“Csm, metodi mafiosi”, bufera sul magistrato (Matteo Sorio, Corriere del Veneto, 21 Aprile 2018)

Lui: “Solo un’espressione di colore”. Insorge l’Anm. “Il Csm segue metodi mafiosi”. La frase choc del magistrato veronese Andrea Mirenda solleva una bufera. L’Anm attacca: “Inaccettabile”.

“Il Csm ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi”. È un passaggio dell’intervista concessa dal magistrato veronese Andrea Mirenda al giornalista Riccardo Iacona per il suo libro “Palazzo d’ingiustizia Il caso Robledo e l’indipendenza della magistratura”, edito da Marsilio.

Un passaggio che a causa dell’espressione “metodi mafiosi”, sebbene argomentata e spiegata da Mirenda sia nel libro sia direttamente come “chiara espressione di colore, un’enfasi, cioè, destinata solo a far capire la drammatica potenza e la pervasività condizionante delle correnti della magistratura”, ha scatenato reazioni a catena. Il parlamentare vicentino di Forza Italia ed ex consigliere laico del Csm, Pierantonio Zanettin, ha scritto al Ministero di Giustizia chiedendo di valutare un’iniziativa disciplinare.

E ieri è arrivata la presa di posizione dell’Associazione nazionale magistrati: “Paragonare le attività del Csm, organo di rilevanza costituzionale, ai metodi utilizzati dalle organizzazioni criminali che rappresentano uno dei mali maggiori del nostro Paese, contro cui lo Stato combatte da sempre e ha pagato un altissimo prezzo in termini di vite umane anche tra i magistrati, è inaccettabile e inappropriato”. Presa di posizione cui è seguita quella del gruppo Autonomia e Indipendenza, fondato dall’ex pm di Mani Pulite, Piercamillo Davigo, che invita “a confrontarsi apertamente sul merito delle questioni denunciate piuttosto che sulla forma delle espressioni utilizzate, anche per evitare che la pubblica sollecitazione di iniziative disciplinari si traduca in una sostanziale intimidazione verso chi ha esercitato il diritto di critica”. In scia AreaDG Veneto (Area Democratica per la Giustizia), che “condivide la richiesta di maggiore trasparenza nelle nomine” e, “pur non condividendo il linguaggio utilizzato”, è “contraria a interventi disciplinari, che paiono volti a intimidire la libertà di espressione”.

Al centro, dunque, c’è Mirenda. Lui che nel 2017, da presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Verona, aveva chiesto e ottenuto il trasferimento all’ufficio di magistrato di sorveglianza, “un gesto di composta protesta verso un sistema giudiziario che premia i sodali e asserve i magistrati alle correnti”. Lo stesso Mirenda che nel libro di Iacona spiega così quel “metodi mafiosi”: “Voglio raccontare un fatto paradigmatico realmente accaduto. Viene bandito un posto da presidente di tribunale. Tra i concorrenti ci sono perfino presidenti di tribunali di altre città che vogliono trasferirsi, quindi magistrati di un certo peso già giudicati idonei a incarichi direttivi dal Csm. Ebbene, a essere nominato è un magistrato giovane con una carriera non particolarmente brillante, attivo all’interno delle correnti. Il collega anziano non ci sta e fa ricorso al Tar. E qui – dice Mirenda a Iacona – arriviamo al punto, perché quando parlo di sistema mafioso mi riferisco ai modi di condizionamento.

Questo collega viene avvicinato da qualcuno: “Ma tu non avevi chiesto anche di essere nominato presidente di sezione di qualche corte d’appello? Allora non preoccuparti, perché noi ti nominiamo presidente di sezione di corte d’appello”. Il collega fa due conti: sa bene che per definire il suo ricorso ci vorranno anni, e accetta. Che ne è della battaglia che aveva fatto contro quella nomina illegittima? Il termina tecnico è “cessata materia del contendere”: il Tar non può più far nulla e il giovane collega rimane al suo posto. Possiamo anche non chiamarlo avvicinamento mafioso ma certamente sono metodi non trasparenti. Questo accade tutti i giorni nella casa della legalità”.

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Chi sono i “Prigionieri del silenzio”, i detenuti italiani nelle carceri straniere (Stefano Barricelli, Agi, 9 Aprile 2018)

Tre su 4 sono in attesa di giudizio, solo uno su 5 è stato condannato. Anedda: “La gente parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero”. I casi più emblematici. Lontani da casa e dai familiari. Rinchiusi in carceri a volte disumane. Privati del diritto alla salute e a un equo processo. È la condizione che accomuna molti dei 3.278 italiani detenuti all’estero. Uno su 5 ha riportato una condanna, tre su 4 sono ancora in attesa di giudizio: l’80% in Europa, il 14% nelle Americhe, il resto sparsi negli altri continenti. “Di loro si parla poco – denuncia all’Agi Katia Anedda, presidente della Onlus “Prigionieri del silenzio”, nata nel febbraio di dieci anni fa per dare una voce a chi non l’aveva – ma soprattutto per loro si fa pochissimo. E attenti a parlare di cifre esigue: se a ogni detenuto si rapporta una media di almeno 10 tra parenti e amici il numero di persone coinvolte sale a 30 mila. Senza contare i 5 milioni di italiani iscritti all’Aire e i 10 milioni che viaggiano per il mondo ogni anno: il rischio di finire in un incubo del genere vale potenzialmente anche per loro”.

Dal 2008 “Prigionieri del silenzio” di strada ne ha fatta, dal primo caso seguito – quello di Carlo Parlanti, manager informatico toscano che ha scontato una pena di 9 anni dopo un processo di primo grado senza alcuna prova della sua presunta colpevolezza – all’ultimo, quello di Denis Cavatassi, l’imprenditore di Tortoreto condannato in primo e secondo grado alla pena capitale in Tailandia perché ritenuto il mandante dell’omicidio del suo socio d’affari.

Ma in questo arco di tempo molti dei problemi sono rimasti immutati, in qualche caso si sono addirittura complicati. A partire dalla dimensione sociale del fenomeno: non è raro che i nostri connazionali detenuti vengano sottoposti a umiliazioni e a condizioni di vita del tutto incompatibili con un percorso di riabilitazione. Ed è praticamente la regola, soprattutto in certe realtà, che si ritrovino a vivere in strutture lontanissime dai grandi centri, senza cure adeguate (c’è chi aspetta anni per una Tac e chi si ammala di epatite, scabbia e altre infezioni), soprattutto senza un’assistenza legale degna di questo nome.

Capita addirittura che le carte riguardanti arresto e reati contestati siano redatte solo nella lingua locale: “Prigionieri del silenzio” cita come esemplare il caso di Angelo Falcone e Simone Nobili, costretti in India nel 2007 a firmare un documento in hindi che di fatto era una confessione. “Altro, importante nodo – spiega Anedda – è quello economico, che riguarda essenzialmente le famiglie: ai problemi di comunicazione e alla scarsa conoscenza delle normative del posto, spesso si somma l’impossibilità di far fronte a spese legali nell’ordine di decine di migliaia di euro”. La nostra Costituzione, all’articolo 24, prevede la possibilità, per qualsiasi cittadino, italiano o straniero arrestato in Italia, di usufruire del gratuito patrocinio, “ma lo stesso non accade per gli italiani all’estero: i consolati hanno un generico budget annuale per aiutare i connazionali in difficoltà ma sono fondi insufficienti, falcidiati dai tagli degli ultimi anni. Anche a livello di personale”.

Non è facile uscire dall’impasse, riconosce chi – proprio come i volontari dell’associazione – vive sul campo certe situazioni, aggravate a volte dalla consapevolezza di condanne arrivate dopo processi indiziari: “La gente – ammette Anedda – parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero. In ogni caso, è giusto che chi sbaglia paghi ma la dignità delle persone va comunque rispettata. Sempre”.

“Prigionieri del silenzio” chiede da tempo l’istituzione di una “figura statale” che si occupi dei nostri connazionali detenuti in altri Paesi, o almeno l’estensione del “magistrato di collegamento”, previsto negli Stati in cui l’Italia è presente con un’autorità consolare ma, nei fatti, con poteri limitati. E la Convenzione di Strasburgo, quella che prevede che una persona condannata possa scontare la pena residua nel Paese di origine? “Andrebbe riscritta – risponde Katia Anedda – non è riconosciuta da tutti i Paesi e la lunghezza dei tempi di applicazione produce a volte effetti paradossali, con il sì alla richiesta di trasferimento che magari arriva a condanna finita”.

La presidente di “Prigionieri del silenzio” parla di questo e di molto altro nel suo libro (“Prigionieri dimenticati, italiani detenuti all’estero tra anomalie e diritti negati”), una raccolta amara di casi dolorosi e, ciascuno a suo modo, emblematici. Ma non è facile forare la cortina di silenzio che spesso – magari per vergogna – i congiunti dei detenuti alzano a protezione dei loro cari laddove invece l’attenzione dei media potrebbe essere di aiuto. Filippo e Fabio Galassi, ad esempio, sono tornati a casa ai primi di aprile dopo tre anni passati in una prigione di Bata, in Guinea equatoriale, per reati finanziari di cui si sono sempre proclamati innocenti e dopo che del loro caso si erano occupate “Le Iene”.

La sorella di Cavatassi spera che l’interessamento di Luigi Manconi e un’affollatissima conferenza stampa in Senato possano aver contribuito a smuovere le acque sebbene le notizie delle ultime ore non siano delle più incoraggianti: resta difficile, se non impossibile, fargli arrivare lettere, e non può nemmeno ricevere libri. E un caso a sé resta quello di Marcello Doria, che giovedì compirà 42 anni nella prigione di Paso de Dos Libres: accusato di complicità in un omicidio sulla base di una testimonianza poi ritrattata, vive sin da ragazzino in Argentina ma non ha la cittadinanza locale e dal 2013 non è più nemmeno nell’anagrafe degli italiani all’estero. Cancellato per “irreperibilità”.

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari (Maria Elena Vincenzi, L’Espresso, 12 Aprile 2018)

Case e ville comprate per poco e rivendute a prezzi da capogiro. Così un gruppo di toghe in Sardegna lucrava sulle gare e sulle speculazioni edilizie. Magistrati proprietari di ville “vista mare” da milioni di euro o che comprano immobili da capogiro ai prezzi ribassati dell’asta e poi li rivendono al valore di mercato, intascandosi la differenza. In barba alla legge che prevede che le toghe non possano partecipare alle aste giudiziarie, per ovvi motivi di conflitti di interessi.

Invece a Tempio Pausania, in Sardegna, c’erano giudici che facevano speculazioni edilizie facendo vincere le gare ad amici i quali poi li nominavano come aggiudicatari. E a quel punto, i magistrati rivendevano quegli immobili al triplo del prezzo. Un giro di affari smascherato da altri magistrati, quelli di Roma, in particolare il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Stefano Fava, che hanno iniziato a indagare nel 2016 su una villa affacciata sul mare di Baia Sardinia.

L’immobile, appartenuto a un noto imprenditore della zona finito male, venne messo all’asta e aggiudicato, complice il giudice fallimentare Alessandro Di Giacomo, a un avvocato “per persona da nominare”. Le persone che poi sono state indicate erano Chiara Mazzaroppi, figlia dell’ex presidente del tribunale di Tempio Pausania, Francesco, e il di lei compagno, Andrea Schirra, anche loro magistrati in servizio (presso il tribunale di Cagliari). La villa, grazie alle “gravi falsità” contenute nella perizia, per usare le parole del gip di Roma Giulia Proto, è stata pagata 440 mila euro.

Un ribasso ottenuto con “vizi macroscopici nella procedura di vendita”: tra l’altro si certificava la presenza in casa del comodatario che in realtà era morto qualche mese prima. A nulla erano valse segnalazioni e proteste dei creditori: il giudice ha deciso di ignorarle. Per garantire alla figlia del suo ex capo, o forse direttamente a lui, un affare immobiliare non da poco: l’intenzione era di ristrutturare il complesso e di rivenderlo a 2 milioni di euro. Ovvero con una plusvalenza di 1,6 milioni. Insomma, un affare niente male. Per il quale, poco prima di Natale, il giudice Alessandro Di Giacomo è stato punito con l’interdizione a un anno dalla professione. I Mazzaroppi, padre e figlia, e Schirra sono indagati.

L’indagine ha svelato anche una serie di affari simili per i quali, però, non è possibile procedere: i reati sono già prescritti. Dalle carte depositate dalla procura di Roma, infatti, si scopre che gli affari immobiliari di Francesco Mazzaroppi hanno origini ben più lontane. Correva l’anno 1999 quando il giudice Di Giacomo, ancora lui, assegnò a un’avvocatessa, Tomasina Amadori (moglie del suo collega Giuliano Frau), il complesso alberghiero “Il Pellicano” di Olbia, una struttura da 34 camere. Amadori, a quel punto, indicò come aggiudicataria la Hotel della Spiaggia Srl, società riconducibile al commercialista Antonio Lambiase. Il prezzo dell’operazione era poco più di un miliardo di lire.

Un anno dopo, “Il Pellicano” venne venduto da Lambiase, vicino a Mazzaroppi padre, a 2,3 miliardi: più del doppio del prezzo di acquisto. Scrive il pm di Roma Stefano Fava: “Risultano agli atti gli stretti rapporti economici intercorrenti tra Antonio Lambiase e Francesco Mazzaroppi. Lambiase ha infatti acquistato un terreno in località Pittolongu di Olbia cedendone poi metà a Rita Del Duca, moglie di Mazzaroppi.

Su tale terreno Lambiase e Mazzaroppi hanno edificato due ville”, nelle quali vivono tuttora. Chiosa il pm: “Le evidenziate analogie, oggettive e soggettive, con la vicenda relativa all’aggiudicazione dell’immobile di Baia Sardinia, nonché la perfetta sovrapponibilità delle condotte dimostrano come anche la vendita a prezzo vile dell’albergo “Il Pellicano” sia conseguente a condotte illecite, non più perseguibili penalmente perché prescritte”.

A corredo di tutto ciò, la procura di Roma ha raccolto anche una serie di testimonianze tra le quali quella dell’allora presidente della Corte d’Appello di Cagliari, Grazia Corradini, che non usa mezzi termini: “In relazione all’acquisto del terreno su cui Francesco Mazzaroppi aveva edificato la sua villa c’erano state in passato delle segnalazioni relative a rapporti poco limpidi con i locali commercialisti e in particolare con Lambiase, consulente del Consorzio Costa Smeralda, insieme al quale avrebbe acquistato più di dieci anni fa il terreno su cui era stata realizzata la villa”. La Corradini racconta poi di come a queste segnalazioni fossero seguite due indagini, una penale e una pre-disciplinare senza alcun esito.

Poi Corradini parla anche della villa a Baia Sardinia: “La vicenda indubbiamente appare poco limpida se si considera il prezzo di vendita di una villa assai prestigiosa che si affaccia su Baia Sardinia, il cui prezzo di mercato si può immaginare pari ad almeno alcuni milioni di euro”. Una questione su cui “ha relazionato il presidente del Tribunale di Tempio, la cui relazione allego unitamente ai documenti acquisiti che sembrerebbero confermare una “regolarità formale” nelle procedure di vendita, come ci si poteva attendere visto che eventuali interferenze è difficile che risultino dagli atti della procedura”.

Il presidente del tribunale di Tempio chiamato in causa era Gemma Cucca, che ora è presidente della Corte d’Appello di Cagliari, dove è succeduta proprio alla Corradini. Anche lei è indagata dalla procura di Roma. Ce ne sarebbe abbastanza, ma il torbido al tribunale di Tempio Pausania continua con le rivelazioni di segreto d’ufficio, ingrediente indispensabile in un sistema che si reggeva su favori e amicizie. Sempre nel corso delle indagini sulla villa di Baia Sardinia, infatti, gli inquirenti hanno sentito due indagati parlare tra di loro del fatto che il gip Elisabetta Carta, che aveva firmato il 1 giugno 2016 un decreto d’urgenza per intercettarli, li avesse prima avvisati. Scrive il giudice di Roma: “La vicenda è particolarmente grave: il gip che ha autorizzato una intercettazione informa gli indagati che sono sotto intercettazione dicendo loro di “stare attenti”, il tutto mentre le intercettazioni sono ancora in corso”.

Elisabetta Carta si è difesa negando le accuse a suo carico e ammettendo solo di avere avuto con la coppia buoni rapporti lavorativi. Per lei è già stata disposta l’interdizione per un anno. Non è finita: di quelle intercettazioni, chissà come, venne informato anche Francesco Mazzaroppi, all’epoca presidente della Corte d’Appello di Cagliari e – come detto – padre dell’acquirente Chiara Mazzaroppi. Tutto questo sembrava normale, nel tribunale di Tempio Pausania, dove i magistrati erano preoccupati soltanto di fare affari immobiliari.

Pm contro Pm, Di Matteo divide la magistratura (Il Dubbio, Errico Novi, 24 Aprile 2018)

Si radicalizza la divisione innescata da Davigo. L’attacco del sostituto della Dna a Csm e Anm (“non mi hanno difeso”) accelera una rottura che travolge anche la vecchia distinzione tra destra e sinistra giudiziarie.

È una resa dei conti. Mai vista prima. L’atto d’accusa di Nino Di Matteo ai colleghi apre un conflitto terribile all’interno della magistratura. Tra due componenti filosoficamente divaricate. Da una parte le toghe convinte che la politica vada moralizzata, anche con il loro “interventismo”. Dall’altro la parte forse maggioritaria ma certo più silenziosa, persuasa che non sia più tempo di campagne antipolitiche.

È un campo largo in cui possono essere annoverati anche tanti magistrati di grande spessore, e in particolare i vertici di molte Procure importanti (da Giuseppe Pignatone a Roma a Gianni Melillo a Napoli e Franco Lo Voi a Palermo). Ma è un area che sconta un’inesorabile differenza, rispetto al fronte dell’intransigenza: parla meno. E se parla, lo fa a proposito di temi connessi alla giurisdizione, al funzionamento del processo. Argomenti meno adatti al clamore mediatico.

Grande risonanza ha avuto invece l’intervista al curaro concessa dal pm Di Matteo a “Mezz’ora in più”, il programma domenicale di Lucia Annunziata su Rai 3. Il magistrato ora in forza alla Procura nazionale antimafia non solo è tornato sulla sentenza di primo grado relativa al processo “trattativa” a 48 ore dalla lettura del dispositivo, ma ha anche proposto una chiave sul ruolo di Silvio Berlusconi evidentemente smentita dalla pronuncia di Palermo. Ha accusato l’ex premier di non aver mai denunciato le minacce di Cosa nostra riportategli da Dell’Utri e in tal modo ha lasciato intravedere scenari esposti a orribili retro-pensieri.

Si è indignato per il “silenzio assordante” di Csm e Anm anche rispetto alle replica del Cavaliere e di Forza Italia, in cui sono state preannunciate querele. Ma pretende, Di Matteo, che lo si difenda nel sostenere verità non accertate processualmente: forse un po’ troppo. Nel dispositivo si afferma un dato: la presidenza del Consiglio guidata da Berlusconi è stata vittima, delle pressioni mafiose, non corriva dei boss, tanto che le è stato riconosciuto un risarcimento di 10 milioni di euro, da dividere con il periodo del governo Ciampi. Di Matteo pretende lo si segua nel leggere la questione in modo ribaltato. E né il Csm né l’Anm paiono intenzionate a farlo. Difficile contestare la scelta.

Ma il punto è un altro. È che proprio la radicalità di Davigo prima e Di Matteo ora ha creato ormai un vero e proprio bipolarismo tra i magistrati. La divaricazione di cui si è detto sopra: da una parte l’interventismo antipolitico, dall’altra la maggioranza che rifiuta ruoli di supplenza politico-moralizzatrice. Come finirà? Intanto, nello schema pare un esserci qualche analogia con il nuovo quadro della politica tout court, in cui la vera linea invalicabile è quella che separa i Cinque Stelle dalle forze “moderate” innanzitutto. In realtà tra i le toghe la polarizzazione è anche più aspra.

E tende ormai a dissolvere le distinzioni tra destra e sinistra giudiziarie. Lo dimostra il caso della pm della Dna Maria Teresa Principato, fino a poco fa esponente di Magistratura democratica e passata di recente ad Autonomia & indipendenza, il gruppo di Davigo, che tutto può essere considerato fuorché un uomo di sinistra.

La magistratura intransigente è destinata a ingaggiare, con i colleghi moderati, un conflitto tutt’altro che silenzioso. A partire dalle elezioni per il nuovo Csm in cui Davigo si candida, ma anche da un impegno politico futuro che, per Di Matteo, appare sempre meno improbabile.

Chi resta in gabbia (Arianna Giunti, l’Espresso, 22 Aprile 2018)

Prigionieri in preda a crisi psichiatriche, segregati illegalmente in una cella. E malati di schizofrenia abbandonati a se stessi, dimenticati da quello stesso Stato che dovrebbe garantirne le cure. Disabili mentali in attesa di un posto letto, costretti a vagare da una comunità all’altra. Un anno fa esatto anche l’ultimo degli ospedali psichiatrici giudiziari è stato spazzato via per sempre.

Al posto degli Opg sono nate le Rems, Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture più piccole che hanno eliminato quasi del tutto l’uso di mezzi contenitivi sui pazienti. Una rivoluzione gentile, che avrebbe dovuto cambiare per sempre il destino dei “folli rei”, i malati di mente che hanno commesso un reato.

Oggi però la situazione in Italia sembra già sull’orlo del collasso. I numeri parlano chiaro: per 604 persone collocate all’interno delle Rems, altre 441 in questo momento sono in attesa di un posto. Quarantuno di loro si trovano illegittimamente dietro le sbarre, senza una pena da scontare. Si tratta di una lista che aumenta ogni giorno, secondo i dati ottenuti da l’Espresso.

“Una situazione esplosiva”, confermano senza tanti giri di parole dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Colpa soprattutto denunciano i garanti regionali dei detenuti – della troppa facilità con la quale i giudici dispongono i trasferimenti “preventivi” nelle Rems, anche in assenza di condanna. E così i posti letto nelle strutture psichiatriche diventano ambitissimi, trasformandosi in un appetitoso business che ingolosisce Regioni e sanità privata. Eppure in questi ultimi 4 anni l’Italia ha compiuto uno sforzo innegabile. L’abisso di disperazione dei manicomi criminali, sovraffollati e fatiscenti, ha lasciato il posto a strutture con una media di 20 ospiti.

Case di cura che dopo l’approvazione della legge 81 del 2014 devono accogliere – per periodi che vanno da un minimo di 6 mesi al massimo di 10 anni – gli autori di reati giudicati infermi o semi infermi di mente, anche socialmente pericolosi. Delle 28 strutture presenti in tutta Italia, però, oggi soltanto 4 sono definitive. In alcune regioni, le Rems sono nate dalle ceneri dei vecchi Opg. Così è successo a Castiglione delle Stiviere, che con i suoi 160 internati (140 uomini e 20 donne) è la struttura più grande d’Italia.

Un notevole passo avanti è stato fatto anche in Sicilia. Qui le strutture di Naso (Messina) e Caltagirone hanno sostituito il vecchio ospedale giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, diventato simbolo del degrado e della sofferenza dei pazienti. Ma insieme a edifici all’avanguardia provvisti di spazi verdi, laboratori e aree ricreative, resistono strutture che assomigliano a piccole carceri. Come denuncia Stefano Cecconi promotore del Comitato Stop Opg, che oggi vigila sul funzionamento delle Rems.

La situazione più critica è in Lazio: nella Rems di Subiaco il portone è controllato con il metal detector, c’è l’obbligo di consegnare telefonini, documenti e borse. La zona d’aria è tappezzata da sbarre fino al soffitto, tanto che è stata ribattezzata “la gabbia”. A Pontecorvo, nel Frusinate, il corridoio è attraversato da un reticolo d’acciaio che oscura il cielo. A Palombara Sabina, gli internati prendono aria in una terrazza completamente blindata. “Questi pesanti dispositivi di sicurezza”, spiega Ceccon, “hanno un influsso negativo sulla psiche dei pazienti”.

E poi c’è l’aspetto della sicurezza interna. In alcune strutture – per una ragione di spazi e costi – malati psichiatrici non pericolosi si ritrovano a stretto contatto con pazienti di natura violenta. Succede per esempio a Vairano Patenora, nel Casertano, dove i pazienti della Rems vivono fianco a fianco con gli ospiti della Sir, struttura intermedia di riabilitazione psichiatrica convenzionata con il Comune. Qui lo scorso febbraio uno di loro, Pasquale Di Federico, 46 anni, è stato trovato in fondo a una rampa di scale, gravemente ferito alla testa. È morto dopo un mese di agonia.

Ora la Procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando per capire se si sia trattato di un incidente o di un omicidio. E si che il fondo di Stato messo a disposizione nel 2012 per l’adempimento della legge 81/2014 sul superamento degli ospedali giudiziari – che prevedeva la nascita di strutture all’avanguardia in termini di sicurezza – non è cifra da poco: 174 milioni di euro. Ogni struttura è costata in media 2,5 milioni di euro.

E poi ci sono le spese quotidiane degli internati. La retta giornaliera per ogni paziente – che comprende vitto, alloggio, tarmaci ed esami clinici – varia tra i 190 e i 450 euro. Le Rems dipendono dal Ministero della Salute e sono supervisionate dalle Asl regionali che ne gestiscono i fondi. Costi che impennano soprattutto quando si tratta di sistemare i “pazienti fuori territorio”. Se non ci sono Rems libere nelle vicinanze, le Asl devono infatti collocare gli internati in un’altra regione sobbarcandosene il costo. Spesso maggiorato.

A Castiglione delle Stiviere, per esempio, la tariffa per i “forestieri” è di 500 euro al giorno. Per mettersi in regola con la nuova legge, quindi, alcune regioni hanno dovuto accelerare i tempi e creare dal nulla nuove strutture. E qualcuno avrebbe cercato di approfittarne. Un’inchiesta portata avanti dalla Procura di La Spezia, per esempio, sta facendo luce sul giro d’appalti per la Rems di Calice al Cornoviglio, piccolo Comune ligure al confine con la Toscana. Secondo gli inquirenti, l’ex consigliere regionale di Forza Italia Luigi Morgillo avrebbe fatto pressioni per aggiudicarsi l’appalto per il conto termico della struttura in costruzione, che dovrà affiancare l’unica Rems già presente in Liguria, a Genova. Perennemente satura.

Così, spesso, in soccorso di una sanità pubblica in affanno ecco che arriva quella privata. Succede per esempio in Piemonte. A Bra, alle porte di Cuneo, nel 2015 la clinica San Michele di proprietà della famiglia Patria è stata accreditata dalla Regione per ospitare un intero reparto dedicato alla Rems, che oggi accogliel8 persone. Per ogni paziente la Regione rimborsa 295 euro al giorno, cifra che viene pagata al 60% se il paziente si trova fuori sede. A conti fatti, sono circa 159mila euro al mese. La struttura è una piccola oasi: ci sono coloratissime aule per il disegno e per la pittura, si organizzano corsi di equitazione, teatro e gite in montagna. Il più giovane degli internati ha 19 anni ed è accusato di omicidio. Non ci sono sbarre, a impedire le fughe, ma grate. Ed è presente un servizio di vigilanza interna attivo 24 ore al giorno. Stessa retta – 295 euro – anche alla clinica privata Antonio Martin di San Maurizio Canavese. Qui gli internati sono venti: il giro d’affari è di circa 177mila euro al mese.

Ma le oasi private si trovano anche al centro sud. La Rems di Montegrimano, alle porte di Pesaro, ospita al costo di 300 euro al giorno 19 persone, sforando di qualche unità il numero chiuso. A occuparsene è il Gruppo Atena presieduto dall’imprenditore Ferruccio Giovanetti, che guida un piccolo impero di strutture sanitarie distribuite fra Marche e San Marino. Mentre la Rems calabrese di Santa Sofia d’Epiro (Cosenza), attualmente ospita 20 internati al costo di 190 euro ed è convenzionata con la Onlus “Il Delfino”, titolare della gestione di altre 7 cliniche specializzate nella cura dei malati psichiatrici e tossicodipendenti e nell’assistenza ai minori immigrati. Infine, ci sono le comunità private che accolgono le persone che non trovano posto altrove. Secondo le stime dei garanti regionali dei detenuti, al momento sono circa duecento quelle in attesa di Rems provvisoriamente prese in carico da strutture protette accreditate. Qui i costi giornalieri variano dai 160 ai 250 euro a paziente.

Un giro d’affari in vertiginosa crescita, ma di cui non esistono dati certi. A sottolineare questa mancanza di trasparenza è il Commissario unico per il superamento degli Opg Franco Corleone: “Manca del tutto una informazione chiara rispetto al luogo dove le persone destinatarie delle misure di sicurezza si trovino se non ci sono posti liberi nelle Rems”, scrive Corleone nella sua ultima relazione, “non conoscendosi questo dato, non si riesce a stabilire se si tratti di luoghi di cura propri o impropri”.

L’unica cosa certa è che la lista dei “folli rei” che aspettano di entrare nelle Rems si ingrossa giorno dopo giorno con una curva sempre crescente, anche di 50 unità a settimana. Oggi siamo a quota 401. Quarantuno di loro si trovano dietro le sbarre, 15 in Lazio, 7 in Campania, 4 in Lombardia, 2 in Puglia. Alcuni sono ricoverati nei Centri di osservazione psichiatrica, piccoli reparti ospedalieri interni alle carceri. Altri si trovano nei centri clinici, sottoposti a pesanti trattamenti farmacologici. La maggior parte di loro è rinchiusa in celle comuni. Paolo Pasquariello, 40 anni, si trova parcheggiato a Regina Coeli ormai da un anno. di gravi disturbi deliranti. Il giudice ha revocato la custodia cautelare in carcere e ne ha ordinato il trasferimento in una Rems, ma non c’è posto. E allora dal carcere si rifiutano di liberarlo.

“Non esiste una motivazione giuridica per cui debba essere trattenuto in cella”, tuona il suo legale Simona Filippi, che promette battaglia davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, “quello che sta succedendo va oltre la legge”.

A San Vittore Massimiliano Spinelli, 46 anni, è stato rinchiuso illegalmente per quasi un anno. Assolto dai giudici per incapacità di intendere e di volere ma ritenuto socialmente pericoloso, è rimasto in custodia cautelare nonostante non avesse nessuna pena da scontare. C’è voluta tutta la costanza dell’avvocato Giulio Vasaturo, invece, perché Alessandro Cassoni, 24 anni, malato di epilessia, affetto da problemi psichiatrici gravissimi e con tendenze suicide, riuscisse dopo 4 mesi a essere scarcerato dalla Casa lavoro di Vasto per essere finalmente trasferito in una Rems. “Si tratta di persone che si trovavano già in custodia cautelare e che sono state valutate come socialmente pericolose: se non si trova posto nelle Rems non possiamo lasciarle liberei ribatte il direttore generale dei detenuti del Dap Calogero Piscitello.

Uno di nodi fondamentali, spiegano dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è l’assenza di coordinamento livello centrale che stabilisca una sorta di “graduatoria”, in base alla pericolosità sociale, per chi debba entrare per primo in una Rems in caso si liberi u posto. E così gli ingorghi aumentano. Quasi la metà di loro, inoltre – 208 su 604 – è dentro in via provvisoria, in ai senza di condanna.

Per il Garante di diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, si tratta di una grave responsabilità da parte di alcuni giudici: “si dispone il ricovero nelle Rems troppo facilmente, senza valutare percorsi di terapia alternativi sul territorio”. Del resto la rete dei servizi sociali per la carenza di mezzi e risorse spesso non riesce nel suo intento: un paziente su dieci, una volta libero, fallisce nel percorso di recupero. E tutto ricomincia.

C’era una volta lo Stato di diritto e per condannare servivano prove (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 21 Aprile 2018)

È una sentenza che lascia perplessi. Dico meglio: lascia un po’ sbigottiti. Per cinque ragioni. La prima è che non ci sono prove contro gli imputati. Soprattutto contro gli imputati di maggiore valore mediatico: il generale Mori (e i suoi collaboratori) e l’ex senatore Dell’Utri. Non ci sono neanche indizi. La tesi dell’accusa si fonda tutta o su alcune testimonianze giudicate false da questo e da altri tribunali, o sulla parola di qualche mafioso, o su ricostruzioni dei pubblici ministeri molto interessanti ma costruite esclusivamente su ipotesi o sulla letteratura. La seconda è che prima che si concludesse questo processo se ne erano svolti altri, paralleli e sulle stesse ipotesi di reato, e si erano conclusi tutti, logicamente, con le assoluzioni degli imputati (tra i quali lo stesso Mori e l’on. Mannino). Questa sentenza, nella sostanza, ci dice che sì, probabilmente non ci fu il reato, ma ci sono i colpevoli.

La terza ragione dello stupore è il reato per il quale sono stati condannati gli imputati eccellenti. Il reato si chiama così: “Attentato e minaccia a corpo politico dello Stato”. Gli esperti e i professori dicono che nella storia d’Italia questo reato è stato contestato una sola volta. Nessuno però ricorda bene quando. Ma comunque quella volta non fu per minacce nei confronti del governo – ed è di questo che sono accusati Mori e Dell’Utri – perché esiste nel codice un reato specifico, scritto nell’art 289 del codice penale, che prevede appunto l’attentato contro un organismo costituzionale (cioè il governo).

La quarta ragione non è di diritto ma è di buon senso. E sta nella assoluzione (seppure per prescrizione) del capo della mafia (Giovanni Brusca, uno dei boss più feroci del dopoguerra) che sarebbe l’autore della minaccia, contrapposta alla condanna del generale Mori che è forse il militare che ha catturato più mafiosi dai giorni dell’Unità d’Italia ad oggi e che dalla mafia è stato sempre considerato nemico acerrimo La quinta ragione del nostro sincero sbigottimento sta nello scenario kafkiano che viene disegnato da questa sentenza. Lasciamo stare per un momento il dettaglio dell’assenza di prove. Cerchiamo di capire cosa l’accusa e la giuria ritengono che sia successo nel 1993- 94. Sarebbe successo questo: la mafia, guidata da Riina avrebbe minacciato lo Stato, prima e dopo le uccisioni di Falcone, Borsellino e delle loro scorte. Avrebbero chiesto l’allentamento del rigore carcerario con un ricatto: “Altrimenti seminiamo l’Italia di stragi”. In una prima fase questa minaccia sarebbe stata mediata sempre da Dell’Utri e Mori, evidentemente con Ciampi e Scalfaro.

Questa però è solo la tesi dell’accusa, perché la giuria non ci ha creduto, gli è parsa davvero troppo inverosimile. Poi succede che Mori – evidentemente mentre trattava con lui – arresta Riina assestando alla mafia il colpo più pesante dal dopoguerra. In una seconda fase, dopo gli attentati del 1993 (uno dei quali contro un giornalista Mediaset molto legato a Berlusconi, e cioè Maurizio Costanzo) la minaccia sarebbe stata portata Berlusconi, che nel frattempo era diventato Presidente del Consiglio, attraverso Marcello Dell’Utri e forse attraverso lo stesso Mori, evidentemente colpito da un fenomeno grave di schizofrenia.

Nessuna delle richieste dei mafiosi, però, fu accolta. E questo, in teoria, dimostrerebbe un comportamento rigorosissimo di Berlusconi: uomo davvero incorruttibile. E infatti la sentenza condanna gli imputati a risarcire con 10 milioni la presidenza del Consiglio, cioè Berlusconi. Le richieste mafiose che Dell’Utri, e forse Mori, avrebbero portato a Berlusconi (e forse a Mancino, ministro dell’Interno, che però ha negato, è stato imputato per falso e poi assolto) erano contenute in un “papello” consegnato dall’ex sindaco Ciancimino, così sostiene il figlio dell’ex sindaco che però è stato a sua volta condannato per calunnia (e dunque il papello è falso).

Ma una persona che legge queste cose qui e ha un po’ di sale in zucca, che deve pensare? Beh, probabilmente gli viene in mente un’idea molto semplice: che quello di Palermo sia stato semplicemente un processo politico. E qualche conferma a questo sospetto viene da un paio di elementi. Il primo è che il Pubblico ministero che ha condotto l’accusa fino all’ultimo minuto, si è candidato a fare il ministro coi 5 Stelle, ha partecipato a diversi convegni politici dei 5 Stelle, ha presentato a nome dei 5 Stelle un programma per riformare la giustizia, e, appena emessa la sentenza, ha rilasciato dichiarazioni feroci contro Berlusconi, che oltretutto è parte lesa e non imputato. Possiamo tranquillamente dire che il Pubblico ministero era un uomo politico. Il suo predecessore, quello che avviò il processo (si chiama Antonio Ingroia) ha partecipato recentemente alle elezioni in qualità di candidato premier con una lista di sinistra. Anche questa circostanza (almeno in forma così esplicita) è senza precedenti, credo, in tutti i paesi dell’Occidente.

Il secondo elemento sta in tutto quello che ha preceduto il processo. E cioè il processo mediatico, che difficilmente non ha condizionato fortemente la giuria di Palermo. Ho sentito molti commentatori dire che comunque ci sarà un processo di appello, che potrà correggere gli errori del primo grado. Vero. Per fortuna l’impianto della nostra giustizia è solido. Però è difficile digerire l’arroganza del processo di Palermo, e la sua superficialità, e l’ingiustizia palese di alcune condanne, come quella contro il generale Mori. Ed è difficile non considerare il fatto che l’ex senatore Dell’Utri, che sta in cella in condizioni di salute gravissime, difficilmente, dopo questa nuova stangata, potrà sperare di ottenere cure adeguate e di rivedere il cielo senza sbarre. No, non è stata una bella giornata.

Milano: finisce l’incubo dell’internato da un anno a San Vittore

Il Garante del Lazio ha ricevuto la notifica della disponibilità della Rems di Palombara Sabina. Era internato illegalmente da un anno in carcere, ma a breve sarà ospite della residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria (Rems) di Palombara Sabina. Finisce l’incubo di Massimiliano Spinelli, una storia descritta da Il Dubbio.

Fu coinvolto in una vicenda processuale che poi l’ha visto uscire assolto a luglio del 2017 per incapacità di intendere e volere, ma da allora egli è rimasto dove si trovava, cioè in carcere come quando vi era detenuto in custodia cautelare: è stato assolto, nessuna pena ha da scontare, bensì una misura di sicurezza. Massimiliano, in sintesi, si trova trattenuto illegalmente presso il carcere milanese di San Vittore. Il motivo? Quello che riguarda tanti altri internati psichiatrici come lui: è in attesa di entrare in una Rems. Come accade spesso, l’hanno ritenuto socialmente pericoloso e il giudice ha dato l’ordine di essere sottoposto in misura di sicurezza. Ma è rimasto in lista d’attesa.

Ad incontrare Massimiliano Spinelli è stata la delegazione del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, guidata dall’associazione Opera Radicale, alla presenza del dottor D’Amato, psichiatra responsabile del reparto psichiatria del Centro Clinico, il quale lo ha in cura e che ha accompagnato la delegazione a incontrarlo in quanto unico internato della Casa circondariale. Della posizione giuridica di Massimiliano ne aveva parlato anche lo stesso direttore del carcere dottor Siciliano e la vice direttora dottoressa Mazzotta durante il colloquio con la delegazione radicale per riferire sulla situazione dell’Istituto: la direzione ha confermato di essere in attesa da mesi di ricevere una risposta dalle Rems sulla disponibilità ad accogliere Massimiliano.

Anche il dottor D’Amato ha riferito di aver inviato parecchie richieste di intervento alle Rems, nell’interesse di Massimiliano perché potesse uscire dalla sua situazione di detenuto non detenuto. L’internato è di Roma, per questo si attendevano le risposte delle tre Rems della regione Lazio: ovvero quelle di Palombara Sabina, Subiaco o Ceccano. La risposta finalmente è arrivata.

Il garante regionale del Lazio Stefano Anastasia ha ricevuto ieri la notifica della disponibilità della Rems di Palombara Sabina ad accogliere Spinelli a partire da martedì 17 Aprile. Oltre alle sollecitazioni pervenute dall’associazione Opera Radicale, questo è stato anche un risultato dell’attivazione della rete dei Garanti: ad Anastasia ne aveva parlato il garante della Lombardia Carlo Lio e si è subito attivato portando il caso al tavolo Rems del Lazio. “Non possiamo che dirci soddisfatti per il risultato che ha ricondotto – commenta l’Associazione “Opera Radicale”, nella salvaguardia dei diritti costituzionali di libertà e salute, una situazione che si stava trasformando in una falla dello Stato di Diritto”.

Una storia, quindi, a lieto fine. Permane però il problema degli internati psichiatrici che si trovano trattenuti illegalmente in carcere in attesa di entrare in una Rems. Quest’ultima è stata istituita con la legge 81/ 2014 che ha sancito il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Fu un grande passo di civiltà. Dentro gli Opg, in effetti, i “folli rei” non erano seguiti dai servizi sanitari territoriali e potevano rimanere all’infinito tra quelle antiche mura, per la continua proroga delle misure di sicurezza: i cosiddetti “ergastoli bianchi”.

Condizioni disumane, come dimostrò nel 2011 la Commissione d’inchiesta parlamentare guidata dal senatore Ignazio Marino. Adesso, la legge 81 stabilisce un limite per la permanenza nelle Rems e i Dipartimenti di salute mentale devono elaborare piani terapeutici ad hoc per ogni recluso. Però sono affollate – questo è anche dovuto dal fatto che i giudici, con grande facilità, emettono troppi ordinanze di misure di sicurezza – e si creano le liste d’attesa. Alcuni attendono in libertà e altri, invece, sono reclusi anche se non sono ufficialmente dei detenuti.

Fonte: Il Dubbio
Autore: Damiano Aliprandi
Data: 31 Marzo 2018

Pavia: detenuto si rivolge al giudice “il carcere mi paga poco”

Impiego dietro le sbarre: la legge prevede due terzi del compenso contrattuale L’uomo lamenta di essere stato retribuito solo a metà e senza tredicesima. Che un detenuto ce l’abbia con il carcere è fisiologico, che gli faccia una causa di lavoro accusandolo di averlo sottopagato è già meno frequente.

È il caso di Giuseppe P., un 55enne originario della provincia di Trapani difeso dall’avvocato Pierluigi Vittadini. L’uomo deve scontare 8 anni, 9 mesi e 3 giorni di reclusione e si trova, attualmente, a Torre del Gallo. In carcere, tra il settembre 2012 e il maggio 2016, ha svolto attività lavorative. In particolare, ha fatto lo “scrivano”, aiutando gli altri detenuti a scrivere le loro lettere, le istanze da presentare al tribunale e spiegando il contenuto delle sentenze.

Inoltre ha lavorato come magazziniere, organizzando e distribuendo agli altri detenuti i pacchi in entrata, lo “scopino”, occupandosi della pulizia degli ambienti carcerari e il barbiere. A riconoscere l’importanza del lavoro, come tramite per il reinserimento sociale, è lo stesso ordinamento dello Stato italiano. In particolare, una legge del 1975 prevede che il compenso per il lavoro svolto in regime carcerario debba corrispondere almeno ai due terzi della paga fissata dal contratto collettivo nazionale di lavoro riferito alla medesima attività.

Ma il 55enne ha conservato tutte le buste paga che gli sono state rilasciate dall’amministrazione penitenziaria e da tali documenti, secondo il ricorso del suo avvocato, risulta che gli sia stata pagata metà della paga oraria giornaliera, anziché i due terzi. Non solo. La medesima legge del 1975 prevede che il compenso (definito con un termine brutto e antiquato “mercede”) sia costituita dalla paga base, dall’indennità di contingenza, dalla tredicesima e dagli scatti di anzianità, oltre alla paga doppia nelle giornate festive e alle ferie retribuite.

In base ai calcoli effettuati, il detenuto reclama dallo Stato la somma complessiva di 1.158 euro; un importo che può sembrare non particolarmente significativo, ma che nel “microcosmo” del carcere assume un valore del tutto differente. Per questo, il 55enne si è affidato all’avvocato che lo assiste e il legale ha avviato una causa davanti al giudice del lavoro. La controparte del detenuto è il ministero della Giustizia, la richiesta è quella di condannarlo a pagare la differenza tra quanto pagato e quanto dovuto, inclusi accessori, tredicesime,

ferie non retribuite eccetera. La prima udienza è già stata fissata per il prossimo 8 maggio. L’avvocato Vittadini, alla richiesta, ha allegato anche le buste paga e i vari testi normativi. Anche se, per il detenuto, la soddisfazione di vedere condannato il carcere non ha prezzo.

Fonte: La Provincia Pavese, 2 aprile 2018
Autore: Fabrizio Merli

Internati, ovvero condannati all’ergastolo bianco (Il Dubbio, 21 Marzo 2018, Damiano Aliprandi)

Sono i reclusi che, dopo aver scontato una pena, non vengono liberati perché considerati pericolosi. Il Garante Mauro Palma ha sottolineato che la criticità riguarda la loro permanenza in carcere invece di stare in Casa di lavoro, Colonia agricola o Rems.

Ufficialmente non scontano una pena detentiva, perché hanno già pagato il loro conto con la giustizia. Per questo motivo, nel glossario del diritto penitenziario, vengono definiti “internati” per distinguerli dai “detenuti”.

In sintesi, sono i reclusi che, dopo aver scontato una pena, non vengono liberati perché considerati pericolosi. Alla fine del 2016 era 295, secondo i dati del Dap. Eppure la differenza, di fatto, non esiste. Alcuni sono internati in 41 bis, altri nelle celle assieme ai detenuti, altri ancora si trovano internati nei penitenziari in attesa di trovare posto nelle Rems.

Il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, nella relazione del suo primo anno di attività, ha infatti sottoli- neato che la criticità riguarda, in primo luogo, la permanenza negli Istituti penitenziari di queste persone che, scontata la pena, devono eseguire una misura di sicurezza detentiva: l’assegnazione a una Casa di lavoro, Colonia agricola o, per quanto riguarda le patologie psichiatriche il ricovero in una Rems, si trasformano in concreto nella continuazione della vita detentiva giacché gli internati vengono spesso trattenuti nell’Istituto penitenziario e, a volte, nella medesima stanza di detenzione e sezione.

Gli internati – definizione che richiama il vecchio linguaggio manicomiale – vivono in carcere a tempo indeterminato, quasi come se fosse un fine pena perché, appunto, una pena da scontare non ce l’hanno. Il rischio è di scontare, di fatto, una lunghissima pena nonostante abbiano già fatto i conti con la giustizia. Gli internati, infatti, chiamano la loro condizione “ergastolo bianco”, perché la misura di sicurezza può essere prorogata diverse volte.

Il motivo? Subentra un meccanismo nel quale, non lavorando di fatto, gli internati non offrono elementi per far valutare ai giudici la loro cessata o diminuita pericolosità. A quel punto non possono che scattare le proroghe dell’internamento. Prima del 2014, il rischio di chi è internato era davvero quello di scontare una pena perpetua.

A far fronte a questo problema, ai sensi dell’art. 1 comma 1ter del D.L. 31 marzo 2014 n. 52 così come convertito in legge 30 maggio 2014 n. 81, si prevede che “le misure di sicurezza detentive provvisorie o definitive, compreso il ricovero nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima”.

Questi internamenti sono misure che risalgono al codice fascista Rocco, non a caso diversi giuristi le definiscono “reperti di archeologia giuridica”. Reperti che hanno anche una definizione ben precisa “il doppio binario”.

Ovvero un doppio sistema sanzionatorio caratterizzato dalla compresenza di due categorie di sanzioni distinte per funzioni e disciplina: le pene, ancorate alla colpevolezza del soggetto per il fatto di reato e commisurate in base della gravità di quest’ultimo, e le misure di sicurezza, imperniate sul concetto di pericolosità sociale dell’autore del reato e di durata indeterminata. Il doppio binario si risolve, con riferimento ai soggetti imputabili e al contempo socialmente pericolosi, nell’applicazione congiunta di pena e misura di sicurezza: è questo il profilo più problematico dell’istituto, che può tradursi in una duplice privazione della libertà personale dell’individuo, ben oltre il limite segnato dalla colpevolezza per il fatto.

Non a caso, la Corte Europa ci bacchettò su questo punto specifico. Sentenziò che non si può giustificare l’applicazione di una misura di sicurezza detentiva solo in ragione della funzione preventiva dalla stessa svolta, se poi di fatto la sua esecuzione non si differenzia da quella di una pena. Proprio perché anche le misure di sicurezza hanno carattere afflittivo, è necessario assicurare che la differenza di funzioni tra pene e misure di sicurezza si traduca anche in differenti modalità esecutive, così da garantire i supporti riabilitativi e risocializzativi necessari a consentire al soggetto di interrompere quanto prima l’esecuzione della misura.

Eppure persiste ancora una mancata differenziazione con la pena detentiva. Pensiamo al 41 bis. Considerato lo specifico riferimento, operato dall’art. 41bis comma 2, agli internati, il “carcere duro” può essere applicato anche nei confronti di coloro che sono sottoposti ad una misura di sicurezza personale detentiva.

Tale disposizione suscita, da sempre, notevoli perplessità tra gli interpreti. In primo luogo, infatti, è difficile comprendere come la pericolosità sociale che qualifica l’internato, assegnato a colonia agricola o a casa di lavoro, oppure ricoverato in una Rems, possa essere coniugata con i ben differenti parametri del 41 bis. In secondo luogo, è stato osservato in dottrina che l’accertamento, da parte del magistrato di sorveglianza, circa la permanenza della suddetta pericolosità finisce inevitabilmente per incidere sulla sussistenza dei presupposti stabiliti per l’applicazione del regime speciale: invero, qualora venga accertato che “è probabile che il soggetto commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati” 137, ben difficilmente – in sede di controllo del decreto ministeriale – si potrà escludere l’attuale capacità del medesimo di mantenere collegamenti con il crimine organizzato. In sintesi, un internato può scontare, di fatto, una lunga pena al 41bis.

Un caso emblematico del quale se ne occupò il Partito Radicale, è quello riguardante Vincenzo Stranieri. Ha un tumore alla laringe e i 24 anni di 41bis gli hanno causato gravi problemi di tipo psichiatrico. La sua pena teoricamente sarebbe dovuta finire il 16 maggio del 2016, ma invece di uscire, è stato internato sempre al 41bis. A maggio, dopo due anni di internamento in regime duro, dovrebbe uscire.

UNA DENUNCIA PER BANDIRE IL NORDIC RESISTANCE MOVEMENT: LA POLITICIZZAZIONE DELLA POLIZIA FINLANDESE.

AUTORE: NORDIC RESISTANCE MOVEMENT.
Tradotto dall’inglese all’italiano.

All’inizio del Marzo 2017, il Consiglio Nazionale della Polizia ha presentato una denuncia contro la branca Finlandese del Nordic Resistance Movement allo scopo di bandire l’organizzazione.

Gli oggetti della querela sono sei rappresentanti della branca Finlandese del Nordic Resistance Movement. Questa aggressività usata nell’affermare che il Resistance Movement debba essere bandito dimostra che le autorità di polizia sono diventate pesantemente politicizzate invece di limitarsi ad essere i tradizionalmente benvoluti garanti della legge e dell’ordine.

La base di questo divieto richiesto è che, secondo il Consiglio Nazionale della Polizia, “le azioni del Nordic Resistance Movement sono contrari la legge o contrari alla buona prassi”. Quello che è particolarmente problematico con la parte riguardo l’essere “contrario alla buona prassi” è che non vi è una definizione oggettiva e legale di ciò. Inoltre, il Resistance Movement non è mai stato condannato per motivi di criminalità organizzata.

La cosa particolarmente controversa è che essere “contro la buona prassi” può significare praticamente qualunque cosa. In altre parole, ogni organizzazione che critichi le politiche dell’attuale governo Finlandese è in pericolo! La “buona prassi” nella denuncia viene trattata in questo modo:

“Nella giurisprudenza legale, è stato stabilito che qualcosa che vada contro la buona prassi non può essere definito con precisione e dipende solo da cosa è percepito come legale o morale per ogni epoca. È stato contro la buona prassi lasciare avere a queste organizzazioni non registrate un nome che è considerato razzista.”

Questo significa che ogni organizzazione che si oppone a quello che è “considerato come legale o morale in ogni epoca” può essere bandita. Inoltre, chi definisce cosa è legalmente o moralmente giusto in un arco di tempo non è chiaro. L’attuale governo Finlandese sta facendo azioni che sono ostili alla nazione Finlandese ogni giorno e l’elite politica sta sottolineando sempre la visione forzata che oggi “viviamo in una società multiculturale e pluralista” in cui non esistono percezioni morali univoche.

Fra le argomentazioni che la denuncia contiene, il Consiglio di Polizia si riferisce a “programmi Nazionalsocialisti”, riferendosi ai 9 punti del manifesto politico indicato nel sito. Il loro significato è ovviamente interpretato fuori dal contesto o snaturandone il significato originario cercando di rendere più probabile il divieto. Se il manifesto politico avesse avuto al suo interno proposte considerate criminali, qualcuno avrebbe già fatto da tempo una denuncia. Invece nessuno l’ha fatta perché i contenuti sono legali dall’inizio alla fine.

L’argomentazione che il Consiglio di Polizia usa è decisamente discutibile. Quando il Consiglio di Polizia non ha una legge a cui può appellarsi nel fare le sue accuse si mette ad usare leggi che sono applicate in altre nazioni dell’Unione Europea ma non in Finlandia. I principali problemi che il Consiglio di Polizia percepisce sono dovuti alle ideologie dell’organizzazione ed al suo ideale di nazione Nordica nel Nord libera dal giogo dell’elite mondialista, dell’Unione Europea e dei mass media che si comportano in modo ostile verso i popoli del Nord. Viene anche sollevata una questione sulle opinioni riguardo ai sistemi di governo ideali, come la democrazia ed il parlamentarismo; viene affermato che ammirare gli eroi nazionali, fare ricerca storica senza filtri o usare una retorica rivoluzionata sono “contro la buona prassi” o illegali quando nei fatti non lo sono. Il Consiglio di Polizia ha argomentato in questo modo per affermare che le azioni del Nordic Resistance Movement si avvicinano ad un tradimento!

Nella denuncia il Consiglio di Polizia afferma senza troppi giri di parole che i Nazionalsocialisti non dovrebbero avere il diritto alla libertà di parola né quella di associazione. Le autorità quindi vogliono decidere chi ha il diritto a partecipare al dibattito sulla società.

“Il Nordic Resistance Movement con il suo programma nazionalsocialista ed i discorsi d’odio ad esso collegati non è protetto dalla libertà di parola e chiunque creda a questo tipo di ideologia non può appellarsi alla libertà di associazione. Non si devono usare queste libertà in un modo sbagliato; l’ordinamento legale e nello specifico le autorità statali non dovrebbero avere una posizione neutrale nei confronti di questo tipo di azioni né tantomeno accettarle.”

È interessante che il Consiglio di Polizia ha stipendiato decine di autorità per indagare sui “discorsi d’odio” anti-immigrazione che avvengono su internet. A questo punto dovrebbe essere chiaro che le autorità di polizia usano argomentazioni soggettive per reprimere le opposizioni politiche e proteggere il sistema corrotto, dal momento che sono parte dello stesso sistema. “La buona prassi” non sarà mai una definizione oggettiva ma tramite il processo penale diventerà una regola da essere usata nella società e nei casi analoghi che seguiranno. Ogni organizzazione coinvolta in attività di opposizione politica potrebbe essere giudicata colpevole di “agire contro la buona prassi” perché opporsi politicamente significa opporsi all’ordine attuale. In ogni caso, la persecuzione politica non fermerà il Nordic Resistance Movement e la sua lotta contro il sistema corrotto ed anti-finlandese!