L’esperimento sui topi di Henri Laborit come esempio degli effetti sulla salute mentale dei decreti sul coronavirus

Il biologo francese Henri Laborit, circa mezzo secolo fa, fece un esperimento sui topi, che è molto attuale data la spiacevole situazione odierna a causa degli indegni decreti sul coronavirus, i cui effetti collaterali, inclusi quelli sulla salute, sono peggiori del coronavirus stesso.

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Laborit, famoso biologo francese, è conosciuto per diverse scoperte nell’ambito dei meccanismi del cervello e loro influenze sull’organismo.

L’esperimento sui topi che ora descriveremo è in un certo senso emblematico, perchè ci mette forzatamente nelle condizioni di cambiare punto di vista sugli elementi che controllano la nostra salute.

Cosa si diceva già mezzo secolo fa?
Si ipotizzava che lo stress potesse generare cancro o altre patologie, tuttavia mancavano delle prove scientifiche che lo dimostrassero.

Chiacchiere o verità?
 Laborit pensò bene di trovare risposta a questa domanda, utilizzando dei topolini da laboratorio i quali hanno più requisiti particolari. Oltre al fatto che si riproducono molto velocemente, hanno anche la capacità di apprendere molto in fretta dall’esperienza.

Era necessario chiarire se fosse vero che lo stress avesse incidenze sulla salute al punto di far ammalare un essere vivente.

Così Laborit si attrezzò e si mise a costruire una specie di gabbia dotata di una griglia sottostante in grado di condurre corrente elettrica; un sensore luminoso che si attivava sempre con un certo anticipo rispetto all’attivazione della scarica; una paratia che divideva la gabbia in due parti, con un foro per passare da una parte all’altra.

Primo Round
Il senso era quello di sottoporre il topo ad un esperimento ‘stressante’, facendo in modo che a ritmi periodici la metà della gabbia in cui si trovava venisse percorsa dall’elettricità. Al primo tentativo il topo, sbigottito, con un salto mortale scattò all’indietro, sopreso e spaventato.Già in un paio di tentativi si rese conto che l’allarme luminoso anticipava l’avvento della scossa, che ricordiamo era solo in metà gabbia. In questo modo, il topo imparò ben presto a spostarsi da un lato all’altro attraverso il foro nella paratia, evitando sistematicamente ogni scarica. Nel frattempo poteva mangiare, dormire, fare i suoi bisogni. L’unico inconveniente era quello di spostarsi di tanto in tanto, ma a parte il fastidio diciamo che era diventata una situazione indolore.

L’esperimento durò alcuni giorni. Stufo di aspettare ed estremamente curioso, Laborit prese il topo e cominciò a sottoporlo ad un check-up, analisi del sangue e tutto il resto.
Gli esiti furono stupefacenti, infatti il topo risultava completamente sano. Le prove sono state ripetute nel tempo, ma a titolo rappresentativo lo descriviamo una volta soltanto, anche perchè i risultati erano i medesimi. Questo topo infastidito, maltrattato, stressato, non presentava malattie.
Secondo Round
Laborit si fece furbo, pensò che evidentemente il primo esperimento non fosse abbastanza stressante, così applicando piccole modifiche, rende l’esperimento ancora più estremo. Mantiene la gabbia, il sensore luminoso e la griglia elettrica, tuttavia inserisce due topi contemporaneamente al posto di uno soltanto. La gabbia non permetteva più di lasciare spazio di salvezza ai topi, erano costretti a subire scosse ad ogni turno, che lo volessero o meno.

La cosa curiosa fu che i topi, al primo tentativo subirono la scarica come nel precedente caso, confusi e sbigottiti. A partire dalla seconda volta, iniziarono a combattere tra loro come se ognuno reputasse l’altro animale il responsabile dell’accaduto, per non dire un vero e proprio aggressore. Ogni volta che il sensore e la corrente invadevano la gabbia, i due topi se le davano di santa ragione prendendosi in pieno sia botte che elettricità.

Dopo alcuni giorni, il biologo fece le dovute analisi alle due bestioline, scoprendo con suo sommo stupore (e forse disappunto) che di nuovo erano entrambi sani.
Ma come!? Se non era stress quello. Prendersi costantemente corrente e morsi. Eppure non ci furono conseguenze di rilievo.

Fece così un ultimo tentativo.

Terzo Round
La gabbia era completamente percorsa dalla corrente ogni volta che l’allarme scattava, non era possibile trovare riparo. Mise nuovamente un solo topolino e poi tornò a controllare giorni dopo. Dopo tutto per il topo non poteva essere niente di particolare, le condizioni erano indubbiamente migliori dell’esperimento precedente in cui si menava col suo collega di continuo, ora almeno c’era solo la scossa.

Invece accadde l’inaspettato. La cavia da laboratorio, stavolta presentava evidenti segni di malattia sia a partire dalle analisi del sangue che visivamente. Il topo era davvero malato. Lo stress lo stava uccidendo.

Ok, era stressato è vero, ma qual era la differenza?
Non erano forse sottoposti a grossi traumi anche gli altri topi precedenti?

Analizzando la situazione, Laborit si accorse della dinamica che permetteva all’animale di ammalarsi o di restare in salute, attribuendole a risposte del cervello alla situazione.

Vediamolo di nuovo.
Nel primo caso, allo stimolo di pericolo, la cavia aveva la possibilità di rispondere al problema fuggendo. Quindi FUGA.

Nel secondo caso, allo stimolo di pericolo, la fuga era impossibile per mancanza di spazio, però la risposta adottata è stata il combattimento. Quindi ATTACCO.

Nel terzo
 ed ultimo caso, all’avvento del pericolo, la fuga era di nuovo impraticabile, ma essendoci un solo topo era impossibile anche l’attacco. Quindi INIBIZIONE AZIONE.

Questo esperimento ha permesso di dimostrare che non è tanto lo stress in sè ad essere pericoloso per la salute e causare malattie all’organismo, ma è l’impossibilità di rispondere allo stress.

Ogni volta che avete una problematica giornaliera che vi mette in difficoltà: se potete evitarla o scaricarla a qualcun altro va bene. Per esempio immaginate di aver ricevuto un incarico antipatico come eseguire una commissione che non avete voglia di fare, perchè siete stanchi o vi manca il tempo. Se vi accollate l’impegno, sarete comunque di cattivo umore ed innervositi, mentre se riuscite a trovare qualcuno che vi sostituisca vi sentirete immediatamente più leggeri. Questa è una risposta di fuga.

Se invece non potete evitarlo, l’unica soluzione che avrete è di affrontare di petto la questione. Può anche significare, trovare il coraggio per dire No!
Molti non lo sanno fare e preferiscono subire le richieste anche invasive delle persone.

Ma nel caso in cui voi non foste in grado nè di rifiutare la proposta, nè di trovare un sostituto, cioè nè attaccare e nè fuggire, in quel caso sarete nell’inibizione dell’azione.
Quando si è nel congelamento, nel blocco, in quella situazione in cui non si può fare nulla e si è impotenti, da qualche parte del vostro corpo si sta innescando una malattia>>

https://www.biologiakarmica.it/articoli/lesperimento-sui-topi-di-laborit.html

Possibile scenario nella rep. italiana post-coronavirus

Provo a fare un esempio, non per complottismo ma come scenario possibile.

1. Dato che, diversamente da quello che dicono certi keynesiani statalisti, non è che se stampi moneta e distribuisci allora la gente è ricca (magari fosse così, nessuno dovrebbe lavorare, peccato che è una favola) i decreti di Conte per la chiusura delle attività lavorative e per il sostegno economico in deficit causerà, a lungo termine, inflazione, aumento tasse, tagli ovunque, patrimoniali, limiti al prelievo di contante, ecc. Alcune di queste misure, o tutte, o altre misure analoghe.

2. Un paese impoverito e con milioni di disoccupati in più diventerà simile verosimilmente a quello che è ora il Venezuela. Esercito nelle strade, paese militarizzato, sospensione perpetua di alcuni dei più elementari diritti civili, dissidenti che si organizzeranno o appoggeranno a gruppi armati non governativi (fra cui, come in Venezuela, molti militari “obiettori di coscienza”, che hanno disertato l’esercito regolare perchè non fedeli al governo) o a gruppi criminali armati.

3. La disoccupazione e la povertà causerà instabilità, l’esercito regolare non riuscirà ad avere il controllo di tutto il territorio ma solo di una parte, altre parti saranno controllate da gruppi armati non governativi e/o da gruppi criminali (in rep. italiana di certo non mancano questi ultimi, già armati)

4. Le persone, impoverite, per sopravvivere ricorreranno a metodi mai sperimentati nè mai pensati prima. Il consumo di alcol e droga salirà alle stelle perchè la gente sarà depressa e alcuni affogheranno tutto in questi vizi, ci sarà bisogno di “manovalanza” per lo spaccio di droga, attualmente illegale, parte dei disoccupati poveri farà quella scelta, anche se prima votavano Salvini o Meloni, perchè sarà una questione di sopravvivenza.

5. Cosa succede in Venezuela? (o anche a Cuba e in altri paesi economicamente al collasso) Prostituzione a go go. Senza alcun moralismo, è il mestiere più antico del mondo. Oggi, se escludiamo i racket delle attività criminali a riguardo (che esistono) lo fa per libera scelta una minoranza di donne (e di uomini) per ragioni meramente “alto-economiche” cioè potrebbero vivere facendo altro ma preferiscono vendere il proprio corpo per un reddito più elevato. Domani sarà una delle poche scelte possibile per tirare su 4 soldi, i prezzi scenderanno, si vedranno per strada migliaia di donne, ma anche uomini, ragazzine, bambine, bambini, magari mandati per disperazione dai propri genitori, vendersi per pochi danee al miglior offerente. Senza mancare di rispetto a nessuno ma parlando seriamente, potrebbero essere le vostre attuali mogli, fidanzate, sorelle, amiche, figlie, nipoti ecc ed anche i corrispondenti maschili.
Tutto questo grazie ai decreti Conte.

Coronavirus, esercito e forze dell’ordine in allarme: serve un piano contro caos e disordini

Dopo l’emergenza sanitaria e quella economica, il governo teme possa scoppiare anche quella della sicurezza pubblica, come successo delle carceri. Così militari e polizia presto potrebbero essere chiamati a pattugliare le strade e a distribuire cibo e medicine. E anche i servizi segreti sono allertati. Ecco di cosa discutono i vertici delle forze armate.

Nel governo, ormai, la legge di Murphy la temono tutti: “Se qualcosa può andare male, lo farà”, dice il paradosso. Tutti sperano che le nuove misure di contenimento possano contrastare l’epidemia di Covid 19, ma è certo che il principio della proporzionalità graduale invocata inizialmente dal premier Giuseppe Conte (e da tutta la catena di comando del potere, tranne poche inascoltate eccezioni) si è dovuto arrendere alla forza del coronavirus e agli effetti devastanti della sua diffusione.

Il pessimismo della ragione, fino a una settimana fa considerato nemico pubblico numero uno, è dunque diventato motore principale delle decisioni dello Stato. Così, dopo la trasformazione dell’Italia in un’enorme zona rossa, con limitazione dei movimenti di tutti i cittadini e chiusura di attività commerciali, membri dell’esecutivo e alcuni leader politici sentiti dall’Espresso temono che, se i comportamenti degli italiani non dovessero modificarsi presto nel segno della responsabilità, bisognerà prendere altre misure estreme. “Perché” spiegano “all’emergenza sanitaria ed economica rischierebbe di aggiungersi quella altrettanto drammatica dell’ordine pubblico. Dunque è necessario prepararsi in tempo, e cominciare a pensare piani d’azione per le forze dell’ordine e, nel caso, per l’esercito”.

La rivolta delle carceri è stato solo un antipasto di quello che potrebbe accadere in caso di diffusione incontrollata dell’agente patogeno. Nelle regioni, il timore è che un’escalation dell’epidemia crei disordini. Negli ospedali, nei supermercati, nelle piazze. Senza contare lo spettro dello sciacallaggio, che si ripresenta a ogni calamità. “Bisogna essere pronti ovunque e cercare di coinvolgere maggiormente i militari”, spiega una voce autorevole da Palazzo Chigi. “Senza allarmare la popolazione, ma senza farsi trovare impreparati per l’ennesima volta”.

Nessuno dei politici sentiti dall’Espresso ha il coraggio di invocare il modello autoritario cinese (che alla quarantena volontaria di 60 milioni di persone ha affiancato un pattugliamento strada per strada di soldati, poliziotti e blindati). Ma tutti, a taccuino chiuso, dicono che serve un salto di qualità nel controllo del territorio. Non solo perché le norme dei decreti del governo vengano davvero rispettate, ma anche per creare reti di sicurezza in ogni città.

Il tema è delicatissimo, e finora nessuno (tantomeno Conte) vuole prendersi la responsabilità storica di militarizzare le strade e, di fatto, congelare per qualche settimana i diritti civili degli italiani. Per una democrazia liberale, sarebbe un precedente spartiacque. “Ma è evidente a tutti che bisogna bloccare l’epidemia ad ogni costo. E che finora parte della popolazione non sembra aver recepito il pericolo reale. Il rischio è che, peggiorasse la situazione, l’anarchia possa prendere il sopravvento. Non possiamo permettercelo”.

Ad ora nei cassetti dell’Esercito, dei Carabinieri della Guardia di Finanza e della Polizia non c’è alcun piano d’intervento. Né nei singoli corpi, né al Coi, il Comando operativo di vertici interforze. I dispositivi di emergenza per catastrofi varie sono appannaggio della Protezione civile, che non si occupa però dell’ordine pubblico. D’altro canto nessuno aveva previsto epidemie o rischi biologici di entità simili al Covid-19.

Dunque, la strategia d’azione è tutta da costruire. In genere, esiste un piano operativo per ogni situazione estrema. Chi ha il compito di gestire l’ordine pubblico è preparato al peggio: attacchi nucleari, batteriologici, nucleari, guerre, calamità naturali, terremoti, cataclismi vari ed eventuali. Esistono piani riservati nelle prefetture di ogni provincia che stabiliscono le linee operative delle forze dell’ordine in coordinamento con i reparti sanitari e gli altri attori sul territorio. Sono i piani di difesa civile e quelli sugli attacchi esterni denominati Nbcr (nucleare, batteriologico, chimico, radiologico).

Protocolli calibrati sulle diverse province in base alla presenza di particolari obiettivi sensibili: la presenza di aziende chimiche, la mappatura dei presidi sanitari, le aree sicure dove far confluire la popolazione. Scenari da fine del mondo, insomma. Da film come “The day after”. Eppure nessuno aveva mai immaginato di doversi confrontare con un’emergenza sanitaria da coronavirus, che ha un impatto su una scala infinitamente maggiore di un attacco terroristico o incidente biologico.

L’epidemia, soprattutto, pone profili di ordine pubblico mai ipotizzati prima, soprattutto con l’innescarsi di una fobia strisciante, fomentata sia dalla paura, sia da notizie false diffuse sui social network, e da un’informazione istituzionale a volte contraddittoria e confusa. Ecco perché in questo contesto di rischio psicosi, il ruolo delle prefetture assume sempre più peso. Sono, infatti, i prefetti e i funzionari che lavorano negli uffici del governo territoriale i deputati alla gestione dell’ordine pubblico. Le istituzioni centrali più vicine al cittadino. In prima linea nel contenimento delle azioni che possono turbare il vivere civile delle nostre comunità. Gli strateghi che coordinano tutte le forze dell’ordine delle zone di competenza.

“Da settimane i colleghi, unitamente a tutto il restante personale disponibile, stanno puntualmente supportando l’azione di coordinamento dei Prefetti sul campo”, chiarisce Antonio Giannelli, presidente del Sinpref, il sindacato dei funzionari prefettizi. Perciò, continua Giannelli, “siamo pronti a ogni sforzo straordinario che, anche per sopperire le carenze di personale che si registrano in tante Prefetture, contempli una mobilitazione di tutti i colleghi disponibili. Bisogna operare però un’adeguata turnazione e preservare la loro salute, assicurando la massima efficienza operativa all’intero dispositivo d’intervento”.

Polizia, carabinieri, finanzieri potrebbero essere presto usati sulle strade, sia per operare maggiori controlli sui cittadini sia per intervenire dove necessario. I numeri delle forze disponibili, però, sono preoccupanti. Anche analizzando quelli delle prefetture della prima zona rossa (quella di Codogno e dintorni), si evidenzia una carenza di personale – come quello dirigenziale – che si aggira intorno al 50 per cento. Un fatto grave, perché mancano le teste per mettere in atto strategie. A Lodi, il primo focolaio italiano del Covid-19, la pianta organica, oltre al prefetto, contempla sei funzionari: ce ne sono solo tre. Stesso numero a Piacenza. A Pavia affiancano il prefetto solo due funzionari. Il resto del Paese non fa eccezione.

E se organici ridotti possono passare inosservati in tempi di quiete, all’epoca del panico da coronavirus può diventare un serio problema. Soprattutto perché pure i prefetti si ammalano. Come a Lodi, a Brescia, a Modena e Bergamo, dove sono risultati positivi al test. E se si dovessero ammalare o quarantenarsi pure i vicari e i capi del gabinetto prefettizio, avremmo i luoghi da cui passano le decisioni strategiche per l’ordine pubblico completamente sguarnite. Certo, potranno continuare a coordinare a distanza, con videoconferenze. Ma anche questo non è scontato che si possa fare in prefettura, dove spesso manca l’attrezzatura per collegarsi con gli uffici prefettizi fuori dai capoluoghi di regione. “Siamo rappresentanti del governo sul territorio, per governare però ci vogliono mezzi e risorse”, è lo sfogo di uno dei prefetti di un capoluogo di regione. Prefetti e funzionari che in queste condizioni si trovano ora a gestire situazione potenzialmente esplosive.

I piani d’intervento rapido non esistono nemmeno per le carceri. I detenuti hanno organizzato sommosse in decine di strutture sparse per mezzo Paese, da Nord a Sud: Venezia, Milano, Modena, Bologna, Roma, Rieti, Napoli, Melfi, Palermo. Ci sono stati morti e feriti. La miccia delle rivolte è stato il provvedimento che ha limitato i colloqui e le visite con i familiari nei penitenziari per evitare i contatti con l’esterno e la possibilità di far entrare il Covid-19 nelle strutture. Un contagio trasformerebbe – come già accaduto in Cina – le prigioni in un focolaio difficile da domare. I luoghi sono potenzialmente facili da infettare: celle piccole, promiscuità e precarie condizioni igieniche amplificherebbero l’epidemia, trasformandola in una catastrofe.

Anche perché mancano strutture sanitarie idonee a un’emergenza di questo tipo. Un documento del 2011 firmato dall’allora capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria detta le linee operative per intervenire in situazioni critiche che potrebbero verificarsi nelle carceri: rivolte, sequestri di persona, atti collettivi di autolesionismo. Nessun accenno, però, ad una eventuale crisi sanitaria. L’assenza di direttive chiare è confermata all’Espresso da chi domenica scorsa ha partecipato al contenimento della rivolta del carcere di Modena, quella più tragica: sette morti, struttura devastata, ufficio matricole raso al suolo con tanto di fascicoli personali dei singoli detenuti bruciati. “Sappiamo cosa fare durante gli eventi sportivi, nelle rivolte dei centri di accoglienza dei migranti, ma non abbiamo mai ricevuto alcuna direttiva su come comportarci nella gestione dell’ordine pubblico in eventi conseguenza di un’emergenza sanitaria”, ci spiega uno degli agenti intervenuti per sedare la rivolta nel carcere di Modena, dove si sono contati nove morti.

L’ultima protesta, questa pacifica, è avvenuta nel carcere di Campobasso, martedì mattina. Qui come in altri istituti i detenuti hanno scritto una lettera chiedendo alle autorità di mettere in campo un piano di prevenzione della diffusione del coronavirus nelle prigioni. Oltre a chiedere pene alternative, su un punto i reclusi sono d’accordo: garantire il presidio sanitario per tutte le 24 ore “vista la presenza di detenuti d’età avanzata e con già gravi patologie pregresse”.

Richieste, come quelle della costante presenza di medici, legittime. Altre, invece, più strumentali, come la richiesta dell’indulto e dell’amnistia. Alcuni sindacalisti, per esempio, fanno notare che la contemporaneità delle rivolte escluda la spontaneità da queste dimostrazioni. Il sospetto è che ci possa essere la mano dei clan, che nelle carceri hanno un potere enorme. Un’ombra sui disordini che si nasconde dietro il pericolo epidemia. A Foggia sono evasi in 23. Tra questi un gruppo di affiliati alla mafia foggiana. Motivo in più, chiedono gli esperti, per far presto, e rafforzare gli uffici delle prefetture con professionisti in grado di leggere in anticipo l’evolversi dei fenomeni.

L’Esercito, finora, su richiesta del ministero della Difesa guidato dal dem Lorenzo Guerini è intervenuto nell’emergenza mettendo a disposizione immobili e caserme (per eventuali quarantene, come nel caso della Cecchignola a Roma e il presidio Riberi a Torino), ospedali militari (il Celio, sempre nella Capitale) e una quarantina tra medici e infermieri militari. Il capo dello Stato maggiore, il generale Enzo Vecciarelli, è però pronto – nel caso di una richiesta del governo – a intervenire anche nel campo dell’ordine pubblico.

All’inizio dell’emergenza coronavirus molte riunioni del Coi, a cui partecipano anche i capi dei carabinieri e della Finanza, sono state incentrate sul tema – sacrosanto – di come proteggere dall’infezione i nostri uomini in armi. Una questione posta anche dai sindacati di polizia, e che ha preoccupato le varie amministrazioni: possibili profili penali e cause civili di magistrati e dipendenti sono incubo di ogni datore di lavoro.

Ora che l’emergenza è diventata drammatica, qualche generale a quattro stelle spinge per disegnare strategie operative, in modo da essere pronti a impiegare i soldati sul campo in caso di necessità. Anche perché, tra le missioni della Difesa, c’è “il concorso nelle attività di protezione civile su disposizioni del governo, concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e il bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità”.

Nelle prime aree dei focolai lodigiani e padovani, 500 uomini di circa sono stati usati per presidiare una cinquantina di valichi. Ora l’ipotesi è quella di usare, nell’emergenza coronavirus, un numero di forze assai maggiore, sul modello “Strade sicure”. L’operazione voluta dal governo Berlusconi nel 2008 e ancora in vigore, ha permesso il dispiego di militari e mezzi dell’Esercito per il contrasto alla criminalità e al terrorismo. Che nel corso del tempo sono stati impiegati anche per emergenze eccezionali, dalla Terra dei Fuochi ai terremoti in Umbria e ad Ischia, passando per l’Expo fino al Ponte Morandi.

Oggi gli uomini in campo sono poco più di 7.500, ma in realtà (tra turni e quelli che stanno facendo i corsi di preparazione) il numero di soldati interessati a “Strade sicure” sono circa 22 mila (l’equivalente di una divisione) oltre a 1.200 mezzi tra jeep, Lince e autotrasporti. I militari – carabinieri esclusi – sono parificati ad agenti di pubblica sicurezza, e tra pattugliamento, vigilanza di obiettivi sensibili (dalle stazioni agli aeroporti fino alle ambasciate), hanno compiuto in quasi dodici anni cinque milioni di controlli, 51 mila tra fermi, denunce e arresti, oltre a sequestrare armi, 14 mila autovetture, e due tonnellate di narcotici.

Ora, nell’Italia squassata dal virus, non è impossibile che venga messa in piedi un’operazione parallela a quella di “Strade sicure”. O che gli stessi uomini vengano dirottati per fronteggiare l’emergenza, naturalmente con nuove regole d’ingaggio. In particolare, per il pattugliamento di strade, da intendere come presidi mobili o statici che facciano da deterrente a chi viola le regole del decreto che vuole gli italiani “tutti a casa”. Ingaggio che potrebbe prevedere, ovviamente, interventi anche in caso di problemi di ordine pubblico. Non solo: l’Esercito, che è distribuito capillarmente sul territorio nazionale, potrebbe essere utilizzato anche per distribuire cibo e medicine a coloro che non riuscissero a procurarselo da solo. Mentre non è impossibile che, in caso di successo nel contenimento nazionale dell’epidemia, in futuro i militari potrebbero essere usati per controllare arrivi di stranieri da zone focolaio.

Esercito, ma soprattutto Polizia e carabinieri, potrebbero essere impiegati anche su un altro fronte. Quello dei trasporti eccezionali (nel caso di blocco di quelli pubblici) e quello del controllo dei negozi alimentari. La calca davanti ai supermercati è considerato segnale preoccupante dalle autorità. I cittadini che corrono negli alimentari per paura di trovare gli scaffali vuoti, terrorizzati nonostante le rassicurazioni del governo sulla possibilità di fare sempre la spesa, hanno colpito. La folla incontrollata è una minaccia alla sicurezza.

Persino le star del calcio sono state immortalate nella notte in coda e con carrello al seguito per stipare scorte. E così anche i templi del consumo potrebbero diventare luoghi da sorvegliare. Anche perché con le strade vuote, come nel dopo terremoti, spesso compaiono gli sciacalli, pronti ad approfittare delle sciagure collettive. Criminali che oggi vivono anche sul web. A questi ultimi sta dando la caccia la Guardia di Finanza: nel mirino gli sciacalli del coronavirus che vendono disinfettanti e mascherine a prezzi esorbitanti nell’ordine di 400 euro a pezzo.

Anche i servizi segreti sono, ovviamente, allertati. Aisi e Aise non hanno competenze specifiche sulle epidemie, ma è noto che l’intelligence ha il compito di “ricercare ed elaborare nei settori di competenza tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica”.

L’Aise, la nostra agenzia per la sicurezza esterna, ha certamente capacità sulle minacce Nbcr, ma in caso di epidemie nessun piano è stato mai approntato. Ad oggi, il governo ha chiesto si nostri servizi di ottenere informazioni sulle ditte straniere che si stanno accalcando per venderci materiale sanitario, mascherine e ventilatori. Per capire se sono aziende serie, se i prodotti sono di qualità e a prezzi congrui. Qualcuno, a Palazzo Chigi, vorrebbe pure che le nostre barbe finte lavorassero per capire chi, nel mondo, si sta avvicinando maggiormente a farmaci antivirali efficaci contro il Covid 19 e al vaccino. In modo da essere pronti ad acquistare prima di tutti le scorte necessarie.

In un vecchio incontro presso gli 007 dell’allora Sisde, l’attuale direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Roma, alla fine di una conferenza sui come controllare una minaccia biologica terroristica, fu chiarissimo: “Per affrontare il bioterrorismo occorre un’integrazione di tutte le forze dello Stato, civili e militari, in grado di acquisire informazioni, decidere gli interventi da adottare”, spiegò.

“Senza l’integrazione di attività e competenza si rischia di fare come la storiella di Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno: “C’era un lavoro importante da fare: Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto, Ciascuno avrebbe potuto farlo ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece quello che Ognuno avrebbe potuto fare”. Speriamo che il paradosso non diventi realtà.


Fonte: L’Espresso, 14 marzo 2020Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian

http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=88139:coronavirus-esercito-e-forze-dellordine-in-allarme-serve-un-piano-contro-caos-e-disordini&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1

Coronavirus: Il Metodo Inglese contro le derive totalitarie italiane

Qualcuno pensa che Boris Johnson sia cinico. Alcuni lo definiscono “assassino” perché a loro dire: “se ne fotte della morte dei suoi concittadini”….
E perché lo pensa?
Perché ha detto che è inutile cercare di bloccare la propagazione del virus. NON È POSSIBILE bloccarlo.. Secondo gli scienziati che lo informano, per risolvere il problema della mortalità del contagio è meglio isolare gli anziani e chi soffre di patologie invece che tutti i cittadini, poiché evitando l’isolamento a chi può affrontare la malattia senza troppi rischi si possono creare le condizioni idonee per “l’immunità di gregge” cioè si creano le condizioni affinché i cittadini diventino immuni al virus. Ritengono così di risolvere in modo definitivo il problema del CORONAVIRUS.
Viceversa sostengono gli scienziati inglesi, appena interrompi l’isolamento di massa ordinato in Italia, e riprendi la vita normale il virus riprende a circolare. E riprende la morte degli anziani.
Sostengono inoltre che bloccare un’intero paese per evitare la propagazione del virus non risolve il problema, non riduce le morti, e crea solo danni enormi all’economia portando alla recessione. Come tutti gli studi confermano, la recessione ha come conseguenza l’aumento della mortalità nelle classi più deboli per la conseguente diminuzione delle cure preventive. Quindi secondo questi studi, bloccare un paese paradossalmente fa aumentare le morti anziché diminuirle.
Sinceramente io non capisco come ragionino gli statalisti. Se voi avete il nonno a casa, pensate di isolarlo e di evitargli i contatti con il mondo esterno e anche con i nipoti finché c’è il contagio, quando lo incontrate usate la mascherina e vi lavate le mani, oppure volete che chiudano i bar e i negozi?

Siamo alla frutta. Basta dare ad una legge un titolo altisonante tipo “norme per il contenimento del contagio da CORONAVIRUS” e tutti quelli che non sono d’accordo con il provvedimento diventano nemici della salute pubblica e assassini di anziani cittadini.

Fate così, cambiate nome alla legge e chiamatela: “divieto di morte per contagio da CORONAVIRUS”.. in questo modo avrete risolto il problema.

Vogliamo Boris Johnson al posto di Conte.

Fonte: https://www.facebook.com/alessandro.santin.16/posts/2696891520427700

La pessima gestione del coronavirus: Fare le pulci al governo è un dovere (Aurelio Mustacciuoili – bacheca fb pubblica)

Fare le pulci al governo è un dovere.

Leggo molte critiche a chi mette in discussione l’operato del governo.
Non c’è dubbio che oggi la maggioranza è d’accordo con le misure draconiane attuate per fronteggiare la crisi sanitaria e salvare le vite. Nella speranza, a mio avviso un po’ superficiale, che una cura da cavallo con blocco totale delle attività economiche e riduzione di libertà civili consenta di tornare presto alla normalità.

Curioso poi che la maggioranza che chiede questi interventi sia la stessa che considera il proprio paese la migliore democrazia possibile e la cina la peggiore dittatura, nonostante quest’ultima abbia attuato misure tutto sommato più limitate e più basate sulla responsabilità dei singoli e comunque più efficaci.

In questo contesto quindi chi pone il problema di una possibile sovrastima del rischio o di una cattiva gestione della crisi viene considerato un irresponsabile cinico che non dà il giusto valore alla salute pubblica. A me hanno augurato di prendermi il virus insieme alla mia famiglia.

Indubbiamente sottostimare l’emergenza è un rischio e non va fatto. Ma è un rischio anche sovrastimarla o fronteggiarla in modo sbagliato. E qualcuno lo deve dire.

Gestirla male o sovrastimarla significa in sostanza sostenere costi non giustificati dagli effettivi risultati in termini di vite salvate. Costi che addirittura potrebbero essere ininfluenti su quest’ultime.

Se però si sovrastima e si gestisce male, all’emergenza sanitaria di oggi seguirà sicuramente una emergenza economica di domani e questa sarà anche peggiore della prima, anche in termini di vite umane. L’emergenza economica, come quella sanitaria, giustificherà altre misure draconiane, perché l’approccio è che lo stato deve fare qualunque cosa per fronteggiare le emergenze. E inizierà così una spirale liberticida.

Il rischio in questi casi è quando l’ emergenza economica sarebbe evitabile ma viene comunque creata dal governo, intenzionalmente o meno. È così che si perde la libertà.

Oggi è facile reclamare a gran voce il blocco totale e giustificare i più restrittivi interventi del governo.
Ma non dobbiamo dimenticare che questo ha molti motivi per sovrastimare la crisi. Per il governo è sempre vantaggioso sovraintervenire piuttosto che sottointervenire.

Ecco alcuni motivi:
1. Qualsiasi sarà il numero di morti, potrà sostenere che sarebbero stati molti di più senza misure restrittive. La vita umana vale il prezzo di un po’ di PIL e di libertà civili.
2. Qualunque recessione si venga a creare, maschererà quella che avremmo comunque avuto, e di cui avrebbe dovuto rispondere, grazie alle assurde politiche socialiste adottate (salvataggio alitalia, ilva, reddito di cittadinanza,…).
Anzi maggiore sarà la riduzione del PIL più difficile sarà attribuire responsabilità al governo; tutta colpa del virus, il cigno nero.
3. Le politiche tutto spesa necessarie per rilanciare il paese, saranno una manna per i politici.

Chi pone dei dubbi oggi è considerato irresponsabile. Ma è sbagliato.
È un dovere avere dubbi, è un dovere fare le pulci al governo e non appiattirsi sulle sue posizioni, è un dovere misurare l’efficacia dei suoi interventi.
E poi obbligarlo a risponderne.

https://www.facebook.com/aurelio.mustacciuoli/posts/2967586099952623

LO SCOIATTOLO ROSSO AUTOCTONO E LO SCOIATTOLO GRIGIO AMERICANO, ALIENO ED INVASIVO

Lo scoiattolo grigio americano (Sciurus carolinensis) ha colonizzato aree contigue a quelle del nostro scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris), con il rischio di soppiantarlo per esclusione ompetitiva e per la caratteristica di essere portatore sano di Parapoxvirus, letale per lo sciuride indigeno. La questione degli scoiattoli grigi ha sollevato un feroce diattito di natura etica fra le istituzione e una parte del mondo ambientalista, in particolare con i gruppi animalisti piùradicali, circa il quale ognuno può farsi un’idea ricercando in rete. Il problema ha riguardato, in primo luogo, l’opportunità di eliminare fisicamente la specie aliena (tramite cattura e soppressione) al fine di contenerne il più possibile l’espansione; quindi, circa la veridicità scientifica del fatto che i due scoiattoli non potessero convivere o occupare habitat contigui. Curiosamente, chi contesta i dati scientifici e le tecniche per la gestione degli animali esotici invasivi (e i fatti hanno avuto anche seri risvolti legali), si richiama a un supposto diritto di ogni animale alla vita, indipendentemente dalla sua collocazione fisica e dall’impatto sul resto dell’ecosistema. Declinando su nuovi piani la teoria dei diritti universali e naturali dell’uomo, alcuni animalisti non fanno che riallacciarsi alle proprie radici illuministe e alla costituzione giacobina del 1793; ma vanno anche oltre, poichè la scelta di tutelare le specie autoctone dalla competizione con quelle aliene suscita in loro parallelismi: ideologici con le politiche anti immigrazione europee, evocando addirittura i fantasmi dei regimi novecenteschi. La realtà è che l’ambientalismo progressista è così confuso sul tema della biodiversità da avvitarsi sempre di più in un loop psichiatrico che mescola nello stesso calderone concetti differenti (culture, etnie, razze, specie…): pur di non abdicare all’obbligatorietà del meticciato umano e di voler riprodurre questa modalità globale all’intera natura, si schiera per l’estinzione delle diversità tra animali e piante. In questo pantano egualitarista e universalista, noi identitari abbiamo il più grave compito di difendere la diseguaglianza, pichè essa è la regola della natura e le permette di esprimere la propria infinita varietà genetica e culturale di espressioni, forme, colori.

Gilberto Oneto conosceva bene le situazioni descritte in questo paragrafo. In un articolo del 2000 spiegava: “l’introduzione di animali provenienti da altri ambienti altera gli ecosistemi locali, mette a repentaglio le specie autoctone (spesso, come in questo caso, più deboli e del tutto impreparate ad affrontare gli intrusi) e permette ai nuovi arrivati di soppiantare tutti gli altri. Nel caso degli scoiattoli questo è già avvenuto in Inghilterra dove lo scoiattolo grigio americano, importato il secolo scorso per la sua robustezza e per la sua adattabilità alla presenza umana (con cui riesce a convivere fino quasi ad accettare la domesticazione), ha completamente eliminato lo scoiattolo rosso europeo, più piccolo, timido e selvatco. Risultat analoghi si sono avuti con l’introduzione di altre specie per ragioni diverse (ripopolamento, caccia e pesca, divertimento) che hanno ovunque creato problemi, alcuni dei quali abnormi e clamorosi, come la presenza aggressiva del pesce siluro o quella famelica dei cormorani. Anche le pantegane (quella a 4 zampe) sono di importazione. Problemi analoghi si hanno con gli animali abbandonati (come i branchi di cani inselvatichiti che eliminano i lupi) e nel mondo vegetale, invaso da infestanti esotiche”. E, a proposito degli ambientalisti: “Sentite cosa hanno risposto alle giuste obiezioni sulla sorte del povero scoiattolo rosso: ‘lo scoiattolo grigio non soppianterà necessariamente quello rosso. La competizione potrebbe condurre ad una ripartizione della nicchia ecologica: le foreste di conifere ad esempio dove il cibo è di più difficile reperimento sono tuttora la casa dello scoiattolo rosso’. Capito l’antifona? Questi hanno poco rispetto per gli habitat naturali e per la punteggiatura, e non si inteneriscono neppure più davanti al colore rosso che pure ammanta i loro spiriti e i loro più fulgidi ideali. In ogni caso la morale sembra essere: vinca il più forte, quello che meglio sa approfittare delle contingenze e che riesce a scacciare il più debole, riducendolo, come ogni altro povero pellerossa, o ad arrancare nascosto in qualche angolo di mondo.”

Fonte: Ecologia, Identità e Federalismo – Matteo Colaone – 2019

Città Mercantili libere e Impero (Gianfranco Miglio)

Io sostengo il federlaismo come soluzione e via d’uscita al declino irreversibile dello Stato nazionale. Ma se debbo dire qual è il mio vero modello politico di riferimento, il novum che mi piacerebbe vedere realizzato, si tratta di un modello che definisco “anseatico”, che ricalca quello delle città commerciali libere che l’Europa ha conosciuto prima che ovunque el continente si imponesse la struttura statuale moderna, con i suoi eserciti e la sua burocrazia.  Infatti la più genuina tradizione federalista è stata quella del secoli Dodicesimo-Diciassettesimo, delle città mercantili libere, sopraffatte dall’avvento violento dello Stato moderno. Anche Otto von GIerke non è però andato al fondo della struttura contrattuale anseatica dellec ittà commerciali libere. In questa fase nelle città non c’erano persone di grande rilievo politico, nè parlamento, ma solo una gestione degli affari quotidiani negoziata continuamente e un governo frammentato. Il libro che mi piacerebbe scrivere dovrebbe initolarsi “L’Europa degli Stati contro l’Europa delle Città”.
In realtà ci sono dei segnali che lasciano intravedere la possibilità di un’evoluzione nel senso da me auspicato. In Europa oggi esistono grandi aree metropolitanecoese (Randstad Holland, a struttura polinucleare, con sei milioni di abitanti fra AMsterdam, Rotterdam, L’Aia e Utrecht; la stessa Padania), grandi centri urbani – Milano, Lione, Parigi, Monaco, Londra, Francoforte – che sono a tutti gli effetti vere e proprie megalopoli (nel senso di Gottmann), aree d riferimento dal punto di vista degli scambi economici, dello sviluppo demografico, dell’innovazione tecnologica e dei rapporti politici. Vere e proprie comunità politiche sempre più quasi-indipendenti de facto, talvolta in stretta relazione (e magari in competizione) le une con le altre e sempre meno in sintonia con i rispettivi Stati nazionali, che vivono anzi come una limitazione. L’Europa ha già conosciuto qualcosa di simile, all’epoca del Sacro Romano Impero, che era una struttura “internazionale” pluralistica che non produceva sovranità (Pufendorf sbagliava), nella quale le città godevano di una grande indipendenza, pur potendo disporre di un’autorità superiore alla quale rivolgersi per risolvere le proprie controversie. Mi è molto piaciuto, debbo dire, il richiamo del ministro tedesco FIscher alla struttura del Sacro ROmano Impero come modello per l’Europa del futuro: un richiamo che non a caso non è stato invece gradito dai custodi del modello dello Stato giacobino e livellatore, Chirac in testa. La realtà è che la storia dello Stato moderno ha diffuso un’idea limitata e parziale delle innumerevoli possibilità di organizzazione della convivenza internazionale. COstituzionalisti, studiosi di Diritto Pubblico e giuristi internazionalsiti però non se ne rendono conto, se non confusamente, a causa della concezione ossessiva della sovranità nella quale sono cresciuti. Fra cinquant’anni una nuova combinazione di elementi politici e privatistici darà luogo a strutture di tipo neofederale quasi ovunque. Potrà suonare per alcuni come una bestemmia, per altri, tra cui mi annovero, come una speranza: e se nel nostro futuro, una volta finita l’epoca degli Stati nazionali (commerciali) chiusi, ci fosse la creazione di un nuovo spazio politico, di una struttura di tipo imperiale in grado di unire, rispettandone le diversità, tutti i diversi popoli europei?

Fonte: Oltre lo Stato Nazionale: l’Europa delle città, 2000, Scritti Politici, Gianfranco Miglio

I successi della Scuola Austriaca e i fallimenti keynesiani (Guglielmo Piombini)

La crisi del ’29 travolge Keynes

Durante i “ruggenti anni Venti” John Maynard Keynes e i maggiori economisti del tempo magnificarono il boom economico degli Stati Uniti e l’operato della Federal Reserve, la banca centrale americana istituita nel 1913. Erano convinti che, fin quando i prezzi dei beni di consumo erano stabili e le banche centrali controllavano la situazione, non ci sarebbero state crisi. Nel 1926 Keynes incontrò il banchiere svizzero Felix Somary per decidere un grosso investimento in azioni. Somary, che aveva studiato a Vienna e conosceva le teorie economiche degli economisti austriaci, gli manifestò i suoi dubbi sulla sostenibilità del boom in corso. Somary infatti liquiderà i propri investimenti prima del crollo delle borse, salvando le proprie fortune. Keynes però ribatté con decisione: «Non avremo più dei crash nella nostra epoca» [1].

Nel 1928 Keynes scrisse due saggi nei quali contestava l’idea che a Wall Street si stesse manifestando una “pericolosa inflazione” nel valore dei titoli azionari, assicurando che «non c’è niente in vista che possa essere chiamato inflazione» [2]. Sull’aumento vertiginoso dei prezzi degli immobili e delle azioni scrisse che «oggi sarebbe prematuro affermare l’esistenza di un sovra-investimento» e che una crisi è improbabile dato che la Federal Reserve avrebbe fatto «tutto ciò che è in suo potere per evitare una depressione economica» [3]. Queste sue previsioni ottimistiche si rivelarono completamente errate, e a seguito del crollo di Wall Street dell’ottobre 1929 perse i tre quarti del valore dei suoi investimenti. Successivamente ammetterà di essere stato ingannato dalla stabilità dei prezzi al consumo, e di aver sottovalutato l’inflazione dei titoli azionari [4].

 

Gli economisti austriaci presagiscono l’arrivo della crisi

In quegli anni vi fu però una scuola di economisti che ebbe sentore del collasso del mercato e di una possibile depressione mondiale. Le loro previsioni si basavano sulla sofisticata teoria del ciclo economico elaborata da Ludwig von Mises nel libro del 1912 Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, e perfezionata da Friedrich von Hayek. Mises sosteneva che l’inflazione monetaria non era neutrale per il sistema economico, ma creava una serie di squilibri strutturali destinati a crollare [5]. Già nel 1924 si era convinto che la volontà della Federal Reserve di espandere il credito e ridurre i tassi d’interesse aveva creato un boom artificiale che non poteva durare, e una severa depressione a livello mondiale era inevitabile. Il suo allievo Fritz Machlup ricordò che quando passavano davanti al Kreditanstalt di Vienna, una delle più grandi banche d’Europa, Mises gli diceva: «Ci sarà un gran botto» [6]. Nell’estate del 1929 quella stessa banca offrì a Mises un posto di alta responsabilità, ma egli lo rifiutò, spiegando a sua moglie: «Sta arrivando un grande crollo, e non voglio che il mio nome vi sia associato in alcun modo» [7].

Anche Hayek all’inizio del 1929 avvertì, pur con toni più sfumati rispetto a Mises, che ci sarebbero stati dei problemi nell’economia americana. Ad esempio, il 26 ottobre 1929 Hayek scrisse che «non è impossibile che sia arrivata la fine di questo incredibile aumento dei prezzi di borsa, i quali dovrebbero un po’ alla volta sgretolarsi» [8]. Il 28 e 29 ottobre 1929, il lunedì e il martedì nero, le quotazioni di Wall Street si schiantarono. Seguì una forte contrazione dell’economia e del commercio mondiale. Nel 1931 il Kreditanstalt di Vienna andò in bancarotta, contribuendo a diffondere la depressione in Europa. Nel 1934 Mises scrisse nella prefazione all’edizione inglese della sua Teoria della moneta: «Come in tutti precedenti boom causati dall’espansione del credito, si credeva che la prosperità potesse durare per sempre, e gli avvertimenti degli economisti [austriaci] furono ignorati. Il rovesciamento del corso degli eventi nel 1929 e la conseguente severa crisi economica non sorprese gli economisti [austriaci]; li avevano previsti, anche se non erano in grado di predire la data esatta in cui si sarebbero verificati» [9].

 

Gli austriaci vincono la prima battaglia, ma Keynes vince la guerra

Nei primi anni Trenta l’abilità nel prevedere la depressione portò gli economisti austriaci alla ribalta. Molti studiosi britannici e americani che cercavano una spiegazione del collasso economico del 1929-32 rivolsero la propria attenzione alle tesi della Scuola Austriaca. Lionel Robbins, direttore della London School of Economics, si recò a Vienna per partecipare al famoso seminario privato di Mises. Subito dopo invitò Hayek a tenere una serie di conferenze sulla teoria austriaca del ciclo economico a Londra, con lo specifico obiettivo di “combattere Keynes” [10]. Nelle sue lezioni londinesi tenute nel maggio del 1931, raccolte nel libro Prezzi e Produzione, Hayek spiegò i motivi per cui la crisi era l’inevitabile conseguenza dell’insostenibile boom degli anni Venti. Robbins fu così entusiasta della spiegazione di Hayek da assegnargli la cattedra di economia alla London School of Economics, che divenne la roccaforte degli economisti favorevoli al libero mercato [11].

Keynes e i suoi seguaci diedero battaglia dall’università di Cambridge. Nell’ottobre 1932 i due gruppi rivali si scontrarono sulle pagine del Times. Keynes, Pigou e altri affermarono che era stato l’eccesso di risparmio a provocare la crisi, mentre Hayek, Robbins e altri criticarono la spesa statale. Alla lunga, tuttavia, i keynesiani vinsero la guerra delle parole, soprattutto dopo la pubblicazione della Teoria generale di Keynes nel 1936, che Hayek inspiegabilmente rinunciò a demolire. La tesi di Keynes riscosse il maggior successo per diversi motivi: da un punto di vista retorico, aveva il vantaggio di offrire una rapida ricetta contro la disoccupazione basata sulla spesa in deficit, mentre la politica non interventista consigliata dagli austriaci richiedeva tempo per dare risultati; in secondo luogo, Keynes offriva alla classe politica proprio quello che da tempo cercava: una giustificazione apparentemente scientifica del loro inappagabile desiderio di spendere e ampliare il proprio potere; in terzo luogo, offriva agli economisti e agli accademici un ruolo importante come pianificatori ed ingegneri sociali.

Le fortune della Scuola Austriaca subirono così un drammatico rovescio. Tutti i più brillanti allievi di Hayek della London School, come John Hicks, Abba Lerner, Nicholas Kaldor, Kenneth Boulding, divennero accesi keynesiani. Perfino Lionel Robbins, negli anni successivi, abbandonò la barca che affondava. Hayek fu così depresso dal corso degli eventi che, a partire dagli anni Quaranta, abbandonerà in buona parte gli studi economici per dedicarsi alla teoria politica e alle scienze sociali [12].

 

Diagnosi opposte, rimedi opposti

Keynesiani e austriaci davano valutazioni antitetiche sulle cause della crisi, e offrivano rimedi esattamente opposti. Keynes identificava tre cause della depressione: 1) la filosofia economica del laissez-faire che impediva ai governi di intervenire con decisione nell’economia; 2) il gold standard, cioè il sistema monetario basato sull’oro, la cui rigidità impediva ai governi di perseguire le politiche monetarie più appropriate; 3) i tassi d’interesse troppo elevati che avevano incoraggiato il risparmio anziché il consumo, riducendo così la domanda aggregata. Di conseguenza i rimedi dovevano basarsi sull’aumento della spesa pubblica, l’espansione monetaria e la riduzione dei tassi d’interesse.

Del tutto all’opposto, gli austriaci identificavano come cause della crisi: 1) l’eccesso di interventismo statale nell’economia; 2) la politica monetaria espansiva perseguita dalle banche centrali; 3) i tassi d’interesse tenuti artificialmente a un livello troppo basso. Come soluzione alla crisi proponevano dunque il non intervento dello Stato nell’economia, il ritorno al gold standard nella sua forma classica, e l’incentivazione del risparmio.

Si può notare che le soluzioni keynesiane corrispondono esattamente a quelle che gli austriaci considerano le cause delle crisi. Le politiche che secondo i keynesiani salveranno l’economia sono le stesse che secondo gli austriaci la distruggeranno, e viceversa!

 

La depressione dimenticata del 1920

All’opposto dei keynesiani, gli austriaci sostengono che, quando l’economia si trova in una fase recessiva, tagliare i costi è un rimedio molto più efficace di qualsiasi “stimolo” governativo. Risparmiare ed evitare le spese non indispensabili è il comportamento spontaneo, e tradizionalmente ritenuto saggio, adottato dagli individui, dalle famiglie e dalle imprese durante una crisi, e lo stesso discorso vale a maggior ragione per il governo. La posizione austriaca combacia quindi con il sano buonsenso comune. Nella visione keynesiana, al contrario, microeconomia e macroeconomia sono scollegate tra loro, perché il comportamento razionale del singolo – stringere la cinghia in tempo di crisi – paradossalmente diventa dannoso a livello collettivo: se tutti risparmiano, dice Keynes, l’economia non si riprende. Dal punto di vista austriaco, quindi, la cosa migliore che possono fare le imprese per superare un momento di recessione è quello di tagliare tutti i costi aziendali superflui. Da questo punto di vista il governo può giocare un ruolo importante, in negativo, riducendo le imposte e le regolamentazioni burocratiche costose per gli affari.

Nel 1921 il governo americano reagì esattamente in questa maniera, e il paese ne uscì in tempi rapidissimi. Il presidente Warren Harding entrò in carica nel 1920 nel mezzo di una severa recessione: rispetto all’anno precedente la disoccupazione era triplicata dal 4 al 12 per cento, mentre il pil era sceso del 17 per cento. Harding, sostenitore del laissez-faire, non utilizzò nessuno dei rimedi macroeconomici keynesiani (lavori pubblici, spesa in deficit, politiche monetarie inflazionistiche). Al contrario, decise di affrontare la recessione tagliando sia le tasse sia la spesa pubblica del 25 per cento. Il governo ridusse le aliquote fiscali per tutti i livelli di reddito, e attraverso la riduzione della spesa diminuì il debito pubblico di un terzo. Nell’estate del 1921 la ripresa era già arrivata. Nel 1922 la disoccupazione era scesa sotto il 7 per cento; nel 1923 era al 2,4 per cento. Si trattò della risposta a una recessione economica che diede i risultati più rapidi e di maggior successo di tutta la storia americana [13].

La depressione del 1920-21 è un raro esempio in cui il governo adottò esattamente le strategie consigliate dalla Scuola Austriaca. È stata chiamata la “depressione dimenticata”, dato che non viene mai menzionata nei libri o nei discorsi politici: «Non c’è da meravigliarsi – osserva Thomas Woods – perché questo esempio storico sgonfia le ambizioni di coloro che ci promettono soluzioni politiche alle crisi economiche. Secondo l’opinione dominante, in assenza di misure governative “anticicliche” non possiamo aspettarci nessuna ripresa, se non dopo un tempo intollerabilmente lungo. Tuttavia durante la depressione del 1920-21 vennero adottate politiche esattamente opposte, e la ripresa non si fece aspettare» [14].

 

Le cause della crisi del 1929

Dopo il 1921 l’economia americana era tornata alla normalità, ma bene presto entrò in un boom inflazionistico sospinto dalle politiche monetarie della banca centrale. La Fed infatti intervenne più volte tra il 1922 e il 1927 a iniettare credito nell’economia, aumentando la massa monetaria del 55 per cento, con un tasso annuo di crescita del 7,3 per cento. I prezzi dei beni di consumo rimasero stabili, e questo fatto ingannò i maggiori economisti. In realtà l’inflazione ci fu perché, con la produzione in pieno boom (petrolio + 12,6 per cento, auto + 4,2 per cento, prodotti industriali + 4 per cento), in assenza di stimoli monetari i prezzi dei beni sarebbero calati notevolmente [15]. Il boom inflazionistico si manifestò comunque in maniera eclatante nel settore immobiliare (soprattutto in Florida e a New York) e finanziario (il valore medio dei titoli quadruplicò tra il 1921 e il 1929) [16].

Agli effetti negativi delle politiche monetarie e creditizie espansive si sommarono quelli della politica protezionista promossa da Herbert Hoover, uno dei presidenti più interventisti della storia americana [17]. Nel suo best-seller The Way the World Works Jude Wanniski ha confrontato, giorno per giorno, l’andamento di Wall Street con le votazioni sull’innalzamento delle tariffe protettive: ogni volta che la votazione faceva passi avanti, la borsa calava; ogni volta che l’iter legislativo si arrestava, la borsa si riprendeva [18]. La legge Smoot-Hawley, che aumentava notevolmente i dazi su moltissimi prodotti americani, venne infine approvata nel marzo 1930, pochi mesi dopo il crollo di Wall Street, che aveva già dato per certa la sua approvazione.

Questa misura contribuì in maniera decisiva al collasso del commercio internazionale, dato che molti altri paesi adottarono in risposta delle politiche protezioniste. Nel 1932 il valore del commercio mondiale era calato del 60 per cento rispetto al 1928, e nel 1935 si ridusse ulteriormente. Si può quindi ritenere che furono due le cause principali della grande depressione: la politica monetaria espansiva della Federal Reserve durante gli anni Venti, che aveva generato un boom insostenibile; e il nazionalismo economico, che fece collassare il commercio mondiale. Se le banche centrali avevano gonfiato la bolla finanziaria, le tariffe protezionistiche furono l’ago che la scoppiò [19].

 

Il New Deal di Roosevelt: un disastro keynesiano

Keynes prevalse sugli austriaci sul piano della retorica, ma la sua vittoria ebbe conseguenze tragiche per l’economia dell’America e del mondo intero. Nel 1933 venne convocata una conferenza economica a Londra con l’obiettivo di ristabilire la libertà degli scambi e di stabilizzare il sistema monetario internazionale mediante la riduzione delle tariffe doganali e il rafforzamento del gold standard. Franklin Delano Roosevelt, da poco eletto presidente, silurò la conferenza annunciando che gli Stati Uniti non avrebbero partecipato ai negoziati. Keynes applaudì: «Il presidente Roosevelt ha magnificamente ragione a scegliere la via della gestione nazionale della valuta» [20]. Il mondo in verità perse una grandissima occasione per riportare l’economia sulla giusta strada.

Mentre la crisi del 1920 si era rapidamente risolta grazie ai drastici tagli delle tasse e della spesa pubblica, quella del 1930 venne affrontata da Roosevelt con un forte intervento pubblico di tipo keynesiano: lavori pubblici, aumento della spesa pubblica e della tassazione, regolamentazione dei prezzi e delle attività economiche. Queste misure, come avevano previsto Hayek e Mises, impedirono alle forze di mercato il naturale riaggiustamento dell’economia, che imboccò un tunnel depressivo senza via d’uscita. Se nel 1931 la disoccupazione negli Stati Uniti aveva raggiunto il 16,3 per cento, con otto milioni di disoccupati, nel 1940, dopo due mandati di Roosevelt, era salita al 17,2 per cento, e il numero degli americani senza lavoro era salito a nove milioni e mezzo [21]. Il New Deal di Roosevelt, dunque, aggravò e prolungò di una dozzina d’anni una recessione che avrebbe potuto essere di breve durata, come quella del 1920.

Il completo fallimento del New Deal venne riconosciuto perfino da Henry Morgenthau, il suo Segretario del Tesoro, che il 6 maggio 1939 confessò nel suo diario: «Ci abbiamo provato spendendo denaro. Abbiamo speso più di quanto avessimo mai speso prima e non funziona … Dopo otto anni di questa Amministrazione abbiamo la stessa disoccupazione che avevamo all’inizio … con in più un debito enorme» [22]. Robert Skidelsky, il devoto biografo di Keynes, ha ammesso: «Oggi viene sempre più riconosciuto il fatto che l’unico New Deal che ebbe realmente successo nell’eliminare la disoccupazione fu quello di Hitler. Roosevelt certamente non vi riuscì. C’erano 15 milioni di americani senza lavoro nel marzo 1933, e ce n’erano ancora 11 milioni quattro anni dopo. L’economia si riprese solo con il riarmo e la guerra» [23]. Questa idea che le spese militari abbiano rilanciato l’economia tedesca o americana rappresenta tuttavia un grosso abbaglio.

La smobilitazione, non la guerra, rilanciò l’economia

Anche il keynesiano Paul Krugman ha scritto di recente che «Ciò che salvò l’economia, e il New Deal, fu l’enorme progetto di lavori pubblici conosciuto come Seconda Guerra Mondiale, che finalmente fornì uno stimolo fiscale adeguato ai bisogni dell’economia» [24]. Non c’è dubbio che con la guerra la disoccupazione calò notevolmente, dato che il 29 per cento dell’intera forza lavoro venne arruolata direttamente o indirettamente nelle forze armate. È assurdo però sostenere che questo abbia riportato l’America alla prosperità. Il professor Robert Higgs ha confutato definitivamente, in alcuni studi accademici che oggi vengono citati anche nei manuali d’economia, il mito della prosperità bellica [25].

Negli anni di guerra, in realtà, l’America era diventata un gigantesco arsenale che produceva armi, munizioni, cannoni, aerei e navi da guerra, ma i consumatori soffrivano il razionamento dei beni di consumo, il drastico declino della qualità dei prodotti, e la totale impossibilità di acquistare case, auto, elettrodomestici, o anche solo tempo libero. Le statistiche sul PIL di quel periodo sono fuorvianti perché non tengono conto del fatto che l’economia non produceva beni destinati a soddisfare i bisogni dei consumatori, ma beni destinati alle esigenze militari del governo. Si tratta dello stesso errore di valutazione delle statistiche sulla produzione industriale dell’Urss.

Se veramente, come dicono Keynes e Krugman, le spese di guerra potessero rendere ricche le nazioni, allora esisterebbe una via semplice per la prosperità: due paesi potrebbero simulare in via permanente un conflitto tra loro, dichiarandosi guerra per finta; dopo aver costruito una grande quantità di aerei e navi da guerra, li farebbero abbattere o affondare nell’oceano dal proprio “nemico” secondo gli accordi presi. E poi via a costruirne di nuovi!

In realtà la vera ripresa in grande stile dell’economia americana si ebbe solo nel 1946, quando milioni di uomini impiegati nell’esercito tornarono a lavorare nel settore privato per produrre beni richiesti dal mercato. La smobilitazione dell’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale fu il più grande licenziamento in massa di dipendenti pubblici mai avvenuto in un paese occidentale, e costituì la causa precisa del boom postbellico dell’economia americana.

Gli economisti keynesiani come Alvin Hansen affermavano, con assoluta sicurezza, che l’America sarebbe entrata in una terribile depressione nel momento in cui il governo avesse chiuso le fabbriche di armamenti e cancellato i contratti di guerra. Accadde invece proprio il contrario. Le spese militari del governo scesero da 84 miliardi di dollari del 1945 a meno di 30 miliardi di dollari nel 1946, ma coloro che erano stati licenziati dalle industrie belliche sostenute dalla spesa governativa trovarono rapidamente lavoro nel settore privato, i cui occupati aumentarono di oltre 4 milioni dal 1945 al 1947. I consumi delle famiglie, gli investimenti delle imprese e le esportazioni ebbero un vero boom in coincidenza con la riduzione della spesa statale. La “depressione del 1946” fu l’evento più annunciato, ma mai verificatosi, della storia americana [26].

 

Come la Scuola Austriaca contribuì al miracolo economico europeo

Avvenimenti analoghi si ripeterono in Germania e nei maggiori paesi dell’Europa devastati dalla guerra. Nella Germania sconfitta l’amministrazione alleata ereditò i controlli sui prezzi e sulla produzione istituiti dal nazismo nel 1936. Tutti i beni di consumo erano razionati e tutte le risorse produttive erano allocate con decreti e ordinanze governative. L’economista keynesiano John Kenneth Galbraith, a quel tempo consigliere del governo americano per le zone occupate, scrisse nel 1948 che «non vi è la minima possibilità che si possa favorire la ripresa tedesca abolendo questi controlli sull’economia» [27]. Ludwig Erhard, futuro ministro tedesco dell’economia, non ascoltò però i consigli degli alleati ma seguì le indicazioni dell’economista Wilhelm Roepke. Abolì quindi tutti i controlli sui prezzi e i salari, collegò il marco all’oro nel sistema di Bretton Woods e privatizzò le industrie statali.

Erhard aveva letto appassionatamente i libri che Roepke aveva scritto durante la guerra nel suo esilio in Svizzera. Roepke era stato fortemente influenzato da Mises (la cui lettura, disse, l’aveva immunizzato dal virus del socialismo) e aveva anche offerto un valido contributo alla teoria austriaca del ciclo economico con il suo libro Crisi e cicli del 1936. La ripresa economica tedesca fu potente e immediata. Tra il giugno e il dicembre 1948 la produzione aumentò del 50 per cento. Nel 1958 il prodotto procapite tedesco era triplicato. Erhard rimase in carica, prima come ministro dell’economia poi come cancelliere, fino alla metà degli anni Sessanta, quando la Germania Ovest era diventata la terza economia mondiale [28].

Anche nella ripresa economica della Francia giocò un ruolo fondamentale un economista influenzato dalla Scuola Austriaca, Jacques Rueff, sostenitore del gold standard e amico di Erhard e Roepke. Come consigliere di De Gaulle, nel 1958 Rueff predispose un piano basato sulla liberalizzazione del mercato e la stabilizzazione del franco. I risultati, ricorda lo storico Paul Johnson, non tardarono ad arrivare. Il prodotto nazionale lordo salì del 3 per cento nella seconda metà del 1959, del 7,9 per cento nel 1960, del 4,6 per cento nel 1961, del 6,8 nel 1962; il tenore di vita incominciò a salire del 4 per cento all’anno. Per la prima volta dall’avvento della rivoluzione industriale la Francia occupò una posizione di primo piano in campo economico [29]. Pure l’Italia sperimentò un boom economico negli anni ’50 e ’60 grazie alle misure favorevoli al libero mercato e alla stabilità monetaria volute da Luigi Einaudi, le cui idee coincidevano con quelle di Roepke e Rueff.

 

La stagflazione degli anni ‘70: il secondo fallimento delle idee keynesiane

Dal secondo dopoguerra ad oggi i keynesiani hanno continuato ad accumulare fallimenti, mentre gli austriaci non hanno smesso di azzeccare previsioni su previsioni. Il collasso nel 1971 del sistema di Bretton Woods, con la conseguente stagnazione, inflazione e salita del prezzo dell’oro, era stato previsto da Henry Hazlitt fin dal 1946 nei suoi editoriali sul New York Times [30], e da Murray N. Rothbard [31]. La stagflazione degli anni ’70, invece, colse completamente impreparati gli economisti keynesiani, perché non era contemplata nei loro modelli. Questa grave défaillance gettò per alcuni decenni nel discredito la macroeconomia keynesiana, che solo in tempi relativamente recenti è stata rispolverata come risposta alle crisi finanziarie.

Con il crollo improvviso dei regimi comunisti e dell’Urss nel 1989-91 la critica di Mises e Hayek al socialismo, destinato a fallire a causa dell’impossibilità di centralizzare le conoscenze disperse e di effettuare calcoli economici, trovò la sua definitiva consacrazione empirica. Hayek ebbe la soddisfazione di assistere, contro i pronostici di quasi tutto il mondo politico e accademico, alla vittoria delle tesi austriache nel dibattito con i socialisti cominciato settant’anni prima. Sulle pagine del New Yorker il famoso economista di sinistra Robert Heilbroner ammise: Mises aveva ragione [32].

Negli anni seguenti diversi economisti, utilizzando gli strumenti teorici della teoria austriaca del ciclo economico, hanno previsto lo scoppio della bolla tecnologica a cavallo del nuovo millennio [33], e della bolla immobiliare degli anni 2000, culminata con la crisi del 2008 [34]. Oggi molti economisti di scuola austriaca sostengono che le misure eccezionali di espansione monetaria messe in atto da tutte le banche centrali determineranno una crisi finanziaria molto peggiore delle precedenti [35]. Quando ciò accadrà, le teorie di Keynes, dopo aver provocato tanti disastri, potrebbero essere definitivamente screditate. La teoria austriaca, con il suo brillante curriculum di successi, meriterebbe a quel punto di tornare al centro della scena intellettuale.

Fonte: http://libertycorner.eu/index.php/2017/05/18/successi-della-scuola-austriaca-fallimenti-keynesiani/

Abbasso lo Stato e la Democrazia – Hans Hoppe – Recensione

Nelle mie “esplorazioni ideologiche” di visioni del mondo anti-status quo, ultimamente sto concentrando il mio interesse sullo studio dell’ideologia cosiddetta “libertarian right” nella sua variante più radicale, l’an-cap (anarcocapitalismo).

In pratica, partendo da una radicalizzazione del “liberalismo classico” (ritenuto troppo conciliante con lo stato) alcuni pensatori riconducibili alla cosiddetta “scuola austriaca”, a partire da considerazioni economiche, storiche e tecniche, hanno sviluppato un pensiero, condivisibile o meno sicuramente radicale ed interessante.

Uno degli autori più in vista di certi circuiti è senz’altro Hans Hoppe, di cui ho letto questa raccolta intitolata “Abbasso lo Stato e la Democrazia”.

Le parti ed i concetti più interessanti in questo libro (che credo sia considerabile una sorta di “manifesto an-cap”) sono le seguenti (descritti secondo le argomentazioni dell’autore)

1) Diritto alle libere comunità non sottoposte allo stato e diritto unilaterale di secessione.

2) Pensiero radicalmente non solo anti-democratico ma anche anti-liberalista in quanto secondo l’autore il liberalismo classico, ammettendo la necessità dell’esistenza di uno stato, per quanto non opprimente, entra in contraddizione e storicamente si scava la fossa, perchè se ammetti l’esistenza di un parassita questo poi si espande e non te ne liberi più se non lo uccidi. (Leonardo Facco, forse il principale esponente italofono, usa sempre la frase “i parassiti o li stermini o ti sterminano”, riferendosi a politici, dipendenti pubblici ed altre cateogire ritenute tali)

3) Teoria delle “aristocrazie naturali” in concorrenza fra loro scelte liberamente dalle persone comuni per richiedere servizi di protezione e/ dirimere le proprie controversie: esse sarebbero gruppi di persone che, in modo naturale, emergono dalla massa per equità, coraggio, forza, successo, ricchezza ecc. Viene fatto l’esempio del sistema feudale come ordine che si avvicina maggiormente a questo concetto. Secondo l’autore, nonostante le ovvie ingiustizie ed atrocità dell’epoca, questo ordine avrebbe potuto evolversi e perfezionarsi, includendo anche i servi, senza l’avvento negativo di certe forme di stato.

4) Involuzione della società da quando uno fra i tanti “re”, alleandosi con “il popolo” reso rancoroso verso gli altri “re” dagli intellettuali al servizio del “futuro unico re assoluto” riuscì ad imporre il monopolio della legge e della protezione su un dato territorio, facendo venire meno la volontarietà della scelta dell’elite naturale in concorrenza da cui cercare protezione.

5) Il passaggio dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, che ha segnato la codificazione ufficiale di questo monopolio oppressivo e parassitario.

6) Il passaggio dalla monarchia costituzionale alla democrazia (incluse le monarchie democratiche) che mantiene tutti i difetti della monarchia costituzionale aggiungendo, però, il fatto che il potere non è più “ereditario” con un sovrano che bene o male pensa al futuro della propria genia e della “sua proprietà” ma con una serie di individui scaltri e truffaldini pronti a farsi eleggere per approfittare personalmente e clientelarmente dei privilegi del pubblico sul privato, senza curarsi del futuro delle altre generazioni.

7) Una strategia per cambiare lo status quo (Cosa deve essere fatto, famoso discorso di Hoppe), consistente nell’uso strumentale della democrazia in certe enclavi sparse risvegliate per prendere il potere, privatizzare per arrivare ad un “medioevo urbano moderno e senza stato” con tanto di resistenza passiva paracula simultanea di queste enclavi ad ogni tentativo dello stato di “ristabilire l’ordine” (concetti di “non collaborazione”, tipo “ok stato, queste sono le tue leggi, se mandi i tuoi a farle rispettare non mi oppongo ma non faccio il il tuo lavoro perchè io rispondo ai miei elettori)

8) La distruzione ideologica del contesto di stato in favore del concetto di “privatopia” e la polemica aspra contro i liberali classici moderati che non mettono in discussione questo organismo parassitario, monopolista ed oppressivo per natura.

9) Il ruolo strumentale del sostegno a qualunque movimento secessionista al fine di avere una moltitudine di stati piccoli ed in concorrenza fra loro come passo intermedio verso l’ideale privatopia, tante piccole comunità volontarie, città-stato ecc in concorrenza fra loro in cui il successo sia nella scelta dei cittadini di “votare coi piedi” ovvero spostarsi liberamente dove vogliono se il posto dove sono è gestito male (si ritorna al concetto di elites naturali in concorrenza fra loro per dare dei servizi alla gente comune).

10) Libertà di accogliere, diritto di escludere, intesa come libera gestione delle comunità e degli individui di gestire il fenomeno immigrazione come meglio credono, ovvero, per chi è razionale, “solo su invito e solo in certe zone prestabilite” senza le imposizioni dall’alto di uno stato che decide di riempire la tua zona di allogeni (spesso dal comportamento parassitario) senza che tu possa decidere.

Opinioni personali. Questa visione sicuramente presenta aspetti molto interessanti e condivisibili. Una mancanza è, a mio avviso, il considerare poco (non che lo tralasci eh, ma lo considera poco) l’elemento “comunanza etnoculturale” e molto l’elemento “efficienza economica” (che ritengo importante ma non esclusivo). Forse una visione che in certe parti è monca ma, cosa dire, è meglio avere una sola mano libera che averne 2 legate da eterne manette dietro la schiena.

Il Muro di Berlino e i suoi Calcinacci – cosa c’è da festeggiare? Leonardo Facco – commento del blogger

Ho recentemente letto il libro “l Muro di Berlino e i suoi Calcinacci – cosa c’è da festeggiare?” di Leonardo Facco, uscito nel 2019,

Personalmente l’ho trovato molto valido ed interessante e consiglio la lettura a chiunque voglia approfondire la critica a 360 gradi al marxismo / comunismo. In questo libro vi è infatti un attacco strutturato, sistematico e ben argomentato a questa aberrante ideologia che ha fatto e continua a fare danni ovunque metta radici.

La sconfitta del comunismo in URSS ed il precedente crollo del muro di Berlino hanno, paradossalmente, fatto sì che questa ideologia aberrante penetrasse nel mondo Occidentale sotto altre forme più subdole, come quella del cosiddetto “marxismo culturale” o del “socialismo democratico”.

Nel capitolo “dal Muro al Forum” viene sottolineata l’importanza di alcuni leaders e paesi del Sudamerica, come Fidel Castro, Lula e Chavez, per la fondazione e diffusione del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”.

Il capitolo “Neoliberismo, populismo ed egemonia culturale” nel quale si spiega il percorso che ha portato il marxismo culturale a diventare praticamente l’ideologia dominante del cosiddetto “occidente democratico”, grazie all’opera degli esponenti della Scuola di Francoforte.

Nel capitolo “Lo stato dell’arte”, collegandosi al discorso dell’egemonia culturale, si parla delle tendenze filo-marxiste di innumerevoli VIPs dello spettacolo, un circolo vizioso che diventa vero e proprio lobbysmo, stile “e se vuoi un posto in vista devi esser comunista”.

Nel capitolo “prediche utili” si parla della penetrazione di idee marxiste all’interno della chiesa cattolica, specie dopo il concilio vaticano II, soffermandosi sulla cosiddetta “teologia della liberazione”, alla base del cosiddetto “catto-comunista”, nata e sviluppatasi in contesti sudamericani, prima osteggiata ed ora appoggiata dalle massime autorità ecclesiastiche.

Nel capitolo “Omertà di Parola” si torna sul discorso dell’egemonia culturale, affrontato però dal punto di vista della censura e della stigmatizzazione, esplicita o implicita, di chiunque osi mettere in discussione i dogmi marxisti dominanti.

Nel capitolo “Macerie verdi, morte nera, i termosocialisti” si affronta il discorso del revival ecologista, che secondo l’autore non è altro che il cavallo di troia dei neomarxisti per giustificare sempre maggiori restrizioni alla libertà di impresa, di ricerca e sempre maggiore interventismo dello stato. L’autore fa notare, inoltre, che storicamente i regimi comunisti più o meno espliciti, con la loro malagestione, hanno nei fatti causato degrado ambientale molto più di altri.

Dopo un breve capitolo, il muro e i suoi calcinacci, con l’elenco dei partiti comunisti o post-comunisti al governo o in coalizione in tutto il mondo, vi è un capitolo abbastanza lungo intitolato “Il comunismo del XXI secolo, W Chavez!”, in cui l’autore (che avendo vissuto buona parte della sua gioventù in Venezuela è particolarmente legato a quel paese) descrive nel dettaglio come Chavez prima e Maduro poi siano riusciti a prendere e mantenere il potere ed abbiano portato gradualmente allo sfascio un paese che per gli standard sudamericani non era male con le loro scellerate politiche inefficienti e parassitarie, riducendo in miseria la stragrande maggioranza del loro stesso popolo.

Interessante anche il capitolo “Stati socialisti d’America” in cui parla delle tendenze filo-comuniste nel paese considerato “anticomunista per eccellenza” ma che, in realtà, già dalla nascita dell’URSS, si è aperto a queste nefaste influenze, fino ad arrivare allo status quo, con l’egemonia culturale e dell’informazione in mano ad esponenti che si identificano nell’ala “liberal” (ovvero socialista democratica) del partito democratico.

Nel capitolo “Neoliberismo, chi l’ha visto?” si riprende un discorso accennato in uno dei primi capitoli: questa chimera chiamata “neoliberismo” a causa della quale esistono tutti i mali del mondo ma che, di fatto, in realtà, non esiste, in quanto quasi tutte le calamità economico politiche sono, viceversa, causate dall’eccesso di interventismo statale. Viene fatto, fra gli altri, l’esempio della recente crisi dovuta alla bolla immobiliare.

Nel capitolo “quel manifesto appeso al muro” vi è un inquietante parallelismo fra buona parte dei punti del manifesto del partito comunista di Marx ed Engels e l’agenda politica che sta seguendo parte delle forze di governo democraticamente eletto in tutto il mondo: la democrazia si rivela non l’antidoto al comunismo, bensì lo strumento ideale della classe dirigente marxista per portare avanti le proprie istanze aberranti.

Il capitolo “vi prego, convincetemi, che c’è qualcosa da festeggiare”, si commenta da solo. Alla fine di ogni capitolo c’è la frase “cosa c’è da festeggiare?” (dalla caduta del muro). La risposta implicita è che non c’è proprio un cazzo da festeggiare. Viene enfatizzato questo discorso, definita la democrazia come “leggera variante del comunismo che non ha niente a che fare con la libertà” e, fra le altre cose, viene fatto un paragone iperbolico ed inquietante ma non per questo errato fra il caso dei Khmer Rossi della Cambogia (all’epoca appoggiato dal PCI, buona parte del quale oggi è PD) e l’aberrante caso di Bibbiano. In entrambi i casi si tratta, fa notare l’autore, dello Stato che toglie a forza i bambini alle famiglie (privati) per darli a soggetti con la stessa ideologia dello Stato. In Cambogia lo Stato agiva con la violenza, a Bibbiano con la “forza della democrazia” sotto forma di legge. Inquietante davvero. Vi è anche una forte critica alla recente proposta di legge, in stato avanzato, di inserire l’educazione civica nelle scuole, in quanto si tratta di mero indottrinamento statalaro pro-sacralità delle istituzioni in stile Corea del Nord.

Chiude, in appendice, “La strepitosa superiorità del capitalismo” di Javier Gerardo Milei, esponente libertario argentino molto seguito nel suo stato d’origine, che argomenta la sua tesi in modo tecnico ma comprensibile anche ai non addetti ai lavori che abbiano voglia di usare un minimo di logica.