Abbasso lo Stato e la Democrazia – Hans Hoppe – Recensione

Nelle mie “esplorazioni ideologiche” di visioni del mondo anti-status quo, ultimamente sto concentrando il mio interesse sullo studio dell’ideologia cosiddetta “libertarian right” nella sua variante più radicale, l’an-cap (anarcocapitalismo).

In pratica, partendo da una radicalizzazione del “liberalismo classico” (ritenuto troppo conciliante con lo stato) alcuni pensatori riconducibili alla cosiddetta “scuola austriaca”, a partire da considerazioni economiche, storiche e tecniche, hanno sviluppato un pensiero, condivisibile o meno sicuramente radicale ed interessante.

Uno degli autori più in vista di certi circuiti è senz’altro Hans Hoppe, di cui ho letto questa raccolta intitolata “Abbasso lo Stato e la Democrazia”.

Le parti ed i concetti più interessanti in questo libro (che credo sia considerabile una sorta di “manifesto an-cap”) sono le seguenti (descritti secondo le argomentazioni dell’autore)

1) Diritto alle libere comunità non sottoposte allo stato e diritto unilaterale di secessione.

2) Pensiero radicalmente non solo anti-democratico ma anche anti-liberalista in quanto secondo l’autore il liberalismo classico, ammettendo la necessità dell’esistenza di uno stato, per quanto non opprimente, entra in contraddizione e storicamente si scava la fossa, perchè se ammetti l’esistenza di un parassita questo poi si espande e non te ne liberi più se non lo uccidi. (Leonardo Facco, forse il principale esponente italofono, usa sempre la frase “i parassiti o li stermini o ti sterminano”, riferendosi a politici, dipendenti pubblici ed altre cateogire ritenute tali)

3) Teoria delle “aristocrazie naturali” in concorrenza fra loro scelte liberamente dalle persone comuni per richiedere servizi di protezione e/ dirimere le proprie controversie: esse sarebbero gruppi di persone che, in modo naturale, emergono dalla massa per equità, coraggio, forza, successo, ricchezza ecc. Viene fatto l’esempio del sistema feudale come ordine che si avvicina maggiormente a questo concetto. Secondo l’autore, nonostante le ovvie ingiustizie ed atrocità dell’epoca, questo ordine avrebbe potuto evolversi e perfezionarsi, includendo anche i servi, senza l’avvento negativo di certe forme di stato.

4) Involuzione della società da quando uno fra i tanti “re”, alleandosi con “il popolo” reso rancoroso verso gli altri “re” dagli intellettuali al servizio del “futuro unico re assoluto” riuscì ad imporre il monopolio della legge e della protezione su un dato territorio, facendo venire meno la volontarietà della scelta dell’elite naturale in concorrenza da cui cercare protezione.

5) Il passaggio dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, che ha segnato la codificazione ufficiale di questo monopolio oppressivo e parassitario.

6) Il passaggio dalla monarchia costituzionale alla democrazia (incluse le monarchie democratiche) che mantiene tutti i difetti della monarchia costituzionale aggiungendo, però, il fatto che il potere non è più “ereditario” con un sovrano che bene o male pensa al futuro della propria genia e della “sua proprietà” ma con una serie di individui scaltri e truffaldini pronti a farsi eleggere per approfittare personalmente e clientelarmente dei privilegi del pubblico sul privato, senza curarsi del futuro delle altre generazioni.

7) Una strategia per cambiare lo status quo (Cosa deve essere fatto, famoso discorso di Hoppe), consistente nell’uso strumentale della democrazia in certe enclavi sparse risvegliate per prendere il potere, privatizzare per arrivare ad un “medioevo urbano moderno e senza stato” con tanto di resistenza passiva paracula simultanea di queste enclavi ad ogni tentativo dello stato di “ristabilire l’ordine” (concetti di “non collaborazione”, tipo “ok stato, queste sono le tue leggi, se mandi i tuoi a farle rispettare non mi oppongo ma non faccio il il tuo lavoro perchè io rispondo ai miei elettori)

8) La distruzione ideologica del contesto di stato in favore del concetto di “privatopia” e la polemica aspra contro i liberali classici moderati che non mettono in discussione questo organismo parassitario, monopolista ed oppressivo per natura.

9) Il ruolo strumentale del sostegno a qualunque movimento secessionista al fine di avere una moltitudine di stati piccoli ed in concorrenza fra loro come passo intermedio verso l’ideale privatopia, tante piccole comunità volontarie, città-stato ecc in concorrenza fra loro in cui il successo sia nella scelta dei cittadini di “votare coi piedi” ovvero spostarsi liberamente dove vogliono se il posto dove sono è gestito male (si ritorna al concetto di elites naturali in concorrenza fra loro per dare dei servizi alla gente comune).

10) Libertà di accogliere, diritto di escludere, intesa come libera gestione delle comunità e degli individui di gestire il fenomeno immigrazione come meglio credono, ovvero, per chi è razionale, “solo su invito e solo in certe zone prestabilite” senza le imposizioni dall’alto di uno stato che decide di riempire la tua zona di allogeni (spesso dal comportamento parassitario) senza che tu possa decidere.

Opinioni personali. Questa visione sicuramente presenta aspetti molto interessanti e condivisibili. Una mancanza è, a mio avviso, il considerare poco (non che lo tralasci eh, ma lo considera poco) l’elemento “comunanza etnoculturale” e molto l’elemento “efficienza economica” (che ritengo importante ma non esclusivo). Forse una visione che in certe parti è monca ma, cosa dire, è meglio avere una sola mano libera che averne 2 legate da eterne manette dietro la schiena.

Libertarismo, diritto di muoversi e immigrazione islamica (Guglielmo Piombini – 2017)

Un mondo senza frontiere

Nell’epoca liberale che ha preceduto la prima guerra mondiale si poteva viaggiare liberamente in tutto il mondo senza bisogno di documenti o formalità burocratiche. Ognuno andava dove voleva e vi rimaneva finché voleva. Non c’erano permessi né concessioni né lasciapassare. «Mi diverte sempre lo stupore dei giovani quando racconto loro di essere stato prima del 1914 a girare l’India o l’America senza possedere un passaporto o neppure averlo mai visto – scrive Stefan Zweig – Si ignoravano i visti, i permits e tutte le seccature; gli stessi confini che oggi, per la patologica diffidenza di tutti contro tutti, si sono trasformati in reticolati da doganieri, poliziotti e gendarmi, non significavano altro che linee simboliche, che si potevano superare con la stessa spensieratezza come il meridiano di Greenwich» [1]. Così lo scrittore austriaco ricorda un suo viaggio negli Stati Uniti: «Nessuno m’interrogò sulla mia nazionalità, la mia religione, la mia provenienza e dire che io – circostanza inconcepibile in questi tempi di impronte digitali, di visti e di permessi di polizia – ero partito senza passaporto. Là c’era il lavoro ad aspettare gli uomini e questo solo era essenziale. In un minuto, senza l’intrusione dello Stato, senza le formalità e le Trade Unions, in quei tempi ormai leggendari di libertà, il contratto era concluso» [2].

Anche in Inghilterra la situazione non era diversa: «Fino all’agosto del 1914 – scrive lo storico A.J.P. Taylor – non fossero esistiti uffici postali e poliziotti, un inglese giudizioso e osservante delle leggi avrebbe potuto trascorrere la vita senza quasi accorgersi dell’esistenza dello Stato. Poteva abitare dove e come gli pareva. Non aveva numero ufficiale né carta d’identità. Poteva viaggiare all’estero o lasciare il suo paese per sempre senza aver bisogno di passaporto o di autorizzazione di qualsiasi genere; poteva convertire il suo denaro in qualsiasi tipo di moneta senza restrizioni né limiti. Poteva acquistare merci da tutti i paesi del mondo alle stesse condizioni che in patria. Quanto a questo, uno straniero poteva passare tutta la vita in Inghilterra senza autorizzazione e senza neanche informarne la polizia» [3].

Queste descrizioni sul vecchio mondo liberale senza frontiere, dogane, passaporti e visti sono davvero suggestive, ma forse non offrono un quadro completo della situazione. I governi dell’epoca non assillavano i viaggiatori con controlli doganali, burocrazia, reticolati, passaporti e frontiere anche perché a quei tempi non esisteva il welfare state, e quindi gli immigrati non costituivano mai un costo per gli Stati che li accoglievano. A differenza di oggi il problema dell’immigrazione parassitaria, attirata dai benefici dello “stato sociale”, nemmeno si poneva. La mancanza di assistenzialismo pubblico incentivava gli immigrati a dedicarsi a occupazioni produttive e a integrarsi il prima possibile nella società che li ospitava.

Vi era inoltre un controllo sociale sui nuovi arrivati molto più stretto di oggi. Non esistevano tutte quelle regole “anti-discriminazione”, partorite dall’ideologia multiculturalista e politicamente corretta, che attualmente impediscono agli autoctoni di criticare le abitudini e la mentalità degli immigrati. Nel corso del XIX secolo gli emigranti non avevano particolari difficoltà burocratiche a entrare negli Stati Uniti, ma una volta dentro si accorgevano di non poter fare tutto quello che volevano. Il nuovo arrivato in un quartiere cittadino o in un villaggio del West veniva messo sotto osservazione dalla comunità. I tutori della legge e gli sceriffi allontanavano i piantagrane e i disturbatori. I mormoni, malvisti anche a causa di alcune loro usanze come la poligamia, vennero scacciati a più riprese da molti luoghi, tanto da essere costretti a fondare la loro comunità in un luogo desertico, a Salt Lake City nello Utah.

Leonardo Facco ha rilevato questi due aspetti contrastanti della libertà di movimento scrivendo: «Pensare di bloccare le frontiere è folle e innaturale, dato che da quando esiste l’uomo i popoli si sono spostati lungo il globo terracqueo … Ciò detto, nulla osta al fatto che nessuno può permettersi di venire a vivere a casa mia, facendosi mantenere … non esiste un diritto d’invasione, ma esiste – viceversa – il diritto di starsene in pace in quelle vie e piazze che, per ragioni storiche, noi abitiamo da sempre» [4]. Negli Stati Uniti e negli altri paesi liberali dell’800 l’adesione al principio della libera circolazione degli individui non si tramutava in “invasione” perché, anche senza controlli alle frontiere, il libero mercato e le sanzioni sociali stroncavano sul nascere l’opportunismo parassitario, la pretesa di conservare una mentalità disfunzionale e improduttiva, la mancanza di rispetto per la cultura della nazione ospite.

Non è facile, dunque, trapiantare le tesi favorevoli a un’immigrazione senza limiti nelle nostre attuali società ampiamente statalizzate. I libertari, ha osservato Carlo Lottieri, hanno ragione a sostenere che ogni problema connesso all’immigrazione sarebbe meno grave se lo Stato tassasse e spendesse meno, ma poi sono in ovvia difficoltà quando con i loro criteri di giustizia e le loro considerazioni di teoria economica si confrontano con questo mondo largamente socialista, collettivizzato, burocratizzato. Nell’attuale situazione non esiste un algoritmo in grado di dirci se le frontiere statali vanno tenute aperte, e in che misura [5].

 

L’immigrazione italiana nel West

L’attuale arrivo di popolazioni asiatiche e africane in Europa ha quindi un carattere molto diverso dalla grande emigrazione degli europei in America. Confrontando queste due esperienze storiche si ha l’impressione che meno i governi si ingeriscono nelle vite degli immigrati conferendogli “diritti”, facilitazioni o sussidi, più i nuovi arrivati si integrano e hanno successo. Nella stragrande maggioranza dei casi gli emigrati europei accoglievano con entusiasmo la filosofia individualista e antistatalista che trovavano in America. Il loro successo più straordinario fu la colonizzazione delle vastissime regioni di Frontiera dell’Ovest, nelle quali si realizzò un grandioso esperimento americano di anarco-capitalismo [6].

Quasi tutti gli immigrati nel West provenienti dall’Italia, scrive il professor Andrew F. Rolle in un approfondito studio sull’argomento, divennero persone fiduciose in se stesse e determinate che si sarebbero saldamente stabilite sul suolo americano. Invece di fare la parte delle patetiche e lamentose “vittime della società” o della “discriminazione” come i miserabili scrocconi del welfare state che arrivano oggi in Europa, divennero artefici del proprio destino. Gli immigrati italiani, scrive Rolle, si ambientarono rapidamente, si misero a gara con gli americani nella veloce corsa alla ricchezza e al successo, e riuscirono a salire fin dove i loro talenti potevano portarli. Nel West avevano la sensazione di rinascere, si liberavano della vecchia pelle e se ne facevano crescere una nuova. Un immigrato italiano lasciò scritto che, venendo nel West, egli era “rinato” e che sentiva di dover “assorbire il più possibile dei modi e della lingua, della mentalità e dei temperamenti degli americani, perché questo era “l’inizio di una nuova vita”, ed era necessario “far crescere dentro di sé volenti o nolenti, una nuova mente e un nuovo cuore”[7].

Ciò è perfettamente comprensibile, perché «le possibilità che l’uomo aveva di migliorare il proprio stato furono assai maggiori nel West che nell’affollato Est. Chi si spingeva verso la frontiera occidentale poteva mettere a frutto le proprie capacità individuali molto più e molto meglio di chi rimaneva indietro. Poteva progredire e avere successo» [8]. In altre parole, un nullatenente appena sbarcato nel paese aveva molte più possibilità di fare fortuna nelle aree “selvagge” prive di Stato dell’Ovest che nelle più “civilizzate” e statalizzate regioni dell’Est. Infatti in larghissima maggioranza gli immigrati nel West fecero fortuna. Gli italiani, che a casa propria avrebbero patito la fame e l’oppressione sotto il regime più fiscalista e militarista d’Europa, approfittarono in pieno, con grande spirito d’intraprendenza, delle immense opportunità offerte dalla Frontiera americana, e senza ricevere nemmeno un dollaro di sussidi pubblici, costruirono la propria autostima e la propria felicità in quelle terre lontane. Solo dalla prospera comunità mercantile italiana di North Beach a San Francisco venne fuori una mezza dozzina di milionari nati in Italia [9].

La storia della colonizzazione dell’America dimostra tutto il contrario di quello che sostengono oggi le gerarchie politiche ed ecclesiastiche dell’Europa, favorevoli all’accoglienza e al mantenimento indiscriminato degli immigrati a spese dei contribuenti. Abbiamo due modelli contrapposti di “integrazione” degli immigrati nelle società ospiti. Da un lato il sistema individualista dell’America dei pionieri, dove lo Stato è assente e tutto viene lasciato alla responsabilità dell’individuo; dall’altro il sistema assistenzialista e multiculturalista dell’Europa di oggi. Gli esiti, manco a dirlo, sono stati opposti. Mentre la filosofia borghese e libertaria del “self-help”, del fare da sé, trasformava gli immigrati in persone entusiaste e produttive, capaci di edificare dal nulla, nelle terre selvagge, la più grande e ricca nazione della storia, l’ideologia socialista e multiculturalista trasforma gli immigrati in astiosi e risentiti odiatori della società che li mantiene.

In America chi non si adeguava agli standard morali e produttivi della nazione ospitante veniva inevitabilmente punito. Chi non lavorava non mangiava, mentre i fuorilegge finivano tutti, chi prima e chi dopo, appesi ad un albero con la corda al collo. Nell’Europa di oggi, invece, le etnie che usufruiscono in maniera massiccia di sussidi e servizi pubblici possono permettersi di praticare atteggiamenti improduttivi, sprezzanti, pretenziosi, minacciosi, violenti e intimidatori nei confronti della popolazione autoctona, senza subire alcuna conseguenza negativa.

 

Padroni a casa propria

Il principio liberale della libera circolazione degli individui è corretto dal punto di vista “macro” delle politiche statali, ma va precisato e integrato secondo un punto di vista “micro” che tenga conto dell’esistenza delle comunità locali e della proprietà privata. In una pura società libertaria, infatti, tutta la terra abitabile sarebbe in proprietà di individui, condomini, comunità. Non ci sarebbe una completa libertà di movimento, perché l’immigrazione sarebbe regolata privatamente dai titolari di questi spazi, i quali detterebbero le condizioni di entrata. Ogni proprietario o gruppo di proprietari che formano una comunità avrebbero il diritto di accogliere ma anche quello di escludere, ovvero di non essere costretti ad una coabitazione forzata e ad un’integrazione non voluta.

Prima dell’affermazione dello Stato moderno, infatti, le “proprietà comuni” non erano a disposizione di tutti ma erano solitamente riservate agli abitanti di una certa località o di un certo villaggio, che avevano diritto di pascolo, legnatico, caccia, raccolta, secondo gli usi o le consuetudini locali. Solo nelle aree inospitali, disabitate e fuori dalla civiltà (foreste, montagne inaccessibili, zone sperdute) vigeva la completa libertà di accesso e circolazione. Attraverso la statalizzazione della terra comune, i governi hanno di fatto espropriato, a vantaggio del ceto politico-burocratico, quel potere di controllo degli spazi di vita che prima spettava ai proprietari e alle comunità. L’effetto è stato quello di rendere “invadibili” dall’esterno quei territori un tempo presidiati dalla società civile. Questi spazi collettivizzati si sono trasformati di fatto in commons, cioè in proprietà di tutti e di nessuno dove chiunque può entrare e fare quello che vuole, come in una discarica.

Le attuali aree pubbliche espropriate dalla casta governante appartengono ancora, da un punto di vista morale, ai residenti e ai tax-payers che hanno finanziato la loro costruzione, gestione e manutenzione. Su tutti i beni pubblici (strade, piazze, case popolari, servizi pubblici e così via) i residenti e i contribuenti hanno quindi un diritto “quasi-proprietario” che prevale sulle pretese degli ultimi arrivati. Questo, del resto, è buon senso comune. Si provi a interpellare quei saggi montanari svizzeri le cui famiglie vivono da secoli nelle vallate alpine, e gli si dica che le strade dei loro paesi e i pascoli che usano da tempo immemorabile non gli appartengono perché sono “pubblici” e “di tutti”, e che i “rifugiati” somali o afghani appena arrivati hanno uguale diritto di occuparli e di utilizzarli a proprio piacimento. Un’affermazione del genere risulterà a loro provocatoria e incomprensibile.

Riguardo l’immigrazione, nelle nostre attuali società semi-statalizzate la soluzione migliore per avvicinarsi il più possibile ai probabili esiti di un ordine naturale di mercato è quella di favorire la massima decentralizzazione delle decisioni. L’immigrazione andrebbe quindi regolata al livello più locale possibile, perché una decisione presa centralmente non riuscirebbe mai a soddisfare in maniera adeguata le diverse preferenze di apertura o di chiusura presenti tra la popolazione. In ogni società vi sono infatti degli individui che desiderano più immigrazione (ad esempio, datori di lavoro, venditori di case, solidaristi) e altre categorie che invece non ne desiderano affatto; vi sono aree, come quelle residenziali o quelle già affollate, dove gli immigrati non sono graditi, e altre aree disabitate, commerciali o industriali nelle quali si cerca al contrario di attirare gente da fuori.

 

La cultura conta

Anche il grande pensatore libertario Murray N. Rothbard nel suo importante saggio Nazioni per consenso: decomporre lo Stato nazionale, era giunto alla conclusione che, a causa dell’intensificazione dei problemi immigratori legati alla presenza del Welfare State (che grava pesantemente sugli autoctoni) e dell’invasione culturale (dato che l’immigrazione indiscriminata può portare alla cancellazione della cultura indigena, come sta avvenendo negli Stati meridionali degli USA, sempre più ispanizzati), il regime delle frontiere aperte che esiste de facto negli Stati Uniti si riduce ad un’apertura coercitiva operata dallo Stato centrale, che non riflette genuinamente i desideri degli abitanti [10].

Gli spazi di convivenza, infatti, sono dei fragili prodotti culturali edificati da culture specifiche che si esprimono in consuetudini, modi di fare, regole di comportamento, forme di correttezza e di cortesia. L’arrivo in massa di persone ostili a questi ecosistemi sociali può portare rapidamente alla loro dissoluzione. Le comunità locali hanno dunque tutto il diritto di proteggere i propri habitat impedendo l’invasione da parte quei gruppi di persone incompatibili sul piano culturale. Occorre comprendere che ciò che caratterizza una società libera non è una determinata costituzione o legislazione, ma una cultura, condivisa intimamente dalla grande maggioranza degli abitanti, che rispetta l’individuo, la sua libertà e la sua proprietà.

Una società libera può esistere solo quando le persone sono convinte, nella profondità del loro animo, che la libertà individuale è il bene supremo, che la proprietà privata è sacra e inviolabile, che ognuno è responsabile delle proprie azioni e del proprio destino, che vivere alle spalle degli altri o mantenuti dalla società è disonorevole. In ultima analisi, le leggi o le costituzioni scritte di un paese contano poco o nulla. Ciò che contano sono i principi e i valori vissuti dalle persone nella loro vita quotidiana, trasmessi come esempi alle nuove generazioni, rinforzati dalla pratica costante, protetti dallo stigma sociale per i trasgressori. Non sono dunque sufficienti, per risolvere i problemi legati all’invasione di popolazioni aliene, delle riforme economiche e politiche strutturali che trascurino gli aspetti culturali. Se anche venisse abolito completamente il welfare-state, l’afflusso incontenibile di persone provenienti da paesi con culture illiberali determinerebbe ben presto il ripristino di nuove forme di parassitismo e di socialismo.

 

L’islamizzazione dell’Europa

Non tutte le culture, infatti, sono uguali. Non tutte le culture accettano quei principi liberali che, sebbene soffocati dalla secolare avanzata dello statalismo, in Occidente ancora sopravvivono a livello sociale. Ma che fine faranno questi valori se le nostre società sono popolate sempre più da persone portatrici di una cultura, come quella islamica, che ritiene giusta l’abolizione della libertà d’espressione in materia religiosa, l’inferiorità giuridica delle donne e degli “infedeli”, la pena di morte per apostati, blasfemi o adultere, e che avversa profondamente tutte le manifestazioni artistiche della creatività umana come la musica, la scultura o la pittura?

Il sottosviluppo e la situazione fallimentare di gran parte dei paesi islamici sono dovuti a questa cultura, non alla malasorte. Inevitabilmente l’enorme afflusso di musulmani nel vecchio continente renderà le società occidentali sempre più simili al Pakistan, al Bangladesh, all’Afghanistan o all’Egitto, come già sta accadendo in molti quartieri storici delle città europee. Il fatto che gli immigrati dai paesi islamici desiderino possedere i benefici economici dell’America, dell’Inghilterra, della Germania, della Svizzera o dell’Austria non significa affatto che apprezzino o comprendano le condizioni che hanno reso possibili questo benessere, e che si impegneranno a conservarle. Ma la ricchezza materiale dell’Occidente non è piovuta dal cielo: è un qualcosa che la società europea ha saputo costruire nei secoli, dandosi una struttura sociale fondata su un insieme di valori-guida basati sul rispetto dell’individuo.

I musulmani non sembrano collegare la superiorità economica e tecnologica dei paesi occidentali, che evidentemente li attira, con gli aspetti culturali più libertari delle nostre società. Anzi, dichiarano apertamente il loro disprezzo per la cultura occidentale e di non avere nessuna intenzione di integrarsi o di adeguarsi. Vogliono la ricchezza materiale ma odiano ciò che l’ha resa possibile. Non si fanno domande sulle ragioni per cui hanno deciso di emigrare, sul perché preferiscano vivere in Occidente rispetto ai loro paesi. Non capiscono né vogliono capire. È chiaro tuttavia che l’atteggiamento psicologico di chi penetra, spesso illegalmente, nel territorio di un altro paese per beneficiare della ricchezza dei suoi abitanti, manifestando nello stesso tempo odio e disprezzo nei loro confronti, non è quello dell’immigrato ma dell’invasore.


Svizzera: un club esclusivo

Hans-Hermann Hoppe ha affermato che il sistema decentralizzato di gestione dell’immigrazione della Svizzera è quello più vicino al modello libertario, perché riesce maggiormente a selezionare l’immigrazione secondo le preferenze della popolazione [11]. Da questo punto di vista, la Svizzera è una sorta di club privato esclusivo che accetta solo persone gradite. Pur avendo la più elevata proporzione di stranieri, quasi il 25 per cento, accetta praticamente solo persone qualificate o con un retaggio culturale simile al proprio. Oltre l’80 per cento degli stranieri residenti in Svizzera provengono infatti dai paesi europei. I cittadini tedeschi, italiani, portoghesi e francesi da soli costituiscono quasi la metà di tutti gli stranieri in Svizzera [12].

Il processo di naturalizzazione è molto complicato, perché non basta nascere nel territorio elvetico per diventare cittadino svizzero. La cittadinanza svizzera può essere ottenuta da un residente che abbia vissuto in Svizzera per almeno 12 anni, ma deve parlare fluentemente almeno una delle lingue nazionali, a seconda del comune di residenza, e dimostrare di essere perfettamente integrato con la vita in Svizzera, avere familiarità con le abitudini, i costumi e le tradizioni svizzere e non costituire pericolo per la sicurezza interna o esterna del paese. Gli svizzeri sono consapevoli che il loro modello politico costituisce un gioiello unico al mondo, e che la sua sopravvivenza è strettamente legata alla conservazione della cultura politica e sociale dei suoi cittadini.

Questo modello scomparirebbe rapidamente dalla faccia della terra se i cantoni della Confederazione concessero la cittadinanza, e quindi la partecipazione politica, a masse di persone estranee alla cultura elvetica. Per questa ragione di recente le autorità di Basilea hanno respinto tre richieste di cittadinanza da parte di persone di religione musulmana, perché il loro comportamento dimostrava la loro estraneità alla cultura svizzera: a due ragazzine musulmane di 12 e 14 anni è stata rifiutata la cittadinanza perché si erano rifiutate di nuotare in una piscina dove vi erano anche dei maschi; in un altro caso la cittadinanza è stata negata a due fratelli che a scuola si sono rifiutati di stringere la mano alla propria maestra, un’usanza molto diffusa nelle scuole svizzere; in un terzo caso, avvenuto nell’aprile 2016, la cittadinanza è stata negata a una famiglia kosovara, giudicata non integrata sulla base delle testimonianze dei compaesani perché giravano malvestiti per le strade del paese senza salutare e fare amicizia con nessuno, chiari segni di mancata integrazione nella cultura locale [13].

Per concludere possiamo ritenere che in una società libertaria l’immigrazione sgradita, di persone inassimilabili, pericolose o con tendenze parassitarie, non esisterebbe. I proprietari e le comunità locali infatti effettuerebbero una rigida selezione agli ingressi, come avviene nelle gated communities, le città private americane gestite su base condominiale in cui vivono decine di milioni di statunitensi. Il sistema svizzero di gestione dell’immigrazione e della cittadinanza è quello che attualmente si avvicina di più al modello libertario “a inviti” proposto da Hoppe. Questa conclusione giustifica, da un punto di vista libertario, regole restrittive di accettazione degli immigrati provenienti da paesi con una cultura storicamente ostile e inassimilabile a quella dei paesi d’arrivo.

Fonte: http://libertycorner.eu/index.php/2017/08/09/libertarismo-diritto-muoversi-immigrazione-islamica/

Il Muro di Berlino e i suoi Calcinacci – cosa c’è da festeggiare? Leonardo Facco – commento del blogger

Ho recentemente letto il libro “l Muro di Berlino e i suoi Calcinacci – cosa c’è da festeggiare?” di Leonardo Facco, uscito nel 2019,

Personalmente l’ho trovato molto valido ed interessante e consiglio la lettura a chiunque voglia approfondire la critica a 360 gradi al marxismo / comunismo. In questo libro vi è infatti un attacco strutturato, sistematico e ben argomentato a questa aberrante ideologia che ha fatto e continua a fare danni ovunque metta radici.

La sconfitta del comunismo in URSS ed il precedente crollo del muro di Berlino hanno, paradossalmente, fatto sì che questa ideologia aberrante penetrasse nel mondo Occidentale sotto altre forme più subdole, come quella del cosiddetto “marxismo culturale” o del “socialismo democratico”.

Nel capitolo “dal Muro al Forum” viene sottolineata l’importanza di alcuni leaders e paesi del Sudamerica, come Fidel Castro, Lula e Chavez, per la fondazione e diffusione del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”.

Il capitolo “Neoliberismo, populismo ed egemonia culturale” nel quale si spiega il percorso che ha portato il marxismo culturale a diventare praticamente l’ideologia dominante del cosiddetto “occidente democratico”, grazie all’opera degli esponenti della Scuola di Francoforte.

Nel capitolo “Lo stato dell’arte”, collegandosi al discorso dell’egemonia culturale, si parla delle tendenze filo-marxiste di innumerevoli VIPs dello spettacolo, un circolo vizioso che diventa vero e proprio lobbysmo, stile “e se vuoi un posto in vista devi esser comunista”.

Nel capitolo “prediche utili” si parla della penetrazione di idee marxiste all’interno della chiesa cattolica, specie dopo il concilio vaticano II, soffermandosi sulla cosiddetta “teologia della liberazione”, alla base del cosiddetto “catto-comunista”, nata e sviluppatasi in contesti sudamericani, prima osteggiata ed ora appoggiata dalle massime autorità ecclesiastiche.

Nel capitolo “Omertà di Parola” si torna sul discorso dell’egemonia culturale, affrontato però dal punto di vista della censura e della stigmatizzazione, esplicita o implicita, di chiunque osi mettere in discussione i dogmi marxisti dominanti.

Nel capitolo “Macerie verdi, morte nera, i termosocialisti” si affronta il discorso del revival ecologista, che secondo l’autore non è altro che il cavallo di troia dei neomarxisti per giustificare sempre maggiori restrizioni alla libertà di impresa, di ricerca e sempre maggiore interventismo dello stato. L’autore fa notare, inoltre, che storicamente i regimi comunisti più o meno espliciti, con la loro malagestione, hanno nei fatti causato degrado ambientale molto più di altri.

Dopo un breve capitolo, il muro e i suoi calcinacci, con l’elenco dei partiti comunisti o post-comunisti al governo o in coalizione in tutto il mondo, vi è un capitolo abbastanza lungo intitolato “Il comunismo del XXI secolo, W Chavez!”, in cui l’autore (che avendo vissuto buona parte della sua gioventù in Venezuela è particolarmente legato a quel paese) descrive nel dettaglio come Chavez prima e Maduro poi siano riusciti a prendere e mantenere il potere ed abbiano portato gradualmente allo sfascio un paese che per gli standard sudamericani non era male con le loro scellerate politiche inefficienti e parassitarie, riducendo in miseria la stragrande maggioranza del loro stesso popolo.

Interessante anche il capitolo “Stati socialisti d’America” in cui parla delle tendenze filo-comuniste nel paese considerato “anticomunista per eccellenza” ma che, in realtà, già dalla nascita dell’URSS, si è aperto a queste nefaste influenze, fino ad arrivare allo status quo, con l’egemonia culturale e dell’informazione in mano ad esponenti che si identificano nell’ala “liberal” (ovvero socialista democratica) del partito democratico.

Nel capitolo “Neoliberismo, chi l’ha visto?” si riprende un discorso accennato in uno dei primi capitoli: questa chimera chiamata “neoliberismo” a causa della quale esistono tutti i mali del mondo ma che, di fatto, in realtà, non esiste, in quanto quasi tutte le calamità economico politiche sono, viceversa, causate dall’eccesso di interventismo statale. Viene fatto, fra gli altri, l’esempio della recente crisi dovuta alla bolla immobiliare.

Nel capitolo “quel manifesto appeso al muro” vi è un inquietante parallelismo fra buona parte dei punti del manifesto del partito comunista di Marx ed Engels e l’agenda politica che sta seguendo parte delle forze di governo democraticamente eletto in tutto il mondo: la democrazia si rivela non l’antidoto al comunismo, bensì lo strumento ideale della classe dirigente marxista per portare avanti le proprie istanze aberranti.

Il capitolo “vi prego, convincetemi, che c’è qualcosa da festeggiare”, si commenta da solo. Alla fine di ogni capitolo c’è la frase “cosa c’è da festeggiare?” (dalla caduta del muro). La risposta implicita è che non c’è proprio un cazzo da festeggiare. Viene enfatizzato questo discorso, definita la democrazia come “leggera variante del comunismo che non ha niente a che fare con la libertà” e, fra le altre cose, viene fatto un paragone iperbolico ed inquietante ma non per questo errato fra il caso dei Khmer Rossi della Cambogia (all’epoca appoggiato dal PCI, buona parte del quale oggi è PD) e l’aberrante caso di Bibbiano. In entrambi i casi si tratta, fa notare l’autore, dello Stato che toglie a forza i bambini alle famiglie (privati) per darli a soggetti con la stessa ideologia dello Stato. In Cambogia lo Stato agiva con la violenza, a Bibbiano con la “forza della democrazia” sotto forma di legge. Inquietante davvero. Vi è anche una forte critica alla recente proposta di legge, in stato avanzato, di inserire l’educazione civica nelle scuole, in quanto si tratta di mero indottrinamento statalaro pro-sacralità delle istituzioni in stile Corea del Nord.

Chiude, in appendice, “La strepitosa superiorità del capitalismo” di Javier Gerardo Milei, esponente libertario argentino molto seguito nel suo stato d’origine, che argomenta la sua tesi in modo tecnico ma comprensibile anche ai non addetti ai lavori che abbiano voglia di usare un minimo di logica.

Perchè i bigotti stanno migrando a sinistra (fonte: Das Bose Buro)

Chi ha delle conversazioni con persone di sinistra, ultimamente, si trova sempre di piu’ a constatare un crescente bigottismo. La tendenza al bigottismo non si esplicita molto nel campo delle opinioni – apparentemente a sinistra sono quelli dalla mentalita’ piu’ aperta – ma nella reazione che ottenete sempre quando mettete in campo delle critiche, e nella tendenza allo scisma e all’ostracismo.

Ma prima di assegnare responsabilita’ a destra o a sinistra intesi come colpevoli di questa tendenza, occorre capire una cosa: il bigotto esiste. Ne esistono milioni, e probabilmente continueranno ad esistere. Il vero problema, semmai, e’ “dove passano l’inverno?”.

Come ogni popolazione nomade, i bigotti migrano dal posto ove riescono ad esprimere meno il proprio desiderio di condannare qualcuno verso le aree ove riescono ad esprimerlo meglio. Per esprimere questa tendenza il bigotto ha bisogno di alcune condizioni specifiche.

  • Una facile criminalizzazione del comportamento altrui.

Se volete sganciare una bomba sulla casa di qualcuno, oppure volete farlo bruciare per stregoneria, oppure volete ostracizzarlo, una delle scuse che potete scegliere per assalirlo e’ quella di aver commesso qualche crimine orrendo. Siccome verrete chiamati a giustificare la vostra animosita’, dovete in qualche modo “dimostrare” che la persona su cui invocate i fulmini divini abbia commesso crimini orrendi.

Allora potete fare una cosa semplice: ingigantire un problema triviale. Un modo semplice e’ la polizia del linguaggio, per esempio dire “se definisci il mio cane come roccioso anziche’ il doveroso acidulo  , hai commesso un crimine orrendo, che chiameremo acidulizzazionecinolapidaria, che e’ un crimine orrendo. Il tuo PhSplaining e’ una cosa tremenda , che offende tutti i cani, tutti i bibliotecari e le macellaie lesbiche del Ghana. Non possiamo consentire che questo crimine passi impunito. A morte! ”

Questa tendenza e’ gia’ presente nel mondo del femminismo americano con la tendenza a scrivere “man-” di fronte  a qualcosa per demonizzarla. E allora se una donna occupa due posti con una borsetta di Gucci (immagino che si portino da casa anche l’ossigeno, vista la dimensione) va bene cosi’, mentre se un uomo non tiene le gambe chiuse per motivi anatomici abbastanza ovvi e’ “man-spreading”. Interessante come, se una donna in sovrappeso occupa due posti, allora non si puo’ dire nulla per non fare “nbody shaming”.

A questo e’ possibile aggiungere un effetto “catch-22”, cioe’ creare DUE regole opposte che di fatto vi vedono colpevoli. Cosi’, se arriva una nuova collega e le spiego le cose , sto facendo “mansplaining”. Ma se non lo faccio, allora sto negando il “mentoring”, cosa che poi mi rendera’ colpevole del suo “gender gap”. In un modo o nell’altro, saro’ colpevole.

Allo stesso modo, e’ possibile costruire una serie di regole che vengono violate, in modo che per appartenere alla comunita’ dobbiate violare le sue stesse regole, ed essere facilmente attaccabili. Per esempio, nei campus americani vige il dovere di accettare chiunque, transessuali compresi, con tutto il bagaglio di richieste riguardo il loro essere donne . Ma bisogna anche capire che le femministe TERF intendono poi escluderle. Entrambe le cose sono ascritte alla “sinistra”, e vige la regola di Willie il Coyote: sino a quando qualcuno non decide di farvi fuori, potete vivere nella contraddizione. Quando qualcuno vorra’ farvi fuori, se chiamate donne le transe allora avrete addosso le TERF , e se non lo fate allora avrete addosso le trans.

Questa situazione e’ molto attraente per il bigotto, perche’ gli consente quel processo senza difesa che ama tanto. Di conseguenza, moltissimi bigotti stanno migrando da destra verso sinistra: la destra, infatti, e’ molto frammentata ed e’ difficile che esista un’autorita’ riconosciuta da ogni gruppo. Di conseguenza, le scomuniche hanno poco effetto: anche se riuscite a scomincare qualcuno dai Nazisti dell’ Illinois, finira’ nei Suprematisti del Massachussets. A sinistra, una scomunica e’ ancora una scominica, come ai vecchi tempi.

Qui siamo al secondo punto:

  • Autorita’ centralizzata e riconosciuta.

Il problema che stanno avendo i bigotti nello state a destra e’ che una delle loro vecchie autorita’ preferite, la Chiesa, e’ entrata in contrasto sul tema dei migranti con Trump e in genere i sovranisti. Peraltro, il panorama e’ frammentato e le posizioni diverse contrastano. In questo caso, voi potete “espellere dalla destra” chi e’ contro il divorzio, e scoprire che questo entra in un gruppo di islamofobi che rivendicano i diritti delle donne occidentali contro la sharia. E sara’ ancora a destra. Potete scominicare chi non ha simpatia per Putin, e questo se ne andra’ in qualche gruppo di ultranazionalisti americani che considera la Russia come il buon vecchio “impero del Male”. E ancora, la posizione della Alt Right nei confronti di Israele va dal pieno appoggio della Alt Right piu’ trumpiana, all’antisemitismo spinto di alcune frange. Una scomunica avrebbe come risultato una migrazione da una frangia all’altra.

Il risultato di questa Alt-Right frammentaria e’ che le scomuniche perdono autorita’, e specialmente perdono effetti. Il bigotto invece ama dire “nel nome dell’ UNICO Grande X, NESSUNO ti parli piu’, nessuno ti sposi piu’, nessuno faccia affari con te, eccetera”. Ma questo sistema a destra non funziona: la galassia di gruppi diversi non consente a nessuno di farlo.

A sinistra invece funziona ancora , specialmente nell’estrema sinistra. Le posizioni sono praticamente omogenee: su Israele tutti pensano male, di Putin tutti pensano la stessa cosa, eccetera. L’omologazione fornisce una potenza formidabile alle scomuniche e agli anatemi, perche’ sappiamo che se scomunichiamo qualcuno per non essere abbastanza di sinistra, la scomunica sara’ valida ovunque.

Questo e’ dovuto ad un fenomeno noto come “massimalismo”, che potremmo tradurre in “la maggioranza piglia tutto”. Sebbene questo non si traduca in alcuna unita’ d’intenti o in nessuna strategia comune, (perche’ c’e’ sempre qualcuno in lotta per essere la nuova magioranza)  tutti i gruppi di sinistra hanno una cosa in comune: la caccia alle streghe. Basta che qualcuno ti punti il dito addosso gridando “fascista”, o qualsiasi altra etichetta, e immediatamente scatta una scomunica universale.

Questo ovviamente attira i bigotti di ogni genere. Passando a sinistra, essi ricevono un potere immenso.

  • Una gara di purezza perpetua.

Anche nel mondo dei bigotti, c’e’ carrierismo. Per questo occorre che non ci sia mai troppa gente in coda, e quindi serve un certo turnover. Siccome il leader cerca di tenersi stretta una poltrona, il risultato e’ che serve un meccanismo di eliminazione della leadership che sia efficiente e riconosciuto.

Questo meccanismo e’ la gara di purezza, che sfocia in quello che Nenni descriveva come “esiste sempre un puro piu’ puro che ti epura”. La gara di purezza consiste in una serie di requisiti estetici sempre piu’ difficili da rispettare in maniera consistente. Per fare un esempio terra-terra: un tempo, per un leader di sinistra bastava dire “omosessuali” per indicare tutta la comunita’, e finiva li’. In seguito, per il principio che rende la escort migliore della bagascia, si decise di usare l’anglosassone “gay”. E in molti ambienti, “omosessuale” divenne “medicalizzante”, cioe’ troppo scientifico, una cosa che ricorda il linguaggio medico. E quindi GUAI a non dire “gay”. Da “gay” si e’ passati a LGBT , e se dicevate solo “gay” dovevate rispondere di aver annullato trans, bisessuali e lesbiche. Adesso dovreste dire L.G.B.T.Q.Q.I.A.2+. che non ha nemmeno quel consolante suono che hanno , che so io, “CGIL, CISL e UIL”, o “di a da in con su per tra fra”.

Con questo voglio dire che la gara alla purezza richiede prove sempre piu’ dure, per la semplice ragione che deve fornire il turnover a una classe dirigente che si evolve. Ma questo e’ molto attraente per chi ha la mentalita’ del bigotto, perche’ fornisce infinite opportunita’ di sbattere CHIUNQUE sul banco degli imputati. Musica per le loro orecchie.

  • Negazione della realta’.

Chi cerca di rimanere in contatto con la realta’ si trovera’ sempre in difficolta’ a sostenere posizioni che la neghino. Questo perche’ persino il linguaggio ha il compito di descrivere la realta’. Cosi’ qualora un’ideologia neghi la realta’ e’ sempre molto facile cogliere il fallo il poveretto che continua a parlare come se la realta’ esistesse. Facciamo un esempio: se il partito decide che Vladimir Luxuria e’ una donna come tutte le altre, probabilmente vuole dire che ha gli stessi diritti, o che dovrebbe averli. Ma se mi chiede di credere che sia davvero una donna come tutte le altre, il problema diventa diverso. Non tanto per i cromosomi (anche l’uno per mille delle donne ha cromosomi XY, perche’ un certo SRY non si e’ attivato. Ma non lo sanno e non se ne accorgono, in genere.), ma perche’ in ogni caso la sua storia personale ha delle peculiarita’ che dividono Vladimir Luxuria dalle donne nel senso tradizionale.

Ora, a quel punto qualcuno potrebbe dirmi di parlare del ciclo mestruale di Vladimir Luxuria. In questo caso, per fare una cosa simile devo uscire dalla realta’. Concentrandomi, posso anche fare una breve presentazione (non piu’ di 4-5 slides, se no i manager non la capiscono) sul ciclo di Vladimir Luxuria. Ma nella vita quotidiana, quando tornero’ alla realta’, nel parlato non riusciro’ mai a riferirmi a questo non-evento fisico.

Ed e’ in quel momento che arriva il bigotto e mi accusa di aver fatto “misgendering” di Vladimir Luxuria: come scrissero i Monty Python, anche se non ha un ciclo mestruale, e’ suo diritto averlo.

La negazione della realta’ funziona benissimo: in URSS si sta benone, in DDR si stava meglio, la Korea del Nord e’ un paese pieno di uguaglianza, tutti i generi possono avere il ciclo mestruale,  eccetera. Ai fedeli viene chiesto di crederci, e per qualche minuto, in momenti particolari, e’ possibile fingere.

Ma quando si torna al quotidiano, non e’ possibile parlare di questo e prima o poi scappera’ la battutina sulla Trabant. E proprio in quel momento arriva il bigotto che mi accusa di mettere in dubbio le avanzatissime tecnologie del Popolo della DDR. Come mi permetto?

In definitiva, lo spostamento dei bigotti e’ gia’ in corso. Sia chiaro: il bigotto non e’ un concetto di destra o di sinistra. Il bigotto e’ un concetto che si adatta a qualsiasi contesto. Esiste anche il bigotto ecologista, il bigotto vegano, il bigotto liberista, eccetera.

E’ un bigotto colui che sbandiera la purezza di alti ideali solo per i piacere che prova nell’inquisizione di qualcun altro.

Non importa QUALI ideali siano.

Per questa ragione, il bigotto si sposta facilmente da destra a sinistra: a lui non importa quanto alti siano gli ideali che deve sbandierare per poter giudicare e condannare qualcun altro. L’importante e’ quel visibile orgasmo che prova nel mettere qualcuno sul banco degli imputati.

Fonte: https://keinpfusch.net/perche-i-bigotti-stanno-migrando-a-sinistra/

CRISI IMMOBILIARE: IL FONDO DEI NONNI – EUGENIO BENETAZZO – 22 11 19

Quante volte vi hanno detto che bisogna investire nel mattone perché rappresenta la migliore forma di investimento nel lungo termine, l’unica in grado di proteggere e valutare nel tempo la vostra ricchezza. Questo assunto rappresenta ormai un falso ideologico palesemente dimostrabile nella vita di tutti i giorni. Tanto per dimostrare, non vale in termini universali. Dipende da cosa acquistate e soprattutto dove acquistate. A Miami i Real Estate Agents hanno un motto che ripetono quasi come fosse un mantra: location, location e ancora location. Questo è il segreto per realizzare investimenti immobiliari che nel tempo siano in grado di rivalutarsi significativamente. Tuttavia non basta nemmeno questo. Vi è infatti la necessità di avere la presenza di ulteriori drivers distintivi, come una rilevante propulsione demografica ed anche una consistente parte della popolazione che riesce a beneficiare dell’ascensore sociale, vale a dire low class people che riesce a trasformarsi in middle class people grazie alle caratteristiche specifiche di una determinata area economica. Fermatevi a riflettere sul vostro passato e scoprirete che in Italia questi 3 elementi erano fortemente individuabili tra gli anni ’70 e la metà degli anni ’80. Dopo è iniziata lentamente la stagnazione che ci ha portato ai giorni nostri, in cui il mercato residenziale in senso generale è sostanzialmente asfittico, vulnerabile e precario allo stesso tempo. È inutile nascondersi, il quadro è peggiorato notevolmente negli ultimi 7 anni a causa di una fiscalità inconcepibile per una nazione come la nostra, uno scenario socioeconomico in continuo deterioramento ed infine una sempre più voluta assenza di protezione per chi detiene la proprietà di un bene immobile. L’elemento tuttavia che determina la maggiore vulnerabilità è rappresentato dai drivers demografici: l’Italia invecchia, e con esso anche il suo patrimonio immobiliare, detenuto in via principale da persone sempre più anziane che ragionano purtroppo come 30 anni fa, con problematiche di assistenza sociale che lo stesso stato ha difficoltà a soluzionare. Per questo motivo è stato concepito in Italia alcuni anni fa il prestito vitalizio ipotecario, una forma di finanziamento bancario ad personam che consente alle persone anziane con limitati mezzi economici di accedere a un prestito per far fronte alle proprie esigenze di vita, mettendo tuttavia a garanzia la propria abitazione. Chi sceglie tale strada è consapevole che la restituzione del debito con la quota degli interessi graverà sugli eredi, i quali accetteranno l’eredità solo in caso di equity positiva, vale a dire solo nel caso in cui il presumibile valore di realizzo sarà abbondantemente superiore alla posta contabile di cui prima abbiamo fatto enunciazione. In caso di mancata accettazione l’istituto di credito può provvedere a vendere di propria sponte l’immobile in questione. Possiamo immaginare come, giustamente, molte banche siano titubanti nell’erogare tale sorta di finanziamento o se, nel caso, lo effettuino con interventi finanziari il cui peso in percentuale sul valore presumibile di realizzo dell’immobile non superi il 20%. Il tutto può apparire cinico, tuttavia la speranza di vita residua può diventare un elemento discriminante. Vale a dire che se il fruitore del prestito vivesse molto a lungo la banca potrebbe avere difficoltà a recuperare il capitale con la rivalutazione nel tempo della componente sugli interessi. Dopo la crisi del 2008 gli istituti di credito, anche in Italia, sono soggetti ad una gestione molto più prudente rispetto al passato. Questo per non compremettere la stabilità e solidità dell’istituto stesso, che ovviamente poi si riflette a cascata sulla protezione dei suoi stessi correntisti e depositanti. Nessuno di voi infatti sogna che la propria banca fallisca. Per far questo è necessario avere un approccio molto più rigido e critico rispetto al modo di gestire una banca di 10 anni fa. Situazioni di mercato simili alle nostre esistono anche in terra iberica ossia in Spagna. Tuttavia rispetto all’Italia esiste da poco un’alternativa più allettante e meno rischiosa per entrambi gli attori che sono coinvolti in questa pratica finanziaria che interessa le persone anziane e che gli anglosassoni chiamano il “reverse mortgage”. Quotata alla borsa spagnola nella sezione MAB, vale a dire “mercado alternativo bursatil almagro capital” rappresenta una società di investimento che acquista beni immobili residenziali da persone normalmente ottuagenarie ad un prezzo di mercato mediamente inferiore al 25%, consentendo all’anziano proprietario di continuare a vivere nella sua abitazione sino al momento del suo decesso. Tecnicamente si vende l’immobile con la nuda proprietà. Ovviamente in tal caso l’immobile non rientra a far parte della successione ereditaria in quanto appartiene giuridicamente alla SOCIMIS spagnola. Con questo termine si suole indicare una Sociedad Anonima Cotizada de inversion inmobiliaria, la quale investe nel settore immobiliare potendo sfruttare tutti i benefici fiscali riconosciuti dalla normativa iberica come la tassazione fiscale e la tutela del patrimonio per chi vi desidera investire. La SOCIMIS beneficia di due forme di profitto: la percezione dell’affitto dalla persona che ha venduto lo stesso immobile, il che avviene scontando dal prezzo di acquisto il valore dell’usufrutto, e la plusvalenza che si otterrà vendendo in un secondo tempo l’immobile al decesso dell’usufruttuario, il quale può essere anche di forma alternativa nuovamente locato. Alla fine sono i privati che risolvono in forma efficiente i problemi che lo stato sociale non è più in grado di soluzionare.

Memorabile intervista di Travaglio a Davigo: per salvare la giustizia aboliamo la difesa (Sansonetti – Il Riformista -10/01/2020)

Davigo parte da qui per sostenere la sua idea di fondo. Che è questa. Per rendere più veloci i processi c’è un solo modo: ridurre i diritti della difesa. In varie forme. Abolizione della prescrizione, comunque dopo il primo grado, riduzione del diritto all’appello e introduzione della possibilità di reformatio in peius al secondo grado di giudizio (che vuol dire possibilità di aumentare le pene ricevute in primo grado, anche se l’appello è presentato dalla difesa), cancellazione o riduzione del gratuito patrocinio, obbligo per gli avvocati di pagare una multa per le impugnazioni che portano alla condanna. Davigo dice che in questo modo si sconsiglierebbe agli imputati e agli avvocati di ricorrere in appello, per evitare rischi. Travaglio purtroppo non chiede a Davigo se è giusto ridurre le possibilità di appello in presenza di dati molto allarmanti. Per esempio questo: il 40 per cento delle sentenze di appello rovescia o comunque attenua le sentenze di primo grado. L’appello non è una formalità o una perdita di tempo: è la possibilità di correggere un numero gigantesco di clamorosi errori giudiziari. Pensate che tra tutti coloro che finiscono indagati, la maggioranza risulta innocente: in Italia ogni 100 indagati, 75 sono scagionati nelle indagini preliminari o in processo; la percentuale è leggermente più bassa in caso di arresto: circa il 40 per cento degli arrestati risulta innocente, il che significa che probabilmente, oggi, nelle prigioni italiane ci sono solo 10 mila persone che vedranno la loro innocenza riconosciuta nei prossimi anni dopo aver trascorso in cella una piccola parte della propria vita.

Questi dati sono utili anche per giudicare la proposta di Davigo di rendere più dura la condanna in processo, e poi in appello, per spingere gran parte degli imputati ad accettare il patteggiamento. Dice Davigo: se rendiamo conveniente il patteggiamento ridurremo i processi e finalmente i tempi della giustizia si abbrevieranno. Il problema è che per patteggiare devo accettare una condanna e se sono innocente (cioè nel 75 per cento almeno dei casi, secondo i dati che vi abbiamo appena fornito)? Mi conviene lo stesso accettare una condanna perché – sapendo che gran parte dei diritti della difesa sono sospesi – so di rischiare di essere condannato anche da innocente? Questa è l’idea di fondo della giustizia? La giustizia – diciamo – è una macchina per condannare, non per giudicare. Tante più condanne ottiene nei tempi più brevi, tanto più è efficiente. E a questo principio devono ispirarsi le riforme. Del resto su questa idea, Davigo trova il plauso di quasi tutta la stampa. Quante volte avete letto questo titolo: “Assolti: la giustizia ha perso”. Ma perché ha perso? Perché sono stati assolti degli innocenti? E avrebbe vinto invece se fossero stati condannati? Bah.

DEMOGRAFIA E RIPRODUZIONE SESSUALE (Eugenio Benetazzo – 16 12 19)

Di seguito la sbobinatura di un recente video dell’economista Eugenio Benetazzo con link diretto alla fonte per chi preferisce ascoltare che leggere.
Buona lettura agli interessati

DEMOGRAFIA E RIPRODUZIONE SESSUALE

Agli studenti che mi scrivono chiedendomi quali temi approfondire durante il loro percorso di formazione universitaria consiglio vivamente di visionare le opere di due grandi economisti della scuola classica che vissero durante la fine del 1700 e l’inizio del 1800. Mi riferisco a David Ricardo e Thomas Malthus. Di quest’ultimo soprattutto il saggio denominato “principio della popolazione ed i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società. Thomas Malthus è noto in dottrina in quanto i suoi scritti ed il suo pensiero hanno successivamente dato vita al malthusianesimo, il cui assunto fondamentale considera la pressione demografica come principale vettore della diffusione della povertà e della fame nel mondo. Le maggiori critiche al suo pensiero vennero formulate circa 50 anni dopo da un filosofo ebreo di nazionalità tedesca: Karl Marx, all’interno di un’altra opera, di valenza economica piuttosto nota, ossia Il Capitale. Tuttavia il lavoro di Malthus ha influenzato significativamente tanto Charles Darwin quanto una delle associazioni ambientaliste non governative fra le più famose e rinomate al mondo come il club di Roma, fondato da diversi premi nobel e leaders politici agli inizi degli anni 70. Dopo gli studi a Cambridge in matematica Malthus conseguì i voti religiosi presso la chiesa anglicana ed iniziò a professare come pastore. Proprio la sua vocazione religiosa lo spinse a considerare la castità come possibile strumento preventivo per l’uomo al fine di controllare le nascite. In un mondo odierno proiettato a raggiungere gli 8 miliardi di persone entro il 2022 la questione demografica dovrebbe rappresentare un tema di discussione topico per le comunità e le authorities internazionali. La pressione demografica di determinate aree geografiche nel mondo sono responsabili di spiacevoli conseguenze proprio nei confronti di quelle aree che invece dovrebbero difendersi anche pesantemente da queste minacce sistemiche. Un famoso etologo statunitense ci ha spiegato scientificamente nel 1968 a che cosa può condurre spiacevolmente la sovrappopolazione. Stiamo parlando di John Calhoun, il quale coniò un termine scientifico, behavioural sink, per descrivere il collasso di una società a causa di anomalie comportamentali provocate dalla sovrappopolazione. In lingua italiana il tutto è stato tradotto in “fogna del comportamento”. Anche Calhoun fu profondamente influenzato dagli studi di Malthus in merito ai rischi della sovrappopolazione, il quale considerava la miseria ed il vizio come limiti assoluti alla crescita della popolazione. Il vizio lo si doveva allora concepire come un comportamento non virtuoso volto a trasgredire e deteriorare le sane abitudini. Calhoun decise pertanto di studiare il comportamento animale in presenza di una disponibilità di cibo ed in assenza di malattie, ossia azzerando il fattore di possibile e potenziale miseria. Con questa finalità costruì nel 1968 un habitat quasi paradisiaco per una colonia di roditori consistente in un recinto con diversi livelli di piano in cui si trovavano numerosi rifugi disposti lungo corridoi che si intersecavano a maglie fra di loro; sostanzialmente tutto era stato concepito per ricreare 256 spazi indipendenti di cui ognuno avrebbe potuto ospitare fino a 15 topi in modo da poter accogliere un massimo di 3600 esemplari. L’esperimento venne battezzato con il termine di “universe 25”, universo 25, visto che rappresentavano la 25-sima casistica scientifica che veniva testata. L’esperimento venne realizzato nel 1968 in un’area rurale ubicata nel Maryland adiacente all’abitazione dell’etologo sotto la supervisione del dipartimento nazionale di igiene mentale, national institute of mental health. Ogni settimana la colonia veniva ripulita e rifornita di cibo ed acqua in modo che i topi non dovessero preoccuparsi di niente, nemmeno di essere aggrediti da un ipotetico predatore, visto che le palette elevate garantivano isolamento a tal fine. Vennero introdotte all’inizio dell’esperimento solo 4 coppie di ratti grigi, tecnicamente norwegian rats, selezionate in modo da avere condizioni fisiologiche e fisiche perfette. Dopo circa 3 mesi le coppie iniziarono a riprodursi naturalmente, tanto che ogni 50 giorni la popolazione complessiva della colonia sperimentale raddoppiava. Dopo quasi un anno la colonia poteva contare su oltre 600 roditori; tuttavia, il tasso di riproduzione iniziò a rallentare vistosamente a causa dello spazio a disposizione che risultava scarseggiare. Molto presto la sovrappopolazione iniziò a produrre spiacevoli effetti collaterali sul comportamento. Lo stato di affollamento della colonia produceva aberrazioni comportamentali soprattutto sui maschi, i quali smettevano di difendere il territorio e le loro femmine visto il numero elevato di contendenti. La struttura sociale della colonia per questo si indeboliva e si faceva settimana dopo settimana sempre più precaria; anche in ambito sessuale si potevano evidenziare anomalie comportamentali innaturali come la pansessualità, vale a dire la disponibilità ad avere rapporti sessuali con chiunque. In assenza di un maschio alfa le femmine abbandonavano sempre più spesso la prole ed iniziavano a difendersi addirittura dai maschi coalizzandosi fra loro, arrivando spesso anche ad aggredirli fisicamente. Il cannibalismo divenne sempre più frequente soprattutto nei confronti della propria stessa prole, aspetto quest’ultimo decisamente anomalo vista la normale presenza e disponibilità di cibo. Dopo 500 giorni nella colonia era ben visibile la formazione di una nuova struttura sociale suddivisa in 3 grandi gruppi comportamentali. Il primo era costituito da roditori fisicamente più deboli, i quali si erano posizionati a vivere al centro della colonia, dove sempre più spesso si verificavano atti di aggressione gratuita fra gli stessi esemplari del gruppo. Il secondo gruppo era costituito dalle femmine impaurite e prive di compagni e prole che si rintanavano nei rifugi posizionati nella parte alta della colonia, spesso unendosi ad altre femmine nelle medesime condizioni. E infine il terzo gruppo, rappresentato da roditori tanto maschi quanto femmine che avevano perduto l’interesse alla riproduzione e sembravano interessati unicamente alla contemplazione della loro esistenza, vale a dire mangiare, dormire e mantenersi puliti. Questi ultimi vennero battezzati “the beautiful ones” ossia i belli. Passati 600 giorni dall’inizio dell’esperimento la crescita demografica della colonia si fermò completamente con una popolazione di oltre 2200 roditori. Ricordiamo che l’habitat sperimentale era stato concepito per arrivare ad ospitare oltre 3600 esemplari. Nascevano pochi ratti e quasi nessuno riusciva a sopravvivere per l’assenza di cure e protezione materna. Lentamente e progressivamente la popolazione della colonia iniziò a diminuire, intraprendendo la strada dell’estinzione in assenza di surplus demografico. Persino i ratti del terzo gruppo parevano aver perso lo stimolo alla riproduzione, oltre che dimostrare disinteresse per le relazioni sociali con gli altri individui. Gli studi di Calhoun pubblicati tra l’altro nel 1968 all’interno della nota rivista di settore “scientific american”, con il titolo “population density and social patology”, sono usati ancora oggi in qualità di modello sperimentale per analizzare e comprendere il collasso sociale nel mondo animale. L’universo 25 venne concepito con l’intento di ricreare una sorta di habitat paradisiaco per i roditori che vennero sottoposti al test. Terminò invece drammaticamente trasformandosi in un incubo che produsse lentamente l’estinzione di tutta la colonia per aberrazioni comportamentali dovuti alla sovrappopolazione.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=sOniqXgHe30&fbclid

In ricordo di Justin Raimondo (1951 – 2019)

L’ articolo commemorativo più affettuoso scritto su Justin Raimondo porta un titolo che sembra uscito dalla sua instancabile penna: “Buona fortuna, geniale figlio di puttana”. Il geniale figlio di puttana avrebbe apprezzato la cordiale irriverenza, costruita a misura di una personalità fatta per sfuggire a qualunque inquadramento e resistere a qualunque convenzione. L’intellettuale e attivista morto nella sua California a 67 anni dopo una lunga malattia era un groviglio di contraddizioni, a partire dall’etichetta che aveva coniato per la sua posizione irrituale: “Conservative-paleo-libertarian”. Era un conservatore, di una specie tuttavia assai diversa da quella che è confluita poi nell’ortodossia reaganiana, un “paleo” nel solco del suo più grande alleato politico, Pat Buchanan, e un libertario di inclinazione anarcocapitalista, secondo la ricetta del suo amico e maestro Murray Rothbard, l’economista della scuola austriaca che era troppo eterodosso perfino per sedere nel salotto di Ayn Rand, madre dell’oggettivismo, che pure in principio ammirava. L’opera immensa, nervosamente eclettica, tortuosa e programmaticamente scevra di eccessi di rigore concettuale di Raimondo è una miniera per capire che il movimento intellettuale conservatore in America non è una linea retta, ma una serie di balze e gorghi, un guazzabuglio eterogeneo che ha trovato una forma politica stabile soltanto al prezzo di una fusione di elementi diversi, forse perfino incompatibili, tanto che il “fusioni – smo” fra le varie anime della destra ha costituito la dottrina sulla quale Ronald Reagan ha fondato il suo successo. La temperatura di fusione di Raimondo era troppo alta perché lui potesse sciogliersi in quel crogiuolo. E’ rimasto fuori da ogni conventicola, diventando una voce orgogliosamente minoritaria e in qualche modo profetica. Agitava la bandiera dell’America First molto prima che Trump ne facesse uno slogan presidenziale di successo. Nei primi anni Novanta, opponendosi alla prima guerra del Golfo e sostenendo la candidatura di Buchanan, gridava dai palchi di mezza America che il paese era davanti a un’alternativa ineludibile: “Buchananismo o barbarie”. L’interventista Christopher Hitchens diceva, intendendolo come un insulto, che Raimondo sposava le tesi di Charles Lindbergh, l’aviatore isolazionista e antisemita che Philip Roth immaginava vincitore, con ovvie conseguenze autoritarie, alle elezioni del 1940 nel romanzo ucronico “Il complotto contro l’America”. Per Raimondo era un complimento, lui che considerava Lindbergh “un eroe americano venuto dal cuore del paese”. Quando Reagan ha vinto le elezioni, nel 1980, un commentatore ha scritto che in realtà aveva vinto Barry Goldwater – candidato repubblicano nel 1964 – soltanto ci erano voluti sedici anni per contare i voti. Anche Raimondo, in qualche modo, ha dovuto aspettare sedici anni perché i voti del suo candidato venissero ricontati e dessero infine la vittoria a Trump. Che il suo candidato ideale proprio non era, ma quando in campagna elettorale lo ha sentito discettare di ritiro delle truppe dai teatri di guerra, di ritorno al paradigma nazionalista, di obsolescenza della Nato, quando lo ha sentito maltrattare i globalisti, quando ha visto i suoi avversari neoconservatori farsi “nevertrumpers” e virare verso il partito democratico, quando lo ha sentito tuonare contro l’immigrazione sbrigliata e l’élite imbrigliata nel politicamente corretto, non ha avuto dubbi. “Il popolo americano non ha votato per un globalista, ha votato per te. Prendi a calci questi internazionalisti, e al diavolo con il ‘possiamo andare tutti d’accordo’!”, ha scritto poco dopo le elezioni del 2016 in una lettera aperta al presidente che molti suoi lettori, pacifisti di sinistra, non gli hanno mai perdonato. Ma lui non imboccava mai la via larga del consenso, preferiva il paradosso, la sfida, la provocazione, senza il ricatto dei clic e delle visualizzazioni. E’ stato un fervente difensore delle idee trumpiane che convergevano con le sue e uno spietato stroncatore di quelle in rotta di collisione. Ha coniato, in un editoriale sul Los Angeles Times, la “Trump Derangement Syndrome”, la sindrome da squilibrio trumpiano, il morbo che si è diffuso fra le decine di milioni di critici del presidente. L’animo ribelle si era manifestato già all’età di sei anni, quando il “ra – gazzino selvatico”, come da sua definizione, ha preso a scappare quotidianamente dalla classe, con la maestra costretta a rincorrerlo. Gli assistenti sociali hanno suggerito di mandarlo da un famoso psichiatra newyorchese, Robert Soblen. Il giovane Dennis – questo era il suo nome di battesimo – era nato in una famiglia cattolica nell’upstate di New York, credeva nei miracoli e diceva di avere visto la Vergine Maria. Ha ripetuto queste cose al medico, che gli ha comminato immediatamente una diagnosi di schizofrenia, raccomandando il ricovero in un istituto per le malattie mentali dal quale è scampato soltanto grazie all’intervento pronto dei genitori. In realtà Soblen non era uno psichiatra qualunque: era una spia sovietica, nonché un amico di Stalin, mandato in territorio nemico per infiltrarsi nei gruppi di trotskisti che interagivano con i circoli dell’élite intellettuale americana. Lo strizzacervelli del giovanissimo Raimondo è stato condannato al carcere a vita nel 1961, è scappato in Israele, dove gli è stata negata la cittadinanza prevista dalla legge del ritorno in virtù del suo status di criminale, e poi ha tentato di rifugiarsi in Inghilterra. Quando Londra ha respinto la richiesta di asilo, si è ucciso. Ironia del destino, Soblen tentava di stanare quegli intellettuali trotskisti che di lì a poco si sarebbero spostati a destra, dando origine al filone dei neoconservatori, ovvero gli acerrimi avversari di Raimondo. Alle scuole medie ha letto i libri di Ayn Rand e ha deciso di abbracciare la causa libertaria. Aveva quattordici anni quando ha scritto un articolo sull’oggettivismo per un giornale locale dove i redattori, forse confusi dall’ar – gomentare tortuoso della intellettuale nata in Russia, hanno imposto correzioni che tradivano il pensiero dell’autrice. La quale, da par suo, ha fatto pervenire per tramite del suo avvocato una diffida al giovanissimo autore. Lui non si è perso d’animo e si è presentato a un evento in cui lei firmava copie di un suo libro. Il personale della sicurezza lo ha individuato mentre aspettava in fila il suo turno e lo ha scortato in un’altra stanza, dove poco dopo è apparsa la filosofa. Lui le ha spiegato l’equivoco redazionale e le ha dimostrato di avere afferrato correttamente i fondamenti del pensiero oggettivista. Lei si è subito addolcita e i due sono diventati amici. Raimondo non solo era omosessuale, ma è stato un avamposto della prima ondata di attivisti che si è battuta per i diritti dei gay. Dopo essersi diplomato alla scuola superiore di Cherrylawn, teatro di arditi esperimenti anarcoidi di autogestione studentesca, si è trasferito a San Francisco, città che non ha più abbandonato. Si è adoperato con successo per allineare il partito libertario con le posizioni del movimento gay ed è stato un vociante protagonista nelle proteste sulla sentenza di Dan White, l’assassino del sindaco George Moscone e di Harvey Milk, iconico attivista della causa omosessuale. Raimondo era a capo di una campagna che chiedeva l’incrimi – nazione per omicidio volontario, il più grave fra i delitti, mentre White era stato imputato per omicidio di terzo grado, accusa che gli è costata una pena di sette anni di reclusione, piuttosto lieve per i fatti contestati. Sul caso ha scritto un infiammato pamphlet intitolato “In Praise of the Outlaws”, subito diventato un punto di riferimento nei circoli della protesta studentesca. Ma Raimondo era contrario anche alla linea “conservatrice” poi tatticamente adottata dal movimento per perorare più efficacemente la propria causa. Detestava l’uguaglianza con il matrimonio tradizionale, che avrebbe soltanto equiparato l’unione fra le persone dello stesso sesso agli ideali piccoloborghesi degli eterosessuali. Si trattava di una resa alle convenzioni che dominavano il sistema delle coppie “normali”, mentre il suo ideale sarebbe stato quello della totale privatizzazione del matrimonio, ridotto a un patto fra individui senza alcuna sanzione o riconoscimento da parte dell’autorità statale. Voleva essere totalmente, privatamente diverso, non uguale ai suoi avversari di fronte alla legge. Era anche contrario ai provvedimenti contro la discriminazione degli omosessuali, sulla base di un principio di reciprocità in linea con una sensibilità libertaria spinta alle sue estreme conseguenze: “Penso che i gay debbano avere il diritto di discriminare gli eterosessuali, se vogliono”. Non ha esultato a piena voce quando la Corte suprema ha legalizzato di fatto il matrimonio gay, ma si è comunque sposato. Molti dei suoi compagni nella battaglia arcobaleno sono inorriditi quando si è messo a fare campagna per Buchanan, un cattolico da messa in latino. “L’idea che voglia radunarci tutti – ha detto – e mandarci nei campi di concentramento è una stronzata. E’ una bugia e una calunnia. Accoglie collaboratori gay nella sua campagna elettorale. Non pensa che l’omosessualità sia una gran cosa. Ma non ho bisogno della sua approvazione. Perché una persona gay dovrebbe avere bisogno dell’approvazione di qualcun altro?”. Il mix fra lo statalismo di stampo rooseveltiano e la dottrina Truman lo ha spinto definitivamente al di fuori del perimetro del partito democratico. Ha cercato nuove idee e alleati intellettuali nei posti più impensati, i circoli dei tradizionalisti e dei conservatori “paleo”, che credevano nella repubblica e nel ruolo limitato della politica, una forza che non riempie il cielo e la terra con pretese universaliste ma si contenta di amministrare il qui ed ora, inseguendo l’obiettivo misurato del minor danno possibile. Si tratta di una postura dettata da una modestia programmatica compatibile con il perseguimento dello stato minimo da parte di individui che sono gli esclusivi signori di loro stessi. Si è immerso nella lettura dei giganti dimenticati della Old Right, la destra repubblicana così com’era prima della Seconda guerra mondiale, gente come Robert Taft, Garet Garrett e Robert McCormick, che poi altro non erano che i precursori intellettuali del trumpismo, benché l’attuale presidente non ne abbia la minima idea. Il libro “Reclaiming the American Right: the Lost Legacy of the Conservative Movement” intendeva recuperare le radici perdute del movimento conservatore in un momento, gli anni Novanta, in cui non sembrava più possibile ammettere che ci fosse stata un’altra tradizione repubblicana antecedente al consenso reaganiano. Per Raimondo si trattava anche di una specie di ritorno alle origini cattoliche. Si definiva ateo, ma aveva letto Aristotele e Tommaso d’Aquino grazie ai valenti maestri che aveva incontrato al seminario dei gesuiti vicino alla casa natale, e lungo il suo complicato percorso non è mai venuto meno il rispetto per i credenti e una sorta di devota attrazione per la chiesa cattolica. Era affratellato a questi conservatori fuori linea dal comune status di paria della comunità della destra. Inoltre, questi mondi sotterranei condividevano la passione per la causa pacifista, forse quella che ha infiammato di più il cuore di Raimondo. Credeva che la sinistra, ormai completamente assorbita dai temi dell’identità, delle minoranze e della giustizia sociale, avesse abbandonato ogni velleità pacifista, adagiandosi sulla posizione degli internazionalisti che volevano esportare democrazia e diritti un po’ ovunque, se necessario con la forza. Era convinto che invece fra i repubblicani ci fosse ancora spazio per costruire una posizione anti-imperialista, e giudicava la politica estera prudentissima dell’odiato Reagan una testimonianza di quelle braci nazionaliste e isolazioniste che erano ancora calde sotto le ceneri imperiali. Per diffondere il più possibile queste convinzioni ha fondato il Libertarian Republican Organizing Committee, l’organo che poi si sarebbe trasformato nella corrente libertaria del partito repubblicano, guidata da Ron Paul e poi dal figlio, il senatore Rand. Raimondo aveva aderito a una vocazione minoritaria che gli impediva di gettarsi nella disputa fra i grandi partiti: il bipolarismo lo metteva a disagio. Ciò non voleva dire rinunciare alla politica attiva. Nel 1996 ha sfidato la deputata più potente della Bay Area, Nancy Pelosi, accusandola di avere sostenuto l’amministrazione Clinton nell’intervento militare in Bosnia. Vincere lo scontro elettorale era impensabile, ma la sfida ha dato a Raimondo la forza propulsiva necessaria per guidare una nuova offensiva con gli strumenti dell’attivismo. Assieme al collega attivista Eric Garris, ha aperto il sito Antiwar, che ben presto diventerà il punto di riferimento per i pacifisti e i critici delle tendenze imperialiste americane di ogni persuasione politica. Il portale non-interventista ha ospitato negli anni con naturalezza i contributi di Pat Buchanan e quelli di Noam Chomsky. Era segretamente molto letto anche fra gli intellettuali neocon, che cercavano in quelle pagine spunti per affilare controargomentazioni più efficaci. Antiwar si è opposto agli interventi nei Balcani, alle campagne ad Haiti e in Kosovo, ai bombardamenti in Afghanistan, all’invasione dell’Iraq, alla campagna dei droni in Pakistan, Yemen e Somalia, a tutti gli interventi militari direttamente eseguiti o indirettamente ispirati da Washington, senza distinzione di colore politico. Per questa libertà di attraversare gli schieramenti e disfare gli schemi, Raimondo mancherà anche ai suoi avversari.

Fonte: https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/07/08/news/il-genio-paleolibertario-264243/

PREVISIONE 2020: GUERRA CIVILE IN USA? (Blondet – 31/12/2019)

Fra le sciocche rievocazioni mediatiche del 2019 (“E’  stato un anno  bellissimo”  sia per   i super- miliardari  che hanno aumentato  la loro ricchezza di un altro 25% nell’anno che per Il Manifesto), e  le previsioni che si sprecano  sui  media  super-autorevoli  per l’anno che arriva,  ne  azzardiamo una che non faranno:

Guerra civile in Usa? L’omicidio del presidente The Donald?

Il New York Times ha  mandato  inviato in un raduno di  quelli che, se è il caso, spareranno per  Trump.  Una specie di festival  con bancarelle  allestito nel grande parcheggio  in un autogrill,  Great American Pizza & Subs,   su un’autostrada a circa 100 miglia a sud-est di Las Vegas, Olden Valley, Arizona.  Un pezzo per prendere un giro questi trumpiani “basic”  (deplorevoli per Hillary) a  cominciare dal menù dell’autogrill:  “MAGA Subs”  (panino MAKE America Great Again) e “Liberty Bell Lasagna”,  la pizza del “Secondo Emendamento”  con salame piccante e salsiccia.

Qui il giornalista ha parlato con Brian Talbert, il fondatore del Deplorable Pride, “un’organizzazione  LGBT di destra”,  che è stato contattato dalla Casa Bianca dopo essere stato escluso dalla parata dell’orgoglio LGBT a Charlotte, NC

..  Ha ascoltato  Mona Fishman, una cantante della zona di Las Vegas che si è esibita all’evento, ha scritto canzoni a tema Trump con titoli come “Fake News” e “Smells like Soros, o un rapper  pro-Trump  “i  cui testi includono  insulti razzista rivolto a Barack Obama; ha incontrato il fondatore di  “Latinos for Trump” e di  un nascente gruppo  chiamato JEXIT: Jewish Exit The Democratic Party.

https://www.msn.com/en-us/news/politics/nothing-less-than-a-civil-war-these-white-voters-on-the-far-right-see-doom-without-trump/ar-BBYqb3O

Fra  questa gente l’inviato ha visto circolare politici locali e nazionali  e candidati in cerca di voti, gente “perbene” o  quasi come   Sharon Slater di Family Watch International, che ha promosso figure associate alla terapia di conversione anti-LGBT, e permale come  Laura Loomer, attivista di estrema destra e nativa dell’Arizona che è stata bandita da Twitter e alcune altre piattaforme   par razzismo  antimusulmano.  Fra parentesi,  quasi tutti i presenti erano stati esclusi  dai social  qualche volta denunciati.  Il giornalista   ha scoperto che  erano tutti informatissimi su Obama è un musulmano, Soros paga i democratici, sul  Pizzagate, che i democratici sono adoratori di Satana…. Tutte  nozioni che costoro hanno appreso “Sull’account Twitter di Mr. Trump , probabilmente il più visto al mondo, ha promosso nazionalisti bianchi, bigotti anti-musulmani e credenti nella teoria della cospirazione di QAnon”.

“ Questa miscela di insider e outsider, di mainstream e cospirazione, è una caratteristica di come Mr. Trump ha rimodellato il Partito Repubblicano a sua immagine e il nucleo della sua storia di origini presidenziali”.

Non solo:  ha scoperto  che questi bianchi bigotti e razzisti si organizzano al modo americano , e stanno organizzando eventi come quello  in altri stati. “L’organizzatore  del  raduno, Laurie Bezick, ha reclutato relatori da tutto il paese attraverso i social media, attingendo a una rete di voci pro-Trump a un solo clic di distanza.

Tutta gene  che sta osservando i  tre anni di falliti tenattivi  dei democratici per dare  l’impeachment  a  Trump, e  di questo in corso vedono benissimo i  caratteri  falsi e capziosi.  Ed  hanno  capito  che il Deep State sta  facendo di tutto allo scopo di  impredirela rielezione di The Donald. “Se  succede, succede nulla di meno che la guerra cikvile”,  dice Mark  Villalta, organizzatore del Latinos for Trump, che  si è appena naturalizzato rinunciando alla cittadinanza messicana. Ed  ha detto che stata  accumulando  armi da fuoco. “Non credo  alla violenza, ma farò quel che si deve  fare”

Un  analista geopolitico spagnolo, German Gorraiz Lopez (Diario 16) ritiene che   il Deep State  vedrebbe quell’esito con favore.  “Un complotto endogeni si  prepara per impedire   la rielezione di Trump nel 2020 con metodi sbrigativi  (si legga: assassinio), dopo  il quale assisteremo a scontri civili che culmineranno con l’ìinsediamento di un governo  militare controllato a  distanza da Potere reale negli Usa (la quarta branche del governo) che segnerà  la fine della democrazia Usa sui generis.

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/previsione-2020-guerra-civile-in-usa/

 

OMAGGIO A NIGEL FARAGE, EROE DEL POPULISMO – (Blondet – 15/12/2019)

Un omaggio a  Nigel Farage,  eroe democratico.   Non ha partecipato alle ultime votazioni  – nonostante  avesse da poco piazzato, nelle europee, il Brexit Party di sua invenzione come più grosso partito britannico nell’europarlamento, annunciando prima la desistenza sua e del suo partito perché Boris Jocnson potesse avere la maggioranza di governo abbastanza grande da “fare il Brexit”.

La sua desistenza  è stata qualcosa più che decisiva: molti dei votanti per il Labor nella “barriera rossa” del Nord de-industrializzato avevano votano, nelle penultime elezioni,  il suo Brexit Party e prima ancora il suo UKIP ( UK Independence Party)

Quest’uomo  con l’aspetto da Andy Capp  ma l’eloquio splendido e tagliente della upper class,  che in fondo non ha mai vinto davvero –  gli inglesi  votavano per lui nelle elezioni locali e per mandarlo i Europa,  mai ha ottenuto  un seggio ai Comuni, pur provandoci sette volte –   ma  è riuscito nell’incredibile  missione di imporre il tema dell’uscita dalla Gran Bretagna  dalla UE, portandola dai  margini al cuore del dibattito politico: fino al trionfo, il Brexit che è lo scopo della sua vita da 30 anni.   Sopportando per decenni gli insulti  che impariamo a  conoscere da populisti: matti, ossessi di identità, razzisti. L’Establishment britannico lo ha tenuto ai margini come portatore di un’infezione plebea.

Senza aver mai avuto un briciolo  di potere, con la sua sola oratoria come arma, ha costretto i due partiti principali e storici  a rimodellare le loro politiche su immigrazione ed euroscetticismo, a schierarsi “pro” o “contro”; senza di lui non ci sarebbe stato il referendum  del 2016 dove la volontà popolare  ha detto Brexit.

E  non solo nel  Regno  Unito; Farage ha  costretto  l’ eurocrazie e gli  altri governi a prendere atto del  tema, le disfunzioni e la mancanza di libertà e democrazia nella UE,  magagne che lorsignori hanno nascosto sotto i tappeti.  Non si può dimenticare che, nell’europarlamento, s’è alzato a difendere la sovranità italiana, che  i nostri governanti non hanno mai osato.

“Il successo di Farage è una testimonianza dell’impatto che  figure populiste possono avere, anche quando non vincono”,  ha commentato l’americano The Atlantic  : “In tutta Europa, i partiti populisti  hanno dimostrato la loro capacità di ristrutturare la politica nei rispettivi paesi semplicemente fissando i termini del dibattito pubblico – spesso su una  solo questione  – e costringendo i partiti tradizionali a impegnarsi. In tal modo, hanno rivelato la vera innovazione della nuova estrema destra: la vittoria elettorale in senso convenzionale non è una condizione necessaria per vincere”.

Speriamo sia un auspicio. Adesso Nigel Farage ha ottenuto lo scopo della  sua vita, perseguito con ostinazione e coraggio e  – ora  si vede  – disinteresse.  La Brexit la farà un altro. Il fatto che  Farage, apparentemente, non abbia negoziato la sua desistenza, non abbia chiesto qualcosa per sé  –  risulta quasi incredibile dato il livello del personale politico esistente. Quale politico italiano avrebbe mai fatto qualcosa del genere?

Ammirevole mister Farage, uomo libero e eroe politico, saluto.

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/omaggio-a-nigel-farage-eroe-del-populismo/