L’intelligenza artificiale: nascita e potenzialità

Nel 1956, al Darmouth College, un’università del New Hampshire, si riuniscono dieci scienziati esperti di reti neurali, automazione e intelligenze. Adam Greenfield definisce le reti neurali come “un modo di organizzare singole unità di elaborazione in reti che simulano il modo in cui i neuroni sono interconnessi nel sistema nervoso centrale umano”. Li convoca John McCarthy, che è riuscito ad ottenere dalla Rockefeller Foundation i fondi necessari a organizzare alcune settiane di studio e confronto su una materia ancora inesplorata. McCarthy la chiama “intelligenza artificiale” e descrive il suo lavoro come il processo “consistente nel far sì che una macchina si comporti in modi che sarebbero definiti intelligenti se fosse un essere umano a comportarsi così”.

Nel 1993 l’autore di fantascienza Vernor Vinge parla per primo di singolarità. Vinge mostrò squarci di un futuro in cui “le macchine saranno sufficientemente intelligenti da programmarsi e migliorarsi da sole, fino al punto di rendersi indipendenti”.

Ottobre 2017. Alibaba, il gigante del commercio online cinese guidato da Jack Ma, annuncia un investimento da 15 miliardi di dollari in nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale.

Gennaio 2018. La Stanford University ha messo a punto un test chiamato SQuAD (Standford Question Answering Dataset), pensato per misurare quel che si chiama “machine learning”, ovvero “apprendimento automatico”. Si tratta di vari e complicati metodi per permettere ai computer di “imparare” a risolvere problemi in maniera autonoma e a comprendere, tramite l’uso di esempi, ciò che viene loro fornito. Un modello di intelligenza artificiale realizzato da Alibaba è stato sottoposto al test di Stanford, una prova di lettura e comprensione con più di 10.000 quesiti riguardanti voci di Wikipedia lette in precedenza. Il risultato è stato inquietante. L’intelligenza artificiale di Alibaba doveva confrontarsi con degli esseri umani e ha ottenuto un punteggio superiore a tutti loro. Il risultato umano migliore ha raggiunto un punteggio di 82.304. La macchina di Alibaba ha totalizzato 82.440 punti. Ancora meglio ha fatto un’altra intelligenza artificiale, creata da Microsoft, che ha ottenuto 82.650 puti. È la prima volta nella storia che le macchine riescono a superare gli esseri umani in un test di comprensione e lettura. In precedenza si erano misurate con gli scacchi e altri giochi complessi. Ora, però, riescono ad eccellere anche in un campo che dovrebbe essere dominato dal genere umano.

Luo Si, capo scienziato del Natural Language Processing dell’Alibaba Institute, afferma: “questa tecnologia può essere gradualmente applicata a molti settori, come assistenza clienti, musei e risposte online a quesiti medici, riducendo il bisogno di un input umano in un processo senza precedenti”.

Nick Bostrom, uno studioso svedese laureato in Fisica, Filosofia e Neuroscienze computazionali, docente a Oxford e direttore del Future of Humanity Institute, ha scritto, nel saggio intitolato “Superintelligenza”, dove potrebbe condurre lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. I pionieri della materia, pur essendo convinti dell’imminenza di un’intelligenza artificiale di livello umano, per lo più non considerano la possibilità di un’intelligenza artificiale di un livello superiore a quello umano. Non riescono a concepire il corollario che le macchine, in seguito, sarebbero diventate superintelligenti.

Siamo lontani dalla singolarità ma, come ha notato Adam Greenfield, “a differenza di noi umani, tutti gli algoritmi capaci di imparare possono continuare a farlo a tempo indeterminato, incorporando centinaia o migliaia di giornate di studio umano in periodi di ventiquattro ore”.

Qualora l’uomo dovesse costruire una “superintelligenza”, esiste il rischio concreto che quest’ultima sia ostile all’umanità. Di fronte ad una superintelligenza ostile, spiega Bostrom,non avremmo possibilità di “sostituirla o modificare le preferenze”. Per dare un’idea, “invece di immaginare che un’IA (intelligenza artificiale) superintelligente sia come un genio scientifico di fronte a una persona comune, potrebbe essere più appropriato pensare che sia come una persona comune in confronto a un insetto o a un verme”.

Fonte: Fermiamo le Macchine – Francesco Borgonovo

L’Italia è diversa e mancano i negri – Romano Prodi – Il Corriere della Sera 19 Agosto 1977

Se la gestione dei conflitti della società industriale è stata più difficile in Italia che negli altri paesi europei ciò non è dovuto soltanto agli errori che politici, sindacalisti, imprenditori e economisti hanno copiosamente compiuto negli ultimi anni, ma anche a una natura particolare del sistema economico italiano rispetto a quello delle altre nazioni. L’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a dover gestire il proprio sviluppo senza il determinante contributo di lavoratori stranieri. Detto in linguaggio più semplice l’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a mandare avanti una società industriale senza “negri”, che negli Stati Uniti erano negri nel senso letterale della parola. Nel Nord Europa erano invece emigranti italiani, spagnoli, turchi o nordafricani. Non dovremmo mai sottovalutare qesto fatto, non solo perchè nelle maggiori aree industriali della Germania e della Francia i lavoratori stranieri coprono oltre un quarto delle occupazioni di tipo manuale, ma anche perchè sono addetti soprattutto ai mestieri meno graditi. Anche quando non sono discriminati economicamente, essi costituiscono quindi un grandioso ammortizzatore dei conflitti sociali e hanno contribuito a risparmiare alle società industrializzate europee i problemi che anche per l’immaturità politica cui facevamo cenno prima, hanno invece travolto la società italiana.

Almeno dal 1968 in poi il mercato del lavoro nel sistema industriale italiano (trascuriamo in questa occasione il discorso del lavoro nero) si è presentato come unitario sia al Sud che al Nord e anche per gli immigrati da Sud a Nord.

Dopo tre giorni passati a Torino l’operaio siciliano non solo è già sindacalizzato, ma tende a dimostrare la propria definitiva appartenenza alla classe operaia spingendosi spesso verso i limiti più estremi della militanza sindacale. Non abbiamo perciò goduto della possibilità, che hanno avuto gli altri, di scaricare sugli stranieri le professioni che stanno in coda alla gerarchia sociale, cioè quelle da cui nascono le tensioni e dilacerazioni.

Negli ultimi mesi è capitato invece qualcosa d nuovo. Nonostante le difficoltà economiche, nonostante la disoccupazione crescente, non si riesce a ricoprire con cittadini italiani un numero crescente di posti di lavoro manuale nell’industria dell’Italia del Nord. In Emilia sono arrivati i lavoratori arabi. Non sono venuti clandestini, ma solo dopo che le imprese non avevano potuto trovare manodopera italiana di nessun tipo passando per i regolari canali dell’assunzione di manodopera. A Reggio Emilia, ad esempio, sono già 115 i lavoratori arabi. Sono per la quasi totalità egiziani, lavorano circa per la metà nelle fonderie, per l’altra metà nel resto del settore metalmeccanico e solo poche unità fanno i braccianti in un’azienda agricola. Altri cento, almeno, sono inoltre in attesa dello espletamento delle pratiche per seguire i loro compatrioti. Questo fenomeno non si verifica però in una sola città e nemmeno in una sola regione. Molto spesso inoltre questi operai sono bravi e intraprendenti, proprio come erano i nostri lavoratori che all’inizio degli anni Cinquanta emigravano in Francia.

Al di là della limitatezza quantitativa di questi episodi non possiamo esimerci dalla necessità di una scelta riguardo ai problemi che essi aprono. Vogliamo aprire le porte ai lavoratori stranieri, dopo che abbiamo compiuto questo enorme sforzo di unità del paese negli anni trascorsi? E ancora. Come è possibile che tutto questo avvenga mentre esistono tanti disoccupati? Come ogni paese arrivato a un elevato livello di scolarizzazione, l’Italia ha evidentemente bisogno di una legge per l’immigrazione, dato che certe professioni, anche nelle normali aziende industriali, trovano un sempre minore numero di candidati.

Io credo che, al punto in cui siamo, sia una follia ripercorrere la via degli altri paesi europei, aggiungendo ai problemi che abbiamo anche quelli di una difficile convivenza razziale. Credo che ce la dobbiamo ancora una volta cavare da soli, con maggiori e migliori informazioni sul mercato del lavoro, con una più equa distribuzione territoriale delle imprese, con il miglioramento delle condizioni di lavoro e con ulteriori mutamenti dei salari relativi.

Le professioni manuali debbono essere pagate sempre di più. Quanto diceva, con rara preveggenza, Gorrieri, spinto soprattutto da motivazioni di giustizia sociale, sta ora diventando anche una necessità economica. Già una specie di rivoluzione è stata compiuta: basti pensare al fatto che nel 1962 un lavoratore qualificato nel settore della meccanica guadagnava la metà di un insegnante, mentre ora il salario medio ne è diventato addirittura superiore. Ma in molti altri casi questa trasformazione non è ancora avvenuta: ora anche l’Italia si deve rapidamente avviare verso una gerarchia salariale di tipo moderno, dove all’ultimo gradino non troviamo i lavoratori manuali, ma quelli impiegatizi di tipo ripetitivo. I nostri rapporti con i paesi poveri del Mediterraneo non dovranno poi essere di semplici utilizzatori di manodopera nel nostro paese: occorre una politica di investimento in loco e di collaborazione più stretta e coordinata. Non dobbiamo anche in questo caso ripetere gli errori altrui.

Abbiamo fatto (o abbiamo dovuto fare) molti anni fa una scelta di sviluppo fondamentale sulle nostre sole risorse umane. Essa ci ha dato gravi problemi, ma non possiamo ripudiarla ora che abbiamo impiegato anni e anni per risolvere questi stessi problemi e nemmeno possiamo ripudiarla quando tutto il Nord Europa comincia a soffrire di gravissime tensioni razziali. E soprattutto non possiamo ripudiarla quando migliaia di giovani sono alla disperata ricerca di un lavoro. Bisogna invece creare una diversa gerarchia di valori per cui il lavoro manuale sia reso veramente pari agli altri lavori e ne siano perciò riconosciuti vantaggi economici sufficienti a recuperare il maggior disagio e il minor prestigio sociale di cui esso gode. E contemporaneamente occorre un profondo e globale mutamento di mentalità in materia.

Non credo di aver dedotto troppe conclusioni dall’arrivo di alcune centinaia di egiziani in Emilia: forse però queste stesse conclusioni dovevano già essere fatte a proposito delle precedenti ondate migratorie di collaboratrici domestiche e di braccianti.

Fonte:

Romano Prodi, L’Italia è diversa e mancano i negri, in «Il Corriere della Sera», 19 Agosto 1977

PIENA AUTOMAZIONE, REDDITO DI BASE E SCHIAVITU’ MENTALE.

Rifkin, negli anni ’90, approfondì il tema della “fine del lavoro”. Oggi due studiosi, Nick Senicek e Alex Williams, hanno scritto un saggio intitolato “Inventare il futuro”. I loro slogan sono sintetizzati sulla copertina del volume: “pretendi la piena automazione, pretendi il reddito universale, pretendi il futuro”. Secondo questi signori, un’economia completamente automatizzata potrebbe “liberare l’umanità dalla schiavitù del lavoro e produrre una ricchezza sempre maggiore”.

Ci stiamo trasformando in una jobless society, una società senza lavoro. L’innovazione tecnologica e la robotizzazione ci stanno conducendo verso quello che lo studioso americano Martin Ford ha definito un regime di “piena disoccupazione”. Le macchine non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro.

Nel 1995 Jeremy Rifkin fu il primo a occuparsi a fondo della questione della “fine del lavoro”, ipotizzando l’avvento di un’era di “post mercato”, in cui i lavratori inutili sarebbero stati drenati verso il terzo settore, cioè il volontariato, e retribuiti tramite “salari fantasma”.

I guru della Silicon Valley offrono questa soluzione. Constatato che la tecnologia cancella il lavoro, per loro la risposta non deve essere fermare la tecnologia, bensì spingere ancora di più sull’innovazione, in modo che il lavoro sia cancellato una volta per tutte. Come si manterranno allora le persone? Con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto Bill Gates. Il sociologo Domenico De Masi ha pubblicato un saggio sull’argomento intitolato “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati”. Afferma “Oggi possiamo immaginare che i disoccupati, ottenendo ciò che spetta loro, finiranno per modificare profondamente il mercato del lavoro rendendo più giusta e più pacifica l’intera umanità”.

Le nuove tecnologie, in buona sostanza, libereranno la società dal fardello del lavoro. I disoccupati potranno allora organizzarsi, attraverso il web, al fine di trovare l’occupazione a loro più gradta, senza il cruccio di dover portare a casa uno stipendio, perché saranno mantenuti da sussidi pubblici. Come i filosofi dell’antica Grecia, gli uomini senza lavoro avranno tempo per dedicarsi all’ozio creativo. Saranno tutti riposati, colti e felici.

Una visione simile l’ha espressa Massimo Cacciari. A suo dire, l’innovazione “libererà quei tipi di lavoro che le macchine e i robot renderanno superflui e gli uomini potranno dedicarsi a cose ben più nobili”. Gli uomini liberati potranno riempirsi la vita “leggendo dalla mattina alla sera, girando per i musei, andando al cinema, andando a pescare”. A parere di Cacciari, “se le macchine renderanno superflue masse di lavoro, questo è bene. Occorre liberarci da questa etica del lavoro che è propria ormai di civiltà primitive rispetto alle nostre”. Come si manterranno gli individui liberati? Grazie alla redistribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine. “Ci deve essere un reddito sicuro per tutti”, è la sentenza del guru veneziano.

Tuttavia, l’ozio creativo degli uomini sarebbe totalmente condizionato. Egli passerebbe il tempo al cinema e al museo. Ma chi paga gli svaghi? Lo stato o le grandi aziende della tecnologia. Sarebbero dunque lo stato o le aziende a decidere di quali film, libri e musei potrà godere il cittadino, quali auto potrà permettersi, quali case, quale cibo potrà comprare, e dove.

 

Fonte: Fermiamo le macchine, Francesco Borgonovo.

Più forza alla Padania, fermiamo l’immigrazione – Federico Prati – La Padania -22/06/2004

Più forza alla Padania, fermiamo l´immigrazione

Filippo Prati, Federico Prati -Gioventù Trentino Tirolese

Oggi come oggi, la Lega Nord ha la necessità di riportare, affermare e diffondere sulla scena politica quelle tematiche, quei valori che ne hanno garantito il successo popolare negli anni passati e che l’alleanza con il Polo (vera e propria Arca di Noè per i sopravvissuti alla prima repubblica) ha messo purtroppo sottotono ed in un cono d’ombra. Riprendere dunque con forza le battaglie storiche del Movimento attraverso i nostri mezzi di comunicazione (e magari anche tramite la Rai visto che alcuni uomini del Movimento vi “soggiornano” ben remunerati…) e l’azione congiunta sul territorio. Padania: riprendere e spiegare (con opuscoli e convegni) il concetto base di Padania quale “federazione delle nazioni padano-alpine”.
Il “progetto Padania” è l’idea mirabile di una casa delle piccole patrie padane. Una casa dove ogni identità storica e linguistica verrà rispettata e affermata.
“Padania” dunque non come entità giacobina ed artificiale (modello Italia) ma quale frutto di un patto politico tra diverse nazioni (Piemonte, Liguria, Veneto…) unite dalla consapevolezza di avere medesimi nemici da combattere (mondialismo, immigrazione selvaggia, invasione islamica, centralismo romano e di Bruxelles) e medesimi obiettivi da affermare (difesa delle identità e del tessuto sociale).
Va sottolineato e rilanciato il concetto di “nazione etnica”: le attuali regioni padano-alpine (anche se in gran parte i confini regionali non coincidono con quelli etno-linguistici) sono infatti vere e proprie nazioni. Nazioni con propria lingua, storia autonoma rispetto ad altre realtà della penisola. Le Nazioni padane sono oggi negate etnicamente e sfruttate economicamente dallo Stato italiano come fossero vere e proprie colonie.
Colonie assoggettate al controllo dello Stato italiano tramite la gestione da parte dell’etnia meridionale di settori importantissimi quali scuola, ordine pubblico e magistratura.
Il movimento potrebbe ad esempio, per affermare queste identità, dare il via alla realizzazione di vere e proprie giornate dell’orgoglio nazionale (ligure, veneto, ecc…) in coincidenza di date storicamente significative per ogni popolo (ad esempio per il Veneto il 25 aprile festa di San Marco).

Blocco dell’immigrazione: la legge Bossi-Fini causa le responsabilità democristiane e di Alleanza Nazionale è stata prima azzoppata con la folle regolarizzazione di 700.000 clandestini (una maxi sanatoria mai fatta nemmeno ai tempi dei governi di sinistra e che la Lega Nord ha dovuto subire) e poi non applicata (per la parte relativa alle espulsioni ) dalla magistratura.
Le nostre città oggi assomigliano sempre meno a realtà europee e sempre più a periferie del terzo mondo dove personaggi di ogni tipo la fanno da padrone.
Andrebbe pertanto registrato mancato funzionamento (per le cause sopra indicate) della legge Bossi-Fini e proposta come prioritaria la chiusura totale delle nostre frontiere per almeno 10 anni ad ogni sorta di immigrazione nel nostro territorio. È fondamentale considerare poi l’idea di introdurre una soglia di immigrazione massima a livello regionale. Non possiamo infatti permettere che la Padania diventi un nuovo Kossovo dove gli autoctoni vengano progressivamente messi in minoranza da certi stranieri causa il loro alto tasso di natalità.
L’immigrazione non è solo un problema di ordine pubblico ma è soprattutto quando diventa massiccia un problema di ordine etnico e sociale: una minaccia alla sopravvivenza dei nostri popoli così come sono stati configurati dalla storia.
Introdurre poi il concetto di “preferenza etno-nazionale” e non di semplice “residenza” quale discriminante per l’assegnazione di case, lavoro,(n.d.R. come già avviene da anni in Sud Tirol). Dare il via ad una serie di agevolazioni e finanziamenti a quegli immigrati che spontaneamente lasciano il suolo padano per ritornare alle loro terre d’origine.
L’immigrazione rientra nei piani di quei poteri mondialisti (l’alleanza tra il materialismo turbocapitalista dei vari Soros e quello socialcomunista dei vari D’Alema e Bertinotti) che mirano a sradicare le identità comunitarie dei popoli europei.
L’individuo reciso da ogni legame con la propria terra e stirpe diventa così uno sradicato apolide, un albero senza radici e resistenza, in balia del vento del potere mondialista.
Difesa della famiglia tradizionale: va portata avanti con ancora maggior vigore la politica del Movimento a difesa della famiglia tradizionale quale caposaldo fondamentale di ogni società sana.
Rilanciare una politica sociale ed economica per aumentare la natalità in Padania (ricordiamo infatti che un popolo che non fa figli è destinato all’oblio della storia e i popoli padani sono sulla china della “strada della morte”) rivedendo in senso restrittivo la famigerata legge 194 (che con 4 milioni di aborti ha annientato il futuro della Padania).
Rilanciare poi le battaglie contro la prostituzione e la pornografia che tanti danni hanno fatto al tessuto familiare. Dal 1968 in avanti (causa anche il cedimento della Chiesa con il Concilio Vaticano II) la società padana ha perso progressivamente punti di riferimento e valori storici e (causa la perdita di questi anticorpi) come tumori maligni nel corpo delle nostre nazioni si sono generati pensieri alieni, distruttivi e assassini.
Insomma ci auguriamo una Lega gagliarda che ritrovato il proprio Capo rilanci al tavolo della politica sui propri temi sicuri che dopo un “periodo di nebbia” anche il nostro quotidiano ridiventerà con la gestione di Giuseppe Leoni punto di riferimento e vetrina delle idee leghiste.

(da la Padania, 22 giugno 2004)

Malcolm X: un esempio per i Difensori dei Bianchi? (fonte: American Renaissance)

Di seguito al pdf sottostante o, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione di un articolo interessante sulla figura di Malcolm X.

Buona lettura agli interessati.

Malcolm X – un esempio per i difensori bianchi?

Malcolm X: un esempio per i Difensori dei Bianchi?

Autore: Gregory Hood, American Renaissance, 26/10/2012    

Sono molto pochi oggi i bianchi che esprimono pubblicamente una sana coscienza razziale e parlano nel nome degli interessi dei bianchi. Alcuni difensori dei bianchi sono quindi tentati di guardare ai nazionalisti neri per apprendere lezioni su come promuovere una causa razziale. I neri che promuovono l’identità razziale e l’autosufficienza legittimano la difesa razziale dei bianchi, oltre ad offrire un’alternativa all’obiettivo convenzionale dell’integrazione con i bianchi. Personaggi come Marcus Garvey e Booker T. Washington sono alcuni degli esempi più noti, ma nessun nazionalista nero è più importante o si presta ad interpretazione di Malcolm X. Alcuni difensori razzialisti bianchi sono tentati di considerarlo come l’anti-Martin Luther King, forse addirittura come un modello. Comunque, alla fine della sua carriera, se è stato un modello per qualcosa, l’è stato per la causa di Al Sharpton di “scuotere la politica”.

Infatti, la biografia vincitrice del Premio Pulitzer “Malcom X: A Life of Reinvention”, dello storico e attivista progressista Manning Marable ci mostra inavvertitamente che Malcom X è meno importante, meno intelligente e meno interessante di quanto pensavamo. Senza dubbio l’immagine popolare di Malcolm X fu creata dalla “Autobiografia di Malcolm” X di Alex Haley e dal film di Spike Lee “Malcolm X”.

Questi sono gli argomenti principali: Malcolm Little, un ex pappone, un criminale da 4 soldi e un drogato con i capelli arricciati insegue emozioni e donne bianche. Un sistema razzista lo manda in prigione, dove viene redento dalla Nation of Islam (NOI). Ribattezzato Malcolm X, diventa una figura seria e militante, che aderisce fedelmente al credo Spartano della rivoluzione nera ed alla tipologia peculiare di Islam della NOI. A differenza di altri leaders neri, il mitico Malcolm è un uomo di famiglia ed un marito fedele, tanto da spingere un agente dell’FBI nel film di mr. Lee a fare una battuta, “Se confrontato a King, questo tipo è un monaco”. Predicando che tutti i bianchi sono “diavoli”, Malcom X attacca “I leaders neri dello zio Tom”, disprezza l’integrazione e loda la violenza.

Malcolm è sconvolto quando viene a sapere che il leader della NOI, l’Onorevole Elijah Muhammad, sta seducendo le giovani donne vulnerabili che aderiscono al suo culto.

Dopo la rottura con la Nation of Islam, Malcolm X fa un pellegrinaggio a La Mecca, dove scopre l’Islam ortodosso e prende le distanze dall’ideologia del separatismo razziale. Con la sua fedele moglie Betty al suo fianco, si prepara a costruire un nuovo movimento. Tuttavia, la sua rottura con la NOI lo porta ad avere nemici potenti, e viene ucciso dai musulmani neri (membri della NOI) in un teatro affollato, diventando un martire delle idee nazionaliste nere da cui si era allontanato al suo apice.

Proprio come “Roots” di Haley si era scoperto essere un mix comico di plagi ed immaginazione spacciate per erudizione, Marable, morto l’anno scorso, dimostra che la narrativa accettata di Malcolm X basata sull’autobiografia di Haley è più complessa.

Ad esempio, l’uomo di cui l’attivista Ossie Davis elogiava notoriamente come “la nostra virilità nera vivente” non era in grado di soddisfare sessualmente sua moglie e scriveva lettere supplicanti a Elijah Muhammad sul problema. Dopo la rottura con la NOI, i suoi nemici lessero a voce alta queste lettere, arrivando persino a citarle nei periodici della NOI. Anche se si suppone che Malcolm aveva rotto con la NOI perché disgustato dallo sfruttamento sessuale di Elijah Muhammad, Marable crede che lo stesso Malcolm ha avuto una lunga relazione con una delle sue sottoposte femminili, e che molto probabilmente ha avuto altre amanti.

Marable sostiene persino che Malcolm lavorava come una prostituta omosessuale nei suoi anni giovanili, quando era conosciuto come “Red”. Anche dopo che era finito in prigione e si era convertito alla NOI Marable afferma che era stato costantemente in contatto con un amante bianco sperando di avere soldi da lui. Marable scrive che Betty Shabazz e Malcolm X, non sorprendentemente, hanno avuto un matrimonio tormentato. Malcolm spesso era esasperato da sua moglie e lei gli ha fatto le corna con almeno uno dei suoi sottoposti. Il film di Spike Lee la ritrae come una dietista esperta, ma Marable ci informa che Betty non sapeva cucinare.

Persino il passato criminale di Malcolm è stato distorto. Si presentava come il capo di una banda dedita ai furti, ma i suoi sforzi di apparire un fuori legge erano incredibilmente rozzi.

Aveva rubato dalla sua sorellastra e cercato di derubare un collega criminale. Quando fu preso, fece i nomi di tutti i suoi collaboratori sperando di ottenere clemenza.

Un messaggio politico.

Non serve dirlo, queste sensazionali rivelazioni personali hanno avuto un sacco di attenzioni per il libro di Marable, ma il suo obiettivo finale era politico. Come attivista del Movimento per il Cambiamento Democratico (l’ala “adulta” degli Studenti per una Società Democratica) Marable può difficilmente essere accusato di cercare di screditare quello per cui combatteva Malcolm. Stava invece cercando di fare qualcosa di simile al lavoro di Michael Eric Dison nella sua biografia: “I May Not Get There with You: the True Martin Luther King Jr”. In altre parole, Marable ammette che c’era un uomo vizioso ed infedele dietro l’immagine eroica, ma glorifica la visione radicale e cerca di costringere il lettore ad accettare le politiche che si accompagnano a questa visione. Le politiche sono presentate in modo così ammirevole che i difetti dell’uomo non fanno alcuna differenza.

Malcolm X è stato cresciuto da un padre che era fiero della sua razza ma che non era l’uomo di famiglia tutto d’un pezzo ritratto nel film. Si era fatto già una famiglia ma l’aveva abbandonata prima di incontrare la madre di Malcolm e farne un’altra. Earl Little lavorava per la Universal Negro Improvement Association (UNIA) di Marcus Garvey, che predicava una filosofia di nazionalismo nero di “ritornare in Africa”. Con il motto “Rialzati, razza potente, puoi fare quello che desideri”, l’UNIA di Garvey cercò di creare una nazione nera indipendente, con tanto di bandiera ed inno nazionale. Il padre di Malcom potrebbe essere stato ucciso dalla Black Legion, un gruppo stile KKK popolare nel Midwest, anche se non vi sono prove.

In ogni caso, la scelta di Malcolm della Nation of Islam e del nazionalismo nero militante era quasi un ritorno alle sue radici. Al contrario della favola nel film di Spike Lee, non venne introdotto alla Nazione da un prigioniero carismatico, ma dai membri della sua famiglia.

 

La Nation of Islam predicava ideali anti-bianchi al vetriolo, consideravano i bianchi come esseri letteralmente demoniaci, e volevano liberare i neri da qualunque forma di identità americana. Divideva anche il mondo intero in (malvagi) bianchi e (virtuosi) non bianchi. La decolonizzazione assunse un significato religioso oltre che politico, un segno di castigo divino contro gli intrinsecamente cattivi e razzisti bianchi. Come molti neri anti-Americani durante la Seconda Guerra Mondiale, Malcolm ammirava i Giapponesi come un esempio di non-bianchi in grado di sconfiggere gli eserciti Occidentali.

Lo scopo della Nazione era fungere come una pre-nazione nera. Aveva negoziati con il KKK sulla divisione della terra nel Sud, e aveva ospitato un discorso del leader dell’American National Socialist George Lincoln Rockwell. Tuttavia, non faceva niente di rivoluzionario. La leadership si concentrava nel fare introiti, ordinare ai templi di vendere più giornali e ancora raccogliere soldi piuttosto che essere coinvolta nella politica. Era socialmente conservativa e pro-capitalista, e nonostante condannava fortemente il sistema politico “dell’uomo bianco”, stava ben attenta a restare entro la legge.

Marable sostiene che c’era una tensione irrisolvibile fra l’ideologia separatista disimpegnata della Nazione e gli obiettivi più politici e pratici di Malcolm. Malcolm voleva più appropriarsi della ricchezza dell’uomo bianco che costruire una ricchezza nera attraverso istituzioni separate. Nonostante la convinzione della Nazione che la razza era una linea permanentemente divisiva, a volte lui affermò che, almeno teoricamente, le differenze razziali potevano essere superate. In un discorso del 1962 a Rochester, New York, prima di rompere con la Nazione, Malcolm X proclamò che “non ci sarebbe un problema razziale” se il nero potesse parlare come un Americano. In altre parole, se i bianchi non razzisti consentissero spontaneamente ai neri di partecipare pienamente, il problema razziale sparirebbe.

 

 

 

Malcolm lodava anche la violenza in un modo che poteva andare contro l’immagine della Nazione. Faceva velate minacce sui Musulmani “che si preparavano a dare un pugno” e chiamava le relazioni razziali con il termine “polveriera”. Quando più di 100 bianchi morirono in un incidente aereo nel 1962 lui la definì “una cosa davvero bellissima” e la profa che Allah risponde a chi lo prega.

Quello stesso anno, la polizia di Los Angeles sparò e uccise un membro della nazione in seguito ad un confronto vicino ad un tempio della NOI. Malcolm X voleva immediatamente usare la falange paramilitare della Nazione, “Fruit of Islam” per uccidere i poliziotti come rappresaglia. I quartier generali nazionali lo fermarono e costrinsero il “Fruit” a non intervenire.

Il disprezzo della Nazione per la politica, non supportava nemmeno la registrazione degli elettori neri, ed il fatto che la sua base politica era il proletariato urbano nero delle città del Nord implicavano che Malcolm era in gran parte un osservatore passivo delle lotte per la desegregazione nel Sud. Condannava Martin Luther King Jr e altri “Leader Neri dello Zio Tom”, ma nei dibattiti con attivisti per i diritti civili come James Farmer e Baynard Rustin Malcolm veniva sconfitto facilmente, dato che non aveva un programma concreto che andava oltre la retorica infiammatoria.

Come Farmer faceva notare, andava benissimo parlare della necessità di una patria indipendente per i neri, ma questo significava staterelli separati nelle grandi città? Significava che i neri dovevano restare completamente al di fuori delle aree bianche? Significava che tutte le azioni politiche diverse dalla rivoluzione violenta, che in ogni caso la Nazione non stava facendo, erano inutili? Malcolm X non aveva risposte.

Il risultato fu che, per quanto la feroce oratoria di Malcolm lo rese un leader dalla popolarità crescente per le aspirazioni religiose, politiche ed etniche dei neri, non era più soddisfatto degli obiettivi strettamente separatisti della Nazione. Secondo Marable, questo contribuì maggiormente al suo abbandono di quanto contribuì il presunto oltraggio di Malcolm per le questioni di Elijah Muhammad.

 

Nel film, Betty Shabazz spingeva Malcolm X a lasciare la Nazione, ma non ebbe alcuna parte nella decisione. Né ci fu un taglio netto. Per qualche tempo in seguito, affermò che era ancora parte della Nazione perché essa aveva la sua casa e lui non aveva nessun altro posto dove andare.

Qual era l’orientamento politico di Malcolm X dopo la rottura? Non è stato sempre coerente ma è stato colorito. Nel suo discorso “Il Giudizio di Dio nell’America Bianca”, tuonò che “le rivoluzioni non sono mai pacifiche, ma amorevoli, mai non violente. Né scendono a compromessi. Le rivoluzioni sono distruttive e sanguinose”. Questo non era solo un cambio di tattica dai giorni della NOI; era un rifiuto dell’ideale dell’etnostato. Malcolm X voleva sequestrare le risorse dei bianchi per ottenere uguaglianza all’interno dello stesso stato. Nel suo discorso “Messaggio alla base” Malcolm X condannava la rivoluzione “negra” di Martin Luther King e lodava le rivoluzioni in Cina ed Algeria come modelli per una genuina rivoluzione “nera”. Le vere rivoluzioni usavano la violenza per togliere al rcco e dare al povero. A questo punto, l’unica differenza fra Malcolm e gli “Zii Tom” era che egli voleva usare qualunque mezzo necessario.

A volte le sue tattiche erano confuse. Nel suo famoso discorso “Il voto o il proiettile”, egli condannava entrambi i maggiori partiti politici, affermando che la frustrazione nera portava naturalmente alla violenza invece che al voto; eppure disse ai neri di non lasciare che i bianchi dessero per scontato il loro supporto politico. Come persino Marable ammette, “chi avrebbero dovuto votare i neri se nessuno dei candidati avesse potuto dare un reale miglioramento?”

 

Il “nuovo” Malcolm

Dopo che fu celebrato il pellegrinaggio di Malcolm X a La Mecca nel 1964, si ritiene che egli aveva rinunciato al razzismo e diminuito la sua retorica anti-bianca. Comunque, come nota Marable, Malcolm X continuò a viaggiare nelle nazioni Arabe e Africane, spendendo tempo con la Fratellanza Musulmana ed il regime autoritario di Kwame Nkrumah in Ghana.

Fece un discorso agli studenti dell’università Africana che toccò tutti i temi classici: Martin Luther King non ha realizzato nulla, i neri non hanno avuto alcun progresso, e ci sarebbe dovuta essere la violenza. Condannò i leader stranieri che avevano accettato il supporto degli USA durante la Guerra Fredda, ed invitò ad un’alleanza anti-bianca mondiale per far finire la segregazione. Quest’ultima cosa era un cambiamento radicale rispetto a quando invitava i neri a costruire la propria nazione.

Dopo che ritornò negli USA, Malcolm rinnovò il suo attivismo come leader di due gruppi. Il primo era Muslim Mosque Inc. (MMI), un gruppo male organizzato di elementi che seguirono Malcolm uscendo dalla NOI e che proponeva un Islam più ortodosso. Uno dei suoi obiettivi era quello di screditare NOI agli occhi del mondo musulmano e dirottare i finanziamenti al gruppo di Malcolm. MMI doveva essere un’organizzazione politica e religiosa con lo scopo di collegare gli americani neri all’Africa e all’Asia. Sfortunatamente per la credibilità dell’organizzazione, Malcolm era ignorante del vero Islam. Dovette ricevere un intervento speciale da parte di funzionari sauditi persino per poter entrare a La Mecca, non conosceva le preghiere arabe né il modo corretto di pregare.

Il secondo gruppo di Malcolm era l’Organizzazione degli Afro Americani Uniti (OAAU). I suoi principi fondanti lodano notevolmente la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione: “Questi documenti, se messi in pratica, rappresentano l’essenza delle speranze dell’umanità e delle buone intenzioni”. Invece di costruire una patria nera, Malcolm X si concentrò sul “lottare per i diritti umani e la dignità”, come definito dall’egalitarismo liberale.

Il principale obiettivo dell’OAAU era prendere in mano la situazione degli Afro Americani prima delle Nazioni Unite. Malcolm affermava che gli USA “stanno violando la carta delle Nazioni Unite violando i nostri diritti umani basilari” e prevedeva che entro il 1964 l’America “vedrà un bagno di sangue”. L’obiettivo di avvicinarsi alle Nazioni Unite, che difficilmente sembra rilevante per gli interessi dei neri americani, era quello di indebolire il supporto Africano e Asiatico per gli USA durante la Guerra Fredda.

La retorica di Malcolm, sempre più di sinistra, non implicava alcun pensiero economico serio sull’economia. I comunisti lo attraevano perché manifestavano con rabbia contro gli USA ed acclamavano i campioni neri Americani e del Terzo Mondo. Malcolm semplicemente adottava il linguaggio delle persone che volevano togliere le ricchezze ai ricchi bianchi per darle ai poveri non bianchi. Dopo la rottura con la Nazione, si avvicinò ai movimenti Trotzkisti come il Socialist Workers Party.

Malcolm X difendeva coerentemente il suo atteggiamento rivoluzionario affermando che i bianchi non avrebbero mai ceduto volontariamente il potere. Affermava che l’America era irrimediabilmente razzista a prescindere da chi ha il potere, e rifiutava di vedere alcuna differenza fra Lyndon Johnson e George Wallace. Anche se il 1964 vide il passaggio del Civil Rights Act, Malcolm X pensava che il più grande evento dell’anno era l’esplosione di una bomba atomica nella Cina Maoista: una grande vittoria per “i popoli oppressi”. Chiamava Washington DC la “cittadella dell’imperialismo”, e cercava ripetutamente di tracciare parallelismi fra l’attivismo nero negli USA e le lotte di “liberazione” del Terzo Mondo.

Secondo Malcolm, ogni istituzione occidentale e ogni squilibrio di potere nel mondo poteva essere spiegato dal razzismo. A volte questa prospettiva lo faceva sembrare sorprendentemente insensibile. Quando incontrò i sopravvissuti giapponesi della bomba atomica americana, Malcolm disse, “anche noi siamo stati sfregiati. La bomba che ci ha colpito era il razzismo”.

Quello che Malcolm X stava ora sostenendo non era la discriminazione positiva né una maggiore rappresentanza, ma “una ristrutturazione fondamentale per la ricchezza ed il potere negli USA”. Che fosse attraverso la violenza, il sistema politico o una rivoluzione, Malcolm X voleva più risorse per il suo popolo su scala internazionale. Non accettava mai le istituzioni americane, tranne che quando potevano essere usate per portare ricchezze ai neri.

Alla fine, Malcolm era compleamente tornato sui suoi passi sulla vecchia distinzione che era solito fare tra l’inutile “piagnisteo negro” e la vera “rivoluzione nera”. Entrambe volevano arricchire i neri; l’unica differenza, ammetteva ora, era quella della strategia.

Malcom iniziò addirittura a lasciare aperti dei posti per i bianchi che volevano partecipare alla lotta nera, ma loro dovevano sapere il loro posto. Nel Novembre del 1964 condivise il palco con il portabandiera del Socialist Workers Party. Un bianco scrisse che un’amica si scusò pubblicamente con Malcolm “non solo per lei e per i suoi antenati, ma anche per me e per i miei, mentre Malcolm X annuiva e sorrideva”. Malcolm arrivò addirittura a supportare la possibilità di matrimoni interrazziali, anche se affermava che in un futuro multiculturale potrebbe essere “la cultura nera ad essere la cultura dominante”.

La donna bianca che si scusava con Malcolm parlava per molti più bianchi di quanti Malcolm aveva mai pensato. Malcolm affermava che le preferenze razziali anti-bianche (discriminazione positiva) avrebbe portato a violenza e spargimento di sangue, e invece il presidente Richard Nixon li introdusse senza che ci fu alcun incidente. Malcolm sottostimava completamente la volontà dei bianchi potenti di sacrificare gli interessi delle classi medie e dei lavoratori bianchi. I neri stavano ottenendo tutto quello che stavano chiedendo, e la retorica violenta di Malcolm aveva sempre meno senso.

La Nazione uccise Malcolm X nel 1965, Marable accusa di complicità il Dipartimento di Polizia di New York, ma la carriera di Louis Farrakhan illustra un possibile esito se Malcolm fosse vissuto. Mr. Farrakhan alla fine cercò di costruire il suo fronte unitario di organizzazioni nere, culminate nella Million Man March, alla quale partecipò, fra gli altri, Barack Obama. Mr. Farrakhan promuoveva con entusiasmo i leaders anti-Occidentali del Terzo Mondo come Muammar Gaddafi, stando al suo fianco anche fino alla fine, quando molti ex supporters di sinistra lo avevano abbandonato. È facile immaginare che Malcolm X avrebbe fatto lo stesso. Le critiche di Mr. Farrakhan su Israele ed il potere Ebraico è simile a quella di Malcolm X, che pensava che gli Ebrei controllassero i media. Malcolm una volta disse: “Quando c’è qualcosa che vale la pena possedere, gli Ebrei ce l’hanno”

 

 

Detto questo, Mr. Farrakhan non ha mai abbandonato la peculiare teologia della Nazione né l’obiettivo di costruire una nazione nera. Invece Malcolm X si era già distanziato da queste cose. Che cosa sarebbe quindi diventato il Malcolm X finalmente liberato? Che cosa avrebbero imparato i “buoni” studenti antirazzisti su Malcolm X dall’Autobiografia e dal film di Spike Lee? Non Louis Farrakhan né avrebbe fatto un Nuovo Partito delle Pantere Nere, bensì sarebbe diventato un “radicale da università”.

Sarebbe stato il portavoce perfetto per le richieste militanti di “uguaglianza” sostenute da minacce di violenza. Storicamente, questo è esattamente il modo in cui i dipartimenti di studi neri sono stati istituiti nelle università, il modo in cui i programmi inizialmente respinti iniziarono: con l’occupazione di edifici e con organizzatori della comunità che provocavano i funzionari della città.  È facile immaginare Malcolm X nel ruolo del “rivoluzionario” alternativo che rende ragionevoli le richieste meramente “radicali”.

Ossie Davis definiva Malcolm X un “principe”, ucciso prima che potesse diventare re del suo popolo in esilio. La verità è che alla fine della sua carriera, la sua strategia dipendeva dalle concessioni dei bianchi, dalle risorse dei bianchi, dalla copertura dei media bianchi e, infine, dal senso di colpa bianco. Una volta uscito dalla Nation of Islam, fallì nella costruzione di una qualunque organizzazione reale. Sia il MMI che il OAAU collassarono dopo che fu ucciso. Al contrario, Malcolm era una personalità pompata dai media che poteva condurre solo coalizioni temporanee e mutevoli di neri arrabbiati del nord, attivisti bianchi di sinistra ed agenti internazionali che si opponevano agli USA.

Il “sistema” che ora guida l’America Bianca in definitiva condivide molto dell’agenda di Malcolm, a parte le sue opinioni in politica estera. La preferenza per i non bianchi, l’orgoglio razziale per i non bianchi e la ridistribuzione della ricchezza sponsorizzata dal governo sono ora politiche ufficiali.

Malcolm X quindi ha avuto il vantaggio, anche mentre era vivo, del supporto dell’elite per molti dei suoi fini. La rottura della solidarietà razziale in politica era una politica tanto dell’establishment americano quanto del partito comunista.

Dare posti di lavoro e soldi ai neri oggi è una politica tanto della Fortune 500 quanto delle Nuove Pantere Nere.

Malcolm X non era un proto principe di un potenziale etnostato nero. Era un proto Al Sharpton, che usava la retorica militante per ottenere dalle istituzioni concessioni che il suo popolo non era in grado di costruirsi da solo. All’inizio l’immagine pubblica del potere nero era il pugno alzato, ma si trasformò rapidamente nella mano mendicante. La religione era una parte dell’approccio di Malcolm, ma era secondaria rispetto alla politica. La sua eredità quindi non è qualche moschea della Nation of Islam a Chicago o una scuola de-segregata. È il sindacato degli studenti neri nel tipico college, pieno di studenti ammessi con punteggio più bassi, che vivono dei soldi che vengono loro dati dagli amministratori anti-bianchi della scuola, che ricevono lezioni fasulle allo scopo di prendere buoni voti ed aumentare l’autostima mentre si lamentano del razzismo istituzionale.

Malcolm X è sopravvissuto come leader politico perché si è costantemente reinventato, da piccolo criminale a predicatore, a soldato politico. Il movimento che rappresentava si è anch’esso evoluto, dal percorso verso una nazione separata, all’uguaglianza, fino alla richiesta di sussidi e scuse. È triste, se non sorprendente, che persino il più famoso militante dell’America nera terminò la sua carriera in questo modo. Il potere nero era solo un’ennesima frode, uno schema per i neri per ottenere dall’uomo bianco quello che avevano rinunciato a costruirsi da soli.

 

Fonte: https://www.amren.com/features/2012/10/malcolm-x-a-model-for-white-advocates/

Silvano Lorenzoni sullo stato italiano (2011)

<<La fabbricazione dello stato-fantoccio ‘Italia’ fu una decisione presa dalla massoneria sotto egida ebraica e con sede centrale (nell’Ottocento) a Londra, con lo scopo di creare un nemico all’Impero Asburgico sulla sua frontiera meridionale (229). A fare da spaventapasseri coronati del nuovo stato fantoccio furono i Savoia, degli ambiziosi di decima categoria ai quali fu fatto balenare davanti agli occhi la possibilità di diventare ‘re’ (il primo ‘re d’Italia’ fu decretato tale a porte chiuse in una loggia massonica nel 1859) di uno stato importante – sia pure artificiale e costruito sulla pelle delle corrispondenti popolazioni che non volevano saperne (231). Difatti il processo storico dell’’unità d’Italia’ – il cosiddetto ‘risorgimento’, riguardo al quale Julius Evola ebbe a dire che non si capisce cosa fosse ‘risorto’ perché uno stato italiano prima non era mai esistito – fu un susseguirsi di sfacciati interventi stranieri (della Francia contro gli Asburgo, dell’isola inglese contro i Borboni di Napoli), di colpi di stato pilotati e di plebisciti-truffa. E i servizi degli stranieri furono pagati dai Savoia, con concessioni territoriali alla Francia (non si stava certo facendo l’’unità degli italiani’) e in denaro agli ‘anglo’-giudei, tassando qualche volta fino alla fame i nuovi ‘cittadini’ (232).

Il ‘problema italiano’ sta anche nel fatto della dilacerazione etnica dello stato, ma
fondamentalmente nella sua ‘marca di fabbrica’. Esso fu costruito in funzione antiasburgica e antitedesca – questo lo aveva capito perfettamente fino dai primi anni dell’Ottocento quel grande statista che fu Klemens von Metternich – e quindi ebbe sempre come funzione assegnata di fare da ‘nemico interno’ nelle alleanze delle quali fece parte. Già nel 1912, tramite il plenipotenziario Sidney Sonnino, ebreo, quando lo stato italiano faceva ancora parte della Triplice Alleanza esso fece un’intesa sottobanco con l’isola inglese secondo la quale vi sarebbe uscito e avrebbe fatto la guerra agli Asburgo in caso che guerra ci fosse fra i medesimi e l’Entente. Il primo tradimento
italiano fu quello del 24 maggio 1915: il secondo sarebbe venuto l’8 settembre 1943 – dopo di che, a parere dello scrivente, uno stato italiano ha definitivamente perso ogni diritto etico all’esistenza (ammesso che mai uno lo abbia avuto).

Ed Mussolini tentò due cose, finite ambedue in tragici fallimenti: (a) cercò di usare come collante per un fantoccio geopolitico dinoccolato – l’’Italia’ – il mito di Roma, con i pessimi risultati da ognuno conosciuti; e qui è forse lecito fare un confronto con la figura tragica ma anche caricaturale di Cola di Rienzo, che pure aveva attratto l’attenzione di Richard Wagner; (b) egli cercò di fare la pace fra la chiesa cattolica e lo stato (la ‘potenza politica’,
una volta l’Impero e adesso lo ‘stato italiano’) firmando con la medesima il concordato del 1929 dal quale essa ebbe notevoli concessioni – ma quando si trattò di avvicinarla, in qualche modo, allo stato fascista, si incaricò il papa in carica di applicargli una doccia fredda : “noi (cristiani) siamo tutti semiti”.

È opinione dello scrivente che fra le popolazioni dell’area geografica italiana la percentuale di vigliacchi, di traditori, di disonesti, di abbietti non sia superiore a quanto essa possa essere in tante altre parti. Ma la ‘qualità’/il difetto di nascita dell’’Italia’ è tale che quel tipo di figuri hanno nello spazio politico italiano più ‘spazio di manovra’ e più possibilità di emergere che in tanti altri posti. E, peggio ancora, l’‘Italia’ è un luogo nel quale essi, più facilmente che in tanti altri, assurgono a rappresentare la ‘tipicità’.>>

Fonte: La Figura Mostruosa di Cristo e la Convergenza dei Monoteismi (2011)