Puigdemont a Lugano: «Siamo delusi dalla vigliaccheria dell’Unione europea»

Il leader indipendentista catalano spera tuttavia di sedere all’Europarlamento «entro Natale». Il modello federalista? «Ci abbiamo già provato»

LUGANO – Il suo ruolo nel referendum indipendentista catalano due anni or sono e la sua fuga per evitare l’arresto gli hanno guadagnato la notorietà internazionale. Oggi il leader indipendentista catalano Carles Puigdemont è a Lugano, dove tiene una conferenza al Padiglione Conza nell’ambito del Festival Endorfine dal titolo “Conversazione con un leader europeo. L’identità catalana”. Lo abbiamo incontrato.

A due anni dal referendum sull’indipendenza, lei è ancora in esilio, il fronte indipendentista è abbastanza diviso e, prima del 16 ottobre prossimo, dodici leader indipendentisti potrebbero essere condannati per ribellione: la via dello scontro con Madrid che avete scelto è ancora quella giusta?
«Prima di tutto devo dire che non siamo stati noi a scegliere la via dello scontro. È stato lo Stato spagnolo che ha riposto con lo scontro a una richiesta di dialogo. Un richiesta che avanzavamo da dieci anni e alla quale ci ha sempre risposto con un no. E questo perché credeva che, essendo più forte, avrebbe potuto vincere e impedire ai catalani di diventare quello che volevano. Ma si è sbagliato. Anche se lo Stato ci propone uno scontro, però, noi dobbiamo rispondere in maniera democratica e non violenta. Se lo Stato ci avesse proposto un dialogo, è lì che saremmo ora».

L’Unione europea non ha dimostrato molta empatia verso la causa catalana finora: nutre speranze riguardo alla nuova Commissione e al nuovo Parlamento?
«No davvero, perché sappiamo che l’Unione europea si comporta come un club di Stati. Siamo delusi da questa vigliaccheria e dalla mancata difesa dei diritti fondamentali, che la Spagna ha violato. Capisco che l’UE non condivida l’idea dell’indipendenza della Catalogna, ma avrebbe dovuto sostenere il diritto dei cittadini europei ad esprimersi. Quindi non ripongo molte speranze in questa Unione europea che, tra i suoi membri, conta Stati come la Spagna che non vogliono una vera unione né supportare i diritti umani fondamentali. Vorrei dire, però, che ora c’è una parte dell’opinione pubblica europea che capisce meglio quanto accade in Catalogna, prova vergogna per questo silenzio complice sulla violazione di diritti fondamentali e lo trova inaccettabile».

Siederà al Parlamento europeo prima della fine della legislatura?
«Sono convinto di sì. E spero di occupare il mio seggio prima di Natale. Ho ricevuto un mandato di più di un milione di voti e questi elettori hanno diritto di essere rappresentati al Parlamento europeo. E ogni settimana, ogni giorno in cui non vengono rappresentati e non si prende una decisione a riguardo, i loro diritti vengono violati in maniera irreparabile. L’Unione europea non ha il diritto di prendersi troppo tempo per arrivare a una decisione.

All’europarlamento sarà comunque un rappresentante spagnolo, questo non le pone dei problemi?
«Non sarà affatto così. La legge europea è cambiata. I deputati del Parlamento europeo non sono più i rappresentanti degli Stati in cui sono stati eletti, ma sono i rappresentanti di tutti i cittadini europei, compresi i catalani, gli spagnoli, i belgi o i francesi».

Lei vive in Belgio, qui siamo in Svizzera, entrambi sono Paesi plurilingui e federali: una Catalogna parte di una Spagna veramente plurilingue e federale non potrebbe essere un obiettivo per lei?
«Lo è stato. Abbiamo provato a percorrere questa strada. Abbiamo 40 anni di esperienza a riguardo. L’indipendenza non era la prima opzione, ma l’ultima. Le abbiamo provate tutte per aiutare a trasformare la Spagna in un vero Stato federale, in cui ci sia rispetto per le diverse lingue. Ma abbiamo ottenuto esattamente il contrario: continuiamo a non poter parlare catalano nel parlamento “federale” spagnolo, la Spagna non vuole che il catalano sia utilizzato dall’Unione europea, i nostri diritti storici di nazione non sono riconosciuti. È un
fallimento, cui si somma la sentenza della Corte costituzionale del 2010 contro il nostro statuto di autonomia. Non c’è modo per i catalani di essere catalani all’interno dello Stato spagnolo. Noi non avremmo problemi con la cittadinanza spagnola. La Spagna avrebbe potuto essere lo Stato dei catalani, ma hanno continuato a centralizzare, non rispettano per niente le lingue diverse dal castigliano e il re non rispetta affatto le diversità. Non possiamo continuare a vivere in uno Stato così».

Se i leader indipendentisti se la cavassero con un’assoluzione, lei rientrerebbe in Catalogna?
«Mi piacerebbe molto avere questo problema perché vorrebbe dire che i miei colleghi saranno stati trattati con giustizia. E l’unica forma di giustizia è l’assoluzione. Quindi in caso di assoluzione ritornerei perché saprei di poter confidare in una giustizia indipendente dalla politica. Sfortunatamente, però, questo non è stato il caso finora».

La sua pena, tuttavia, potrebbe essere diversa…
«Se si tratta dello stesso crimine sarebbe abbastanza strano».

E se i suoi compagni ricevessero una pena lieve? Tornerebbe in patria?
«Anche una pena lieve sarebbe ingiusta perché non sussiste alcun crimine. Nemmeno nell’ordinamento spagnolo organizzare un referendum sull’indipendenza costituisce un crimine. Hanno tirato fuori questa interpretazione qualche anno fa dal codice penale. Non si può accettare una condanna per un crimine che non si è commesso. Noi abbiamo voluto esercitare il nostro diritto all’indipendenza e la responsabilità dello Stato non avrebbe dovuto essere reprimerlo, ma permettere alla società catalana di esprimersi, a prescindere dal risultato».

Ma non dovrebbe essere il popolo spagnolo tutto a esprimersi a riguardo?
«No perché tutti i referendum di autodeterminazione riguardano la specifica minoranza nazionale. L’obiettivo è proteggere la minoranza nazionale ed è per questo che è stato impiegato lo strumento dell’autodeterminazione. È in ogni caso una questione interessante perché, anche nel caso in cui si presentasse lo scenario di un referendum esteso a tutta la Spagna, vorrebbe dire che la Spagna avrebbe quantomeno accettato che la Catalogna è un soggetto politico a pieno titolo e ha diritto a divenire indipendente. E questo benché ottenere
l’indipendenza per questa via sia impossibile. E sarei contento anche se la Spagna permettesse di organizzare un nuovo referendum sull’indipendenza in Catalogna e i catalani decidessero di rimanere in Spagna perché vorrebbe dire che la Catalogna sarebbe stata riconosciuta come un soggetto politico».

Come vede la Catalogna tra dieci anni?
«Come membro a pieno titolo dell’Unione europea, membro delle Nazioni unite e partner per le sfide che il mondo si trova ad affrontare: il cambiamento climatico, le crisi migratorie, la contrazione industriale, i diritti fondamentali».

Non è troppo ottimista?
«Se come popolo, dopo la caduta di Barcellona dell’11 settembre 1714, non fossimo stati ottimisti, oggi non parleremmo catalano, non avremmo recuperato alcune istituzioni come il Parlamento e il Governo catalani. È l’essere ottimisti nel momento della disfatta che ci ha permesso di costruire la Catalogna. Questo è lo spirito catalano. Non arrendersi mai. Siamo tra due grandi potenze, la Francia e la Spagna, sappiamo di essere una minoranza, ma vogliamo sopravvivere».

Autore: Dario Ornaghi.

Fonte: https://www.tio.ch/ticino/politica/1391596/puigdemont-a-lugano-siamo-delusi-dalla-vigliaccheria-dell-unione-europea

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L’intelligenza artificiale: nascita e potenzialità

Nel 1956, al Darmouth College, un’università del New Hampshire, si riuniscono dieci scienziati esperti di reti neurali, automazione e intelligenze. Adam Greenfield definisce le reti neurali come “un modo di organizzare singole unità di elaborazione in reti che simulano il modo in cui i neuroni sono interconnessi nel sistema nervoso centrale umano”. Li convoca John McCarthy, che è riuscito ad ottenere dalla Rockefeller Foundation i fondi necessari a organizzare alcune settiane di studio e confronto su una materia ancora inesplorata. McCarthy la chiama “intelligenza artificiale” e descrive il suo lavoro come il processo “consistente nel far sì che una macchina si comporti in modi che sarebbero definiti intelligenti se fosse un essere umano a comportarsi così”.

Nel 1993 l’autore di fantascienza Vernor Vinge parla per primo di singolarità. Vinge mostrò squarci di un futuro in cui “le macchine saranno sufficientemente intelligenti da programmarsi e migliorarsi da sole, fino al punto di rendersi indipendenti”.

Ottobre 2017. Alibaba, il gigante del commercio online cinese guidato da Jack Ma, annuncia un investimento da 15 miliardi di dollari in nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale.

Gennaio 2018. La Stanford University ha messo a punto un test chiamato SQuAD (Standford Question Answering Dataset), pensato per misurare quel che si chiama “machine learning”, ovvero “apprendimento automatico”. Si tratta di vari e complicati metodi per permettere ai computer di “imparare” a risolvere problemi in maniera autonoma e a comprendere, tramite l’uso di esempi, ciò che viene loro fornito. Un modello di intelligenza artificiale realizzato da Alibaba è stato sottoposto al test di Stanford, una prova di lettura e comprensione con più di 10.000 quesiti riguardanti voci di Wikipedia lette in precedenza. Il risultato è stato inquietante. L’intelligenza artificiale di Alibaba doveva confrontarsi con degli esseri umani e ha ottenuto un punteggio superiore a tutti loro. Il risultato umano migliore ha raggiunto un punteggio di 82.304. La macchina di Alibaba ha totalizzato 82.440 punti. Ancora meglio ha fatto un’altra intelligenza artificiale, creata da Microsoft, che ha ottenuto 82.650 puti. È la prima volta nella storia che le macchine riescono a superare gli esseri umani in un test di comprensione e lettura. In precedenza si erano misurate con gli scacchi e altri giochi complessi. Ora, però, riescono ad eccellere anche in un campo che dovrebbe essere dominato dal genere umano.

Luo Si, capo scienziato del Natural Language Processing dell’Alibaba Institute, afferma: “questa tecnologia può essere gradualmente applicata a molti settori, come assistenza clienti, musei e risposte online a quesiti medici, riducendo il bisogno di un input umano in un processo senza precedenti”.

Nick Bostrom, uno studioso svedese laureato in Fisica, Filosofia e Neuroscienze computazionali, docente a Oxford e direttore del Future of Humanity Institute, ha scritto, nel saggio intitolato “Superintelligenza”, dove potrebbe condurre lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. I pionieri della materia, pur essendo convinti dell’imminenza di un’intelligenza artificiale di livello umano, per lo più non considerano la possibilità di un’intelligenza artificiale di un livello superiore a quello umano. Non riescono a concepire il corollario che le macchine, in seguito, sarebbero diventate superintelligenti.

Siamo lontani dalla singolarità ma, come ha notato Adam Greenfield, “a differenza di noi umani, tutti gli algoritmi capaci di imparare possono continuare a farlo a tempo indeterminato, incorporando centinaia o migliaia di giornate di studio umano in periodi di ventiquattro ore”.

Qualora l’uomo dovesse costruire una “superintelligenza”, esiste il rischio concreto che quest’ultima sia ostile all’umanità. Di fronte ad una superintelligenza ostile, spiega Bostrom,non avremmo possibilità di “sostituirla o modificare le preferenze”. Per dare un’idea, “invece di immaginare che un’IA (intelligenza artificiale) superintelligente sia come un genio scientifico di fronte a una persona comune, potrebbe essere più appropriato pensare che sia come una persona comune in confronto a un insetto o a un verme”.

Fonte: Fermiamo le Macchine – Francesco Borgonovo

L’Italia è diversa e mancano i negri – Romano Prodi – Il Corriere della Sera 19 Agosto 1977

Se la gestione dei conflitti della società industriale è stata più difficile in Italia che negli altri paesi europei ciò non è dovuto soltanto agli errori che politici, sindacalisti, imprenditori e economisti hanno copiosamente compiuto negli ultimi anni, ma anche a una natura particolare del sistema economico italiano rispetto a quello delle altre nazioni. L’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a dover gestire il proprio sviluppo senza il determinante contributo di lavoratori stranieri. Detto in linguaggio più semplice l’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a mandare avanti una società industriale senza “negri”, che negli Stati Uniti erano negri nel senso letterale della parola. Nel Nord Europa erano invece emigranti italiani, spagnoli, turchi o nordafricani. Non dovremmo mai sottovalutare qesto fatto, non solo perchè nelle maggiori aree industriali della Germania e della Francia i lavoratori stranieri coprono oltre un quarto delle occupazioni di tipo manuale, ma anche perchè sono addetti soprattutto ai mestieri meno graditi. Anche quando non sono discriminati economicamente, essi costituiscono quindi un grandioso ammortizzatore dei conflitti sociali e hanno contribuito a risparmiare alle società industrializzate europee i problemi che anche per l’immaturità politica cui facevamo cenno prima, hanno invece travolto la società italiana.

Almeno dal 1968 in poi il mercato del lavoro nel sistema industriale italiano (trascuriamo in questa occasione il discorso del lavoro nero) si è presentato come unitario sia al Sud che al Nord e anche per gli immigrati da Sud a Nord.

Dopo tre giorni passati a Torino l’operaio siciliano non solo è già sindacalizzato, ma tende a dimostrare la propria definitiva appartenenza alla classe operaia spingendosi spesso verso i limiti più estremi della militanza sindacale. Non abbiamo perciò goduto della possibilità, che hanno avuto gli altri, di scaricare sugli stranieri le professioni che stanno in coda alla gerarchia sociale, cioè quelle da cui nascono le tensioni e dilacerazioni.

Negli ultimi mesi è capitato invece qualcosa d nuovo. Nonostante le difficoltà economiche, nonostante la disoccupazione crescente, non si riesce a ricoprire con cittadini italiani un numero crescente di posti di lavoro manuale nell’industria dell’Italia del Nord. In Emilia sono arrivati i lavoratori arabi. Non sono venuti clandestini, ma solo dopo che le imprese non avevano potuto trovare manodopera italiana di nessun tipo passando per i regolari canali dell’assunzione di manodopera. A Reggio Emilia, ad esempio, sono già 115 i lavoratori arabi. Sono per la quasi totalità egiziani, lavorano circa per la metà nelle fonderie, per l’altra metà nel resto del settore metalmeccanico e solo poche unità fanno i braccianti in un’azienda agricola. Altri cento, almeno, sono inoltre in attesa dello espletamento delle pratiche per seguire i loro compatrioti. Questo fenomeno non si verifica però in una sola città e nemmeno in una sola regione. Molto spesso inoltre questi operai sono bravi e intraprendenti, proprio come erano i nostri lavoratori che all’inizio degli anni Cinquanta emigravano in Francia.

Al di là della limitatezza quantitativa di questi episodi non possiamo esimerci dalla necessità di una scelta riguardo ai problemi che essi aprono. Vogliamo aprire le porte ai lavoratori stranieri, dopo che abbiamo compiuto questo enorme sforzo di unità del paese negli anni trascorsi? E ancora. Come è possibile che tutto questo avvenga mentre esistono tanti disoccupati? Come ogni paese arrivato a un elevato livello di scolarizzazione, l’Italia ha evidentemente bisogno di una legge per l’immigrazione, dato che certe professioni, anche nelle normali aziende industriali, trovano un sempre minore numero di candidati.

Io credo che, al punto in cui siamo, sia una follia ripercorrere la via degli altri paesi europei, aggiungendo ai problemi che abbiamo anche quelli di una difficile convivenza razziale. Credo che ce la dobbiamo ancora una volta cavare da soli, con maggiori e migliori informazioni sul mercato del lavoro, con una più equa distribuzione territoriale delle imprese, con il miglioramento delle condizioni di lavoro e con ulteriori mutamenti dei salari relativi.

Le professioni manuali debbono essere pagate sempre di più. Quanto diceva, con rara preveggenza, Gorrieri, spinto soprattutto da motivazioni di giustizia sociale, sta ora diventando anche una necessità economica. Già una specie di rivoluzione è stata compiuta: basti pensare al fatto che nel 1962 un lavoratore qualificato nel settore della meccanica guadagnava la metà di un insegnante, mentre ora il salario medio ne è diventato addirittura superiore. Ma in molti altri casi questa trasformazione non è ancora avvenuta: ora anche l’Italia si deve rapidamente avviare verso una gerarchia salariale di tipo moderno, dove all’ultimo gradino non troviamo i lavoratori manuali, ma quelli impiegatizi di tipo ripetitivo. I nostri rapporti con i paesi poveri del Mediterraneo non dovranno poi essere di semplici utilizzatori di manodopera nel nostro paese: occorre una politica di investimento in loco e di collaborazione più stretta e coordinata. Non dobbiamo anche in questo caso ripetere gli errori altrui.

Abbiamo fatto (o abbiamo dovuto fare) molti anni fa una scelta di sviluppo fondamentale sulle nostre sole risorse umane. Essa ci ha dato gravi problemi, ma non possiamo ripudiarla ora che abbiamo impiegato anni e anni per risolvere questi stessi problemi e nemmeno possiamo ripudiarla quando tutto il Nord Europa comincia a soffrire di gravissime tensioni razziali. E soprattutto non possiamo ripudiarla quando migliaia di giovani sono alla disperata ricerca di un lavoro. Bisogna invece creare una diversa gerarchia di valori per cui il lavoro manuale sia reso veramente pari agli altri lavori e ne siano perciò riconosciuti vantaggi economici sufficienti a recuperare il maggior disagio e il minor prestigio sociale di cui esso gode. E contemporaneamente occorre un profondo e globale mutamento di mentalità in materia.

Non credo di aver dedotto troppe conclusioni dall’arrivo di alcune centinaia di egiziani in Emilia: forse però queste stesse conclusioni dovevano già essere fatte a proposito delle precedenti ondate migratorie di collaboratrici domestiche e di braccianti.

Fonte:

Romano Prodi, L’Italia è diversa e mancano i negri, in «Il Corriere della Sera», 19 Agosto 1977

PIENA AUTOMAZIONE, REDDITO DI BASE E SCHIAVITU’ MENTALE.

Rifkin, negli anni ’90, approfondì il tema della “fine del lavoro”. Oggi due studiosi, Nick Senicek e Alex Williams, hanno scritto un saggio intitolato “Inventare il futuro”. I loro slogan sono sintetizzati sulla copertina del volume: “pretendi la piena automazione, pretendi il reddito universale, pretendi il futuro”. Secondo questi signori, un’economia completamente automatizzata potrebbe “liberare l’umanità dalla schiavitù del lavoro e produrre una ricchezza sempre maggiore”.

Ci stiamo trasformando in una jobless society, una società senza lavoro. L’innovazione tecnologica e la robotizzazione ci stanno conducendo verso quello che lo studioso americano Martin Ford ha definito un regime di “piena disoccupazione”. Le macchine non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro.

Nel 1995 Jeremy Rifkin fu il primo a occuparsi a fondo della questione della “fine del lavoro”, ipotizzando l’avvento di un’era di “post mercato”, in cui i lavratori inutili sarebbero stati drenati verso il terzo settore, cioè il volontariato, e retribuiti tramite “salari fantasma”.

I guru della Silicon Valley offrono questa soluzione. Constatato che la tecnologia cancella il lavoro, per loro la risposta non deve essere fermare la tecnologia, bensì spingere ancora di più sull’innovazione, in modo che il lavoro sia cancellato una volta per tutte. Come si manterranno allora le persone? Con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto Bill Gates. Il sociologo Domenico De Masi ha pubblicato un saggio sull’argomento intitolato “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati”. Afferma “Oggi possiamo immaginare che i disoccupati, ottenendo ciò che spetta loro, finiranno per modificare profondamente il mercato del lavoro rendendo più giusta e più pacifica l’intera umanità”.

Le nuove tecnologie, in buona sostanza, libereranno la società dal fardello del lavoro. I disoccupati potranno allora organizzarsi, attraverso il web, al fine di trovare l’occupazione a loro più gradta, senza il cruccio di dover portare a casa uno stipendio, perché saranno mantenuti da sussidi pubblici. Come i filosofi dell’antica Grecia, gli uomini senza lavoro avranno tempo per dedicarsi all’ozio creativo. Saranno tutti riposati, colti e felici.

Una visione simile l’ha espressa Massimo Cacciari. A suo dire, l’innovazione “libererà quei tipi di lavoro che le macchine e i robot renderanno superflui e gli uomini potranno dedicarsi a cose ben più nobili”. Gli uomini liberati potranno riempirsi la vita “leggendo dalla mattina alla sera, girando per i musei, andando al cinema, andando a pescare”. A parere di Cacciari, “se le macchine renderanno superflue masse di lavoro, questo è bene. Occorre liberarci da questa etica del lavoro che è propria ormai di civiltà primitive rispetto alle nostre”. Come si manterranno gli individui liberati? Grazie alla redistribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine. “Ci deve essere un reddito sicuro per tutti”, è la sentenza del guru veneziano.

Tuttavia, l’ozio creativo degli uomini sarebbe totalmente condizionato. Egli passerebbe il tempo al cinema e al museo. Ma chi paga gli svaghi? Lo stato o le grandi aziende della tecnologia. Sarebbero dunque lo stato o le aziende a decidere di quali film, libri e musei potrà godere il cittadino, quali auto potrà permettersi, quali case, quale cibo potrà comprare, e dove.

 

Fonte: Fermiamo le macchine, Francesco Borgonovo.

La trattativa con l’avversario: Calzoni calati, pistola sul tavolo e cintura esplosiva.

Quando vai a trattare con gente che ha il monopolio dell’uso della forza, o semplicemente con gente che ha un peso superiore al tuo o a quello del tuo gruppo di riferimento, l’unico modo per trattare alla pari è andare a trattare con la pistola sul tavolo o, meglio ancora, con una cintura esplosiva intorno alla vita. Metaforicamente..

L’alternativa è andare con il cappello da mendicante in mano a chiedere concessioni basandosi sul “buon cuore”, il che equivale a presentarsi al tavolo con i calzoni calati e la schiena piegata. In questo caso tanto vale non presentarsi neanche.

La pistola sul tavolo rappresenta l’efficacia deterrente della tua forza, minore di quella della controparte ma sufficiente a creargli problemi a breve, medio e lungo termine, mescolata alla tua propensione al rischio. Se la controparte sa che non ti conviene usare la forza e non la userai, torniamo al caso dei calzoni calati; se la controparte capisce, al di là delle tue reali intenzioni, che sei disposto a usare la forza anche se non sembra convenire, sarà più propenso a fare concessioni maggiori.

Ci sono vari metodi di fare capire di essere disposti ad usare la pistola: metterla sul tavolo, sparare un colpo in aria, un colpo alla macchina, alla porta di casa, alle gambe, al cuore o alla nuca di qualcuno, a seconda del tipo di messaggio che si vuole lanciare. Sempre metaforicamente.. Ognuna di queste azioni ha una conseguenza e bisogna valutarla, del resto se la controparte è più forte può reagire in modo proporzionalmente superiore. Si può avere il culo parato da un’alleato più o meno potente pronto ad intervenire in tua difesa, che però chiederà qualcosa in cambio. Esso può avere un’efficacia deterrente nei confronti della controparte che, avendo una forza maggiore, ha anche più da perdere.

La cintura esplosiva intorno alla vita è la stessa cosa della pistola sul tavolo, solo che più estrema, il piano B, o anche C, D, il piano Z, l’Ultima Ratio.

Quando non c’è spazio di trattativa.
Quando la controparte non crede alle tue minacce verbali con la pistola sul tavolo.
Quando la controparte reagisce ai tuoi colpi di pistola in aria, alla macchina, alla porta di casa, alle gambe, al cuore o alla nuca e sei in mezzo ad una guerra che non puoi vincere.
A quel punto, spalle al muro, la pistola esplosiva intorno alla nuca significa ok, stai vincendo, ma ormai non me ne frega più un cazzo, io schiaccio un pulsante e faccio saltare tutto. Ok, sei più forte, ma se salto io salti tu e saltiamo tutti, ok, tu hai la forza ma questa guerra non è più simmetrica perchè mi sono rotto il cazzo.

Io sono l’ospitante e tu sei il parassita, io mi suicido mentre tu sei in simbiosi con me così muori pure te.
Io sono lo scorpione e tu sei la rana, mi stai trasportando in una galera eterna dall’altra parte del fiume ma io ti pungo, muoio io e muori tu. Merda.
Tutto molto interessante e di buonsenso, ma la condizione necessaria per tutto ciò è la propensione al rischio. Senza propensione al rischio torniamo al discorso dei calzoni calati.

Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna? (Enrico Verga, Sole24ore 26/01/2018)

Ogni progresso della civiltà è nato sulle spalle degli schiavi”, spiega il creatore di replicanti nella recente pellicola Blade Runner 2049. È solo fantascienza? No, è la semplice verità.

Esistono vari fattori che stanno radicalmente mutando il rapporto uomo-lavoro: una crescente pressione sociale, una politica aziendale strutturata nell’esternalizzare tutto il possibile (ne parleremo tra poco) e una veloce digitalizzazione nell’industria (a svantaggio della forza lavoro umana, in molti settori). Mi domando se non sarebbe opportuno rivalutare la schiavitù (nella sua interezza, non parlo solo di frustate) e considerare l’opportunità economica di reintrodurre tale soluzione contrattuale nell’economia moderna.

La schiavitù è spesso vista con un’accezione negativa. Tuttavia si può notare come una larga parte della storia dell’umanità abbia visto regni, imperi e persino nazioni democratiche (con un sistema di elezioni popolari come gli stati americani) utilizzare gli schiavi per differenti mansioni e ruoli. L’abolizione della schiavitù è un fenomeno piuttosto recente. Poco più di due secoli.Tuttavia se sulla carta la schiavitù, nella sua accezione più brutale, è stata bandita, così non si può dire nei fatti. Con nomi differenti esiste e prolifera ancora in una buona parte del mondo.

Prima di entrare nel merito economico della discussione valutiamo un’opinione legale.

Per la cultura giuridica delle istituzioni internazionali è a rischio di essere considerato in sostanza schiavitù più o meno qualsiasi rapporto di lavoro esuli dallo schema del contratto di impiego in un’azienda capitalistica a fronte di un salario, o magari dalla fornitura “free lance” di servizi puntuali da un individuo a chi occasionalmente ne voglia ingaggiare i servizi”, spiega Stefano Sutti, managing parter dello studio legale Sutti di Milano, uno tra i cinque studi legali più importanti del panorama italiano commerciale.

“Naturalmente, queste categorie mentali prescindono completamente dalla misura della retribuzione, che si ritiene sempre più comunemente debba essere determinata dal mercato. Nulla impedisce d’altronde che il mercato, grazie anche (localmente) ad un cartello spontaneo di datori di lavoro e (globalmente) alla concorrenza internazionale e al cosiddetto dumping sociale da parte di paesi dove comunque il costo della vita è molto inferiore, possa assestarsi al di sotto del livello del livello di sussistenza per il lavoratore interessato e le persone che da lui dipendano. E se al primo problema hanno tradizionalmente fatto fronte (ma solo per i dipendenti) legislazione sociale e contrattazione collettiva, tali strumenti restano sostanzialmente spuntati rispetto, invece, alla globalizzazione.

Ora, in una realtà di mercato perfetto questo non pone particolari problemi al datore di lavoro che sia in grado di rimpiazzare prontamente le risorse umane di cui ha bisogno, ma lo disincentiva naturalmente ad investire nella loro sopravvivenza, sviluppo professionale, benessere, fedeltà. Al contrario, non solo nelle economie tradizionali il singolo lavoratore viene considerato un capitale da proteggere; ma viene tuttora considerato alla stessa stregua anche in società fortemente industrializzate come quella giapponese e di altre parti dell’Asia, dove la contrattualizzazione formale del rapporto secondo il modello occidentale ha fatto venir meno solo fino ad un certo punto il vincolo culturale di fedeltà reciproca che si stabilisce ai vari livelli all’interno di una comunità di lavoro stabile e delle unità produttive che lo compongono”.

Con questo panorama legale e contrattuale già si può evincere un potenziale scenario di schiavitù laddove non sia presente un contratto normato e ben strutturato. Di fatto si può suggerire che già oggi, in Italia, le partite IVA siano sottoposte a rischio di schiavitù.

Consideriamo le esternalizzazioni. Uno dei grandi successi della società moderna, capitalista e liberista (in pratica i discendenti di Friedman), è l’esternalizzazione dei costi spinta all’estremo. Dalla fabbrica di tessuti che scarica nel fiume vicino i liquami, alla centrale di energia che pompa acqua dal vicino lago, depauperando la riserva idrica utile per l’agricoltura o il consumo umano. Dei danni ambientali da esternalizzazione vale la pena dedicare un’analisi a parte, ma consideriamo le esternalizzazioni umane.

Focalizziamoci sulle partite IVA. Diversi milioni di Italiani ne sono felici (per così dire) possessori. Il leitmotiv è che sono imprenditori di se stessi. Un termine, quello di imprenditore, che già di per sé suscita (o dovrebbe suscitare) il pensiero di un futuro radioso, una sfida dell’individuo alla continua crescita economica e alla perfetta integrazione tra libertà civili ed economiche.

In vero non è certo un segreto che molte partite IVA sono né più né meno finte. Capita che l’azienda, per rendere più “fluida” la sua gestione delle risorse umane, chieda (evento molto raro come si può immaginare) ai suoi dipendenti di licenziarsi. In seguito chiederà loro di aprire una partita Iva e lavorare come consulenti per l’azienda stessa, svolgendo le stesse mansioni.

Tuttavia in questo virtuoso percorso di emancipazione dell’individuo dall’azienda, vengono cancellati tutti i benefici che un contratto garantiva.

Le partite IVA infatti non hanno giorni di vacanza pagati, non hanno malattie pagate, i costi degli strumenti elettronici (cellulare, computer) sono a loro carico. Non vi sono certezze per il futuro, e il costo-ora tende, a volte, a decrescere (rispetto alla precedente posizione di impiegato assunto). Non si dimentichi inoltre il costo della tassazione, che viene ad aumentare. Sulle spalle del fortunato possessore della partita IVA pesano inoltre un eventuale mutuo o affitto, cibo, costi sanitari etc..

Se le partite IVA sono avventurosi e impavidi imprenditori in potenza, non si dimentichi altri contratti come quelli a zero ore. Anche in questo caso su chiamata, con ovvi vantaggi per l’azienda appaltante, minori benefici osservabili (oltre ad un elevato livello di stress e ansia) per il contrattato.

Perché, quindi, non si può valutare, nei programmi politici delle incombenti elezioni, una proposta di legge per re-instaurare l’istituto della schiavitù? Fatti due conti veloci alcuni milioni di neo-schiavi potrebbero essere interessati ad un programma che possa migliorare le loro condizioni.

Bene inteso non si propone certo un regime di frustate, violenza, o pasto per i leoni. Consideriamo alcune società straniere che già oggi danno una serie di benefici: casa pagata, ticket pranzo, copertura sanitaria, servizio di lavanderia etc.. sono tutti benefit che permettono al padrone (pardon, all’azienda) di tenere vicini a se gli impiegati. Di recente un nuovo percorso di esternalizzazione (spesso descritto come benefit) ha preso piede, nelle aziende: si invitano i propri dipendenti a lavorare dal rispettivo domicilio. Indubbiamente vi sono vantaggi per chi ha una famiglia, ci si potrebbe domandare se tali scelte non hanno vantaggi anche per le aziende.

Con tutte queste esternalizzazioni che la società privata pratica, e che vengono, di fatto, scaricate spesso sui budget statali (dalle crescenti sindrome nervose che pesano sul budget del ministero della Salute ai rischi di esodati) ci si può domandare se, per molti cittadini, non sarebbe opportuno diventare schiavi.

Consideriamo alcuni vantaggi prendendo, ad esempio, come matrice di partenza l’impero romano. Uno schiavo aveva diritto a un alloggio, cure mediche, vitto. Molti schiavi ricevevano formazione. Anche oggi i costi della formazione coperti dal padrone sono sicuramente un asset per il dipendente-schiavo.

Ovviamente lo schiavo dovrà concedere la sua totale disponibilità. Tuttavia non si suggerisce la presenza di catene o collari di proprietà come nell’impero romano.
In vero, a ben guardare, le catene sono già oggi disponibili e largamente diffuse. Il cellulare che le aziende generosamente donano ai propri dipendenti sono di fatto catene virtuali. Autorizzano (formalmente o informalmente) l’azienda ad avere accesso al dipendente in qualunque momento, sia con mail messaggi o telefonate.Le catene quindi esistono, e sono sempre presenti nella vita quotidiana.

Se assumiamo che gli aspetti negativi dello schiavismo (sfruttamento, incertezza per quanto riguarda il proprio futuro, mancanza di libertà) sono già di fatto presenti in una larga parte della classe lavoratrice, mi domando se non sarebbe un vantaggio per la comunità e lo stato se le grandi aziende non si facessero carico di un contratto di schiavismo.

Dopo tutto la libertà non è per tutti. O no?

Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna?

IL PRIVILEGIO BIANCO GENERA PRIVILEGIO BIANCO

Un lettore chiede: Posso dire alla mia amica che la razza dovrebbe avere un ruolo maggiore nella sua abilità genitoriale?

Autore: Philip Galanes, 25/04/2019.

 

La mia amica, che è bianca, sta crescendo la sua giovane figlia meticcia da madre single. Lei è una madre amorevole ma, secondo me, non ha pensato abbastanza ad aiutare sua figlia a formarsi una sana coscienza di sè come una persona di colore. La mia amica non è razzista, ma è stata cresciuta in una comunità bianca di vedute ristrette, e non ha riflettuto abbastanza sul suo privilegio bianco. Da donna bianca senza figli, non sono la migliore persona per consigliare sulla genitorialità o sulla sensibilità razziale. Tuttavia vorrei che la mia amica riflettesse al più presto su questi temi. C’è un modo solidale di dirglielo?

Anonimo

 

Non iniziamo un concorso del privilegio bianco, quale sarebbe il premio?.. anche se lo potresti vincere. Chi sei tu per dire come una madre amorevole dovrebbe crescere sua figlia? Non ho dubbi che le tue intenzioni sono buone. Tuttavia, la valutazione di queste questioni delicate, a tuo avviso, suggerisce un qualche titolo non precisato che difficilmente può essere separato dalla tua razza. Vacci piano. Non devi fare ipotesi sulla tua amica. A meno che non abbia letto nel pensiero di questa persona, o parlato esplicitamente con lei di questo tema, potresti non capire davvero come lei (o sua figlia, per questo motivo) la veda sull’identità razziale della bambina; potresti non sapere se ne ha parlato con qualcun altro. Sono abbastanza sicuro che ricevere delle istruzioni su come fare il genitore da te non aiuterà nessuno. Il modo più gentile di affrontare il tema è nella forma di una domanda onesta: “è complicato crescere una figlia meticcia come una donna bianca?”. Poi ascolta la risposta, e non dire neanche una parola per consigliare. Questa domanda invita la tua amica a condividere la sua strategia genitoriale e potrebbe dare il via ad ulteriori considerazioni. Ciò che resta sarà comunque la tua disponibilità a parlare di questo argomento con lei.

 

 

 

No vax? No damigella.

Io e il mio ragazzo ci fidanzeremo ufficialmente presto. Idem sua sorella maggiore e il suo ragazzo. Lei ha una forte ideologia no-vax. Ho fatto capire chiaramente al mio ragazzo che non condivido le sue ideologie e non permetterò ai nostri futuri figli di stare vicino ai loro futuri figli finchè resterà sui suoi passi. L’altro giorno lei ha detto al mio ragazzo che mi avrebbe concesso di farle da damigella al suo matrimonio solo se avessi cambiato le mie visioni sui vaccini. Che cosa faccio?

Anonimo.

 

Hai presente quegli avocado al mercato che sono duri come rocce e non ancora pronti a essere mangiati? I vostri due gruppi di ipotetici figli sono come loro: non sono ancora pronti per litigare. Non dire un’altra parola sui vaccini alla tua futura cognata finchè almeno una delle due avrà avuto figli. Certo, spero che lei cambi idea e che vaccini i suoi futuri figli (è questione di sicurezza per tutti) ma non c’è motivo di discuterne ora. Se lei vuole una damigella che sia no vax, semplicemente declina educatamente la sua offerta, ma non gettare nemmeno benzina su questo fuoco. Stranamente, i conflitti ipotetici che mi preoccupano di più accadono in realtà molto raramente.

 

Osservazione tagliente.

Vivo in un appartamento e ho un cane. Ha una condizione neurologica che richiede medicine, e le medicine lo hanno fatto aumentare di peso. Una vicina è salita in ascensore con noi e ha detto “Il tuo cane sta diventando grosso”. Io gli ho spiegato la sua condizione e gli ho detto che ha una dieta che gli è stata prescritta per tenere sotto controllo il suo peso. Gli ho risposto con calma, ma la sua risposta è stata rude e fastidiosa. Avrei dovuto risponderle per le rime?

Amante dei cani

 

Mi spiace per la salute del tuo cane. Capisco quello che possiamo provare per i nostri animali domestici e quanto ci possano infastidire i commenti scortesi. Tuttavia darei delle ragioni alla tua vicina. Gli ascensori sono un terreno fertile per la goffaggine fra le persone che si sentono in dovere di fare due chiacchiere (o un sorriso e un cenno, ed è già tanto!). Scommetto che ti chiederà educatamente come sta il tuo cane la prossima volta che la vedi. Se lei parlerà ancora del suo peso dille: “cambiamo argomento e parliamo di qualcosa che non mi turba”.

 

Eredità spinosa.

Sono la prima di 4 ragazze e prendo il nome da un fiore. Crescendo, la fantasia sulla porcellana di famiglia aveva lo stesso fiore su di essa. Mia madre diceva spesso che sarebbe stata mia un giorno. Questa porcellana ha un altissimo valore sentimentale per me. Mia madre ha oltre 80 anni ed ha la demenza, e mio padre si è improvvisamente affezionato alla porcellana, anche se non la usa (è in una scatola nel garage.). Non dovrei mettere in difficoltà mio padre, vero?

Anonimo

 

Per prima cosa: ti chiami Rose o Lily?

Non litigare con tuo padre. Possiede la porcellana, anche se non la sta usando. Questo potrebbe essere un buon momento per suggerire un piano di proprietà familiare, compresi gli oggetti nel garage con valore sentimentale (una buona persona può prevenire molte angosce). Ma se tuo padre non è d’accordo, parla con le tue sorelle dell’importanza di quella porcellana floreale per te (Peonia?)

 

 

Fonte: https://www.nytimes.com/2019/04/25/style/white-privilege-begets-parenting.html

 

Il segreto di Trump per la vittoria nel 2020: gli elettori ispanici (fonte: Osservatorioreputtlicano)

Secondo POLITICO, è in crescita il consenso di Trump tra gli ispanici. L’economia americana viaggia e sotto di lui il tasso di disoccupazione tra i Latinos è sceso al minimo storico. Oggi 2/3 degli americani di origine ispanica sono nati sul suolo statunitense e sono meno legati alla questione migratoria rispetto al passato. L’approvazione del lavoro del Presidente tra loro è cresciuta, secondo alcuni sondaggi, tra il 40% (massimo) e il 32%: al momento, questo tasso potrebbe verosimilmente attestarsi al 35-36%.

Un ottimo risultato per Trump ed il GOP visto che, all’indomani delle Presidenziali del 2016, si pensava prendesse solamente il 18% del voto dei latinos (in realtà alla fine prese il 28%). Se gli ispanici americani continueranno a dimostratre una crescente approvazione verso Trump, questi potrebbe essere sul punto di eguagliare o superare il 40% conseguito da George W. Bush nel 2004.

Può essere un duro colpo per un Partito Democratico che ha proiettato tutto il suo futuro e la sua base elettorale sulle minoranze: nella convinzione che – dato che il quadro demografico dell’America sta effettivamente cambiando – l’ideale liberal della “coalizione multirazziale”, in grado di prendersi tutti i voti delle minoranze (che sono in crescita demografica) potesse far giocare il cambiamento demografico a suo favore. Ma ora potrebbe ritrovarsi a perdere.

Quelle del 2020 saranno le prime elezioni americane in cui gli ispanici costituiranno la più grande minoranza etnica o razzialedell’elettorato, secondo il Pew Research CenterPew stima che 32 milioni di ispanici avranno diritto al voto: ben 2 milioni in più degli elettori neri ed oltre il 13% dell’elettorato.

Se Trump riuscirà a migliorare la sua approvazione tra gli ispanici anche solo di 12 punti percentuali rispetto ai numeri del 2016(arrivando così al 40%, la quota Bush Jr.) con il crescere dell’elettorato ispanico, FloridaArizonaGeorgia e Carolina del Nord sarebbero fuori dai giochi per i democratici, che avrebbero così bisogno di riprendersi Michigan, Pennsylvania e Wisconsin per raggiungere i 270 voti necessari a vincere il collegio elettorale e la Casa Bianca. Ma, allo stesso tempo, quell’incremento di 12 punti darebbe a Trump una chiara possibilità di vincere anche in Coloradoed in Nevada, Stati in cui gli elettori ispanici rappresentano ben oltre il 10% dell’elettorato (20,7% nel Colorado e 16,8% in Nevada) e dove la Clinton vinse di soli 5 punti percentuali o meno nel 2016.

E se il percorso democratico verso la presidenza sembra duro senza un sostegno ispanico travolgente, il controllo del Senato sembra quasi impossibile. Qualsiasi scenario realistico per ottenere i 3 seggi necessari (4 se si contasse la rielezione del vice-presidente Mike Pence), richiederebbe che i Democratici riuscissero a sconfiggere almeno i senatori repubblicani, in corsa per la riconferma, Cory Gardner in Colorado e Martha McSally in Arizona. Entrambi gli Stati hanno un elettorato ispanico superiore alla media nazionale. Gardner vinse il suo seggio nel 2014, dividendo a metà il voto ispanico. McSally, che è stata appena nominata per coprire il seggio senatorio lasciato vacante alla morte di John McCain, aveva perso per poco la sua corsa del 2018 contro Kyrsten Sinema, vincendo però il 30% del voto ispanico nel suo Stato. Qualsiasi miglioramento nel consenso tra gli ispanici dei repubblicani potrebbe facilmente riportare Gardner e McSally al Senato e lasciare così i democratici ancora in minoranza.

Fonte: https://osservatorerepubblicano.com/2019/03/01/il-segreto-di-trump-per-la-vittoria-nel-2020-gli-elettori-ispanici/

Vivere è rischiare

Vivere vuol dire rischiare sempre.

Di solito le persone muoiono intorno ai 30 anni e vengono sepolte verso i 70 anni. Passano 40 anni prima che gli altri capiscano che quella persona è morta. La vita è sempre un’incertezza. Soltanto ciò che è morto è certezza. Tutto ciò che è vivo cambia sempre ed è in movimento, fluido, flessibile, in grado di muoversi in qualunque direzione.
Più tu diventi rigido, più stai perdendo la vita. Vivere significa rischio. Morire è ciò che non ha nessun rischio. Vivere è sempre pericoloso, vivere significa convivere con ciò che è sconosciuto, morire è molto, molto più sicuro. Non c’è luogo più sicuro di una tomba. Nessun incidente può succedere a chi è morto.

Bisogna desiderare l’insicurezza perchè significa desiderare la vita. Vicino all’insicurezza c’è il cambiamento. Cerca le strade non ancora battute e naviga per mari non ancora navigati, perché questo è il cammino della vita.

La crescita è sempre un gioco rischioso. A volte una persona deve rinunciare a ciò che conosce in cambio di qualcosa che non conosce ancora. Nella vita reale non c’è mai la certezza totale, a parte che della morte.

E’ questo il bello della vita. E’ per questo che ci sono tante emozioni. Il successo nella vita arriva solo in cambio di un alto prezzo. Il rischio è il prezzo, paga questo prezzo.
In questa settimana, non cercare nella vita la certezza assoluta che solo la morte è capace di dare. Vivere è rischiare.

Il Rwanda ‘si prende’ i migranti irregolari in Israele in cambio di accordi e denaro

ROMA – Israele e Rwanda stanno mettendo a punto un accordo multimilionario che consentirà allo stato ebraico di espellere centinaia di immigrati sudanesi ed eritrei nello stato africano in cambio di accordi di favore e sovvenzioni da milioni di dollari. L’intesa è stata confermata nei giorni scorsi dallo stesso presidente ruandese, Paul Kagame, e dal ministro dell’interno israeliano, Gilad Erdan.

“Tra Ruanda e Israele ci sono discussioni – ha detto Kagame, citato dal settimanale The East African – e c’è un dibattito in Israele riguardo a questi africani che sono arrivati lì come in altri paesi europei. Alcuni di loro si trovano lì in modo illegale o con un status diverso”. Da parte sua, il ministero israeliano ha espresso l’intenzione di “espellere gli immigrati dai centri di detenzione” e di incoraggiarli a “lasciare Israele in modo sicuro e dignitoso” verso determinati paesi africani che li regolarizzeranno. Erdan ha quindi precisato al quotidiano israeliano Yediot Ahronot che Israele è pronto ad offrire ai migranti un “pacchetto che include un volo e 3.500
Dollari, non un piccola somma in questi paesi. Riceveranno il visto e sarà consentito loro di lavorare”.

Si stima siano circa 50 mila i migranti africani entrati in Israele prevalentemente dall’Egitto. Molti richiedenti asilo si trovano nel centro di detenzione Holot, nel sud di Israele. Negli ultimi anni, un nuovo muro eretto alla frontiera egiziana ha evitato nuovi arrivi. Secondo The East African, il governo di Tel Aviv starebbe definendo un accordo simile anche con l’Uganda, di cui al momento non si hanno però conferme.

fonte qui