HITLER AVEVA RAGIONE – Colin Jordan – 1989

Di seguito al pdf sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione del discorso del noto esponente dell’identitarismo radicale britannico Colin Jordan, nel 1989, in favore della figura di Adolf Hitler. Buona lettura agli interessati.

Hitler Was Right – trad italiano

HITLER AVEVA RAGIONE  

Autore: Colin Jordan, 1989

Fonte: https://archive.org/stream/JordanHitlerWasRight/Jordan-HitlerWasRight_djvu.txt

Mai in tutta la storia un uomo è stato così infamato come lui nel centenario della sua nascita, il 20 Aprile 1989. Secondo i mass media della democrazia moderna, era un mostro assoluto, un’insana incarnazione del male. Comunque, il fatto che è che è presentato in modo così oscuro, con assolutamente niente a suo favore, dovrebbe portare dei sospetti in chiunque non sia un idiota totale o una sorta di partigiano acceccato dal pregiudizio.

La vilificazione non è sempre stata totale come ora. Lloyd George, premier britannico durante la Prima Guerra Mondiale, dopo una visita in Germania, nel 1936, fu citato dal Daily Telegraph il 22 Settembre di quell’anno che diceva “non ho mai visto un popolo più felice dei tedeschi. Hitler è uno degli uomini più grandi che ho mai incontrato”. In una lettera ad un amico nel Dicembre 1936 disse “Spero solo che troviamo un uomo delle sue immense qualità ai vertici della gestione della nostra nazione oggi”.

Viscount Rothermere, nel suo libro ante-guerra, Avvertimenti e Previsioni, diceva di Hitler le seguenti parole: “Ha un intelligenza immensa. Ha completamente ripulito la morale e la vita etica della Germania. Non ci sono parole per descrivere la sua gentilezza. È un uomo di rara cultura. La sua conoscenza della musica, delle arti e dell’architettura è profonda”. La cortina di ferro di bugie ha preso completamente il sopravvento quando gli elementi che avevano l’intenzione di distruggere Hitler sono diventati virtualmente onnipotenti, consapevole che dovevano fare ciò o si sarebbe dimostrato che loro erano quelli che avevano torto e Hitler quello che aveva ragione: perché lui era per la Rinascita Ariana, e loro erano per un vecchio ordine che indicava declino e morte.

Il vero Hitler, contrariamente al mostro pazzo dei media, era un uomo molto dotato che aveva letto molto, con una memoria fenomenale, una comprensione molto rapida di elementi essenziali, una colossale volontà di potenza; inoltre, senza dubbio, è stato l’oratore più efficace che il mondo ha mai conosciuto: tutto questo al servizio di una causa alla quale si donò completamente. Era anche un ospite affascinante, uno stimato e leale amico e collega, gentile con gli animali, che apprezzava molto le bellezze della Natura, essenziale nel suo stile di vita personale.

Mentre durante l’adolescenza si imbeveva con una sensazione consumante di avere una missione da leader liberatore del suo popolo nel futuro, conosceva la povertà da giovane disoccupato a Vienna, conosceva il pericolo e la durezza delle trincee, dove era in prima linea da soldato prima di entrare nel minuscolo corpo politico che sotto la sua direzione diventò il vincente NSDAP.

Notte dopo notte, le sue parole accattivanti gli portavano folle che applaudivano da una nazione sconfitta e demoralizzata che si rimetteva in piedi con rinnovata speranza e determinazione. La sua ispirazione vocale e visuale, oltre all’abbondante sudore dei suoi ardenti e laboriosi seguaci, costituivano le armi del successo Nazionalsocialista; esse non erano di certo le fantomatiche valigie piene di soldi dei grandi gruppi commerciali come gli oppositori cercavano di trovare una spiegazione diversa dalla loro inferiorità in carisma, ardore e sforzi. Come diceva un proverbio in quei giorni, rispettando l’ultimo di questi tre fattori, le luci erano sempre accese di notte negli uffici del partito di Hitler più a lungo che in qualunque altro ufficio. Questa citazione spiega l’ardente entusiasmo e il puro duro lavoro: “Nel mese prima delle elezioni nazionali del 1930, per esempio, il Partito Nazionalsocialista garantì 34.000 incontri in Germania, con la media di 3 incontri in ogni villaggio, città e distretto urbano” (Mothers in the Fatherland, Claudia Koonz, p. 69). Coerentemente con lo spirito recettivo delle persone nelle elezioni del 1932, il capo dell’Ufficio Stampa del NSDAP Otto Dietrich descriveva un incontro a Straslund, previsto per le 20.00 ma per il quale Hitler ebbe dei problemi che lo portarono ad arrivare in ritardo alle 2.30 di notte: “sono all’aperto, e sotto la pioggia battente abbiamo incontrato la folla bagnata fradicia, stanca e affamata; si erano radunati di notte e avevano pazientemente aspettato. Hitler parlava al pubblico mentre lentamente il giorno sorgeva”. C’erano lì 40.000 persone che ascoltavano avidamente alle 4 del mattino, dopo tutto questo tempo e tutte queste problematiche, l’uomo che giustamente consideravano il loro salvatore politico! Potete immaginarvi un pubblico così per un qualunque personaggio famoso dei nstri tempi come il nostro attuale premier Margaret Thatcher?

Cercate solo di raffigurarvi la formidabile scena di giubilo quando i lunghi e duri anni di lotta furono ricompensati e, alla fine del Gennaio 1933, Hitler diventò Cancelliere! Quella notte per ore un fiume di fuoco si vedeva scorrere dalla finestra mentre migliaia di migliaia dei suoi compagni di partito portavano una torcia sfilando per le strade di una Berlino rinata. La già menzionata Claudia Koonz cita un membro di lungo corso del NSDAP riguardo questa occasione: “Abbiamo pianto di gioia e felicità e non potevamo credere che il nostro amato Fuhrer fosse al timone del Reich. Un potere magnetico emanava ovunque ed eliminava le ultime tracce della resistenza interna. Siamo stati presi da una gioia indicibile quando abbiamo visto le nostre bandiere, un tempo disprezzate e sminuite, che sventolavano sopra tutti gli edifici pubblici.

La nostra tesi non è e non deve essere quella che Adolf Hitler era assolutamente perfetto e non ha mai fatto un singolo errore, perché la perfezione, assoluta perfezione, è un’astrazione irrilevante che non appartiene a questo mondo e che quindi non si è mai vista e non si vedrà mai. Quello che diciamo è esattamente che, tendendo conto di tutto, l’uomo e il suo movimento, in un “campionato della nostra razza”, era ciò di più vicino alla perfezione che questo mondo ha mai visto, e questo è abbastanza per noi. Diciamo che aveva ragione perché quello che è andato storto è, per la nostra valutazione, così fortemente sminuito da dove è vero il contrario. In soli sei anni di pace, lui, il suo partito e il suo popolo all’unisono hanno fatto un miracolo virtuale in questo breve intervallo. In nessun altro caso nella storia è stato fatto così tanto e così velocemente per la sopravvivenza e la rinascità ariana!

Hitler aveva ragione nella suprema importanza che dava al fattore della razza e, di conseguenza, la sua concezione basilare di nazione come una comunità razziale da proteggere nelle sue proprietà e dalla mescolanza con genti estranee; inoltre, da migliorare con misure eugenetiche. Andando al di là di ogni altri statista di ogni nazione ed ogni tempo, ha dato un riconoscimento pratico alle qualità superiori dei popoli ariani ed al bisogno di massimizzare gli sforzi dei portatori di queste qualità superiori come leva per massimizzare lo sviluppo umano. In questa dedizione unica e, conseguentemente, con l’aspra opposizione di tutti quelli che avevano un interesse contro l’elevazione degli Ariani si trova la spiegazione più chiara del desiderio di distruggerlo e diffamarlo.

Hitler aveva ragione ad opporsi al distruttivo gioco partitico della democrazia che esiste per deludere e sfruttare le persone che essa pretende di rappresentare; secondo lui la rappresentanza doveva essere compito della personalità, della leadership e dell’unità. Quando è riuscito ad unire in questo modo il popolo, dov’erano gli altri partiti? Solo una sparuta minoranza era rimasta contro di lui dopo il 1933, anche se i media stranieri ostili si sono concentrati su questi singoli casi di dissenso e non sul supporto quasi totale che riceveva.

Hitler aveva ragione nell’assicurarsi che ogni uomo nella comunità popolare avesse un lavoro produttivo per il bene sia di sé stesso sia della comunità. Quando salì al potere, almeno 6.014.000 erano disoccupati, e nel 1938 solo 338.000 restarono disoccupati; la gran parte di questa riduzione era stata raggiunta prima di un qualunque riarmo significativo, al contrario di quello che dice la propaganda ostile.

Hitler aveva ragione nel credere nell’estensione del welfare sociale per tutti i membri della comunità popolare. L’organizzazione del NSDAP “Forza attraverso la Gioia” nel 1938 aveva permesso a oltre 22 milioni di persone di visitare teatri, a oltre 18 milioni di assistere a film, a oltre 6 milioni di assistere a concerti, a oltre 3 milioni ad assistere a mostre di fabbriche, e ad almeno 50 milioni di prendere parte ad eventi culturali. L’organizzazione aveva 230 sedi per l’educazione popolare, ed attraverso esse furono organizzati 62.000 eventi formativi, frequentati da 10 milioni di persone. Nel 1938, 490.000 sono potuti andare in crociera, e 19 milioni hanno potuto svolgere escursioni terrestri. 21 Milioni hanno preso parte ad eventi sportivi. Tutto questo in un periodo in cui le democrazie hanno lasciato milioni di disoccupati a marcire ed in cui quelli che lavoravano non ricevevano niente di lontanamente confrontabile con questo welfare. L’automobile più venduta della storia, più di 15 milioni della Wolkswagen “Beetle” in oltre 30 nazioni, era il risultato di un progetto di Hitler per un’automobile del popolo, un’automobile piccola e a buon mercato per l’uomo ordinario. Collegato ad esso, il suo programma di costruzione di autostrade anticipò di decadi quello dell’Inghilterra. (Queste ed altre informazioni dettagliate sui risultati splendidi della Germania di Hitler è contenuto nel libro “La Germania di Hitler” di Cesare Santro, Berlino, 1938).

Hitler aveva ragione nel dare importanza alla protezione del contadinato in quanto parte vitale per una fiorente comunità popolare; le sue misure includevano in questo la legislazione per l’ereditarietà dei poderi. Infatti, Hitler aveva ragione in così tanti modi che avremmo bisogno di molto di più di tutta la doppia edizione del Gothic Ripples di questo centenario di Hitler per elencarli. La rivoluzione di Hitler che realizzava tutte queste riforme radicale fu senza spargimento di sangue se comparata con la rivoluzione francese (del quale ricorre quest’anno il 200-simo anniversario) o con la rivoluzione russa del 1917. I campi di concentramento di detenuti, inclusi donne e bambini, furono introdotti dagli Inglesi durante la Guerra Boera, e le condizioni in essi erano così pessime che ci fu un grande numero di morti. Anche l’alleato bellico dell’Inghilterra, la Russia, ha ancora campi di concentramento in abbondanza in cui, persino secondo le statistiche Sovietiche, un milione di persone sono attualmente detenute. Tuttora è solo su quelli tedeschi che sentiamo infinitamente parlare, con ogni invenzione ed esagerazione concepibile. Colin Cross in Adolf Hitler (Hodder & Stoughton, Londra, 1973), afferma che il picco di detenuti in tempo di pace fu 26.789 nel Luglio 1933, molti dei quali furono detenuti solo per poche settimane; molti furono rilasciati in seguito. Egli afferma: “Le condizioni nei campi erano spartane ma, per gli standard carcerari, c’era un’adeguata alimentazione e comodità ragionevoli nei dormitori”. I detenuti non erano, come così spesso insinuato, tutti poveri ebrei perseguitato o altri eroi della democrazia, ma includevano la peggiore feccia della società: criminali abituali, sfruttatori, pervertiti, abietti ubriaconi, mendicanti perenni e parassiti fannulloni.

I leaders Ebrei dagli altri paesi dichiaravano una guerra economica e politica contro Hitler non appena salì al potere, e si prepararono a scatenare una guerra per distruggerlo. Non fu quindi una cosa innaturale, quando questa guerra scoppiò, che Hitler considerò gli ebrei in generale nei suoi territori come nemici e minaccia alla sicurezza; quindi li fece rastrellare e confinare in ghetti o campi. Nelle ultime battute della guerra, quando i tedeschi stavano affrontando condizioni terribili, inclusi centinaia di migliaia di civili, donne e bambini uccisi in raids aerei come quelli sull’indifesa Dresda, ci furono problemi nel rifornire in modo adeguato i campi.

Il sovraffollamento, l’evacuazione dall’est e la comparsa del tifo causarono le innegabilmente terribili condizioni trovate in alcuni prigionieri alla fine delle ostilità. Esse, in ogni caso, non erano certamente il risultato di alcuna deliberata politica di sterminio; accuse simili sono delle falsità atroci.

Dopo la guerra la campagna per denigrare Hitler si concentrò sull’accusa dei 6 milioni di Ebrei che sarebbero stati deliberatamente sterminati in qualcuno dei campi durante la guerra, prevalentemente tramite la gasazione con lo Zyklon B, che era sicuramente usato nel campo ed in altri posti a causa della sua capacità di prevenire la morte (di malattia), non di causarla. La storia supertriste dello sterminio di massa degli Ebrei nelle camere a gas è stata esposta come una menzogna colossale dal Leuchter Report, un rapporto del principale consulente americano nelle camere a gas nelle prigioni americane, a disposizione di Ernst Zundel. A causa del suo recente processo in Canada, egli visitò Auschwitz e prese dei campioni dalla struttura degli edifici che si dice siano state camere a gas e che, dopo essere state sottoposte ad analisi indipendenti negli USA, si è dimostrato senza ombra di dubbio che non erano usate così. Casualmente, le recenti ammissioni degli stessi russi che oltre 30 milioni furono sterminati da Stalin, l’alleanza contro Hitler fra Ebrei e Inglesi rende le accuse ebraiche contro Hitler piccole in confronto a questo vero Olocausto Rosso.

Ritornando alla Germania degli anni ’30, possiamo considerare la più grande conquista di Hitler quella dei cuori del suo popolo, perché il suo è stato il regime più popolare che il mondo abbia mai conosciuto. La sua Germania era una terra elettrificata e trasmutata. Mai, in nessun luogo e in nessun tempo, un’intera nazione è stata così radiosa, così disposta al servizio com’era la sua sotto la sua leadership. Milioni di tedeschi affermavano quotidianamente che Hitler aveva ragione.

Hitler aveva ragione nel cercare di modificare le ingiustizie del Trattato di Versailes, e di unire i territori Tedeschi. Le sue azioni ricevevano il supporto travolgente delle popolazioni coinvolte. Quando entrò a Vienna 200.000 viennesi si versarono nella Piazza degli Eroi della città, in un’estasi di gioia per quello che la macchina di propaganda anti-Hitleriana chiamava “aggressione”.

È stato accolto in modo simile nel territorio rubato dei Sudeti, nello stato sintetico della Cecoslovacchia. Hitler cercò a lungo con insistenza, anche negli ultimissimi giorni di pace, di raggiungere un accordo assolutamente giusto con la Polonia per quanto riguarda le sue aree germanofone, come Danziga (90% germanofona) ed i territori distaccati della Prussia Orientale; tuttavia questo è stato deliberatamente impedito dagli ingannevoli guerrafondai occidentali; l’Inghilterra offrì garanzie generali completamente riprovevoli all’arretrato stato di Polonia per rendere il suo regime reazionario irragionevole e bellicoso, arrivando quindi alla guerra desiderata.

Hitler aveva ragione a dare importanza all’alleanza anglotedesca per la quale lottò a lungo. Con essa e l’unione della Marina Britannica e l’Esercito Tedesco avrebbe potuto mantenere la pace nel mondo, preservare l’Impero Britannico, del quale Hitler aveva una grande stima, e lavorare per un ordine mondiale in cui l’uomo bianco protegge sé stesso e il mondo tramite la supremazia mondiale. L’ambasciatore inglese a Berlino affermò il 26 Luglio 1939: “Sin dall’inizio Hitler ha sempre cercato soprattutto un’intesa con l’Inghilterra” (Vansittart in Office, I. Colvin, p. 346). In effetti, un punto in cui Hitler aveva torto fu quando, nella costante ricerca di un accordo anglotedesco anche allora, aspettò dopo la sconfitta della Francia e quella di Dunkirk per l’Inghilterra per tornare in sé mentre, se avesse compiuto l’invasione nel Luglio 1940, avrebbe quasi certamente avuto successo.

Hitler aveva ragione nella sua concezione di nuovo ordine per l’Europa, conforme alle realtà etniche piuttosto che a demarcazioni geografiche o di altro tipo in conflitto con esse; aveva ragione a spingere alla cooperazione per avere comuni benefici, e all’unità corrispondente a obiettivi comuni. Hitler aveva ragione nel prevenire l’attacco russo premeditato, pianificato per avvantaggiarsi dalla guerra Europea, lanciando il suo attacco inizialmente nel Giugno 1941, insieme alla crociata Europea contro il comunismo che aveva sponsorizzato; se non fosse stato per il grande sostegno materiale dato a Stalin da Inghilterra ed USA, avrebbe sicuramente sconfitto Stalin ed eliminato la minaccia Sovietica che oggi è solamente mascherata dalla furbesca tattica di Gorbacev, al fine di ammorbidire l’occidente.

Come detto, dobbiamo agli enormi sforzi fatti dalla Germania e dai suoi alleati (inclusi tutti i volontari stranieri delle fantastiche Waffen SS), compresa la disperata resistenza fino al Maggio 1945, il fatto che l’Armata Rossa non ha oltrepassato Calais ed il fatto che oggi il KGB non abbia sedi a Dover, Durham e Dundee. Ricordiamoci con orgoglio che non è mai stata combattuta una causa più valorosamente della causa nazionalsocialista di Adolf Hitler. Nella battaglia per Norimberga, c’è stata la scena dei più grandi raduni che il mondo ha mai visto: “Civili tedeschi, uomini, donne e ragazzi, che si sono armati per combattere insieme alle SS in aspri combattimenti da strada nei quali la divisione di veterani “American 45th Thunderbird’ Division” subì notevoli perdite. “I fanatici reparti delle SS che difendevano la famigerata Sala Congressi Nazi, che Hitler considerava il cuore del Nazismo, respinse nove sanguinosi assalti statunitensi prima di morire fino all’ultimo uomo” (The Spear of Destiny, Trevor Ravenscroft, p. 335; Neville Spearman, 1972). Questa era la nostra gente!

In “Destination Berchtesgaden” (Ian Allan Ltd., London, 1975), J. F. Turner e R. Jackson descrivono le difficoltà dell’avanzata in questo modo.

Aschaffenburg: “i rinforzi tedeschi sono arrivati, molti di loro sono giovani fanatici di 16 e 17 anni che rifiutano di arrendersi e devono essere sterminati”.

Schweinfurt: “Ogni piccola città e villaggio sulla strada per Schweinfurt era fortificata, ogni collina e bosco occupato dal nemico più a lungo possibile, spesso da giovani Nazi fanatici”.

Wurzburg: “Ancora una volta, i civili si sono uniti alle truppe tedesche per difendere le loro città, ritirandosi nelle fogne per poi ricomparire spesso alle spalle degli americani”.

Nella Berlino in fiamme i resti eroici dei volontari stranieri delle Waffen SS, l’elite dell’Europa, lottarono morendo fino all’ultimo uomo per difendere i dintorni della Cancelleria del Reich ed il bunker in cui Adolf Hitler si tolse la vita; intanto altri eroi della Gioventù Hitleriana, alcuni solo 14enni, riuscivano a tenere fino all’ultimo i ponti sul fiume Sprea.

Con i sacrifici di sangue come questo lo nutrono, la potenza del nazionalsocialismo di sopravvivere e rivivere fu assicurata. Se vi è una qualche certezza in questo mondo, se mai un vero campione del nostro popolo emerge, egli sarà denigrato al massimo dalle forze della rovina. Quindi sono proprio quello che nell’Inghilterra di oggi sono i maggiori responsabili dell’attuale situazione orribile ad essere i maggiori responsabili della denigrazione di Hitler. Quelli che ci stanno danneggiando di più sono proprio quelli che lo denigrano di più: questa è una grande equazione.

Hitler aveva ragione nella sua denuncia alla democrazia; dovremmo saperlo bene dalla nostra esperienza in Inghilterra oggi. Bruce Anderson nel Sunday Telegraph (29/03/1987) ha parlato dell’invasione afro-asiatica dell’Inghilterra: “Gli elettori non sono mai stati consultati: se fossero stati consultati non avremmo avuto un’immigrazione di massa non bianca”. Quindi mentre la dittatura di Hitler dava al popolo ciò che voleva e preservava la Germania per il popolo tedesco, la democrazia Inglese diede al popolo inglese quello che non voleva, e la chiamano “libertà”.

Hitler aveva ragione nella sua profezia dell’oscurità che sarebbe seguita alla sua sconfitta. Mentre facciamo il bilancio di tutto l’insieme di cose negative delle quali oggi soffriamo, dagli scioperi ricorrenti alle rapine alle donne anziane, dallo spaccio di droga alla promozione della perversione, dai sussidi al mondo non bianco alla degenerazione nota come “rock”, prendiamo atto del fatto che Hitler non ci avrebbe dato questi benedetti effetti della democrazia. Prendiamo nota anche del fatto che le proiezioni degli attuali tassi di natalità dei non bianchi in Inghilterra mostrano che entro un centinaio d’anni saremo una minoranza nella nostra stessa nazione. Neanche i più maniacali oppositori di Hitler l’hanno mai accusato di voler rendere l’Inghilterra nera. Essa è stata lasciata ai suoi avversari proprio per ottenere questo.

La resistenza nazionalsocialista non è finita nel 1945. Un personaggio epico della guerra che ha rifiutato di rinunciare al suo credo nel nazionalsocialismo e che ha mantenuto stretti contatti in tutto il mondo coi nazionalsocialisti fino alla sua morte nel 1982 è stato Hans-Ulrich Rudel. Questo asso tedesco ha ottenuto il recordo mondiale di 2.530 combattimenti in volo, ed un altro per 519 carri armati distrutti.

Da solo affondò la corazzata sovietica Marat e due incrociatori, oltre a 70 navi da rifornimento. Il suo motto era “Verloren ist nur wersich selbst aufgibt” (Solo chi si arrende perde). Un altro coraggioso dei vecchi tempi era Winifred Wagner, nata inglese, e nuora del grande compositore, Richard Wagner. Dopo la guerra una corte di de-nazificazione la condannò per il reato di aver supportato il regime di Hitler tramite la sua amicizia personale con lui. Per questo terribile reato è stata condannata a 450 giorni di lavori sociali speciali, la sua ricchezza personale è stata confiscata, le è stato impedito di avere un qualunque lavoro pubblico o di diventare membro di un qualunque partito politico per 5 anni, e le è stato persino impedito di avere un veicolo a motore. Nonostante ciò, quando è stata intervistata in un film del 1975 da quelli che cercarono invano di farle dire qualcosa contro Hitler, questa signora magnifica ha risposto a muso duro con la solita osservazione: “Se Hitler varcasse la soglia oggi, sarei felice come sempre di vederlo ed averlo qui”.

E quindi la lotta è andata avanti, come dimostrano le recenti notizie che riguardano la Germania, come la condanna a 4 anni e mezzo di carcere di Peter Naumann per aver pensato al bombardamento, nel 1979, di un palo televisivo vicino a Coblenza che avrebbe interrotto la trasmissione del programma “Olocausto”, e per aver complottato per colpire la prigione di Spandau quando Hess era ancora vivo ed imprigionato lì. Lo dimostra anche la messa al bando dell’organizzazione Nationale Sammlung per far sì che non prendesse parte alle elezioni locali: questo dimostra la totale falsità della democrazia in quella nazione, dove il Nazionalsocialismo, la volontà di una maggioranza tedesca, è stato bandito a partire dal 1945. Lo dimostra anche il recente titolo del Daily Telegraph: “neonazismo in crescita in Germania Ovest”.

Finchè l’uomo sarà su questo pianeta, il nome Adolf Hitler, sarà ricordato, con associate verità o menzogne. Questo è per noi, in questi tristi giorni, una ragione per essere soddisfatti per poter testimoniare la verità sul suo conto di fronte al torrente di menzogne. Imponetevi di osservare e segnarvi il 101-simo anniversario della sua nascita il 20 Aprile 1990! Qualunque cosa faccia per onorare il suo nome in quella data, assicurati, alle 6.18 di sera, l’ora della sua nascita, di essere in meditazione silenziosa, di accendere una candela nel tuo cuore in memoria del più grande campione dei popoli Ariani, la tua gente, che questo mondo ha mai visto!

“E se il campo andasse perso?

Non tutto è perduto – l’inconquistabile volontà,

E lo studio della vendetta, l’odio immortale,

E il coraggio non si sottometterà né cederà mai

E cos’altro non deve essere superato?”

—John Milton (1608-1674), Paradise Lost.

 

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SCHIAVI BIANCHI – (American Renaissance – 2008)

Al pdf sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, trovate questa traduzione dal sito di American Renaissance che parla di un fenomeno poco conosciuto, ovvero la tratta degli schiavi bianchi ad opera degli inglesi. Buona lettura agli interessati

Schiavi Bianchi – ITA

                  SCHIAVI BIANCHI

Thomas Jackson, American Renaissance, Dicembre 2008

Fonte: https://www.amren.com/news/2010/07/white_slaves_1

White Cargo: La storia dimenticata degli schiavi bianchi britannici in America, di Don Jordan e Michael Walsh, New York University Press, 2007, 320 pagine.

Si dice che la schiavitù africana sia il peccato originale della nostra nazione, e ai bianchi probabilmente sarà rinfacciata questa frase finchè l’ultimo di loro resterà in America. Sentiamo tutto il tempo parlare di servitori bianchi a contratto, ma non ci è permesso di pensare a loro come persone che soffrono in tutto come se fossero in schiavitù; essa infatti sarebbe una forma unica di degrado riservata ai neri.

I giornalisti inglesi Don Jordan e Michael Walsh ribattono in modo convincente in “White Cargo” che la “servitù a contratto” è un termine troppo blando per una condizione che spesso non era diversa da quella di uno schiavo. I “servi” bianchi erano proprietà: comprati e venduti, inclusi nei testamenti, frustati se indisciplinati, stuprati e in molti casi costretti a lavorare fino alla morte. Jordan e Walsh parlano di questa “storia dimenticata” e addirittura suggeriscono perché essa è dimenticata: ”si scatena il putiferio se si descrive come schiavo qualcuno di questi bianchi sventurati”. White Cargo è ben documentati, scritto in modo avvincente ed illumina in modo brillante un angolo di storia americana che né i bianchi né i neri si sono degnati di esplorare.

Il popolamento di un continente

La servitù a contratto era un sistema sotto il quale un uomo o una donna poteva guadagnarsi un passaggio per le colonie in cambio di periodo prestabilito come servitore. Il periodo più diffuso era 7 anni, ma poteva arrivare fino ad un massimo di 11 o a un minimo di 3. La parola “indenture” (a contratto) deriva dal latino “indentere”, che significa tagliare con i denti. Il contratto di lavoro era scritto su pergamena ed in seguito diviso a metà, con il padrone ed il servo che ne tenevano metà ciascuno. Jordan e Walsh stimano che centinaia di migliaia di Britannici andarono in America e nei Caraibi passando sotto una qualche forma di servitù a contratto.

Le persone che si impegnavano volontariamente venivano chiamati “liberi volontari”, ma gran parte di loro erano costretti. Condannati, ribelli, mendicanti, prostitute, Scozzesi o Irlandesi non desiderati potevano essere presi e condannati al lavoro duro nelle colonie per 14 anni, mentre un numero ignoto di giovani persone furono semplicemente rapiti e venduti.

Era un sistema di “reclutamento lavorativo” che era cresciuto perché i piantatori di tabacco in America ed i coltivatori di canna nei Caraibi avevano un disperato bisogno di lavoratori a basso costo. Il tabacco poteva essere molto profittevole ma richiedeva così tanto lavoro che un secolo dopo che i servi bianchi iniziarono a lavorare sodo per esso Thomas Jefferson la chiamava ancora “una cultura produttiva di indicibile squallore”.

Gli autori di questo libro stimano che l’ammontare degli schiavi bianchi è di circa i due terzi dei Britannici che si sono spostati nelle colonie fra il 1620 e il 1775, ma scrive che dai primissimi giorni della repubblica gli Americani hanno avuto “difficoltà a riconciliarsi con la vera natura dei loro antenati”. Gli autori aggiungono che “10 milioni di Americani bianchi discendono da questi beni mobili”, ma a differenza di alcune delle più antiche famiglie Australiane che vanno fiere dei loro antenati condannati gli Americani rifiutano di riconoscere i loro miserabili progenitori.

Sì, erano miserabili. Il passaggio per l’America significava essere imballato per settimane in una stiva oscura, mefitica e stretta. Una volta che la nave raggiungeva il Nuovo Mondo, avrebbe potuto navigare su e giù per la costa cercando i mercati migliori. I compratori esaminavano la “merce” come se fossero cavalli, e li facevano camminare o saltare per assicurarsi che fossero sani.

I servitori fortunati trovavano padroni gentili che avevano bisogno di aiuto domestico; gli sfortunati lavoravano sotto la frusta nei campi. C’erano differenze locali nel trattamento dei servitori, con i padroni solitamente più duri nel Sud che nel New England, ma le punizioni corporali erano date per scontate ovunque. I padroni potevano calpestare la loro dgnità o portare le loro “proprietà” per la città e farli frustare dalle autorità per la disciplina. I reati gravi, come la violenza contro un padrone, potevano essere puniti con la morte o con la perdita di una o entrambe le orecchie. Ci sono molti casi di servitori che sono morti dopo essere stati “corretti” con centinaia di frustate.

 

 

Molti padroni semplicemente facevano lavorare i loro servitori fino alla morte o li lasciavano alla fame se si ammalavano o infortunavano. Jordan e Walsh scrivono che nel 2003, degli archeologi ad Annapolis, Maryland, dissotterrarono lo scheletro di un ragazzo bianco adolescente che era morto intorno al 1660. Presentava ernie al disco e altri segni di terribile lavoro, ed è stato trovato sotto un mucchio di rifiuti domestici. Probabilmente era un servitore a contratto che era stato fatto lavorare fino alla morte per poi essere stato gettato in un bidone della spazzatura.

Spesso i servitori scappavano, e subito i giornali pubblicavano pubblicità che offrivano premi per la loro cattura. Molti fuggitivi venivano identificati dalle cicatrici sulle loro schiene. Di solito la legge prevedeva per loro frustate ed un’estensione dei termini del servizio. All’inizio del 17-simo secolo, poteva essere aggiunto un giorno per ogni giorno di assenza, ma a partire dal 18-simo secolo la pena poteva essere 10 giorni addizionali di servizio per ogni giorno di assenza, o un anno addizionale in cambio di poche settimane di assenza.

I servitori non potevano sposarsi senza il consenso dei loro padroni, ed una donna che restava incinta doveva stare in servizio due anni extra per risarcire il costo del bambino. Questo era vero anche se il padrone era il padre, e il figlio era costretto a servire fino all’età di 21 o 24 anni, a seconda del periodo di tempo e della zona. I servi erano proprietà e potevano essere venduti e rivenduti, e dal 1623 appaiono nei testamenti. A volte le colonie facevano passare leggi che proteggevano i servitori, ma esse erano rafforzate molto raramente.

In questo periodo in Inghilterra era comune frustare i servitori, ma i padroni non se la potevano cavare facilmente se frustavano un servitore fino alla morte; nelle colonie sì. I servitori di solito in Inghilterra erano impegnati solo per un anno e non potevano essere venduti.

Che cosa faceva sì che uomini liberi si impegnassero per un servizio così duro? La vita per le classi subalterne era truce in Inghilterra, e gli agenti spesso mentivano sulla vita in America.

 

Nel 1623, un servitore ingannato scrisse a suo padre in Inghilterra parlando del crudele trattamento a cui era sottoposto e pregava suo padre di riscattarlo; aggiungeva anche che “non gli importerebbe di perdere un arto pur di tornare in Inghilterra.

Altri servi potevano avere capito quanto sarebbe stata la loro esistenza per i sette anni di servizio, ma speravano in nuove vite migliori alla fine di questo periodo. Il passaggio al Nuovo Mondo era oltre le possibilità di chiunque non fosse ricco, ed un periodo di servitù sembrava un prezzo equo per un nuovo inizio. A differenza di quella dei dei condannati, la servitù dei liberi volontari includeva quasi sempre “l’obbligo di libertà” alla fine del periodo. Questo consisteva di solito nella garanzia di una terra e dei vestiti, ma a volte non era nient’altro che una vaga promessa di insediamento in accordo con “le usanze della nazione”. Alcuni servi venivano ricompensati in modo corretto, ma molti ottenevano indegne fregature o una terra in un territorio che non era sicuro da coltivare con forte presenza Indiana.

È impossibile sapere il destino di ognuno delle centinaia di migliaia di servi a contratti che arrivarono in America, ma alcune statistiche sono più o meno complete. Per esempio, dei 1200 servi che arrivarono a Jamestown nel 1619, 800 morirono nel primo anno. Alla fine di quell’anno c’erano 700 persone nella colonia, e nei tre anni successivi arrivarono 3570, la maggior parte di loro servi, per un totale di 4270 persone. Nel 1623, solo 4 anni dopo, solo 900 erano ancora vivi. È certificato che 347 coloni furono uccisi dagli Indiani, il che significa che 3000 morirono per altre cause. I tassi di mortalità erano alti per tutti, ma possiamo essere sicuri che erano più alti per i servi che per i padroni.

Gli autori di questo libro citano uno studio più esauriente della servitù a contratto coloniale che conclude che solo il 10% dei servi diventò “decentemente prospero”, e che un altro 10% diventò un artigiano che poteva condurre una vota indipendente. Il restante 80% moriva durante il servizio, tornava in Inghilterra o finiva per diventare white trash, vivendo una vita non migliore di quella che viveva quando era in Inghilterra.

Il sistema di servitù a contratto continuò per il periodo rivoluzionario e oltre. Jordan e Walsh notano che nel 1775 c’erano segnalazioni di schiavi fuggiaschi tanto bianchi quanto neri. Fra quelli che offrivano ricompense per il ritorno di un servo bianco quell’anno c’era un ricco proprietario terriero della Virginia chiamato George Washington.

Miserabili rifiuti.

Jordan e Walsh spiegano che, oltre ai liberi volontari, i Britannici trasportarono a forza decine di migliaia di mendicanti, prostitute, criminali ed altri individui non desiderati. Notano che all’inizio, gli Europei vedevano il Nuovo Mondo come una discarica ma credevano anche che la deportazione era un modo per popolare le colonie. Nel 1497, Ferdinando e Isabella offrirono il perdono ai condannati se fossero salpati nel terzo viaggio di Colombo.

Gli autori segnalano che nel 17-simo secolo le città Europee erano eccessivamente piene di mendicanti e criminali. Quando una grande guerra finiva, la smobilitazione invadeva le città di ladri e borseggiatori, e i Britannici decisero rapidamente di mandare questi rifiuti in America. Nel 1615, solo 8 anni dopo la fondazione di Jamestown, l’Editto di Privy decretò che i condannati potevano essere deportati nelle colonie. La misura era originariamente presentata in un linguaggio umanitario che parlava di dare la possibilità ai criminali di un nuovo inizio nel Nuovo Mondo, ma una legge di soli 4 anni dopo affossò tutte queste finzioni, specificando che i deportati condannati dovevano essere “costretti a faticare in lavori così pesanti e faticosi che questa servitù sarà un dolore più grande della morte stessa.”

Jordan e Walsh stimano che dai 50.000 ai 70.000 condannati finirono in America durante il periodo coloniale, e forse 1000 all’anno furono trasportati negli anni poco prima della Rivoluzione. Le autorità erano felici di svuotare le loro prigioni, ma i trafficanti erano addirittura più contenti a causa dei profitti che facevano dal commercio di condannati. Essi portavano profitti migliori dei liberi volontari perché essi potevano avere termini di servizio fino a 14 anni, a seconda del crimine, ed al netto del prezzo di vendita di solito c’era un pagamento pro capite dalle autorità cittadine, felici di liberarsi dei criminali.

Un mercante negli anni intorno al 1770 notava che il commercio dei condannati bianchi era due volte più profittevole del commercio dei neri. L’unica infelicità sembrava essere quella dei condannati: Jordan e Walsh stimano che la metà morivano dopo 7 anni di servizio.

Nel 1618 le autorità di Londra iniziarono a fare retate di indesiderabili che non erano criminali: bambini mendicanti fra gli 8 e il 16 anni. Questo rinnovamento urbano rendeva molto bene perché i bambini, come i condannati, erano venduti a buon prezzo ai piantatori Americani. Jordan e Walsh notano comunque che “dei primi 300 bambini spediti fra il 1619 ed il 1622, solo 22 erano ancora vivi nel 1624”. Almeno uno è famoso per essere morto dopo essere stato condannato a 500 colpi per essersi assentato dal lavoro. Negli anni, città di tutta l’Inghilterra radunavano giovani mendicanti, considerati un “fardello” e li vendevano alle colonie.

I prigionieri politici erano un’altra fonte di denaro. La Guerra Civile Inglese dal 1624 al 1651 produsse migliaia di prigionieri da entrambi i lati. Alcuni erano impiccati, ma molti venivano inviati come schiavi alle colonie. Cromwell ha venduto migliaia di nemici in esilio. Odiava i cattolici e, in un periodo in cui “non era più peccaminoso uccidere un irlandese di uccidere un cane”, iniziò quello che risultò essere una politica di pulizia etnica per gli Irlandesi e che continuò per 100 anni. La ribellione del duca di Monmouth del 1685 fruttò 800 schiavi bianchi dopo la sua sconfitta nella battaglia di Sedgemoor. La ribellione Giacobita del 1745 fornì un buon raccolto di Scozzesi per il commercio. Come sempre, non vi era mancanza di trafficanti e capitani di navi, dal momento che la manodopera aveva raggiunto prezzi così allettanti in America e nei Caraibi.

Durante questo periodo, quando le altre scorte di manodopera si abbassavano, uomini d’affari intraprendenti semplicemente rapivano le persone; i primi casi si registrarono nel 1618. I rapitori, conosciuti come “spirits” perché facevano sparire le persone (to spirit away = sparire), spesso corrompevano le autorità e lavoravano quasi alla luce del sole. Nel 1670, il Parlamento rese il rapimento un reato capitale, ma la maggior parte degli “spirits” raramente ricevettero più di una piccola multa. Qualcuno li vedeva addirittura come una sorta di crudeli pubblici servitori.

Un ladro di cavalli poteva aspettarsi di essere impiccato, ma i poliziotti avevano una visione migliore degli uomini che rapivano dalle strade i fannulloni, le prostitute e i mendicanti. Di sicuro, ogni giovane persona, anche quelli di alti natali, poteva essere rapita; gli autori notano che negli anni intorno al 1665 i giovani avevano un panico cronico, anche se di basso livello, specialmente vicino alla costa.

Il rapimento di Stevenson è solo il più famoso romanzo sulla minaccia. Daniel Defoe scrisse a riguardo, e lo spadaccino Captain Blood di Raphael Sabatini è la storia di un irlandese identificato erroneamente come uno dei ribelli di Monmouth e quindi deportato alle Barbados.

Di molte delle vittime dei rapimenti non si ebbero più notizie, anche se molto pochi sopravvissero, tornarono in Inghilterra e si confrontarono con i loro rapitori. Secondo White Cargo, raramente ottennero alcuna giustizia dai processi. Per più di 100 anni, organizzare un rapimento era un metodo quasi sicuro di eliminare un giovane nemico o un rivale.

I Caraibi erano una destinazione peggiore dell’America. Le Barbados, per esempio, erano essenzialmente una colonia penale e praticamente non ci finivano liberi volontari. Questo accadeva perché tutte le terre buone erano già state popolate in precedenza, e non c’era nessun luogo dove andare per gli schiavi liberati. I piantatori che compravano “i passeggeri di sua maestà per sette anni” come i condannati erano chiamati, avevano l’intenzione di farli lavorare fino alla morte. Non andò sempre tutto in modo pacifico. Ci furono rivolte di schiavi bianchi alle Barbados, a St. Christopher e a Montserrat.

Il traffico di bianchi incontrò comunque qualche opposizione. Il Capitano John Smith, che ha visto la pratica a Jamestown, nel 1624 scriveva che il commercio di persone era “sufficiente per portare una colonia ben popolata alla miseria, molto più che la Virginia”. Francis Bacon era uno dei pochi ad opporsi alla deportazione dei condannati.

Gli Americani sembra che accoglievano i liberi volontari, ma non i condannati. Benjamin Franklin definiva la deportazione “l’offesa più crudele fatta da un popolo ad un altro”.

Intorno al 1750, scriveva che per ogni condannato, gli Americani dovevano mandare indietro un serpente a sonagli, così ache i Britannici avrebbero fatto un affare: “Il serpente a sonagli dà un avvertimento prima di cercare di fare danni; i condannati no”. Le navi dei condannati spesso arrivavano portando il tifo e altre malattie, ma la Corona non permetteva alle colonie di mettere in quarantena i malati. Sorprendentemente, anche gli uomini su quelle che erano sostanzialmente le navi della morte sembravano trovare acquirenti. Le colonie non riuscirono mai a tenere fuori le navi galere finchè non entrarono in aperta ribellione contro l’Inghilterra.

Durante la guerra, non arrivava più nessun libero volontario, ma non appena l’inchiostro con cui si era firmato il trattato di Parigi si era asciugato le navi tornarono a presentarsi ai porti Americani, pieni di schiavi bianchi a contratto. C’era ancora una tale richiesta che Re George III pensava che poteva spacciare i condannati per liberi volontari. La maggior parte di questi falsi cargo furono scoperti e rimandati indietro, ma almeno due carichi di navi sono note per essere approdate. Gli acquirenti probabilmente sapevano quello che stavano comprando ma erano contenti come non mai di ottenere manodopera a basso costo.

A differenza della schiavitù dei neri, la servitù dei bianchi non ebbe mai un movimento abolizionista. Il commercio continuò fino al 1820, e si fermò solo perché non rendeva più dal punto di vista economico. Navi migliori significavano passaggi meno costosi, quindi meno gente aveva bisogno di ipotecare sé stessa. Allo stesso tempo erano sorti gruppi di mutuo soccorso etnico che offrivano prestiti agli immigrati.

Schiavi o servi?

Come si inseriscono i servitori bianchi nel concetto americano di servitù che è stato modellato quasi esclusivamente per la schiavitù nera? Jordan e Walsh ammettono che i bianchi non erano proprietà per tutta la vita, ma affermano che Daniel Defoe aveva ragione a dire che i servitori bianchi dovevano essere “più propriamente chiamati schiavi”. Molti non riuscivano a vivere al di fuori dei loro termini di servizio, durante i quali essi erano dei miserabili soggetti alla frusta, alla lussuria ed al sadismo dei padroni quanto qualsiasi schiavo nero.

Gli autori di White Cargo pensano che il monopolio nero della vittimizzazione ha portato i servitori bianchi ad essere messi immeritatamente in un angolo nascosto della storia. Riguardo il primo carico di mendicanti bambini rapiti e venduti a Jamestown, scrivono: “Mentre il destino di questi giovani rapiti dalle strade di Londra è stato ampiamente dimenticato, la storia si sarebbe interessata moltissimo al destino di un gruppo di uomini e donne che arrivarono alcuni mesi dopo questa prima spedizione di bambini nel 1619”.

Sicuramente questi sono i “20 neri” notoriamente osservati dal piantatore John ROlfe, che si dice siano i primi schiavi neri dell’America Britannica. Gli autori notano, comunque, che questi 20 erano trattati esattamente come i servitori bianchi, con una schiavitù a termine per 7 anni dopo i quali dovevano ricevere la libertà. Questo gruppo non segnò l’inizio di un’ondata di schiavi neri in Virginia. Da metà secolo, degli 11.000 abitanti della colonia solo 300 erano neri. Il trattamento ad essi riservato sostanzialmente non era diverso rispetto a quello riservato ai servitori bianchi.

Gradualmente i neri videro il loro status diventare inferiore a quello dei bianchi, ed un uomo che era quasi certamente uno dei 20 “primi neri” li aiutò ad andare in tale direzione. Un Africano dell’Angola, prese il nome inglese di Anthony Johnson. Dopo i suoi termini di servizio prosperò moltissimo, accumulando più di 1000 acri ed un gruppo di servi sia neri che bianchi. Ebbe da ridire con uno dei suoi neri, John Casor, e nel 1650, dopo un lungo processo, convinse la corte a rendere l’uomo un servitore a vita. Casor, quindi, fu uno dei primi neri condannati alla schiavitù per come la conosciamo. Fu solo nel 1671 che la Virginia rese tutti i neri che entravano nella nazione schiavi a vita.

Questi schiavi portavano un prezzo più elevato dei servitori a contratto perché i loro termini di servizio erano più lunghi. Questo sistema di apprezzamento veniva stabilito comunque solo dopo che i tassi di mortalità declinavano. Non aveva senso pagare di più per uno schiavo nero a vita che per un bianco servo per sette anni se entrambi avevano alte probabilità di morire in 5 anni.

 

Il più grande valore della schiavitù a vita significava che i maestri li usavano con parsimonia. Messi di fronte ad una scelta fra un bianco che doveva essere lasciato andare in uno o due anni ed un nero che si aspettavano servisse per decadi, aveva sempre senso dare i lavori più pericolosi e stancanti ai bianchi. Un britannico sulle Barbados scrisse a Cromwell esortandolo a portare sull’isola più schiavi neri a vita perché i bianchi sacrificabili venivano fatti lavorare fino alla morte.

Poco prima della guerra fra gli Stati, il progettista del Central Park di New York, Frederick Law Olmstead, scoprì di avere le stesse priorità durante una gita al Sud. Scoprì che erano sempre i lavoratori Irlandesi ad essere assunte per drenare le paludi e scavare canali di irrigazione, lavori che la malaria e le malattie intestinali rendevano estremamente pericolosi. Quando Olmstead chiese perché gli schiavi non facevano questi lavori, la risposta fu “è un lavoro pericoloso e la vita di un negro è troppo preziosa per essere rischiata in ciò. Se un negro muore è una perdita considerevole, lo sai”.

Oggi non è diverso.

Ci sono due cose che colpiscono maggiormente il lettore di White Cargo. La prima è di quanto ci sembri crudele il passato, qualunque sia la razza delle vittime o dei carnefici. Quasi nessuno sembra avere avuto obiezioni alla brutale sottomissione degli “inferiori”. Le origini della schiavitù razziale sembrano risiedere tanto nella spietatezza generale quanto nella visione suprematista bianca.

Il secondo è quanto sia potente il richiamo del lavoro a basso costo. Nel 17-simo e 18-simo secolo i piantatori mettevano i profitti davanti all’evidente danno che hanno fatto al loro paese assumendo criminali, prendendo e deportando uomini dalle prigioni sapendo che sarebbero stati portatori di malattie. Le versioni del 20-simo e 21-simo secolo di questi piantatori mettono i profitti davanti agli evidenti danni causati da stranieri non assimilabili. I tempi non saranno così crudeli, ma stiamo pagando un prezzo più alto per il lavoro del messicani di quello dei nostri antenati coloniali per il lavoro dei loro schiavi bianchi.

 

La trattativa con l’avversario: Calzoni calati, pistola sul tavolo e cintura esplosiva.

Quando vai a trattare con gente che ha il monopolio dell’uso della forza, o semplicemente con gente che ha un peso superiore al tuo o a quello del tuo gruppo di riferimento, l’unico modo per trattare alla pari è andare a trattare con la pistola sul tavolo o, meglio ancora, con una cintura esplosiva intorno alla vita. Metaforicamente..

L’alternativa è andare con il cappello da mendicante in mano a chiedere concessioni basandosi sul “buon cuore”, il che equivale a presentarsi al tavolo con i calzoni calati e la schiena piegata. In questo caso tanto vale non presentarsi neanche.

La pistola sul tavolo rappresenta l’efficacia deterrente della tua forza, minore di quella della controparte ma sufficiente a creargli problemi a breve, medio e lungo termine, mescolata alla tua propensione al rischio. Se la controparte sa che non ti conviene usare la forza e non la userai, torniamo al caso dei calzoni calati; se la controparte capisce, al di là delle tue reali intenzioni, che sei disposto a usare la forza anche se non sembra convenire, sarà più propenso a fare concessioni maggiori.

Ci sono vari metodi di fare capire di essere disposti ad usare la pistola: metterla sul tavolo, sparare un colpo in aria, un colpo alla macchina, alla porta di casa, alle gambe, al cuore o alla nuca di qualcuno, a seconda del tipo di messaggio che si vuole lanciare. Sempre metaforicamente.. Ognuna di queste azioni ha una conseguenza e bisogna valutarla, del resto se la controparte è più forte può reagire in modo proporzionalmente superiore. Si può avere il culo parato da un’alleato più o meno potente pronto ad intervenire in tua difesa, che però chiederà qualcosa in cambio. Esso può avere un’efficacia deterrente nei confronti della controparte che, avendo una forza maggiore, ha anche più da perdere.

La cintura esplosiva intorno alla vita è la stessa cosa della pistola sul tavolo, solo che più estrema, il piano B, o anche C, D, il piano Z, l’Ultima Ratio.

Quando non c’è spazio di trattativa.
Quando la controparte non crede alle tue minacce verbali con la pistola sul tavolo.
Quando la controparte reagisce ai tuoi colpi di pistola in aria, alla macchina, alla porta di casa, alle gambe, al cuore o alla nuca e sei in mezzo ad una guerra che non puoi vincere.
A quel punto, spalle al muro, la pistola esplosiva intorno alla nuca significa ok, stai vincendo, ma ormai non me ne frega più un cazzo, io schiaccio un pulsante e faccio saltare tutto. Ok, sei più forte, ma se salto io salti tu e saltiamo tutti, ok, tu hai la forza ma questa guerra non è più simmetrica perchè mi sono rotto il cazzo.

Io sono l’ospitante e tu sei il parassita, io mi suicido mentre tu sei in simbiosi con me così muori pure te.
Io sono lo scorpione e tu sei la rana, mi stai trasportando in una galera eterna dall’altra parte del fiume ma io ti pungo, muoio io e muori tu. Merda.
Tutto molto interessante e di buonsenso, ma la condizione necessaria per tutto ciò è la propensione al rischio. Senza propensione al rischio torniamo al discorso dei calzoni calati.

Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna? (Enrico Verga, Sole24ore 26/01/2018)

Ogni progresso della civiltà è nato sulle spalle degli schiavi”, spiega il creatore di replicanti nella recente pellicola Blade Runner 2049. È solo fantascienza? No, è la semplice verità.

Esistono vari fattori che stanno radicalmente mutando il rapporto uomo-lavoro: una crescente pressione sociale, una politica aziendale strutturata nell’esternalizzare tutto il possibile (ne parleremo tra poco) e una veloce digitalizzazione nell’industria (a svantaggio della forza lavoro umana, in molti settori). Mi domando se non sarebbe opportuno rivalutare la schiavitù (nella sua interezza, non parlo solo di frustate) e considerare l’opportunità economica di reintrodurre tale soluzione contrattuale nell’economia moderna.

La schiavitù è spesso vista con un’accezione negativa. Tuttavia si può notare come una larga parte della storia dell’umanità abbia visto regni, imperi e persino nazioni democratiche (con un sistema di elezioni popolari come gli stati americani) utilizzare gli schiavi per differenti mansioni e ruoli. L’abolizione della schiavitù è un fenomeno piuttosto recente. Poco più di due secoli.Tuttavia se sulla carta la schiavitù, nella sua accezione più brutale, è stata bandita, così non si può dire nei fatti. Con nomi differenti esiste e prolifera ancora in una buona parte del mondo.

Prima di entrare nel merito economico della discussione valutiamo un’opinione legale.

Per la cultura giuridica delle istituzioni internazionali è a rischio di essere considerato in sostanza schiavitù più o meno qualsiasi rapporto di lavoro esuli dallo schema del contratto di impiego in un’azienda capitalistica a fronte di un salario, o magari dalla fornitura “free lance” di servizi puntuali da un individuo a chi occasionalmente ne voglia ingaggiare i servizi”, spiega Stefano Sutti, managing parter dello studio legale Sutti di Milano, uno tra i cinque studi legali più importanti del panorama italiano commerciale.

“Naturalmente, queste categorie mentali prescindono completamente dalla misura della retribuzione, che si ritiene sempre più comunemente debba essere determinata dal mercato. Nulla impedisce d’altronde che il mercato, grazie anche (localmente) ad un cartello spontaneo di datori di lavoro e (globalmente) alla concorrenza internazionale e al cosiddetto dumping sociale da parte di paesi dove comunque il costo della vita è molto inferiore, possa assestarsi al di sotto del livello del livello di sussistenza per il lavoratore interessato e le persone che da lui dipendano. E se al primo problema hanno tradizionalmente fatto fronte (ma solo per i dipendenti) legislazione sociale e contrattazione collettiva, tali strumenti restano sostanzialmente spuntati rispetto, invece, alla globalizzazione.

Ora, in una realtà di mercato perfetto questo non pone particolari problemi al datore di lavoro che sia in grado di rimpiazzare prontamente le risorse umane di cui ha bisogno, ma lo disincentiva naturalmente ad investire nella loro sopravvivenza, sviluppo professionale, benessere, fedeltà. Al contrario, non solo nelle economie tradizionali il singolo lavoratore viene considerato un capitale da proteggere; ma viene tuttora considerato alla stessa stregua anche in società fortemente industrializzate come quella giapponese e di altre parti dell’Asia, dove la contrattualizzazione formale del rapporto secondo il modello occidentale ha fatto venir meno solo fino ad un certo punto il vincolo culturale di fedeltà reciproca che si stabilisce ai vari livelli all’interno di una comunità di lavoro stabile e delle unità produttive che lo compongono”.

Con questo panorama legale e contrattuale già si può evincere un potenziale scenario di schiavitù laddove non sia presente un contratto normato e ben strutturato. Di fatto si può suggerire che già oggi, in Italia, le partite IVA siano sottoposte a rischio di schiavitù.

Consideriamo le esternalizzazioni. Uno dei grandi successi della società moderna, capitalista e liberista (in pratica i discendenti di Friedman), è l’esternalizzazione dei costi spinta all’estremo. Dalla fabbrica di tessuti che scarica nel fiume vicino i liquami, alla centrale di energia che pompa acqua dal vicino lago, depauperando la riserva idrica utile per l’agricoltura o il consumo umano. Dei danni ambientali da esternalizzazione vale la pena dedicare un’analisi a parte, ma consideriamo le esternalizzazioni umane.

Focalizziamoci sulle partite IVA. Diversi milioni di Italiani ne sono felici (per così dire) possessori. Il leitmotiv è che sono imprenditori di se stessi. Un termine, quello di imprenditore, che già di per sé suscita (o dovrebbe suscitare) il pensiero di un futuro radioso, una sfida dell’individuo alla continua crescita economica e alla perfetta integrazione tra libertà civili ed economiche.

In vero non è certo un segreto che molte partite IVA sono né più né meno finte. Capita che l’azienda, per rendere più “fluida” la sua gestione delle risorse umane, chieda (evento molto raro come si può immaginare) ai suoi dipendenti di licenziarsi. In seguito chiederà loro di aprire una partita Iva e lavorare come consulenti per l’azienda stessa, svolgendo le stesse mansioni.

Tuttavia in questo virtuoso percorso di emancipazione dell’individuo dall’azienda, vengono cancellati tutti i benefici che un contratto garantiva.

Le partite IVA infatti non hanno giorni di vacanza pagati, non hanno malattie pagate, i costi degli strumenti elettronici (cellulare, computer) sono a loro carico. Non vi sono certezze per il futuro, e il costo-ora tende, a volte, a decrescere (rispetto alla precedente posizione di impiegato assunto). Non si dimentichi inoltre il costo della tassazione, che viene ad aumentare. Sulle spalle del fortunato possessore della partita IVA pesano inoltre un eventuale mutuo o affitto, cibo, costi sanitari etc..

Se le partite IVA sono avventurosi e impavidi imprenditori in potenza, non si dimentichi altri contratti come quelli a zero ore. Anche in questo caso su chiamata, con ovvi vantaggi per l’azienda appaltante, minori benefici osservabili (oltre ad un elevato livello di stress e ansia) per il contrattato.

Perché, quindi, non si può valutare, nei programmi politici delle incombenti elezioni, una proposta di legge per re-instaurare l’istituto della schiavitù? Fatti due conti veloci alcuni milioni di neo-schiavi potrebbero essere interessati ad un programma che possa migliorare le loro condizioni.

Bene inteso non si propone certo un regime di frustate, violenza, o pasto per i leoni. Consideriamo alcune società straniere che già oggi danno una serie di benefici: casa pagata, ticket pranzo, copertura sanitaria, servizio di lavanderia etc.. sono tutti benefit che permettono al padrone (pardon, all’azienda) di tenere vicini a se gli impiegati. Di recente un nuovo percorso di esternalizzazione (spesso descritto come benefit) ha preso piede, nelle aziende: si invitano i propri dipendenti a lavorare dal rispettivo domicilio. Indubbiamente vi sono vantaggi per chi ha una famiglia, ci si potrebbe domandare se tali scelte non hanno vantaggi anche per le aziende.

Con tutte queste esternalizzazioni che la società privata pratica, e che vengono, di fatto, scaricate spesso sui budget statali (dalle crescenti sindrome nervose che pesano sul budget del ministero della Salute ai rischi di esodati) ci si può domandare se, per molti cittadini, non sarebbe opportuno diventare schiavi.

Consideriamo alcuni vantaggi prendendo, ad esempio, come matrice di partenza l’impero romano. Uno schiavo aveva diritto a un alloggio, cure mediche, vitto. Molti schiavi ricevevano formazione. Anche oggi i costi della formazione coperti dal padrone sono sicuramente un asset per il dipendente-schiavo.

Ovviamente lo schiavo dovrà concedere la sua totale disponibilità. Tuttavia non si suggerisce la presenza di catene o collari di proprietà come nell’impero romano.
In vero, a ben guardare, le catene sono già oggi disponibili e largamente diffuse. Il cellulare che le aziende generosamente donano ai propri dipendenti sono di fatto catene virtuali. Autorizzano (formalmente o informalmente) l’azienda ad avere accesso al dipendente in qualunque momento, sia con mail messaggi o telefonate.Le catene quindi esistono, e sono sempre presenti nella vita quotidiana.

Se assumiamo che gli aspetti negativi dello schiavismo (sfruttamento, incertezza per quanto riguarda il proprio futuro, mancanza di libertà) sono già di fatto presenti in una larga parte della classe lavoratrice, mi domando se non sarebbe un vantaggio per la comunità e lo stato se le grandi aziende non si facessero carico di un contratto di schiavismo.

Dopo tutto la libertà non è per tutti. O no?

Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna?

Affrontare il carcere da dissidente politico: vari consigli.

A) Vaghi consigli carcerari per incensurati.

Affrontare il carcere da incensurato può essere difficile ed esporre a vari rischi, non tanto per l’incolumità fisica quanto per la tenuta mentale e psicologica. Solitamente un individuo alla prima carcerazione, specie se non è nei circuiti della macro o della microcriminalità o comunque se non è “di strada” o addestrato ad affrontare tali esperienze, può tendere a comportamenti dannosi per sé stesso nel breve e nel lungo periodo. Alcuni di essi possono essere chiudersi in sé stesso, non uscire all’ora d’aria, amplificare i propri vizi “in libertà”, soffrire attacchi di panico, ansia, depressione senza affrontarli correttamente, rivolgersi agli psichiatri carcerari e farsi somministrare terapie ad oltranza per dormire gran parte delle giornate e rendere meno noiosa la propria carcerazione.

Tutti questi comportamenti sono, a vari livelli, dannosi nel breve e nel lungo termine. Nei reparti di detenuti comuni, nonostante un dissidente politico raramente trovi persone “affini”, vi è comunque una regola non scritta di sostegno reciproco fra detenuti, se non altro per mera sopravvivenza psicologica, dal momento che l’eccessivo scoramento dei “compagni di viaggio” può influenzare negativamente le persone che si hanno intorno.

Un comportamento classico che è consigliabile evitare è chiudersi eccessivamente. È consigliabile sfruttare tutte le ore d’aria possibili, al fine di far passare il tempo più velocemente che sdraiati sul letto a guardare il soffitto o a fare interminabili ed inutili partite a carte coi compagni di cella, ed al fine di fare conoscenza con altri detenuti di altre celle ritenuti in qualche modo “più affini” di altri.

In tal senso è consigliabile frequentare detenuti non tossicodipendenti, in modo da parlare di qualcosa con persone lucide e non con poveracci la cui vita è basata sul commettere reati allo scopo di finanziare la propria tossicodipendenza.

Un comportamento negativo classico è amplificare i propri vizi. L’alcol, purtroppo da un lato e per fortuna dall’altro, ufficialmente non gira più in quasi tutti i reparti di detenuti, la droga ufficialmente non gira ma si possono acquistare in modo illimitato le sigarette o il tabacco da rollare. Questo fa sì che i fumatori fumino più di quanto lo facciano da liberi e che i non fumatori inizino a fumare, per stemperare la tensione e smaltire il nervosismo, con conseguenze sia per le proprie tasche (le sigarette e il tabacco costano più “dentro” che “fuori”) sia per la propria salute.

Tuttavia un rischio infinitamente peggiore è rappresentato dall’uso delle cosiddette “terapie”, ovvero gli psicofarmaci. Di default le “terapie” sono somministrate da parte dello psichiatra di reparto ai soggetti che si dichiarano tossicodipendenti, i quali per non andare in crisi di astinenza e creare problemi di ordine interno devono assumere psicofarmaci in qualche modo “sostitutivi”, ed ai soggetti che dichiarano di assumere psicofarmaci per motivi di salute mentale. All’atto pratico esse vengono però somministrate praticamente a chiunque ne faccia richiesta. Sono diffusi i casi di individui non tossicodipendenti né in cura da psicofarmaci da liberi che hanno difficoltà ad affrontare la carcerazione per vari motivi, specie persone alla prima carcerazione. La soluzione più facile per essi è andare dallo psichiatra, dire che si hanno problemi di ansia, di depressione, di attacchi di panico ecc e farsi prescrivere le cosiddette “gocce” o altre terapie che vengono somministrate quotidianamente. Questa soluzione è usata massivamente perché, dal punto di vista dell’amministrazione penitenziaria, è preferibile avere detenuti zombies che dormono gran parte della giornata ad avere detenuti a rischio atti di autolesionismo o azioni dimostrative moderatamente diffuse nei reparti comuni (ad esempio, ingoiare le lamette, tagliarsi, tentare il suicidio, o dare fuoco a parte della cella, cucirsi la bocca o semplicemente dare in escandescenza per futili motivi). Dal punto di vista del detenuto l’uso della terapia è solo apparentemente una soluzione a breve termine, perché i danni psicofisici sono incalcolabili. Molte persone entrano in cella “mentalmente sane e lucide” ed escono “mentalmente malate e semi-dormienti” a causa di questa vera e propria Sedazione di Stato indotta.

È quindi necessario, anche nei momenti di maggiore sconforto, di evitare come la peste la tentazione di rivolgersi agli psichiatri per farsi prescrivere terapie sedative, specie se non si è in cura in libertà e/o tossicodipendenti. La vera sfida non è preservare l’incolumità fisica bensì preservare l’incolumità mentale, e l’unico modo per farlo è trovare dei metodi di passare il tempo. Uscire l’ora d’aria, cercare di essere coinvolti in più attività carcerarie possibile, come corsi, attività lavorative inframurarie, letture e non abbandonarsi al circolo vizioso addomesticante “carte, televisione, terapia e letto”. Il decorso del tempo poi dimostra a sé stessi la propria forza e come si reagisce a situazioni di difficoltà.

B) Riflessioni su “compagni di viaggio”, adattamento al contesto e radicalizzazione della mentalità anti-Stato.

Come accennato in precedenza, è ancora raro trovare persone “affini” in carcere per un dissidente politico di un certo tipo, perché, fortunatamente, la repressione non è ancora arrivata alle incarcerazioni di massa per motivi ideologici. Nei reparti di detenuti comuni si ha a che fare perlopiù con categorie che, nel migliore dei casi, si evitano di frequentare da liberi. Allogeni, tossicodipendenti, spacciatori, rapinatori o criminali professionali in genere. Passare il tempo a parlare e conoscere persone di queste categorie è inevitabile, e comunque preferibile all’autoisolamento; questo porta ad una radicalizzazione della percezione degli organi dello Stato come il nemico più diretto in assoluto. Non si cambiano le proprie posizioni sulle categorie di “compagni di viaggio” sopra citate, ma ci si rende conto ancora di più che il primo nemico è quello che colpisce direttamente, e nella fase della carcerazione i detenuti che fuori si considerano “nemici o estranei” diventano, volenti o nolenti, compagni di viaggio più o meno graditi e problematici. L’obiettivo di tutte le persone razionali dovrebbe essere far passare il tempo più velocemente possibile e mantenersi lucidi fino al giorno in cui si tornerà in libertà, ognuno per la propria strada.

C) Controinformazione giudiziaria e carceraria.

Purtroppo non vi è una vera e propria cultura che concerne la formazione in materia di controinformazione giudiziaria. Gli unici ambienti, esclusi gli addetti ai lavori, che diffondono al loro interno questo tipo di cultura sono ambienti molto lontani a livello ideologico per un dissidente politico identitario; l’area “partito radicale e dintorni”, attiva, perlopiù dall’altra parte della barricata, in molteplici temi, è molto attenta a tali questioni. Nonostante le differenze e le evidenti incompatibilità, è possibile e consigliabile informarsi dalle loro fonti informatiche per quanto riguarda le tematiche di formazione penale. Un giornalista competente in questi temi, pur su posizioni ideologiche incompatibili, è Piero Sansonetti, ex direttore de Il Garantista, ora direttore de Il Dubbio. Piero Sansonetti è di area ideologica Comunista, ex direttore di Liberazione insieme a gente come Bertinotti e Vendola per intendersi. Tuttavia, a causa dei suoi attacchi alla magistratura, compresa la magistratura antimafia, è stato più volte accusato dalla Sinistra Governativa (esponenti PD e simili) di fare di fatto il gioco di Berlusconi o addirittura di essere filo-mafioso a causa della sua controinformazione “anti-antimafia”, con tanto di convocazione davanti all’antimafia, con “ammonimento” a cambiare il suo registro editoriale per non finire troppo nel loro radar.

Egli afferma che la magistratura antimafia è funzionale non allo smantellamento delle attività di criminalità organizzata, bensì di formulare accuse sovradimensionate usando le leggi speciali vigenti in materia al fine di ottenere carcerazioni preventive più lunghe e condanne più elevate ed in regimi carcerari più duri.

Secondo le sue accuse essa è funzionale anche ad inasprire il codice penale e diminuire i diritti alla difesa del cittadino; sbraitare sul “pericolo mafia, pericolo criminalità organizzata” secondo lui è strumentale, fra le altre cose, ad ottenere sempre più leggi speciali che darebbero alla magistratura poteri sempre maggiori. Vari casi di abuso di potere della magistratura, oltre che in casi di “presunta mafia”, si possono trovare in ambito di “radicalismo islamico”, con persone condannate per terrorismo o espulse dal territorio semplicemente per aver espresso vaghe intenzioni a riguardo, o agli attivisti antagonisti No Tav condannati per “terrorismo” per reati di danneggiamento alle infrastrutture.

Mafiosi o presunti tali, terroristi o presunti tali appartenenti alle aree ideologiche del radicalismo islamico e dell’antagonismo anarchico o comunista. Persone che a livello di visione del mondo sono considerate, a ragione, come nemiche. Tuttavia studiare gli abusi della magistratura oggi nei loro confronti in certi casi, senza alcuna empatia, può aiutare a capire gli strumenti che domani potranno utilizzare contro i dissidenti politici identitari.

D) Formazione di procedura penale.

Un altro aspetto nel quale si tende ad essere mediamente carenti è la cultura sulla procedura penale. Una vulgata comune in Italia è che “se ti arrestano esci subito” o che, “non c’è certezza della pena”, “basta che hai un buon avvocato non ti fai la galera” ed altre frasi di cui elementi dalla mentalità sbirresca e legalitaria, soprattutto a destra, si riempiono la bocca.

La realtà è diversa perché si confonde l’inefficienza e la lentezza dell’apparato giudiziario italiano (esistente) con la sua presunta “non durezza”. In generale, in Italia si tende a scontare i propri reati dopo anni e anni a piede libero. Si confonde il concetto di “cautelare” (che ha scadenze termini) con il concetto di “esecutivo”. Si confonde il rito abbreviato con il patteggiamento, e vi è ignoranza anche su concetti come misure alternative, misure cautelari, misure di prevenzione e misure di sicurezza.

Senza addentrarsi in dettagli da addetti ai lavori, è consigliabile conoscere le regole del gioco a cui si rischia di dover giocare in un futuro più o meno remoto.