In ricordo di Justin Raimondo (1951 – 2019)

L’ articolo commemorativo più affettuoso scritto su Justin Raimondo porta un titolo che sembra uscito dalla sua instancabile penna: “Buona fortuna, geniale figlio di puttana”. Il geniale figlio di puttana avrebbe apprezzato la cordiale irriverenza, costruita a misura di una personalità fatta per sfuggire a qualunque inquadramento e resistere a qualunque convenzione. L’intellettuale e attivista morto nella sua California a 67 anni dopo una lunga malattia era un groviglio di contraddizioni, a partire dall’etichetta che aveva coniato per la sua posizione irrituale: “Conservative-paleo-libertarian”. Era un conservatore, di una specie tuttavia assai diversa da quella che è confluita poi nell’ortodossia reaganiana, un “paleo” nel solco del suo più grande alleato politico, Pat Buchanan, e un libertario di inclinazione anarcocapitalista, secondo la ricetta del suo amico e maestro Murray Rothbard, l’economista della scuola austriaca che era troppo eterodosso perfino per sedere nel salotto di Ayn Rand, madre dell’oggettivismo, che pure in principio ammirava. L’opera immensa, nervosamente eclettica, tortuosa e programmaticamente scevra di eccessi di rigore concettuale di Raimondo è una miniera per capire che il movimento intellettuale conservatore in America non è una linea retta, ma una serie di balze e gorghi, un guazzabuglio eterogeneo che ha trovato una forma politica stabile soltanto al prezzo di una fusione di elementi diversi, forse perfino incompatibili, tanto che il “fusioni – smo” fra le varie anime della destra ha costituito la dottrina sulla quale Ronald Reagan ha fondato il suo successo. La temperatura di fusione di Raimondo era troppo alta perché lui potesse sciogliersi in quel crogiuolo. E’ rimasto fuori da ogni conventicola, diventando una voce orgogliosamente minoritaria e in qualche modo profetica. Agitava la bandiera dell’America First molto prima che Trump ne facesse uno slogan presidenziale di successo. Nei primi anni Novanta, opponendosi alla prima guerra del Golfo e sostenendo la candidatura di Buchanan, gridava dai palchi di mezza America che il paese era davanti a un’alternativa ineludibile: “Buchananismo o barbarie”. L’interventista Christopher Hitchens diceva, intendendolo come un insulto, che Raimondo sposava le tesi di Charles Lindbergh, l’aviatore isolazionista e antisemita che Philip Roth immaginava vincitore, con ovvie conseguenze autoritarie, alle elezioni del 1940 nel romanzo ucronico “Il complotto contro l’America”. Per Raimondo era un complimento, lui che considerava Lindbergh “un eroe americano venuto dal cuore del paese”. Quando Reagan ha vinto le elezioni, nel 1980, un commentatore ha scritto che in realtà aveva vinto Barry Goldwater – candidato repubblicano nel 1964 – soltanto ci erano voluti sedici anni per contare i voti. Anche Raimondo, in qualche modo, ha dovuto aspettare sedici anni perché i voti del suo candidato venissero ricontati e dessero infine la vittoria a Trump. Che il suo candidato ideale proprio non era, ma quando in campagna elettorale lo ha sentito discettare di ritiro delle truppe dai teatri di guerra, di ritorno al paradigma nazionalista, di obsolescenza della Nato, quando lo ha sentito maltrattare i globalisti, quando ha visto i suoi avversari neoconservatori farsi “nevertrumpers” e virare verso il partito democratico, quando lo ha sentito tuonare contro l’immigrazione sbrigliata e l’élite imbrigliata nel politicamente corretto, non ha avuto dubbi. “Il popolo americano non ha votato per un globalista, ha votato per te. Prendi a calci questi internazionalisti, e al diavolo con il ‘possiamo andare tutti d’accordo’!”, ha scritto poco dopo le elezioni del 2016 in una lettera aperta al presidente che molti suoi lettori, pacifisti di sinistra, non gli hanno mai perdonato. Ma lui non imboccava mai la via larga del consenso, preferiva il paradosso, la sfida, la provocazione, senza il ricatto dei clic e delle visualizzazioni. E’ stato un fervente difensore delle idee trumpiane che convergevano con le sue e uno spietato stroncatore di quelle in rotta di collisione. Ha coniato, in un editoriale sul Los Angeles Times, la “Trump Derangement Syndrome”, la sindrome da squilibrio trumpiano, il morbo che si è diffuso fra le decine di milioni di critici del presidente. L’animo ribelle si era manifestato già all’età di sei anni, quando il “ra – gazzino selvatico”, come da sua definizione, ha preso a scappare quotidianamente dalla classe, con la maestra costretta a rincorrerlo. Gli assistenti sociali hanno suggerito di mandarlo da un famoso psichiatra newyorchese, Robert Soblen. Il giovane Dennis – questo era il suo nome di battesimo – era nato in una famiglia cattolica nell’upstate di New York, credeva nei miracoli e diceva di avere visto la Vergine Maria. Ha ripetuto queste cose al medico, che gli ha comminato immediatamente una diagnosi di schizofrenia, raccomandando il ricovero in un istituto per le malattie mentali dal quale è scampato soltanto grazie all’intervento pronto dei genitori. In realtà Soblen non era uno psichiatra qualunque: era una spia sovietica, nonché un amico di Stalin, mandato in territorio nemico per infiltrarsi nei gruppi di trotskisti che interagivano con i circoli dell’élite intellettuale americana. Lo strizzacervelli del giovanissimo Raimondo è stato condannato al carcere a vita nel 1961, è scappato in Israele, dove gli è stata negata la cittadinanza prevista dalla legge del ritorno in virtù del suo status di criminale, e poi ha tentato di rifugiarsi in Inghilterra. Quando Londra ha respinto la richiesta di asilo, si è ucciso. Ironia del destino, Soblen tentava di stanare quegli intellettuali trotskisti che di lì a poco si sarebbero spostati a destra, dando origine al filone dei neoconservatori, ovvero gli acerrimi avversari di Raimondo. Alle scuole medie ha letto i libri di Ayn Rand e ha deciso di abbracciare la causa libertaria. Aveva quattordici anni quando ha scritto un articolo sull’oggettivismo per un giornale locale dove i redattori, forse confusi dall’ar – gomentare tortuoso della intellettuale nata in Russia, hanno imposto correzioni che tradivano il pensiero dell’autrice. La quale, da par suo, ha fatto pervenire per tramite del suo avvocato una diffida al giovanissimo autore. Lui non si è perso d’animo e si è presentato a un evento in cui lei firmava copie di un suo libro. Il personale della sicurezza lo ha individuato mentre aspettava in fila il suo turno e lo ha scortato in un’altra stanza, dove poco dopo è apparsa la filosofa. Lui le ha spiegato l’equivoco redazionale e le ha dimostrato di avere afferrato correttamente i fondamenti del pensiero oggettivista. Lei si è subito addolcita e i due sono diventati amici. Raimondo non solo era omosessuale, ma è stato un avamposto della prima ondata di attivisti che si è battuta per i diritti dei gay. Dopo essersi diplomato alla scuola superiore di Cherrylawn, teatro di arditi esperimenti anarcoidi di autogestione studentesca, si è trasferito a San Francisco, città che non ha più abbandonato. Si è adoperato con successo per allineare il partito libertario con le posizioni del movimento gay ed è stato un vociante protagonista nelle proteste sulla sentenza di Dan White, l’assassino del sindaco George Moscone e di Harvey Milk, iconico attivista della causa omosessuale. Raimondo era a capo di una campagna che chiedeva l’incrimi – nazione per omicidio volontario, il più grave fra i delitti, mentre White era stato imputato per omicidio di terzo grado, accusa che gli è costata una pena di sette anni di reclusione, piuttosto lieve per i fatti contestati. Sul caso ha scritto un infiammato pamphlet intitolato “In Praise of the Outlaws”, subito diventato un punto di riferimento nei circoli della protesta studentesca. Ma Raimondo era contrario anche alla linea “conservatrice” poi tatticamente adottata dal movimento per perorare più efficacemente la propria causa. Detestava l’uguaglianza con il matrimonio tradizionale, che avrebbe soltanto equiparato l’unione fra le persone dello stesso sesso agli ideali piccoloborghesi degli eterosessuali. Si trattava di una resa alle convenzioni che dominavano il sistema delle coppie “normali”, mentre il suo ideale sarebbe stato quello della totale privatizzazione del matrimonio, ridotto a un patto fra individui senza alcuna sanzione o riconoscimento da parte dell’autorità statale. Voleva essere totalmente, privatamente diverso, non uguale ai suoi avversari di fronte alla legge. Era anche contrario ai provvedimenti contro la discriminazione degli omosessuali, sulla base di un principio di reciprocità in linea con una sensibilità libertaria spinta alle sue estreme conseguenze: “Penso che i gay debbano avere il diritto di discriminare gli eterosessuali, se vogliono”. Non ha esultato a piena voce quando la Corte suprema ha legalizzato di fatto il matrimonio gay, ma si è comunque sposato. Molti dei suoi compagni nella battaglia arcobaleno sono inorriditi quando si è messo a fare campagna per Buchanan, un cattolico da messa in latino. “L’idea che voglia radunarci tutti – ha detto – e mandarci nei campi di concentramento è una stronzata. E’ una bugia e una calunnia. Accoglie collaboratori gay nella sua campagna elettorale. Non pensa che l’omosessualità sia una gran cosa. Ma non ho bisogno della sua approvazione. Perché una persona gay dovrebbe avere bisogno dell’approvazione di qualcun altro?”. Il mix fra lo statalismo di stampo rooseveltiano e la dottrina Truman lo ha spinto definitivamente al di fuori del perimetro del partito democratico. Ha cercato nuove idee e alleati intellettuali nei posti più impensati, i circoli dei tradizionalisti e dei conservatori “paleo”, che credevano nella repubblica e nel ruolo limitato della politica, una forza che non riempie il cielo e la terra con pretese universaliste ma si contenta di amministrare il qui ed ora, inseguendo l’obiettivo misurato del minor danno possibile. Si tratta di una postura dettata da una modestia programmatica compatibile con il perseguimento dello stato minimo da parte di individui che sono gli esclusivi signori di loro stessi. Si è immerso nella lettura dei giganti dimenticati della Old Right, la destra repubblicana così com’era prima della Seconda guerra mondiale, gente come Robert Taft, Garet Garrett e Robert McCormick, che poi altro non erano che i precursori intellettuali del trumpismo, benché l’attuale presidente non ne abbia la minima idea. Il libro “Reclaiming the American Right: the Lost Legacy of the Conservative Movement” intendeva recuperare le radici perdute del movimento conservatore in un momento, gli anni Novanta, in cui non sembrava più possibile ammettere che ci fosse stata un’altra tradizione repubblicana antecedente al consenso reaganiano. Per Raimondo si trattava anche di una specie di ritorno alle origini cattoliche. Si definiva ateo, ma aveva letto Aristotele e Tommaso d’Aquino grazie ai valenti maestri che aveva incontrato al seminario dei gesuiti vicino alla casa natale, e lungo il suo complicato percorso non è mai venuto meno il rispetto per i credenti e una sorta di devota attrazione per la chiesa cattolica. Era affratellato a questi conservatori fuori linea dal comune status di paria della comunità della destra. Inoltre, questi mondi sotterranei condividevano la passione per la causa pacifista, forse quella che ha infiammato di più il cuore di Raimondo. Credeva che la sinistra, ormai completamente assorbita dai temi dell’identità, delle minoranze e della giustizia sociale, avesse abbandonato ogni velleità pacifista, adagiandosi sulla posizione degli internazionalisti che volevano esportare democrazia e diritti un po’ ovunque, se necessario con la forza. Era convinto che invece fra i repubblicani ci fosse ancora spazio per costruire una posizione anti-imperialista, e giudicava la politica estera prudentissima dell’odiato Reagan una testimonianza di quelle braci nazionaliste e isolazioniste che erano ancora calde sotto le ceneri imperiali. Per diffondere il più possibile queste convinzioni ha fondato il Libertarian Republican Organizing Committee, l’organo che poi si sarebbe trasformato nella corrente libertaria del partito repubblicano, guidata da Ron Paul e poi dal figlio, il senatore Rand. Raimondo aveva aderito a una vocazione minoritaria che gli impediva di gettarsi nella disputa fra i grandi partiti: il bipolarismo lo metteva a disagio. Ciò non voleva dire rinunciare alla politica attiva. Nel 1996 ha sfidato la deputata più potente della Bay Area, Nancy Pelosi, accusandola di avere sostenuto l’amministrazione Clinton nell’intervento militare in Bosnia. Vincere lo scontro elettorale era impensabile, ma la sfida ha dato a Raimondo la forza propulsiva necessaria per guidare una nuova offensiva con gli strumenti dell’attivismo. Assieme al collega attivista Eric Garris, ha aperto il sito Antiwar, che ben presto diventerà il punto di riferimento per i pacifisti e i critici delle tendenze imperialiste americane di ogni persuasione politica. Il portale non-interventista ha ospitato negli anni con naturalezza i contributi di Pat Buchanan e quelli di Noam Chomsky. Era segretamente molto letto anche fra gli intellettuali neocon, che cercavano in quelle pagine spunti per affilare controargomentazioni più efficaci. Antiwar si è opposto agli interventi nei Balcani, alle campagne ad Haiti e in Kosovo, ai bombardamenti in Afghanistan, all’invasione dell’Iraq, alla campagna dei droni in Pakistan, Yemen e Somalia, a tutti gli interventi militari direttamente eseguiti o indirettamente ispirati da Washington, senza distinzione di colore politico. Per questa libertà di attraversare gli schieramenti e disfare gli schemi, Raimondo mancherà anche ai suoi avversari.

Fonte: https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/07/08/news/il-genio-paleolibertario-264243/