Affrontare il carcere da dissidente politico: vari consigli.

A) Vaghi consigli carcerari per incensurati.

Affrontare il carcere da incensurato può essere difficile ed esporre a vari rischi, non tanto per l’incolumità fisica quanto per la tenuta mentale e psicologica. Solitamente un individuo alla prima carcerazione, specie se non è nei circuiti della macro o della microcriminalità o comunque se non è “di strada” o addestrato ad affrontare tali esperienze, può tendere a comportamenti dannosi per sé stesso nel breve e nel lungo periodo. Alcuni di essi possono essere chiudersi in sé stesso, non uscire all’ora d’aria, amplificare i propri vizi “in libertà”, soffrire attacchi di panico, ansia, depressione senza affrontarli correttamente, rivolgersi agli psichiatri carcerari e farsi somministrare terapie ad oltranza per dormire gran parte delle giornate e rendere meno noiosa la propria carcerazione.

Tutti questi comportamenti sono, a vari livelli, dannosi nel breve e nel lungo termine. Nei reparti di detenuti comuni, nonostante un dissidente politico raramente trovi persone “affini”, vi è comunque una regola non scritta di sostegno reciproco fra detenuti, se non altro per mera sopravvivenza psicologica, dal momento che l’eccessivo scoramento dei “compagni di viaggio” può influenzare negativamente le persone che si hanno intorno.

Un comportamento classico che è consigliabile evitare è chiudersi eccessivamente. È consigliabile sfruttare tutte le ore d’aria possibili, al fine di far passare il tempo più velocemente che sdraiati sul letto a guardare il soffitto o a fare interminabili ed inutili partite a carte coi compagni di cella, ed al fine di fare conoscenza con altri detenuti di altre celle ritenuti in qualche modo “più affini” di altri.

In tal senso è consigliabile frequentare detenuti non tossicodipendenti, in modo da parlare di qualcosa con persone lucide e non con poveracci la cui vita è basata sul commettere reati allo scopo di finanziare la propria tossicodipendenza.

Un comportamento negativo classico è amplificare i propri vizi. L’alcol, purtroppo da un lato e per fortuna dall’altro, ufficialmente non gira più in quasi tutti i reparti di detenuti, la droga ufficialmente non gira ma si possono acquistare in modo illimitato le sigarette o il tabacco da rollare. Questo fa sì che i fumatori fumino più di quanto lo facciano da liberi e che i non fumatori inizino a fumare, per stemperare la tensione e smaltire il nervosismo, con conseguenze sia per le proprie tasche (le sigarette e il tabacco costano più “dentro” che “fuori”) sia per la propria salute.

Tuttavia un rischio infinitamente peggiore è rappresentato dall’uso delle cosiddette “terapie”, ovvero gli psicofarmaci. Di default le “terapie” sono somministrate da parte dello psichiatra di reparto ai soggetti che si dichiarano tossicodipendenti, i quali per non andare in crisi di astinenza e creare problemi di ordine interno devono assumere psicofarmaci in qualche modo “sostitutivi”, ed ai soggetti che dichiarano di assumere psicofarmaci per motivi di salute mentale. All’atto pratico esse vengono però somministrate praticamente a chiunque ne faccia richiesta. Sono diffusi i casi di individui non tossicodipendenti né in cura da psicofarmaci da liberi che hanno difficoltà ad affrontare la carcerazione per vari motivi, specie persone alla prima carcerazione. La soluzione più facile per essi è andare dallo psichiatra, dire che si hanno problemi di ansia, di depressione, di attacchi di panico ecc e farsi prescrivere le cosiddette “gocce” o altre terapie che vengono somministrate quotidianamente. Questa soluzione è usata massivamente perché, dal punto di vista dell’amministrazione penitenziaria, è preferibile avere detenuti zombies che dormono gran parte della giornata ad avere detenuti a rischio atti di autolesionismo o azioni dimostrative moderatamente diffuse nei reparti comuni (ad esempio, ingoiare le lamette, tagliarsi, tentare il suicidio, o dare fuoco a parte della cella, cucirsi la bocca o semplicemente dare in escandescenza per futili motivi). Dal punto di vista del detenuto l’uso della terapia è solo apparentemente una soluzione a breve termine, perché i danni psicofisici sono incalcolabili. Molte persone entrano in cella “mentalmente sane e lucide” ed escono “mentalmente malate e semi-dormienti” a causa di questa vera e propria Sedazione di Stato indotta.

È quindi necessario, anche nei momenti di maggiore sconforto, di evitare come la peste la tentazione di rivolgersi agli psichiatri per farsi prescrivere terapie sedative, specie se non si è in cura in libertà e/o tossicodipendenti. La vera sfida non è preservare l’incolumità fisica bensì preservare l’incolumità mentale, e l’unico modo per farlo è trovare dei metodi di passare il tempo. Uscire l’ora d’aria, cercare di essere coinvolti in più attività carcerarie possibile, come corsi, attività lavorative inframurarie, letture e non abbandonarsi al circolo vizioso addomesticante “carte, televisione, terapia e letto”. Il decorso del tempo poi dimostra a sé stessi la propria forza e come si reagisce a situazioni di difficoltà.

B) Riflessioni su “compagni di viaggio”, adattamento al contesto e radicalizzazione della mentalità anti-Stato.

Come accennato in precedenza, è ancora raro trovare persone “affini” in carcere per un dissidente politico di un certo tipo, perché, fortunatamente, la repressione non è ancora arrivata alle incarcerazioni di massa per motivi ideologici. Nei reparti di detenuti comuni si ha a che fare perlopiù con categorie che, nel migliore dei casi, si evitano di frequentare da liberi. Allogeni, tossicodipendenti, spacciatori, rapinatori o criminali professionali in genere. Passare il tempo a parlare e conoscere persone di queste categorie è inevitabile, e comunque preferibile all’autoisolamento; questo porta ad una radicalizzazione della percezione degli organi dello Stato come il nemico più diretto in assoluto. Non si cambiano le proprie posizioni sulle categorie di “compagni di viaggio” sopra citate, ma ci si rende conto ancora di più che il primo nemico è quello che colpisce direttamente, e nella fase della carcerazione i detenuti che fuori si considerano “nemici o estranei” diventano, volenti o nolenti, compagni di viaggio più o meno graditi e problematici. L’obiettivo di tutte le persone razionali dovrebbe essere far passare il tempo più velocemente possibile e mantenersi lucidi fino al giorno in cui si tornerà in libertà, ognuno per la propria strada.

C) Controinformazione giudiziaria e carceraria.

Purtroppo non vi è una vera e propria cultura che concerne la formazione in materia di controinformazione giudiziaria. Gli unici ambienti, esclusi gli addetti ai lavori, che diffondono al loro interno questo tipo di cultura sono ambienti molto lontani a livello ideologico per un dissidente politico identitario; l’area “partito radicale e dintorni”, attiva, perlopiù dall’altra parte della barricata, in molteplici temi, è molto attenta a tali questioni. Nonostante le differenze e le evidenti incompatibilità, è possibile e consigliabile informarsi dalle loro fonti informatiche per quanto riguarda le tematiche di formazione penale. Un giornalista competente in questi temi, pur su posizioni ideologiche incompatibili, è Piero Sansonetti, ex direttore de Il Garantista, ora direttore de Il Dubbio. Piero Sansonetti è di area ideologica Comunista, ex direttore di Liberazione insieme a gente come Bertinotti e Vendola per intendersi. Tuttavia, a causa dei suoi attacchi alla magistratura, compresa la magistratura antimafia, è stato più volte accusato dalla Sinistra Governativa (esponenti PD e simili) di fare di fatto il gioco di Berlusconi o addirittura di essere filo-mafioso a causa della sua controinformazione “anti-antimafia”, con tanto di convocazione davanti all’antimafia, con “ammonimento” a cambiare il suo registro editoriale per non finire troppo nel loro radar.

Egli afferma che la magistratura antimafia è funzionale non allo smantellamento delle attività di criminalità organizzata, bensì di formulare accuse sovradimensionate usando le leggi speciali vigenti in materia al fine di ottenere carcerazioni preventive più lunghe e condanne più elevate ed in regimi carcerari più duri.

Secondo le sue accuse essa è funzionale anche ad inasprire il codice penale e diminuire i diritti alla difesa del cittadino; sbraitare sul “pericolo mafia, pericolo criminalità organizzata” secondo lui è strumentale, fra le altre cose, ad ottenere sempre più leggi speciali che darebbero alla magistratura poteri sempre maggiori. Vari casi di abuso di potere della magistratura, oltre che in casi di “presunta mafia”, si possono trovare in ambito di “radicalismo islamico”, con persone condannate per terrorismo o espulse dal territorio semplicemente per aver espresso vaghe intenzioni a riguardo, o agli attivisti antagonisti No Tav condannati per “terrorismo” per reati di danneggiamento alle infrastrutture.

Mafiosi o presunti tali, terroristi o presunti tali appartenenti alle aree ideologiche del radicalismo islamico e dell’antagonismo anarchico o comunista. Persone che a livello di visione del mondo sono considerate, a ragione, come nemiche. Tuttavia studiare gli abusi della magistratura oggi nei loro confronti in certi casi, senza alcuna empatia, può aiutare a capire gli strumenti che domani potranno utilizzare contro i dissidenti politici identitari.

D) Formazione di procedura penale.

Un altro aspetto nel quale si tende ad essere mediamente carenti è la cultura sulla procedura penale. Una vulgata comune in Italia è che “se ti arrestano esci subito” o che, “non c’è certezza della pena”, “basta che hai un buon avvocato non ti fai la galera” ed altre frasi di cui elementi dalla mentalità sbirresca e legalitaria, soprattutto a destra, si riempiono la bocca.

La realtà è diversa perché si confonde l’inefficienza e la lentezza dell’apparato giudiziario italiano (esistente) con la sua presunta “non durezza”. In generale, in Italia si tende a scontare i propri reati dopo anni e anni a piede libero. Si confonde il concetto di “cautelare” (che ha scadenze termini) con il concetto di “esecutivo”. Si confonde il rito abbreviato con il patteggiamento, e vi è ignoranza anche su concetti come misure alternative, misure cautelari, misure di prevenzione e misure di sicurezza.

Senza addentrarsi in dettagli da addetti ai lavori, è consigliabile conoscere le regole del gioco a cui si rischia di dover giocare in un futuro più o meno remoto.

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Il mondo a rovescio. La nemesi del Pensiero Nordista nelle parole di un Magistrato – Gianni Fava – La Voce del Nord

E fu così che un magistrato napoletano sessantottenne divenne un punto di riferimento del variegato universo padanista…… una forma di nemesi senza precedenti ha minato in questi giorni le certezze di molto di noi.

Siamo arrivati al punto in cui a dire cose sostanzialmente “leghiste e nordiste” sono rimasti solo coloro che con la storia del Nord politico e della Lega nulla hanno mai avuto a che spartire. Mai avrei immaginato di spellarmi le mani di fronte alle dichiarazioni del procuratore di Milano Francesco Greco (nato a Napoli nel 1951 e lombardo praticamente da decenni) che con grande lucidità e coraggio durante la commemorazione  a Milano dello scomparso procuratore Walter Mapelli, ha argomentato a modo suo la vicenda della bufera sul Csm legata dall’inchiesta sull’ex presidente dell’Anm Luca Palamara.

E parlando di Mapelli e della sua nomina alla procura di Bergamo, ha avuto modo di affermare che il  “mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord, ci ha lasciato sconcertati“. Già i magistrati del Nord, come gli insegnati del Nord, come i carabinieri del Nord, come i postini del Nord! Categorie di certo non contraddistinte da elemento etnico in quanto tale. Anzi.

Il frutto di un fenomeno di colonizzazione umana e culturale che ha fatto sì che masse di uomini del sud venissero trapiantati, in modo più o meno forzoso, al Nord, evidentemente senza minarne in modo definitivo le fondamenta culturali e sociali. Al punto che oggi molti di questi ci tengono a ribadire la propria estraneità al malcostume che alberga in altre aree del paese ed in particolare nella fetida capitale del malgoverno: Roma. La stessa Roma, col proprio sistema incancrenito che ricompare nel seguito del discorso del Dott. Greco che rivolgendosi indirettamente al Csm ha detto: “abbiamo dovuto conoscere, apprendere nelle sue logiche di funzionamento e che ci ha lasciati sconcertati e umiliati, perchè ci chiedevamo: ‘beh, in fondo noi abbiamo lavorato come tanti magistrati, riteniamo che per anzianita’, per meriti, per alcuni risultati ottenuti e per le nostre potenzialità ancora inespresse possiamo fare questo tipo di domande” e invece poi capisci che le logiche sono altre” e poi parlando di se e del collega Mapelli che rispettivamente riuscirono a raggiungere il vertice delle proprie  procure aggiunge  “Poi, per fortuna le cose sono andate bene, però ricordo che Walter, come tanti altri magistrati, questo tipo di esperienza non la meritava. Lo dico perché in questi giorni mi è venuto proprio da pensare a queste chiacchiere con lui”.

E ancora “Un mondo di retrovie della burocrazia che vive nei corridoi degli alberghi”. Roma appunto! La capitale del degrado morale di un paese fallito. 
Se queste parole le avesse pronunciate un qualsiasi sindaco o amministratore leghista fra quelli silenziati dal nuovo corso, si sarebbe gridato allo scandalo. E invece no. Al contrario la cosa assume un valore duplice,non solo perché si supera lo strisciante perbenismo che circonda la cosa pubblica quando a parlare sono servitori dello stato, ma soprattutto perché a farlo è un uomo che viene dal Sud e che con grande equilibrio afferma la differenza col Nord che lo ha accolto e valorizzato,come accade in tutte le grandi società aperte e moderne.

Si perché Milano e il Nord sono inclusivi ed alternativi a Roma e alle sue esclusive pratiche medievali. La modernità di Milano (con tanti difetti) contro l’arretratezza di Roma (con solo difetti). Insomma,In poche parole l’affermazione del primato morale E culturale di un mondo che ha perso i propri riferimenti politici e istituzionali al punto che deve accontentarsi di prendere a prestito le valutazioni di un signore che, seppur illustre è rispettabile, e’ un nordista di nuova generazione. Un signore che forse proprio per questo riesce meglio ad individuare le differenze fra due mondi che faticano sempre più a convivere nello stesso contenitore istituzionale.

La fine degli Stati sovrani, direbbe qualcuno. E forse l’inizio di una fase nuova. Ricordo che anni fa mi dicevano che in politica non esistono spazi vuoti che resistano a lungo in quanto tali. La questione settentrionale è stata abbandonata da chi la avrebbe dovuta incarnare nel tempo. Comincio a pensare che presto ci dovremo abituare ad uno schema nuovo, con soggetti diversi che occupano uno spazio politico e mediatico che pensavamo fosse saldamente nelle mani di quello che è stato il sindacato del Nord. Grazie al dottor Greco per averci aperto gli occhi da una nuova angolazione.

 

Fonte: https://www.lavocedelnord.net/2019/06/20/il-mondo-al-rovescio-la-nemesi-del-pensiero-nordista-nelle-parole-di-un-magistrato/

Non è vero che in carcere finiscono solo i poveracci (Mauro Leonardi, 23 02 19)

Vanno dietro le sbarre politici, imprenditori e banchieri che mai avevano pensato di condurre una vita contro la legge. E la prigione può essere anche lo sbocco di una carriera rivolta al bene.

Diversamente dalla vulgata per cui “in carcere in Italia non ci va nessuno tranne i poveracci” finire in carcere in Italia è, oggi come oggi, relativamente facile. Lo insegna la vicenda di Roberto Formigoni come quella di tanti altri. La prima impressione che mi regalò il carcere di Rebibbia quando cominciai a frequentarlo da cappellano, fu quella di comprendere una frase di Papa Francesco che mi aveva sempre sorpreso. Fin dagli inizi del suo pontificato, all’entrare in un carcere il vescovo di Roma diceva “ogni volta che entro in un carcere mi domando perché loro e non io”.

Fino al mio arrivo a Rebibbia, questa espressione mi sembrava una frase retorica, una forzatura: “come perché loro sì e io no? esclamavo silenzioso dentro di me: è evidente! Loro hanno commesso dei delitti e io no”. Ma frequentare il più grande carcere d’Italia mi ha aperto gli occhi.

Un po’ colpevoli e un po’ innocenti – In prigione ci sono tanti colpevoli che scontano giustamente la loro pena e ci sono anche degli innocenti ma, soprattutto, ci sono tantissimi che sono un po’ colpevoli e un po’ innocenti. Persone che hanno compiuto dei delitti perché coinvolti in ambienti, in “giri”, in modi di fare, che rendono estremamente difficile non infrangere la legge. Senza arrivare al caso estremo dei figli dei mafiosi, è sufficiente pensare a un pizzaiolo che vive in un quartiere malavitoso e che, assistendo a una rissa con omicidio vicino al suo locale, per legge di strada e per paura, non vuole rivelare i nomi dei protagonisti.

Un ragionamento simile vale anche per i nomi eccellenti, per persone che hanno fatto tanto nel campo della politica, dell’edilizia, della finanza, delle banche. Sono pensieri che mi vengono alla mente leggendo della condanna a 5 anni e 10 mesi a Roberto Formigoni, che entra nel carcere di Bollate a 72 anni, a piedi e vestito con un cappotto scuro. Ci sono state delle veglie di preghiera perché il giudizio in Cassazione cambiasse, ci sono le dichiarazioni degli amici convinti della sua innocenza, ci sono politici importanti quali Sala e Berlusconi pronti a dargli tutta la loro solidarietà umana; e ci sono però anche resoconti giornalistici difficili da leggere che parlano del “delinquente” Formigoni come se al carcere di Bollate entrassero Totò Riina o Cesare Battisti.

Una realtà nuova – L’assoluta novità alla quale sto alludendo è quella che per cui oggi, in Italia, finiscono in carcere anche persone che mai e poi mai avevano pensato di condurre una vita contro la legge. Chi iscrive la propria vita “al lavoro” del mafioso, del trafficante d’armi, dello spacciatore, del rapinatore è doveroso che immagini la possibilità di trascorrere parte della vita, o tutta la vita, in carcere. Ma oggi in Italia siamo di fronte a una realtà nuova. Oggi, in Italia, il carcere è un concreto esito esistenziale anche per il politico, per l’imprenditore, per il finanziere, per il banchiere, per il professionista. E aggiungo: per il giornalista, per l’insegnante, per il professore, per il medico, per il prete.

Sto pensando a carriere professionali che certamente vengono intraprese non al fine di delinquere ma al fine di lavorare per il bene, per migliorare la società, oltre che, certamente, anche il proprio tenore di vita. Mi colpisce il caso di Concita De Gregorio che in carcere non c’è finita, è vero, ma per colpa delle cause che hanno colpito L’Unità quando lei era il direttore, ora si trova con casa pignorata e cinque milioni da pagare per risarcimento danni. Non sto mettendo in dubbio la sentenza che condanna Formigoni, sto cercando di dire che in questo momento nel nostro paese c’è qualcosa che non funziona. Oggi come oggi, l’unico modo che hai in Italia per essere certo di non correre mai il rischio di finire in carcere non è solo il proposito di non delinquere mai ma anche quello di svolgere molte professioni a livello mediocre. Perché se vuoi impegnarti, rischiare, se vuoi cambiare in meglio le cose, devi mettere in conto che sarai chiamato ad essere un eroe. Quando, se fossimo in una società normale, per avere gli stessi risultati dovremmo semplicemente essere delle persone coscienziose.

Fonte: http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/non-e-vero-che-in-carcere-finiscono-solo-i-poveracci

Come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione (fonte: laleggepertutti)

Dimissioni per giusta causa o licenziamento disciplinare: la Naspi, ossia il sussidio di disoccupazione, spetta sempre.

Hai deciso di licenziarti: il tuo vecchio lavoro non ti sta più bene. L’azienda non paga puntualmente gli stipendi, il capo è ostile nei tuoi riguardi e i colleghi sono scansafatiche. Su di te vengono scaricati i compiti più gravosi e lo stress inizia a farsi sentire. Per non perdere la salute per colpa degli altri hai deciso di dare le dimissioni: unica strada per salvaguardare il tuo benessere interiore. Non vuoi però perdere l’assegno di disoccupazione: in parte perché non avresti di ché vivere fino a una nuova assunzione, in parte perché ritieni ingiusto sopportare le conseguenze di un atto dipeso dagli altri. La Naspi del resto nasce proprio con lo scopo di tutelare chi resta senza lavoro non per propria colpa così come, in questo momento, tu ti senti. Fatte queste considerazioni e presa ormai la decisione definitiva, ti chiedi come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione. Se davvero questo è il tuo problema ti dò una buona notizia. Hai ben due modi per ottenere la Naspi anche in assenza di una lettera di licenziamento da parte del datore di lavoro. Si tratta di procedure perfettamente legali che ben si adattano alla tua situazione e ad altre simili.

In questo articolo ti forniremo tutti i chiarimenti necessari a prendere il sussidio di disoccupazione in caso di dimissioni volontarie; ti spiegheremo come fare a scaricare la colpa del tuo licenziamento sull’azienda e a presentare all’Inps la domanda dell’assegno. Ti diremo come orientarti nel caso in cui dovessero sopraggiungere contestazioni e come difenderti. Ma procediamo con ordine.

Chi si licenzia ha diritto alla disoccupazione?

Chi si dimette – è questo il termine corretto per il dipendente che interrompe il rapporto lavorativo – non ha diritto alla disoccupazione, salvo che le dimissioni avvengano per «giusta causa». In buona sostanza, la Naspi non spetta a chi rinuncia al lavoro per volontà propria, per ambizione, per la ricerca di un nuovo posto, perché non si sente più di lavorare a causa di una malattia sopraggiunta o dell’età, perché ha avuto un figlio e decide di badare alla casa, perché non ha ottenuto una promozione in cui sperava, perché l’assegno non gli basta più per vivere, perché il capo gli sta antipatico e ha sempre discussioni con lui, perché ha ricevuto una mensilità dello stipendio con pochi giorni di ritardo. Si tratta infatti di dimissioni volontarie anche se dettate da motivazioni più che valide.

Viceversa ha diritto alla Naspi chi si dimette perché subisce vessazioni e mobbing sul luogo di lavoro, perché viene discriminato rispetto ai colleghi, perché non ottiene promozioni e aumenti quando invece sono riconosciuti a tutti gli altri dipendenti a parità di condizioni, perché il capo gli ha chiesto di rinunciare a una parte dello stipendio per salvare l’azienda, perché gli è stato pagato in ritardo più di uno stipendio, perché non ottiene la retribuzione degli straordinari o delle normali buste paga e ha già accumulato diversi arretrati, perché gli sono state impartite mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto oppure perché svolge mansioni superiori senza però una modifica dell’inquadramento contrattuale (e della retribuzione), perché i colleghi lo deridono o è stato incolpato ingiustamente, perché sul lavoro non vengono rispettate le misure di sicurezza, perché non gli sono stati concessi i giorni di permesso che gli spettano per legge, ecc. In sintesi, solo chi si licenzia per giusta causa ha diritto alla disoccupazione.

Come si dimostra la giusta causa delle dimissioni?

Nel momento in cui il lavoratore dipendente si licenzia è tenuto a presentare le dimissioni online. Potrà a tal fine indicare, come motivo della cessazione del rapporto di lavoro, le dimissioni per giusta casa. Non viene richiesto di spiegare le specifiche ragioni che hanno portato alla rottura, ma chi vuole può farlo nel campo «note» del modulo.

Allo stesso modo, quando si fa la domanda della Naspi, si è tenuti a indicare solo se le motivazioni risiedono in un licenziamento o in una dimissione per giusta causa. Anche in quest’ultimo caso non viene richiesto alcun “racconto” dei fatti che hanno determinato l’allontanamento del lavoratore. L’Inps però potrebbe contestare la sussistenza della giusta causa e, in tal caso, si aprirebbe un contenzioso. In causa spetterà al dipendente dare prova dei motivi che lo hanno indotto a dimettersi per una valida ragione, attribuibile non a lui ma all’ambiente di lavoro.

Come licenziarsi senza perdere la disoccupazione

Abbiamo appena detto quindi un primo modo per licenziarsi senza perdere la disoccupazione: indicare all’Inps, come causa del recesso, le dimissioni per giusta causa.

C’è però un altro motivo che consente di licenziarsi senza perdere la Naspi e, per quanto ti potrà sembrare paradossale, è del tutto legale e consentito dalla legge. Legge che avevamo a suo tempo criticato nell’articolo Lo Stato tutela i fannulloni. In quella sede abbiamo già spiegato come stanno le cose per chi viene licenziato per giusta causa.

Il sussidio di disoccupazione spetta non solo a chi viene licenziato per motivi aziendali (ad esempio riduzione del personale, fallimento, crisi, cessazione del ramo d’azienda) ma anche per motivi disciplinari (licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo). Significa che il dipendente che si macchia anche di una grave inadempienza o che, in malafede, non compie il suo dovere o che addirittura viene colto a commettere un reato ai danni del datore, e che perciò viene licenziato in tronco, ha diritto a percepire la Naspi. Quindi c’è molta gente che, non avendo validi motivi per rassegnare le “dimissioni per giusta causa”, si fa licenziare. Come? Restando ad esempio a casa per qualche giorno senza inviare certificati medici o giustificazioni, non svolgendo il proprio lavoro correttamente, ribellandosi alle direttive del capo, ecc. Alla luce di tali comportamenti l’azienda avvia il procedimento disciplinare che, nel caso di violazioni gravi (ad esempio l’assenza protratta per molti giorni) può portare alla risoluzione del rapporto. In buona sostanza si viene licenziati e, solo per questo – a prescindere cioè dalle motivazioni – si ha diritto a ottenere la disoccupazione. Senza alcun pregiudizio sul curriculum visto che le ragioni di un licenziamento non figureranno da nessuna parte.

Riforma della prescrizione: intervento illogico e inutile (fonte: Altalex, autore: Luca Lorenzo)

Tra le varie opzioni d’intervento di riforma nel settore giustizia allo studio dal Guardasigilli figura quella della sospensione della decorrenza del termine di prescrizione dopo che sia stata emessa una sentenza di primo grado.

A detta del Guardasigilli il decorso della prescrizione causa ogni anno l’estinzione di decine di migliaia di processi, vanificando così il lavoro svolto in sede di indagine e durante i vari gradi processuali, causando sostanzialmente uno spreco di risorse, oltre che una via d’uscita per chi ha commesso reati gravissimi.

La montagna ha quindi partorito il topolino.

Appare innegabile che lo Stato deve farsi carico del principio della ragionevole durata del processo senza comprimere i diritti e le garanzie del cittadino, ed al pari deve assicurare la celebrazione dei processi in tempi brevi e ragionevoli, e farsi altresì garante della certezza della pena.

Il rigore punitivo a discapito dei principi del garantismo liberale mal si concilia con gli stessi principi costituzionali, rimediare alla lentezza dei processi con l’allungamento ipertrofico della prescrizione ha come effetto il rischio a carico del cittadino di vivere sotto la spada di Damocle di un processo interminabile.

La prescrizione è certamente un istituto di garanzia per il sistema, poiché non solo non ha senso condannare oggi per fatti di vent’anni fa, ma viene meno la stessa funzione rieducativa della pena prevista dalla costituzione.

L’unica conquista di civiltà giuridica, per colpevoli ed innocenti, viceversa, consisterebbe nel prevedere tempi ragionevoli di celebrazione dei processi.

Dai dati ministeriali il 58 percento delle estinzioni per prescrizione avviene nella fase preliminare del giudizio, e quindi nel pieno controllo del pubblico ministero, un ulteriore 4 percento delle sentenze dichiaranti l’avvenuta prescrizione sono emesse da gip e gup, e quindi ben prima che una possibile incidenza della paventata riforma potrebbe avere effetto, così come un 19 percento di casi in primo grado, mentre solo nel 18 percento dei casi la prescrizione si matura in Appello, e una volta su cento la prescrizione in Cassazione.

L’intervento annunciato da Bonafede è pertanto non solo illogico contrario ai principi del garantismo liberale, ma, dati alla mano, anche inutile e per nulla risolutivo.

Il rischio è, viceversa, quello di dilatare in maniera irragionevole la durata dei processi penali, e ciò in violazione dei principi di civiltà e di diritto presenti sia nell’ordinamento comunitario che nella Carta Costituzionale in tema di durata del processo.

Ciò dovrebbe imporre, in ottemperanza alla piena osservanza dei canoni del giusto processo di trovare in sé gli strumenti e le risorse per assicurare alla giustizia, in tempi ragionevoli e certi, chi si sia reso responsabile di condotte penalmente rilevanti.

La dilatazione dei tempi di prescrizione invece va di pari passo con la dilatazione smisurata dei tempi del processo, è inaccettabile far ricadere le lungaggini e le inefficienze della macchina giudiziaria sul cittadino – presunto innocente – esponendolo sine die alla pretesa punitiva.

Sulla scorta di tali considerazioni, al fine di raggiungere un giusto compromesso tra le garanzie individuali e l’esigenza statuale di disporre di un termine congruo per la celebrazione dei tre gradi di giudizio, potrebbe essere un primo passo rendere effettivamente deflattiva la funzione dell’udienza gup, destinata (almeno originariamente nelle intenzioni del legislatore) a selezionare ciò che meriti effettivamente la trattazione dibattimentale, mediante una rivisitazione delle condizioni che meritano il rinvio a giudizio e contestualmente aprire un dibattito sulla rimodulazione dei riti alternativi.

Inoltre si impone una riflessione, nell’ambito di una riforma comunque organica e non meramente estemporanea, su un ritorno al regime ante-Cirielli, come più volte segnalato genesi della crisi delle norme sulla prescrizione, al fine di un più equo riallineamento dei termini di prescrizione rispetto alla effettiva gravità del reato in contestazione, eliminando l’attuale rapporto tra recidiva e prescrizione, ennesima fonte di distorsione del sistema.

Come fare a sapere se si è stati querelati?

Non ho ricevuto alcun avviso ma temo di essere stato querelato, come faccio a venirne a conoscenza?

Può capitare che, a seguito di un accadimento, si nutra il dubbio circa l’esistenza di una querela a proprio carico e, pur non avendo ricevuto nessuna comunicazione, si senta il bisogno di avere un riscontro concreto riguardo all’eventuale esistenza di procedimentia proprio carico.

Le modalità con cui i fatti, che costituiscono notizie di reato, sono portati a conoscenza dell’Autorità giudiziaria sono due, la denuncia e la querela.

Queste due diverse modalità, spesso vengono erroneamente confuse ed equiparate, ma in realtà si differenziano per gli aspetti che seguono:

– la denuncia è sufficiente per far si che la macchina giudiziaria si metta in moto, nel caso in cui il fatto in esame costituisca una ipotesi di reato contrassegnato da una certa gravità, i c.d. reati perseguibili d’ufficio;

– la querela invece, diviene necessaria, per attivare la macchina giudiziaria, e quindi dare il via alle indagini che potranno poi sfociare o meno in un rinvio a giudizio, in tutti quei casi in cui ci troviamo in presenza di quei reati perseguibili a querela (questi di norma sono reati meno gravi rispetto ai primi), in tali casi la querela rappresenta un elemento essenziale, la c.d. condizione di procedibilità, affinché le indagini partano.

In buona sostanza la querela altro non è se non una manifestazione di volontà del querelante, con la quale lo stesso esprime il proprio interesse all’avvio del procedimento tendente alla persecuzione ed eventuale punizione del reato perpetrato nei propri confronti.

Partendo dal presupposto che non esiste nessun obbligo di notifica della querela, il soggetto interessato può accorgersi di essere stato querelato se:

– viene contattato informalmente, anche con comunicazione telefonica, da Polizia o Carabinieri, i quali lo invitano a presentarsi presso il comando o stazione, per identificazioneelezione di domicilio [1].

– riceve il cosiddetto “avviso di garanzia” [2], previsto nel caso in cui il Pubblico Ministero intenda compiere un atto garantito, cioè un atto a cui ha il diritto o l’obbligo di assistere il difensore dell’indagato.

– riceve l’avviso di conclusione delle indagini preliminari [3].

In assenza di tali avvisi, i quali possono pervenire all’indagato in tempi variabili o possono mancare del tutto, ad esempio nel caso in cui un procedimento venga poi archiviato su richiesta del P.M.; in tale ipotesi si può, prima assumere, poi perdere la qualità di indagato senza venirne mai a conoscenza. L’interessato ha un solo ed unico rimedio per poter conoscere l’eventuale iscrizione del suo nominativo nel registro delle notizie di reato.

A tal fine, egli deve presentare, alla Procura della Repubblica interessata, che sarà quella presso il Tribunale del luogo in cui l’eventuale reato sarebbe stato commesso, una istanza con la quale richiede di sapere se vi sono procedimenti a suo carico [4]. Può utilizzare eventuali moduli predisposti e scaricabili dal sito della Procura interessata, o redigerla autonomamente (vedi modello al termine dell’articolo) e consegnarla a mano o a mezzo posta, di persona o tramite il proprio legale.

Qualche difficoltà ad individuare quale sia la Procura della Repubblica territorialmentecompetente a conoscere dell’eventuale reato, potrebbe sorgere nel caso in cui si pensi di aver commesso un reato sul web, in tale circostanza, tenuto conto del tipo di azione commessa, e quindi del tipo di reato che tale azione potrebbe aver configurato (ad esempio truffa, diffamazione, ecc…) bisogna valutare caso per caso la competenza territoriale.

A titolo di esempio, prendiamo il reato di diffamazione online: si sostiene che, poiché non è possibile individuare con certezza il luogo dove il reato è stato commesso, a causa della velocità di diffusione dei contenuti pubblicati in rete, la competenza appartenga al giudice della residenza, della dimora o del domicilio dell’imputato.

Quindi, prima cosa da fare nel caso in cui si intenda presentare una istanza di tal genere, è fare mente locale ed individuare l’evento che può aver spinto taluno a querelarci; sulla base di ciò, bisogna individuare la Procura della Repubblica interessata e presentare ad essa la nostra istanza.

La scelta della Procura è di fondamentale importanza, poiché la risposta che riceveremo prenderà in considerazione solo il registro delle notizie di reato ricadenti nella circoscrizione del Tribunale presso il quale la Procura adita è incardinata. I tempi di risposta a tale istanza possono variare di norma da una settimana ad un mese.

La risposta potrà contenere l’indicazione dei procedimenti penali aperti nei confronti dell’istante, si precisa che verranno menzionati solo quelli “conoscibili” (non coperti cioè dal segreto istruttorio [5]) o, in mancanza, potrà riportare che non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione.

Con tale istanza si verrà a conoscenza dei soli procedimenti “conoscibili” nei quali il soggetto istante rivesta la qualità di indagato, mentre per conoscere i procedimenti in cui è già stata esercitata l’azione penale, e di conseguenza il soggetto indagato è divenuto imputato, occorrerà richiedere un certificato dei carichi pendenti.

Per quei procedimenti che invece si avviano a seguito di una querela contro ignoti, il proprio nominativo potrà essere iscritto nel registro delle notizie di reato solo a seguito di identificazione, e quindi nel momento in cui l’identità dell’indagato da ignota diventa nota.

Fonte
https://www.laleggepertutti.it/109686_come-si-fa-a-sapere-se-sono-stato-querelato

“Csm, metodi mafiosi”, bufera sul magistrato (Matteo Sorio, Corriere del Veneto, 21 Aprile 2018)

Lui: “Solo un’espressione di colore”. Insorge l’Anm. “Il Csm segue metodi mafiosi”. La frase choc del magistrato veronese Andrea Mirenda solleva una bufera. L’Anm attacca: “Inaccettabile”.

“Il Csm ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi”. È un passaggio dell’intervista concessa dal magistrato veronese Andrea Mirenda al giornalista Riccardo Iacona per il suo libro “Palazzo d’ingiustizia Il caso Robledo e l’indipendenza della magistratura”, edito da Marsilio.

Un passaggio che a causa dell’espressione “metodi mafiosi”, sebbene argomentata e spiegata da Mirenda sia nel libro sia direttamente come “chiara espressione di colore, un’enfasi, cioè, destinata solo a far capire la drammatica potenza e la pervasività condizionante delle correnti della magistratura”, ha scatenato reazioni a catena. Il parlamentare vicentino di Forza Italia ed ex consigliere laico del Csm, Pierantonio Zanettin, ha scritto al Ministero di Giustizia chiedendo di valutare un’iniziativa disciplinare.

E ieri è arrivata la presa di posizione dell’Associazione nazionale magistrati: “Paragonare le attività del Csm, organo di rilevanza costituzionale, ai metodi utilizzati dalle organizzazioni criminali che rappresentano uno dei mali maggiori del nostro Paese, contro cui lo Stato combatte da sempre e ha pagato un altissimo prezzo in termini di vite umane anche tra i magistrati, è inaccettabile e inappropriato”. Presa di posizione cui è seguita quella del gruppo Autonomia e Indipendenza, fondato dall’ex pm di Mani Pulite, Piercamillo Davigo, che invita “a confrontarsi apertamente sul merito delle questioni denunciate piuttosto che sulla forma delle espressioni utilizzate, anche per evitare che la pubblica sollecitazione di iniziative disciplinari si traduca in una sostanziale intimidazione verso chi ha esercitato il diritto di critica”. In scia AreaDG Veneto (Area Democratica per la Giustizia), che “condivide la richiesta di maggiore trasparenza nelle nomine” e, “pur non condividendo il linguaggio utilizzato”, è “contraria a interventi disciplinari, che paiono volti a intimidire la libertà di espressione”.

Al centro, dunque, c’è Mirenda. Lui che nel 2017, da presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Verona, aveva chiesto e ottenuto il trasferimento all’ufficio di magistrato di sorveglianza, “un gesto di composta protesta verso un sistema giudiziario che premia i sodali e asserve i magistrati alle correnti”. Lo stesso Mirenda che nel libro di Iacona spiega così quel “metodi mafiosi”: “Voglio raccontare un fatto paradigmatico realmente accaduto. Viene bandito un posto da presidente di tribunale. Tra i concorrenti ci sono perfino presidenti di tribunali di altre città che vogliono trasferirsi, quindi magistrati di un certo peso già giudicati idonei a incarichi direttivi dal Csm. Ebbene, a essere nominato è un magistrato giovane con una carriera non particolarmente brillante, attivo all’interno delle correnti. Il collega anziano non ci sta e fa ricorso al Tar. E qui – dice Mirenda a Iacona – arriviamo al punto, perché quando parlo di sistema mafioso mi riferisco ai modi di condizionamento.

Questo collega viene avvicinato da qualcuno: “Ma tu non avevi chiesto anche di essere nominato presidente di sezione di qualche corte d’appello? Allora non preoccuparti, perché noi ti nominiamo presidente di sezione di corte d’appello”. Il collega fa due conti: sa bene che per definire il suo ricorso ci vorranno anni, e accetta. Che ne è della battaglia che aveva fatto contro quella nomina illegittima? Il termina tecnico è “cessata materia del contendere”: il Tar non può più far nulla e il giovane collega rimane al suo posto. Possiamo anche non chiamarlo avvicinamento mafioso ma certamente sono metodi non trasparenti. Questo accade tutti i giorni nella casa della legalità”.

Chi sono i “Prigionieri del silenzio”, i detenuti italiani nelle carceri straniere (Stefano Barricelli, Agi, 9 Aprile 2018)

Tre su 4 sono in attesa di giudizio, solo uno su 5 è stato condannato. Anedda: “La gente parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero”. I casi più emblematici. Lontani da casa e dai familiari. Rinchiusi in carceri a volte disumane. Privati del diritto alla salute e a un equo processo. È la condizione che accomuna molti dei 3.278 italiani detenuti all’estero. Uno su 5 ha riportato una condanna, tre su 4 sono ancora in attesa di giudizio: l’80% in Europa, il 14% nelle Americhe, il resto sparsi negli altri continenti. “Di loro si parla poco – denuncia all’Agi Katia Anedda, presidente della Onlus “Prigionieri del silenzio”, nata nel febbraio di dieci anni fa per dare una voce a chi non l’aveva – ma soprattutto per loro si fa pochissimo. E attenti a parlare di cifre esigue: se a ogni detenuto si rapporta una media di almeno 10 tra parenti e amici il numero di persone coinvolte sale a 30 mila. Senza contare i 5 milioni di italiani iscritti all’Aire e i 10 milioni che viaggiano per il mondo ogni anno: il rischio di finire in un incubo del genere vale potenzialmente anche per loro”.

Dal 2008 “Prigionieri del silenzio” di strada ne ha fatta, dal primo caso seguito – quello di Carlo Parlanti, manager informatico toscano che ha scontato una pena di 9 anni dopo un processo di primo grado senza alcuna prova della sua presunta colpevolezza – all’ultimo, quello di Denis Cavatassi, l’imprenditore di Tortoreto condannato in primo e secondo grado alla pena capitale in Tailandia perché ritenuto il mandante dell’omicidio del suo socio d’affari.

Ma in questo arco di tempo molti dei problemi sono rimasti immutati, in qualche caso si sono addirittura complicati. A partire dalla dimensione sociale del fenomeno: non è raro che i nostri connazionali detenuti vengano sottoposti a umiliazioni e a condizioni di vita del tutto incompatibili con un percorso di riabilitazione. Ed è praticamente la regola, soprattutto in certe realtà, che si ritrovino a vivere in strutture lontanissime dai grandi centri, senza cure adeguate (c’è chi aspetta anni per una Tac e chi si ammala di epatite, scabbia e altre infezioni), soprattutto senza un’assistenza legale degna di questo nome.

Capita addirittura che le carte riguardanti arresto e reati contestati siano redatte solo nella lingua locale: “Prigionieri del silenzio” cita come esemplare il caso di Angelo Falcone e Simone Nobili, costretti in India nel 2007 a firmare un documento in hindi che di fatto era una confessione. “Altro, importante nodo – spiega Anedda – è quello economico, che riguarda essenzialmente le famiglie: ai problemi di comunicazione e alla scarsa conoscenza delle normative del posto, spesso si somma l’impossibilità di far fronte a spese legali nell’ordine di decine di migliaia di euro”. La nostra Costituzione, all’articolo 24, prevede la possibilità, per qualsiasi cittadino, italiano o straniero arrestato in Italia, di usufruire del gratuito patrocinio, “ma lo stesso non accade per gli italiani all’estero: i consolati hanno un generico budget annuale per aiutare i connazionali in difficoltà ma sono fondi insufficienti, falcidiati dai tagli degli ultimi anni. Anche a livello di personale”.

Non è facile uscire dall’impasse, riconosce chi – proprio come i volontari dell’associazione – vive sul campo certe situazioni, aggravate a volte dalla consapevolezza di condanne arrivate dopo processi indiziari: “La gente – ammette Anedda – parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero. In ogni caso, è giusto che chi sbaglia paghi ma la dignità delle persone va comunque rispettata. Sempre”.

“Prigionieri del silenzio” chiede da tempo l’istituzione di una “figura statale” che si occupi dei nostri connazionali detenuti in altri Paesi, o almeno l’estensione del “magistrato di collegamento”, previsto negli Stati in cui l’Italia è presente con un’autorità consolare ma, nei fatti, con poteri limitati. E la Convenzione di Strasburgo, quella che prevede che una persona condannata possa scontare la pena residua nel Paese di origine? “Andrebbe riscritta – risponde Katia Anedda – non è riconosciuta da tutti i Paesi e la lunghezza dei tempi di applicazione produce a volte effetti paradossali, con il sì alla richiesta di trasferimento che magari arriva a condanna finita”.

La presidente di “Prigionieri del silenzio” parla di questo e di molto altro nel suo libro (“Prigionieri dimenticati, italiani detenuti all’estero tra anomalie e diritti negati”), una raccolta amara di casi dolorosi e, ciascuno a suo modo, emblematici. Ma non è facile forare la cortina di silenzio che spesso – magari per vergogna – i congiunti dei detenuti alzano a protezione dei loro cari laddove invece l’attenzione dei media potrebbe essere di aiuto. Filippo e Fabio Galassi, ad esempio, sono tornati a casa ai primi di aprile dopo tre anni passati in una prigione di Bata, in Guinea equatoriale, per reati finanziari di cui si sono sempre proclamati innocenti e dopo che del loro caso si erano occupate “Le Iene”.

La sorella di Cavatassi spera che l’interessamento di Luigi Manconi e un’affollatissima conferenza stampa in Senato possano aver contribuito a smuovere le acque sebbene le notizie delle ultime ore non siano delle più incoraggianti: resta difficile, se non impossibile, fargli arrivare lettere, e non può nemmeno ricevere libri. E un caso a sé resta quello di Marcello Doria, che giovedì compirà 42 anni nella prigione di Paso de Dos Libres: accusato di complicità in un omicidio sulla base di una testimonianza poi ritrattata, vive sin da ragazzino in Argentina ma non ha la cittadinanza locale e dal 2013 non è più nemmeno nell’anagrafe degli italiani all’estero. Cancellato per “irreperibilità”.

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari (Maria Elena Vincenzi, L’Espresso, 12 Aprile 2018)

Case e ville comprate per poco e rivendute a prezzi da capogiro. Così un gruppo di toghe in Sardegna lucrava sulle gare e sulle speculazioni edilizie. Magistrati proprietari di ville “vista mare” da milioni di euro o che comprano immobili da capogiro ai prezzi ribassati dell’asta e poi li rivendono al valore di mercato, intascandosi la differenza. In barba alla legge che prevede che le toghe non possano partecipare alle aste giudiziarie, per ovvi motivi di conflitti di interessi.

Invece a Tempio Pausania, in Sardegna, c’erano giudici che facevano speculazioni edilizie facendo vincere le gare ad amici i quali poi li nominavano come aggiudicatari. E a quel punto, i magistrati rivendevano quegli immobili al triplo del prezzo. Un giro di affari smascherato da altri magistrati, quelli di Roma, in particolare il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Stefano Fava, che hanno iniziato a indagare nel 2016 su una villa affacciata sul mare di Baia Sardinia.

L’immobile, appartenuto a un noto imprenditore della zona finito male, venne messo all’asta e aggiudicato, complice il giudice fallimentare Alessandro Di Giacomo, a un avvocato “per persona da nominare”. Le persone che poi sono state indicate erano Chiara Mazzaroppi, figlia dell’ex presidente del tribunale di Tempio Pausania, Francesco, e il di lei compagno, Andrea Schirra, anche loro magistrati in servizio (presso il tribunale di Cagliari). La villa, grazie alle “gravi falsità” contenute nella perizia, per usare le parole del gip di Roma Giulia Proto, è stata pagata 440 mila euro.

Un ribasso ottenuto con “vizi macroscopici nella procedura di vendita”: tra l’altro si certificava la presenza in casa del comodatario che in realtà era morto qualche mese prima. A nulla erano valse segnalazioni e proteste dei creditori: il giudice ha deciso di ignorarle. Per garantire alla figlia del suo ex capo, o forse direttamente a lui, un affare immobiliare non da poco: l’intenzione era di ristrutturare il complesso e di rivenderlo a 2 milioni di euro. Ovvero con una plusvalenza di 1,6 milioni. Insomma, un affare niente male. Per il quale, poco prima di Natale, il giudice Alessandro Di Giacomo è stato punito con l’interdizione a un anno dalla professione. I Mazzaroppi, padre e figlia, e Schirra sono indagati.

L’indagine ha svelato anche una serie di affari simili per i quali, però, non è possibile procedere: i reati sono già prescritti. Dalle carte depositate dalla procura di Roma, infatti, si scopre che gli affari immobiliari di Francesco Mazzaroppi hanno origini ben più lontane. Correva l’anno 1999 quando il giudice Di Giacomo, ancora lui, assegnò a un’avvocatessa, Tomasina Amadori (moglie del suo collega Giuliano Frau), il complesso alberghiero “Il Pellicano” di Olbia, una struttura da 34 camere. Amadori, a quel punto, indicò come aggiudicataria la Hotel della Spiaggia Srl, società riconducibile al commercialista Antonio Lambiase. Il prezzo dell’operazione era poco più di un miliardo di lire.

Un anno dopo, “Il Pellicano” venne venduto da Lambiase, vicino a Mazzaroppi padre, a 2,3 miliardi: più del doppio del prezzo di acquisto. Scrive il pm di Roma Stefano Fava: “Risultano agli atti gli stretti rapporti economici intercorrenti tra Antonio Lambiase e Francesco Mazzaroppi. Lambiase ha infatti acquistato un terreno in località Pittolongu di Olbia cedendone poi metà a Rita Del Duca, moglie di Mazzaroppi.

Su tale terreno Lambiase e Mazzaroppi hanno edificato due ville”, nelle quali vivono tuttora. Chiosa il pm: “Le evidenziate analogie, oggettive e soggettive, con la vicenda relativa all’aggiudicazione dell’immobile di Baia Sardinia, nonché la perfetta sovrapponibilità delle condotte dimostrano come anche la vendita a prezzo vile dell’albergo “Il Pellicano” sia conseguente a condotte illecite, non più perseguibili penalmente perché prescritte”.

A corredo di tutto ciò, la procura di Roma ha raccolto anche una serie di testimonianze tra le quali quella dell’allora presidente della Corte d’Appello di Cagliari, Grazia Corradini, che non usa mezzi termini: “In relazione all’acquisto del terreno su cui Francesco Mazzaroppi aveva edificato la sua villa c’erano state in passato delle segnalazioni relative a rapporti poco limpidi con i locali commercialisti e in particolare con Lambiase, consulente del Consorzio Costa Smeralda, insieme al quale avrebbe acquistato più di dieci anni fa il terreno su cui era stata realizzata la villa”. La Corradini racconta poi di come a queste segnalazioni fossero seguite due indagini, una penale e una pre-disciplinare senza alcun esito.

Poi Corradini parla anche della villa a Baia Sardinia: “La vicenda indubbiamente appare poco limpida se si considera il prezzo di vendita di una villa assai prestigiosa che si affaccia su Baia Sardinia, il cui prezzo di mercato si può immaginare pari ad almeno alcuni milioni di euro”. Una questione su cui “ha relazionato il presidente del Tribunale di Tempio, la cui relazione allego unitamente ai documenti acquisiti che sembrerebbero confermare una “regolarità formale” nelle procedure di vendita, come ci si poteva attendere visto che eventuali interferenze è difficile che risultino dagli atti della procedura”.

Il presidente del tribunale di Tempio chiamato in causa era Gemma Cucca, che ora è presidente della Corte d’Appello di Cagliari, dove è succeduta proprio alla Corradini. Anche lei è indagata dalla procura di Roma. Ce ne sarebbe abbastanza, ma il torbido al tribunale di Tempio Pausania continua con le rivelazioni di segreto d’ufficio, ingrediente indispensabile in un sistema che si reggeva su favori e amicizie. Sempre nel corso delle indagini sulla villa di Baia Sardinia, infatti, gli inquirenti hanno sentito due indagati parlare tra di loro del fatto che il gip Elisabetta Carta, che aveva firmato il 1 giugno 2016 un decreto d’urgenza per intercettarli, li avesse prima avvisati. Scrive il giudice di Roma: “La vicenda è particolarmente grave: il gip che ha autorizzato una intercettazione informa gli indagati che sono sotto intercettazione dicendo loro di “stare attenti”, il tutto mentre le intercettazioni sono ancora in corso”.

Elisabetta Carta si è difesa negando le accuse a suo carico e ammettendo solo di avere avuto con la coppia buoni rapporti lavorativi. Per lei è già stata disposta l’interdizione per un anno. Non è finita: di quelle intercettazioni, chissà come, venne informato anche Francesco Mazzaroppi, all’epoca presidente della Corte d’Appello di Cagliari e – come detto – padre dell’acquirente Chiara Mazzaroppi. Tutto questo sembrava normale, nel tribunale di Tempio Pausania, dove i magistrati erano preoccupati soltanto di fare affari immobiliari.

Pm contro Pm, Di Matteo divide la magistratura (Il Dubbio, Errico Novi, 24 Aprile 2018)

Si radicalizza la divisione innescata da Davigo. L’attacco del sostituto della Dna a Csm e Anm (“non mi hanno difeso”) accelera una rottura che travolge anche la vecchia distinzione tra destra e sinistra giudiziarie.

È una resa dei conti. Mai vista prima. L’atto d’accusa di Nino Di Matteo ai colleghi apre un conflitto terribile all’interno della magistratura. Tra due componenti filosoficamente divaricate. Da una parte le toghe convinte che la politica vada moralizzata, anche con il loro “interventismo”. Dall’altro la parte forse maggioritaria ma certo più silenziosa, persuasa che non sia più tempo di campagne antipolitiche.

È un campo largo in cui possono essere annoverati anche tanti magistrati di grande spessore, e in particolare i vertici di molte Procure importanti (da Giuseppe Pignatone a Roma a Gianni Melillo a Napoli e Franco Lo Voi a Palermo). Ma è un area che sconta un’inesorabile differenza, rispetto al fronte dell’intransigenza: parla meno. E se parla, lo fa a proposito di temi connessi alla giurisdizione, al funzionamento del processo. Argomenti meno adatti al clamore mediatico.

Grande risonanza ha avuto invece l’intervista al curaro concessa dal pm Di Matteo a “Mezz’ora in più”, il programma domenicale di Lucia Annunziata su Rai 3. Il magistrato ora in forza alla Procura nazionale antimafia non solo è tornato sulla sentenza di primo grado relativa al processo “trattativa” a 48 ore dalla lettura del dispositivo, ma ha anche proposto una chiave sul ruolo di Silvio Berlusconi evidentemente smentita dalla pronuncia di Palermo. Ha accusato l’ex premier di non aver mai denunciato le minacce di Cosa nostra riportategli da Dell’Utri e in tal modo ha lasciato intravedere scenari esposti a orribili retro-pensieri.

Si è indignato per il “silenzio assordante” di Csm e Anm anche rispetto alle replica del Cavaliere e di Forza Italia, in cui sono state preannunciate querele. Ma pretende, Di Matteo, che lo si difenda nel sostenere verità non accertate processualmente: forse un po’ troppo. Nel dispositivo si afferma un dato: la presidenza del Consiglio guidata da Berlusconi è stata vittima, delle pressioni mafiose, non corriva dei boss, tanto che le è stato riconosciuto un risarcimento di 10 milioni di euro, da dividere con il periodo del governo Ciampi. Di Matteo pretende lo si segua nel leggere la questione in modo ribaltato. E né il Csm né l’Anm paiono intenzionate a farlo. Difficile contestare la scelta.

Ma il punto è un altro. È che proprio la radicalità di Davigo prima e Di Matteo ora ha creato ormai un vero e proprio bipolarismo tra i magistrati. La divaricazione di cui si è detto sopra: da una parte l’interventismo antipolitico, dall’altra la maggioranza che rifiuta ruoli di supplenza politico-moralizzatrice. Come finirà? Intanto, nello schema pare un esserci qualche analogia con il nuovo quadro della politica tout court, in cui la vera linea invalicabile è quella che separa i Cinque Stelle dalle forze “moderate” innanzitutto. In realtà tra i le toghe la polarizzazione è anche più aspra.

E tende ormai a dissolvere le distinzioni tra destra e sinistra giudiziarie. Lo dimostra il caso della pm della Dna Maria Teresa Principato, fino a poco fa esponente di Magistratura democratica e passata di recente ad Autonomia & indipendenza, il gruppo di Davigo, che tutto può essere considerato fuorché un uomo di sinistra.

La magistratura intransigente è destinata a ingaggiare, con i colleghi moderati, un conflitto tutt’altro che silenzioso. A partire dalle elezioni per il nuovo Csm in cui Davigo si candida, ma anche da un impegno politico futuro che, per Di Matteo, appare sempre meno improbabile.