Puigdemont a Lugano: «Siamo delusi dalla vigliaccheria dell’Unione europea»

Il leader indipendentista catalano spera tuttavia di sedere all’Europarlamento «entro Natale». Il modello federalista? «Ci abbiamo già provato»

LUGANO – Il suo ruolo nel referendum indipendentista catalano due anni or sono e la sua fuga per evitare l’arresto gli hanno guadagnato la notorietà internazionale. Oggi il leader indipendentista catalano Carles Puigdemont è a Lugano, dove tiene una conferenza al Padiglione Conza nell’ambito del Festival Endorfine dal titolo “Conversazione con un leader europeo. L’identità catalana”. Lo abbiamo incontrato.

A due anni dal referendum sull’indipendenza, lei è ancora in esilio, il fronte indipendentista è abbastanza diviso e, prima del 16 ottobre prossimo, dodici leader indipendentisti potrebbero essere condannati per ribellione: la via dello scontro con Madrid che avete scelto è ancora quella giusta?
«Prima di tutto devo dire che non siamo stati noi a scegliere la via dello scontro. È stato lo Stato spagnolo che ha riposto con lo scontro a una richiesta di dialogo. Un richiesta che avanzavamo da dieci anni e alla quale ci ha sempre risposto con un no. E questo perché credeva che, essendo più forte, avrebbe potuto vincere e impedire ai catalani di diventare quello che volevano. Ma si è sbagliato. Anche se lo Stato ci propone uno scontro, però, noi dobbiamo rispondere in maniera democratica e non violenta. Se lo Stato ci avesse proposto un dialogo, è lì che saremmo ora».

L’Unione europea non ha dimostrato molta empatia verso la causa catalana finora: nutre speranze riguardo alla nuova Commissione e al nuovo Parlamento?
«No davvero, perché sappiamo che l’Unione europea si comporta come un club di Stati. Siamo delusi da questa vigliaccheria e dalla mancata difesa dei diritti fondamentali, che la Spagna ha violato. Capisco che l’UE non condivida l’idea dell’indipendenza della Catalogna, ma avrebbe dovuto sostenere il diritto dei cittadini europei ad esprimersi. Quindi non ripongo molte speranze in questa Unione europea che, tra i suoi membri, conta Stati come la Spagna che non vogliono una vera unione né supportare i diritti umani fondamentali. Vorrei dire, però, che ora c’è una parte dell’opinione pubblica europea che capisce meglio quanto accade in Catalogna, prova vergogna per questo silenzio complice sulla violazione di diritti fondamentali e lo trova inaccettabile».

Siederà al Parlamento europeo prima della fine della legislatura?
«Sono convinto di sì. E spero di occupare il mio seggio prima di Natale. Ho ricevuto un mandato di più di un milione di voti e questi elettori hanno diritto di essere rappresentati al Parlamento europeo. E ogni settimana, ogni giorno in cui non vengono rappresentati e non si prende una decisione a riguardo, i loro diritti vengono violati in maniera irreparabile. L’Unione europea non ha il diritto di prendersi troppo tempo per arrivare a una decisione.

All’europarlamento sarà comunque un rappresentante spagnolo, questo non le pone dei problemi?
«Non sarà affatto così. La legge europea è cambiata. I deputati del Parlamento europeo non sono più i rappresentanti degli Stati in cui sono stati eletti, ma sono i rappresentanti di tutti i cittadini europei, compresi i catalani, gli spagnoli, i belgi o i francesi».

Lei vive in Belgio, qui siamo in Svizzera, entrambi sono Paesi plurilingui e federali: una Catalogna parte di una Spagna veramente plurilingue e federale non potrebbe essere un obiettivo per lei?
«Lo è stato. Abbiamo provato a percorrere questa strada. Abbiamo 40 anni di esperienza a riguardo. L’indipendenza non era la prima opzione, ma l’ultima. Le abbiamo provate tutte per aiutare a trasformare la Spagna in un vero Stato federale, in cui ci sia rispetto per le diverse lingue. Ma abbiamo ottenuto esattamente il contrario: continuiamo a non poter parlare catalano nel parlamento “federale” spagnolo, la Spagna non vuole che il catalano sia utilizzato dall’Unione europea, i nostri diritti storici di nazione non sono riconosciuti. È un
fallimento, cui si somma la sentenza della Corte costituzionale del 2010 contro il nostro statuto di autonomia. Non c’è modo per i catalani di essere catalani all’interno dello Stato spagnolo. Noi non avremmo problemi con la cittadinanza spagnola. La Spagna avrebbe potuto essere lo Stato dei catalani, ma hanno continuato a centralizzare, non rispettano per niente le lingue diverse dal castigliano e il re non rispetta affatto le diversità. Non possiamo continuare a vivere in uno Stato così».

Se i leader indipendentisti se la cavassero con un’assoluzione, lei rientrerebbe in Catalogna?
«Mi piacerebbe molto avere questo problema perché vorrebbe dire che i miei colleghi saranno stati trattati con giustizia. E l’unica forma di giustizia è l’assoluzione. Quindi in caso di assoluzione ritornerei perché saprei di poter confidare in una giustizia indipendente dalla politica. Sfortunatamente, però, questo non è stato il caso finora».

La sua pena, tuttavia, potrebbe essere diversa…
«Se si tratta dello stesso crimine sarebbe abbastanza strano».

E se i suoi compagni ricevessero una pena lieve? Tornerebbe in patria?
«Anche una pena lieve sarebbe ingiusta perché non sussiste alcun crimine. Nemmeno nell’ordinamento spagnolo organizzare un referendum sull’indipendenza costituisce un crimine. Hanno tirato fuori questa interpretazione qualche anno fa dal codice penale. Non si può accettare una condanna per un crimine che non si è commesso. Noi abbiamo voluto esercitare il nostro diritto all’indipendenza e la responsabilità dello Stato non avrebbe dovuto essere reprimerlo, ma permettere alla società catalana di esprimersi, a prescindere dal risultato».

Ma non dovrebbe essere il popolo spagnolo tutto a esprimersi a riguardo?
«No perché tutti i referendum di autodeterminazione riguardano la specifica minoranza nazionale. L’obiettivo è proteggere la minoranza nazionale ed è per questo che è stato impiegato lo strumento dell’autodeterminazione. È in ogni caso una questione interessante perché, anche nel caso in cui si presentasse lo scenario di un referendum esteso a tutta la Spagna, vorrebbe dire che la Spagna avrebbe quantomeno accettato che la Catalogna è un soggetto politico a pieno titolo e ha diritto a divenire indipendente. E questo benché ottenere
l’indipendenza per questa via sia impossibile. E sarei contento anche se la Spagna permettesse di organizzare un nuovo referendum sull’indipendenza in Catalogna e i catalani decidessero di rimanere in Spagna perché vorrebbe dire che la Catalogna sarebbe stata riconosciuta come un soggetto politico».

Come vede la Catalogna tra dieci anni?
«Come membro a pieno titolo dell’Unione europea, membro delle Nazioni unite e partner per le sfide che il mondo si trova ad affrontare: il cambiamento climatico, le crisi migratorie, la contrazione industriale, i diritti fondamentali».

Non è troppo ottimista?
«Se come popolo, dopo la caduta di Barcellona dell’11 settembre 1714, non fossimo stati ottimisti, oggi non parleremmo catalano, non avremmo recuperato alcune istituzioni come il Parlamento e il Governo catalani. È l’essere ottimisti nel momento della disfatta che ci ha permesso di costruire la Catalogna. Questo è lo spirito catalano. Non arrendersi mai. Siamo tra due grandi potenze, la Francia e la Spagna, sappiamo di essere una minoranza, ma vogliamo sopravvivere».

Autore: Dario Ornaghi.

Fonte: https://www.tio.ch/ticino/politica/1391596/puigdemont-a-lugano-siamo-delusi-dalla-vigliaccheria-dell-unione-europea

Annunci

LE ORIGINI EBRAICHE DEL MULTICULTURALISMO IN SVEZIA (Kevin MacDonald – 2013)

Di seguito la traduzione di un’articolo di Kevin MacDonald pubblicato nel 2013 sul sito dell’Occidental Observer. Buona lettura agli interessati.

LE ORIGINI EBRAICHE DEL MULTICULTURALISMO IN SVEZIA

14/01/2013, Kevin MacDonald, The Occidental Observer

In “The culture of Critique” e altri scritti mi sono fatto l’opinione che gli Ebrei e la comunità ebraica organizzata sono stati una condizione necessaria importante per l’avanzata del multiculturalismo in Ocidente. Nel capitolo 7, sul coinvolgimento ebraico nel modellare le politiche migratorie, mi sono focalizzato soprattutto sugli USA, ma ho anche dedicato brevi sezioni all’Inghilterra, al Canada, all’Australia (argomento trattato splendidamente da Brenton Sanderson in “TOO”) e alla Francia.

Una domanda che ricevo spesso riguarda il ruolo degli Ebrei in Svezia ed in altre nazioni Europee con relativamente pochi Ebrei. Ora c’è stata una traduzione dallo svedese di un articolo, “Come e perché la Svezia è diventata multiculturale” che ha riassunto le opere accademiche sul ruolo ebraico nel rendere la Svezia una società multiculturale. Questo articolo dovrebbe essere letto per intero, ma segnalo alcuni punti salienti:

“Il cambiamento ideologico iniziò nel 1964 quando David Schwarz, ebreo polacco e sopravvissuto all’olocausto che immigrò in Svezia nei primi anni ’50, scrisse l’articolo “Il problema dell’immigrazione in Svezia” sul giornale svedese più grande ed importante, di proprietà ebraica, il Dagens Nyheter. Iniziò un aspro dibattito che ebbe luogo perlopiù sul Dagens Nyheter ma che in seguito si trasferì anche su altri giornali, su pagine editoriali e libri.

Schwarz era da tempo il più attivo opinionista a riguardo e ha dato 37 contributi, su un totale di 118, al dibattito sulla questione dell’immigrazione negli anni 1964-1968.

Scwharz ed i suoi sodali erano così dominanti ed aggressivi che gli avversari con visioni diverse venivano portati sulla difensiva e le loro opinioni venivano zittite. Per esempio, Schwarz giocò in modo molto efficiente la carta dell’antisemitismo per screditare i suoi oppositori.

Fu il Partito Conservatore di Destra che abbracciò per primo l’idea di pluralismo culturale e contribuì radicalmente a dare forma e contorno al nuovo indirizzo radicale. Vale la pena ricordare che il leader del Partito Conservatore di Destra nel periodo 1961-1965, Gunnar Heckscher, era il primo leader di quel partito ad avere origine ebraica.”

Come negli USA e altrove, gli attivisti ebrei furono aiutati dai proprietari ebrei dei mass media. Gli attivisti sottolineavano il bisogno di ridisegnare la politica immigratoria per fare ammenda per la persecuzione degli ebrei e, nel caso della Svezia, per il ruolo del governo svedese nei confronti degli ebrei durante la seconda guerra mondiale (in modo simile, negli USA, gli attivisti ebrei sottolinearono che la legge del 1924 di restrizioni all’immigrazione era motivata dall’anti-semitismo, e molti attivisti, inclusi attivisti accademici come Stephen J. Gould, affermavano che le restrizioni all’immigrazione porteranno gli ebrei a morire nell’olocausto. Persino Stephen Steinlight, che difendeva le restrizioni all’immigrazione musulmana (e solo a quella), definiva la legge del 1924 “cattiva, xenofoba, antisemita, vilmente discriminatoria, un grande fallimento morale, una politica mostruosa”.

L’assimilazione alla cultura svedese era vista come un obiettivo inaccettabile:

“Il punto iniziale era quindi una prospettiva di pluralismo culturale, che significava che gli immigrati dovevano essere spinti a preservare la loro cultura, tramite interventi governativi e supporto finanziario pubblico di massa, al fine di mandare al mondo il segnale che la Svezia è una nazione tollerante e tutti sono i benvenuti. L’incontro fra la cultura Svedese e le culture delle minoranze avrebbe arricchito l’intera comunità e la maggioranza avrebbe iniziato ad adattarsi alle minoranze.

Non è una coincidenza che gli ebrei organizzati d’Europa si dissociano in modo netto dalle critiche all’Islam, perché ogni generalizzazione negativa nei confronti di una minoranza potrebbe alla fine colpire gli Ebrei”.

L’articolo fa notare, e io sono d’accordo, che gli Ebrei sono motivati dal desiderio di distruggere dal punto di vista etnico e culturale le società omogenee a causa della paura che tali società possano perseguitare gli Ebrei, come è successo in Germania fra il 1933 e il 1945, ma anche a causa dell’odio tradizionale giudaico contro la civiltà cristiana dell’Occidente. Esso finisce facendo notare che, oltre che dalla proprietà ebraica dei mass media, l’influenza ebraica è stata facilitata dal dominio dell’antropologia accademica da parte della scuola Boasiana, un movimento intellettuale ebraico, e dalle sue vedute sul relativismo culturale e la denigrazione della cultura Occidentale.

Condivido completamente che l’influenza ebraica ha le sue radici nelle elites accademiche e nei media, oltre che dalla loro capacità di sviluppare organizzazioni di attivisti molto efficaci e ben finanziate. Viene sottolineato il ruolo di Bruno Kaplan del World Jewish Congress.

Questo è un contributo importante per la comprensione dell’imminente fine dell’Occidente. Inutile dirlo, un’analisi di questo tipo non è sufficiente a comprendere perché le culture occidentali siano state le uniche suscettibili alle ideologie che considerano la distruzione dell’Occidente come un imperativo morale. Tuttavia, è di vitale importanza comprendere le forze che hanno attivamente cercato di spostare le culture occidentali in questa direzione.

The Jewish origins of multiculturalism in Sweden

L’intelligenza artificiale: nascita e potenzialità

Nel 1956, al Darmouth College, un’università del New Hampshire, si riuniscono dieci scienziati esperti di reti neurali, automazione e intelligenze. Adam Greenfield definisce le reti neurali come “un modo di organizzare singole unità di elaborazione in reti che simulano il modo in cui i neuroni sono interconnessi nel sistema nervoso centrale umano”. Li convoca John McCarthy, che è riuscito ad ottenere dalla Rockefeller Foundation i fondi necessari a organizzare alcune settiane di studio e confronto su una materia ancora inesplorata. McCarthy la chiama “intelligenza artificiale” e descrive il suo lavoro come il processo “consistente nel far sì che una macchina si comporti in modi che sarebbero definiti intelligenti se fosse un essere umano a comportarsi così”.

Nel 1993 l’autore di fantascienza Vernor Vinge parla per primo di singolarità. Vinge mostrò squarci di un futuro in cui “le macchine saranno sufficientemente intelligenti da programmarsi e migliorarsi da sole, fino al punto di rendersi indipendenti”.

Ottobre 2017. Alibaba, il gigante del commercio online cinese guidato da Jack Ma, annuncia un investimento da 15 miliardi di dollari in nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale.

Gennaio 2018. La Stanford University ha messo a punto un test chiamato SQuAD (Standford Question Answering Dataset), pensato per misurare quel che si chiama “machine learning”, ovvero “apprendimento automatico”. Si tratta di vari e complicati metodi per permettere ai computer di “imparare” a risolvere problemi in maniera autonoma e a comprendere, tramite l’uso di esempi, ciò che viene loro fornito. Un modello di intelligenza artificiale realizzato da Alibaba è stato sottoposto al test di Stanford, una prova di lettura e comprensione con più di 10.000 quesiti riguardanti voci di Wikipedia lette in precedenza. Il risultato è stato inquietante. L’intelligenza artificiale di Alibaba doveva confrontarsi con degli esseri umani e ha ottenuto un punteggio superiore a tutti loro. Il risultato umano migliore ha raggiunto un punteggio di 82.304. La macchina di Alibaba ha totalizzato 82.440 punti. Ancora meglio ha fatto un’altra intelligenza artificiale, creata da Microsoft, che ha ottenuto 82.650 puti. È la prima volta nella storia che le macchine riescono a superare gli esseri umani in un test di comprensione e lettura. In precedenza si erano misurate con gli scacchi e altri giochi complessi. Ora, però, riescono ad eccellere anche in un campo che dovrebbe essere dominato dal genere umano.

Luo Si, capo scienziato del Natural Language Processing dell’Alibaba Institute, afferma: “questa tecnologia può essere gradualmente applicata a molti settori, come assistenza clienti, musei e risposte online a quesiti medici, riducendo il bisogno di un input umano in un processo senza precedenti”.

Nick Bostrom, uno studioso svedese laureato in Fisica, Filosofia e Neuroscienze computazionali, docente a Oxford e direttore del Future of Humanity Institute, ha scritto, nel saggio intitolato “Superintelligenza”, dove potrebbe condurre lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. I pionieri della materia, pur essendo convinti dell’imminenza di un’intelligenza artificiale di livello umano, per lo più non considerano la possibilità di un’intelligenza artificiale di un livello superiore a quello umano. Non riescono a concepire il corollario che le macchine, in seguito, sarebbero diventate superintelligenti.

Siamo lontani dalla singolarità ma, come ha notato Adam Greenfield, “a differenza di noi umani, tutti gli algoritmi capaci di imparare possono continuare a farlo a tempo indeterminato, incorporando centinaia o migliaia di giornate di studio umano in periodi di ventiquattro ore”.

Qualora l’uomo dovesse costruire una “superintelligenza”, esiste il rischio concreto che quest’ultima sia ostile all’umanità. Di fronte ad una superintelligenza ostile, spiega Bostrom,non avremmo possibilità di “sostituirla o modificare le preferenze”. Per dare un’idea, “invece di immaginare che un’IA (intelligenza artificiale) superintelligente sia come un genio scientifico di fronte a una persona comune, potrebbe essere più appropriato pensare che sia come una persona comune in confronto a un insetto o a un verme”.

Fonte: Fermiamo le Macchine – Francesco Borgonovo

L’Italia è diversa e mancano i negri – Romano Prodi – Il Corriere della Sera 19 Agosto 1977

Se la gestione dei conflitti della società industriale è stata più difficile in Italia che negli altri paesi europei ciò non è dovuto soltanto agli errori che politici, sindacalisti, imprenditori e economisti hanno copiosamente compiuto negli ultimi anni, ma anche a una natura particolare del sistema economico italiano rispetto a quello delle altre nazioni. L’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a dover gestire il proprio sviluppo senza il determinante contributo di lavoratori stranieri. Detto in linguaggio più semplice l’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a mandare avanti una società industriale senza “negri”, che negli Stati Uniti erano negri nel senso letterale della parola. Nel Nord Europa erano invece emigranti italiani, spagnoli, turchi o nordafricani. Non dovremmo mai sottovalutare qesto fatto, non solo perchè nelle maggiori aree industriali della Germania e della Francia i lavoratori stranieri coprono oltre un quarto delle occupazioni di tipo manuale, ma anche perchè sono addetti soprattutto ai mestieri meno graditi. Anche quando non sono discriminati economicamente, essi costituiscono quindi un grandioso ammortizzatore dei conflitti sociali e hanno contribuito a risparmiare alle società industrializzate europee i problemi che anche per l’immaturità politica cui facevamo cenno prima, hanno invece travolto la società italiana.

Almeno dal 1968 in poi il mercato del lavoro nel sistema industriale italiano (trascuriamo in questa occasione il discorso del lavoro nero) si è presentato come unitario sia al Sud che al Nord e anche per gli immigrati da Sud a Nord.

Dopo tre giorni passati a Torino l’operaio siciliano non solo è già sindacalizzato, ma tende a dimostrare la propria definitiva appartenenza alla classe operaia spingendosi spesso verso i limiti più estremi della militanza sindacale. Non abbiamo perciò goduto della possibilità, che hanno avuto gli altri, di scaricare sugli stranieri le professioni che stanno in coda alla gerarchia sociale, cioè quelle da cui nascono le tensioni e dilacerazioni.

Negli ultimi mesi è capitato invece qualcosa d nuovo. Nonostante le difficoltà economiche, nonostante la disoccupazione crescente, non si riesce a ricoprire con cittadini italiani un numero crescente di posti di lavoro manuale nell’industria dell’Italia del Nord. In Emilia sono arrivati i lavoratori arabi. Non sono venuti clandestini, ma solo dopo che le imprese non avevano potuto trovare manodopera italiana di nessun tipo passando per i regolari canali dell’assunzione di manodopera. A Reggio Emilia, ad esempio, sono già 115 i lavoratori arabi. Sono per la quasi totalità egiziani, lavorano circa per la metà nelle fonderie, per l’altra metà nel resto del settore metalmeccanico e solo poche unità fanno i braccianti in un’azienda agricola. Altri cento, almeno, sono inoltre in attesa dello espletamento delle pratiche per seguire i loro compatrioti. Questo fenomeno non si verifica però in una sola città e nemmeno in una sola regione. Molto spesso inoltre questi operai sono bravi e intraprendenti, proprio come erano i nostri lavoratori che all’inizio degli anni Cinquanta emigravano in Francia.

Al di là della limitatezza quantitativa di questi episodi non possiamo esimerci dalla necessità di una scelta riguardo ai problemi che essi aprono. Vogliamo aprire le porte ai lavoratori stranieri, dopo che abbiamo compiuto questo enorme sforzo di unità del paese negli anni trascorsi? E ancora. Come è possibile che tutto questo avvenga mentre esistono tanti disoccupati? Come ogni paese arrivato a un elevato livello di scolarizzazione, l’Italia ha evidentemente bisogno di una legge per l’immigrazione, dato che certe professioni, anche nelle normali aziende industriali, trovano un sempre minore numero di candidati.

Io credo che, al punto in cui siamo, sia una follia ripercorrere la via degli altri paesi europei, aggiungendo ai problemi che abbiamo anche quelli di una difficile convivenza razziale. Credo che ce la dobbiamo ancora una volta cavare da soli, con maggiori e migliori informazioni sul mercato del lavoro, con una più equa distribuzione territoriale delle imprese, con il miglioramento delle condizioni di lavoro e con ulteriori mutamenti dei salari relativi.

Le professioni manuali debbono essere pagate sempre di più. Quanto diceva, con rara preveggenza, Gorrieri, spinto soprattutto da motivazioni di giustizia sociale, sta ora diventando anche una necessità economica. Già una specie di rivoluzione è stata compiuta: basti pensare al fatto che nel 1962 un lavoratore qualificato nel settore della meccanica guadagnava la metà di un insegnante, mentre ora il salario medio ne è diventato addirittura superiore. Ma in molti altri casi questa trasformazione non è ancora avvenuta: ora anche l’Italia si deve rapidamente avviare verso una gerarchia salariale di tipo moderno, dove all’ultimo gradino non troviamo i lavoratori manuali, ma quelli impiegatizi di tipo ripetitivo. I nostri rapporti con i paesi poveri del Mediterraneo non dovranno poi essere di semplici utilizzatori di manodopera nel nostro paese: occorre una politica di investimento in loco e di collaborazione più stretta e coordinata. Non dobbiamo anche in questo caso ripetere gli errori altrui.

Abbiamo fatto (o abbiamo dovuto fare) molti anni fa una scelta di sviluppo fondamentale sulle nostre sole risorse umane. Essa ci ha dato gravi problemi, ma non possiamo ripudiarla ora che abbiamo impiegato anni e anni per risolvere questi stessi problemi e nemmeno possiamo ripudiarla quando tutto il Nord Europa comincia a soffrire di gravissime tensioni razziali. E soprattutto non possiamo ripudiarla quando migliaia di giovani sono alla disperata ricerca di un lavoro. Bisogna invece creare una diversa gerarchia di valori per cui il lavoro manuale sia reso veramente pari agli altri lavori e ne siano perciò riconosciuti vantaggi economici sufficienti a recuperare il maggior disagio e il minor prestigio sociale di cui esso gode. E contemporaneamente occorre un profondo e globale mutamento di mentalità in materia.

Non credo di aver dedotto troppe conclusioni dall’arrivo di alcune centinaia di egiziani in Emilia: forse però queste stesse conclusioni dovevano già essere fatte a proposito delle precedenti ondate migratorie di collaboratrici domestiche e di braccianti.

Fonte:

Romano Prodi, L’Italia è diversa e mancano i negri, in «Il Corriere della Sera», 19 Agosto 1977

PIENA AUTOMAZIONE, REDDITO DI BASE E SCHIAVITU’ MENTALE.

Rifkin, negli anni ’90, approfondì il tema della “fine del lavoro”. Oggi due studiosi, Nick Senicek e Alex Williams, hanno scritto un saggio intitolato “Inventare il futuro”. I loro slogan sono sintetizzati sulla copertina del volume: “pretendi la piena automazione, pretendi il reddito universale, pretendi il futuro”. Secondo questi signori, un’economia completamente automatizzata potrebbe “liberare l’umanità dalla schiavitù del lavoro e produrre una ricchezza sempre maggiore”.

Ci stiamo trasformando in una jobless society, una società senza lavoro. L’innovazione tecnologica e la robotizzazione ci stanno conducendo verso quello che lo studioso americano Martin Ford ha definito un regime di “piena disoccupazione”. Le macchine non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro.

Nel 1995 Jeremy Rifkin fu il primo a occuparsi a fondo della questione della “fine del lavoro”, ipotizzando l’avvento di un’era di “post mercato”, in cui i lavratori inutili sarebbero stati drenati verso il terzo settore, cioè il volontariato, e retribuiti tramite “salari fantasma”.

I guru della Silicon Valley offrono questa soluzione. Constatato che la tecnologia cancella il lavoro, per loro la risposta non deve essere fermare la tecnologia, bensì spingere ancora di più sull’innovazione, in modo che il lavoro sia cancellato una volta per tutte. Come si manterranno allora le persone? Con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto Bill Gates. Il sociologo Domenico De Masi ha pubblicato un saggio sull’argomento intitolato “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati”. Afferma “Oggi possiamo immaginare che i disoccupati, ottenendo ciò che spetta loro, finiranno per modificare profondamente il mercato del lavoro rendendo più giusta e più pacifica l’intera umanità”.

Le nuove tecnologie, in buona sostanza, libereranno la società dal fardello del lavoro. I disoccupati potranno allora organizzarsi, attraverso il web, al fine di trovare l’occupazione a loro più gradta, senza il cruccio di dover portare a casa uno stipendio, perché saranno mantenuti da sussidi pubblici. Come i filosofi dell’antica Grecia, gli uomini senza lavoro avranno tempo per dedicarsi all’ozio creativo. Saranno tutti riposati, colti e felici.

Una visione simile l’ha espressa Massimo Cacciari. A suo dire, l’innovazione “libererà quei tipi di lavoro che le macchine e i robot renderanno superflui e gli uomini potranno dedicarsi a cose ben più nobili”. Gli uomini liberati potranno riempirsi la vita “leggendo dalla mattina alla sera, girando per i musei, andando al cinema, andando a pescare”. A parere di Cacciari, “se le macchine renderanno superflue masse di lavoro, questo è bene. Occorre liberarci da questa etica del lavoro che è propria ormai di civiltà primitive rispetto alle nostre”. Come si manterranno gli individui liberati? Grazie alla redistribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine. “Ci deve essere un reddito sicuro per tutti”, è la sentenza del guru veneziano.

Tuttavia, l’ozio creativo degli uomini sarebbe totalmente condizionato. Egli passerebbe il tempo al cinema e al museo. Ma chi paga gli svaghi? Lo stato o le grandi aziende della tecnologia. Sarebbero dunque lo stato o le aziende a decidere di quali film, libri e musei potrà godere il cittadino, quali auto potrà permettersi, quali case, quale cibo potrà comprare, e dove.

 

Fonte: Fermiamo le macchine, Francesco Borgonovo.

Più forza alla Padania, fermiamo l’immigrazione – Federico Prati – La Padania -22/06/2004

Più forza alla Padania, fermiamo l´immigrazione

Filippo Prati, Federico Prati -Gioventù Trentino Tirolese

Oggi come oggi, la Lega Nord ha la necessità di riportare, affermare e diffondere sulla scena politica quelle tematiche, quei valori che ne hanno garantito il successo popolare negli anni passati e che l’alleanza con il Polo (vera e propria Arca di Noè per i sopravvissuti alla prima repubblica) ha messo purtroppo sottotono ed in un cono d’ombra. Riprendere dunque con forza le battaglie storiche del Movimento attraverso i nostri mezzi di comunicazione (e magari anche tramite la Rai visto che alcuni uomini del Movimento vi “soggiornano” ben remunerati…) e l’azione congiunta sul territorio. Padania: riprendere e spiegare (con opuscoli e convegni) il concetto base di Padania quale “federazione delle nazioni padano-alpine”.
Il “progetto Padania” è l’idea mirabile di una casa delle piccole patrie padane. Una casa dove ogni identità storica e linguistica verrà rispettata e affermata.
“Padania” dunque non come entità giacobina ed artificiale (modello Italia) ma quale frutto di un patto politico tra diverse nazioni (Piemonte, Liguria, Veneto…) unite dalla consapevolezza di avere medesimi nemici da combattere (mondialismo, immigrazione selvaggia, invasione islamica, centralismo romano e di Bruxelles) e medesimi obiettivi da affermare (difesa delle identità e del tessuto sociale).
Va sottolineato e rilanciato il concetto di “nazione etnica”: le attuali regioni padano-alpine (anche se in gran parte i confini regionali non coincidono con quelli etno-linguistici) sono infatti vere e proprie nazioni. Nazioni con propria lingua, storia autonoma rispetto ad altre realtà della penisola. Le Nazioni padane sono oggi negate etnicamente e sfruttate economicamente dallo Stato italiano come fossero vere e proprie colonie.
Colonie assoggettate al controllo dello Stato italiano tramite la gestione da parte dell’etnia meridionale di settori importantissimi quali scuola, ordine pubblico e magistratura.
Il movimento potrebbe ad esempio, per affermare queste identità, dare il via alla realizzazione di vere e proprie giornate dell’orgoglio nazionale (ligure, veneto, ecc…) in coincidenza di date storicamente significative per ogni popolo (ad esempio per il Veneto il 25 aprile festa di San Marco).

Blocco dell’immigrazione: la legge Bossi-Fini causa le responsabilità democristiane e di Alleanza Nazionale è stata prima azzoppata con la folle regolarizzazione di 700.000 clandestini (una maxi sanatoria mai fatta nemmeno ai tempi dei governi di sinistra e che la Lega Nord ha dovuto subire) e poi non applicata (per la parte relativa alle espulsioni ) dalla magistratura.
Le nostre città oggi assomigliano sempre meno a realtà europee e sempre più a periferie del terzo mondo dove personaggi di ogni tipo la fanno da padrone.
Andrebbe pertanto registrato mancato funzionamento (per le cause sopra indicate) della legge Bossi-Fini e proposta come prioritaria la chiusura totale delle nostre frontiere per almeno 10 anni ad ogni sorta di immigrazione nel nostro territorio. È fondamentale considerare poi l’idea di introdurre una soglia di immigrazione massima a livello regionale. Non possiamo infatti permettere che la Padania diventi un nuovo Kossovo dove gli autoctoni vengano progressivamente messi in minoranza da certi stranieri causa il loro alto tasso di natalità.
L’immigrazione non è solo un problema di ordine pubblico ma è soprattutto quando diventa massiccia un problema di ordine etnico e sociale: una minaccia alla sopravvivenza dei nostri popoli così come sono stati configurati dalla storia.
Introdurre poi il concetto di “preferenza etno-nazionale” e non di semplice “residenza” quale discriminante per l’assegnazione di case, lavoro,(n.d.R. come già avviene da anni in Sud Tirol). Dare il via ad una serie di agevolazioni e finanziamenti a quegli immigrati che spontaneamente lasciano il suolo padano per ritornare alle loro terre d’origine.
L’immigrazione rientra nei piani di quei poteri mondialisti (l’alleanza tra il materialismo turbocapitalista dei vari Soros e quello socialcomunista dei vari D’Alema e Bertinotti) che mirano a sradicare le identità comunitarie dei popoli europei.
L’individuo reciso da ogni legame con la propria terra e stirpe diventa così uno sradicato apolide, un albero senza radici e resistenza, in balia del vento del potere mondialista.
Difesa della famiglia tradizionale: va portata avanti con ancora maggior vigore la politica del Movimento a difesa della famiglia tradizionale quale caposaldo fondamentale di ogni società sana.
Rilanciare una politica sociale ed economica per aumentare la natalità in Padania (ricordiamo infatti che un popolo che non fa figli è destinato all’oblio della storia e i popoli padani sono sulla china della “strada della morte”) rivedendo in senso restrittivo la famigerata legge 194 (che con 4 milioni di aborti ha annientato il futuro della Padania).
Rilanciare poi le battaglie contro la prostituzione e la pornografia che tanti danni hanno fatto al tessuto familiare. Dal 1968 in avanti (causa anche il cedimento della Chiesa con il Concilio Vaticano II) la società padana ha perso progressivamente punti di riferimento e valori storici e (causa la perdita di questi anticorpi) come tumori maligni nel corpo delle nostre nazioni si sono generati pensieri alieni, distruttivi e assassini.
Insomma ci auguriamo una Lega gagliarda che ritrovato il proprio Capo rilanci al tavolo della politica sui propri temi sicuri che dopo un “periodo di nebbia” anche il nostro quotidiano ridiventerà con la gestione di Giuseppe Leoni punto di riferimento e vetrina delle idee leghiste.

(da la Padania, 22 giugno 2004)

Malcolm X: un esempio per i Difensori dei Bianchi? (fonte: American Renaissance)

Di seguito al pdf sottostante o, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione di un articolo interessante sulla figura di Malcolm X.

Buona lettura agli interessati.

Malcolm X – un esempio per i difensori bianchi?

Malcolm X: un esempio per i Difensori dei Bianchi?

Autore: Gregory Hood, American Renaissance, 26/10/2012    

Sono molto pochi oggi i bianchi che esprimono pubblicamente una sana coscienza razziale e parlano nel nome degli interessi dei bianchi. Alcuni difensori dei bianchi sono quindi tentati di guardare ai nazionalisti neri per apprendere lezioni su come promuovere una causa razziale. I neri che promuovono l’identità razziale e l’autosufficienza legittimano la difesa razziale dei bianchi, oltre ad offrire un’alternativa all’obiettivo convenzionale dell’integrazione con i bianchi. Personaggi come Marcus Garvey e Booker T. Washington sono alcuni degli esempi più noti, ma nessun nazionalista nero è più importante o si presta ad interpretazione di Malcolm X. Alcuni difensori razzialisti bianchi sono tentati di considerarlo come l’anti-Martin Luther King, forse addirittura come un modello. Comunque, alla fine della sua carriera, se è stato un modello per qualcosa, l’è stato per la causa di Al Sharpton di “scuotere la politica”.

Infatti, la biografia vincitrice del Premio Pulitzer “Malcom X: A Life of Reinvention”, dello storico e attivista progressista Manning Marable ci mostra inavvertitamente che Malcom X è meno importante, meno intelligente e meno interessante di quanto pensavamo. Senza dubbio l’immagine popolare di Malcolm X fu creata dalla “Autobiografia di Malcolm” X di Alex Haley e dal film di Spike Lee “Malcolm X”.

Questi sono gli argomenti principali: Malcolm Little, un ex pappone, un criminale da 4 soldi e un drogato con i capelli arricciati insegue emozioni e donne bianche. Un sistema razzista lo manda in prigione, dove viene redento dalla Nation of Islam (NOI). Ribattezzato Malcolm X, diventa una figura seria e militante, che aderisce fedelmente al credo Spartano della rivoluzione nera ed alla tipologia peculiare di Islam della NOI. A differenza di altri leaders neri, il mitico Malcolm è un uomo di famiglia ed un marito fedele, tanto da spingere un agente dell’FBI nel film di mr. Lee a fare una battuta, “Se confrontato a King, questo tipo è un monaco”. Predicando che tutti i bianchi sono “diavoli”, Malcom X attacca “I leaders neri dello zio Tom”, disprezza l’integrazione e loda la violenza.

Malcolm è sconvolto quando viene a sapere che il leader della NOI, l’Onorevole Elijah Muhammad, sta seducendo le giovani donne vulnerabili che aderiscono al suo culto.

Dopo la rottura con la Nation of Islam, Malcolm X fa un pellegrinaggio a La Mecca, dove scopre l’Islam ortodosso e prende le distanze dall’ideologia del separatismo razziale. Con la sua fedele moglie Betty al suo fianco, si prepara a costruire un nuovo movimento. Tuttavia, la sua rottura con la NOI lo porta ad avere nemici potenti, e viene ucciso dai musulmani neri (membri della NOI) in un teatro affollato, diventando un martire delle idee nazionaliste nere da cui si era allontanato al suo apice.

Proprio come “Roots” di Haley si era scoperto essere un mix comico di plagi ed immaginazione spacciate per erudizione, Marable, morto l’anno scorso, dimostra che la narrativa accettata di Malcolm X basata sull’autobiografia di Haley è più complessa.

Ad esempio, l’uomo di cui l’attivista Ossie Davis elogiava notoriamente come “la nostra virilità nera vivente” non era in grado di soddisfare sessualmente sua moglie e scriveva lettere supplicanti a Elijah Muhammad sul problema. Dopo la rottura con la NOI, i suoi nemici lessero a voce alta queste lettere, arrivando persino a citarle nei periodici della NOI. Anche se si suppone che Malcolm aveva rotto con la NOI perché disgustato dallo sfruttamento sessuale di Elijah Muhammad, Marable crede che lo stesso Malcolm ha avuto una lunga relazione con una delle sue sottoposte femminili, e che molto probabilmente ha avuto altre amanti.

Marable sostiene persino che Malcolm lavorava come una prostituta omosessuale nei suoi anni giovanili, quando era conosciuto come “Red”. Anche dopo che era finito in prigione e si era convertito alla NOI Marable afferma che era stato costantemente in contatto con un amante bianco sperando di avere soldi da lui. Marable scrive che Betty Shabazz e Malcolm X, non sorprendentemente, hanno avuto un matrimonio tormentato. Malcolm spesso era esasperato da sua moglie e lei gli ha fatto le corna con almeno uno dei suoi sottoposti. Il film di Spike Lee la ritrae come una dietista esperta, ma Marable ci informa che Betty non sapeva cucinare.

Persino il passato criminale di Malcolm è stato distorto. Si presentava come il capo di una banda dedita ai furti, ma i suoi sforzi di apparire un fuori legge erano incredibilmente rozzi.

Aveva rubato dalla sua sorellastra e cercato di derubare un collega criminale. Quando fu preso, fece i nomi di tutti i suoi collaboratori sperando di ottenere clemenza.

Un messaggio politico.

Non serve dirlo, queste sensazionali rivelazioni personali hanno avuto un sacco di attenzioni per il libro di Marable, ma il suo obiettivo finale era politico. Come attivista del Movimento per il Cambiamento Democratico (l’ala “adulta” degli Studenti per una Società Democratica) Marable può difficilmente essere accusato di cercare di screditare quello per cui combatteva Malcolm. Stava invece cercando di fare qualcosa di simile al lavoro di Michael Eric Dison nella sua biografia: “I May Not Get There with You: the True Martin Luther King Jr”. In altre parole, Marable ammette che c’era un uomo vizioso ed infedele dietro l’immagine eroica, ma glorifica la visione radicale e cerca di costringere il lettore ad accettare le politiche che si accompagnano a questa visione. Le politiche sono presentate in modo così ammirevole che i difetti dell’uomo non fanno alcuna differenza.

Malcolm X è stato cresciuto da un padre che era fiero della sua razza ma che non era l’uomo di famiglia tutto d’un pezzo ritratto nel film. Si era fatto già una famiglia ma l’aveva abbandonata prima di incontrare la madre di Malcolm e farne un’altra. Earl Little lavorava per la Universal Negro Improvement Association (UNIA) di Marcus Garvey, che predicava una filosofia di nazionalismo nero di “ritornare in Africa”. Con il motto “Rialzati, razza potente, puoi fare quello che desideri”, l’UNIA di Garvey cercò di creare una nazione nera indipendente, con tanto di bandiera ed inno nazionale. Il padre di Malcom potrebbe essere stato ucciso dalla Black Legion, un gruppo stile KKK popolare nel Midwest, anche se non vi sono prove.

In ogni caso, la scelta di Malcolm della Nation of Islam e del nazionalismo nero militante era quasi un ritorno alle sue radici. Al contrario della favola nel film di Spike Lee, non venne introdotto alla Nazione da un prigioniero carismatico, ma dai membri della sua famiglia.

 

La Nation of Islam predicava ideali anti-bianchi al vetriolo, consideravano i bianchi come esseri letteralmente demoniaci, e volevano liberare i neri da qualunque forma di identità americana. Divideva anche il mondo intero in (malvagi) bianchi e (virtuosi) non bianchi. La decolonizzazione assunse un significato religioso oltre che politico, un segno di castigo divino contro gli intrinsecamente cattivi e razzisti bianchi. Come molti neri anti-Americani durante la Seconda Guerra Mondiale, Malcolm ammirava i Giapponesi come un esempio di non-bianchi in grado di sconfiggere gli eserciti Occidentali.

Lo scopo della Nazione era fungere come una pre-nazione nera. Aveva negoziati con il KKK sulla divisione della terra nel Sud, e aveva ospitato un discorso del leader dell’American National Socialist George Lincoln Rockwell. Tuttavia, non faceva niente di rivoluzionario. La leadership si concentrava nel fare introiti, ordinare ai templi di vendere più giornali e ancora raccogliere soldi piuttosto che essere coinvolta nella politica. Era socialmente conservativa e pro-capitalista, e nonostante condannava fortemente il sistema politico “dell’uomo bianco”, stava ben attenta a restare entro la legge.

Marable sostiene che c’era una tensione irrisolvibile fra l’ideologia separatista disimpegnata della Nazione e gli obiettivi più politici e pratici di Malcolm. Malcolm voleva più appropriarsi della ricchezza dell’uomo bianco che costruire una ricchezza nera attraverso istituzioni separate. Nonostante la convinzione della Nazione che la razza era una linea permanentemente divisiva, a volte lui affermò che, almeno teoricamente, le differenze razziali potevano essere superate. In un discorso del 1962 a Rochester, New York, prima di rompere con la Nazione, Malcolm X proclamò che “non ci sarebbe un problema razziale” se il nero potesse parlare come un Americano. In altre parole, se i bianchi non razzisti consentissero spontaneamente ai neri di partecipare pienamente, il problema razziale sparirebbe.

 

 

 

Malcolm lodava anche la violenza in un modo che poteva andare contro l’immagine della Nazione. Faceva velate minacce sui Musulmani “che si preparavano a dare un pugno” e chiamava le relazioni razziali con il termine “polveriera”. Quando più di 100 bianchi morirono in un incidente aereo nel 1962 lui la definì “una cosa davvero bellissima” e la profa che Allah risponde a chi lo prega.

Quello stesso anno, la polizia di Los Angeles sparò e uccise un membro della nazione in seguito ad un confronto vicino ad un tempio della NOI. Malcolm X voleva immediatamente usare la falange paramilitare della Nazione, “Fruit of Islam” per uccidere i poliziotti come rappresaglia. I quartier generali nazionali lo fermarono e costrinsero il “Fruit” a non intervenire.

Il disprezzo della Nazione per la politica, non supportava nemmeno la registrazione degli elettori neri, ed il fatto che la sua base politica era il proletariato urbano nero delle città del Nord implicavano che Malcolm era in gran parte un osservatore passivo delle lotte per la desegregazione nel Sud. Condannava Martin Luther King Jr e altri “Leader Neri dello Zio Tom”, ma nei dibattiti con attivisti per i diritti civili come James Farmer e Baynard Rustin Malcolm veniva sconfitto facilmente, dato che non aveva un programma concreto che andava oltre la retorica infiammatoria.

Come Farmer faceva notare, andava benissimo parlare della necessità di una patria indipendente per i neri, ma questo significava staterelli separati nelle grandi città? Significava che i neri dovevano restare completamente al di fuori delle aree bianche? Significava che tutte le azioni politiche diverse dalla rivoluzione violenta, che in ogni caso la Nazione non stava facendo, erano inutili? Malcolm X non aveva risposte.

Il risultato fu che, per quanto la feroce oratoria di Malcolm lo rese un leader dalla popolarità crescente per le aspirazioni religiose, politiche ed etniche dei neri, non era più soddisfatto degli obiettivi strettamente separatisti della Nazione. Secondo Marable, questo contribuì maggiormente al suo abbandono di quanto contribuì il presunto oltraggio di Malcolm per le questioni di Elijah Muhammad.

 

Nel film, Betty Shabazz spingeva Malcolm X a lasciare la Nazione, ma non ebbe alcuna parte nella decisione. Né ci fu un taglio netto. Per qualche tempo in seguito, affermò che era ancora parte della Nazione perché essa aveva la sua casa e lui non aveva nessun altro posto dove andare.

Qual era l’orientamento politico di Malcolm X dopo la rottura? Non è stato sempre coerente ma è stato colorito. Nel suo discorso “Il Giudizio di Dio nell’America Bianca”, tuonò che “le rivoluzioni non sono mai pacifiche, ma amorevoli, mai non violente. Né scendono a compromessi. Le rivoluzioni sono distruttive e sanguinose”. Questo non era solo un cambio di tattica dai giorni della NOI; era un rifiuto dell’ideale dell’etnostato. Malcolm X voleva sequestrare le risorse dei bianchi per ottenere uguaglianza all’interno dello stesso stato. Nel suo discorso “Messaggio alla base” Malcolm X condannava la rivoluzione “negra” di Martin Luther King e lodava le rivoluzioni in Cina ed Algeria come modelli per una genuina rivoluzione “nera”. Le vere rivoluzioni usavano la violenza per togliere al rcco e dare al povero. A questo punto, l’unica differenza fra Malcolm e gli “Zii Tom” era che egli voleva usare qualunque mezzo necessario.

A volte le sue tattiche erano confuse. Nel suo famoso discorso “Il voto o il proiettile”, egli condannava entrambi i maggiori partiti politici, affermando che la frustrazione nera portava naturalmente alla violenza invece che al voto; eppure disse ai neri di non lasciare che i bianchi dessero per scontato il loro supporto politico. Come persino Marable ammette, “chi avrebbero dovuto votare i neri se nessuno dei candidati avesse potuto dare un reale miglioramento?”

 

Il “nuovo” Malcolm

Dopo che fu celebrato il pellegrinaggio di Malcolm X a La Mecca nel 1964, si ritiene che egli aveva rinunciato al razzismo e diminuito la sua retorica anti-bianca. Comunque, come nota Marable, Malcolm X continuò a viaggiare nelle nazioni Arabe e Africane, spendendo tempo con la Fratellanza Musulmana ed il regime autoritario di Kwame Nkrumah in Ghana.

Fece un discorso agli studenti dell’università Africana che toccò tutti i temi classici: Martin Luther King non ha realizzato nulla, i neri non hanno avuto alcun progresso, e ci sarebbe dovuta essere la violenza. Condannò i leader stranieri che avevano accettato il supporto degli USA durante la Guerra Fredda, ed invitò ad un’alleanza anti-bianca mondiale per far finire la segregazione. Quest’ultima cosa era un cambiamento radicale rispetto a quando invitava i neri a costruire la propria nazione.

Dopo che ritornò negli USA, Malcolm rinnovò il suo attivismo come leader di due gruppi. Il primo era Muslim Mosque Inc. (MMI), un gruppo male organizzato di elementi che seguirono Malcolm uscendo dalla NOI e che proponeva un Islam più ortodosso. Uno dei suoi obiettivi era quello di screditare NOI agli occhi del mondo musulmano e dirottare i finanziamenti al gruppo di Malcolm. MMI doveva essere un’organizzazione politica e religiosa con lo scopo di collegare gli americani neri all’Africa e all’Asia. Sfortunatamente per la credibilità dell’organizzazione, Malcolm era ignorante del vero Islam. Dovette ricevere un intervento speciale da parte di funzionari sauditi persino per poter entrare a La Mecca, non conosceva le preghiere arabe né il modo corretto di pregare.

Il secondo gruppo di Malcolm era l’Organizzazione degli Afro Americani Uniti (OAAU). I suoi principi fondanti lodano notevolmente la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione: “Questi documenti, se messi in pratica, rappresentano l’essenza delle speranze dell’umanità e delle buone intenzioni”. Invece di costruire una patria nera, Malcolm X si concentrò sul “lottare per i diritti umani e la dignità”, come definito dall’egalitarismo liberale.

Il principale obiettivo dell’OAAU era prendere in mano la situazione degli Afro Americani prima delle Nazioni Unite. Malcolm affermava che gli USA “stanno violando la carta delle Nazioni Unite violando i nostri diritti umani basilari” e prevedeva che entro il 1964 l’America “vedrà un bagno di sangue”. L’obiettivo di avvicinarsi alle Nazioni Unite, che difficilmente sembra rilevante per gli interessi dei neri americani, era quello di indebolire il supporto Africano e Asiatico per gli USA durante la Guerra Fredda.

La retorica di Malcolm, sempre più di sinistra, non implicava alcun pensiero economico serio sull’economia. I comunisti lo attraevano perché manifestavano con rabbia contro gli USA ed acclamavano i campioni neri Americani e del Terzo Mondo. Malcolm semplicemente adottava il linguaggio delle persone che volevano togliere le ricchezze ai ricchi bianchi per darle ai poveri non bianchi. Dopo la rottura con la Nazione, si avvicinò ai movimenti Trotzkisti come il Socialist Workers Party.

Malcolm X difendeva coerentemente il suo atteggiamento rivoluzionario affermando che i bianchi non avrebbero mai ceduto volontariamente il potere. Affermava che l’America era irrimediabilmente razzista a prescindere da chi ha il potere, e rifiutava di vedere alcuna differenza fra Lyndon Johnson e George Wallace. Anche se il 1964 vide il passaggio del Civil Rights Act, Malcolm X pensava che il più grande evento dell’anno era l’esplosione di una bomba atomica nella Cina Maoista: una grande vittoria per “i popoli oppressi”. Chiamava Washington DC la “cittadella dell’imperialismo”, e cercava ripetutamente di tracciare parallelismi fra l’attivismo nero negli USA e le lotte di “liberazione” del Terzo Mondo.

Secondo Malcolm, ogni istituzione occidentale e ogni squilibrio di potere nel mondo poteva essere spiegato dal razzismo. A volte questa prospettiva lo faceva sembrare sorprendentemente insensibile. Quando incontrò i sopravvissuti giapponesi della bomba atomica americana, Malcolm disse, “anche noi siamo stati sfregiati. La bomba che ci ha colpito era il razzismo”.

Quello che Malcolm X stava ora sostenendo non era la discriminazione positiva né una maggiore rappresentanza, ma “una ristrutturazione fondamentale per la ricchezza ed il potere negli USA”. Che fosse attraverso la violenza, il sistema politico o una rivoluzione, Malcolm X voleva più risorse per il suo popolo su scala internazionale. Non accettava mai le istituzioni americane, tranne che quando potevano essere usate per portare ricchezze ai neri.

Alla fine, Malcolm era compleamente tornato sui suoi passi sulla vecchia distinzione che era solito fare tra l’inutile “piagnisteo negro” e la vera “rivoluzione nera”. Entrambe volevano arricchire i neri; l’unica differenza, ammetteva ora, era quella della strategia.

Malcom iniziò addirittura a lasciare aperti dei posti per i bianchi che volevano partecipare alla lotta nera, ma loro dovevano sapere il loro posto. Nel Novembre del 1964 condivise il palco con il portabandiera del Socialist Workers Party. Un bianco scrisse che un’amica si scusò pubblicamente con Malcolm “non solo per lei e per i suoi antenati, ma anche per me e per i miei, mentre Malcolm X annuiva e sorrideva”. Malcolm arrivò addirittura a supportare la possibilità di matrimoni interrazziali, anche se affermava che in un futuro multiculturale potrebbe essere “la cultura nera ad essere la cultura dominante”.

La donna bianca che si scusava con Malcolm parlava per molti più bianchi di quanti Malcolm aveva mai pensato. Malcolm affermava che le preferenze razziali anti-bianche (discriminazione positiva) avrebbe portato a violenza e spargimento di sangue, e invece il presidente Richard Nixon li introdusse senza che ci fu alcun incidente. Malcolm sottostimava completamente la volontà dei bianchi potenti di sacrificare gli interessi delle classi medie e dei lavoratori bianchi. I neri stavano ottenendo tutto quello che stavano chiedendo, e la retorica violenta di Malcolm aveva sempre meno senso.

La Nazione uccise Malcolm X nel 1965, Marable accusa di complicità il Dipartimento di Polizia di New York, ma la carriera di Louis Farrakhan illustra un possibile esito se Malcolm fosse vissuto. Mr. Farrakhan alla fine cercò di costruire il suo fronte unitario di organizzazioni nere, culminate nella Million Man March, alla quale partecipò, fra gli altri, Barack Obama. Mr. Farrakhan promuoveva con entusiasmo i leaders anti-Occidentali del Terzo Mondo come Muammar Gaddafi, stando al suo fianco anche fino alla fine, quando molti ex supporters di sinistra lo avevano abbandonato. È facile immaginare che Malcolm X avrebbe fatto lo stesso. Le critiche di Mr. Farrakhan su Israele ed il potere Ebraico è simile a quella di Malcolm X, che pensava che gli Ebrei controllassero i media. Malcolm una volta disse: “Quando c’è qualcosa che vale la pena possedere, gli Ebrei ce l’hanno”

 

 

Detto questo, Mr. Farrakhan non ha mai abbandonato la peculiare teologia della Nazione né l’obiettivo di costruire una nazione nera. Invece Malcolm X si era già distanziato da queste cose. Che cosa sarebbe quindi diventato il Malcolm X finalmente liberato? Che cosa avrebbero imparato i “buoni” studenti antirazzisti su Malcolm X dall’Autobiografia e dal film di Spike Lee? Non Louis Farrakhan né avrebbe fatto un Nuovo Partito delle Pantere Nere, bensì sarebbe diventato un “radicale da università”.

Sarebbe stato il portavoce perfetto per le richieste militanti di “uguaglianza” sostenute da minacce di violenza. Storicamente, questo è esattamente il modo in cui i dipartimenti di studi neri sono stati istituiti nelle università, il modo in cui i programmi inizialmente respinti iniziarono: con l’occupazione di edifici e con organizzatori della comunità che provocavano i funzionari della città.  È facile immaginare Malcolm X nel ruolo del “rivoluzionario” alternativo che rende ragionevoli le richieste meramente “radicali”.

Ossie Davis definiva Malcolm X un “principe”, ucciso prima che potesse diventare re del suo popolo in esilio. La verità è che alla fine della sua carriera, la sua strategia dipendeva dalle concessioni dei bianchi, dalle risorse dei bianchi, dalla copertura dei media bianchi e, infine, dal senso di colpa bianco. Una volta uscito dalla Nation of Islam, fallì nella costruzione di una qualunque organizzazione reale. Sia il MMI che il OAAU collassarono dopo che fu ucciso. Al contrario, Malcolm era una personalità pompata dai media che poteva condurre solo coalizioni temporanee e mutevoli di neri arrabbiati del nord, attivisti bianchi di sinistra ed agenti internazionali che si opponevano agli USA.

Il “sistema” che ora guida l’America Bianca in definitiva condivide molto dell’agenda di Malcolm, a parte le sue opinioni in politica estera. La preferenza per i non bianchi, l’orgoglio razziale per i non bianchi e la ridistribuzione della ricchezza sponsorizzata dal governo sono ora politiche ufficiali.

Malcolm X quindi ha avuto il vantaggio, anche mentre era vivo, del supporto dell’elite per molti dei suoi fini. La rottura della solidarietà razziale in politica era una politica tanto dell’establishment americano quanto del partito comunista.

Dare posti di lavoro e soldi ai neri oggi è una politica tanto della Fortune 500 quanto delle Nuove Pantere Nere.

Malcolm X non era un proto principe di un potenziale etnostato nero. Era un proto Al Sharpton, che usava la retorica militante per ottenere dalle istituzioni concessioni che il suo popolo non era in grado di costruirsi da solo. All’inizio l’immagine pubblica del potere nero era il pugno alzato, ma si trasformò rapidamente nella mano mendicante. La religione era una parte dell’approccio di Malcolm, ma era secondaria rispetto alla politica. La sua eredità quindi non è qualche moschea della Nation of Islam a Chicago o una scuola de-segregata. È il sindacato degli studenti neri nel tipico college, pieno di studenti ammessi con punteggio più bassi, che vivono dei soldi che vengono loro dati dagli amministratori anti-bianchi della scuola, che ricevono lezioni fasulle allo scopo di prendere buoni voti ed aumentare l’autostima mentre si lamentano del razzismo istituzionale.

Malcolm X è sopravvissuto come leader politico perché si è costantemente reinventato, da piccolo criminale a predicatore, a soldato politico. Il movimento che rappresentava si è anch’esso evoluto, dal percorso verso una nazione separata, all’uguaglianza, fino alla richiesta di sussidi e scuse. È triste, se non sorprendente, che persino il più famoso militante dell’America nera terminò la sua carriera in questo modo. Il potere nero era solo un’ennesima frode, uno schema per i neri per ottenere dall’uomo bianco quello che avevano rinunciato a costruirsi da soli.

 

Fonte: https://www.amren.com/features/2012/10/malcolm-x-a-model-for-white-advocates/

Silvano Lorenzoni sullo stato italiano (2011)

<<La fabbricazione dello stato-fantoccio ‘Italia’ fu una decisione presa dalla massoneria sotto egida ebraica e con sede centrale (nell’Ottocento) a Londra, con lo scopo di creare un nemico all’Impero Asburgico sulla sua frontiera meridionale (229). A fare da spaventapasseri coronati del nuovo stato fantoccio furono i Savoia, degli ambiziosi di decima categoria ai quali fu fatto balenare davanti agli occhi la possibilità di diventare ‘re’ (il primo ‘re d’Italia’ fu decretato tale a porte chiuse in una loggia massonica nel 1859) di uno stato importante – sia pure artificiale e costruito sulla pelle delle corrispondenti popolazioni che non volevano saperne (231). Difatti il processo storico dell’’unità d’Italia’ – il cosiddetto ‘risorgimento’, riguardo al quale Julius Evola ebbe a dire che non si capisce cosa fosse ‘risorto’ perché uno stato italiano prima non era mai esistito – fu un susseguirsi di sfacciati interventi stranieri (della Francia contro gli Asburgo, dell’isola inglese contro i Borboni di Napoli), di colpi di stato pilotati e di plebisciti-truffa. E i servizi degli stranieri furono pagati dai Savoia, con concessioni territoriali alla Francia (non si stava certo facendo l’’unità degli italiani’) e in denaro agli ‘anglo’-giudei, tassando qualche volta fino alla fame i nuovi ‘cittadini’ (232).

Il ‘problema italiano’ sta anche nel fatto della dilacerazione etnica dello stato, ma
fondamentalmente nella sua ‘marca di fabbrica’. Esso fu costruito in funzione antiasburgica e antitedesca – questo lo aveva capito perfettamente fino dai primi anni dell’Ottocento quel grande statista che fu Klemens von Metternich – e quindi ebbe sempre come funzione assegnata di fare da ‘nemico interno’ nelle alleanze delle quali fece parte. Già nel 1912, tramite il plenipotenziario Sidney Sonnino, ebreo, quando lo stato italiano faceva ancora parte della Triplice Alleanza esso fece un’intesa sottobanco con l’isola inglese secondo la quale vi sarebbe uscito e avrebbe fatto la guerra agli Asburgo in caso che guerra ci fosse fra i medesimi e l’Entente. Il primo tradimento
italiano fu quello del 24 maggio 1915: il secondo sarebbe venuto l’8 settembre 1943 – dopo di che, a parere dello scrivente, uno stato italiano ha definitivamente perso ogni diritto etico all’esistenza (ammesso che mai uno lo abbia avuto).

Ed Mussolini tentò due cose, finite ambedue in tragici fallimenti: (a) cercò di usare come collante per un fantoccio geopolitico dinoccolato – l’’Italia’ – il mito di Roma, con i pessimi risultati da ognuno conosciuti; e qui è forse lecito fare un confronto con la figura tragica ma anche caricaturale di Cola di Rienzo, che pure aveva attratto l’attenzione di Richard Wagner; (b) egli cercò di fare la pace fra la chiesa cattolica e lo stato (la ‘potenza politica’,
una volta l’Impero e adesso lo ‘stato italiano’) firmando con la medesima il concordato del 1929 dal quale essa ebbe notevoli concessioni – ma quando si trattò di avvicinarla, in qualche modo, allo stato fascista, si incaricò il papa in carica di applicargli una doccia fredda : “noi (cristiani) siamo tutti semiti”.

È opinione dello scrivente che fra le popolazioni dell’area geografica italiana la percentuale di vigliacchi, di traditori, di disonesti, di abbietti non sia superiore a quanto essa possa essere in tante altre parti. Ma la ‘qualità’/il difetto di nascita dell’’Italia’ è tale che quel tipo di figuri hanno nello spazio politico italiano più ‘spazio di manovra’ e più possibilità di emergere che in tanti altri posti. E, peggio ancora, l’‘Italia’ è un luogo nel quale essi, più facilmente che in tanti altri, assurgono a rappresentare la ‘tipicità’.>>

Fonte: La Figura Mostruosa di Cristo e la Convergenza dei Monoteismi (2011)

HITLER AVEVA RAGIONE – Colin Jordan – 1989

Di seguito al pdf sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione del discorso del noto esponente dell’identitarismo radicale britannico Colin Jordan, nel 1989, in favore della figura di Adolf Hitler. Buona lettura agli interessati.

Hitler Was Right – trad italiano

HITLER AVEVA RAGIONE  

Autore: Colin Jordan, 1989

Fonte: https://archive.org/stream/JordanHitlerWasRight/Jordan-HitlerWasRight_djvu.txt

Mai in tutta la storia un uomo è stato così infamato come lui nel centenario della sua nascita, il 20 Aprile 1989. Secondo i mass media della democrazia moderna, era un mostro assoluto, un’insana incarnazione del male. Comunque, il fatto che è che è presentato in modo così oscuro, con assolutamente niente a suo favore, dovrebbe portare dei sospetti in chiunque non sia un idiota totale o una sorta di partigiano acceccato dal pregiudizio.

La vilificazione non è sempre stata totale come ora. Lloyd George, premier britannico durante la Prima Guerra Mondiale, dopo una visita in Germania, nel 1936, fu citato dal Daily Telegraph il 22 Settembre di quell’anno che diceva “non ho mai visto un popolo più felice dei tedeschi. Hitler è uno degli uomini più grandi che ho mai incontrato”. In una lettera ad un amico nel Dicembre 1936 disse “Spero solo che troviamo un uomo delle sue immense qualità ai vertici della gestione della nostra nazione oggi”.

Viscount Rothermere, nel suo libro ante-guerra, Avvertimenti e Previsioni, diceva di Hitler le seguenti parole: “Ha un intelligenza immensa. Ha completamente ripulito la morale e la vita etica della Germania. Non ci sono parole per descrivere la sua gentilezza. È un uomo di rara cultura. La sua conoscenza della musica, delle arti e dell’architettura è profonda”. La cortina di ferro di bugie ha preso completamente il sopravvento quando gli elementi che avevano l’intenzione di distruggere Hitler sono diventati virtualmente onnipotenti, consapevole che dovevano fare ciò o si sarebbe dimostrato che loro erano quelli che avevano torto e Hitler quello che aveva ragione: perché lui era per la Rinascita Ariana, e loro erano per un vecchio ordine che indicava declino e morte.

Il vero Hitler, contrariamente al mostro pazzo dei media, era un uomo molto dotato che aveva letto molto, con una memoria fenomenale, una comprensione molto rapida di elementi essenziali, una colossale volontà di potenza; inoltre, senza dubbio, è stato l’oratore più efficace che il mondo ha mai conosciuto: tutto questo al servizio di una causa alla quale si donò completamente. Era anche un ospite affascinante, uno stimato e leale amico e collega, gentile con gli animali, che apprezzava molto le bellezze della Natura, essenziale nel suo stile di vita personale.

Mentre durante l’adolescenza si imbeveva con una sensazione consumante di avere una missione da leader liberatore del suo popolo nel futuro, conosceva la povertà da giovane disoccupato a Vienna, conosceva il pericolo e la durezza delle trincee, dove era in prima linea da soldato prima di entrare nel minuscolo corpo politico che sotto la sua direzione diventò il vincente NSDAP.

Notte dopo notte, le sue parole accattivanti gli portavano folle che applaudivano da una nazione sconfitta e demoralizzata che si rimetteva in piedi con rinnovata speranza e determinazione. La sua ispirazione vocale e visuale, oltre all’abbondante sudore dei suoi ardenti e laboriosi seguaci, costituivano le armi del successo Nazionalsocialista; esse non erano di certo le fantomatiche valigie piene di soldi dei grandi gruppi commerciali come gli oppositori cercavano di trovare una spiegazione diversa dalla loro inferiorità in carisma, ardore e sforzi. Come diceva un proverbio in quei giorni, rispettando l’ultimo di questi tre fattori, le luci erano sempre accese di notte negli uffici del partito di Hitler più a lungo che in qualunque altro ufficio. Questa citazione spiega l’ardente entusiasmo e il puro duro lavoro: “Nel mese prima delle elezioni nazionali del 1930, per esempio, il Partito Nazionalsocialista garantì 34.000 incontri in Germania, con la media di 3 incontri in ogni villaggio, città e distretto urbano” (Mothers in the Fatherland, Claudia Koonz, p. 69). Coerentemente con lo spirito recettivo delle persone nelle elezioni del 1932, il capo dell’Ufficio Stampa del NSDAP Otto Dietrich descriveva un incontro a Straslund, previsto per le 20.00 ma per il quale Hitler ebbe dei problemi che lo portarono ad arrivare in ritardo alle 2.30 di notte: “sono all’aperto, e sotto la pioggia battente abbiamo incontrato la folla bagnata fradicia, stanca e affamata; si erano radunati di notte e avevano pazientemente aspettato. Hitler parlava al pubblico mentre lentamente il giorno sorgeva”. C’erano lì 40.000 persone che ascoltavano avidamente alle 4 del mattino, dopo tutto questo tempo e tutte queste problematiche, l’uomo che giustamente consideravano il loro salvatore politico! Potete immaginarvi un pubblico così per un qualunque personaggio famoso dei nstri tempi come il nostro attuale premier Margaret Thatcher?

Cercate solo di raffigurarvi la formidabile scena di giubilo quando i lunghi e duri anni di lotta furono ricompensati e, alla fine del Gennaio 1933, Hitler diventò Cancelliere! Quella notte per ore un fiume di fuoco si vedeva scorrere dalla finestra mentre migliaia di migliaia dei suoi compagni di partito portavano una torcia sfilando per le strade di una Berlino rinata. La già menzionata Claudia Koonz cita un membro di lungo corso del NSDAP riguardo questa occasione: “Abbiamo pianto di gioia e felicità e non potevamo credere che il nostro amato Fuhrer fosse al timone del Reich. Un potere magnetico emanava ovunque ed eliminava le ultime tracce della resistenza interna. Siamo stati presi da una gioia indicibile quando abbiamo visto le nostre bandiere, un tempo disprezzate e sminuite, che sventolavano sopra tutti gli edifici pubblici.

La nostra tesi non è e non deve essere quella che Adolf Hitler era assolutamente perfetto e non ha mai fatto un singolo errore, perché la perfezione, assoluta perfezione, è un’astrazione irrilevante che non appartiene a questo mondo e che quindi non si è mai vista e non si vedrà mai. Quello che diciamo è esattamente che, tendendo conto di tutto, l’uomo e il suo movimento, in un “campionato della nostra razza”, era ciò di più vicino alla perfezione che questo mondo ha mai visto, e questo è abbastanza per noi. Diciamo che aveva ragione perché quello che è andato storto è, per la nostra valutazione, così fortemente sminuito da dove è vero il contrario. In soli sei anni di pace, lui, il suo partito e il suo popolo all’unisono hanno fatto un miracolo virtuale in questo breve intervallo. In nessun altro caso nella storia è stato fatto così tanto e così velocemente per la sopravvivenza e la rinascità ariana!

Hitler aveva ragione nella suprema importanza che dava al fattore della razza e, di conseguenza, la sua concezione basilare di nazione come una comunità razziale da proteggere nelle sue proprietà e dalla mescolanza con genti estranee; inoltre, da migliorare con misure eugenetiche. Andando al di là di ogni altri statista di ogni nazione ed ogni tempo, ha dato un riconoscimento pratico alle qualità superiori dei popoli ariani ed al bisogno di massimizzare gli sforzi dei portatori di queste qualità superiori come leva per massimizzare lo sviluppo umano. In questa dedizione unica e, conseguentemente, con l’aspra opposizione di tutti quelli che avevano un interesse contro l’elevazione degli Ariani si trova la spiegazione più chiara del desiderio di distruggerlo e diffamarlo.

Hitler aveva ragione ad opporsi al distruttivo gioco partitico della democrazia che esiste per deludere e sfruttare le persone che essa pretende di rappresentare; secondo lui la rappresentanza doveva essere compito della personalità, della leadership e dell’unità. Quando è riuscito ad unire in questo modo il popolo, dov’erano gli altri partiti? Solo una sparuta minoranza era rimasta contro di lui dopo il 1933, anche se i media stranieri ostili si sono concentrati su questi singoli casi di dissenso e non sul supporto quasi totale che riceveva.

Hitler aveva ragione nell’assicurarsi che ogni uomo nella comunità popolare avesse un lavoro produttivo per il bene sia di sé stesso sia della comunità. Quando salì al potere, almeno 6.014.000 erano disoccupati, e nel 1938 solo 338.000 restarono disoccupati; la gran parte di questa riduzione era stata raggiunta prima di un qualunque riarmo significativo, al contrario di quello che dice la propaganda ostile.

Hitler aveva ragione nel credere nell’estensione del welfare sociale per tutti i membri della comunità popolare. L’organizzazione del NSDAP “Forza attraverso la Gioia” nel 1938 aveva permesso a oltre 22 milioni di persone di visitare teatri, a oltre 18 milioni di assistere a film, a oltre 6 milioni di assistere a concerti, a oltre 3 milioni ad assistere a mostre di fabbriche, e ad almeno 50 milioni di prendere parte ad eventi culturali. L’organizzazione aveva 230 sedi per l’educazione popolare, ed attraverso esse furono organizzati 62.000 eventi formativi, frequentati da 10 milioni di persone. Nel 1938, 490.000 sono potuti andare in crociera, e 19 milioni hanno potuto svolgere escursioni terrestri. 21 Milioni hanno preso parte ad eventi sportivi. Tutto questo in un periodo in cui le democrazie hanno lasciato milioni di disoccupati a marcire ed in cui quelli che lavoravano non ricevevano niente di lontanamente confrontabile con questo welfare. L’automobile più venduta della storia, più di 15 milioni della Wolkswagen “Beetle” in oltre 30 nazioni, era il risultato di un progetto di Hitler per un’automobile del popolo, un’automobile piccola e a buon mercato per l’uomo ordinario. Collegato ad esso, il suo programma di costruzione di autostrade anticipò di decadi quello dell’Inghilterra. (Queste ed altre informazioni dettagliate sui risultati splendidi della Germania di Hitler è contenuto nel libro “La Germania di Hitler” di Cesare Santro, Berlino, 1938).

Hitler aveva ragione nel dare importanza alla protezione del contadinato in quanto parte vitale per una fiorente comunità popolare; le sue misure includevano in questo la legislazione per l’ereditarietà dei poderi. Infatti, Hitler aveva ragione in così tanti modi che avremmo bisogno di molto di più di tutta la doppia edizione del Gothic Ripples di questo centenario di Hitler per elencarli. La rivoluzione di Hitler che realizzava tutte queste riforme radicale fu senza spargimento di sangue se comparata con la rivoluzione francese (del quale ricorre quest’anno il 200-simo anniversario) o con la rivoluzione russa del 1917. I campi di concentramento di detenuti, inclusi donne e bambini, furono introdotti dagli Inglesi durante la Guerra Boera, e le condizioni in essi erano così pessime che ci fu un grande numero di morti. Anche l’alleato bellico dell’Inghilterra, la Russia, ha ancora campi di concentramento in abbondanza in cui, persino secondo le statistiche Sovietiche, un milione di persone sono attualmente detenute. Tuttora è solo su quelli tedeschi che sentiamo infinitamente parlare, con ogni invenzione ed esagerazione concepibile. Colin Cross in Adolf Hitler (Hodder & Stoughton, Londra, 1973), afferma che il picco di detenuti in tempo di pace fu 26.789 nel Luglio 1933, molti dei quali furono detenuti solo per poche settimane; molti furono rilasciati in seguito. Egli afferma: “Le condizioni nei campi erano spartane ma, per gli standard carcerari, c’era un’adeguata alimentazione e comodità ragionevoli nei dormitori”. I detenuti non erano, come così spesso insinuato, tutti poveri ebrei perseguitato o altri eroi della democrazia, ma includevano la peggiore feccia della società: criminali abituali, sfruttatori, pervertiti, abietti ubriaconi, mendicanti perenni e parassiti fannulloni.

I leaders Ebrei dagli altri paesi dichiaravano una guerra economica e politica contro Hitler non appena salì al potere, e si prepararono a scatenare una guerra per distruggerlo. Non fu quindi una cosa innaturale, quando questa guerra scoppiò, che Hitler considerò gli ebrei in generale nei suoi territori come nemici e minaccia alla sicurezza; quindi li fece rastrellare e confinare in ghetti o campi. Nelle ultime battute della guerra, quando i tedeschi stavano affrontando condizioni terribili, inclusi centinaia di migliaia di civili, donne e bambini uccisi in raids aerei come quelli sull’indifesa Dresda, ci furono problemi nel rifornire in modo adeguato i campi.

Il sovraffollamento, l’evacuazione dall’est e la comparsa del tifo causarono le innegabilmente terribili condizioni trovate in alcuni prigionieri alla fine delle ostilità. Esse, in ogni caso, non erano certamente il risultato di alcuna deliberata politica di sterminio; accuse simili sono delle falsità atroci.

Dopo la guerra la campagna per denigrare Hitler si concentrò sull’accusa dei 6 milioni di Ebrei che sarebbero stati deliberatamente sterminati in qualcuno dei campi durante la guerra, prevalentemente tramite la gasazione con lo Zyklon B, che era sicuramente usato nel campo ed in altri posti a causa della sua capacità di prevenire la morte (di malattia), non di causarla. La storia supertriste dello sterminio di massa degli Ebrei nelle camere a gas è stata esposta come una menzogna colossale dal Leuchter Report, un rapporto del principale consulente americano nelle camere a gas nelle prigioni americane, a disposizione di Ernst Zundel. A causa del suo recente processo in Canada, egli visitò Auschwitz e prese dei campioni dalla struttura degli edifici che si dice siano state camere a gas e che, dopo essere state sottoposte ad analisi indipendenti negli USA, si è dimostrato senza ombra di dubbio che non erano usate così. Casualmente, le recenti ammissioni degli stessi russi che oltre 30 milioni furono sterminati da Stalin, l’alleanza contro Hitler fra Ebrei e Inglesi rende le accuse ebraiche contro Hitler piccole in confronto a questo vero Olocausto Rosso.

Ritornando alla Germania degli anni ’30, possiamo considerare la più grande conquista di Hitler quella dei cuori del suo popolo, perché il suo è stato il regime più popolare che il mondo abbia mai conosciuto. La sua Germania era una terra elettrificata e trasmutata. Mai, in nessun luogo e in nessun tempo, un’intera nazione è stata così radiosa, così disposta al servizio com’era la sua sotto la sua leadership. Milioni di tedeschi affermavano quotidianamente che Hitler aveva ragione.

Hitler aveva ragione nel cercare di modificare le ingiustizie del Trattato di Versailes, e di unire i territori Tedeschi. Le sue azioni ricevevano il supporto travolgente delle popolazioni coinvolte. Quando entrò a Vienna 200.000 viennesi si versarono nella Piazza degli Eroi della città, in un’estasi di gioia per quello che la macchina di propaganda anti-Hitleriana chiamava “aggressione”.

È stato accolto in modo simile nel territorio rubato dei Sudeti, nello stato sintetico della Cecoslovacchia. Hitler cercò a lungo con insistenza, anche negli ultimissimi giorni di pace, di raggiungere un accordo assolutamente giusto con la Polonia per quanto riguarda le sue aree germanofone, come Danziga (90% germanofona) ed i territori distaccati della Prussia Orientale; tuttavia questo è stato deliberatamente impedito dagli ingannevoli guerrafondai occidentali; l’Inghilterra offrì garanzie generali completamente riprovevoli all’arretrato stato di Polonia per rendere il suo regime reazionario irragionevole e bellicoso, arrivando quindi alla guerra desiderata.

Hitler aveva ragione a dare importanza all’alleanza anglotedesca per la quale lottò a lungo. Con essa e l’unione della Marina Britannica e l’Esercito Tedesco avrebbe potuto mantenere la pace nel mondo, preservare l’Impero Britannico, del quale Hitler aveva una grande stima, e lavorare per un ordine mondiale in cui l’uomo bianco protegge sé stesso e il mondo tramite la supremazia mondiale. L’ambasciatore inglese a Berlino affermò il 26 Luglio 1939: “Sin dall’inizio Hitler ha sempre cercato soprattutto un’intesa con l’Inghilterra” (Vansittart in Office, I. Colvin, p. 346). In effetti, un punto in cui Hitler aveva torto fu quando, nella costante ricerca di un accordo anglotedesco anche allora, aspettò dopo la sconfitta della Francia e quella di Dunkirk per l’Inghilterra per tornare in sé mentre, se avesse compiuto l’invasione nel Luglio 1940, avrebbe quasi certamente avuto successo.

Hitler aveva ragione nella sua concezione di nuovo ordine per l’Europa, conforme alle realtà etniche piuttosto che a demarcazioni geografiche o di altro tipo in conflitto con esse; aveva ragione a spingere alla cooperazione per avere comuni benefici, e all’unità corrispondente a obiettivi comuni. Hitler aveva ragione nel prevenire l’attacco russo premeditato, pianificato per avvantaggiarsi dalla guerra Europea, lanciando il suo attacco inizialmente nel Giugno 1941, insieme alla crociata Europea contro il comunismo che aveva sponsorizzato; se non fosse stato per il grande sostegno materiale dato a Stalin da Inghilterra ed USA, avrebbe sicuramente sconfitto Stalin ed eliminato la minaccia Sovietica che oggi è solamente mascherata dalla furbesca tattica di Gorbacev, al fine di ammorbidire l’occidente.

Come detto, dobbiamo agli enormi sforzi fatti dalla Germania e dai suoi alleati (inclusi tutti i volontari stranieri delle fantastiche Waffen SS), compresa la disperata resistenza fino al Maggio 1945, il fatto che l’Armata Rossa non ha oltrepassato Calais ed il fatto che oggi il KGB non abbia sedi a Dover, Durham e Dundee. Ricordiamoci con orgoglio che non è mai stata combattuta una causa più valorosamente della causa nazionalsocialista di Adolf Hitler. Nella battaglia per Norimberga, c’è stata la scena dei più grandi raduni che il mondo ha mai visto: “Civili tedeschi, uomini, donne e ragazzi, che si sono armati per combattere insieme alle SS in aspri combattimenti da strada nei quali la divisione di veterani “American 45th Thunderbird’ Division” subì notevoli perdite. “I fanatici reparti delle SS che difendevano la famigerata Sala Congressi Nazi, che Hitler considerava il cuore del Nazismo, respinse nove sanguinosi assalti statunitensi prima di morire fino all’ultimo uomo” (The Spear of Destiny, Trevor Ravenscroft, p. 335; Neville Spearman, 1972). Questa era la nostra gente!

In “Destination Berchtesgaden” (Ian Allan Ltd., London, 1975), J. F. Turner e R. Jackson descrivono le difficoltà dell’avanzata in questo modo.

Aschaffenburg: “i rinforzi tedeschi sono arrivati, molti di loro sono giovani fanatici di 16 e 17 anni che rifiutano di arrendersi e devono essere sterminati”.

Schweinfurt: “Ogni piccola città e villaggio sulla strada per Schweinfurt era fortificata, ogni collina e bosco occupato dal nemico più a lungo possibile, spesso da giovani Nazi fanatici”.

Wurzburg: “Ancora una volta, i civili si sono uniti alle truppe tedesche per difendere le loro città, ritirandosi nelle fogne per poi ricomparire spesso alle spalle degli americani”.

Nella Berlino in fiamme i resti eroici dei volontari stranieri delle Waffen SS, l’elite dell’Europa, lottarono morendo fino all’ultimo uomo per difendere i dintorni della Cancelleria del Reich ed il bunker in cui Adolf Hitler si tolse la vita; intanto altri eroi della Gioventù Hitleriana, alcuni solo 14enni, riuscivano a tenere fino all’ultimo i ponti sul fiume Sprea.

Con i sacrifici di sangue come questo lo nutrono, la potenza del nazionalsocialismo di sopravvivere e rivivere fu assicurata. Se vi è una qualche certezza in questo mondo, se mai un vero campione del nostro popolo emerge, egli sarà denigrato al massimo dalle forze della rovina. Quindi sono proprio quello che nell’Inghilterra di oggi sono i maggiori responsabili dell’attuale situazione orribile ad essere i maggiori responsabili della denigrazione di Hitler. Quelli che ci stanno danneggiando di più sono proprio quelli che lo denigrano di più: questa è una grande equazione.

Hitler aveva ragione nella sua denuncia alla democrazia; dovremmo saperlo bene dalla nostra esperienza in Inghilterra oggi. Bruce Anderson nel Sunday Telegraph (29/03/1987) ha parlato dell’invasione afro-asiatica dell’Inghilterra: “Gli elettori non sono mai stati consultati: se fossero stati consultati non avremmo avuto un’immigrazione di massa non bianca”. Quindi mentre la dittatura di Hitler dava al popolo ciò che voleva e preservava la Germania per il popolo tedesco, la democrazia Inglese diede al popolo inglese quello che non voleva, e la chiamano “libertà”.

Hitler aveva ragione nella sua profezia dell’oscurità che sarebbe seguita alla sua sconfitta. Mentre facciamo il bilancio di tutto l’insieme di cose negative delle quali oggi soffriamo, dagli scioperi ricorrenti alle rapine alle donne anziane, dallo spaccio di droga alla promozione della perversione, dai sussidi al mondo non bianco alla degenerazione nota come “rock”, prendiamo atto del fatto che Hitler non ci avrebbe dato questi benedetti effetti della democrazia. Prendiamo nota anche del fatto che le proiezioni degli attuali tassi di natalità dei non bianchi in Inghilterra mostrano che entro un centinaio d’anni saremo una minoranza nella nostra stessa nazione. Neanche i più maniacali oppositori di Hitler l’hanno mai accusato di voler rendere l’Inghilterra nera. Essa è stata lasciata ai suoi avversari proprio per ottenere questo.

La resistenza nazionalsocialista non è finita nel 1945. Un personaggio epico della guerra che ha rifiutato di rinunciare al suo credo nel nazionalsocialismo e che ha mantenuto stretti contatti in tutto il mondo coi nazionalsocialisti fino alla sua morte nel 1982 è stato Hans-Ulrich Rudel. Questo asso tedesco ha ottenuto il recordo mondiale di 2.530 combattimenti in volo, ed un altro per 519 carri armati distrutti.

Da solo affondò la corazzata sovietica Marat e due incrociatori, oltre a 70 navi da rifornimento. Il suo motto era “Verloren ist nur wersich selbst aufgibt” (Solo chi si arrende perde). Un altro coraggioso dei vecchi tempi era Winifred Wagner, nata inglese, e nuora del grande compositore, Richard Wagner. Dopo la guerra una corte di de-nazificazione la condannò per il reato di aver supportato il regime di Hitler tramite la sua amicizia personale con lui. Per questo terribile reato è stata condannata a 450 giorni di lavori sociali speciali, la sua ricchezza personale è stata confiscata, le è stato impedito di avere un qualunque lavoro pubblico o di diventare membro di un qualunque partito politico per 5 anni, e le è stato persino impedito di avere un veicolo a motore. Nonostante ciò, quando è stata intervistata in un film del 1975 da quelli che cercarono invano di farle dire qualcosa contro Hitler, questa signora magnifica ha risposto a muso duro con la solita osservazione: “Se Hitler varcasse la soglia oggi, sarei felice come sempre di vederlo ed averlo qui”.

E quindi la lotta è andata avanti, come dimostrano le recenti notizie che riguardano la Germania, come la condanna a 4 anni e mezzo di carcere di Peter Naumann per aver pensato al bombardamento, nel 1979, di un palo televisivo vicino a Coblenza che avrebbe interrotto la trasmissione del programma “Olocausto”, e per aver complottato per colpire la prigione di Spandau quando Hess era ancora vivo ed imprigionato lì. Lo dimostra anche la messa al bando dell’organizzazione Nationale Sammlung per far sì che non prendesse parte alle elezioni locali: questo dimostra la totale falsità della democrazia in quella nazione, dove il Nazionalsocialismo, la volontà di una maggioranza tedesca, è stato bandito a partire dal 1945. Lo dimostra anche il recente titolo del Daily Telegraph: “neonazismo in crescita in Germania Ovest”.

Finchè l’uomo sarà su questo pianeta, il nome Adolf Hitler, sarà ricordato, con associate verità o menzogne. Questo è per noi, in questi tristi giorni, una ragione per essere soddisfatti per poter testimoniare la verità sul suo conto di fronte al torrente di menzogne. Imponetevi di osservare e segnarvi il 101-simo anniversario della sua nascita il 20 Aprile 1990! Qualunque cosa faccia per onorare il suo nome in quella data, assicurati, alle 6.18 di sera, l’ora della sua nascita, di essere in meditazione silenziosa, di accendere una candela nel tuo cuore in memoria del più grande campione dei popoli Ariani, la tua gente, che questo mondo ha mai visto!

“E se il campo andasse perso?

Non tutto è perduto – l’inconquistabile volontà,

E lo studio della vendetta, l’odio immortale,

E il coraggio non si sottometterà né cederà mai

E cos’altro non deve essere superato?”

—John Milton (1608-1674), Paradise Lost.

 

SCHIAVI BIANCHI – (American Renaissance – 2008)

Al pdf sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, trovate questa traduzione dal sito di American Renaissance che parla di un fenomeno poco conosciuto, ovvero la tratta degli schiavi bianchi ad opera degli inglesi. Buona lettura agli interessati

Schiavi Bianchi – ITA

                  SCHIAVI BIANCHI

Thomas Jackson, American Renaissance, Dicembre 2008

Fonte: https://www.amren.com/news/2010/07/white_slaves_1

White Cargo: La storia dimenticata degli schiavi bianchi britannici in America, di Don Jordan e Michael Walsh, New York University Press, 2007, 320 pagine.

Si dice che la schiavitù africana sia il peccato originale della nostra nazione, e ai bianchi probabilmente sarà rinfacciata questa frase finchè l’ultimo di loro resterà in America. Sentiamo tutto il tempo parlare di servitori bianchi a contratto, ma non ci è permesso di pensare a loro come persone che soffrono in tutto come se fossero in schiavitù; essa infatti sarebbe una forma unica di degrado riservata ai neri.

I giornalisti inglesi Don Jordan e Michael Walsh ribattono in modo convincente in “White Cargo” che la “servitù a contratto” è un termine troppo blando per una condizione che spesso non era diversa da quella di uno schiavo. I “servi” bianchi erano proprietà: comprati e venduti, inclusi nei testamenti, frustati se indisciplinati, stuprati e in molti casi costretti a lavorare fino alla morte. Jordan e Walsh parlano di questa “storia dimenticata” e addirittura suggeriscono perché essa è dimenticata: ”si scatena il putiferio se si descrive come schiavo qualcuno di questi bianchi sventurati”. White Cargo è ben documentati, scritto in modo avvincente ed illumina in modo brillante un angolo di storia americana che né i bianchi né i neri si sono degnati di esplorare.

Il popolamento di un continente

La servitù a contratto era un sistema sotto il quale un uomo o una donna poteva guadagnarsi un passaggio per le colonie in cambio di periodo prestabilito come servitore. Il periodo più diffuso era 7 anni, ma poteva arrivare fino ad un massimo di 11 o a un minimo di 3. La parola “indenture” (a contratto) deriva dal latino “indentere”, che significa tagliare con i denti. Il contratto di lavoro era scritto su pergamena ed in seguito diviso a metà, con il padrone ed il servo che ne tenevano metà ciascuno. Jordan e Walsh stimano che centinaia di migliaia di Britannici andarono in America e nei Caraibi passando sotto una qualche forma di servitù a contratto.

Le persone che si impegnavano volontariamente venivano chiamati “liberi volontari”, ma gran parte di loro erano costretti. Condannati, ribelli, mendicanti, prostitute, Scozzesi o Irlandesi non desiderati potevano essere presi e condannati al lavoro duro nelle colonie per 14 anni, mentre un numero ignoto di giovani persone furono semplicemente rapiti e venduti.

Era un sistema di “reclutamento lavorativo” che era cresciuto perché i piantatori di tabacco in America ed i coltivatori di canna nei Caraibi avevano un disperato bisogno di lavoratori a basso costo. Il tabacco poteva essere molto profittevole ma richiedeva così tanto lavoro che un secolo dopo che i servi bianchi iniziarono a lavorare sodo per esso Thomas Jefferson la chiamava ancora “una cultura produttiva di indicibile squallore”.

Gli autori di questo libro stimano che l’ammontare degli schiavi bianchi è di circa i due terzi dei Britannici che si sono spostati nelle colonie fra il 1620 e il 1775, ma scrive che dai primissimi giorni della repubblica gli Americani hanno avuto “difficoltà a riconciliarsi con la vera natura dei loro antenati”. Gli autori aggiungono che “10 milioni di Americani bianchi discendono da questi beni mobili”, ma a differenza di alcune delle più antiche famiglie Australiane che vanno fiere dei loro antenati condannati gli Americani rifiutano di riconoscere i loro miserabili progenitori.

Sì, erano miserabili. Il passaggio per l’America significava essere imballato per settimane in una stiva oscura, mefitica e stretta. Una volta che la nave raggiungeva il Nuovo Mondo, avrebbe potuto navigare su e giù per la costa cercando i mercati migliori. I compratori esaminavano la “merce” come se fossero cavalli, e li facevano camminare o saltare per assicurarsi che fossero sani.

I servitori fortunati trovavano padroni gentili che avevano bisogno di aiuto domestico; gli sfortunati lavoravano sotto la frusta nei campi. C’erano differenze locali nel trattamento dei servitori, con i padroni solitamente più duri nel Sud che nel New England, ma le punizioni corporali erano date per scontate ovunque. I padroni potevano calpestare la loro dgnità o portare le loro “proprietà” per la città e farli frustare dalle autorità per la disciplina. I reati gravi, come la violenza contro un padrone, potevano essere puniti con la morte o con la perdita di una o entrambe le orecchie. Ci sono molti casi di servitori che sono morti dopo essere stati “corretti” con centinaia di frustate.

 

 

Molti padroni semplicemente facevano lavorare i loro servitori fino alla morte o li lasciavano alla fame se si ammalavano o infortunavano. Jordan e Walsh scrivono che nel 2003, degli archeologi ad Annapolis, Maryland, dissotterrarono lo scheletro di un ragazzo bianco adolescente che era morto intorno al 1660. Presentava ernie al disco e altri segni di terribile lavoro, ed è stato trovato sotto un mucchio di rifiuti domestici. Probabilmente era un servitore a contratto che era stato fatto lavorare fino alla morte per poi essere stato gettato in un bidone della spazzatura.

Spesso i servitori scappavano, e subito i giornali pubblicavano pubblicità che offrivano premi per la loro cattura. Molti fuggitivi venivano identificati dalle cicatrici sulle loro schiene. Di solito la legge prevedeva per loro frustate ed un’estensione dei termini del servizio. All’inizio del 17-simo secolo, poteva essere aggiunto un giorno per ogni giorno di assenza, ma a partire dal 18-simo secolo la pena poteva essere 10 giorni addizionali di servizio per ogni giorno di assenza, o un anno addizionale in cambio di poche settimane di assenza.

I servitori non potevano sposarsi senza il consenso dei loro padroni, ed una donna che restava incinta doveva stare in servizio due anni extra per risarcire il costo del bambino. Questo era vero anche se il padrone era il padre, e il figlio era costretto a servire fino all’età di 21 o 24 anni, a seconda del periodo di tempo e della zona. I servi erano proprietà e potevano essere venduti e rivenduti, e dal 1623 appaiono nei testamenti. A volte le colonie facevano passare leggi che proteggevano i servitori, ma esse erano rafforzate molto raramente.

In questo periodo in Inghilterra era comune frustare i servitori, ma i padroni non se la potevano cavare facilmente se frustavano un servitore fino alla morte; nelle colonie sì. I servitori di solito in Inghilterra erano impegnati solo per un anno e non potevano essere venduti.

Che cosa faceva sì che uomini liberi si impegnassero per un servizio così duro? La vita per le classi subalterne era truce in Inghilterra, e gli agenti spesso mentivano sulla vita in America.

 

Nel 1623, un servitore ingannato scrisse a suo padre in Inghilterra parlando del crudele trattamento a cui era sottoposto e pregava suo padre di riscattarlo; aggiungeva anche che “non gli importerebbe di perdere un arto pur di tornare in Inghilterra.

Altri servi potevano avere capito quanto sarebbe stata la loro esistenza per i sette anni di servizio, ma speravano in nuove vite migliori alla fine di questo periodo. Il passaggio al Nuovo Mondo era oltre le possibilità di chiunque non fosse ricco, ed un periodo di servitù sembrava un prezzo equo per un nuovo inizio. A differenza di quella dei dei condannati, la servitù dei liberi volontari includeva quasi sempre “l’obbligo di libertà” alla fine del periodo. Questo consisteva di solito nella garanzia di una terra e dei vestiti, ma a volte non era nient’altro che una vaga promessa di insediamento in accordo con “le usanze della nazione”. Alcuni servi venivano ricompensati in modo corretto, ma molti ottenevano indegne fregature o una terra in un territorio che non era sicuro da coltivare con forte presenza Indiana.

È impossibile sapere il destino di ognuno delle centinaia di migliaia di servi a contratti che arrivarono in America, ma alcune statistiche sono più o meno complete. Per esempio, dei 1200 servi che arrivarono a Jamestown nel 1619, 800 morirono nel primo anno. Alla fine di quell’anno c’erano 700 persone nella colonia, e nei tre anni successivi arrivarono 3570, la maggior parte di loro servi, per un totale di 4270 persone. Nel 1623, solo 4 anni dopo, solo 900 erano ancora vivi. È certificato che 347 coloni furono uccisi dagli Indiani, il che significa che 3000 morirono per altre cause. I tassi di mortalità erano alti per tutti, ma possiamo essere sicuri che erano più alti per i servi che per i padroni.

Gli autori di questo libro citano uno studio più esauriente della servitù a contratto coloniale che conclude che solo il 10% dei servi diventò “decentemente prospero”, e che un altro 10% diventò un artigiano che poteva condurre una vota indipendente. Il restante 80% moriva durante il servizio, tornava in Inghilterra o finiva per diventare white trash, vivendo una vita non migliore di quella che viveva quando era in Inghilterra.

Il sistema di servitù a contratto continuò per il periodo rivoluzionario e oltre. Jordan e Walsh notano che nel 1775 c’erano segnalazioni di schiavi fuggiaschi tanto bianchi quanto neri. Fra quelli che offrivano ricompense per il ritorno di un servo bianco quell’anno c’era un ricco proprietario terriero della Virginia chiamato George Washington.

Miserabili rifiuti.

Jordan e Walsh spiegano che, oltre ai liberi volontari, i Britannici trasportarono a forza decine di migliaia di mendicanti, prostitute, criminali ed altri individui non desiderati. Notano che all’inizio, gli Europei vedevano il Nuovo Mondo come una discarica ma credevano anche che la deportazione era un modo per popolare le colonie. Nel 1497, Ferdinando e Isabella offrirono il perdono ai condannati se fossero salpati nel terzo viaggio di Colombo.

Gli autori segnalano che nel 17-simo secolo le città Europee erano eccessivamente piene di mendicanti e criminali. Quando una grande guerra finiva, la smobilitazione invadeva le città di ladri e borseggiatori, e i Britannici decisero rapidamente di mandare questi rifiuti in America. Nel 1615, solo 8 anni dopo la fondazione di Jamestown, l’Editto di Privy decretò che i condannati potevano essere deportati nelle colonie. La misura era originariamente presentata in un linguaggio umanitario che parlava di dare la possibilità ai criminali di un nuovo inizio nel Nuovo Mondo, ma una legge di soli 4 anni dopo affossò tutte queste finzioni, specificando che i deportati condannati dovevano essere “costretti a faticare in lavori così pesanti e faticosi che questa servitù sarà un dolore più grande della morte stessa.”

Jordan e Walsh stimano che dai 50.000 ai 70.000 condannati finirono in America durante il periodo coloniale, e forse 1000 all’anno furono trasportati negli anni poco prima della Rivoluzione. Le autorità erano felici di svuotare le loro prigioni, ma i trafficanti erano addirittura più contenti a causa dei profitti che facevano dal commercio di condannati. Essi portavano profitti migliori dei liberi volontari perché essi potevano avere termini di servizio fino a 14 anni, a seconda del crimine, ed al netto del prezzo di vendita di solito c’era un pagamento pro capite dalle autorità cittadine, felici di liberarsi dei criminali.

Un mercante negli anni intorno al 1770 notava che il commercio dei condannati bianchi era due volte più profittevole del commercio dei neri. L’unica infelicità sembrava essere quella dei condannati: Jordan e Walsh stimano che la metà morivano dopo 7 anni di servizio.

Nel 1618 le autorità di Londra iniziarono a fare retate di indesiderabili che non erano criminali: bambini mendicanti fra gli 8 e il 16 anni. Questo rinnovamento urbano rendeva molto bene perché i bambini, come i condannati, erano venduti a buon prezzo ai piantatori Americani. Jordan e Walsh notano comunque che “dei primi 300 bambini spediti fra il 1619 ed il 1622, solo 22 erano ancora vivi nel 1624”. Almeno uno è famoso per essere morto dopo essere stato condannato a 500 colpi per essersi assentato dal lavoro. Negli anni, città di tutta l’Inghilterra radunavano giovani mendicanti, considerati un “fardello” e li vendevano alle colonie.

I prigionieri politici erano un’altra fonte di denaro. La Guerra Civile Inglese dal 1624 al 1651 produsse migliaia di prigionieri da entrambi i lati. Alcuni erano impiccati, ma molti venivano inviati come schiavi alle colonie. Cromwell ha venduto migliaia di nemici in esilio. Odiava i cattolici e, in un periodo in cui “non era più peccaminoso uccidere un irlandese di uccidere un cane”, iniziò quello che risultò essere una politica di pulizia etnica per gli Irlandesi e che continuò per 100 anni. La ribellione del duca di Monmouth del 1685 fruttò 800 schiavi bianchi dopo la sua sconfitta nella battaglia di Sedgemoor. La ribellione Giacobita del 1745 fornì un buon raccolto di Scozzesi per il commercio. Come sempre, non vi era mancanza di trafficanti e capitani di navi, dal momento che la manodopera aveva raggiunto prezzi così allettanti in America e nei Caraibi.

Durante questo periodo, quando le altre scorte di manodopera si abbassavano, uomini d’affari intraprendenti semplicemente rapivano le persone; i primi casi si registrarono nel 1618. I rapitori, conosciuti come “spirits” perché facevano sparire le persone (to spirit away = sparire), spesso corrompevano le autorità e lavoravano quasi alla luce del sole. Nel 1670, il Parlamento rese il rapimento un reato capitale, ma la maggior parte degli “spirits” raramente ricevettero più di una piccola multa. Qualcuno li vedeva addirittura come una sorta di crudeli pubblici servitori.

Un ladro di cavalli poteva aspettarsi di essere impiccato, ma i poliziotti avevano una visione migliore degli uomini che rapivano dalle strade i fannulloni, le prostitute e i mendicanti. Di sicuro, ogni giovane persona, anche quelli di alti natali, poteva essere rapita; gli autori notano che negli anni intorno al 1665 i giovani avevano un panico cronico, anche se di basso livello, specialmente vicino alla costa.

Il rapimento di Stevenson è solo il più famoso romanzo sulla minaccia. Daniel Defoe scrisse a riguardo, e lo spadaccino Captain Blood di Raphael Sabatini è la storia di un irlandese identificato erroneamente come uno dei ribelli di Monmouth e quindi deportato alle Barbados.

Di molte delle vittime dei rapimenti non si ebbero più notizie, anche se molto pochi sopravvissero, tornarono in Inghilterra e si confrontarono con i loro rapitori. Secondo White Cargo, raramente ottennero alcuna giustizia dai processi. Per più di 100 anni, organizzare un rapimento era un metodo quasi sicuro di eliminare un giovane nemico o un rivale.

I Caraibi erano una destinazione peggiore dell’America. Le Barbados, per esempio, erano essenzialmente una colonia penale e praticamente non ci finivano liberi volontari. Questo accadeva perché tutte le terre buone erano già state popolate in precedenza, e non c’era nessun luogo dove andare per gli schiavi liberati. I piantatori che compravano “i passeggeri di sua maestà per sette anni” come i condannati erano chiamati, avevano l’intenzione di farli lavorare fino alla morte. Non andò sempre tutto in modo pacifico. Ci furono rivolte di schiavi bianchi alle Barbados, a St. Christopher e a Montserrat.

Il traffico di bianchi incontrò comunque qualche opposizione. Il Capitano John Smith, che ha visto la pratica a Jamestown, nel 1624 scriveva che il commercio di persone era “sufficiente per portare una colonia ben popolata alla miseria, molto più che la Virginia”. Francis Bacon era uno dei pochi ad opporsi alla deportazione dei condannati.

Gli Americani sembra che accoglievano i liberi volontari, ma non i condannati. Benjamin Franklin definiva la deportazione “l’offesa più crudele fatta da un popolo ad un altro”.

Intorno al 1750, scriveva che per ogni condannato, gli Americani dovevano mandare indietro un serpente a sonagli, così ache i Britannici avrebbero fatto un affare: “Il serpente a sonagli dà un avvertimento prima di cercare di fare danni; i condannati no”. Le navi dei condannati spesso arrivavano portando il tifo e altre malattie, ma la Corona non permetteva alle colonie di mettere in quarantena i malati. Sorprendentemente, anche gli uomini su quelle che erano sostanzialmente le navi della morte sembravano trovare acquirenti. Le colonie non riuscirono mai a tenere fuori le navi galere finchè non entrarono in aperta ribellione contro l’Inghilterra.

Durante la guerra, non arrivava più nessun libero volontario, ma non appena l’inchiostro con cui si era firmato il trattato di Parigi si era asciugato le navi tornarono a presentarsi ai porti Americani, pieni di schiavi bianchi a contratto. C’era ancora una tale richiesta che Re George III pensava che poteva spacciare i condannati per liberi volontari. La maggior parte di questi falsi cargo furono scoperti e rimandati indietro, ma almeno due carichi di navi sono note per essere approdate. Gli acquirenti probabilmente sapevano quello che stavano comprando ma erano contenti come non mai di ottenere manodopera a basso costo.

A differenza della schiavitù dei neri, la servitù dei bianchi non ebbe mai un movimento abolizionista. Il commercio continuò fino al 1820, e si fermò solo perché non rendeva più dal punto di vista economico. Navi migliori significavano passaggi meno costosi, quindi meno gente aveva bisogno di ipotecare sé stessa. Allo stesso tempo erano sorti gruppi di mutuo soccorso etnico che offrivano prestiti agli immigrati.

Schiavi o servi?

Come si inseriscono i servitori bianchi nel concetto americano di servitù che è stato modellato quasi esclusivamente per la schiavitù nera? Jordan e Walsh ammettono che i bianchi non erano proprietà per tutta la vita, ma affermano che Daniel Defoe aveva ragione a dire che i servitori bianchi dovevano essere “più propriamente chiamati schiavi”. Molti non riuscivano a vivere al di fuori dei loro termini di servizio, durante i quali essi erano dei miserabili soggetti alla frusta, alla lussuria ed al sadismo dei padroni quanto qualsiasi schiavo nero.

Gli autori di White Cargo pensano che il monopolio nero della vittimizzazione ha portato i servitori bianchi ad essere messi immeritatamente in un angolo nascosto della storia. Riguardo il primo carico di mendicanti bambini rapiti e venduti a Jamestown, scrivono: “Mentre il destino di questi giovani rapiti dalle strade di Londra è stato ampiamente dimenticato, la storia si sarebbe interessata moltissimo al destino di un gruppo di uomini e donne che arrivarono alcuni mesi dopo questa prima spedizione di bambini nel 1619”.

Sicuramente questi sono i “20 neri” notoriamente osservati dal piantatore John ROlfe, che si dice siano i primi schiavi neri dell’America Britannica. Gli autori notano, comunque, che questi 20 erano trattati esattamente come i servitori bianchi, con una schiavitù a termine per 7 anni dopo i quali dovevano ricevere la libertà. Questo gruppo non segnò l’inizio di un’ondata di schiavi neri in Virginia. Da metà secolo, degli 11.000 abitanti della colonia solo 300 erano neri. Il trattamento ad essi riservato sostanzialmente non era diverso rispetto a quello riservato ai servitori bianchi.

Gradualmente i neri videro il loro status diventare inferiore a quello dei bianchi, ed un uomo che era quasi certamente uno dei 20 “primi neri” li aiutò ad andare in tale direzione. Un Africano dell’Angola, prese il nome inglese di Anthony Johnson. Dopo i suoi termini di servizio prosperò moltissimo, accumulando più di 1000 acri ed un gruppo di servi sia neri che bianchi. Ebbe da ridire con uno dei suoi neri, John Casor, e nel 1650, dopo un lungo processo, convinse la corte a rendere l’uomo un servitore a vita. Casor, quindi, fu uno dei primi neri condannati alla schiavitù per come la conosciamo. Fu solo nel 1671 che la Virginia rese tutti i neri che entravano nella nazione schiavi a vita.

Questi schiavi portavano un prezzo più elevato dei servitori a contratto perché i loro termini di servizio erano più lunghi. Questo sistema di apprezzamento veniva stabilito comunque solo dopo che i tassi di mortalità declinavano. Non aveva senso pagare di più per uno schiavo nero a vita che per un bianco servo per sette anni se entrambi avevano alte probabilità di morire in 5 anni.

 

Il più grande valore della schiavitù a vita significava che i maestri li usavano con parsimonia. Messi di fronte ad una scelta fra un bianco che doveva essere lasciato andare in uno o due anni ed un nero che si aspettavano servisse per decadi, aveva sempre senso dare i lavori più pericolosi e stancanti ai bianchi. Un britannico sulle Barbados scrisse a Cromwell esortandolo a portare sull’isola più schiavi neri a vita perché i bianchi sacrificabili venivano fatti lavorare fino alla morte.

Poco prima della guerra fra gli Stati, il progettista del Central Park di New York, Frederick Law Olmstead, scoprì di avere le stesse priorità durante una gita al Sud. Scoprì che erano sempre i lavoratori Irlandesi ad essere assunte per drenare le paludi e scavare canali di irrigazione, lavori che la malaria e le malattie intestinali rendevano estremamente pericolosi. Quando Olmstead chiese perché gli schiavi non facevano questi lavori, la risposta fu “è un lavoro pericoloso e la vita di un negro è troppo preziosa per essere rischiata in ciò. Se un negro muore è una perdita considerevole, lo sai”.

Oggi non è diverso.

Ci sono due cose che colpiscono maggiormente il lettore di White Cargo. La prima è di quanto ci sembri crudele il passato, qualunque sia la razza delle vittime o dei carnefici. Quasi nessuno sembra avere avuto obiezioni alla brutale sottomissione degli “inferiori”. Le origini della schiavitù razziale sembrano risiedere tanto nella spietatezza generale quanto nella visione suprematista bianca.

Il secondo è quanto sia potente il richiamo del lavoro a basso costo. Nel 17-simo e 18-simo secolo i piantatori mettevano i profitti davanti all’evidente danno che hanno fatto al loro paese assumendo criminali, prendendo e deportando uomini dalle prigioni sapendo che sarebbero stati portatori di malattie. Le versioni del 20-simo e 21-simo secolo di questi piantatori mettono i profitti davanti agli evidenti danni causati da stranieri non assimilabili. I tempi non saranno così crudeli, ma stiamo pagando un prezzo più alto per il lavoro del messicani di quello dei nostri antenati coloniali per il lavoro dei loro schiavi bianchi.