UNA DENUNCIA PER BANDIRE IL NORDIC RESISTANCE MOVEMENT: LA POLITICIZZAZIONE DELLA POLIZIA FINLANDESE.

AUTORE: NORDIC RESISTANCE MOVEMENT.
Tradotto dall’inglese all’italiano.

All’inizio del Marzo 2017, il Consiglio Nazionale della Polizia ha presentato una denuncia contro la branca Finlandese del Nordic Resistance Movement allo scopo di bandire l’organizzazione.

Gli oggetti della querela sono sei rappresentanti della branca Finlandese del Nordic Resistance Movement. Questa aggressività usata nell’affermare che il Resistance Movement debba essere bandito dimostra che le autorità di polizia sono diventate pesantemente politicizzate invece di limitarsi ad essere i tradizionalmente benvoluti garanti della legge e dell’ordine.

La base di questo divieto richiesto è che, secondo il Consiglio Nazionale della Polizia, “le azioni del Nordic Resistance Movement sono contrari la legge o contrari alla buona prassi”. Quello che è particolarmente problematico con la parte riguardo l’essere “contrario alla buona prassi” è che non vi è una definizione oggettiva e legale di ciò. Inoltre, il Resistance Movement non è mai stato condannato per motivi di criminalità organizzata.

La cosa particolarmente controversa è che essere “contro la buona prassi” può significare praticamente qualunque cosa. In altre parole, ogni organizzazione che critichi le politiche dell’attuale governo Finlandese è in pericolo! La “buona prassi” nella denuncia viene trattata in questo modo:

“Nella giurisprudenza legale, è stato stabilito che qualcosa che vada contro la buona prassi non può essere definito con precisione e dipende solo da cosa è percepito come legale o morale per ogni epoca. È stato contro la buona prassi lasciare avere a queste organizzazioni non registrate un nome che è considerato razzista.”

Questo significa che ogni organizzazione che si oppone a quello che è “considerato come legale o morale in ogni epoca” può essere bandita. Inoltre, chi definisce cosa è legalmente o moralmente giusto in un arco di tempo non è chiaro. L’attuale governo Finlandese sta facendo azioni che sono ostili alla nazione Finlandese ogni giorno e l’elite politica sta sottolineando sempre la visione forzata che oggi “viviamo in una società multiculturale e pluralista” in cui non esistono percezioni morali univoche.

Fra le argomentazioni che la denuncia contiene, il Consiglio di Polizia si riferisce a “programmi Nazionalsocialisti”, riferendosi ai 9 punti del manifesto politico indicato nel sito. Il loro significato è ovviamente interpretato fuori dal contesto o snaturandone il significato originario cercando di rendere più probabile il divieto. Se il manifesto politico avesse avuto al suo interno proposte considerate criminali, qualcuno avrebbe già fatto da tempo una denuncia. Invece nessuno l’ha fatta perché i contenuti sono legali dall’inizio alla fine.

L’argomentazione che il Consiglio di Polizia usa è decisamente discutibile. Quando il Consiglio di Polizia non ha una legge a cui può appellarsi nel fare le sue accuse si mette ad usare leggi che sono applicate in altre nazioni dell’Unione Europea ma non in Finlandia. I principali problemi che il Consiglio di Polizia percepisce sono dovuti alle ideologie dell’organizzazione ed al suo ideale di nazione Nordica nel Nord libera dal giogo dell’elite mondialista, dell’Unione Europea e dei mass media che si comportano in modo ostile verso i popoli del Nord. Viene anche sollevata una questione sulle opinioni riguardo ai sistemi di governo ideali, come la democrazia ed il parlamentarismo; viene affermato che ammirare gli eroi nazionali, fare ricerca storica senza filtri o usare una retorica rivoluzionata sono “contro la buona prassi” o illegali quando nei fatti non lo sono. Il Consiglio di Polizia ha argomentato in questo modo per affermare che le azioni del Nordic Resistance Movement si avvicinano ad un tradimento!

Nella denuncia il Consiglio di Polizia afferma senza troppi giri di parole che i Nazionalsocialisti non dovrebbero avere il diritto alla libertà di parola né quella di associazione. Le autorità quindi vogliono decidere chi ha il diritto a partecipare al dibattito sulla società.

“Il Nordic Resistance Movement con il suo programma nazionalsocialista ed i discorsi d’odio ad esso collegati non è protetto dalla libertà di parola e chiunque creda a questo tipo di ideologia non può appellarsi alla libertà di associazione. Non si devono usare queste libertà in un modo sbagliato; l’ordinamento legale e nello specifico le autorità statali non dovrebbero avere una posizione neutrale nei confronti di questo tipo di azioni né tantomeno accettarle.”

È interessante che il Consiglio di Polizia ha stipendiato decine di autorità per indagare sui “discorsi d’odio” anti-immigrazione che avvengono su internet. A questo punto dovrebbe essere chiaro che le autorità di polizia usano argomentazioni soggettive per reprimere le opposizioni politiche e proteggere il sistema corrotto, dal momento che sono parte dello stesso sistema. “La buona prassi” non sarà mai una definizione oggettiva ma tramite il processo penale diventerà una regola da essere usata nella società e nei casi analoghi che seguiranno. Ogni organizzazione coinvolta in attività di opposizione politica potrebbe essere giudicata colpevole di “agire contro la buona prassi” perché opporsi politicamente significa opporsi all’ordine attuale. In ogni caso, la persecuzione politica non fermerà il Nordic Resistance Movement e la sua lotta contro il sistema corrotto ed anti-finlandese!

 

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Predefinito Il caso Manolo Morlacchi: Prima lo sbattono in carcere poi si scusano con la paghetta

Quanto vale la vita di un uomo arrestato ingiustamente e quanto sono valutati il danno alla sua reputazione e “il discredito sociale e professionale”? Cento euro al giorno, stabilisce la Corte di cassazione. a non per tutti né in tutti i casi. Solo se – come è capitato per Manolo Morlacchi – si ha una coda di paglia talmente lunga per aver arrestato un innocente da esser costretti al risarcimento per ingiusta detenzione, pur obtorto collo e risparmiando al massimo sul quantum.
Manolo Morlacchi non è uno qualunque e probabilmente non aveva neanche voglia di esserlo, quando ha scritto e pubblicato un libro in cui racconta e rivendica con orgoglio la storia di una famiglia di partigiani e comunisti.
Uno di loro, (dieci fratelli) è suo padre, ed è stato un leader delle Brigate rosse. Così, un po’ per il libro (come lui stesso racconta in una lettera pubblicata dal manifesto) un po’ perché il cognome Morlacchi “fa titolo” sulle prime pagine, il 13 gennaio 2010 Manolo viene arrestato perché sospettato di far parte di un gruppo che voleva resuscitare le Brigate Rosse. I reati contestati? Associazione sovversiva e partecipazione a banda armata. Nessun reato specifico, nessun fatto, secondo una prassi inaugurata da certa magistratura nelle indagini per terrorismo e travasata ormai dagli anni settanta fino a oggi ogni giorno in ogni processo di mafia, corruzione o abigeato che sia.
Se pensiamo al fatto che una settimana fa negli Stati Uniti una retata dell’Fbi ha sgominato il gotha delle famiglie mafiose di origine italiana (Genovese Gambino Lucchese Bonanno) arrestando 46 persone e contestando “solo” fatti specifici, si capisce bene la differenza tra un sistema giudiziario che funziona e uno traballante come quello italiano. Nel sistema anglosassone (come nella gran parte degli ordinamenti giudiziari occidentali) non esistono i reati associativi autonomi. Del resto che bisogno c’è? Se un reato è commesso da più persone, dovrebbe bastare un’aggravante. Ai 46 arrestati negli Stati Uniti sono stati contestati i reati di estorsione, incendio doloso, usura, gioco d’azzardo illegale, frode, traffico di armi, aggressione, eccetera. Il che significa che il rappresentante della pubblica accusa ha ritenuto di avere sufficienti prove per portare questi signori a processo su fatti specifici.

Manolo Morlacchi però viveva in Italia, in quel 2010, con un lavoro e una famiglia con due bambini piccoli. Ha perso lavoro e reputazione in un battibaleno. Rimane in carcere senza prove né fatti specifici da gennaio a giugno e gli è anche andata bene (si fa per dire) perché il suo processo arriva a sentenza definitiva in soli quattro anni. È assolto nei tre gradi di giudizio “perché il fatto non sussiste”, cioè con la formula più ampia.
La prima cosa che vorremmo sapere, a questo punto, è che brillante carriera (come i magistrati di Tortora) stanno facendo a Roma un certo Pm e un certo Gip, e anche i giudici del tribunale del riesame che hanno confermato (come spessissimo accade) la custodia cautelare in carcere per cinque mesi di un innocente. Poiché il governo Renzi giustamente vanta il fatto di aver indotto il Parlamento a votare la legge (modestissima) sulla responsabilità civile dei magistrati, ci pare che in questo caso qualcuno dovrebbe pagare per quei 156 giorni di ingiusta detenzione subita dal signor Manolo Morlacchi.
Invece che cosa succede?

Che avendo il legale dell’ex imputato presentato la richiesta di risarcimento del danno, chi si mette di traverso? Proprio il governo, nelle vesti del Ministro dell’economia, il quale presenta in Cassazione un ricorso opposto, sostenendo che Morlacchi non ha diritto a niente, che gli è andata anche troppo bene. Gli argomenti sono all’apparenza solo tecnico-giuridici, e riguardano l’interpretazione dell’art. 314 del codice di procedura penale. Il quale disciplina i casi in cui l’ex imputato poi assolto ha diritto “.. a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave”.

Che cosa significa? Che l’innocente deve stare ben attento a non indurre, con il suo comportamento, lo sprovveduto e ingenuo Pm a crederlo colpevole. L’interpretazione si gioca tutta sul dolo e la colpa grave. Fu cattivello Giulio Petrilli (vedi l’articolo del direttore Piero Sansonetti dello scorso 19 maggio), cui fu negato il risarcimento: non apparteneva a Prima Linea (ma intanto girava le carceri speciali), era innocente, ma forse frequentava “cattive compagnie” e pertanto ha indotto il magistrato a ritenerlo colpevole. Sulla stessa scia l’ultima sentenza della quarta sezione di cassazione del 4 luglio scorso e pubblicata dal Sole 24 ore l’8 agosto. Nel caso di Morlacchi pare sia prevalso il senso di colpa, tanto era stato clamorosamente assurdo quell’arresto. Così la cassazione ha deciso di dargli una paghetta: 15.600 euro, cento al giorno.

Fonte:
Il Dubbio, 12 agosto 2016
Autore: Tiziana Maiolo.

Terrorismo, Cassazione annulla condanne per 5 presunti jihadisti arrestati ad Andria

La Cassazione ha annullato senza rinvio “perché il fatto non sussiste” le condanne inflitte nei confronti di cinque presunti appartenenti alla cellula terroristica con base ad Andria, ordinando l’immediata scarcerazione dei quattro imputati detenuti accusati di associazione finalizzata al terrorismo islamico. Nei confronti di uno dei quattro detenuti, l’imam Hosni Hachemi Ben Hassen, la Suprema corte ha annullato la sentenza con rinvio per la rideterminazione della pena soltanto per il reato di istigazione all’odio razziale.

Gli imputati furono arrestati dal Ros dei Carabinieri di Bari nell’aprile 2013.A febbraio 2015 era arrivata la sentenza di condanna: Il gup Antonio Diella aveva inflitto cinque anni e due mesi al presunto capo della cellula terroristica, l’imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassem, accusato anche di istigazione all’odio razziale (arrestato in Belgio nell’aprile 2013). Condanne a tre anni e quattro mesi di reclusione ai presunti componenti dell’associazione, coloro cioè che, secondo l’accusa, “cooperavano nell’attività di proselitismo, di finanziamento, di procacciamento di documenti falsi, tenevano i contatti con altri membri dell’organizzazione, disponibili al trasferimento in zone di guerra per compiervi attività di terrorismo”.

Si tratta di Faez Elkhaldey, detto ‘Mohsen’, palestinese di 50 anni, Ifauoi Nour, detto ‘Moungi’, tunisino di 35 anni, Khairredine Romdhane Ben Chedli, tunisino di 33 anni, Chamari Hamdi, 24enne nato in Sicilia. Secondo i carabinieri del Ros, coordinati dai pm Renato Nitti ed Eugenia Pontassuglia, il gruppo terroristico islamico incitava alla jihad e al suicidio, rideva del crollo delle chiese causato dal terremoto dell’Aquila del 2009 (come emerge dalle intercettazioni) e aveva organizzato campi di addestramento militare lungo le pendici dell’Etna.

L’inchiesta, basata su intercettazioni telefoniche e sull’acquisizione di materiale informatico, aveva permesso di documentare come a partire dal 2008, gli indagati si fossero associati tra loro “allo scopo di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo internazionale in Italia e all’estero – si legge nel capo d’imputazione – secondo i dettami di un’organizzazione transnazionale, operante sulla base di un complessivo programma criminoso politico-militare, caratterizzato da sentimenti di acceso antisemitismo e antioccidentalismo e dall’aspirazione alla preparazione ed esecuzione di azioni terroristiche da attuarsi contro governi, forze militari, istituzioni, organizzazioni internazionali, cittadini civili e altri obiettivi – ovunque collocati – riconducibili agli Stati ritenuti infedeli e nemici”.

fonte:

http://bari.repubblica.it/cronaca/2016/07/15/news/terrorismo_la_cassazione_annulla_le_condanne_per_5_presunti_jiahdisti_arrestati_ad_andria-144154230/

Se un abusivo occupa casa mentre sono fuori, come mi difendo?

Come si difende il proprietario di casa vittima di un’occupazione abusiva del proprio appartamento da parte di ignoti che non vogliono più uscire fuori: chiamare i carabinieri o attendere una sentenza del giudice? È possibile cambiare la serratura dell’immobile?

(Fonte: http://www.laleggepertutti.it)

La crescente immigrazione, ma anche la galoppante crisi economica ha aumentato il numero di “senza tetto” e, con essi, le leggende metropolitane di occupazioni abusive degli appartamenti altruimentre il proprietario è fuori a fare la spesa o a godersi le vacanze estive. Qualche storia vera, in realtà, c’è e riguarda soprattutto i vecchietti assegnatari degli alloggi popolari che vengono ricoverati negli ospizi o nelle case di cura: in alcuni casi, i poveretti hanno visto la propria casa presa d’assalto dai “senza dimora” che, poi, barricatisi dentro, non ne hanno voluto sapere di uscire se non con l’intervento della forza pubblica.

Ma, in un’eventuale ipotesi che ciò davvero si verifichi, è vero che, per la nostra legge, il proprietario di casa non può difendersi da sé, eventualmente cambiando le chiavi della serratura o chiamando icarabinieri e ottenendo immediatamente la disponibilità del proprio immobile?

La verità è dura da digerire e, mai come in questo caso, potrebbe sembrare assurda.

Il codice civile protegge il possesso di un bene, sia esso mobile (per esempio un quadro) o immobile (appunto la casa, l’appartamento, un terreno, ecc.). Il possesso è quella relazione di fatto tra un soggetto e la cosa che, in quel momento, si trova nella sua materiale disponibilità. Il possessore, dunque, è colui che utilizza la cosa come se ne fosse il proprietario, a prescindere dal fatto che lo sia o meno. Egli, infatti, non è necessariamente il proprietario della cosa posseduta, ma si atteggia come se lo fosse. Si pensi al caso di un condomino che, ritenendo che il pianerottolo dell’ultimo piano sia esclusivamente suo, lo chiuda con un cancelletto.

Al possessore la legge consente di tutelare sempre il suo rapporto con la cosa, ossia il suo possesso, anche andando in causa e ottenendo una sentenza dal giudice di condanna contro colui che se ne appropri (legittimamente o illegittimamente). La legge, infatti, vuole evitare che la società diventi un far west dove ognuno si fa giustizia da sé: perciò tutela il “possesso”, salvo poi verificare – in un momento successivo e su richiesta di chi assume essere l’effettivo titolare del bene – se il possessore è anche proprietario o meno. Insomma, in prima battuta e in via d’urgenza si protegge sempre il possesso, poi si verifica la sussistenza del diritto di proprietà.

Per voler essere esaustivi (ma in questa sede non rileva) il possesso si distingue dalla detenzione, che si ha quando un soggetto tenga una certa cosa senza però ritenersi proprietario della stessa, ben sapendo quindi che è di altri. Ad esempio, nel contratto di locazione l’inquilino ha la detenzione (non il possesso) di un immobile: lo usa, infatti, riconoscendo che è di proprietà del locatore, al quale paga la pigione. Nel caso in cui un soggetto ottenga in prestito l’auto di un amico, egli la detiene e non la possiede.

Da quanto detto, si comprende che l’abusivo esercita certamente il possesso, sebbene in mala fede. Anche il ladro di un quadro, ad esempio, ne ha il possesso e, quindi, se il proprietario del bene andasse a casa del ladro a riprenderselo commetterebbe due illeciti: l’invasione dell’altrui dimora (illecito penale), la violazione dell’altrui possesso (illecito civile). L’abusivo, dunque, potrebbe in teoria agire contro il proprietario di casa che faccia di tutto per tornare dentro la propria casa: lo potrebbe denunciare (per il reato di esercizio abusivo delle proprie ragioni) così come potrebbe agire nei suoi riguardi con un’azione civile (per essere stato spossessato).

Che cosa può fare il proprietario di casa che è stato “sfrattato” dagli abusivi?

Il padrone di casa non può, innanzitutto, cambiare la serratura con le chiavi di casa in quanto, oltre a violare il possesso altrui, compirebbe, come detto, il reato di esercizio abusivo delle proprie ragioni. La legge, infatti, vieta di farsi giustizia da sé, anche se si ha tutta la ragione di questo mondo. Pertanto un comportamento del genere è assolutamente sconsigliabile. È anche vero però che, affinché tale condanna possa essere pronunciata nei confronti del proprietario, l’abusivo dovrebbe denunciarlo o citarlo in un giudizio civile per la perdita del possesso. E certo, chi è già nel torto marcio difficilmente andrebbe a stuzzicare il “can che dorme”; ma è successo in passato più di una volta.

Chiamare i carabinieri? Anche questa potrebbe essere una scelta sbagliata. L’arma, infatti, è pur sempre un’amministrazione dello Stato e non ha potere di agire e di violare i diritti altrui (come il diritto di possesso) se non è autorizzata da un ordine del giudice. Quindi, anche se il proprietario dell’appartamento esibisse, al comandante dei Carabinieri, il rogito notarile per dimostrare la proprietà, non sortirebbe alcun effetto.

Non resta quindi che il giudice. Ossia fare una causa! Immaginiamo già la vostra espressione: con i tempi e i costi che la giustizia richiede, è da folli attendere una sentenza. Ma qui una consolazione (seppur amara): l’azione civile in questo caso (cosiddetta azione possessoria) ha dei tempi molto più celeri rispetto a una causa ordinaria e dovrebbe terminare, attraverso il procedimento d’urgenza, in pochi mesi (tutto dipende dal carico di lavoro del tribunale). A ciò si potrebbe aggiungere, comunque, anche una denuncia penale per invasione di terreni o edifici.

C’è un’ultima brutta notizia. Dopo che avrete vinto la causa, il giudice condannerà l’abusivo a pagarvi le spese processuali che avete dovuto anticipare: è chiaro però che, in una situazione del genere, di fronte a un nullatenente, il recupero è solo teorico. Così tutti gli oneri legali resteranno a vostro carico.

Che dire: è la legge.

FONTE: http://www.laleggepertutti.it dell’ 1.5.2016

Se un abusivo occupa casa mentre sono fuori, come mi difendo?

Pene lunghe, poca rieducazione e tanti rischi per la società (Lorenzo Sciacca)

Se si guarda qualsiasi telefilm americano sulla Giustizia, si sente spesso condannare i colpevoli di reati con formule del tipo “si condanna a una pena da cinque a vent’anni”, che significa che dopo un certo numero di anni quella pena può essere rivista. Un altro esempio significativo: in Danimarca l’ergastolo esiste (sono 25 i condannati attualmente presenti negli istituti danesi con tale pena da scontare), ma dopo 12 anni si può già chiedere la liberazione condizionale e, se non concessa, si può tornare a richiederla ogni due anni.
L’idea fondamentale, che va affermandosi in molti Paesi, è che le pene detentive troppo lunghe non producono sicurezza, ma distruggono le persone e restituiscono alla società uomini logorati nel fisico e nella mente, incapaci di ricostruirsi delle relazioni, soli e profondamente a rischio.

A qualcuno interessa il cambiamento di una persona che ha commesso dei reati?

Mi piacerebbe parlare delle lunghe pene che ha il nostro Paese, ma incredibilmente faccio fatica a trovare le parole, eppure io ho una condanna lunga, 30 anni. Penso che in me stia nascendo la cosa più brutta che si può creare dentro ad ogni essere umano, la rassegnazione. Ormai sto iniziando a credere che a buona parte delle istituzioni non interessa il cambiamento di una persona che ha commesso reati.
Il cambiamento di una persona detenuta sicuramente è un percorso complicato, doloroso, ma quando questo avviene cosa, c’è oltre? Niente, perché nessuno può modificare la condanna che ti è stata data dieci, venti o anche trent’anni fa. La condanna che hai preso è quella che dovrai scontare e poco importa se la persona negli anni di detenzione mette in discussione il suo passato in maniera critica, questo assolutamente non cambia nulla, l’unica cosa che implica è che ci sarà una persona che con questo contesto carcerario non c’entrerà più nulla, avrà convinzioni diverse, pensieri diversi, un linguaggio diverso, ma dovrà rimanere dentro un ambito che non sente più vicino a lui.
Mi ricordo i miei primi ingressi in carcere, sarei un folle se dicessi che ero contento, ma alla fine avevo la consapevolezza che commettendo dei reati poteva accadere che finissi in carcere, e un’altra consapevolezza che avevo era che sapevo vivere qui dentro, conoscevo le regole di questa vita e la prima su tutte era quella di lottare contro chiunque rappresentasse le istituzioni. Ormai sono anni che non ragiono più così, perché sono riuscito ad abbattere quelle convinzioni che ho sempre avuto: io contro tutto il sistema. Oggi però la mia vita, con molta difficoltà, tento di riempirla con pensieri diversi, cercando le vere motivazioni che mi hanno portato a fare una scelta delinquenziale piuttosto che una vita “regolare”, provo a comprendere il prossimo, non banalizzo i reati, mentre prima la mia stupida convinzione mi portava a credere che rapinare una banca significasse esclusivamente colpire un’assicurazione e quindi non avere vittime. Ma oggi non banalizzo più neanche un furto, perché ho imparato a mettermi nei panni dell’altro, e provo a immaginarmi di essere una persona che si è vista spuntare in un luogo pubblico un uomo incappucciato e armato, a come starà vivendo oggi la sua vita anche a distanza di anni, provo a pensare a chi ha subito un furto in casa, a come ancora oggi non si sentirà più sicuro in quello che dovrebbe essere un luogo di vera sicurezza personale, l’ambiente dove si sentiva protetto… insomma ho imparato a vedere con gli occhi dell’altro. Ma voi provate a mettervi nei panni delle persone che oggi non sono più quelle del reato commesso? Nei panni di una persona che è in carcere da oltre 20 anni?
Il problema che abbiamo nel nostro Paese è che ancora vengono applicate leggi emergenziali del lontano ’92 e non solo. La ex Cirielli da dove nasce? Da quella legge che venne chiamata Salva Previti nel 2006, ma è ovvio che se qualcuno si deve salvare quelli non possono essere i detenuti. Queste leggi, 4bis e ex Cirielli, non solo alzano le condanne, ma limitano in una maniera devastante l’accesso ai benefici e in altri casi li negano completamente, vedi l’ergastolo ostativo. Nel mio caso l’ingresso ai benefici dovrebbe essere a vent’anni di carcere su una condanna di 30, oggi ho dieci anni già scontati, se mi metto in discussione e mi assumo delle responsabilità, non sarebbe ora che provassi a ridare un senso alla mia vita fuori da questi muri e ripagare in qualche modo la società per il danno che ho recato?
Quello che vorrei cercare di far comprendere è che arrivati a un certo punto di una carcerazione fatta in maniera riflessiva, tutti gli altri anni che si è costretti a passare qui dentro assumono solo un significato vendicativo e non più di rieducazione. A cosa servono, alla società, delle persone rinchiuse ancora per anni o per sempre, che potrebbero invece iniziare a dare un contributo alla stessa società?
Il carcere ammazza le speranze, i sogni, la voglia di riscatto e a volte dare un senso alla propria pena diventa complicato, e c’è il rischio che una persona inizi a chiedersi a cosa servirà il proprio cambiamento se poi non potrà metterlo in atto.
Perché non pensare all’introduzione di leggi dove ogni tot di tempo la condanna del detenuto venga rivista, tenendo in considerazione il percorso che ha fatto e che sta facendo? Il carcere deve avere un senso altrimenti diventerà solo un contenitore di carne umana che prima o poi andrà in putrefazione.

Lorenzo Sciacca

Fonte:

Il Mattino di Padova, 11 gennaio 2016

Trapani: Maria Concetta ha la fedina penale pulita, licenziata perché è nipote di Riina

Maria Concetta ha 39 anni, di cui dieci trascorsi in una concessionaria di macchine a Marsala. Faceva la segretaria. “Fedina penale immacolata, mai sfiorata da ombre”, dice il suo avvocato. Eppure il prefetto parla di “inquietante presenza”. È scattata l’informativa interdittiva per il suo datore di lavoro, che l’ha licenziata “nonostante la sua correttezza professionale”.

Licenziata per il cognome che porta. Perché Maria Concetta è una Riina. È nipote di Totò e figlia di Gaetano, il fratello del capo dei capi, pure lui condannato per mafia. Essere una Riina rappresenta una “giusta causa” di licenziamento.

Maria Concetta ha 39 anni di cui dieci trascorsi alle dipendenze del titolare di una concessionaria di macchine a Marsala. Fa, o meglio, faceva la segretaria. “Fedina penale immacolata, mai indagata, mai sfiorata da ombre”, ricorda con amarezza il suo legale, l’avvocato Giuseppe La Barbera, seppure sia quantomeno ipotizzabile che ai Riina, e chissà fino a quale grado di parentela, gli investigatori abbiano fatto uno screening tanto necessario e doveroso quanto profondo.

Ora accade che la prefettura di Trapani emetta un’interdittiva nei confronti del suo datore di lavoro che è anche legale rappresentante di una società immobiliare. “La inquietante presenza nell’azienda della citata signora Riina – si legge nel documento della Prefettura – fa ritenere possibile una sorta di riverenza da parte del titolare nei confronti dell’organizzazione mafiosa ovvero una forma di cointeressenza della stessa organizzazione tale da determinare un’oggettiva e qualificata possibilità di permeabilità mafiosa anche della società immobiliare”.

Secondo l’interpretazione prefettizia, dunque, la presenza di Maria Concetta Riina in azienda rientra nei casi previsti dal codice antimafia che, a partire dal 2011, ha voluto con la “informazione antimafia interdittiva” creare un argine contro le infiltrazioni della criminalità organizzata. Il prefetto Leopoldo Falco ha fatto suo “il prevalente e consolidato orientamento giurisprudenziale”, secondo cui “la cautela antimafia non mira all’accertamento di responsabilità, ma si colloca come forma di massima anticipazione dell’azione di prevenzione… tanto è vero che assumono rilievo per legge, fatti e vicende anche solo sintomatici e indiziari, al di là dell’individuazione di responsabilità penali”.

Risultato: con la Riina in organico niente “liberatoria antimafia”. E senza liberatoria si resta tagliati fuori dal mercato. A mali estremi rimedi estremi: il titolare ha dovuto mandare a casa Maria Concetta Riina. Nella lettera spedita alla sua ormai ex dipendente scrive che “si vede costretto a licenziarla, nonostante abbia apprezzato nel tempo le sue doti e correttezza professionale”. Insomma, Maria Concetta Riina è stata una brava lavoratrice, ma bisogna allontanare ogni sospetto di mafiosità.

Nel frattempo, però, il titolare ha impugnato l’interdittiva davanti al Tar. Senza esserci alcuna sudditanza psicologica verso un cognome pesante o chissà quale logica di connivenza, tagliano corto i legali. “Siamo di fronte ad un problema sociale – spiega l’avvocato Stefano Pellegrino che assiste la società assieme a Giuseppe Bilello e Daniela Ferrari – perché sociale è il rischio che deriva dall’esasperazione del concetto di antimafia. Nessuna voglia di aggirare le regole, nessuna giustificazione ai comportamenti illeciti che devono essere perseguiti. L’economia in Sicilia rischia, però, di essere messa in ginocchio da questo rigore eccessivo”.

Chi usa parole dure è l’avvocato La Barbera che si dice “sconvolto dalla violenza con cui si applicano le norme dello Stato. Le leggi, volute come scudo di difesa, diventano armi letali. La signora è stata licenziata e una famiglia privata dell’unica fonte di reddito per la sola colpa di chiamarsi Riina. Prendiamo atto che in Italia esiste, oltre all’aggravante mafiosa, anche quella per il cognome che si porta”. Quindi l’affondo: “Se lo Stato toglie alla signora Riina la possibilità di lavorare allora le garantisca un sostentamento economico”.
Fonte:

di Riccardo Lo Verso

livesicilia.it, 5 luglio 2015

“Razzismo”. La sentenza che imbarazza la banca dei migranti

Clienti italiani favoriti e dipendenti discriminati L’ex vicepresidente fa condannare Extrabanca.

La prima banca italiana nata nel 2010 con l’obiettivo di dare credito ai cittadini stranieri, Extrabanca, dovrà risarcire il suo ex vicepresidente. Otto Bitjoka, per averlo defenestrato nel 2011 dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione dell’istituto.

Una decisione dettata da motivi razziali per la seconda sezione civile della Corte di Appello del tribunale di Milano. La sentenza è del 23 giugno e condanna Extrabanca a risarcire Bitjoka con un indennizzo di 80mila euro, tutto compreso, per il danno subito, non solo a livello professionale.

Bitjoka, imprenditore italiano di origine camerunense, attivo sul fronte sociale e promotore della nascita di Extrabanca, di cui era vicepresidente, nel 2011 era stato l’unico nel consiglio di amministrazione a denunciare il comportamento discriminatorio nei confronti di un dipendente di origine senegalese, Cheik Tidiane Gaye.

Il lavoratore denunciò il fatto che i dirigenti dell’istituto lo volevano dissuadere dal candidarsi alle elezioni comunali del 2011 con Pisapia a causa del suo colore della pelle edella sua razza, accomunandolo agli zingari, E poi l’invito a non pretendere di fare carriera, di diventare dirigente perché immigrato. Tutti fatti accertati da una sentenza del marzo del 2012 del tribunale del Lavoro di Milano che ha riconosciuto a Gaye di aver subito “molestie razziali”.

Bitjoka era stato l’unico tra il management a denunciare la cosa e a puntare il dito anche sui differenti tassi di credito tra i clienti stranieri e quelli italiani, più favorevoli agli ultimi. Un atteggiamento paradossale in una banca, fondata e presieduta da Andrea Orlandino nata con lo scopo di favorire mutui e prestiti ai cittadini di origine straniera. Quando Bitjoka, anche lui di colore, pone la questione, inviando pure un’informativa ai soci, si ritrova contro tutto il consiglio di amministrazione che nel giro di poche sedute vota una risoluzione per esautorarlo dal ruolo di vicepresidente.

Il giudice Angelo Sbordone della Corte d’appello del Tribunale civile di Milano ha ribaltato la sentenza di primo grado e riconosciuto le ragioni di Bitjoka disponendo “un risarcimento del danno non patrimoniale connesso alla lesione dell’interesse a non subire discriminazioni per ragioni di razza o di origine etnica che affonda le radici morali e culturali, prima ancora che giuridiche, nelle norme fondamentali, articolo 2 e 3 della nostra Costituzione”,

Il giudice ravvede nella scelta di revocare l’incarico una discriminazione per motivi razziali. Oltre al risarcimento, Extrabanca, che ha filiali a Milano, Roma, Brescia e Prato, dovrà pubblicare in sintesi la sentenza sui maggiori quotidiani nazionali e integralmente sul suo sito internet per un anno. Per lo stesso giudice la pubblicità di questa sentenza “deve costituire un’efficace remora contro future discriminazioni”.

Soddisfatto Bitjoka, assistito dall’avvocato Fabrio Strazzeri: “Con questa sentenza si fa giustizia. Dopo la revoca dell’incarico mi sono dimesso dal cda perché ritenevo che l’istituto tradisse i principi sui quali era stata fondata”. E aggiunge: “Nonostante le carte etiche e i valori che venivano propinati, il sostegno ai clienti stranieri era solo una copertura per prendere una fetta di mercato”. Nel processo di appello si è accertato “che il credito concesso agli italiani era mediamente il doppio di quello dato agli stranieri”. Il tasso sui mutui per gli immigrati era vantaggioso, sui prestiti personali era superiore del 2,8 per cento a quello praticato agli italiani.

fonte:

di Diego Longhin

La Repubblica, 6 luglio 2015

Processo Borsellino, un imputato: “Mi costrinsero a mentire” CALTANISSETTA Processo Borsellino, un imputato: “Mi costrinsero a mentire”

CALTANISSETTA – “Arnaldo La Barbera mi promise che mi avrebbero tolto l’ergastolo sostituendolo con una pena tra i 17 ed i 18 anni e mi avrebbero fatto entrare nel programma di protezione e che sarei stato trasferito negli Stati Uniti se avessi dichiarato quello che mi diceva di dire sulla strage di via D’Amelio. Quando ero detenuto a Busto Arsizio nel’93 incontrai lui ed il dottor Ricciardi nell’ufficio del comandante della Polizia penitenziaria del carcere. Io dissi che non sapevo nulla, ma lui disse ‘vogliamo che confermi le certezze che abbiamo noi, che tu metta Scarantino con le spalle al muro in modo che confessi il furto della 126 usata per la strage”.

A rivelarlo, alla Corte d’Assise di Caltanissetta che celebra il quarto processo per l’eccidio costato la vita al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta, è il falso pentito Francesco Andriotta, imputato per calunnia assieme a Vincenzo Scarantino e Calogero Pulci. Alla sbarra anche i boss di Brancaccio Salvo Madonia e Vittorio Tutino che rispondono di strage. Andriotta fu detenuto insieme a Scarantino nel periodo successivo all’attentato. “Inizialmente rifiutai – ha aggiunto Andriotta – ma loro (l’ex questore Arnaldo La Barbera e il funzionario di polizia Vincenzo Ricciardi, ndr) dissero che erano sicuri al cento per cento che Scarantino fosse colpevole. Dissero che mi avrebbero dato loro i nomi da fare e poi aggiunsero ‘torna in carcere e pensaci, ma non pensare troppo perché in carcere si può scivolare e restare a terra’. Ricordo che in un’occasione mi fecero uscire nudo all’aria aperta e mi misero un foulard intorno al collo come un cappio”. Andriotta, collegato in videoconferenza con la Corte d’Assise, ha proseguito: “Scarantino diceva sempre di essere innocente. Dalla mia cella sentivo che lo pestavano, mi raccontò pure che gi fecero mangiare del cibo con dentro urina e che tra coloro che lo picchiavano c’era pure La Barbera. Alla fine mi feci ammorbidire, ho sbagliato dichiarando delle cose false e chiedo perdono a tutti”. Le false dichiarazioni dei sedicenti collaboratori di giustizia sono costati a otto innocenti, ora in attesa del processo di revisione, la condanna all’ergastolo. (ANSA)

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Giustizia: Stefano Rodotà denuncia “con la scusa del terrorismo ci tolgono i diritti”

Francia e Spagna hanno appena approvato due leggi che limitano la libertà di espressione e autorizzano la vigilanza di massa, mentre il caso Nsa continua a scatenare polemiche. Parla il giurista e già garante della privacy. Che punta il dito contro la politica.

Dal giugno del 2013, quando The Washington Post ed The Guardian pubblicarono le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di intercettazione e sorveglianza a tappeto messe in atto dalla Nsa, che il termine “sorveglianza di massa” è entrato nella discussione pubblica e nella consapevolezza collettiva.

Se da un lato è proprio di questi ultimi giorni la notizia che una Corte Federale di New York ha dichiarato “illegali” queste attività di sorveglianza, dall’altro, proprio in Europa, dopo gli attentati terroristici di Parigi, i governi di Francia e Spagna, sostenuti dai rispettivi parlamenti, hanno avviato un’attività di legiferazione mirata a censurare la libertà di espressione e ad attivare meccanismi giuridici e tecnologici volti a controllare massivamente i cittadini e le loro comunicazioni.

Con grave pericolo per la democrazia di quei paesi. Ma anche con il timore che quella che sta diventando una vera e propria deriva autoritaria, possa espandersi ad altri paesi del vecchio continente o comunque minarne l’integrità e la fragile unità istituzionale. Per Stefano Rodotà è un momento di importante verifica della tenuta delle istituzioni ed ordinamenti europei da cui potrebbe nascere, sul piano della democrazia, un’Europa a due velocità.

Professor Rodotà, in Francia e Spagna la democrazia e la libertà di espressione sembrano a rischio. Cosa sta accadendo nel cuore dell’Europa?

“Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”.

E questo è sempre avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di informazioni da parte dell’Europa, cui abbiamo in parte resistito.

Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile”.

C’è un “pericolo democrazia”?

“Questo momento rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere: tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’iniziativa è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto delle garanzie costituzionali. Che sono le Corti Costituzionali in Europa e negli Stati Uniti le Corti Federali. Non vorrei che si dicesse “Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla”, perché la verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia”.

La motivazione che viene proposta dai governi è sempre di voler individuare i criminali, non spiare i cittadini e con la tecnologia è possibile farlo…

“Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è politicamente ammissibile e giuridicamente accettabile. C’è un momento in cui la politica si deve assumere le sue responsabilità e non può dire “ma la tecnologia già rende disponibile tutto questo”.

La legge spagnola e la legge francese mettono radicalmente in discussione la libertà di manifestazione del pensiero. Finora commettere un reato nell’accesso ad un sito era previsto solo per la pedopornografia. Adesso in Spagna è previsto “l’indottrinamento passivo”: il semplice fatto che io vada su un certo sito può essere reato.

D’altro canto, nella norma francese in discussione si è introdotta la possibilità di mettere in rete strumenti che consentono di seguire continuamente l’attività delle persone. Nella legge francese si usa addirittura l’espressione “boîtes noires” per definire dei congegni che riducono le persone ad oggetti, utilizzando un apparato tecnologico per verificarne minuto per minuto, il comportamento. E qui c’è una trasformazione stessa del senso della persona, della sua autonomia, del suo vivere libero. La Germania ha stabilito che non è possibile farlo, esiste una privacy dell’apparato tecnologico che si utilizza, estendendo l’idea di privacy dalla persona alla strumentazione di cui si serve.

Inoltre, relativamente alla possibilità di entrare all’interno dell’apparato tecnologico dell’utente, che è una delle ipotesi al vaglio del legislatore, la Corte costituzionale tedesca recentemente ed ancor più recentemente la Corte Suprema degli Stati Uniti hanno affermato che non è legittimo.

Se la Francia porta avanti questa discussione e la Germania resta ferma sui principi enunciati dalla sua Corte Costituzionale allora avremo nuovamente un’Europa a due velocità, dove i cittadini francesi perdono velocità, perdendo diritti”.

Ma ormai forniamo, consapevolmente o meno, i nostri dati ovunque, in rete. Non è già andata perduta la nostra privacy?

“Io so che se uso la carta di credito in quel momento sono localizzato, viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi si sa qualcosa sui miei gusti, sulle mie disponibilità finanziarie e così via. Però questo argomento non giustifica il fatto che poi, la conseguenziale raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente. Anzi il problema di uno stato democratico è quello di rendere compatibile la tecnologia con la democrazia. È questo il punto. Uno stato che dice di voler mantenere il suo carattere democratico non dice “visto che ho una tecnologia disponibile la uso in ogni caso”.

Il problema ulteriore è che si sta determinando un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche e agenzie di sicurezza che li trattano per finalità di controllo. Perché, dopo l’11 settembre in particolare, l’accesso ai dati raccolti dalle grandi società da parte dei servizi di intelligence c’era e c’è stato solo l’accenno a qualche timida reazione, ad esempio, da parte di Google. Sappiamo che in quel momento si sedettero allo stesso tavolo gli “Over the Top” (intendendo con questo termine le grandi multinazionali dell’ICT – ndr) ed i responsabili delle agenzie di sicurezza”.

Ma oltre la questione giuridica vi è la necessità di una maggiore consapevolezza degli utenti, che si rendano conto anche di cosa accade, di come sono gestiti i propri dati che capiscano l’uso che ne viene fatto…

“Assolutamente d’accordo. C’è un grande problema culturale. È un problema che investe il sistema dell’istruzione ed il sistema dei media. Molte delle sentenze che ho citato, infatti, provengono da richieste di semplici cittadini o di associazioni che hanno portato davanti alle corti questi comportamenti. Quindi non c’è dubbio che oggi il problema, in largo senso, della “consapevolezza civile” è un problema fondamentale.

I cittadini non sanno ad esempio, che possono rivolgersi persino al ministero dell’Interno per sapere se vi sono trattamenti in corso sul proprio conto. Addirittura in Italia, tramite il Garante, il cittadino in alcuni casi può accedere ai dati trattati dai servizi di intelligence che lo riguardano”.
Fonte: L’espresso, 14 Maggio 2015.
Autore: Antonio Rossano

Dirigere un giornale, mestiere a rischio (Antonio Cipriani, Il Garantista)

Fa un certo effetto aprire una mail e scoprire che contiene un ordine di esecuzione per la carcerazione. Cinque mesi e qualche giorno per aver omesso, come direttore responsabile del quotidiano <+corsivo>E Polis<+tondo>, il controllo su un articolo scritto da un giornalista professionista. Questo dice la sentenza del tribunale di Oristano. Cinque mesi da fare in carcere e in subordine – se verranno accolte come spero le richieste della mia difesa – in affidamento in prova al servizio sociale o ai domiciliari.

È solo l’ultimo tassello, per ora, di una storia assurda e travagliata che va avanti da quattro anni. E mi vede ostaggio di una serie di incongruenze nelle leggi che regolano la professione giornalistica, e mi costringe oggi – io in genere schivo e riservato – a prendere carta e penna e a raccontarla. In mio nome e in mia difesa. E in difesa e nel nome di tutti quelli che si trovano nella mia stessa situazione e non hanno alle spalle le corazzate dei media e che questi problemi li vedono sicuramente da un’altra prospettiva.
In sintesi. Ho diretto E Polis (prima Il Giornale di Sardegna e poi Il Sardegna) dall’ottobre 2004 al dicembre 2007. Poi mi sono dimesso a seguito di un cambio di proprietà. Nel 2011 E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis  usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto.

Dal 2011 il mio impegno professionale è stato: difendermi alla meno peggio, farmi aiutare da avvocati amici, evitare il più possibile condanne, cercare di non pagare tutte le spese giudiziarie. Rateizzare Equitalia. Inseguire gli indulti.
Perché ogni processo consta di notifiche per ogni passaggio, quindi di mattinate passate in questura o dai carabinieri, di carte da leggere, di avvocati da nominare, di udienze. Di condanne, più o meno giuste, sulle quali neanche entro nel merito perché si aprirebbe un altro capitolo.

Giustizia del pagare. Senza nessun editore alle spalle, senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere. Perché anche se riesci in tre gradi di giudizio a prevalere, le spese sono talmente alte che quasi conviene accordarsi preventivamente e pagare il riscatto dall’omesso controllo.

Basta moltiplicare trentaquattro processi per la cifra media del costo di un processo (se qualcuno ha avuto la sventura.) per capire che è una partita persa in partenza. E che forse qualcosa si potrebbe anche fare per evitare che la libertà di stampa diventi una questione di reddito e di protezioni. Chi le ha la esercita, chi non le ha meglio se imbraccia il violino.

Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta) è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è.

Perché la legge è assurda? Perché è assurdo che gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadano sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi. Perché è assurdo e anacronistico che un direttore possa controllare riga per riga un intero giornale – nel mio caso 15 per circa 800 pagine uniche sfornate al giorno – brevine e lettere comprese. Ed è anche inaccettabile poi che un direttore debba pagare per errori di professionisti che magari in tribunale hanno capito fischi per fiaschi o in una conferenza stampa hanno sbagliato un reato. Che dovrebbe fare quel direttore? Ogni sera verificare una per una le notizie? Chiamare tutti i tribunali per sapere se è vero che Tizio è stato condannato per corruzione e Caio per rapina?

L’impossibilità di esercitare un controllo del genere su professionisti, che fanno tanto di esame per iscriversi all’Ordine, non rende il reato troppo generico? Omesso controllo di che cosa se il controllo è impossibile? Diverso è il ruolo della direzione nella titolazione, nelle campagne di stampa. Quella è responsabilità diretta, anche penale se incorre in un reato. Peccato che per questo genere di reato sono stato condannato solo una volta, e alla fine la Cassazione ha addirittura stabilito che avevo ragione, che difendevo solamente la libertà di stampa. Peccato che in altri 33 casi mi sono dovuto difendere dall’indifendibile, senza responsabilità dirette sugli eventuali errori. Certo, potevo censurare qualche cronista. Sarebbe stato accettabile? Quando ho bloccato pezzi che contenevano evidenti caratteristiche di diffamazione, sono fioccate le accuse di censura. Figuriamoci.

Chiudo col carcere. Perché mi sembra davvero sproporzionato l’omesso controllo con la condanna al carcere. E in genere assurdo che possa esserci la possibilità del carcere per un reato d’opinione, figuriamoci in un caso in cui le responsabilità personali sono davvero minime. E mi auguro che questa situazione, per certi versi simile a quella di altri colleghi, possa spingere davvero sulla strada di una regolamentazione di questi casi assurdi. E, comunque, si discuta politicamente dei paradossi, delle ingiustizie e del fatto che il carcere per reati giornalistici non è mai un segno di libertà e democrazia.

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