in un intervista che feci per Libero a Giorgio Panto, imprenditore, proprietario di televisioni locali e sostenitore del progetto leghista, mi disse: “Quella mattina noi veneti eravamo praticamente tutti pronti sulla porta di casa, in attesa che qualcuno ci desse il via per andare a sostenere i coraggiosi autori di quel gesto. E invece il via non venne mai”. Il riferimento di Panto era chiaro: il via lo si attendeva dal Capo della Lega Nord, colui che aveva fatto crescere tutto quel sentimento deciso a dire basta a come andavano le cose nello italico. Il Capo invece era in via Bellerio (allora dirigevo la Padania e quindi lo vedevo praticamente tutti i giorni) che strologava sul fatto che i Serenissimi erano una manovra dei servizi segreti per fregare la Lega. Solo qualche giorno dopo cominciò a capire – o fece finta di capire – che dietro quelle persone destinate a rovinarsi la vita non c’erano i servizi segreti, ma c’era il popolo veneto. E così il fatidico via evocato da Panto non venne mai.
Sabato 18 aprile 1998 a Modena. La Lega organizza una manifestazione per chiedere la liberazione dei Serenissimi, rinchiusi nel carcere di quella città senza aver mai fatto del male a nessuno, prigionieri dello stato italiano che mostrava l volgo il suo pugno di ferro. L’affluenza è superiore a ogni attesa, in Emilia arrivano oltre 30 mila persone per il raduno intorno al penitenziario. Le forze dell’ordine sono colte di sorpresa e del tutto impreparate a fronteggiare una folla del genere, una massa di persone anche piuttosto incazzate. Paolo Zenoni è un ragazzo di Verona membro della Guardia Nazionale Padana, il servizio d’ordine della Lega guidata da Flego e Marchini, l’organizzazione poi messa sotto processo e praticamente distrutta dal procuratore Papalia, e qualche tempo scrisse dopo un piccolo libro del tutto illuminante, intitolato “La rivoluzione tradita”. Racconta in quelle belle pagine come la polizia, impaurita diciamo dal “calore della folla”, chiese a Bossi e ai responsabili della Gnp di aiutare a formare un cordone umano intorno al carcere e anche a protezione degli stessi poliziotti. Zenoni, che di quel cordone faceva parte, nel suo libro fa questa considerazione: davanti avevamo la gente arrabbiata che si sporgeva oltre di noi prendendo a male parole la polizia in assetto di guerra, e se noi avessimo mollato il cordone lasciando tracimare gli incazzati, cosa sarebbe successo? Probabilmente nulla sarebbe più stato come prima… Ma qualcuno salì con un megafono sulla recinzione del carcere per placare la folla inferocita. Quel qualcuno altri non era che Umberto Bossi.
Tradimento di una rivoluzione sempre annunciata e mai attuata o senso di responsabilità al fine di evitare scontri che non si sapeva dove avrebbero potuto condurre? Lascio al lettore il compito di darsi una risposta. Resta la considerazione che, in alcuni momenti topici sia di scontro meramente politico istituzionale che di possibili scontri di piazza, il Senatur ha sempre agito in modo da condurre la protesta popolare nel già citato vicolo cieco.

Fonte: post pubblico su facebook dell’autore.

Come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione (fonte: laleggepertutti)

Dimissioni per giusta causa o licenziamento disciplinare: la Naspi, ossia il sussidio di disoccupazione, spetta sempre.

Hai deciso di licenziarti: il tuo vecchio lavoro non ti sta più bene. L’azienda non paga puntualmente gli stipendi, il capo è ostile nei tuoi riguardi e i colleghi sono scansafatiche. Su di te vengono scaricati i compiti più gravosi e lo stress inizia a farsi sentire. Per non perdere la salute per colpa degli altri hai deciso di dare le dimissioni: unica strada per salvaguardare il tuo benessere interiore. Non vuoi però perdere l’assegno di disoccupazione: in parte perché non avresti di ché vivere fino a una nuova assunzione, in parte perché ritieni ingiusto sopportare le conseguenze di un atto dipeso dagli altri. La Naspi del resto nasce proprio con lo scopo di tutelare chi resta senza lavoro non per propria colpa così come, in questo momento, tu ti senti. Fatte queste considerazioni e presa ormai la decisione definitiva, ti chiedi come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione. Se davvero questo è il tuo problema ti dò una buona notizia. Hai ben due modi per ottenere la Naspi anche in assenza di una lettera di licenziamento da parte del datore di lavoro. Si tratta di procedure perfettamente legali che ben si adattano alla tua situazione e ad altre simili.

In questo articolo ti forniremo tutti i chiarimenti necessari a prendere il sussidio di disoccupazione in caso di dimissioni volontarie; ti spiegheremo come fare a scaricare la colpa del tuo licenziamento sull’azienda e a presentare all’Inps la domanda dell’assegno. Ti diremo come orientarti nel caso in cui dovessero sopraggiungere contestazioni e come difenderti. Ma procediamo con ordine.

Chi si licenzia ha diritto alla disoccupazione?

Chi si dimette – è questo il termine corretto per il dipendente che interrompe il rapporto lavorativo – non ha diritto alla disoccupazione, salvo che le dimissioni avvengano per «giusta causa». In buona sostanza, la Naspi non spetta a chi rinuncia al lavoro per volontà propria, per ambizione, per la ricerca di un nuovo posto, perché non si sente più di lavorare a causa di una malattia sopraggiunta o dell’età, perché ha avuto un figlio e decide di badare alla casa, perché non ha ottenuto una promozione in cui sperava, perché l’assegno non gli basta più per vivere, perché il capo gli sta antipatico e ha sempre discussioni con lui, perché ha ricevuto una mensilità dello stipendio con pochi giorni di ritardo. Si tratta infatti di dimissioni volontarie anche se dettate da motivazioni più che valide.

Viceversa ha diritto alla Naspi chi si dimette perché subisce vessazioni e mobbing sul luogo di lavoro, perché viene discriminato rispetto ai colleghi, perché non ottiene promozioni e aumenti quando invece sono riconosciuti a tutti gli altri dipendenti a parità di condizioni, perché il capo gli ha chiesto di rinunciare a una parte dello stipendio per salvare l’azienda, perché gli è stato pagato in ritardo più di uno stipendio, perché non ottiene la retribuzione degli straordinari o delle normali buste paga e ha già accumulato diversi arretrati, perché gli sono state impartite mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto oppure perché svolge mansioni superiori senza però una modifica dell’inquadramento contrattuale (e della retribuzione), perché i colleghi lo deridono o è stato incolpato ingiustamente, perché sul lavoro non vengono rispettate le misure di sicurezza, perché non gli sono stati concessi i giorni di permesso che gli spettano per legge, ecc. In sintesi, solo chi si licenzia per giusta causa ha diritto alla disoccupazione.

Come si dimostra la giusta causa delle dimissioni?

Nel momento in cui il lavoratore dipendente si licenzia è tenuto a presentare le dimissioni online. Potrà a tal fine indicare, come motivo della cessazione del rapporto di lavoro, le dimissioni per giusta casa. Non viene richiesto di spiegare le specifiche ragioni che hanno portato alla rottura, ma chi vuole può farlo nel campo «note» del modulo.

Allo stesso modo, quando si fa la domanda della Naspi, si è tenuti a indicare solo se le motivazioni risiedono in un licenziamento o in una dimissione per giusta causa. Anche in quest’ultimo caso non viene richiesto alcun “racconto” dei fatti che hanno determinato l’allontanamento del lavoratore. L’Inps però potrebbe contestare la sussistenza della giusta causa e, in tal caso, si aprirebbe un contenzioso. In causa spetterà al dipendente dare prova dei motivi che lo hanno indotto a dimettersi per una valida ragione, attribuibile non a lui ma all’ambiente di lavoro.

Come licenziarsi senza perdere la disoccupazione

Abbiamo appena detto quindi un primo modo per licenziarsi senza perdere la disoccupazione: indicare all’Inps, come causa del recesso, le dimissioni per giusta causa.

C’è però un altro motivo che consente di licenziarsi senza perdere la Naspi e, per quanto ti potrà sembrare paradossale, è del tutto legale e consentito dalla legge. Legge che avevamo a suo tempo criticato nell’articolo Lo Stato tutela i fannulloni. In quella sede abbiamo già spiegato come stanno le cose per chi viene licenziato per giusta causa.

Il sussidio di disoccupazione spetta non solo a chi viene licenziato per motivi aziendali (ad esempio riduzione del personale, fallimento, crisi, cessazione del ramo d’azienda) ma anche per motivi disciplinari (licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo). Significa che il dipendente che si macchia anche di una grave inadempienza o che, in malafede, non compie il suo dovere o che addirittura viene colto a commettere un reato ai danni del datore, e che perciò viene licenziato in tronco, ha diritto a percepire la Naspi. Quindi c’è molta gente che, non avendo validi motivi per rassegnare le “dimissioni per giusta causa”, si fa licenziare. Come? Restando ad esempio a casa per qualche giorno senza inviare certificati medici o giustificazioni, non svolgendo il proprio lavoro correttamente, ribellandosi alle direttive del capo, ecc. Alla luce di tali comportamenti l’azienda avvia il procedimento disciplinare che, nel caso di violazioni gravi (ad esempio l’assenza protratta per molti giorni) può portare alla risoluzione del rapporto. In buona sostanza si viene licenziati e, solo per questo – a prescindere cioè dalle motivazioni – si ha diritto a ottenere la disoccupazione. Senza alcun pregiudizio sul curriculum visto che le ragioni di un licenziamento non figureranno da nessuna parte.

Riforma della prescrizione: intervento illogico e inutile (fonte: Altalex, autore: Luca Lorenzo)

Tra le varie opzioni d’intervento di riforma nel settore giustizia allo studio dal Guardasigilli figura quella della sospensione della decorrenza del termine di prescrizione dopo che sia stata emessa una sentenza di primo grado.

A detta del Guardasigilli il decorso della prescrizione causa ogni anno l’estinzione di decine di migliaia di processi, vanificando così il lavoro svolto in sede di indagine e durante i vari gradi processuali, causando sostanzialmente uno spreco di risorse, oltre che una via d’uscita per chi ha commesso reati gravissimi.

La montagna ha quindi partorito il topolino.

Appare innegabile che lo Stato deve farsi carico del principio della ragionevole durata del processo senza comprimere i diritti e le garanzie del cittadino, ed al pari deve assicurare la celebrazione dei processi in tempi brevi e ragionevoli, e farsi altresì garante della certezza della pena.

Il rigore punitivo a discapito dei principi del garantismo liberale mal si concilia con gli stessi principi costituzionali, rimediare alla lentezza dei processi con l’allungamento ipertrofico della prescrizione ha come effetto il rischio a carico del cittadino di vivere sotto la spada di Damocle di un processo interminabile.

La prescrizione è certamente un istituto di garanzia per il sistema, poiché non solo non ha senso condannare oggi per fatti di vent’anni fa, ma viene meno la stessa funzione rieducativa della pena prevista dalla costituzione.

L’unica conquista di civiltà giuridica, per colpevoli ed innocenti, viceversa, consisterebbe nel prevedere tempi ragionevoli di celebrazione dei processi.

Dai dati ministeriali il 58 percento delle estinzioni per prescrizione avviene nella fase preliminare del giudizio, e quindi nel pieno controllo del pubblico ministero, un ulteriore 4 percento delle sentenze dichiaranti l’avvenuta prescrizione sono emesse da gip e gup, e quindi ben prima che una possibile incidenza della paventata riforma potrebbe avere effetto, così come un 19 percento di casi in primo grado, mentre solo nel 18 percento dei casi la prescrizione si matura in Appello, e una volta su cento la prescrizione in Cassazione.

L’intervento annunciato da Bonafede è pertanto non solo illogico contrario ai principi del garantismo liberale, ma, dati alla mano, anche inutile e per nulla risolutivo.

Il rischio è, viceversa, quello di dilatare in maniera irragionevole la durata dei processi penali, e ciò in violazione dei principi di civiltà e di diritto presenti sia nell’ordinamento comunitario che nella Carta Costituzionale in tema di durata del processo.

Ciò dovrebbe imporre, in ottemperanza alla piena osservanza dei canoni del giusto processo di trovare in sé gli strumenti e le risorse per assicurare alla giustizia, in tempi ragionevoli e certi, chi si sia reso responsabile di condotte penalmente rilevanti.

La dilatazione dei tempi di prescrizione invece va di pari passo con la dilatazione smisurata dei tempi del processo, è inaccettabile far ricadere le lungaggini e le inefficienze della macchina giudiziaria sul cittadino – presunto innocente – esponendolo sine die alla pretesa punitiva.

Sulla scorta di tali considerazioni, al fine di raggiungere un giusto compromesso tra le garanzie individuali e l’esigenza statuale di disporre di un termine congruo per la celebrazione dei tre gradi di giudizio, potrebbe essere un primo passo rendere effettivamente deflattiva la funzione dell’udienza gup, destinata (almeno originariamente nelle intenzioni del legislatore) a selezionare ciò che meriti effettivamente la trattazione dibattimentale, mediante una rivisitazione delle condizioni che meritano il rinvio a giudizio e contestualmente aprire un dibattito sulla rimodulazione dei riti alternativi.

Inoltre si impone una riflessione, nell’ambito di una riforma comunque organica e non meramente estemporanea, su un ritorno al regime ante-Cirielli, come più volte segnalato genesi della crisi delle norme sulla prescrizione, al fine di un più equo riallineamento dei termini di prescrizione rispetto alla effettiva gravità del reato in contestazione, eliminando l’attuale rapporto tra recidiva e prescrizione, ennesima fonte di distorsione del sistema.