Chi resta in gabbia (Arianna Giunti, l’Espresso, 22 Aprile 2018)

Prigionieri in preda a crisi psichiatriche, segregati illegalmente in una cella. E malati di schizofrenia abbandonati a se stessi, dimenticati da quello stesso Stato che dovrebbe garantirne le cure. Disabili mentali in attesa di un posto letto, costretti a vagare da una comunità all’altra. Un anno fa esatto anche l’ultimo degli ospedali psichiatrici giudiziari è stato spazzato via per sempre.

Al posto degli Opg sono nate le Rems, Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture più piccole che hanno eliminato quasi del tutto l’uso di mezzi contenitivi sui pazienti. Una rivoluzione gentile, che avrebbe dovuto cambiare per sempre il destino dei “folli rei”, i malati di mente che hanno commesso un reato.

Oggi però la situazione in Italia sembra già sull’orlo del collasso. I numeri parlano chiaro: per 604 persone collocate all’interno delle Rems, altre 441 in questo momento sono in attesa di un posto. Quarantuno di loro si trovano illegittimamente dietro le sbarre, senza una pena da scontare. Si tratta di una lista che aumenta ogni giorno, secondo i dati ottenuti da l’Espresso.

“Una situazione esplosiva”, confermano senza tanti giri di parole dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Colpa soprattutto denunciano i garanti regionali dei detenuti – della troppa facilità con la quale i giudici dispongono i trasferimenti “preventivi” nelle Rems, anche in assenza di condanna. E così i posti letto nelle strutture psichiatriche diventano ambitissimi, trasformandosi in un appetitoso business che ingolosisce Regioni e sanità privata. Eppure in questi ultimi 4 anni l’Italia ha compiuto uno sforzo innegabile. L’abisso di disperazione dei manicomi criminali, sovraffollati e fatiscenti, ha lasciato il posto a strutture con una media di 20 ospiti.

Case di cura che dopo l’approvazione della legge 81 del 2014 devono accogliere – per periodi che vanno da un minimo di 6 mesi al massimo di 10 anni – gli autori di reati giudicati infermi o semi infermi di mente, anche socialmente pericolosi. Delle 28 strutture presenti in tutta Italia, però, oggi soltanto 4 sono definitive. In alcune regioni, le Rems sono nate dalle ceneri dei vecchi Opg. Così è successo a Castiglione delle Stiviere, che con i suoi 160 internati (140 uomini e 20 donne) è la struttura più grande d’Italia.

Un notevole passo avanti è stato fatto anche in Sicilia. Qui le strutture di Naso (Messina) e Caltagirone hanno sostituito il vecchio ospedale giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, diventato simbolo del degrado e della sofferenza dei pazienti. Ma insieme a edifici all’avanguardia provvisti di spazi verdi, laboratori e aree ricreative, resistono strutture che assomigliano a piccole carceri. Come denuncia Stefano Cecconi promotore del Comitato Stop Opg, che oggi vigila sul funzionamento delle Rems.

La situazione più critica è in Lazio: nella Rems di Subiaco il portone è controllato con il metal detector, c’è l’obbligo di consegnare telefonini, documenti e borse. La zona d’aria è tappezzata da sbarre fino al soffitto, tanto che è stata ribattezzata “la gabbia”. A Pontecorvo, nel Frusinate, il corridoio è attraversato da un reticolo d’acciaio che oscura il cielo. A Palombara Sabina, gli internati prendono aria in una terrazza completamente blindata. “Questi pesanti dispositivi di sicurezza”, spiega Ceccon, “hanno un influsso negativo sulla psiche dei pazienti”.

E poi c’è l’aspetto della sicurezza interna. In alcune strutture – per una ragione di spazi e costi – malati psichiatrici non pericolosi si ritrovano a stretto contatto con pazienti di natura violenta. Succede per esempio a Vairano Patenora, nel Casertano, dove i pazienti della Rems vivono fianco a fianco con gli ospiti della Sir, struttura intermedia di riabilitazione psichiatrica convenzionata con il Comune. Qui lo scorso febbraio uno di loro, Pasquale Di Federico, 46 anni, è stato trovato in fondo a una rampa di scale, gravemente ferito alla testa. È morto dopo un mese di agonia.

Ora la Procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando per capire se si sia trattato di un incidente o di un omicidio. E si che il fondo di Stato messo a disposizione nel 2012 per l’adempimento della legge 81/2014 sul superamento degli ospedali giudiziari – che prevedeva la nascita di strutture all’avanguardia in termini di sicurezza – non è cifra da poco: 174 milioni di euro. Ogni struttura è costata in media 2,5 milioni di euro.

E poi ci sono le spese quotidiane degli internati. La retta giornaliera per ogni paziente – che comprende vitto, alloggio, tarmaci ed esami clinici – varia tra i 190 e i 450 euro. Le Rems dipendono dal Ministero della Salute e sono supervisionate dalle Asl regionali che ne gestiscono i fondi. Costi che impennano soprattutto quando si tratta di sistemare i “pazienti fuori territorio”. Se non ci sono Rems libere nelle vicinanze, le Asl devono infatti collocare gli internati in un’altra regione sobbarcandosene il costo. Spesso maggiorato.

A Castiglione delle Stiviere, per esempio, la tariffa per i “forestieri” è di 500 euro al giorno. Per mettersi in regola con la nuova legge, quindi, alcune regioni hanno dovuto accelerare i tempi e creare dal nulla nuove strutture. E qualcuno avrebbe cercato di approfittarne. Un’inchiesta portata avanti dalla Procura di La Spezia, per esempio, sta facendo luce sul giro d’appalti per la Rems di Calice al Cornoviglio, piccolo Comune ligure al confine con la Toscana. Secondo gli inquirenti, l’ex consigliere regionale di Forza Italia Luigi Morgillo avrebbe fatto pressioni per aggiudicarsi l’appalto per il conto termico della struttura in costruzione, che dovrà affiancare l’unica Rems già presente in Liguria, a Genova. Perennemente satura.

Così, spesso, in soccorso di una sanità pubblica in affanno ecco che arriva quella privata. Succede per esempio in Piemonte. A Bra, alle porte di Cuneo, nel 2015 la clinica San Michele di proprietà della famiglia Patria è stata accreditata dalla Regione per ospitare un intero reparto dedicato alla Rems, che oggi accogliel8 persone. Per ogni paziente la Regione rimborsa 295 euro al giorno, cifra che viene pagata al 60% se il paziente si trova fuori sede. A conti fatti, sono circa 159mila euro al mese. La struttura è una piccola oasi: ci sono coloratissime aule per il disegno e per la pittura, si organizzano corsi di equitazione, teatro e gite in montagna. Il più giovane degli internati ha 19 anni ed è accusato di omicidio. Non ci sono sbarre, a impedire le fughe, ma grate. Ed è presente un servizio di vigilanza interna attivo 24 ore al giorno. Stessa retta – 295 euro – anche alla clinica privata Antonio Martin di San Maurizio Canavese. Qui gli internati sono venti: il giro d’affari è di circa 177mila euro al mese.

Ma le oasi private si trovano anche al centro sud. La Rems di Montegrimano, alle porte di Pesaro, ospita al costo di 300 euro al giorno 19 persone, sforando di qualche unità il numero chiuso. A occuparsene è il Gruppo Atena presieduto dall’imprenditore Ferruccio Giovanetti, che guida un piccolo impero di strutture sanitarie distribuite fra Marche e San Marino. Mentre la Rems calabrese di Santa Sofia d’Epiro (Cosenza), attualmente ospita 20 internati al costo di 190 euro ed è convenzionata con la Onlus “Il Delfino”, titolare della gestione di altre 7 cliniche specializzate nella cura dei malati psichiatrici e tossicodipendenti e nell’assistenza ai minori immigrati. Infine, ci sono le comunità private che accolgono le persone che non trovano posto altrove. Secondo le stime dei garanti regionali dei detenuti, al momento sono circa duecento quelle in attesa di Rems provvisoriamente prese in carico da strutture protette accreditate. Qui i costi giornalieri variano dai 160 ai 250 euro a paziente.

Un giro d’affari in vertiginosa crescita, ma di cui non esistono dati certi. A sottolineare questa mancanza di trasparenza è il Commissario unico per il superamento degli Opg Franco Corleone: “Manca del tutto una informazione chiara rispetto al luogo dove le persone destinatarie delle misure di sicurezza si trovino se non ci sono posti liberi nelle Rems”, scrive Corleone nella sua ultima relazione, “non conoscendosi questo dato, non si riesce a stabilire se si tratti di luoghi di cura propri o impropri”.

L’unica cosa certa è che la lista dei “folli rei” che aspettano di entrare nelle Rems si ingrossa giorno dopo giorno con una curva sempre crescente, anche di 50 unità a settimana. Oggi siamo a quota 401. Quarantuno di loro si trovano dietro le sbarre, 15 in Lazio, 7 in Campania, 4 in Lombardia, 2 in Puglia. Alcuni sono ricoverati nei Centri di osservazione psichiatrica, piccoli reparti ospedalieri interni alle carceri. Altri si trovano nei centri clinici, sottoposti a pesanti trattamenti farmacologici. La maggior parte di loro è rinchiusa in celle comuni. Paolo Pasquariello, 40 anni, si trova parcheggiato a Regina Coeli ormai da un anno. di gravi disturbi deliranti. Il giudice ha revocato la custodia cautelare in carcere e ne ha ordinato il trasferimento in una Rems, ma non c’è posto. E allora dal carcere si rifiutano di liberarlo.

“Non esiste una motivazione giuridica per cui debba essere trattenuto in cella”, tuona il suo legale Simona Filippi, che promette battaglia davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, “quello che sta succedendo va oltre la legge”.

A San Vittore Massimiliano Spinelli, 46 anni, è stato rinchiuso illegalmente per quasi un anno. Assolto dai giudici per incapacità di intendere e di volere ma ritenuto socialmente pericoloso, è rimasto in custodia cautelare nonostante non avesse nessuna pena da scontare. C’è voluta tutta la costanza dell’avvocato Giulio Vasaturo, invece, perché Alessandro Cassoni, 24 anni, malato di epilessia, affetto da problemi psichiatrici gravissimi e con tendenze suicide, riuscisse dopo 4 mesi a essere scarcerato dalla Casa lavoro di Vasto per essere finalmente trasferito in una Rems. “Si tratta di persone che si trovavano già in custodia cautelare e che sono state valutate come socialmente pericolose: se non si trova posto nelle Rems non possiamo lasciarle liberei ribatte il direttore generale dei detenuti del Dap Calogero Piscitello.

Uno di nodi fondamentali, spiegano dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è l’assenza di coordinamento livello centrale che stabilisca una sorta di “graduatoria”, in base alla pericolosità sociale, per chi debba entrare per primo in una Rems in caso si liberi u posto. E così gli ingorghi aumentano. Quasi la metà di loro, inoltre – 208 su 604 – è dentro in via provvisoria, in ai senza di condanna.

Per il Garante di diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, si tratta di una grave responsabilità da parte di alcuni giudici: “si dispone il ricovero nelle Rems troppo facilmente, senza valutare percorsi di terapia alternativi sul territorio”. Del resto la rete dei servizi sociali per la carenza di mezzi e risorse spesso non riesce nel suo intento: un paziente su dieci, una volta libero, fallisce nel percorso di recupero. E tutto ricomincia.

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C’era una volta lo Stato di diritto e per condannare servivano prove (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 21 Aprile 2018)

È una sentenza che lascia perplessi. Dico meglio: lascia un po’ sbigottiti. Per cinque ragioni. La prima è che non ci sono prove contro gli imputati. Soprattutto contro gli imputati di maggiore valore mediatico: il generale Mori (e i suoi collaboratori) e l’ex senatore Dell’Utri. Non ci sono neanche indizi. La tesi dell’accusa si fonda tutta o su alcune testimonianze giudicate false da questo e da altri tribunali, o sulla parola di qualche mafioso, o su ricostruzioni dei pubblici ministeri molto interessanti ma costruite esclusivamente su ipotesi o sulla letteratura. La seconda è che prima che si concludesse questo processo se ne erano svolti altri, paralleli e sulle stesse ipotesi di reato, e si erano conclusi tutti, logicamente, con le assoluzioni degli imputati (tra i quali lo stesso Mori e l’on. Mannino). Questa sentenza, nella sostanza, ci dice che sì, probabilmente non ci fu il reato, ma ci sono i colpevoli.

La terza ragione dello stupore è il reato per il quale sono stati condannati gli imputati eccellenti. Il reato si chiama così: “Attentato e minaccia a corpo politico dello Stato”. Gli esperti e i professori dicono che nella storia d’Italia questo reato è stato contestato una sola volta. Nessuno però ricorda bene quando. Ma comunque quella volta non fu per minacce nei confronti del governo – ed è di questo che sono accusati Mori e Dell’Utri – perché esiste nel codice un reato specifico, scritto nell’art 289 del codice penale, che prevede appunto l’attentato contro un organismo costituzionale (cioè il governo).

La quarta ragione non è di diritto ma è di buon senso. E sta nella assoluzione (seppure per prescrizione) del capo della mafia (Giovanni Brusca, uno dei boss più feroci del dopoguerra) che sarebbe l’autore della minaccia, contrapposta alla condanna del generale Mori che è forse il militare che ha catturato più mafiosi dai giorni dell’Unità d’Italia ad oggi e che dalla mafia è stato sempre considerato nemico acerrimo La quinta ragione del nostro sincero sbigottimento sta nello scenario kafkiano che viene disegnato da questa sentenza. Lasciamo stare per un momento il dettaglio dell’assenza di prove. Cerchiamo di capire cosa l’accusa e la giuria ritengono che sia successo nel 1993- 94. Sarebbe successo questo: la mafia, guidata da Riina avrebbe minacciato lo Stato, prima e dopo le uccisioni di Falcone, Borsellino e delle loro scorte. Avrebbero chiesto l’allentamento del rigore carcerario con un ricatto: “Altrimenti seminiamo l’Italia di stragi”. In una prima fase questa minaccia sarebbe stata mediata sempre da Dell’Utri e Mori, evidentemente con Ciampi e Scalfaro.

Questa però è solo la tesi dell’accusa, perché la giuria non ci ha creduto, gli è parsa davvero troppo inverosimile. Poi succede che Mori – evidentemente mentre trattava con lui – arresta Riina assestando alla mafia il colpo più pesante dal dopoguerra. In una seconda fase, dopo gli attentati del 1993 (uno dei quali contro un giornalista Mediaset molto legato a Berlusconi, e cioè Maurizio Costanzo) la minaccia sarebbe stata portata Berlusconi, che nel frattempo era diventato Presidente del Consiglio, attraverso Marcello Dell’Utri e forse attraverso lo stesso Mori, evidentemente colpito da un fenomeno grave di schizofrenia.

Nessuna delle richieste dei mafiosi, però, fu accolta. E questo, in teoria, dimostrerebbe un comportamento rigorosissimo di Berlusconi: uomo davvero incorruttibile. E infatti la sentenza condanna gli imputati a risarcire con 10 milioni la presidenza del Consiglio, cioè Berlusconi. Le richieste mafiose che Dell’Utri, e forse Mori, avrebbero portato a Berlusconi (e forse a Mancino, ministro dell’Interno, che però ha negato, è stato imputato per falso e poi assolto) erano contenute in un “papello” consegnato dall’ex sindaco Ciancimino, così sostiene il figlio dell’ex sindaco che però è stato a sua volta condannato per calunnia (e dunque il papello è falso).

Ma una persona che legge queste cose qui e ha un po’ di sale in zucca, che deve pensare? Beh, probabilmente gli viene in mente un’idea molto semplice: che quello di Palermo sia stato semplicemente un processo politico. E qualche conferma a questo sospetto viene da un paio di elementi. Il primo è che il Pubblico ministero che ha condotto l’accusa fino all’ultimo minuto, si è candidato a fare il ministro coi 5 Stelle, ha partecipato a diversi convegni politici dei 5 Stelle, ha presentato a nome dei 5 Stelle un programma per riformare la giustizia, e, appena emessa la sentenza, ha rilasciato dichiarazioni feroci contro Berlusconi, che oltretutto è parte lesa e non imputato. Possiamo tranquillamente dire che il Pubblico ministero era un uomo politico. Il suo predecessore, quello che avviò il processo (si chiama Antonio Ingroia) ha partecipato recentemente alle elezioni in qualità di candidato premier con una lista di sinistra. Anche questa circostanza (almeno in forma così esplicita) è senza precedenti, credo, in tutti i paesi dell’Occidente.

Il secondo elemento sta in tutto quello che ha preceduto il processo. E cioè il processo mediatico, che difficilmente non ha condizionato fortemente la giuria di Palermo. Ho sentito molti commentatori dire che comunque ci sarà un processo di appello, che potrà correggere gli errori del primo grado. Vero. Per fortuna l’impianto della nostra giustizia è solido. Però è difficile digerire l’arroganza del processo di Palermo, e la sua superficialità, e l’ingiustizia palese di alcune condanne, come quella contro il generale Mori. Ed è difficile non considerare il fatto che l’ex senatore Dell’Utri, che sta in cella in condizioni di salute gravissime, difficilmente, dopo questa nuova stangata, potrà sperare di ottenere cure adeguate e di rivedere il cielo senza sbarre. No, non è stata una bella giornata.

Milano: finisce l’incubo dell’internato da un anno a San Vittore

Il Garante del Lazio ha ricevuto la notifica della disponibilità della Rems di Palombara Sabina. Era internato illegalmente da un anno in carcere, ma a breve sarà ospite della residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria (Rems) di Palombara Sabina. Finisce l’incubo di Massimiliano Spinelli, una storia descritta da Il Dubbio.

Fu coinvolto in una vicenda processuale che poi l’ha visto uscire assolto a luglio del 2017 per incapacità di intendere e volere, ma da allora egli è rimasto dove si trovava, cioè in carcere come quando vi era detenuto in custodia cautelare: è stato assolto, nessuna pena ha da scontare, bensì una misura di sicurezza. Massimiliano, in sintesi, si trova trattenuto illegalmente presso il carcere milanese di San Vittore. Il motivo? Quello che riguarda tanti altri internati psichiatrici come lui: è in attesa di entrare in una Rems. Come accade spesso, l’hanno ritenuto socialmente pericoloso e il giudice ha dato l’ordine di essere sottoposto in misura di sicurezza. Ma è rimasto in lista d’attesa.

Ad incontrare Massimiliano Spinelli è stata la delegazione del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, guidata dall’associazione Opera Radicale, alla presenza del dottor D’Amato, psichiatra responsabile del reparto psichiatria del Centro Clinico, il quale lo ha in cura e che ha accompagnato la delegazione a incontrarlo in quanto unico internato della Casa circondariale. Della posizione giuridica di Massimiliano ne aveva parlato anche lo stesso direttore del carcere dottor Siciliano e la vice direttora dottoressa Mazzotta durante il colloquio con la delegazione radicale per riferire sulla situazione dell’Istituto: la direzione ha confermato di essere in attesa da mesi di ricevere una risposta dalle Rems sulla disponibilità ad accogliere Massimiliano.

Anche il dottor D’Amato ha riferito di aver inviato parecchie richieste di intervento alle Rems, nell’interesse di Massimiliano perché potesse uscire dalla sua situazione di detenuto non detenuto. L’internato è di Roma, per questo si attendevano le risposte delle tre Rems della regione Lazio: ovvero quelle di Palombara Sabina, Subiaco o Ceccano. La risposta finalmente è arrivata.

Il garante regionale del Lazio Stefano Anastasia ha ricevuto ieri la notifica della disponibilità della Rems di Palombara Sabina ad accogliere Spinelli a partire da martedì 17 Aprile. Oltre alle sollecitazioni pervenute dall’associazione Opera Radicale, questo è stato anche un risultato dell’attivazione della rete dei Garanti: ad Anastasia ne aveva parlato il garante della Lombardia Carlo Lio e si è subito attivato portando il caso al tavolo Rems del Lazio. “Non possiamo che dirci soddisfatti per il risultato che ha ricondotto – commenta l’Associazione “Opera Radicale”, nella salvaguardia dei diritti costituzionali di libertà e salute, una situazione che si stava trasformando in una falla dello Stato di Diritto”.

Una storia, quindi, a lieto fine. Permane però il problema degli internati psichiatrici che si trovano trattenuti illegalmente in carcere in attesa di entrare in una Rems. Quest’ultima è stata istituita con la legge 81/ 2014 che ha sancito il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Fu un grande passo di civiltà. Dentro gli Opg, in effetti, i “folli rei” non erano seguiti dai servizi sanitari territoriali e potevano rimanere all’infinito tra quelle antiche mura, per la continua proroga delle misure di sicurezza: i cosiddetti “ergastoli bianchi”.

Condizioni disumane, come dimostrò nel 2011 la Commissione d’inchiesta parlamentare guidata dal senatore Ignazio Marino. Adesso, la legge 81 stabilisce un limite per la permanenza nelle Rems e i Dipartimenti di salute mentale devono elaborare piani terapeutici ad hoc per ogni recluso. Però sono affollate – questo è anche dovuto dal fatto che i giudici, con grande facilità, emettono troppi ordinanze di misure di sicurezza – e si creano le liste d’attesa. Alcuni attendono in libertà e altri, invece, sono reclusi anche se non sono ufficialmente dei detenuti.

Fonte: Il Dubbio
Autore: Damiano Aliprandi
Data: 31 Marzo 2018

Pavia: detenuto si rivolge al giudice “il carcere mi paga poco”

Impiego dietro le sbarre: la legge prevede due terzi del compenso contrattuale L’uomo lamenta di essere stato retribuito solo a metà e senza tredicesima. Che un detenuto ce l’abbia con il carcere è fisiologico, che gli faccia una causa di lavoro accusandolo di averlo sottopagato è già meno frequente.

È il caso di Giuseppe P., un 55enne originario della provincia di Trapani difeso dall’avvocato Pierluigi Vittadini. L’uomo deve scontare 8 anni, 9 mesi e 3 giorni di reclusione e si trova, attualmente, a Torre del Gallo. In carcere, tra il settembre 2012 e il maggio 2016, ha svolto attività lavorative. In particolare, ha fatto lo “scrivano”, aiutando gli altri detenuti a scrivere le loro lettere, le istanze da presentare al tribunale e spiegando il contenuto delle sentenze.

Inoltre ha lavorato come magazziniere, organizzando e distribuendo agli altri detenuti i pacchi in entrata, lo “scopino”, occupandosi della pulizia degli ambienti carcerari e il barbiere. A riconoscere l’importanza del lavoro, come tramite per il reinserimento sociale, è lo stesso ordinamento dello Stato italiano. In particolare, una legge del 1975 prevede che il compenso per il lavoro svolto in regime carcerario debba corrispondere almeno ai due terzi della paga fissata dal contratto collettivo nazionale di lavoro riferito alla medesima attività.

Ma il 55enne ha conservato tutte le buste paga che gli sono state rilasciate dall’amministrazione penitenziaria e da tali documenti, secondo il ricorso del suo avvocato, risulta che gli sia stata pagata metà della paga oraria giornaliera, anziché i due terzi. Non solo. La medesima legge del 1975 prevede che il compenso (definito con un termine brutto e antiquato “mercede”) sia costituita dalla paga base, dall’indennità di contingenza, dalla tredicesima e dagli scatti di anzianità, oltre alla paga doppia nelle giornate festive e alle ferie retribuite.

In base ai calcoli effettuati, il detenuto reclama dallo Stato la somma complessiva di 1.158 euro; un importo che può sembrare non particolarmente significativo, ma che nel “microcosmo” del carcere assume un valore del tutto differente. Per questo, il 55enne si è affidato all’avvocato che lo assiste e il legale ha avviato una causa davanti al giudice del lavoro. La controparte del detenuto è il ministero della Giustizia, la richiesta è quella di condannarlo a pagare la differenza tra quanto pagato e quanto dovuto, inclusi accessori, tredicesime,

ferie non retribuite eccetera. La prima udienza è già stata fissata per il prossimo 8 maggio. L’avvocato Vittadini, alla richiesta, ha allegato anche le buste paga e i vari testi normativi. Anche se, per il detenuto, la soddisfazione di vedere condannato il carcere non ha prezzo.

Fonte: La Provincia Pavese, 2 aprile 2018
Autore: Fabrizio Merli

Black Metal contro gli Antifa (Autrice: Helena Semenyaka, tradotto in ITA)

In allegato al PDF sottostante ed anche in formato di testo la traduzione in italiano dell’articolo di Helena Semenyaka che tratta del fenomeno antifa che si scontra con il Black Metal in generale. Il discorso viene preso non in modo strettamente “ideologico/politico” bensì in modo largo ed argomentato a partire dai riferimenti “totalitari” nell’arte, con riferimenti filosofici vari dai quali si comprende la vasta cultura e capacità argomentativa dell’autrice. Buona lettura agli interessati

Black Metal Contro gli Antifa – Helena Semenyaka

Black Metal contro gli Antifa

La recente ondata di attività degli antifa che hanno portato a cancellazioni di concerti Black Metal hanno rovinato lo spettacolo non solo a quelli che avevano acquistato i biglietti. L’attacco indiscriminato a bands Black Metal che non hanno mai dichiarato di essere politicizzate non lascia alcun dubbio sul fatto che gli apostoli dell’inclusività totale usino il cosiddetto “estremismo” semplicemente come un pretesto per emarginare quelli che hanno una visione non stupidamente positiva della realtà.

Lo sterile universo degli antifa stranamente somiglia al futuro distopico raffigurato nel film Equilibrium, il mondo apocalittico post-nucleare nel quale tutti i sentimenti e le forme di espressione artistica sono illegali. Questo mondo è abitato dalla nazione di Libria che inietta quotidianamente la sostanza che rimuove le emozioni “per prevenire la guerra”. Non a caso, la sensazione inquietante è che la Black Metal art è la prima arte da sacrificare sull’altare di questa religione quasi umanistica.

Su scala più larga comunque questa tragicommedia potrebbe avvicinarsi alla risoluzione della crisi che ha travolto la scena Black Metal fin dal suo ingresso nel mainstream. Riguardo a ciò, le limitazioni quantitative (cancellazioni di concerti, diminuzione del pubblico raggiunto, arresto dell’espansione), fanno presagire un aumento della qualità di quest’arte, che è stata per così a lungo relegata in un angolo distante dalla sua essenza, o persino all’auto-ironia. Pur lontani da un ennesimo messaggio stile “pensa positivo”, non si deve dimenticare il bisogno di creare zone libere dagli antifa nell’industria musicale; zone in cui si faccia informazione e si marginalizzi socialmente questo “movimento”, come accade in tutta l’Europa dell’Est.
Ma almeno un risultato è sicuramente positivo: il conflitto descritto non è compatibile con la definizione di cultura della guerra fra gruppi in competizione perché ai cosiddetti antifa non corrisponde alcuna agenda culturale né intellettuale. Non vi è una mera collisione politica, a meno che consideriamo “politica” l’estrema polarizzazione fra “noi” e “loro” che può emergere in qualunque ambito delle questioni umane (arte, religione, scienza), come compreso a suo tempo dal filosofo politico ed avvocato Carl Schmitt.

 

Questo è lo scontro tra due tipologie umane metafisiche ed antropologiche, che alla fine mostra il vero orizzonte del potenziale Black Metal. Inutile dirlo, la tipologia umana che deve ricorrere a rimedi legali per crearsi un’illusione di vittoria ha già perso.

Se si ricorda il motto dell’Illuminazione come formulato da Immanuel Kant, “Devi avere il coraggio di usare la tua ragione senza la guida di un altro (Sapere aude!), non si vedrà alcuna esagerazione nel dire che oggi, per preservare il proprio status di intellettuale, si deve detestare chi difende la correttezza politica, a prescindere dalle reali opinioni politiche che si hanno.

Già nel 2016 stavo per pubblicare un articolo illustrato sui simboli totalitari e sui riferimenti, sull’ideologia che ispirò provocazioni misantropiche, “estetica dell’uniforme” e anche semplicemente il “volgare sfoggio di potenza” che è stato trattato in modo impressionante e che è persino diventato parte della cultura di massa grazie alla creatività di varie bands come Laibach, Slayer, Pantera, Type O Negative (dal testo ironico di una canzone dei Carnivore “Gesù Hitler, Adolf Cristo, è questa la seconda venuta del Quarto Reich?”, sarebbe la migliore epigrafe per il pezzo dato), Marylin Manson, Rammstein, Deathstars, Feindflug, Therion, Lux Occulta, senza menzionare le bands Neofolk / industrial come Death in June, NON, Blood Axis or Von Thronstahl e molte altre. Persino Lady Gaga, nel videoclip “Alejandro” ha usato un pizzico di estetica “Nazi hollywoodiana”.

Se estendiamo il campo, questa estetizzazione del “totalitarismo” è stata innescata inizialmente dai film di successo cinematografico e, nel complesso, dalla crescente domanda di forme artistiche radicali negli anni ’90. Non c’è bisogno di dilungarsi esclusivamente su classici come Il Portiere di Notte, film del 1974 diretto da Liliana Cavani, che ha dato il via alla cultura “nazi-fetish” e ha dato i natali alle varie versioni più trash di “sfruttamento sessuale dell’immaginario nazi”.

Si può sicuramente menzionare il vangelo cinematografico della consapevolezza dell’Olocausto, Schindler’s List di Steven Spielberg (1993): uno dei personaggi principali, Amon Goeth, interpretato dal carismatico Ralph Fiennes, è un chiaro esempio di estetizzazione non intenzionale di un criminale di guerra.

 

Il Secondo Atto del Musical di Schlinder’s List (2013), l’aria del cosiddetto “Imperatore Amon” intitolata “Ti Perdono”, interpretata da Al Kaplan e vietata in Germania, Francia ed Israele, non emergerebbe mai senza questo splendido ritratto.

Eppure i cattivi attraenti, compresi i personaggi basati sulla vera storia politica, sono parte integrante del codice culturale occidentale, così come l’opera oscena del Marchese de Sade. Secondi i principi basilari della cultura Occidentale legale (la differenza fra legge e moralità, la presunzione di innocenza, “tutto ciò che non è vietato è permesso”), non vi è nulla di sbagliato o illegale immaginare il male ed apprezzare le azioni che riescono con successo a portarlo avanti.

Sicuramente si potrebbe andare indietro e rintracciare queste influenze per le simpatie filo-Tedesche di Elvis Presley o anche nel pezzo “Heroes” di David Bowie. Tuttavia le bands industrial o Black Metal sono più rilevanti dal momento che nel loro caso forma e contenuti radicali vanno di pari passo, o meglio, il contenuto radicale è semplicemente richiesto da queste nuove forme musicali.

Alcune delle bands menzionate in precedenza hanno solo fatto allusioni al totalitarismo ed hanno fornito ampie spiegazioni per gli spettatori inesperti in tale arte sulla loro pagina facebook. (La Bardot dei Therion ispirò il loro pezzo “Initials B.B.”)

Altri, come la band Laibach, rappresentano una sofisticata interpretazione artistica dello studio molto profondo degli aspetti maestosi delle ideologie totalitarie e radicali, specialmente di sinistra.

“Balliamo ad Ado Hinkel

Benzino Napoloni

Balliamo a Schiklgruber

E balliamo con Maitreya

Con il totalitarismo

E con la democrazia

Balliamo col fascismo

E con l’Anarchia Rossa.” (testo originale in tedesco)

Il contributo dei Laibach ad Iron Sky, un film fantascientifico del 2012 che trattava della ritirata dei Nazisti sulla luna dopo la guerra e dell’invasione della Terra del 2018, nei fatti ha reso la loro creatività, specialmente la canzone iconica B-Machine, più comica o ironica di quanto essa è in realtà. Questo non cambia il fatto che i Laibach, prima di tutto, sono artisti che possono tollerare la censura solamente quando decidono di esibirsi in Corea del Nord.

I Von Thronstahl, come i Laibach, sono musicisti, ricercatori e politici allo stesso tempo: in questo caso, il canone ideologico e culturale è definito in modo naturale come “la rivolta trasformata in stile” (“Hugo Boss und Lagerfeld, Yves Saint Laurent et Louis Vuitton, diktieren wie es uns gefällt”). Specialmente quando il messaggio viene consegnato e rafforzato da “ragazze in uniforme” come Runa.

Sporadicamente, anche la trattazione delle ideologie estreme nel videoclip “Kiss My Sword” dei Lux Occulta rappresentano un’incredibile analisi filosofica sia con i presunti sforzi di Aleister Crowley di familiarizzare con Hitler, Stalin e Churchill con “Il Libro della Legge”. Si dice che esso fu dettato a Crowley al Cairo dopo che passò una notte nella Camera del Re della Grande Piramide. Oppure si può menzionare il fenomeno stesso del leader autoritario come “la verità”, il lato oscuro o la quintessenza dell’aderenza a Thelema (“Chi è legge per sé stesso, non ha bisogno di legge, non infrange nessuna legge ed è davvero un re”), o anche il Superuomo della modernità senza dio (Quando gli dei dormono, io domino questo mondo schifoso).

Il fascino per “La Grande Bestia”, molto probabilmente è quello che unisce queste tipologie di riferimenti “totalitari” da parte dei Therion, dei Lux Occulta e dei Current93 (Hitler come Kalki).

 

 

Anche se semi-ironici, distopici, esibiti solo per shockare, per scherzare (come Nergal dei Behemoth che interpreta il ruolo di un Nazi nel film tedesco del 2013 AmbaSSada) o persino glamour, questi casi hanno legittimato da tempo il retaggio “totalitario” tramite un vasto sfruttamento culturale.

Il mio discorso non è quello di svelare altri possibili obiettivi per la caccia alle streghe, ma quando gli antifa si resero finalmente conto della crudele realtà della società Occidentale, inizialmente non riuscivo a credere che le loro minacce potessero essere prese sul serio. Nell’Europa dell’Est e nel Baltico, con la conferenza etnofuturista a Tallin come ultimo esempio, nessuno capisce cosa diavolo vogliano persino quando cercano di interrompere un incontro apertamente politico facendo chiamate telefoniche e rivelazioni riguardo gli “raduni di estrema destra”; nessuno vede il motivo per cui questi ultimi debbano essere considerati univocamente negativi.

Altrimenti la satira politica, per esempio quella di Charlie Chaplin, diventa impossibile. La canzone “Der Mussolini” da parte della band electropunk D.A.F (che sta per “Amicizia Americana-Tedesca” – Deutsch-Amerikanische Freundschaft), che fu registrata nel 1981 e coverizzata, fra gli altri, dagli Atrocity con Liv Kristine, fa propaganda o condanna i regimi totalitari? Dopotutto, Mussolini, Hitler, il comunismo e Gesù Cristo (il clericalismo) sono messi qui sullo stesso piano, forse questo è “pericoloso”? Il recente film “La Morte di Stalin”, che è stato censurato in Russia e Bielorussia, dovrebbe essere bandito ovunque?

Il contrasto intellettuale tra gli antifa ed un altro musicista Black Metal nella loro lista nera, Famine dei Peste Noire, è particolarmente suggestivo.

I “Panzer Division” Marduk ed i Taake erano anche nella lista nella bozza del mio articolo come le band che sono riuscite con successo a fare un album concettuale sull’eredità storica del Terzo Reich e a giocare con simbologia e riferimenti “estremisti”. Ci si può ricordare il titolo dell’album degli Immortal “Pure Holocaust” o i titoli “controversi” di alcune canzioni, come “IndoctriNation” e “Architecture of a Genocidal Nature” dall’album del 2001 dei Dimmu Borgir in modo delizioso, per un orecchio Black Metal, “Puritanical Euphoric Misanthropia”.

Si possono trovare facilmente riferimenti lirici e metafore simili nei lavori di altri artisti Black Metal dello stesso livello.

Comunque, non avevo terminato questo pezzo non solo a causa della cronica mancanza di tempo ma anche perché semplicemente avevo perso il conto delle varie storie “politicamente scorrette” nelle quali era coinvolto Donald Trump durante la sua campagna elettorale. Era iniziata con il retweet di “una citazione molto bella” di Benito Mussolini ed un retweet di un immagine in cui era raffigurato Trump che lancia Bernie Sanders in una camera a gas. La mia idea era mostrare quanto queste immagini “estremiste” artisticamente sdoganate trovino spazio in politica e diventino parte del capitale politico e portino persino dividendi elettorali.

Quando ho visto che questi episodi non sembrano nuocere affatto alla sua reputazione, ero già preparata per l’imminente cambiamento politico nell’intera regione euroatlantica. A prescindere ciò che uno può pensare di Trump, è difficile non dare all’Alt-Right il merito per aver portato la “guerra culturale” politicamente motivata totalmente ad un nuovo livello; essa ha inoltre decriminalizzato dei motivi abbastanza innocentemente “politicamente scorretti” ponendoli sotto forma di umorismo, con una notevole creatività concettuale. Solo la reinvenzione di Pepe the Frog, così come la conseguente mitologia trolleggiante dell’Alt-Right, si meriterebbe un premio Nobel in tecnologie dei media e networking, indipendentemente dalla propria appartenenza ideologica.

Inoltre, le serie comiche di Hitler Hipster, note anche come “Adolf Hipster”, i gatti “Kitler” con “i baffetti di hitler”, un sacco di remakes ironici su youtube della famosa scena del Bunker (discorso di Hitler, indignazione di Hitler) del film “La Caduta”, come i negozi ordinari a tema Nazi nel mondo asiatico (“The Soldaten Kaffee” a Jakarta, in Indonesia, che è stato infine chiuso nel 2017, il ristorante Croce di Hitler a Mumbai, in India, o il Bar Hitler in Corea del Sud) sembrano un eco dal passato.

Il lato più oscuro di questo processo, che è considerato molto grave da molti, è la discutibile attivazione convulsiva di gruppi Antifa anonimi e, in generale, la crescita dell’isteria della sinistra progressista.

Sicuramente il caso dei Taake non riguarda la “censura di sinistra progressista contro le idee di estrema destra”. Sarebbe così se i Taake fossero una band NSBM. Anche se i Taake fossero una band che celebrasse le radici culturali Norvegesi, la sua mitologia e la sua storia, potrebbero facilmente negare di essere associati ai “Neonazi”, come fecero i Tyr registrando la canzone “The Shadow of the Swastica”.

L’obiettivo di Hoest nel mostrare una svastica disegnata sul suo petto durante un live in Germania nel 2007 era apparentemente diverso; il frontman dei Tyr Heri Joensen, era riluttante ad assumersi la responsabilità per i crimini commessi dagli altri (“Tu puoi spingere i peccati di tuo padre dove la luce non può passare, e baciare il mio culo scandinavo”). Hoest, in questo caso, non c’entrava niente con la storia.

Al contrario di molte bands Death metal / grindcore come Cannibal Corpse, i quali, con rare eccezioni sullo stile di “Slowly We Rot” degli Obituary, esprimono in musica la realtà dei film horror trash e lasciano all’ascoltatore un messaggio dozzinale, la cosiddetta “estetizzazione del male” del Black Metal spesso si appoggia sul sentimento Kantiano del sublime, in un senso di libertà selvaggia ed elementale. Il Black Metal è generalmente interessato al male metafisico piuttosto che al male sociopolitico, altrimenti ci sarebbero più bands di sinistra come i Bolt Thrower o i Napalm Death all’interno di questo genere. Il Black Metal si impegna allo stesso modo nelle polemiche dal punto di vista metafisico contro il Cristianesimo o l’Islam.

In questo senso, i Lux Occulta avevano completamente ragione quando collegavano la forma finale della Legge della Volontà di Crowley (“Fai ciò che vuoi” sarà tutta la Legge) all’apoteosi della volontà dei regimi totalitari. Questo perchè lo sfruttamento artistico dei simboli “totalitari” o controversi delle bands Black Metal possono essere non solo una parte naturale o un’espressione concentrata dei temi misantropici, distruttivi e aggressivi che trattano nella loro creatività, come nel caso di Hoest dei Taake.

 

 

Nel 21-simo secolo, i simboli totalitari (nonostante i rappresentanti di alcune organizzazioni politiche revisioniste affermano il contrario) hanno perso il loro significato direttamente ideologico e rappresentano ormai il lato oscuro (o la conclusione logica?) dell’auto-elevazione autonoma nell’età moderna, una sorta di fonte di rispettive “grandi narrazioni”. Fondamentalmente, questa è la questione filosofica che non si riduce al fenomeno della dittatura, e solo gli ignoranti ed i nemici della libertà intellettuale possono criminalizzare l’esplorazione artistica delle dialettiche autoritarie del volontarismo soggettivo e della totale mobilitazione.

Come ha dimostrato Oswald Spengler, il Cesarismo (autoritarismo) ed il populismo (democrazia) sono più che incompatibili, quindi le implicazioni totalitarie / radicali / distruttive della volontà di potenza individuale sono correlati alla cultura moderna individualista come una forma necessaria di autoriflessione. Ed è una questione di cosa è “peggiore” o più ambiguo, è la loro resa artistica ironica o misantropica. In altre parole, solo una piccola parte dei casi in esame permette un’ulteriore indagine: dichiarazioni politiche confermate e programmi di partito. Qualunque altra cosa è una violazione della libertà di coscienza individuale.

Per il resto, è ridicolo anche discutere sui gesti e sui testi anti-Islamici dei Taake, band anti-Cristiana ed anti-Religiosa. Oggi, per prevenire spiacevoli problemi, sembra che uno debba iniziare una carriera musicale registrando una canzone che assicuri che l’odio dell’artista è uguale per tutto, come hanno fatto i Type O Negative (“We Hate Everyone”).

“Marchiato come Sessista

Etichettato come Razzista

Volete sia chiaro?

Guardati allo specchio.

Non ce ne frega (Non ce ne frega)

Di quello che pensi (di quello che pensi)

Non ce ne frega (Non ce ne frega)

Di quello che pensi

Bugie e calunnie invano cercano di farci vergognare

Rivolte, proteste e violenza ci rendono semplicemente famosi.

Interviste televisive, pubblicità gratis

Vendite che crescono vertiginosamente

La sinistra dice che sono fascista

La destra mi chiama comunista.
Odio, odio, odio, odio per tutti. Per ognuno e per tutti.”
Anche la reazione del frontman dei Watain Erik Danielsson agli ultimi attacchi fantasiosi degli antifa dopo che hanno scoperto una foto del chitarrista live dei Watain Set Teitan che faceva un “saluto Nazi” non è stata lontana da questo atteggiamento. Di seguito la sua dichiarazione presentata alla redazione dell’isterico portale MetalSucks:

“Il gesto in quella foto è stato fatto per scherzo e questo è tutto quello che c’è da dire a riguardo. Tuttavia, per porre fine a questa sciocchezza lunga e fastidiosa il chitarrista in questione ha deciso di farsi da parte per un certo lasso di tempo, per evitare ulteriori discussioni inutili sul tema.”

“Inoltre sputiamo sulla crassa ignoranza di tutti quelli che sostengono che i Watain abbiano una qualche agenda politica; per 20 anni abbiamo dimostrato il contrario e la gente dovrebbe saperlo meglio ora. Infine vorremmo mandare a fanculo di cuore tutti quelli che continuano a dare da mangiare l’isterica morale da caccia alle streghe che sta oggi infestando tutta la cultura Heavy Metal mondiale. Ave Satana!”.

 

 

 

Molto probabilmente, le anime sensibili dei guerrieri Antifa non perdoneranno ad Erik la sua descrizione del pubblico metal in Francia, in un’intervista con Duke TV; egli lo definiva non solo “più selvaggio e violento” che in altre nazioni d’Europa ma anche “un vero pubblico Black Metal” in cui la tipologia “hipster” non è così diffusa come altrove.

Personalmente, disprezzo il “Politicamente Corretto”, in primis dal punto di vista intellettuale, in quanto sono contraria a qualunque forma di reato del pensiero e gabbie mentali. In secondo luogo, lo disprezzo dal punto di vista Nietzscheano, che significa resistere alle minacce di paura, senso di colpa e vergogna. Soltanto in terzo luogo lo disprezzo da conservative-rivoluzionaria / terzoposizionista a cui piace trollare i cervelli atrofizzati dei progressisti di sinistra e dei Putiniani.

La conclusione è che non si dovrebbero fare semplici provocazioni “politicamente scorrette”. Al giorno d’oggi si tratta di un intrattenimento abbastanza aristocratico che richiede una copertura politica. Tuttavia qualunque persona intelligente dovrebbe sicuramente schierarsi contro il costante imbarbarimento dell’Occidente sotto la maschera dell’umanesimo, sistematicamente ed in senso pratico insieme agli altri. Non c’è bisogno di aspettare un altro attacco; per quello che vediamo, ci sono molte possibilità per affrontare i rappresentanti degli Antifa, che sono, più precisamente, un movimento Anti-Cultura.

Una volta il teorico della Scuola di Francoforte Theodor Adorno sottolineò che “non può esserci poesia dopo Auschwitz (l’originale era “scrivere poesie dopo Auschwitz è barbaro”); questa frase è stata estesa ulteriormente al livello che “non può esserci cultura, storia e letteratura dopo Auschwitz”. Comunque, dubito che avrebbe fatto tutti questi sforzi intellettuali per le generazioni future se avesse saputo che i suoi eredi contemporanei diretti o indiretti, come il movimento Antifa, lo avrebbero preso alla lettera.

 

 

Anche se l’Est Europa è il contrario della società Occidentale quando ci si rapporta con il problema Antifa e se la decomunistizzazione dell’Ucraina non lascia possibilità alla Sinistra Radicale, sono d’accordo con l’ultima dichiarazione dei Taake; essi affermano che c’è un qualcosa di più globale alle loro spalle: la stessa cultura Occidentale. Secondo me, le basi dell’attuale crisi si possono trovare già anni, se non addirittura secoli fa. Tuttavia l’imperativo morale della nostra grande Eredità di non soccombere a quelle strane deviazioni che oggi osserviamo è ancora sentito. Ricreare o creare qualcosa di nuovo, tocca a noi. Una cosa è chiara: non vi deve essere spazio per l’eutanasia umanistica della storia, della cultura e dell’arte nel futuro previsto dell’Occidente.

 

 

Fonte Originale:
https://helenasemenyaka.wordpress.com/2018/03/26/black-metal-against-antifa/

 

Internati, ovvero condannati all’ergastolo bianco (Il Dubbio, 21 Marzo 2018, Damiano Aliprandi)

Sono i reclusi che, dopo aver scontato una pena, non vengono liberati perché considerati pericolosi. Il Garante Mauro Palma ha sottolineato che la criticità riguarda la loro permanenza in carcere invece di stare in Casa di lavoro, Colonia agricola o Rems.

Ufficialmente non scontano una pena detentiva, perché hanno già pagato il loro conto con la giustizia. Per questo motivo, nel glossario del diritto penitenziario, vengono definiti “internati” per distinguerli dai “detenuti”.

In sintesi, sono i reclusi che, dopo aver scontato una pena, non vengono liberati perché considerati pericolosi. Alla fine del 2016 era 295, secondo i dati del Dap. Eppure la differenza, di fatto, non esiste. Alcuni sono internati in 41 bis, altri nelle celle assieme ai detenuti, altri ancora si trovano internati nei penitenziari in attesa di trovare posto nelle Rems.

Il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, nella relazione del suo primo anno di attività, ha infatti sottoli- neato che la criticità riguarda, in primo luogo, la permanenza negli Istituti penitenziari di queste persone che, scontata la pena, devono eseguire una misura di sicurezza detentiva: l’assegnazione a una Casa di lavoro, Colonia agricola o, per quanto riguarda le patologie psichiatriche il ricovero in una Rems, si trasformano in concreto nella continuazione della vita detentiva giacché gli internati vengono spesso trattenuti nell’Istituto penitenziario e, a volte, nella medesima stanza di detenzione e sezione.

Gli internati – definizione che richiama il vecchio linguaggio manicomiale – vivono in carcere a tempo indeterminato, quasi come se fosse un fine pena perché, appunto, una pena da scontare non ce l’hanno. Il rischio è di scontare, di fatto, una lunghissima pena nonostante abbiano già fatto i conti con la giustizia. Gli internati, infatti, chiamano la loro condizione “ergastolo bianco”, perché la misura di sicurezza può essere prorogata diverse volte.

Il motivo? Subentra un meccanismo nel quale, non lavorando di fatto, gli internati non offrono elementi per far valutare ai giudici la loro cessata o diminuita pericolosità. A quel punto non possono che scattare le proroghe dell’internamento. Prima del 2014, il rischio di chi è internato era davvero quello di scontare una pena perpetua.

A far fronte a questo problema, ai sensi dell’art. 1 comma 1ter del D.L. 31 marzo 2014 n. 52 così come convertito in legge 30 maggio 2014 n. 81, si prevede che “le misure di sicurezza detentive provvisorie o definitive, compreso il ricovero nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima”.

Questi internamenti sono misure che risalgono al codice fascista Rocco, non a caso diversi giuristi le definiscono “reperti di archeologia giuridica”. Reperti che hanno anche una definizione ben precisa “il doppio binario”.

Ovvero un doppio sistema sanzionatorio caratterizzato dalla compresenza di due categorie di sanzioni distinte per funzioni e disciplina: le pene, ancorate alla colpevolezza del soggetto per il fatto di reato e commisurate in base della gravità di quest’ultimo, e le misure di sicurezza, imperniate sul concetto di pericolosità sociale dell’autore del reato e di durata indeterminata. Il doppio binario si risolve, con riferimento ai soggetti imputabili e al contempo socialmente pericolosi, nell’applicazione congiunta di pena e misura di sicurezza: è questo il profilo più problematico dell’istituto, che può tradursi in una duplice privazione della libertà personale dell’individuo, ben oltre il limite segnato dalla colpevolezza per il fatto.

Non a caso, la Corte Europa ci bacchettò su questo punto specifico. Sentenziò che non si può giustificare l’applicazione di una misura di sicurezza detentiva solo in ragione della funzione preventiva dalla stessa svolta, se poi di fatto la sua esecuzione non si differenzia da quella di una pena. Proprio perché anche le misure di sicurezza hanno carattere afflittivo, è necessario assicurare che la differenza di funzioni tra pene e misure di sicurezza si traduca anche in differenti modalità esecutive, così da garantire i supporti riabilitativi e risocializzativi necessari a consentire al soggetto di interrompere quanto prima l’esecuzione della misura.

Eppure persiste ancora una mancata differenziazione con la pena detentiva. Pensiamo al 41 bis. Considerato lo specifico riferimento, operato dall’art. 41bis comma 2, agli internati, il “carcere duro” può essere applicato anche nei confronti di coloro che sono sottoposti ad una misura di sicurezza personale detentiva.

Tale disposizione suscita, da sempre, notevoli perplessità tra gli interpreti. In primo luogo, infatti, è difficile comprendere come la pericolosità sociale che qualifica l’internato, assegnato a colonia agricola o a casa di lavoro, oppure ricoverato in una Rems, possa essere coniugata con i ben differenti parametri del 41 bis. In secondo luogo, è stato osservato in dottrina che l’accertamento, da parte del magistrato di sorveglianza, circa la permanenza della suddetta pericolosità finisce inevitabilmente per incidere sulla sussistenza dei presupposti stabiliti per l’applicazione del regime speciale: invero, qualora venga accertato che “è probabile che il soggetto commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati” 137, ben difficilmente – in sede di controllo del decreto ministeriale – si potrà escludere l’attuale capacità del medesimo di mantenere collegamenti con il crimine organizzato. In sintesi, un internato può scontare, di fatto, una lunga pena al 41bis.

Un caso emblematico del quale se ne occupò il Partito Radicale, è quello riguardante Vincenzo Stranieri. Ha un tumore alla laringe e i 24 anni di 41bis gli hanno causato gravi problemi di tipo psichiatrico. La sua pena teoricamente sarebbe dovuta finire il 16 maggio del 2016, ma invece di uscire, è stato internato sempre al 41bis. A maggio, dopo due anni di internamento in regime duro, dovrebbe uscire.

IL BLACK METAL RADICALE IN CANADA (CITAZIONI DAL CAPITOLO “SANG NORDIQUE” DEL LIBRO “COME LUPI TRA LE PECORE”)

Di seguito, al pdf  in allegato o, in formato di testo, sotto di esso, alcune citazioni dal capitolo “Sang Nordique” del libro “Come Lupi tra le Pecore, storia e ideologia del black metal nazionalsocialista” (Davide Maspero e Max Ribaric, 2013). L’argomento è la scena Black Metal Radicale (NS o identitaria) in Canada (o in Quebec).
Buona lettura agli interessati

Il Black Metal Radicale in Canada

IL BLACK METAL RADICALE IN CANADA (CITAZIONI DAL CAPITOLO “SANG NORDIQUE” DEL LIBRO “COME LUPI TRA LE PECORE”)

Viaggiando idealmente verso Est, l’impareggiabile furia distruttiva del selvaggio Ovest declina progressivamente in un più ortodosso Black Metal di matrice nazionalsocialista. È il caso dei Geimhre, con base in Ontario e attivi dai primi anni Duemila, che hanno iniziato suonando una mistura di folk e black metal con infiltrazioni RAC, progressivamente attenuatesi nel corso della carriera. Il gruppo, affiliato al Pagan Front, ha conquistato un certo grado di visibilità in seguito ad alcuni demo, un paio di split (uno coi francesi Ad Hominem, l’altro con i conterranei Shade rilasciato via Stellar Winter) e due full-lenght venuti alla luce fra il 2005 e il 2008. Ulteriore interesse è sorto all’indomani dell’unica esibizione live ufficiale, performance poi immortalata in un nastro dal titolo Hinterland Suthainn, insieme a tracce demo varie, avvenuta in quel di Toronto nel 2004 di fronte ad un pubblico eterogeneo tra cui “c’erano alcuni skinhead ubriachi che cantavano al microfono e facevano discorsi a caso. È stato davvero notevole vedere skinhead razzisti e fan del black metal insieme senza che ci fossero casini”.


Pur non essendo certo degli innovatori, i Geimhre sono comunque manifestazione di una convergenza tra istanze radicali e ferocia black metal, capaci di attirare un pubblico tipicamente black ma anche esponenti dell’estremismo locale, in un sodalizio che Guerfaul auspica su più larga scala, al fine di ampliare la scena e coinvolgere nuovi adepti attraverso una più capillare diffusione delle idee.

<<E’ molto difficile avere un impatto come quello che gli Skrewdriver hanno avuto sulla scena razzista, o quello che hanno avuto sull’anticristianesimo le gesta dei membri dei Mayhem. Al momento, il miglior modo di combattere è diffondere informazioni e risvegliare un senso di fratellanza fra le persone utili della nostra società. Per aiutare la diffusione del messaggio, la gente dovrebbe organizzare concerti con band nazionalsocialiste insieme a normali gruppi death e black. E la scena metal dovrebbe unirsi a quella skinhead. Più siamo, più forti diventiamo>>.

Meno influenzato da tesi ed estetica della Germania NS, che storicamente incidono di più sull’immaginario collettivo del Vecchio Continente, l’NSBM di matrice canadese sembra piuttosto far leva sull’eredità genetica europea, inneggiando alle dirette discendenze nordico-ariane, e ad un credo pagano intriso di rivendicazioni razziali, sulla falsariga di quanto già visto negli USA. Ma con il progressivo spostarsi verso Est, guadagnano spazio le argomentazioni care ai discendenti dei coloni francesi e i rimandi ad un tortuoso percorso storico minacciato dall’egemonia culturale e politica della maggioranza inglese. Tuttavia sarebbe errato pensare che il Quebec presenti una realtà monodimensionale entro i cui confini esistono solo i temi cari alla minoranza francofona. Anzi, anche qui non sono mancati esempi di viscerale culto hitleriano. È il caso di progetti minori, ma allineati ai dogmi di un’intransigenza estetica para-nazista, quali ad esempio SS Mann, Opfer rassenhass, Svartr Sturm.

Al fine di guadagnare la necessaria visibilità, i gruppi sopra menzionati, coadiuvati da altri sodali provenienti dagli USA, hanno deciso di raccogliersi sotto l’egida di un’organizzazione chiamata VInland Front, nata nel 2008 sull’asse americano-canadese e fondata da elementi fuoriusciti dal già consolidato Heaten Circle (ennesima rete multidisciplinare volta alla promozione del paganesimo e della cultura bianca). Il Vinland Front è una sorta di embrionale emulo del Pagan Front, di cui condivide gran parte dell’impianto teorico, dove però l’NSBM è solo una delle molteplici derive musicali supportate e viene dato asilo anche ad altre forme di metal estremo, sempre se coerenti ad un preciso orientamento ideologico.

<<A dire il vero ci sono solo due band del Vinland Front ad aver dichiarato esplicitamente la propria appartenenza alla scena NSBM. Gli Opfer Rassenhass e gli SS Mann. Non importa se suoni o meno NSBM. NSBM, Pagan Black Metal, War Black Metal ecc, sono solo paole, ciò che conta è l’ideologia. La cosa fondamentale è che abbiamo tutti un obiettivo comune e che ci sosteniamo a vicenda.>> (Vinland Front, Gennaio 2009).

Da un punto di vista organizzativo, il Vinland Front riprende una struttura ampiamente diffusa fra i movimenti eversivi di ogni genere, introdotta negli ambienti dell’estrema Destra da Louis Beam, reduce del Vietnam, divenuto esponente del nazionalismo bianco prima tra le fila del Ku Klux Klan e poi dell’Aryan Nations. L’idea è quella di rinunciare ad un sistema piramidale, che consta di un leader e di una struttura di potere verticale discendente fino ai piano più bassi in cui si trova la massa che riceve le direttive. Questo tipo di sistema è. Secondo Beam, facilmente penetrabile dal nemico e destinato quindi a fallire. L’alternativa è quella di ricorrere a delle “cellule fantasma”, totalmente indipendenti tra loro e del tutto autonome, senza nessun centro di coordinamento a monte, rendendo di fatto inutile qualsiasi tentativo di infiltrazione nemica che porterebbe allo smascheramento di una singola cellula senza conseguenze per le altre.

Vjohrrnt V. Wodansson è una figura chiave della scena canadese. Oltre ad aver guidato i Nacht und Nebel è stato fondatore e titolare dell’ormai defunta NSBM Records, ufficialmente affiliata al Pagan Front. Il manifesto pubblicato sul sito certifica come la scelta del nome della label non fosse casuale.

<<Abbiamo bisogno che tra di noi ci sia un preciso legame. Una solidarietà ariana basata sulla fiducia, sull’onore e sulla lealtà, verso noi stessi e verso gli altri, ma ancor di più verso i principi in cui crediamo. Il problema di molti cosiddetti nazionalsocialisti è il loro sciovinismo. Pensano di essere superiori agli stessi ideali in cui dovrebbero credere, e questo non indica di certo un animo nobile. Ognuno di noi ha il proprio valore, ma siamo pur sempre uomini, e quei principi eterni nei quali crediamo, coraggio, onore, lealtà, solidarietà, saggezza, integrità, orgoglio, forza, non appartengono a noi, siamo noi che apparteniamo a loro.

Musicalmente, i Fjord sono autori di un mix piuttosto grezzo di pagan e folk metal su cui si staglia l’ingombrante ombra dei Bathory del periodo Viking.

Le voci, che indugiano su un registro prettamente pulito, declamano a pieni polmoni testi che ancora una volta trovano il loro approdo sicuro nel mito nordico, stavolta condito di invettive razziste a completamento di un concept che vede indivisibili l’adesione al mito pagano e la salvaguardia dell’uomo bianco e della sua terra d’origine. Se i testi tradiscono un fervente attaccamento alla propria storia, tradizione e discendenza europea, l’essere originare del Quebec non è un fattore che passa sotto silenzio. Ma il sentimento di appartenenza alla comunità francese non è di ostacolo alla convivenza con la popolazione anglofona, sono piuttosto altre le questioni che si innestano sul concetto di identità nazionale:

<<Il Quebec potrà anche essere geograficamente legato al Canada, ma nei nostri cuori è una nazione a sé stante. Per quanto mi riguarda non ho nulla contro chi parla inglese, a patto che sia di razza bianca, ovviamente. Quando sei un promotore dell’unità ariana, impari ad avere legami anche con i camerati che parlano una lingua differente dalla tua>>.

Per Wodansson la questione nazionale, importante dal punto di vista del patrimonio culturale, è comunque secondaria a quei concetti che considera ben più rilevanti ed intimamente legati al credo pagano. Nella sua visione l’orgoglio nazionale, inteso come eredità di popolo, necessariamente si sposa con un retaggio di discendenza europea, discriminante primaria a monte di qualsiasi altra possibile rivendicazione.

Il suo substrato ideologico appare palese fin dai tempi dei Nacht und Nebel, per quanto successivamente Wodansson abbia dichiarato di non condividere appieno l’etichetta di nazionalsocialista. Il fatto di avere un credo politico certamente e dichiaratamente collocabile nell’area dell’estrema destra, è per lui secondario e consequenziale alla scelta dell’odinismo come unico centro gravitazionale. In un articolo dal titolo Ethnonational Tribalism, pubblicato sul primo numero della rivista Heaten Call, Wodansson parla ad esempio della necessità di un distacco dalla civiltà moderna e di un ritorno alla comunità rurale, in un processo di auto-segregazione in base alla razza di appartenenza.

Nonostante un solo disco all’attivo, i Fjord rivestono un ruolo cruciale nello scenario nordamericano. Di stanza a Montreal, sono infatti un emblematico esempio di quella convergenza tra la corrente NSBM, intesa nella sua accezione più ampia, e quel sentimento identitario alla base di un movimento che proprio dal Quebec ha preso il via. Parliamo del cosiddetto Metal Noir Quebecois (MNQ), insegna sotto la quale si è raccolto un insieme di progetto che ha fatto molto parlare di sé grazie ad alcune eccellenti produzioni. Band come Frozen Shadows, Aktisa, Forteresse, Grimoire, Neige et Noirceur, Monarque, Thesyre, Brume d’Automne, per citarne alcuni, hanno saputo reinterpretare i dettami classici del black metal fondendoli con partiture folk tradizionali sui quali predominano testi in lingua francese sovente focalizzati sulla storia dell’ex colonia. Il black metal del Quebec gode di una certa popolarità tra gli esponenti dei movimenti più radicali, ed il fervore nazionalista che anima questi novelli cantori identitari ha portato ad inevitabili speculazioni, al punto che alcuni considerano il MNQ come una mera propaggine dell’NSBM, solo con un taglio più “esotico”. Va però sottolineato che in questo caso, sebbene non manchino alcuni punti di contatto tra la scena nazionalsocialista e quella del Quebec, il retroterra pagano e razzista tipico dell’NSBM è latitante e, quando presente, è da considerarsi una confluenza di idee propria del singolo progetto, non un tratto caratteristico di tutta la scena.

Il leader dei Frozen Shadow, Myrkhall (che gestisce anche la Sepulchral Productions, etichetta discografca che diverrà una piattaforma di lancio per numerose realtà che confluiranno poi nel MNQ) fornisce comunque un interessante punto di vista su quelle che possono essere le cause alla base del progressivo diffondersi del metal di matrice nazionalsocialista.

 

 

 

<<Credo che l’NSBM abbia molto più a che vedere con quelle nazioni che hanno tradizioni molto antiche e che vedono il proprio retaggio messo in pericolo dall’immigrazione incontrollata. Penso che chiunque si arrabbierebbe vedendo gente insediarsi in massa nella propria nazione senza sapere quali ne siano le tradizioni. A me questa situazione preoccupa in maniera estrema, ed il Quebec è comunque un territorio relativamente giovane!>>

Come i Frozen Shadows, anche gli Akitsa sono stati gettati senza troppi complimenti nel calderone NSBM, forse in virtù delle scomode collaborazioni e dell’iconografia utilizzata. Ma O.T., membro fondatore e titolare dell’etichetta discografica Tour de Garde, non si è mai riconosciuto in questa definizione, anzi mette in dubbio la stessa logica che si cela dietro la frammentazione del black metal in sottogeneri a compartimenti stagni, spesso operata da terze parti per una più semplice classificazione del “prodotto”.

<<Non consideriamo gli Akitsa un gruppo NSBM. Ovviamente abbiamo delle idee di tipo nazionalista, ma questo non significa automaticamente essere nazionalsocialisti. Aktisa era, è e sarà sempre black metal, questo è tutto ciò che posso dire. Forse mi sbaglio, ma io credo che queste definizioni esistano solo per fini promozionali, e trovo che non abbiano senso. Il black metal non è NSBM, USBM o qualsiasi altra categoria vogliate usare. Il black metal è black metal, tutto qui, punto.>>
Nella visione di O.T. il black metal dunque uno ed unico e ne consegue che qualsiasi argomento, quando anche di natura controversa, non sia da ritenersi fuori posto. A conferma di questa visione a tutto tondo basti osservare il mailorder della Tour de Garde, nel cui catalogo figurano i nomi più pregiati del MNQ fianco a fianco con alcuni pezzi da novanta dell’NSBM contemporaneo.

Anche soffermandosi sul magaglio iconografico degli Akitsa non mancano certi rimandi capaci di mettere in agitazione i custodi dell’integrità black metal: a partire dall’idiomatico motto dannunziano “me ne frego”, che fa bella mostra di sé nel nuovo logo, passando per la copertina dell’EP Soleil Noir, che raffigura una delle torri del castello di Wewelsburg, per arrivare alla grafica utilizzata per una famigerata t-shirt, in cui ad accompagnare un fascio littorio stilizzato compare lo slogan “Ode ai tempi passati”. Un certo ammiccamento ai totalitarismi è quindi evidente, ma forse più che di cieca aderenza ideologica al nazifascismo si può parlare di una fascinazione estetica che fa leva sul potere destabilizzante di simbologie scomode ormai impresse nell’inconscio collettivo.

Nel 2006 questa corrente ancora embrionale trova una propria dimensione organica grazie ai Forteresse, destinati a mutare sensibilmente lo scenario locale. Il loro Metal Noir Quebecois (2006) è più che un semplice debutto, è il battesimo di un genere che ne erediterà il nome, ridefinito da una singolare fusione di estetica, musica e tematiche; esso segna innanzitutto il ritorno in attività della Sepulchral Productions, che dall’uscita del debutto dei Frozen Shadows sembrava attendesse silenziosa questo momento, stabilendo così un indissolubile legame con il MNQ.

Spetta ovviamente alla title-track il compito di ergersi a brano programmatico, ed è un breve fraseggio di violino a dare il via all’assalto patriottico del pezzo, che si rivela una perfetta summa concettuale dell’operato dei Forteresse.

<<Gloriosa sarà la nostra vittoria nei confronti di coloro che tradiscono la patria. E proclamano la propria importanza, diventando parte del vero Paese. Non ci piegheremo mai davanti ai politici disonesti che camuffano le uniche verità della nostra malinconia del Quebec. La forza risiede in ognuno di coloro la cui fierezza non è stata schiacciata dal peso del tradimento. Oggi la nazione rinasce, e dalle sue ceneri si manifestano a lei i ricordi di coloro che furono e che saranno i portatori della bandiera della libertà e del popolo>>.

Sul retro di copertina il proclama “Black metal epique patriotique” (black metal epico patriottico) è una dichiarazione di intenti tutt’altro che ambigua, che certifica quanto espresso nelle liriche ed esplicita le intenzioni della band, una presa di posizione precisa nei confronti di un tema particolarmente sentito.

<<Sono stanco di tutti questi giochi di parole per capire chi è politicamente corretto e chi non lo è. Chiamatelo come vi pare, per noi fa lo stesso. Da quando il black metal è portatore di ideologie di tolleranza e di comprensione? Non chiediamo altro se non il rispetto e il riconoscimento della nostra nazione, che è diversa dal resto del Canada. Non per razzismo o per xenofobia, semplicemente per una questione di dignità>>

L’NSBM e le sue derive hanno saputo quindi attecchire anche in Canada, affidandosi a teorie razziste e ad un atavismo pagano che sono andati a sostituire un’anacronistica nostalgia per il Terzo Reich, un’influenza fin troppo remota nelle fredde terre canadesi, scosse in quegli anni da tensioni interne ben più tangibili di un conflitto che stava oltreoceano. A discapito del tanto abusato acronimo, il nazionalsocialismo nel grande Nord sembra a ridursi ad un vessillo da agitare contro l’inarrestabile espansione di una società globalizzata, multietnica e capitalista che per tutti i più agguerriti difensori del pensiero radicale procede verso un annullamento delle identità nazionali. Ed è proprio in difesa di un retaggio storico, culturale e linguistico che è sorta in Quebec un’avanguardia nera che, con scarsa lungimiranza, è stata ridotta a mera ed estemporanea filiazione del metal nazionalsocialista: anche se determinate argomentazioni affondano le radici in un comune substrato teorico proprio di entrambe le fazioni, le differenze sono tali da rendere improbo un accostamento che vada oltre la semplice compresenza sul territorio. Tuttavia, ciò che interessa è osservare come il MNQ sia l’ennesima dimostrazione del saldo legame che intercorre tra visioni politiche di Destra, nell’accezione più vasta, e musica estrema, in particolare il black metal, che, forte di una consuetudine che lo vede da sempre attingere a storia, tradizioni e mitologie è divenuto nel tempo lo strumento prediletto attraverso cui musicare ogni sorta di rivendicazione, sia essa figlia di un passato tragico o di un presente incerto.

 

Comunicato dei Taake in seguito all’annullamento del loro tour Americano dovuto a false accuse di Nazismo e minacce degli Antifa.

È con grande dispiacere che dobbiamo informarvi che il tour americano dei Taake è stato cancellato. Nonostante tutte queste incredibili persone che si sono fatte avanti e hanno cercato di aiutarci a salvare il tour e alle quali siamo più grati di quanto possiamo esprimere, il tempo e la logistica non erano dalla nostra parte. Non è stata nostra volontà cancellare ma la decisione è stata presa forzatamente a causa delle attività illegali degli Antifa e dei loro supporters che hanno fatto pressioni ai locali e ai promoter per cancellare i concerti. Pressioni che, questo è da dire, sono state spesso accompagnate da minacce di violenza sia contro le persone coinvolte nell’organizzazione sia contro qualunque fan che avrebbe presenziato (per non menzionare le bands che avrebbero dovuto suonare). Non sappiamo il motivo per il quale queste minacce non sono state semplicemente segnalate alla polizia.

Abbiamo spiegato in moltissime occasioni la storia dalla quale sono nati i problemi, ed è pieno di articoli sui social network e sulla stampa obiettiva nei quali potete leggere la verità su questo argomento, ma per ulteriore motivo di chiarificazione lo ripetiamo. I Taake non sono oggi, non sono mai stati e non saranno mai una band Nazi. L’argomento che vogliamo affrontare qui è tuttavia la cancellazione del tour.

Questa cancellazione è negativa da molti punti di vista, non solo per le bands che avrebbero dovuto esibirsi. Non solo per normali lavoratori americani con famiglie a carico che hano supportato e comprato i biglietti e che hanno perso del reddito a causa di ciò. Non solo per i fan che volevano vedere le bands. Non solo per gli appassionati di musica in generale. Ma anche, cosa più importante, per l’America nel suo insieme.

Perché? Perché questa è la dimostrazione definitiva di come, attraverso la diffusione di menzogne, disinformazione e false accuse, unite a credibili minacce di violenza, una piccola minoranza di agitatori di sinistra sono in grado di imporre la loro agenda alla maggioranza, e privare gli appassionati di musica della loro libertà di frequentare concerti ed andare avanti con la loro vita quotidiana senza la paura di rappresaglie.

E questi agitatori non si fermeranno finchè non avranno distrutto i loro obiettivi in Europa ed in altre parti del mondo. I loro prossimi obiettivi saranno la musica Americana, l’arte Americana, a letteratura Americana, il teatro Americano, il cinema Americano. Nei fatti, qualunque cosa che non si uniformerà strettamente alle loro vedute. E se questo vi ricorda la caccia alle streghe di McCarty, è perché si tratta ESATTAMENTE della stessa cosa.

 

Mentre nessuno di noi condanna i locali per le cancellazioni a causa della paura della violenza, dobbiamo deplorare le scuse presentate da altri di loro. Il desiderio di “proteggere” il loro pubblico ed il loro staff, il voler creare “spazi sicuri” non è una necessità causata dalle bands coinvolte né dai loro fans. È causata dagli individui mascherati che stanno dietro la bandiera dell’Antifa e delle altre organizzazioni come loro, che stanno facendo i minacciosi. E forse dovremmo anche ricordare a questi localiche molti dei generi musicali oggi esistono a causa di altri piccoli locali che un tempo osarono resistere alle minacce e diedero voce a questi musicisti che ci portarono il Blues ed il Jazz, che sono le basi della musica moderna.

 

Vorremmo anche parlare di celebrità come Talib Kweli, che è stato abbastanza misero da cadere vittima delle menzogne diffuse dagli Antifa e che quindi ha rilasciato dichiarazioni diffamatorie. Il suo cuore potrebbe anche essere dalla parte giusta, ma il suo cervello ed i suoi consulenti legali no. Se si fosse preso la briga di verificare i fatti, si sarebbe reso conto di essersi messo nella posizione di quello che non sa, o non capisce, o addirittura se ne frega dei fatti; nella posizione di chi è facilmente manipolato dagli altri per giocare al loro gioco.

Dovremmo anche menzionare i membri della stampa che non hanno controllato i fatti e non si sono presi la briga di contattare noi o chiunque altro per sentire la nostra versione della storia. Essi sono semplicemente andati avanti ad esprimere dichiarazioni diffamatorie. Questo è giornalismo irresponsabile della peggior specie, non si tratta di editori di riviste inesperti. Pubblicazioni storiche e (prima) rispettate sono state complici in ciò. Le loro azioni dimostrano il totale disprezzo che hanno per i fatti e la mancanza di rispetto che hanno per i loro lettori.

Per chiudere con una nota positiva, dobbiamo davvero ringraziare quelli che si sono schierati con noi, specialmente i locali che non si sono fatti intimidire, e quelli che si sono impegnati in offrirci alternative per gli shows cancellati. Abbiamo avuto messaggi da tutto il mondo, da persone di tutte le convinzioni politiche e religiose, che ci offrivano non solo il loro supporto, ma anche il loro aiuto.

E questi non erano solo i nostri fans. Siamo stati contattati da persone che ammettevano di non aver mai sentito parlare di noi, o che odiano il Black Metal, o che odiano i Taake, ma che nonostante ciò si sono sentite in dovere di farci sapere il disgusto che provavano per il modo in cui gli Antifa ed i loro simili pretendano un’aderenza servizievole alla loro agenda e puniscano chiunque li sfidi, cavalcando la libertà degli Americani di decidere da soli.

Amici miei, non dovete scusarvi per le menzogne e le azioni di un gruppo marginale. Voi siete la maggioranza, siete quelli che rifiutano di piegare la testa a quelli che vorrebbero ordinarvi come vivere le vostre vite e che tentano di limitare le vostre libertà. Voi siete quelli che potete fare qualcosa a riguardo.
Taake.

 

tradotto dall’inglese dalla loro pagina facebook: fonte:

INTERVISTA A STOLZTRAGER (VEIL) – Come Lupi Fra le Pecore

Di seguito al PDF sottostante ed in formato di testo l’intervista completa a Stoltztrager, dei Veil, datata 2012 e disponibile nel libro “Come Lupi tra le pecore: storia ed ideologia del black metal nazionalsocialista” di Davide Maspero e Max Ribaric

Buona lettura agli interessati.
Intervista Stoztrager (VEIL, come lupi fra le pecore)

Fonte: Come Lupi tra le pecore: storia ed ideologia del black metal nazionalsocialista

(2012, Davide Maspero e Max Ribaric)

A cavallo fra il 2011 e il 2012 abbiamo avuto l’occasione di scambiare alcune parole ed impressioni con Stolztrager, frontman dei Veil nonché fondatore della Terrorwolfe Productions, che si è dimostrato fin da subito persona cortese e disponibile. Ben consapevole del proprio ruolo e del significato delle sue molteplici attività, ha saputo offrire una visione del suo modo di intendere il black metal non solo come musica, ma come vero e proprio stile di vita.

Prima di tutto, puoi raccontarci quali sono stati i tuoi primi passi all’interno della scena metal? Che cosa ti ha attratto in questo genere, c’è forse un episodio specifico che ti ha convinto nel divenire parte attiva di questo ambiente?

Come molte persone della mia età, il mio primo contatto con il mondo del metal è avvenuto negli anni dell’adolescenza, ascoltando gruppi thrash e successivamente death metal. Vivere nel Midwest americano è stato abbastanza limitante per chi ascoltava musica estrema agli inizi degli anni Novanta. Sentivamo sempre parlare degli altri grupi americani (come quelli death metal dalla Florida) ed è stato solo dopo un po’ che anche nel mio giro di amici abbiamo iniziato a conoscere i grandi nomi europei come Entombed, Dismember, ecc. Tieni sempre presente che ai tempi non c’era Internet. In più, in quell’area isolata non c’erano negozi di musica metal dove potevi trovare e comprare le varie fanzine indipendenti e scoprire le nuove uscite. Spesso succedeva che chi andava in una grande città metteva le mani su qualche fanza, che poi passava a tutti i suoi amici che esaminavano minuziosamente ogni singola parola alla ricerca di nomi nuovi, distributori affidabili dove poter comprare per corrispondenza ecc. Attraverso questa lenta esplorazione, a metà/fine degli anni Novanta ho incontrato il black metal, e per me è stata una rivelazione. Soprattutto Burzum, Graveland e Thor’s Hammer hanno avuto un forte impatto su di me. Burzum è qualcosa che non avevo ovviamente mai sentito prima ed è stato uno dei primi a catturare nel profondo quell’atmosfera affascinante che credo sia una componente fondamentale del black metal di qualità. In quel periodo vivevo nei pressi di una città in cui c’era un negozio di metal e punk. Non so come, ma avevano un’unica copia di Fidelity Shall Triumph dei Thor’s Hammer.

So che non fa parte delle prime uscite del black metal polacco, ma questo album in particolare mi ha davvero aperto gli occhi sulla cupa atmosfera sonora di quella scena. Da quel momento in poi sono stato ossessionato dal black metal, tanto da poter dire con certezza “sì, questa è la mia musica”. Suono la chitarra dall’inizio degli anni Novanta, quindi è normale che il mio stile sia stato indirizzato verso quel genere, ero completamente immerso in quel suono nuovo così coinvolgente. Intorno al 1999 avevo già scritto del materiale e subito dopo, con alcuni buoni amici, ho formato un gruppo chiamato Hellstrike. A quell’epoca nella mia zona non c’era una vera scena black metal. Abbiamo registrato quattro tracce demo con l’idea di incidere un disco, ma alla fine è andato tutto in fumo quando ci siamo sciolti. Poco prima che la band si sfaldasse, abbiamo suonato ad un concerto nel 2003  abbiamo autoprodotto un demo distribuito in una trentina di copie alle persone che conoscevamo. In seguito è poi uscita una raccolta di tracce live e demo, pubblicata su cassetta per la Terrorwolfe Productions. Lo stile degli Hellstrike era molto diverso da quello che avrei fatto in futuro. Era molto più veloce e influenzato da gente come i primi Marduk, i primi Dark Funeral, i War (svedesi), i Dawn, ecc. Il cantante degli Hellstrike ha continuato con il suo progetto Born of Witch, mentre io ho preso una direzione più atmosferica dando vita ai Veil.

Sia Dolor che Sombre sono due lavori alquanto particolari, una sorta di black metal malinconico ed aristocratico. Che cosa puoi dirci in merito alle tue fonti di ispirazione? A tuo modo di vedere, quanto è importante la presenza di Burzum nel background musicale dei Veil?

Come ho detto poco fa, all’inizio Burzum ha avuto un GRANDE ascendente su di me. Mi sono sentito quasi in dovere di dedicargli una cover (Ea, Lord of the Depths nel demo Dolor) per omaggiare una fonte d’ispirazione così significativa. Ma anche se Burzum mi ha stimolato molto, quando mi sono trovato ad aver scritto due pezzi per Dolor ho capito che i Veil avevano iniziato a camminare sulle proprie gambe. Con Veil ho voluto concentrarmi su un sentimento specifico, particolare, esplorandone le possibilità e la complessità. Il processo di scrittura per me è molto lento, calcolato e dettato strettamente da questo sentimento. Niente è lasciato al caso, niente fa da “riempitivo”.

La lunghezza delle canzoni e la ripetizione dei riff e dei temi sono sempre intenzionali e premeditati. Non mi piace parlare molto dei brani, preferisco lasciarli alla libera interpretazione dell’ascoltatore, quindi non dirò altro.

Tra le altre cose gestisci un’etichetta chiamata Terrorwolfe Productions. Sul sito della label campeggia la frase “Vero black metal ideologico dal 2003”. Puoi parlarci di questa attività? Che cosa intendi con il termine “ideologico”?

Come molti sanno, per un paio di anni mi sono preso una sorta di pausa dalla Terrorwolfe. Avevo delle questioni importanti da gestire nella mia vita privata che non mi hanno permesso il lusso di seguire l’etichetta come si deve. Così, quando sono tornato ad essere parte attiva della scena black metal, ho notato che c’era stato un cambiamento molto evidente. Sono sicuro che è successo lentamente e forse non è stato percepito da molti; è stato uno spostamento graduale. Ma dato che per un paio di anni non ho avuto a che fare su larga scala con band ed etichette, mi è saltato subito all’occhio. Questo cambiamento sembrava consistere nell’assenza di ideologia tra le nuove generazioni di gruppi e fan del black metal. Parte di ciò che rende affascinante questo genere è che RAPPRESENTA qualcosa. Si è spesso detto “Il black metal è più che semplice musica”, e io ci credo sinceramente. Non sto dicendo che devi andartene in giro di giorno con corpsepaint e spuntoni, ma nel vero black metal è presente un preciso spirito e atteggamento provocatorio che deve permeare anche tua vita personale in quanto fan e musicista. Ho visto spesso la nuova generazione di fan comportarsi come se il black metal fosse solo musica, e molti dei ragazzini che ascoltano le band storiche tendono a non considerare l’ideologia che era intrinsecamente presente in quei gruppi- oggi ci sono fighetti modaioli che indossano magliette di Burzum e Absurd ignorando completamente lo spirito che rappresentavano. Dicono cose tipo “Beh, hanno fatto certe affermazioni quando erano giovani e confusi”, oppure “mi piace solo la musica, non mi interessa quello che pensa la band”, e roba del genere. Secondo me è sbagliatissimo, e così si perde la vera essenza del black metal. Quindi, con la dichiarazione “Vero black metal ideologico” che trovi sul sito, ho voluto sottolineare la mia intenzione di distribuire e lavorare con gruppi che sono fermamente legati agli ideali originari del black metal.

Veil è un “orgoglioso sostenitore del Pagan Front”. L’aspetto curioso è che, molto probabilmente, Veil è il gruppo meno politicizzato di tutto questo movimento. In una tua precedente missiva, hai scritto: “La musica è la mia priorità. L’ideologia politica è ovviamente importante e gioca un ruolo fondamentale nelle vite di tutti, ma se la mia intenzione fosse solo quella di propagandare un messaggio politico, allora mi candiderei alle elezioni piuttosto che suonare in un gruppo black metal”. Qual è dunque il significato che dai all’essere membro del Pagan Front?

Quando inizialmente vi sono entrato in contatto, il Pagan Front era soprattutto un gruppo di individui con le stesse idee ed uno stesso obiettivo, che lavoravano assieme e si aiutavano. Per me è stato abbastanza naturale esserne coinvolto, considerando i miei interessi personali e come la penso riguardo al black metal. Ci sono un sacco di persone fantastiche che ne fanno parte, ed alcuni hanno risorse fenomenali. Perciò quando ti trovi a cercare di promuovere uno stile di musica che viene sdegnato dalla massa, è utile avere alle spalle un supporto del genere. Da quando ne faccio parte, ho conosciuto degli ottimi compagni di ventura che sono sicuro continueranno ad essere miei amici per tutta la vita. Vorrei anche aggiungere che c’è una grande varietà di band coinvolte nel Pagan Front, da quelle con un forte interesse per il paganesimo più antico a quelle che seguono quasi unicamente gli ideali del nazionalsocialismo. È un’organizzazione molto eterogenea.

 

Dichiarazioni varie di Papa Pio XI (in carica dal 1922 al 1939) in seguito alla promultazione delle leggi razziali fasciste (1938)

<< «Cattolico – dice il Papa – vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico». Queste ideologie – continua – finiscono «con il non essere neppure umane». Il 28 luglio rivolgendosi agli alunni di Propaganda Fide, Pio XI ribadisce: «Il genere umano non è che una sola e universale razza di uomini. Non c’è posto per delle razze speciali… La dignità umana consiste nel costituire una sola e grande famiglia, il genere umano, la razza umana».

ed è piangendo che egli citò i passi di Paolo che mettono in luce la nostra discendenza spirituale da Abramo […]. L’antisemitismo non è compatibile con il sublime pensiero e la realtà evocata in questo testo. L’antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare […]. Non è lecito che i cristiani prendano parte all’antisemitismo. L’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti»

Il Santo Padre come italiano si rattrista veramente di vedere dimenticata tutta una storia di buon senso italiano, per aprire la porta o la finestra a un’ondata di antisemitismo tedesco»

«Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti»

«Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nelle ristrettezze etniche di una sola razza, Dio creatore del mondo, re e legislatore dei popoli»

L’enciclica denuncia, poi, senza mezzi termini le cosiddette «rivelazioni arbitrarie che alcuni banditori moderni vorrebbero far derivare dal così detto mito del sangue e della razza», e minaccia l’ira divina contro «colui» [cioè Hitler] che predica o permette che siano predicate tali aberranti dottrine>>

Papa Pio XI, in carica dal 1922 al 1939.

https://www.documentazione.info/la-chiesa-condanno-lantisemitismo