L’esperimento sui topi di Henri Laborit come esempio degli effetti sulla salute mentale dei decreti sul coronavirus

Il biologo francese Henri Laborit, circa mezzo secolo fa, fece un esperimento sui topi, che è molto attuale data la spiacevole situazione odierna a causa degli indegni decreti sul coronavirus, i cui effetti collaterali, inclusi quelli sulla salute, sono peggiori del coronavirus stesso.

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Laborit, famoso biologo francese, è conosciuto per diverse scoperte nell’ambito dei meccanismi del cervello e loro influenze sull’organismo.

L’esperimento sui topi che ora descriveremo è in un certo senso emblematico, perchè ci mette forzatamente nelle condizioni di cambiare punto di vista sugli elementi che controllano la nostra salute.

Cosa si diceva già mezzo secolo fa?
Si ipotizzava che lo stress potesse generare cancro o altre patologie, tuttavia mancavano delle prove scientifiche che lo dimostrassero.

Chiacchiere o verità?
 Laborit pensò bene di trovare risposta a questa domanda, utilizzando dei topolini da laboratorio i quali hanno più requisiti particolari. Oltre al fatto che si riproducono molto velocemente, hanno anche la capacità di apprendere molto in fretta dall’esperienza.

Era necessario chiarire se fosse vero che lo stress avesse incidenze sulla salute al punto di far ammalare un essere vivente.

Così Laborit si attrezzò e si mise a costruire una specie di gabbia dotata di una griglia sottostante in grado di condurre corrente elettrica; un sensore luminoso che si attivava sempre con un certo anticipo rispetto all’attivazione della scarica; una paratia che divideva la gabbia in due parti, con un foro per passare da una parte all’altra.

Primo Round
Il senso era quello di sottoporre il topo ad un esperimento ‘stressante’, facendo in modo che a ritmi periodici la metà della gabbia in cui si trovava venisse percorsa dall’elettricità. Al primo tentativo il topo, sbigottito, con un salto mortale scattò all’indietro, sopreso e spaventato.Già in un paio di tentativi si rese conto che l’allarme luminoso anticipava l’avvento della scossa, che ricordiamo era solo in metà gabbia. In questo modo, il topo imparò ben presto a spostarsi da un lato all’altro attraverso il foro nella paratia, evitando sistematicamente ogni scarica. Nel frattempo poteva mangiare, dormire, fare i suoi bisogni. L’unico inconveniente era quello di spostarsi di tanto in tanto, ma a parte il fastidio diciamo che era diventata una situazione indolore.

L’esperimento durò alcuni giorni. Stufo di aspettare ed estremamente curioso, Laborit prese il topo e cominciò a sottoporlo ad un check-up, analisi del sangue e tutto il resto.
Gli esiti furono stupefacenti, infatti il topo risultava completamente sano. Le prove sono state ripetute nel tempo, ma a titolo rappresentativo lo descriviamo una volta soltanto, anche perchè i risultati erano i medesimi. Questo topo infastidito, maltrattato, stressato, non presentava malattie.
Secondo Round
Laborit si fece furbo, pensò che evidentemente il primo esperimento non fosse abbastanza stressante, così applicando piccole modifiche, rende l’esperimento ancora più estremo. Mantiene la gabbia, il sensore luminoso e la griglia elettrica, tuttavia inserisce due topi contemporaneamente al posto di uno soltanto. La gabbia non permetteva più di lasciare spazio di salvezza ai topi, erano costretti a subire scosse ad ogni turno, che lo volessero o meno.

La cosa curiosa fu che i topi, al primo tentativo subirono la scarica come nel precedente caso, confusi e sbigottiti. A partire dalla seconda volta, iniziarono a combattere tra loro come se ognuno reputasse l’altro animale il responsabile dell’accaduto, per non dire un vero e proprio aggressore. Ogni volta che il sensore e la corrente invadevano la gabbia, i due topi se le davano di santa ragione prendendosi in pieno sia botte che elettricità.

Dopo alcuni giorni, il biologo fece le dovute analisi alle due bestioline, scoprendo con suo sommo stupore (e forse disappunto) che di nuovo erano entrambi sani.
Ma come!? Se non era stress quello. Prendersi costantemente corrente e morsi. Eppure non ci furono conseguenze di rilievo.

Fece così un ultimo tentativo.

Terzo Round
La gabbia era completamente percorsa dalla corrente ogni volta che l’allarme scattava, non era possibile trovare riparo. Mise nuovamente un solo topolino e poi tornò a controllare giorni dopo. Dopo tutto per il topo non poteva essere niente di particolare, le condizioni erano indubbiamente migliori dell’esperimento precedente in cui si menava col suo collega di continuo, ora almeno c’era solo la scossa.

Invece accadde l’inaspettato. La cavia da laboratorio, stavolta presentava evidenti segni di malattia sia a partire dalle analisi del sangue che visivamente. Il topo era davvero malato. Lo stress lo stava uccidendo.

Ok, era stressato è vero, ma qual era la differenza?
Non erano forse sottoposti a grossi traumi anche gli altri topi precedenti?

Analizzando la situazione, Laborit si accorse della dinamica che permetteva all’animale di ammalarsi o di restare in salute, attribuendole a risposte del cervello alla situazione.

Vediamolo di nuovo.
Nel primo caso, allo stimolo di pericolo, la cavia aveva la possibilità di rispondere al problema fuggendo. Quindi FUGA.

Nel secondo caso, allo stimolo di pericolo, la fuga era impossibile per mancanza di spazio, però la risposta adottata è stata il combattimento. Quindi ATTACCO.

Nel terzo
 ed ultimo caso, all’avvento del pericolo, la fuga era di nuovo impraticabile, ma essendoci un solo topo era impossibile anche l’attacco. Quindi INIBIZIONE AZIONE.

Questo esperimento ha permesso di dimostrare che non è tanto lo stress in sè ad essere pericoloso per la salute e causare malattie all’organismo, ma è l’impossibilità di rispondere allo stress.

Ogni volta che avete una problematica giornaliera che vi mette in difficoltà: se potete evitarla o scaricarla a qualcun altro va bene. Per esempio immaginate di aver ricevuto un incarico antipatico come eseguire una commissione che non avete voglia di fare, perchè siete stanchi o vi manca il tempo. Se vi accollate l’impegno, sarete comunque di cattivo umore ed innervositi, mentre se riuscite a trovare qualcuno che vi sostituisca vi sentirete immediatamente più leggeri. Questa è una risposta di fuga.

Se invece non potete evitarlo, l’unica soluzione che avrete è di affrontare di petto la questione. Può anche significare, trovare il coraggio per dire No!
Molti non lo sanno fare e preferiscono subire le richieste anche invasive delle persone.

Ma nel caso in cui voi non foste in grado nè di rifiutare la proposta, nè di trovare un sostituto, cioè nè attaccare e nè fuggire, in quel caso sarete nell’inibizione dell’azione.
Quando si è nel congelamento, nel blocco, in quella situazione in cui non si può fare nulla e si è impotenti, da qualche parte del vostro corpo si sta innescando una malattia>>

https://www.biologiakarmica.it/articoli/lesperimento-sui-topi-di-laborit.html

Possibile scenario nella rep. italiana post-coronavirus

Provo a fare un esempio, non per complottismo ma come scenario possibile.

1. Dato che, diversamente da quello che dicono certi keynesiani statalisti, non è che se stampi moneta e distribuisci allora la gente è ricca (magari fosse così, nessuno dovrebbe lavorare, peccato che è una favola) i decreti di Conte per la chiusura delle attività lavorative e per il sostegno economico in deficit causerà, a lungo termine, inflazione, aumento tasse, tagli ovunque, patrimoniali, limiti al prelievo di contante, ecc. Alcune di queste misure, o tutte, o altre misure analoghe.

2. Un paese impoverito e con milioni di disoccupati in più diventerà simile verosimilmente a quello che è ora il Venezuela. Esercito nelle strade, paese militarizzato, sospensione perpetua di alcuni dei più elementari diritti civili, dissidenti che si organizzeranno o appoggeranno a gruppi armati non governativi (fra cui, come in Venezuela, molti militari “obiettori di coscienza”, che hanno disertato l’esercito regolare perchè non fedeli al governo) o a gruppi criminali armati.

3. La disoccupazione e la povertà causerà instabilità, l’esercito regolare non riuscirà ad avere il controllo di tutto il territorio ma solo di una parte, altre parti saranno controllate da gruppi armati non governativi e/o da gruppi criminali (in rep. italiana di certo non mancano questi ultimi, già armati)

4. Le persone, impoverite, per sopravvivere ricorreranno a metodi mai sperimentati nè mai pensati prima. Il consumo di alcol e droga salirà alle stelle perchè la gente sarà depressa e alcuni affogheranno tutto in questi vizi, ci sarà bisogno di “manovalanza” per lo spaccio di droga, attualmente illegale, parte dei disoccupati poveri farà quella scelta, anche se prima votavano Salvini o Meloni, perchè sarà una questione di sopravvivenza.

5. Cosa succede in Venezuela? (o anche a Cuba e in altri paesi economicamente al collasso) Prostituzione a go go. Senza alcun moralismo, è il mestiere più antico del mondo. Oggi, se escludiamo i racket delle attività criminali a riguardo (che esistono) lo fa per libera scelta una minoranza di donne (e di uomini) per ragioni meramente “alto-economiche” cioè potrebbero vivere facendo altro ma preferiscono vendere il proprio corpo per un reddito più elevato. Domani sarà una delle poche scelte possibile per tirare su 4 soldi, i prezzi scenderanno, si vedranno per strada migliaia di donne, ma anche uomini, ragazzine, bambine, bambini, magari mandati per disperazione dai propri genitori, vendersi per pochi danee al miglior offerente. Senza mancare di rispetto a nessuno ma parlando seriamente, potrebbero essere le vostre attuali mogli, fidanzate, sorelle, amiche, figlie, nipoti ecc ed anche i corrispondenti maschili.
Tutto questo grazie ai decreti Conte.

Coronavirus, esercito e forze dell’ordine in allarme: serve un piano contro caos e disordini

Dopo l’emergenza sanitaria e quella economica, il governo teme possa scoppiare anche quella della sicurezza pubblica, come successo delle carceri. Così militari e polizia presto potrebbero essere chiamati a pattugliare le strade e a distribuire cibo e medicine. E anche i servizi segreti sono allertati. Ecco di cosa discutono i vertici delle forze armate.

Nel governo, ormai, la legge di Murphy la temono tutti: “Se qualcosa può andare male, lo farà”, dice il paradosso. Tutti sperano che le nuove misure di contenimento possano contrastare l’epidemia di Covid 19, ma è certo che il principio della proporzionalità graduale invocata inizialmente dal premier Giuseppe Conte (e da tutta la catena di comando del potere, tranne poche inascoltate eccezioni) si è dovuto arrendere alla forza del coronavirus e agli effetti devastanti della sua diffusione.

Il pessimismo della ragione, fino a una settimana fa considerato nemico pubblico numero uno, è dunque diventato motore principale delle decisioni dello Stato. Così, dopo la trasformazione dell’Italia in un’enorme zona rossa, con limitazione dei movimenti di tutti i cittadini e chiusura di attività commerciali, membri dell’esecutivo e alcuni leader politici sentiti dall’Espresso temono che, se i comportamenti degli italiani non dovessero modificarsi presto nel segno della responsabilità, bisognerà prendere altre misure estreme. “Perché” spiegano “all’emergenza sanitaria ed economica rischierebbe di aggiungersi quella altrettanto drammatica dell’ordine pubblico. Dunque è necessario prepararsi in tempo, e cominciare a pensare piani d’azione per le forze dell’ordine e, nel caso, per l’esercito”.

La rivolta delle carceri è stato solo un antipasto di quello che potrebbe accadere in caso di diffusione incontrollata dell’agente patogeno. Nelle regioni, il timore è che un’escalation dell’epidemia crei disordini. Negli ospedali, nei supermercati, nelle piazze. Senza contare lo spettro dello sciacallaggio, che si ripresenta a ogni calamità. “Bisogna essere pronti ovunque e cercare di coinvolgere maggiormente i militari”, spiega una voce autorevole da Palazzo Chigi. “Senza allarmare la popolazione, ma senza farsi trovare impreparati per l’ennesima volta”.

Nessuno dei politici sentiti dall’Espresso ha il coraggio di invocare il modello autoritario cinese (che alla quarantena volontaria di 60 milioni di persone ha affiancato un pattugliamento strada per strada di soldati, poliziotti e blindati). Ma tutti, a taccuino chiuso, dicono che serve un salto di qualità nel controllo del territorio. Non solo perché le norme dei decreti del governo vengano davvero rispettate, ma anche per creare reti di sicurezza in ogni città.

Il tema è delicatissimo, e finora nessuno (tantomeno Conte) vuole prendersi la responsabilità storica di militarizzare le strade e, di fatto, congelare per qualche settimana i diritti civili degli italiani. Per una democrazia liberale, sarebbe un precedente spartiacque. “Ma è evidente a tutti che bisogna bloccare l’epidemia ad ogni costo. E che finora parte della popolazione non sembra aver recepito il pericolo reale. Il rischio è che, peggiorasse la situazione, l’anarchia possa prendere il sopravvento. Non possiamo permettercelo”.

Ad ora nei cassetti dell’Esercito, dei Carabinieri della Guardia di Finanza e della Polizia non c’è alcun piano d’intervento. Né nei singoli corpi, né al Coi, il Comando operativo di vertici interforze. I dispositivi di emergenza per catastrofi varie sono appannaggio della Protezione civile, che non si occupa però dell’ordine pubblico. D’altro canto nessuno aveva previsto epidemie o rischi biologici di entità simili al Covid-19.

Dunque, la strategia d’azione è tutta da costruire. In genere, esiste un piano operativo per ogni situazione estrema. Chi ha il compito di gestire l’ordine pubblico è preparato al peggio: attacchi nucleari, batteriologici, nucleari, guerre, calamità naturali, terremoti, cataclismi vari ed eventuali. Esistono piani riservati nelle prefetture di ogni provincia che stabiliscono le linee operative delle forze dell’ordine in coordinamento con i reparti sanitari e gli altri attori sul territorio. Sono i piani di difesa civile e quelli sugli attacchi esterni denominati Nbcr (nucleare, batteriologico, chimico, radiologico).

Protocolli calibrati sulle diverse province in base alla presenza di particolari obiettivi sensibili: la presenza di aziende chimiche, la mappatura dei presidi sanitari, le aree sicure dove far confluire la popolazione. Scenari da fine del mondo, insomma. Da film come “The day after”. Eppure nessuno aveva mai immaginato di doversi confrontare con un’emergenza sanitaria da coronavirus, che ha un impatto su una scala infinitamente maggiore di un attacco terroristico o incidente biologico.

L’epidemia, soprattutto, pone profili di ordine pubblico mai ipotizzati prima, soprattutto con l’innescarsi di una fobia strisciante, fomentata sia dalla paura, sia da notizie false diffuse sui social network, e da un’informazione istituzionale a volte contraddittoria e confusa. Ecco perché in questo contesto di rischio psicosi, il ruolo delle prefetture assume sempre più peso. Sono, infatti, i prefetti e i funzionari che lavorano negli uffici del governo territoriale i deputati alla gestione dell’ordine pubblico. Le istituzioni centrali più vicine al cittadino. In prima linea nel contenimento delle azioni che possono turbare il vivere civile delle nostre comunità. Gli strateghi che coordinano tutte le forze dell’ordine delle zone di competenza.

“Da settimane i colleghi, unitamente a tutto il restante personale disponibile, stanno puntualmente supportando l’azione di coordinamento dei Prefetti sul campo”, chiarisce Antonio Giannelli, presidente del Sinpref, il sindacato dei funzionari prefettizi. Perciò, continua Giannelli, “siamo pronti a ogni sforzo straordinario che, anche per sopperire le carenze di personale che si registrano in tante Prefetture, contempli una mobilitazione di tutti i colleghi disponibili. Bisogna operare però un’adeguata turnazione e preservare la loro salute, assicurando la massima efficienza operativa all’intero dispositivo d’intervento”.

Polizia, carabinieri, finanzieri potrebbero essere presto usati sulle strade, sia per operare maggiori controlli sui cittadini sia per intervenire dove necessario. I numeri delle forze disponibili, però, sono preoccupanti. Anche analizzando quelli delle prefetture della prima zona rossa (quella di Codogno e dintorni), si evidenzia una carenza di personale – come quello dirigenziale – che si aggira intorno al 50 per cento. Un fatto grave, perché mancano le teste per mettere in atto strategie. A Lodi, il primo focolaio italiano del Covid-19, la pianta organica, oltre al prefetto, contempla sei funzionari: ce ne sono solo tre. Stesso numero a Piacenza. A Pavia affiancano il prefetto solo due funzionari. Il resto del Paese non fa eccezione.

E se organici ridotti possono passare inosservati in tempi di quiete, all’epoca del panico da coronavirus può diventare un serio problema. Soprattutto perché pure i prefetti si ammalano. Come a Lodi, a Brescia, a Modena e Bergamo, dove sono risultati positivi al test. E se si dovessero ammalare o quarantenarsi pure i vicari e i capi del gabinetto prefettizio, avremmo i luoghi da cui passano le decisioni strategiche per l’ordine pubblico completamente sguarnite. Certo, potranno continuare a coordinare a distanza, con videoconferenze. Ma anche questo non è scontato che si possa fare in prefettura, dove spesso manca l’attrezzatura per collegarsi con gli uffici prefettizi fuori dai capoluoghi di regione. “Siamo rappresentanti del governo sul territorio, per governare però ci vogliono mezzi e risorse”, è lo sfogo di uno dei prefetti di un capoluogo di regione. Prefetti e funzionari che in queste condizioni si trovano ora a gestire situazione potenzialmente esplosive.

I piani d’intervento rapido non esistono nemmeno per le carceri. I detenuti hanno organizzato sommosse in decine di strutture sparse per mezzo Paese, da Nord a Sud: Venezia, Milano, Modena, Bologna, Roma, Rieti, Napoli, Melfi, Palermo. Ci sono stati morti e feriti. La miccia delle rivolte è stato il provvedimento che ha limitato i colloqui e le visite con i familiari nei penitenziari per evitare i contatti con l’esterno e la possibilità di far entrare il Covid-19 nelle strutture. Un contagio trasformerebbe – come già accaduto in Cina – le prigioni in un focolaio difficile da domare. I luoghi sono potenzialmente facili da infettare: celle piccole, promiscuità e precarie condizioni igieniche amplificherebbero l’epidemia, trasformandola in una catastrofe.

Anche perché mancano strutture sanitarie idonee a un’emergenza di questo tipo. Un documento del 2011 firmato dall’allora capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria detta le linee operative per intervenire in situazioni critiche che potrebbero verificarsi nelle carceri: rivolte, sequestri di persona, atti collettivi di autolesionismo. Nessun accenno, però, ad una eventuale crisi sanitaria. L’assenza di direttive chiare è confermata all’Espresso da chi domenica scorsa ha partecipato al contenimento della rivolta del carcere di Modena, quella più tragica: sette morti, struttura devastata, ufficio matricole raso al suolo con tanto di fascicoli personali dei singoli detenuti bruciati. “Sappiamo cosa fare durante gli eventi sportivi, nelle rivolte dei centri di accoglienza dei migranti, ma non abbiamo mai ricevuto alcuna direttiva su come comportarci nella gestione dell’ordine pubblico in eventi conseguenza di un’emergenza sanitaria”, ci spiega uno degli agenti intervenuti per sedare la rivolta nel carcere di Modena, dove si sono contati nove morti.

L’ultima protesta, questa pacifica, è avvenuta nel carcere di Campobasso, martedì mattina. Qui come in altri istituti i detenuti hanno scritto una lettera chiedendo alle autorità di mettere in campo un piano di prevenzione della diffusione del coronavirus nelle prigioni. Oltre a chiedere pene alternative, su un punto i reclusi sono d’accordo: garantire il presidio sanitario per tutte le 24 ore “vista la presenza di detenuti d’età avanzata e con già gravi patologie pregresse”.

Richieste, come quelle della costante presenza di medici, legittime. Altre, invece, più strumentali, come la richiesta dell’indulto e dell’amnistia. Alcuni sindacalisti, per esempio, fanno notare che la contemporaneità delle rivolte escluda la spontaneità da queste dimostrazioni. Il sospetto è che ci possa essere la mano dei clan, che nelle carceri hanno un potere enorme. Un’ombra sui disordini che si nasconde dietro il pericolo epidemia. A Foggia sono evasi in 23. Tra questi un gruppo di affiliati alla mafia foggiana. Motivo in più, chiedono gli esperti, per far presto, e rafforzare gli uffici delle prefetture con professionisti in grado di leggere in anticipo l’evolversi dei fenomeni.

L’Esercito, finora, su richiesta del ministero della Difesa guidato dal dem Lorenzo Guerini è intervenuto nell’emergenza mettendo a disposizione immobili e caserme (per eventuali quarantene, come nel caso della Cecchignola a Roma e il presidio Riberi a Torino), ospedali militari (il Celio, sempre nella Capitale) e una quarantina tra medici e infermieri militari. Il capo dello Stato maggiore, il generale Enzo Vecciarelli, è però pronto – nel caso di una richiesta del governo – a intervenire anche nel campo dell’ordine pubblico.

All’inizio dell’emergenza coronavirus molte riunioni del Coi, a cui partecipano anche i capi dei carabinieri e della Finanza, sono state incentrate sul tema – sacrosanto – di come proteggere dall’infezione i nostri uomini in armi. Una questione posta anche dai sindacati di polizia, e che ha preoccupato le varie amministrazioni: possibili profili penali e cause civili di magistrati e dipendenti sono incubo di ogni datore di lavoro.

Ora che l’emergenza è diventata drammatica, qualche generale a quattro stelle spinge per disegnare strategie operative, in modo da essere pronti a impiegare i soldati sul campo in caso di necessità. Anche perché, tra le missioni della Difesa, c’è “il concorso nelle attività di protezione civile su disposizioni del governo, concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e il bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità”.

Nelle prime aree dei focolai lodigiani e padovani, 500 uomini di circa sono stati usati per presidiare una cinquantina di valichi. Ora l’ipotesi è quella di usare, nell’emergenza coronavirus, un numero di forze assai maggiore, sul modello “Strade sicure”. L’operazione voluta dal governo Berlusconi nel 2008 e ancora in vigore, ha permesso il dispiego di militari e mezzi dell’Esercito per il contrasto alla criminalità e al terrorismo. Che nel corso del tempo sono stati impiegati anche per emergenze eccezionali, dalla Terra dei Fuochi ai terremoti in Umbria e ad Ischia, passando per l’Expo fino al Ponte Morandi.

Oggi gli uomini in campo sono poco più di 7.500, ma in realtà (tra turni e quelli che stanno facendo i corsi di preparazione) il numero di soldati interessati a “Strade sicure” sono circa 22 mila (l’equivalente di una divisione) oltre a 1.200 mezzi tra jeep, Lince e autotrasporti. I militari – carabinieri esclusi – sono parificati ad agenti di pubblica sicurezza, e tra pattugliamento, vigilanza di obiettivi sensibili (dalle stazioni agli aeroporti fino alle ambasciate), hanno compiuto in quasi dodici anni cinque milioni di controlli, 51 mila tra fermi, denunce e arresti, oltre a sequestrare armi, 14 mila autovetture, e due tonnellate di narcotici.

Ora, nell’Italia squassata dal virus, non è impossibile che venga messa in piedi un’operazione parallela a quella di “Strade sicure”. O che gli stessi uomini vengano dirottati per fronteggiare l’emergenza, naturalmente con nuove regole d’ingaggio. In particolare, per il pattugliamento di strade, da intendere come presidi mobili o statici che facciano da deterrente a chi viola le regole del decreto che vuole gli italiani “tutti a casa”. Ingaggio che potrebbe prevedere, ovviamente, interventi anche in caso di problemi di ordine pubblico. Non solo: l’Esercito, che è distribuito capillarmente sul territorio nazionale, potrebbe essere utilizzato anche per distribuire cibo e medicine a coloro che non riuscissero a procurarselo da solo. Mentre non è impossibile che, in caso di successo nel contenimento nazionale dell’epidemia, in futuro i militari potrebbero essere usati per controllare arrivi di stranieri da zone focolaio.

Esercito, ma soprattutto Polizia e carabinieri, potrebbero essere impiegati anche su un altro fronte. Quello dei trasporti eccezionali (nel caso di blocco di quelli pubblici) e quello del controllo dei negozi alimentari. La calca davanti ai supermercati è considerato segnale preoccupante dalle autorità. I cittadini che corrono negli alimentari per paura di trovare gli scaffali vuoti, terrorizzati nonostante le rassicurazioni del governo sulla possibilità di fare sempre la spesa, hanno colpito. La folla incontrollata è una minaccia alla sicurezza.

Persino le star del calcio sono state immortalate nella notte in coda e con carrello al seguito per stipare scorte. E così anche i templi del consumo potrebbero diventare luoghi da sorvegliare. Anche perché con le strade vuote, come nel dopo terremoti, spesso compaiono gli sciacalli, pronti ad approfittare delle sciagure collettive. Criminali che oggi vivono anche sul web. A questi ultimi sta dando la caccia la Guardia di Finanza: nel mirino gli sciacalli del coronavirus che vendono disinfettanti e mascherine a prezzi esorbitanti nell’ordine di 400 euro a pezzo.

Anche i servizi segreti sono, ovviamente, allertati. Aisi e Aise non hanno competenze specifiche sulle epidemie, ma è noto che l’intelligence ha il compito di “ricercare ed elaborare nei settori di competenza tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica”.

L’Aise, la nostra agenzia per la sicurezza esterna, ha certamente capacità sulle minacce Nbcr, ma in caso di epidemie nessun piano è stato mai approntato. Ad oggi, il governo ha chiesto si nostri servizi di ottenere informazioni sulle ditte straniere che si stanno accalcando per venderci materiale sanitario, mascherine e ventilatori. Per capire se sono aziende serie, se i prodotti sono di qualità e a prezzi congrui. Qualcuno, a Palazzo Chigi, vorrebbe pure che le nostre barbe finte lavorassero per capire chi, nel mondo, si sta avvicinando maggiormente a farmaci antivirali efficaci contro il Covid 19 e al vaccino. In modo da essere pronti ad acquistare prima di tutti le scorte necessarie.

In un vecchio incontro presso gli 007 dell’allora Sisde, l’attuale direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Roma, alla fine di una conferenza sui come controllare una minaccia biologica terroristica, fu chiarissimo: “Per affrontare il bioterrorismo occorre un’integrazione di tutte le forze dello Stato, civili e militari, in grado di acquisire informazioni, decidere gli interventi da adottare”, spiegò.

“Senza l’integrazione di attività e competenza si rischia di fare come la storiella di Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno: “C’era un lavoro importante da fare: Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto, Ciascuno avrebbe potuto farlo ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece quello che Ognuno avrebbe potuto fare”. Speriamo che il paradosso non diventi realtà.


Fonte: L’Espresso, 14 marzo 2020Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian

http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=88139:coronavirus-esercito-e-forze-dellordine-in-allarme-serve-un-piano-contro-caos-e-disordini&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1

Ecologia e Globalizzazone – Matteo Colaone

La globalizzazione è l’ultima delle ideologie e, se vogliamo, la somma di tutte le precedenti. In essa non vi sono, come alcuni credono, le soluzioni ai problemi ecologici, ma vi troviamo l’espansione su una più ampia scala di quelli già esistenti a livello locale e il rafforzamento dell’interconnessione tra gli effetti di essi. Se l’ecologia è lo studio e la cura della propria casa (reale e materiale, non “il mondo intero”), è chiaro come la globalizzazione, in quanto imposizione di un unico modello economico, culturale, sociale (specificatamente quello liberale e capitalista) a livello planetario, non sia compatibile con la tutela degli ambienti naturali e delle comunità umane. La globalizzazione ha la sua ideologia, che è il mondialismo (in inglese “globalism”), una teoria sempre più diffusa e anche accolta da più parti politiche, secondo la quale non dovranno più esistere specificità locali, siano esse espressioni culturali o naturali, la sovranità dei popoli e delle nazioni andrà ad accentrarsi in governi sempre più ampi, le popolazioni umane, accresciutesi a dismisura, potranno (o dovranno) spostarsi e ibridarsi, abbattendo confini e espandendosi su tutto il pianeta, e accogliere un’economia di consumo neoliberista. Un certo ambientalismo si è ben adattato a queste nuove follie, propagando che tutte le specie viventi hanno il diritto di vivere nel loro ambiente, con l’eccezione delle persone, che dovranno accettare la felice e colorata occupazione del proprio territorio da parte di altri. L’ecologia globalizzata non è vera ecologia, altrimenti si opporrebbe all’immigrazione.

In questo scenario vi è sempre un grande assente che è il territorio. Per Gilberto, al mondialismo si può rispondere solo con il localismo; e lo scontro mondialismo-localismo non è che l’estremizzazione della storica lotta tra città e campagna, tra l’inurbato orientale e mediterraneo e il villano nordico e europeo. La globalizzazione, nella sua espansione sulle aree rurali, è l’assassina dei “genii locorum”, che sono invece il soffio vitale che nutre i paesaggi e le architetture tradizionali; essa vorrebbe il mondo una grande metropoli, una rete urbanizzata continua. Ancora una volta l’architettura è stato uno dei cavalli di Troia della nuova ideologia, come era successo col Modernismo: un “famoso” architetto statunitense di origine ebraica, Peter Eisenman, ha dichiarato, quache anno fa, che i suoi progetti “possono anche porsi in contrasto con il genius loci. È lecito interpretare il luogo come assenza o come un possibile testo che contiene diverse tracce e diversi segni. Costruire in Italia non è diverso che in Germania, in Turchia o negli Stati Uniti”. Speriamo si tenga il più possibile alla larga dalle nostre regioni. Ma nelle città padane stanno già attecchendo queste nuove avanguardie, come si è osservato a Milano nella nuova corsa al grattacielo: una moda che sembrava essersi esaurita dopo l’entusiasmo per la Torre Velasca (1959) e il Pirellone (1960); nel 1994 erano arrivate solo le estemporanee Torri FS di Porta Garibaldi. Dal 2010 ad oggi, invece, sono stati costruiti altri sette grattacieli, dalle forme più insolite. Esse appagano il diffuso stereotipo globale che associa dinamicità e rcchezza all’altezza e all’arditezza degli edifici. Qualcuno ha anche teorizzato che megacondomini e grattacieli facciano risparmiare spazio e lascino più verde; peccato che attorno ad essi troviamo piazzali, parcheggi, strade, bidoni della spazzatura e, se va bene, qualche aiuoletta. Come ha più volte spiegato Gilberto, in realtà le ragioni sono più nascoste; “è la voglia di staccarsi da terra, di non avere contatto, di essere utopici, nel senso letterale di ‘in nessun posto’. Tutta la tradizione parla invece il linguaggio del collegamento col posto dell’architettura organica che sorge dal terreno e ne è la continuazione. Gli edifici tradizionali funzionano perché hanno le radici per terra”.

Secondo Oneto, a proposito del progetto del nuovo grattacielo della Regione Lombardia, si chiedeva della necessità di continuare a concentrare il potere nelle città, addensando nuova congestione metropolitana e edificando secondo modelli che andrebbero bene a Manhattan o Dubai: “non sarebbe più saggio starsene in periferia, o cercare un posto in provincia più “arioso”, magari di grande valore evocativo (Roncaglia, Pontida, Golasecca, Castel Seprio) o ritornare in una capitale storica (Monza, Pavia)? E poi, perché un pistolone così alto? Solo i tiranni, come Macbeth, temono la natura e si rifugiano dietro alti muri.


Fonte: Ecologia, Identità e Federalismo

Coronavirus: Il Metodo Inglese contro le derive totalitarie italiane

Qualcuno pensa che Boris Johnson sia cinico. Alcuni lo definiscono “assassino” perché a loro dire: “se ne fotte della morte dei suoi concittadini”….
E perché lo pensa?
Perché ha detto che è inutile cercare di bloccare la propagazione del virus. NON È POSSIBILE bloccarlo.. Secondo gli scienziati che lo informano, per risolvere il problema della mortalità del contagio è meglio isolare gli anziani e chi soffre di patologie invece che tutti i cittadini, poiché evitando l’isolamento a chi può affrontare la malattia senza troppi rischi si possono creare le condizioni idonee per “l’immunità di gregge” cioè si creano le condizioni affinché i cittadini diventino immuni al virus. Ritengono così di risolvere in modo definitivo il problema del CORONAVIRUS.
Viceversa sostengono gli scienziati inglesi, appena interrompi l’isolamento di massa ordinato in Italia, e riprendi la vita normale il virus riprende a circolare. E riprende la morte degli anziani.
Sostengono inoltre che bloccare un’intero paese per evitare la propagazione del virus non risolve il problema, non riduce le morti, e crea solo danni enormi all’economia portando alla recessione. Come tutti gli studi confermano, la recessione ha come conseguenza l’aumento della mortalità nelle classi più deboli per la conseguente diminuzione delle cure preventive. Quindi secondo questi studi, bloccare un paese paradossalmente fa aumentare le morti anziché diminuirle.
Sinceramente io non capisco come ragionino gli statalisti. Se voi avete il nonno a casa, pensate di isolarlo e di evitargli i contatti con il mondo esterno e anche con i nipoti finché c’è il contagio, quando lo incontrate usate la mascherina e vi lavate le mani, oppure volete che chiudano i bar e i negozi?

Siamo alla frutta. Basta dare ad una legge un titolo altisonante tipo “norme per il contenimento del contagio da CORONAVIRUS” e tutti quelli che non sono d’accordo con il provvedimento diventano nemici della salute pubblica e assassini di anziani cittadini.

Fate così, cambiate nome alla legge e chiamatela: “divieto di morte per contagio da CORONAVIRUS”.. in questo modo avrete risolto il problema.

Vogliamo Boris Johnson al posto di Conte.

Fonte: https://www.facebook.com/alessandro.santin.16/posts/2696891520427700

Politica, Potere e Architettura – Matteo Colaone

L’odio e il rifiuto per il passato hanno caratterizzato quasi tutte le ideologie politiche del Novecento, mascherati da amore per il progresso inarrestabile. Ad essi si sono sacrificati centri storici, paesaggi agricoli, monumenti, modi di vita collaudati da millenni per sostituirli con tecnologie e forme architettoniche e urbanistiche che si riveleranno fallimentari alla prova del tempo, con edifici già vecchi e cadenti a distanza di pochi decenni. La precisa volontà di creare ambienti negativi è stata per lungo tempo presente in tante frange delle ideologie rivoluzionarie di sinistra: un brutto ambiente predispone la società alla “tanto peggio, tanto meglio”, facendo sorgere quei quartieri orrendi nei quali, si pensa, la gente può essere più facilmente manovrata politicamente. Rientra in questo ragionamento anche la spinta all’urbanizzazione, intesa come spostamento di grandi masse dalla campagna alla città, motivo di sradicamento e quindi di indebolimento sociale. Esiste inoltre, per ogni regime, la necessità di trasformare il territorio dando un aspetto fisico e tangibile al potere o, se si preferisce, marcare il territorio. Molti di noi ricordano le immagini monumentali del realismo sovietico nell’Eurpa orientale, ormai ridotte a degradate nostalgie per turisti. Oggigiorno, di fronte a dittature non più così evidenti ma altrettanto subdole, sono cambiate le modalità: non è più importante materializzare un certo tipo di architettura, quanto più l’oppressione si manifesta nella mancanza stessa di stile. Ha vinto lo stile del “tutto uguale”; dell’indistinto, che non è altro che lo specchio del nuovo modo per uniformare le differenze che è chiamato mondializzazione o globalizzazione. Possiamo dire che almeno una volta si facevano obbrobri riconoscibili, dovuti alla politicizzazione autentica degli architetti: vi era uno sforzo ideologico e questi ci credevano veramente e impegnavano la loro “intelligenza” al servizio della “causa”. Nei decenni passati tanti progettisti e urbanisti erano comunisti e si comportavano con coerenza: ricevevano favori dalla loro posizione e ne davano in cambio un’immagine, bella o brutta che fosse, ma sicuramente identificabile. Oggi la “causa” è diventata il profitto, o al massimo il potere per mezzo del quale ottenere profitto, senza più il bisogno di alcuna tensione ideale. Sono i teorici del nulla e hanno la tessera del grande partito del “Franza o Spagna”.

La marcatura del territorio non avviene più tramite l’aspetto estetico dell’opera ma con il controllo dell’esecuzione. Tutto quel che i fa deve passare attraverso l’ente pubblico (concessioni, autorizzazioni, nulla osta, ecc) o è addirittura finanziato direttamente dall’ente pubblico; difatti, quasi tutte le grandi opere, le più visibili, quelle che hanno immediato e pesante impatto sul paesaggio, sono fatte con i soldi dei contribuenti. La scelta circa il “se” e il “dove” mettere una grande opera è quindi sempre una scelta politica  e, perlopiù, una scelta centralizzata. Nondimeno, gli enti pubblici difficilmente riescono a programmare questi lavori basandosi su un bilancio proprio, e le opere diventano sempre più appannaggio di regioni, stati, Unione Europea, e comunque di chiunque riesca a dirottare i finanziamenti che provengono dall’alto. Al contrario, le piccole comunità devono sempre più accantonare quei progetti locali di cui necessiterebbero per subirne altri, dei quali, in più di un caso, avrebbero fatto volentieri a meno. In pù, tutto passa dagli uffici pubblici che devono autorizzare quasi sempre sulla base di ampi spazi di discrezionalità, ossia con pochi parametri oggettivi. È evidente che in condizioni del genere assumano grande potere i gestori dei fondi, colori che si occupano di rilasciare le autorizzazioni e, tra i progettisti, quelli che sono in grado di procacciare con rapidità e facilità finanziamenti e permessi; sono i cosiddetti “professionisti da riporto”, capaci di muoversi in tempi e spazi nei quali i normali cittadini impiegherebbero tempi biblici e fatiche terrificanti.

In ogni porzione di territorio si sono andati così a creare piccoli e grandi centri di potere tecnico-politico che gestiscono questi processi. Per ottenere soldi e autorizzazioni si deve quasi per forza passare da “certi” professionisti: è un “pizzo” che non aiuta la buona progettazione: se si passa troppo tempo a fare i faccendieri è difficile, anche per i più abili, riuscire a dedicare tempo e testa a fare bei progetti. Così sono sempre gli stessi che acchiappano gli incarichi più succosi, che fanno le stesse porcherie sulle quali non vi è nessun controllo di qualità. In ogni altro settore della vita civile, se un professionista non fa le cose bene, lo si emargina dal mercato; qui invece il mercato è drogato e saranno sempre gli stessi a fare un’architettura di regime, la cui bandiera è la sciatteria. Scrisse Gilberto in un appunto inedito ritrovato: “Ho evidenti simpatie per una parte politica che però non è di regime per definizione. C’è sicuramente una coerenza culturale che mi porta a privilegiare la tradizione e lo stesso rapporto con il posto. In termini più banali mi crea solo problemi. Non è una appartenenza che porta lavoro, ma che ne fa perdere. Cerco di lasciare le mie idee politiche fuori dallo studio; sarebbe bello che fosse così per tutti. Ci sono tanti amministratori e committenti che ragionano solo per schemi partitici e danno incarichi solo ai loro sodali che li garantiscono le cose di cui si è detto. Nessuno andrebbe a chiedere la tessera al suo dentista, se è bravo. Purtroppo non funziona così per gli architetti.

Fonte: Ecologia, Identità e Federalismo

La pessima gestione del coronavirus: Fare le pulci al governo è un dovere (Aurelio Mustacciuoili – bacheca fb pubblica)

Fare le pulci al governo è un dovere.

Leggo molte critiche a chi mette in discussione l’operato del governo.
Non c’è dubbio che oggi la maggioranza è d’accordo con le misure draconiane attuate per fronteggiare la crisi sanitaria e salvare le vite. Nella speranza, a mio avviso un po’ superficiale, che una cura da cavallo con blocco totale delle attività economiche e riduzione di libertà civili consenta di tornare presto alla normalità.

Curioso poi che la maggioranza che chiede questi interventi sia la stessa che considera il proprio paese la migliore democrazia possibile e la cina la peggiore dittatura, nonostante quest’ultima abbia attuato misure tutto sommato più limitate e più basate sulla responsabilità dei singoli e comunque più efficaci.

In questo contesto quindi chi pone il problema di una possibile sovrastima del rischio o di una cattiva gestione della crisi viene considerato un irresponsabile cinico che non dà il giusto valore alla salute pubblica. A me hanno augurato di prendermi il virus insieme alla mia famiglia.

Indubbiamente sottostimare l’emergenza è un rischio e non va fatto. Ma è un rischio anche sovrastimarla o fronteggiarla in modo sbagliato. E qualcuno lo deve dire.

Gestirla male o sovrastimarla significa in sostanza sostenere costi non giustificati dagli effettivi risultati in termini di vite salvate. Costi che addirittura potrebbero essere ininfluenti su quest’ultime.

Se però si sovrastima e si gestisce male, all’emergenza sanitaria di oggi seguirà sicuramente una emergenza economica di domani e questa sarà anche peggiore della prima, anche in termini di vite umane. L’emergenza economica, come quella sanitaria, giustificherà altre misure draconiane, perché l’approccio è che lo stato deve fare qualunque cosa per fronteggiare le emergenze. E inizierà così una spirale liberticida.

Il rischio in questi casi è quando l’ emergenza economica sarebbe evitabile ma viene comunque creata dal governo, intenzionalmente o meno. È così che si perde la libertà.

Oggi è facile reclamare a gran voce il blocco totale e giustificare i più restrittivi interventi del governo.
Ma non dobbiamo dimenticare che questo ha molti motivi per sovrastimare la crisi. Per il governo è sempre vantaggioso sovraintervenire piuttosto che sottointervenire.

Ecco alcuni motivi:
1. Qualsiasi sarà il numero di morti, potrà sostenere che sarebbero stati molti di più senza misure restrittive. La vita umana vale il prezzo di un po’ di PIL e di libertà civili.
2. Qualunque recessione si venga a creare, maschererà quella che avremmo comunque avuto, e di cui avrebbe dovuto rispondere, grazie alle assurde politiche socialiste adottate (salvataggio alitalia, ilva, reddito di cittadinanza,…).
Anzi maggiore sarà la riduzione del PIL più difficile sarà attribuire responsabilità al governo; tutta colpa del virus, il cigno nero.
3. Le politiche tutto spesa necessarie per rilanciare il paese, saranno una manna per i politici.

Chi pone dei dubbi oggi è considerato irresponsabile. Ma è sbagliato.
È un dovere avere dubbi, è un dovere fare le pulci al governo e non appiattirsi sulle sue posizioni, è un dovere misurare l’efficacia dei suoi interventi.
E poi obbligarlo a risponderne.

https://www.facebook.com/aurelio.mustacciuoli/posts/2967586099952623

LO SCOIATTOLO ROSSO AUTOCTONO E LO SCOIATTOLO GRIGIO AMERICANO, ALIENO ED INVASIVO

Lo scoiattolo grigio americano (Sciurus carolinensis) ha colonizzato aree contigue a quelle del nostro scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris), con il rischio di soppiantarlo per esclusione ompetitiva e per la caratteristica di essere portatore sano di Parapoxvirus, letale per lo sciuride indigeno. La questione degli scoiattoli grigi ha sollevato un feroce diattito di natura etica fra le istituzione e una parte del mondo ambientalista, in particolare con i gruppi animalisti piùradicali, circa il quale ognuno può farsi un’idea ricercando in rete. Il problema ha riguardato, in primo luogo, l’opportunità di eliminare fisicamente la specie aliena (tramite cattura e soppressione) al fine di contenerne il più possibile l’espansione; quindi, circa la veridicità scientifica del fatto che i due scoiattoli non potessero convivere o occupare habitat contigui. Curiosamente, chi contesta i dati scientifici e le tecniche per la gestione degli animali esotici invasivi (e i fatti hanno avuto anche seri risvolti legali), si richiama a un supposto diritto di ogni animale alla vita, indipendentemente dalla sua collocazione fisica e dall’impatto sul resto dell’ecosistema. Declinando su nuovi piani la teoria dei diritti universali e naturali dell’uomo, alcuni animalisti non fanno che riallacciarsi alle proprie radici illuministe e alla costituzione giacobina del 1793; ma vanno anche oltre, poichè la scelta di tutelare le specie autoctone dalla competizione con quelle aliene suscita in loro parallelismi: ideologici con le politiche anti immigrazione europee, evocando addirittura i fantasmi dei regimi novecenteschi. La realtà è che l’ambientalismo progressista è così confuso sul tema della biodiversità da avvitarsi sempre di più in un loop psichiatrico che mescola nello stesso calderone concetti differenti (culture, etnie, razze, specie…): pur di non abdicare all’obbligatorietà del meticciato umano e di voler riprodurre questa modalità globale all’intera natura, si schiera per l’estinzione delle diversità tra animali e piante. In questo pantano egualitarista e universalista, noi identitari abbiamo il più grave compito di difendere la diseguaglianza, pichè essa è la regola della natura e le permette di esprimere la propria infinita varietà genetica e culturale di espressioni, forme, colori.

Gilberto Oneto conosceva bene le situazioni descritte in questo paragrafo. In un articolo del 2000 spiegava: “l’introduzione di animali provenienti da altri ambienti altera gli ecosistemi locali, mette a repentaglio le specie autoctone (spesso, come in questo caso, più deboli e del tutto impreparate ad affrontare gli intrusi) e permette ai nuovi arrivati di soppiantare tutti gli altri. Nel caso degli scoiattoli questo è già avvenuto in Inghilterra dove lo scoiattolo grigio americano, importato il secolo scorso per la sua robustezza e per la sua adattabilità alla presenza umana (con cui riesce a convivere fino quasi ad accettare la domesticazione), ha completamente eliminato lo scoiattolo rosso europeo, più piccolo, timido e selvatco. Risultat analoghi si sono avuti con l’introduzione di altre specie per ragioni diverse (ripopolamento, caccia e pesca, divertimento) che hanno ovunque creato problemi, alcuni dei quali abnormi e clamorosi, come la presenza aggressiva del pesce siluro o quella famelica dei cormorani. Anche le pantegane (quella a 4 zampe) sono di importazione. Problemi analoghi si hanno con gli animali abbandonati (come i branchi di cani inselvatichiti che eliminano i lupi) e nel mondo vegetale, invaso da infestanti esotiche”. E, a proposito degli ambientalisti: “Sentite cosa hanno risposto alle giuste obiezioni sulla sorte del povero scoiattolo rosso: ‘lo scoiattolo grigio non soppianterà necessariamente quello rosso. La competizione potrebbe condurre ad una ripartizione della nicchia ecologica: le foreste di conifere ad esempio dove il cibo è di più difficile reperimento sono tuttora la casa dello scoiattolo rosso’. Capito l’antifona? Questi hanno poco rispetto per gli habitat naturali e per la punteggiatura, e non si inteneriscono neppure più davanti al colore rosso che pure ammanta i loro spiriti e i loro più fulgidi ideali. In ogni caso la morale sembra essere: vinca il più forte, quello che meglio sa approfittare delle contingenze e che riesce a scacciare il più debole, riducendolo, come ogni altro povero pellerossa, o ad arrancare nascosto in qualche angolo di mondo.”

Fonte: Ecologia, Identità e Federalismo – Matteo Colaone – 2019

LA DIFESA DELL’ARCHITETTURA E DEL PAESAGGIO TRADIZIONALE – GILBERTO ONETO – 2002

Chiunque può capire quanto sia importante la gestione dell’ambiente nell’affermazione del’identità. Come tutte le altre manifestazioni culturali, anche le nostre case, città e paesaggi sono il frutto del millenario confronto fra le esigenze di vita e di produzione delle nostre genti, le condizioni fisiche del nostro territorio (morfologia, clima, disponibilità di materiali) e il patrimonio di immagini, simbolismi e spiritualità che la nostra gente ha accumulato in generazioni e generazioni. Si tratta di una relazione tra identità e ambiente che conoscono però molto meglio i distruttori di identità che non i difensori di identità.

La storia è piena di esempi tragicamente calzanti. I Romani che hanno inventato tante cose, di solito le peggiori, erano quelli che per primi scientificamente distruggevano i caratteri più riconoscibili dell’ambiente dei popoli sottomessi. Qui da noi si sono messi a disboscare e a centuriare, a mettere una grata di prigione sul paesaggio e a imporre le loro architetture come segno visivo di potere e autorità. Questo lo hanno fatto ovunque sono arrivati con il loro impero. Gli Inglesi in Irlanda hanno fatto sparire ogni traccia di bosco e ogni edificio che non fosse una umile capanna. Gli Americani hanno marcato il territorio con un reticolo del tutto identico a quello della centuriazione: esiste una efficienza geometrica nello sradicamento identitario. Attenzione hanno riservato lo stesso trattamento al paesaggio del sud: le cavallette Shermann e Sheridan hanno distrutto sistematicamente città e architetture dei Ribelli, ma si sono accaniti con particolare attenzione contro gli edifici delle piantagioni, eretti in perfetto stile locale, frutto di apporti europei, visti come simbolo di una società da distruggere. I cinesi hanno eliminato con una certa sistematicità ogni segno di lamaismo nelle costruzioni e nelle sistemazioni ambientali e fisicamente eliminato migliaia di templi e monasteri dove si custodiva un immenso patrimonio culturale e artistico. La guerra santa islamica prevede la distruzione di tutti i segni evidenti delle altre culture e lo ha fatto sistematicamente nel corso dei secoli: i Buddha di Bamiyan e la tomba di Giuseppe sono solo gli ultimi episodi di una devastante iconoclastia ideologica.

Ma non è solo l’Islam a dedicarsi a questo genere di attività. Anche la storia occidentale degli ultimi secoli è stata attraversata da una follia distruttrice che ha lasciato una scia di rovine enorme e poco conosciuta. C’è un filo rosso, un collegamento ideologico tra la furia degli Anabattisti, dei giacobini e dei loro nipotini comunisti. La rivoluzione francese è sicuramente stata la maggior causa di distruzioni artistiche e ambientali del mondo occidentale. È una impressionante sequela di abbattimenti, incendi, ruberie, sotto la quale sono cadute chiese, castelli, monumenti, giardini, foreste, siti antichi e sono andate disperse enormi quantità di opere d’arte. La cosa non ha interessato solo la Francia: tutte le altre parti d’Europa visitate da sanculotti e bonapartisti non sono state da meno. Per quanto ci riguarda dopo l’Unità d’Italia il nazionalismo prima, e il mondialismo poi, hanno cercato di distruggere sistematicamente la nostra tradizione e i nostri linguaggi architettonici e paesaggistici. Gli italiani hanno manifestato il loro patriottismo unificatorio unificando nel peggio i paesaggi della penisola. Da subito si sono accaniti contro i nostri centri storici con devastanti sventramenti “modernizzatori”, imponendo lo stile eclettico dei primi del Novecento e poi imponendo il modernismo razionalista come vero e proprio “stile di regime” prima fascista e poi demo-comunista cercando di imporre un’architettura in cui si riconoscessero tutti gli italiani. nel ventennio fascista lo stato italiano ha investito in modo massiccio e capillare per dare una coscienza della nazione ai suoi cittadini.

Un’azione che si è avvalsa in modo esteso dell’architettura per trasmettere valori e miti, producendo un’architettura onumentale, frutto della fusione fra architettura razionalista, che altro non era se non un’estensione del modernismo, e mito delle radici romano-imperiali. Bisognava creare una memoria collettiva che non era mai esistita. Nella sua smania innovatrice il fascismo ha sventrato interi centri storici cambiando irreparabilmente il volto del paesaggio tradizionale di molte nostre città e campagne. L’attacco all’architettura tradizionale è partito in contemporanea a quello contro i “dialetti” e ha seguito lo stesso schema: demonizzazione e marginalizzazione di ogni localismo, sostituzione con linguaggi poveri, semplici ma unificanti e al “passo con la modernità”. Il risultato è stato di unificare la penisola nel brutto, nel sordido e nel rudimentale: un italiano di trecento vocaboli e una architettura squallida che hanno fatto uguali (e ignoranti) i popoli e identici (e sciatti) i paesi dalle Alpi alla Sicilia.

Tutti insieme architetti di regime fascisti, comunisti socialisti, democristiani hanno visto l’architettura tradizionale tipica di ogni territorio come un attentato all’articolo 5 della Costituzione che tutela l’Italia “una e indivisibile”. Fino a qui i distruttori, ma sull’altro versante cosa succede? Ci sono casi di movimenti autonomisti dove la gestione dell’ambiente diventa fondamentale ma purtroppo per una gran parte di essi il problema non viene colto con la dovuta importanza. Esemplare, ma isolato, resta il caso del Lama che aveva fatto costruire un tempio prima di fuggire perché i suoi avessero per sempre negli occhi e nel cuore l’mmagine dell’architettura della loro terra e quindi della loro identità. Paradossalmente il legame diretto appare più spesso nei movimenti identitari terzomondisti: Indios, Pigmei o aborigeni che combattono per la difesa del loro paesaggio perché vi scorgono il legame, per loro diretto, fra sopravvivenza di una situazione ambientale e loro sopravvivenza fisica. Una nota merita Israele che si è riappropriato simbolicamente del suo territorio piantando alberi.

In Europa, è interessante l’atteggiamento dei Corsi che combattono l’invasione delle architetture turistiche coloniali francesi e difendono una specie locale di lumache, dei Baschi e dei Catalani che hanno risvolti ecologisti. Interessante è anche, non si dovrebbe neppure citare, la posizione sia fortemente identitaria che ambientalista, di movimenti come quello haideriano. A esso molto simile è anche l’atteggiamento di una buona parte degli autonomisti sudtirolesi che giustamente vedono nella difesa dell’aspetto fisico dei loro paesi un forte segno di affermazione di differenza e di libertà locale. Per il resto, soprattutto da noi, il panorama è piuttosto desolante. Non hanno fatto eccezione purtroppo molti amministratori leghisti e sedicenti padanisti che nonhanno per nulla compreso il valore dell’equazione qualità ambientale e identità. Troppi si sono lanciati in spericolate operazioni di autonomismo sciistico, in interpretazioni della gestione del territorio che di localistico avevano solo i destinatari dei vantaggi economici. Non li ha aiutati il movimento autonomista che su questi temi è sempre stato molto reticente: il risultato è stato che quasi tutte le amministrazioni leghiste che sono cadute lo hanno fatto per questioni di piani regolatori. Non un bel paesaggio.

Noi viviamo in un paese che ha una lunga, ricca e rigogliosa tradizione espressiva in questo campo. Noi siamo anche l’unico paese al mondo in cui si può prendere una laurea in architettura senza avere mai fatto un’ora di storia dell’arte, del paesaggio o di ecologia. Addirittura non esistono corsi di storia dell’architettura popolare. Ancora oggi le espressioni popolari dell’architettura e della gestione del paesaggio sono considerate un elemento subalterno, di sottocultura, un triste retaggio del passato, il relitto di tempi e di modi di vita che devono essere cancellati. Non è però, badate bene, un atteggiamento che deriva come spesso si sente dire dall’ignoranza della gente, dal rifiuto di un passato di miseria da parte di chi ha raggiunto un po’ di benessere, di figli e di nipoti di contadini che vogliono chiudere con un passato di pellagra e di fame e che vogliono lasciare le vecchie case per costruirsi villette o infilarsi in condomini con l’antenna centralizzata.

Questi sono le vittime. Sono vittime e strumenti di una cultura che viene imposta coscientemente dall’alto, mediante le scuole, le università, le figure dei professionisti, le leggi (fatte apposta per fare tutto uguale), il sistema fiscale, le USL (che non si occupano mai del lerciume degli uffici postali ma solo della larghezza della vostra camera da letto) e soprattutto la creazione di immagini di riviste specializzate, ma anche di film e televisione. Un movimento autonomista deve invece affermare con forza la difesa di taluni segni che sono marcatori di differenza identitaria.

Fonte: Ecologia, identità e federalismo – Matteo Colaone.

Città Mercantili libere e Impero (Gianfranco Miglio)

Io sostengo il federlaismo come soluzione e via d’uscita al declino irreversibile dello Stato nazionale. Ma se debbo dire qual è il mio vero modello politico di riferimento, il novum che mi piacerebbe vedere realizzato, si tratta di un modello che definisco “anseatico”, che ricalca quello delle città commerciali libere che l’Europa ha conosciuto prima che ovunque el continente si imponesse la struttura statuale moderna, con i suoi eserciti e la sua burocrazia.  Infatti la più genuina tradizione federalista è stata quella del secoli Dodicesimo-Diciassettesimo, delle città mercantili libere, sopraffatte dall’avvento violento dello Stato moderno. Anche Otto von GIerke non è però andato al fondo della struttura contrattuale anseatica dellec ittà commerciali libere. In questa fase nelle città non c’erano persone di grande rilievo politico, nè parlamento, ma solo una gestione degli affari quotidiani negoziata continuamente e un governo frammentato. Il libro che mi piacerebbe scrivere dovrebbe initolarsi “L’Europa degli Stati contro l’Europa delle Città”.
In realtà ci sono dei segnali che lasciano intravedere la possibilità di un’evoluzione nel senso da me auspicato. In Europa oggi esistono grandi aree metropolitanecoese (Randstad Holland, a struttura polinucleare, con sei milioni di abitanti fra AMsterdam, Rotterdam, L’Aia e Utrecht; la stessa Padania), grandi centri urbani – Milano, Lione, Parigi, Monaco, Londra, Francoforte – che sono a tutti gli effetti vere e proprie megalopoli (nel senso di Gottmann), aree d riferimento dal punto di vista degli scambi economici, dello sviluppo demografico, dell’innovazione tecnologica e dei rapporti politici. Vere e proprie comunità politiche sempre più quasi-indipendenti de facto, talvolta in stretta relazione (e magari in competizione) le une con le altre e sempre meno in sintonia con i rispettivi Stati nazionali, che vivono anzi come una limitazione. L’Europa ha già conosciuto qualcosa di simile, all’epoca del Sacro Romano Impero, che era una struttura “internazionale” pluralistica che non produceva sovranità (Pufendorf sbagliava), nella quale le città godevano di una grande indipendenza, pur potendo disporre di un’autorità superiore alla quale rivolgersi per risolvere le proprie controversie. Mi è molto piaciuto, debbo dire, il richiamo del ministro tedesco FIscher alla struttura del Sacro ROmano Impero come modello per l’Europa del futuro: un richiamo che non a caso non è stato invece gradito dai custodi del modello dello Stato giacobino e livellatore, Chirac in testa. La realtà è che la storia dello Stato moderno ha diffuso un’idea limitata e parziale delle innumerevoli possibilità di organizzazione della convivenza internazionale. COstituzionalisti, studiosi di Diritto Pubblico e giuristi internazionalsiti però non se ne rendono conto, se non confusamente, a causa della concezione ossessiva della sovranità nella quale sono cresciuti. Fra cinquant’anni una nuova combinazione di elementi politici e privatistici darà luogo a strutture di tipo neofederale quasi ovunque. Potrà suonare per alcuni come una bestemmia, per altri, tra cui mi annovero, come una speranza: e se nel nostro futuro, una volta finita l’epoca degli Stati nazionali (commerciali) chiusi, ci fosse la creazione di un nuovo spazio politico, di una struttura di tipo imperiale in grado di unire, rispettandone le diversità, tutti i diversi popoli europei?

Fonte: Oltre lo Stato Nazionale: l’Europa delle città, 2000, Scritti Politici, Gianfranco Miglio