Andrea Mascetti (Terra Insubre) sul Sovranismo

<<Il termine sovranismo non mi piace. È ambiguo e generalista. Sovranità di chi? Per chi? E chi sarebbe il Sovrano? Di che regno o repubblica? Personalmente considero gli stati giacobini nati dalle rivoluzioni borghesi come il più grande dramma che sia mai occorso all’Europa. Con due catastrofiche guerre mondiali abbiamo distrutto l’Europa, massacrato milioni di Europei, con il grandioso risultato di consegnare il destino del mondo prima al sistema dualistico della guerra fredda e oggi alle potenze emergenti extra europee; pensiamo alla Cina la quale, a differenza nostra che abbiamo smarrito il sentiero verso le radici dell’albero, non ha dimenticato Confucio e sta vivendo, fatto apparentemente minore ma dagli esiti imprevedibili, una importante neo conversione al Buddismo. Nel frattempo conquista ogni mercato del mondo con una volontà di potenza semplicemente impressionante. Io sono e rimango un Europeo seppure questo modello di Europa mi abbia fatto perdere ogni tensione ideale per questo antico mito politico. Trovo però singolare che i nazionalisti italiani si lamentino di questo modello di Europa: i tecnocrati di Bruxelles stanno facendo esattamente la stessa cosa che fecero i Piemontesi nei confronti degli stati preunitari e cioè, sopprimere monete, differenze culturali e linguistiche, stili artistici e morali, il tutto condito con le medesime menzogne rodomontesche e con la violenza bieca di chi non conosce il valore delicato e sottile di mondi diversi dal suo. Il giacobino grande schiaffeggia il giacobino piccolo: sono miserie di famiglia. L’unica Europa pensabile sarebbe quella delle regioni, sul modello confederale elvetico: la Sicilia dovrebbe potersi confrontare con la Normandia, così come la Lombardia con la Baviera.>>

Puigdemont a Lugano: «Siamo delusi dalla vigliaccheria dell’Unione europea»

Il leader indipendentista catalano spera tuttavia di sedere all’Europarlamento «entro Natale». Il modello federalista? «Ci abbiamo già provato»

LUGANO – Il suo ruolo nel referendum indipendentista catalano due anni or sono e la sua fuga per evitare l’arresto gli hanno guadagnato la notorietà internazionale. Oggi il leader indipendentista catalano Carles Puigdemont è a Lugano, dove tiene una conferenza al Padiglione Conza nell’ambito del Festival Endorfine dal titolo “Conversazione con un leader europeo. L’identità catalana”. Lo abbiamo incontrato.

A due anni dal referendum sull’indipendenza, lei è ancora in esilio, il fronte indipendentista è abbastanza diviso e, prima del 16 ottobre prossimo, dodici leader indipendentisti potrebbero essere condannati per ribellione: la via dello scontro con Madrid che avete scelto è ancora quella giusta?
«Prima di tutto devo dire che non siamo stati noi a scegliere la via dello scontro. È stato lo Stato spagnolo che ha riposto con lo scontro a una richiesta di dialogo. Un richiesta che avanzavamo da dieci anni e alla quale ci ha sempre risposto con un no. E questo perché credeva che, essendo più forte, avrebbe potuto vincere e impedire ai catalani di diventare quello che volevano. Ma si è sbagliato. Anche se lo Stato ci propone uno scontro, però, noi dobbiamo rispondere in maniera democratica e non violenta. Se lo Stato ci avesse proposto un dialogo, è lì che saremmo ora».

L’Unione europea non ha dimostrato molta empatia verso la causa catalana finora: nutre speranze riguardo alla nuova Commissione e al nuovo Parlamento?
«No davvero, perché sappiamo che l’Unione europea si comporta come un club di Stati. Siamo delusi da questa vigliaccheria e dalla mancata difesa dei diritti fondamentali, che la Spagna ha violato. Capisco che l’UE non condivida l’idea dell’indipendenza della Catalogna, ma avrebbe dovuto sostenere il diritto dei cittadini europei ad esprimersi. Quindi non ripongo molte speranze in questa Unione europea che, tra i suoi membri, conta Stati come la Spagna che non vogliono una vera unione né supportare i diritti umani fondamentali. Vorrei dire, però, che ora c’è una parte dell’opinione pubblica europea che capisce meglio quanto accade in Catalogna, prova vergogna per questo silenzio complice sulla violazione di diritti fondamentali e lo trova inaccettabile».

Siederà al Parlamento europeo prima della fine della legislatura?
«Sono convinto di sì. E spero di occupare il mio seggio prima di Natale. Ho ricevuto un mandato di più di un milione di voti e questi elettori hanno diritto di essere rappresentati al Parlamento europeo. E ogni settimana, ogni giorno in cui non vengono rappresentati e non si prende una decisione a riguardo, i loro diritti vengono violati in maniera irreparabile. L’Unione europea non ha il diritto di prendersi troppo tempo per arrivare a una decisione.

All’europarlamento sarà comunque un rappresentante spagnolo, questo non le pone dei problemi?
«Non sarà affatto così. La legge europea è cambiata. I deputati del Parlamento europeo non sono più i rappresentanti degli Stati in cui sono stati eletti, ma sono i rappresentanti di tutti i cittadini europei, compresi i catalani, gli spagnoli, i belgi o i francesi».

Lei vive in Belgio, qui siamo in Svizzera, entrambi sono Paesi plurilingui e federali: una Catalogna parte di una Spagna veramente plurilingue e federale non potrebbe essere un obiettivo per lei?
«Lo è stato. Abbiamo provato a percorrere questa strada. Abbiamo 40 anni di esperienza a riguardo. L’indipendenza non era la prima opzione, ma l’ultima. Le abbiamo provate tutte per aiutare a trasformare la Spagna in un vero Stato federale, in cui ci sia rispetto per le diverse lingue. Ma abbiamo ottenuto esattamente il contrario: continuiamo a non poter parlare catalano nel parlamento “federale” spagnolo, la Spagna non vuole che il catalano sia utilizzato dall’Unione europea, i nostri diritti storici di nazione non sono riconosciuti. È un
fallimento, cui si somma la sentenza della Corte costituzionale del 2010 contro il nostro statuto di autonomia. Non c’è modo per i catalani di essere catalani all’interno dello Stato spagnolo. Noi non avremmo problemi con la cittadinanza spagnola. La Spagna avrebbe potuto essere lo Stato dei catalani, ma hanno continuato a centralizzare, non rispettano per niente le lingue diverse dal castigliano e il re non rispetta affatto le diversità. Non possiamo continuare a vivere in uno Stato così».

Se i leader indipendentisti se la cavassero con un’assoluzione, lei rientrerebbe in Catalogna?
«Mi piacerebbe molto avere questo problema perché vorrebbe dire che i miei colleghi saranno stati trattati con giustizia. E l’unica forma di giustizia è l’assoluzione. Quindi in caso di assoluzione ritornerei perché saprei di poter confidare in una giustizia indipendente dalla politica. Sfortunatamente, però, questo non è stato il caso finora».

La sua pena, tuttavia, potrebbe essere diversa…
«Se si tratta dello stesso crimine sarebbe abbastanza strano».

E se i suoi compagni ricevessero una pena lieve? Tornerebbe in patria?
«Anche una pena lieve sarebbe ingiusta perché non sussiste alcun crimine. Nemmeno nell’ordinamento spagnolo organizzare un referendum sull’indipendenza costituisce un crimine. Hanno tirato fuori questa interpretazione qualche anno fa dal codice penale. Non si può accettare una condanna per un crimine che non si è commesso. Noi abbiamo voluto esercitare il nostro diritto all’indipendenza e la responsabilità dello Stato non avrebbe dovuto essere reprimerlo, ma permettere alla società catalana di esprimersi, a prescindere dal risultato».

Ma non dovrebbe essere il popolo spagnolo tutto a esprimersi a riguardo?
«No perché tutti i referendum di autodeterminazione riguardano la specifica minoranza nazionale. L’obiettivo è proteggere la minoranza nazionale ed è per questo che è stato impiegato lo strumento dell’autodeterminazione. È in ogni caso una questione interessante perché, anche nel caso in cui si presentasse lo scenario di un referendum esteso a tutta la Spagna, vorrebbe dire che la Spagna avrebbe quantomeno accettato che la Catalogna è un soggetto politico a pieno titolo e ha diritto a divenire indipendente. E questo benché ottenere
l’indipendenza per questa via sia impossibile. E sarei contento anche se la Spagna permettesse di organizzare un nuovo referendum sull’indipendenza in Catalogna e i catalani decidessero di rimanere in Spagna perché vorrebbe dire che la Catalogna sarebbe stata riconosciuta come un soggetto politico».

Come vede la Catalogna tra dieci anni?
«Come membro a pieno titolo dell’Unione europea, membro delle Nazioni unite e partner per le sfide che il mondo si trova ad affrontare: il cambiamento climatico, le crisi migratorie, la contrazione industriale, i diritti fondamentali».

Non è troppo ottimista?
«Se come popolo, dopo la caduta di Barcellona dell’11 settembre 1714, non fossimo stati ottimisti, oggi non parleremmo catalano, non avremmo recuperato alcune istituzioni come il Parlamento e il Governo catalani. È l’essere ottimisti nel momento della disfatta che ci ha permesso di costruire la Catalogna. Questo è lo spirito catalano. Non arrendersi mai. Siamo tra due grandi potenze, la Francia e la Spagna, sappiamo di essere una minoranza, ma vogliamo sopravvivere».

Autore: Dario Ornaghi.

Fonte: https://www.tio.ch/ticino/politica/1391596/puigdemont-a-lugano-siamo-delusi-dalla-vigliaccheria-dell-unione-europea

LE ORIGINI EBRAICHE DEL MULTICULTURALISMO IN SVEZIA (Kevin MacDonald – 2013)

Di seguito la traduzione di un’articolo di Kevin MacDonald pubblicato nel 2013 sul sito dell’Occidental Observer. Buona lettura agli interessati.

LE ORIGINI EBRAICHE DEL MULTICULTURALISMO IN SVEZIA

14/01/2013, Kevin MacDonald, The Occidental Observer

In “The culture of Critique” e altri scritti mi sono fatto l’opinione che gli Ebrei e la comunità ebraica organizzata sono stati una condizione necessaria importante per l’avanzata del multiculturalismo in Ocidente. Nel capitolo 7, sul coinvolgimento ebraico nel modellare le politiche migratorie, mi sono focalizzato soprattutto sugli USA, ma ho anche dedicato brevi sezioni all’Inghilterra, al Canada, all’Australia (argomento trattato splendidamente da Brenton Sanderson in “TOO”) e alla Francia.

Una domanda che ricevo spesso riguarda il ruolo degli Ebrei in Svezia ed in altre nazioni Europee con relativamente pochi Ebrei. Ora c’è stata una traduzione dallo svedese di un articolo, “Come e perché la Svezia è diventata multiculturale” che ha riassunto le opere accademiche sul ruolo ebraico nel rendere la Svezia una società multiculturale. Questo articolo dovrebbe essere letto per intero, ma segnalo alcuni punti salienti:

“Il cambiamento ideologico iniziò nel 1964 quando David Schwarz, ebreo polacco e sopravvissuto all’olocausto che immigrò in Svezia nei primi anni ’50, scrisse l’articolo “Il problema dell’immigrazione in Svezia” sul giornale svedese più grande ed importante, di proprietà ebraica, il Dagens Nyheter. Iniziò un aspro dibattito che ebbe luogo perlopiù sul Dagens Nyheter ma che in seguito si trasferì anche su altri giornali, su pagine editoriali e libri.

Schwarz era da tempo il più attivo opinionista a riguardo e ha dato 37 contributi, su un totale di 118, al dibattito sulla questione dell’immigrazione negli anni 1964-1968.

Scwharz ed i suoi sodali erano così dominanti ed aggressivi che gli avversari con visioni diverse venivano portati sulla difensiva e le loro opinioni venivano zittite. Per esempio, Schwarz giocò in modo molto efficiente la carta dell’antisemitismo per screditare i suoi oppositori.

Fu il Partito Conservatore di Destra che abbracciò per primo l’idea di pluralismo culturale e contribuì radicalmente a dare forma e contorno al nuovo indirizzo radicale. Vale la pena ricordare che il leader del Partito Conservatore di Destra nel periodo 1961-1965, Gunnar Heckscher, era il primo leader di quel partito ad avere origine ebraica.”

Come negli USA e altrove, gli attivisti ebrei furono aiutati dai proprietari ebrei dei mass media. Gli attivisti sottolineavano il bisogno di ridisegnare la politica immigratoria per fare ammenda per la persecuzione degli ebrei e, nel caso della Svezia, per il ruolo del governo svedese nei confronti degli ebrei durante la seconda guerra mondiale (in modo simile, negli USA, gli attivisti ebrei sottolinearono che la legge del 1924 di restrizioni all’immigrazione era motivata dall’anti-semitismo, e molti attivisti, inclusi attivisti accademici come Stephen J. Gould, affermavano che le restrizioni all’immigrazione porteranno gli ebrei a morire nell’olocausto. Persino Stephen Steinlight, che difendeva le restrizioni all’immigrazione musulmana (e solo a quella), definiva la legge del 1924 “cattiva, xenofoba, antisemita, vilmente discriminatoria, un grande fallimento morale, una politica mostruosa”.

L’assimilazione alla cultura svedese era vista come un obiettivo inaccettabile:

“Il punto iniziale era quindi una prospettiva di pluralismo culturale, che significava che gli immigrati dovevano essere spinti a preservare la loro cultura, tramite interventi governativi e supporto finanziario pubblico di massa, al fine di mandare al mondo il segnale che la Svezia è una nazione tollerante e tutti sono i benvenuti. L’incontro fra la cultura Svedese e le culture delle minoranze avrebbe arricchito l’intera comunità e la maggioranza avrebbe iniziato ad adattarsi alle minoranze.

Non è una coincidenza che gli ebrei organizzati d’Europa si dissociano in modo netto dalle critiche all’Islam, perché ogni generalizzazione negativa nei confronti di una minoranza potrebbe alla fine colpire gli Ebrei”.

L’articolo fa notare, e io sono d’accordo, che gli Ebrei sono motivati dal desiderio di distruggere dal punto di vista etnico e culturale le società omogenee a causa della paura che tali società possano perseguitare gli Ebrei, come è successo in Germania fra il 1933 e il 1945, ma anche a causa dell’odio tradizionale giudaico contro la civiltà cristiana dell’Occidente. Esso finisce facendo notare che, oltre che dalla proprietà ebraica dei mass media, l’influenza ebraica è stata facilitata dal dominio dell’antropologia accademica da parte della scuola Boasiana, un movimento intellettuale ebraico, e dalle sue vedute sul relativismo culturale e la denigrazione della cultura Occidentale.

Condivido completamente che l’influenza ebraica ha le sue radici nelle elites accademiche e nei media, oltre che dalla loro capacità di sviluppare organizzazioni di attivisti molto efficaci e ben finanziate. Viene sottolineato il ruolo di Bruno Kaplan del World Jewish Congress.

Questo è un contributo importante per la comprensione dell’imminente fine dell’Occidente. Inutile dirlo, un’analisi di questo tipo non è sufficiente a comprendere perché le culture occidentali siano state le uniche suscettibili alle ideologie che considerano la distruzione dell’Occidente come un imperativo morale. Tuttavia, è di vitale importanza comprendere le forze che hanno attivamente cercato di spostare le culture occidentali in questa direzione.

The Jewish origins of multiculturalism in Sweden