Ecologia e Globalizzazone – Matteo Colaone

La globalizzazione è l’ultima delle ideologie e, se vogliamo, la somma di tutte le precedenti. In essa non vi sono, come alcuni credono, le soluzioni ai problemi ecologici, ma vi troviamo l’espansione su una più ampia scala di quelli già esistenti a livello locale e il rafforzamento dell’interconnessione tra gli effetti di essi. Se l’ecologia è lo studio e la cura della propria casa (reale e materiale, non “il mondo intero”), è chiaro come la globalizzazione, in quanto imposizione di un unico modello economico, culturale, sociale (specificatamente quello liberale e capitalista) a livello planetario, non sia compatibile con la tutela degli ambienti naturali e delle comunità umane. La globalizzazione ha la sua ideologia, che è il mondialismo (in inglese “globalism”), una teoria sempre più diffusa e anche accolta da più parti politiche, secondo la quale non dovranno più esistere specificità locali, siano esse espressioni culturali o naturali, la sovranità dei popoli e delle nazioni andrà ad accentrarsi in governi sempre più ampi, le popolazioni umane, accresciutesi a dismisura, potranno (o dovranno) spostarsi e ibridarsi, abbattendo confini e espandendosi su tutto il pianeta, e accogliere un’economia di consumo neoliberista. Un certo ambientalismo si è ben adattato a queste nuove follie, propagando che tutte le specie viventi hanno il diritto di vivere nel loro ambiente, con l’eccezione delle persone, che dovranno accettare la felice e colorata occupazione del proprio territorio da parte di altri. L’ecologia globalizzata non è vera ecologia, altrimenti si opporrebbe all’immigrazione.

In questo scenario vi è sempre un grande assente che è il territorio. Per Gilberto, al mondialismo si può rispondere solo con il localismo; e lo scontro mondialismo-localismo non è che l’estremizzazione della storica lotta tra città e campagna, tra l’inurbato orientale e mediterraneo e il villano nordico e europeo. La globalizzazione, nella sua espansione sulle aree rurali, è l’assassina dei “genii locorum”, che sono invece il soffio vitale che nutre i paesaggi e le architetture tradizionali; essa vorrebbe il mondo una grande metropoli, una rete urbanizzata continua. Ancora una volta l’architettura è stato uno dei cavalli di Troia della nuova ideologia, come era successo col Modernismo: un “famoso” architetto statunitense di origine ebraica, Peter Eisenman, ha dichiarato, quache anno fa, che i suoi progetti “possono anche porsi in contrasto con il genius loci. È lecito interpretare il luogo come assenza o come un possibile testo che contiene diverse tracce e diversi segni. Costruire in Italia non è diverso che in Germania, in Turchia o negli Stati Uniti”. Speriamo si tenga il più possibile alla larga dalle nostre regioni. Ma nelle città padane stanno già attecchendo queste nuove avanguardie, come si è osservato a Milano nella nuova corsa al grattacielo: una moda che sembrava essersi esaurita dopo l’entusiasmo per la Torre Velasca (1959) e il Pirellone (1960); nel 1994 erano arrivate solo le estemporanee Torri FS di Porta Garibaldi. Dal 2010 ad oggi, invece, sono stati costruiti altri sette grattacieli, dalle forme più insolite. Esse appagano il diffuso stereotipo globale che associa dinamicità e rcchezza all’altezza e all’arditezza degli edifici. Qualcuno ha anche teorizzato che megacondomini e grattacieli facciano risparmiare spazio e lascino più verde; peccato che attorno ad essi troviamo piazzali, parcheggi, strade, bidoni della spazzatura e, se va bene, qualche aiuoletta. Come ha più volte spiegato Gilberto, in realtà le ragioni sono più nascoste; “è la voglia di staccarsi da terra, di non avere contatto, di essere utopici, nel senso letterale di ‘in nessun posto’. Tutta la tradizione parla invece il linguaggio del collegamento col posto dell’architettura organica che sorge dal terreno e ne è la continuazione. Gli edifici tradizionali funzionano perché hanno le radici per terra”.

Secondo Oneto, a proposito del progetto del nuovo grattacielo della Regione Lombardia, si chiedeva della necessità di continuare a concentrare il potere nelle città, addensando nuova congestione metropolitana e edificando secondo modelli che andrebbero bene a Manhattan o Dubai: “non sarebbe più saggio starsene in periferia, o cercare un posto in provincia più “arioso”, magari di grande valore evocativo (Roncaglia, Pontida, Golasecca, Castel Seprio) o ritornare in una capitale storica (Monza, Pavia)? E poi, perché un pistolone così alto? Solo i tiranni, come Macbeth, temono la natura e si rifugiano dietro alti muri.


Fonte: Ecologia, Identità e Federalismo

LA DIFESA DELL’ARCHITETTURA E DEL PAESAGGIO TRADIZIONALE – GILBERTO ONETO – 2002

Chiunque può capire quanto sia importante la gestione dell’ambiente nell’affermazione del’identità. Come tutte le altre manifestazioni culturali, anche le nostre case, città e paesaggi sono il frutto del millenario confronto fra le esigenze di vita e di produzione delle nostre genti, le condizioni fisiche del nostro territorio (morfologia, clima, disponibilità di materiali) e il patrimonio di immagini, simbolismi e spiritualità che la nostra gente ha accumulato in generazioni e generazioni. Si tratta di una relazione tra identità e ambiente che conoscono però molto meglio i distruttori di identità che non i difensori di identità.

La storia è piena di esempi tragicamente calzanti. I Romani che hanno inventato tante cose, di solito le peggiori, erano quelli che per primi scientificamente distruggevano i caratteri più riconoscibili dell’ambiente dei popoli sottomessi. Qui da noi si sono messi a disboscare e a centuriare, a mettere una grata di prigione sul paesaggio e a imporre le loro architetture come segno visivo di potere e autorità. Questo lo hanno fatto ovunque sono arrivati con il loro impero. Gli Inglesi in Irlanda hanno fatto sparire ogni traccia di bosco e ogni edificio che non fosse una umile capanna. Gli Americani hanno marcato il territorio con un reticolo del tutto identico a quello della centuriazione: esiste una efficienza geometrica nello sradicamento identitario. Attenzione hanno riservato lo stesso trattamento al paesaggio del sud: le cavallette Shermann e Sheridan hanno distrutto sistematicamente città e architetture dei Ribelli, ma si sono accaniti con particolare attenzione contro gli edifici delle piantagioni, eretti in perfetto stile locale, frutto di apporti europei, visti come simbolo di una società da distruggere. I cinesi hanno eliminato con una certa sistematicità ogni segno di lamaismo nelle costruzioni e nelle sistemazioni ambientali e fisicamente eliminato migliaia di templi e monasteri dove si custodiva un immenso patrimonio culturale e artistico. La guerra santa islamica prevede la distruzione di tutti i segni evidenti delle altre culture e lo ha fatto sistematicamente nel corso dei secoli: i Buddha di Bamiyan e la tomba di Giuseppe sono solo gli ultimi episodi di una devastante iconoclastia ideologica.

Ma non è solo l’Islam a dedicarsi a questo genere di attività. Anche la storia occidentale degli ultimi secoli è stata attraversata da una follia distruttrice che ha lasciato una scia di rovine enorme e poco conosciuta. C’è un filo rosso, un collegamento ideologico tra la furia degli Anabattisti, dei giacobini e dei loro nipotini comunisti. La rivoluzione francese è sicuramente stata la maggior causa di distruzioni artistiche e ambientali del mondo occidentale. È una impressionante sequela di abbattimenti, incendi, ruberie, sotto la quale sono cadute chiese, castelli, monumenti, giardini, foreste, siti antichi e sono andate disperse enormi quantità di opere d’arte. La cosa non ha interessato solo la Francia: tutte le altre parti d’Europa visitate da sanculotti e bonapartisti non sono state da meno. Per quanto ci riguarda dopo l’Unità d’Italia il nazionalismo prima, e il mondialismo poi, hanno cercato di distruggere sistematicamente la nostra tradizione e i nostri linguaggi architettonici e paesaggistici. Gli italiani hanno manifestato il loro patriottismo unificatorio unificando nel peggio i paesaggi della penisola. Da subito si sono accaniti contro i nostri centri storici con devastanti sventramenti “modernizzatori”, imponendo lo stile eclettico dei primi del Novecento e poi imponendo il modernismo razionalista come vero e proprio “stile di regime” prima fascista e poi demo-comunista cercando di imporre un’architettura in cui si riconoscessero tutti gli italiani. nel ventennio fascista lo stato italiano ha investito in modo massiccio e capillare per dare una coscienza della nazione ai suoi cittadini.

Un’azione che si è avvalsa in modo esteso dell’architettura per trasmettere valori e miti, producendo un’architettura onumentale, frutto della fusione fra architettura razionalista, che altro non era se non un’estensione del modernismo, e mito delle radici romano-imperiali. Bisognava creare una memoria collettiva che non era mai esistita. Nella sua smania innovatrice il fascismo ha sventrato interi centri storici cambiando irreparabilmente il volto del paesaggio tradizionale di molte nostre città e campagne. L’attacco all’architettura tradizionale è partito in contemporanea a quello contro i “dialetti” e ha seguito lo stesso schema: demonizzazione e marginalizzazione di ogni localismo, sostituzione con linguaggi poveri, semplici ma unificanti e al “passo con la modernità”. Il risultato è stato di unificare la penisola nel brutto, nel sordido e nel rudimentale: un italiano di trecento vocaboli e una architettura squallida che hanno fatto uguali (e ignoranti) i popoli e identici (e sciatti) i paesi dalle Alpi alla Sicilia.

Tutti insieme architetti di regime fascisti, comunisti socialisti, democristiani hanno visto l’architettura tradizionale tipica di ogni territorio come un attentato all’articolo 5 della Costituzione che tutela l’Italia “una e indivisibile”. Fino a qui i distruttori, ma sull’altro versante cosa succede? Ci sono casi di movimenti autonomisti dove la gestione dell’ambiente diventa fondamentale ma purtroppo per una gran parte di essi il problema non viene colto con la dovuta importanza. Esemplare, ma isolato, resta il caso del Lama che aveva fatto costruire un tempio prima di fuggire perché i suoi avessero per sempre negli occhi e nel cuore l’mmagine dell’architettura della loro terra e quindi della loro identità. Paradossalmente il legame diretto appare più spesso nei movimenti identitari terzomondisti: Indios, Pigmei o aborigeni che combattono per la difesa del loro paesaggio perché vi scorgono il legame, per loro diretto, fra sopravvivenza di una situazione ambientale e loro sopravvivenza fisica. Una nota merita Israele che si è riappropriato simbolicamente del suo territorio piantando alberi.

In Europa, è interessante l’atteggiamento dei Corsi che combattono l’invasione delle architetture turistiche coloniali francesi e difendono una specie locale di lumache, dei Baschi e dei Catalani che hanno risvolti ecologisti. Interessante è anche, non si dovrebbe neppure citare, la posizione sia fortemente identitaria che ambientalista, di movimenti come quello haideriano. A esso molto simile è anche l’atteggiamento di una buona parte degli autonomisti sudtirolesi che giustamente vedono nella difesa dell’aspetto fisico dei loro paesi un forte segno di affermazione di differenza e di libertà locale. Per il resto, soprattutto da noi, il panorama è piuttosto desolante. Non hanno fatto eccezione purtroppo molti amministratori leghisti e sedicenti padanisti che nonhanno per nulla compreso il valore dell’equazione qualità ambientale e identità. Troppi si sono lanciati in spericolate operazioni di autonomismo sciistico, in interpretazioni della gestione del territorio che di localistico avevano solo i destinatari dei vantaggi economici. Non li ha aiutati il movimento autonomista che su questi temi è sempre stato molto reticente: il risultato è stato che quasi tutte le amministrazioni leghiste che sono cadute lo hanno fatto per questioni di piani regolatori. Non un bel paesaggio.

Noi viviamo in un paese che ha una lunga, ricca e rigogliosa tradizione espressiva in questo campo. Noi siamo anche l’unico paese al mondo in cui si può prendere una laurea in architettura senza avere mai fatto un’ora di storia dell’arte, del paesaggio o di ecologia. Addirittura non esistono corsi di storia dell’architettura popolare. Ancora oggi le espressioni popolari dell’architettura e della gestione del paesaggio sono considerate un elemento subalterno, di sottocultura, un triste retaggio del passato, il relitto di tempi e di modi di vita che devono essere cancellati. Non è però, badate bene, un atteggiamento che deriva come spesso si sente dire dall’ignoranza della gente, dal rifiuto di un passato di miseria da parte di chi ha raggiunto un po’ di benessere, di figli e di nipoti di contadini che vogliono chiudere con un passato di pellagra e di fame e che vogliono lasciare le vecchie case per costruirsi villette o infilarsi in condomini con l’antenna centralizzata.

Questi sono le vittime. Sono vittime e strumenti di una cultura che viene imposta coscientemente dall’alto, mediante le scuole, le università, le figure dei professionisti, le leggi (fatte apposta per fare tutto uguale), il sistema fiscale, le USL (che non si occupano mai del lerciume degli uffici postali ma solo della larghezza della vostra camera da letto) e soprattutto la creazione di immagini di riviste specializzate, ma anche di film e televisione. Un movimento autonomista deve invece affermare con forza la difesa di taluni segni che sono marcatori di differenza identitaria.

Fonte: Ecologia, identità e federalismo – Matteo Colaone.

Libertarismo, diritto di muoversi e immigrazione islamica (Guglielmo Piombini – 2017)

Un mondo senza frontiere

Nell’epoca liberale che ha preceduto la prima guerra mondiale si poteva viaggiare liberamente in tutto il mondo senza bisogno di documenti o formalità burocratiche. Ognuno andava dove voleva e vi rimaneva finché voleva. Non c’erano permessi né concessioni né lasciapassare. «Mi diverte sempre lo stupore dei giovani quando racconto loro di essere stato prima del 1914 a girare l’India o l’America senza possedere un passaporto o neppure averlo mai visto – scrive Stefan Zweig – Si ignoravano i visti, i permits e tutte le seccature; gli stessi confini che oggi, per la patologica diffidenza di tutti contro tutti, si sono trasformati in reticolati da doganieri, poliziotti e gendarmi, non significavano altro che linee simboliche, che si potevano superare con la stessa spensieratezza come il meridiano di Greenwich» [1]. Così lo scrittore austriaco ricorda un suo viaggio negli Stati Uniti: «Nessuno m’interrogò sulla mia nazionalità, la mia religione, la mia provenienza e dire che io – circostanza inconcepibile in questi tempi di impronte digitali, di visti e di permessi di polizia – ero partito senza passaporto. Là c’era il lavoro ad aspettare gli uomini e questo solo era essenziale. In un minuto, senza l’intrusione dello Stato, senza le formalità e le Trade Unions, in quei tempi ormai leggendari di libertà, il contratto era concluso» [2].

Anche in Inghilterra la situazione non era diversa: «Fino all’agosto del 1914 – scrive lo storico A.J.P. Taylor – non fossero esistiti uffici postali e poliziotti, un inglese giudizioso e osservante delle leggi avrebbe potuto trascorrere la vita senza quasi accorgersi dell’esistenza dello Stato. Poteva abitare dove e come gli pareva. Non aveva numero ufficiale né carta d’identità. Poteva viaggiare all’estero o lasciare il suo paese per sempre senza aver bisogno di passaporto o di autorizzazione di qualsiasi genere; poteva convertire il suo denaro in qualsiasi tipo di moneta senza restrizioni né limiti. Poteva acquistare merci da tutti i paesi del mondo alle stesse condizioni che in patria. Quanto a questo, uno straniero poteva passare tutta la vita in Inghilterra senza autorizzazione e senza neanche informarne la polizia» [3].

Queste descrizioni sul vecchio mondo liberale senza frontiere, dogane, passaporti e visti sono davvero suggestive, ma forse non offrono un quadro completo della situazione. I governi dell’epoca non assillavano i viaggiatori con controlli doganali, burocrazia, reticolati, passaporti e frontiere anche perché a quei tempi non esisteva il welfare state, e quindi gli immigrati non costituivano mai un costo per gli Stati che li accoglievano. A differenza di oggi il problema dell’immigrazione parassitaria, attirata dai benefici dello “stato sociale”, nemmeno si poneva. La mancanza di assistenzialismo pubblico incentivava gli immigrati a dedicarsi a occupazioni produttive e a integrarsi il prima possibile nella società che li ospitava.

Vi era inoltre un controllo sociale sui nuovi arrivati molto più stretto di oggi. Non esistevano tutte quelle regole “anti-discriminazione”, partorite dall’ideologia multiculturalista e politicamente corretta, che attualmente impediscono agli autoctoni di criticare le abitudini e la mentalità degli immigrati. Nel corso del XIX secolo gli emigranti non avevano particolari difficoltà burocratiche a entrare negli Stati Uniti, ma una volta dentro si accorgevano di non poter fare tutto quello che volevano. Il nuovo arrivato in un quartiere cittadino o in un villaggio del West veniva messo sotto osservazione dalla comunità. I tutori della legge e gli sceriffi allontanavano i piantagrane e i disturbatori. I mormoni, malvisti anche a causa di alcune loro usanze come la poligamia, vennero scacciati a più riprese da molti luoghi, tanto da essere costretti a fondare la loro comunità in un luogo desertico, a Salt Lake City nello Utah.

Leonardo Facco ha rilevato questi due aspetti contrastanti della libertà di movimento scrivendo: «Pensare di bloccare le frontiere è folle e innaturale, dato che da quando esiste l’uomo i popoli si sono spostati lungo il globo terracqueo … Ciò detto, nulla osta al fatto che nessuno può permettersi di venire a vivere a casa mia, facendosi mantenere … non esiste un diritto d’invasione, ma esiste – viceversa – il diritto di starsene in pace in quelle vie e piazze che, per ragioni storiche, noi abitiamo da sempre» [4]. Negli Stati Uniti e negli altri paesi liberali dell’800 l’adesione al principio della libera circolazione degli individui non si tramutava in “invasione” perché, anche senza controlli alle frontiere, il libero mercato e le sanzioni sociali stroncavano sul nascere l’opportunismo parassitario, la pretesa di conservare una mentalità disfunzionale e improduttiva, la mancanza di rispetto per la cultura della nazione ospite.

Non è facile, dunque, trapiantare le tesi favorevoli a un’immigrazione senza limiti nelle nostre attuali società ampiamente statalizzate. I libertari, ha osservato Carlo Lottieri, hanno ragione a sostenere che ogni problema connesso all’immigrazione sarebbe meno grave se lo Stato tassasse e spendesse meno, ma poi sono in ovvia difficoltà quando con i loro criteri di giustizia e le loro considerazioni di teoria economica si confrontano con questo mondo largamente socialista, collettivizzato, burocratizzato. Nell’attuale situazione non esiste un algoritmo in grado di dirci se le frontiere statali vanno tenute aperte, e in che misura [5].

 

L’immigrazione italiana nel West

L’attuale arrivo di popolazioni asiatiche e africane in Europa ha quindi un carattere molto diverso dalla grande emigrazione degli europei in America. Confrontando queste due esperienze storiche si ha l’impressione che meno i governi si ingeriscono nelle vite degli immigrati conferendogli “diritti”, facilitazioni o sussidi, più i nuovi arrivati si integrano e hanno successo. Nella stragrande maggioranza dei casi gli emigrati europei accoglievano con entusiasmo la filosofia individualista e antistatalista che trovavano in America. Il loro successo più straordinario fu la colonizzazione delle vastissime regioni di Frontiera dell’Ovest, nelle quali si realizzò un grandioso esperimento americano di anarco-capitalismo [6].

Quasi tutti gli immigrati nel West provenienti dall’Italia, scrive il professor Andrew F. Rolle in un approfondito studio sull’argomento, divennero persone fiduciose in se stesse e determinate che si sarebbero saldamente stabilite sul suolo americano. Invece di fare la parte delle patetiche e lamentose “vittime della società” o della “discriminazione” come i miserabili scrocconi del welfare state che arrivano oggi in Europa, divennero artefici del proprio destino. Gli immigrati italiani, scrive Rolle, si ambientarono rapidamente, si misero a gara con gli americani nella veloce corsa alla ricchezza e al successo, e riuscirono a salire fin dove i loro talenti potevano portarli. Nel West avevano la sensazione di rinascere, si liberavano della vecchia pelle e se ne facevano crescere una nuova. Un immigrato italiano lasciò scritto che, venendo nel West, egli era “rinato” e che sentiva di dover “assorbire il più possibile dei modi e della lingua, della mentalità e dei temperamenti degli americani, perché questo era “l’inizio di una nuova vita”, ed era necessario “far crescere dentro di sé volenti o nolenti, una nuova mente e un nuovo cuore”[7].

Ciò è perfettamente comprensibile, perché «le possibilità che l’uomo aveva di migliorare il proprio stato furono assai maggiori nel West che nell’affollato Est. Chi si spingeva verso la frontiera occidentale poteva mettere a frutto le proprie capacità individuali molto più e molto meglio di chi rimaneva indietro. Poteva progredire e avere successo» [8]. In altre parole, un nullatenente appena sbarcato nel paese aveva molte più possibilità di fare fortuna nelle aree “selvagge” prive di Stato dell’Ovest che nelle più “civilizzate” e statalizzate regioni dell’Est. Infatti in larghissima maggioranza gli immigrati nel West fecero fortuna. Gli italiani, che a casa propria avrebbero patito la fame e l’oppressione sotto il regime più fiscalista e militarista d’Europa, approfittarono in pieno, con grande spirito d’intraprendenza, delle immense opportunità offerte dalla Frontiera americana, e senza ricevere nemmeno un dollaro di sussidi pubblici, costruirono la propria autostima e la propria felicità in quelle terre lontane. Solo dalla prospera comunità mercantile italiana di North Beach a San Francisco venne fuori una mezza dozzina di milionari nati in Italia [9].

La storia della colonizzazione dell’America dimostra tutto il contrario di quello che sostengono oggi le gerarchie politiche ed ecclesiastiche dell’Europa, favorevoli all’accoglienza e al mantenimento indiscriminato degli immigrati a spese dei contribuenti. Abbiamo due modelli contrapposti di “integrazione” degli immigrati nelle società ospiti. Da un lato il sistema individualista dell’America dei pionieri, dove lo Stato è assente e tutto viene lasciato alla responsabilità dell’individuo; dall’altro il sistema assistenzialista e multiculturalista dell’Europa di oggi. Gli esiti, manco a dirlo, sono stati opposti. Mentre la filosofia borghese e libertaria del “self-help”, del fare da sé, trasformava gli immigrati in persone entusiaste e produttive, capaci di edificare dal nulla, nelle terre selvagge, la più grande e ricca nazione della storia, l’ideologia socialista e multiculturalista trasforma gli immigrati in astiosi e risentiti odiatori della società che li mantiene.

In America chi non si adeguava agli standard morali e produttivi della nazione ospitante veniva inevitabilmente punito. Chi non lavorava non mangiava, mentre i fuorilegge finivano tutti, chi prima e chi dopo, appesi ad un albero con la corda al collo. Nell’Europa di oggi, invece, le etnie che usufruiscono in maniera massiccia di sussidi e servizi pubblici possono permettersi di praticare atteggiamenti improduttivi, sprezzanti, pretenziosi, minacciosi, violenti e intimidatori nei confronti della popolazione autoctona, senza subire alcuna conseguenza negativa.

 

Padroni a casa propria

Il principio liberale della libera circolazione degli individui è corretto dal punto di vista “macro” delle politiche statali, ma va precisato e integrato secondo un punto di vista “micro” che tenga conto dell’esistenza delle comunità locali e della proprietà privata. In una pura società libertaria, infatti, tutta la terra abitabile sarebbe in proprietà di individui, condomini, comunità. Non ci sarebbe una completa libertà di movimento, perché l’immigrazione sarebbe regolata privatamente dai titolari di questi spazi, i quali detterebbero le condizioni di entrata. Ogni proprietario o gruppo di proprietari che formano una comunità avrebbero il diritto di accogliere ma anche quello di escludere, ovvero di non essere costretti ad una coabitazione forzata e ad un’integrazione non voluta.

Prima dell’affermazione dello Stato moderno, infatti, le “proprietà comuni” non erano a disposizione di tutti ma erano solitamente riservate agli abitanti di una certa località o di un certo villaggio, che avevano diritto di pascolo, legnatico, caccia, raccolta, secondo gli usi o le consuetudini locali. Solo nelle aree inospitali, disabitate e fuori dalla civiltà (foreste, montagne inaccessibili, zone sperdute) vigeva la completa libertà di accesso e circolazione. Attraverso la statalizzazione della terra comune, i governi hanno di fatto espropriato, a vantaggio del ceto politico-burocratico, quel potere di controllo degli spazi di vita che prima spettava ai proprietari e alle comunità. L’effetto è stato quello di rendere “invadibili” dall’esterno quei territori un tempo presidiati dalla società civile. Questi spazi collettivizzati si sono trasformati di fatto in commons, cioè in proprietà di tutti e di nessuno dove chiunque può entrare e fare quello che vuole, come in una discarica.

Le attuali aree pubbliche espropriate dalla casta governante appartengono ancora, da un punto di vista morale, ai residenti e ai tax-payers che hanno finanziato la loro costruzione, gestione e manutenzione. Su tutti i beni pubblici (strade, piazze, case popolari, servizi pubblici e così via) i residenti e i contribuenti hanno quindi un diritto “quasi-proprietario” che prevale sulle pretese degli ultimi arrivati. Questo, del resto, è buon senso comune. Si provi a interpellare quei saggi montanari svizzeri le cui famiglie vivono da secoli nelle vallate alpine, e gli si dica che le strade dei loro paesi e i pascoli che usano da tempo immemorabile non gli appartengono perché sono “pubblici” e “di tutti”, e che i “rifugiati” somali o afghani appena arrivati hanno uguale diritto di occuparli e di utilizzarli a proprio piacimento. Un’affermazione del genere risulterà a loro provocatoria e incomprensibile.

Riguardo l’immigrazione, nelle nostre attuali società semi-statalizzate la soluzione migliore per avvicinarsi il più possibile ai probabili esiti di un ordine naturale di mercato è quella di favorire la massima decentralizzazione delle decisioni. L’immigrazione andrebbe quindi regolata al livello più locale possibile, perché una decisione presa centralmente non riuscirebbe mai a soddisfare in maniera adeguata le diverse preferenze di apertura o di chiusura presenti tra la popolazione. In ogni società vi sono infatti degli individui che desiderano più immigrazione (ad esempio, datori di lavoro, venditori di case, solidaristi) e altre categorie che invece non ne desiderano affatto; vi sono aree, come quelle residenziali o quelle già affollate, dove gli immigrati non sono graditi, e altre aree disabitate, commerciali o industriali nelle quali si cerca al contrario di attirare gente da fuori.

 

La cultura conta

Anche il grande pensatore libertario Murray N. Rothbard nel suo importante saggio Nazioni per consenso: decomporre lo Stato nazionale, era giunto alla conclusione che, a causa dell’intensificazione dei problemi immigratori legati alla presenza del Welfare State (che grava pesantemente sugli autoctoni) e dell’invasione culturale (dato che l’immigrazione indiscriminata può portare alla cancellazione della cultura indigena, come sta avvenendo negli Stati meridionali degli USA, sempre più ispanizzati), il regime delle frontiere aperte che esiste de facto negli Stati Uniti si riduce ad un’apertura coercitiva operata dallo Stato centrale, che non riflette genuinamente i desideri degli abitanti [10].

Gli spazi di convivenza, infatti, sono dei fragili prodotti culturali edificati da culture specifiche che si esprimono in consuetudini, modi di fare, regole di comportamento, forme di correttezza e di cortesia. L’arrivo in massa di persone ostili a questi ecosistemi sociali può portare rapidamente alla loro dissoluzione. Le comunità locali hanno dunque tutto il diritto di proteggere i propri habitat impedendo l’invasione da parte quei gruppi di persone incompatibili sul piano culturale. Occorre comprendere che ciò che caratterizza una società libera non è una determinata costituzione o legislazione, ma una cultura, condivisa intimamente dalla grande maggioranza degli abitanti, che rispetta l’individuo, la sua libertà e la sua proprietà.

Una società libera può esistere solo quando le persone sono convinte, nella profondità del loro animo, che la libertà individuale è il bene supremo, che la proprietà privata è sacra e inviolabile, che ognuno è responsabile delle proprie azioni e del proprio destino, che vivere alle spalle degli altri o mantenuti dalla società è disonorevole. In ultima analisi, le leggi o le costituzioni scritte di un paese contano poco o nulla. Ciò che contano sono i principi e i valori vissuti dalle persone nella loro vita quotidiana, trasmessi come esempi alle nuove generazioni, rinforzati dalla pratica costante, protetti dallo stigma sociale per i trasgressori. Non sono dunque sufficienti, per risolvere i problemi legati all’invasione di popolazioni aliene, delle riforme economiche e politiche strutturali che trascurino gli aspetti culturali. Se anche venisse abolito completamente il welfare-state, l’afflusso incontenibile di persone provenienti da paesi con culture illiberali determinerebbe ben presto il ripristino di nuove forme di parassitismo e di socialismo.

 

L’islamizzazione dell’Europa

Non tutte le culture, infatti, sono uguali. Non tutte le culture accettano quei principi liberali che, sebbene soffocati dalla secolare avanzata dello statalismo, in Occidente ancora sopravvivono a livello sociale. Ma che fine faranno questi valori se le nostre società sono popolate sempre più da persone portatrici di una cultura, come quella islamica, che ritiene giusta l’abolizione della libertà d’espressione in materia religiosa, l’inferiorità giuridica delle donne e degli “infedeli”, la pena di morte per apostati, blasfemi o adultere, e che avversa profondamente tutte le manifestazioni artistiche della creatività umana come la musica, la scultura o la pittura?

Il sottosviluppo e la situazione fallimentare di gran parte dei paesi islamici sono dovuti a questa cultura, non alla malasorte. Inevitabilmente l’enorme afflusso di musulmani nel vecchio continente renderà le società occidentali sempre più simili al Pakistan, al Bangladesh, all’Afghanistan o all’Egitto, come già sta accadendo in molti quartieri storici delle città europee. Il fatto che gli immigrati dai paesi islamici desiderino possedere i benefici economici dell’America, dell’Inghilterra, della Germania, della Svizzera o dell’Austria non significa affatto che apprezzino o comprendano le condizioni che hanno reso possibili questo benessere, e che si impegneranno a conservarle. Ma la ricchezza materiale dell’Occidente non è piovuta dal cielo: è un qualcosa che la società europea ha saputo costruire nei secoli, dandosi una struttura sociale fondata su un insieme di valori-guida basati sul rispetto dell’individuo.

I musulmani non sembrano collegare la superiorità economica e tecnologica dei paesi occidentali, che evidentemente li attira, con gli aspetti culturali più libertari delle nostre società. Anzi, dichiarano apertamente il loro disprezzo per la cultura occidentale e di non avere nessuna intenzione di integrarsi o di adeguarsi. Vogliono la ricchezza materiale ma odiano ciò che l’ha resa possibile. Non si fanno domande sulle ragioni per cui hanno deciso di emigrare, sul perché preferiscano vivere in Occidente rispetto ai loro paesi. Non capiscono né vogliono capire. È chiaro tuttavia che l’atteggiamento psicologico di chi penetra, spesso illegalmente, nel territorio di un altro paese per beneficiare della ricchezza dei suoi abitanti, manifestando nello stesso tempo odio e disprezzo nei loro confronti, non è quello dell’immigrato ma dell’invasore.


Svizzera: un club esclusivo

Hans-Hermann Hoppe ha affermato che il sistema decentralizzato di gestione dell’immigrazione della Svizzera è quello più vicino al modello libertario, perché riesce maggiormente a selezionare l’immigrazione secondo le preferenze della popolazione [11]. Da questo punto di vista, la Svizzera è una sorta di club privato esclusivo che accetta solo persone gradite. Pur avendo la più elevata proporzione di stranieri, quasi il 25 per cento, accetta praticamente solo persone qualificate o con un retaggio culturale simile al proprio. Oltre l’80 per cento degli stranieri residenti in Svizzera provengono infatti dai paesi europei. I cittadini tedeschi, italiani, portoghesi e francesi da soli costituiscono quasi la metà di tutti gli stranieri in Svizzera [12].

Il processo di naturalizzazione è molto complicato, perché non basta nascere nel territorio elvetico per diventare cittadino svizzero. La cittadinanza svizzera può essere ottenuta da un residente che abbia vissuto in Svizzera per almeno 12 anni, ma deve parlare fluentemente almeno una delle lingue nazionali, a seconda del comune di residenza, e dimostrare di essere perfettamente integrato con la vita in Svizzera, avere familiarità con le abitudini, i costumi e le tradizioni svizzere e non costituire pericolo per la sicurezza interna o esterna del paese. Gli svizzeri sono consapevoli che il loro modello politico costituisce un gioiello unico al mondo, e che la sua sopravvivenza è strettamente legata alla conservazione della cultura politica e sociale dei suoi cittadini.

Questo modello scomparirebbe rapidamente dalla faccia della terra se i cantoni della Confederazione concessero la cittadinanza, e quindi la partecipazione politica, a masse di persone estranee alla cultura elvetica. Per questa ragione di recente le autorità di Basilea hanno respinto tre richieste di cittadinanza da parte di persone di religione musulmana, perché il loro comportamento dimostrava la loro estraneità alla cultura svizzera: a due ragazzine musulmane di 12 e 14 anni è stata rifiutata la cittadinanza perché si erano rifiutate di nuotare in una piscina dove vi erano anche dei maschi; in un altro caso la cittadinanza è stata negata a due fratelli che a scuola si sono rifiutati di stringere la mano alla propria maestra, un’usanza molto diffusa nelle scuole svizzere; in un terzo caso, avvenuto nell’aprile 2016, la cittadinanza è stata negata a una famiglia kosovara, giudicata non integrata sulla base delle testimonianze dei compaesani perché giravano malvestiti per le strade del paese senza salutare e fare amicizia con nessuno, chiari segni di mancata integrazione nella cultura locale [13].

Per concludere possiamo ritenere che in una società libertaria l’immigrazione sgradita, di persone inassimilabili, pericolose o con tendenze parassitarie, non esisterebbe. I proprietari e le comunità locali infatti effettuerebbero una rigida selezione agli ingressi, come avviene nelle gated communities, le città private americane gestite su base condominiale in cui vivono decine di milioni di statunitensi. Il sistema svizzero di gestione dell’immigrazione e della cittadinanza è quello che attualmente si avvicina di più al modello libertario “a inviti” proposto da Hoppe. Questa conclusione giustifica, da un punto di vista libertario, regole restrittive di accettazione degli immigrati provenienti da paesi con una cultura storicamente ostile e inassimilabile a quella dei paesi d’arrivo.

Fonte: http://libertycorner.eu/index.php/2017/08/09/libertarismo-diritto-muoversi-immigrazione-islamica/

In ricordo di Justin Raimondo (1951 – 2019)

L’ articolo commemorativo più affettuoso scritto su Justin Raimondo porta un titolo che sembra uscito dalla sua instancabile penna: “Buona fortuna, geniale figlio di puttana”. Il geniale figlio di puttana avrebbe apprezzato la cordiale irriverenza, costruita a misura di una personalità fatta per sfuggire a qualunque inquadramento e resistere a qualunque convenzione. L’intellettuale e attivista morto nella sua California a 67 anni dopo una lunga malattia era un groviglio di contraddizioni, a partire dall’etichetta che aveva coniato per la sua posizione irrituale: “Conservative-paleo-libertarian”. Era un conservatore, di una specie tuttavia assai diversa da quella che è confluita poi nell’ortodossia reaganiana, un “paleo” nel solco del suo più grande alleato politico, Pat Buchanan, e un libertario di inclinazione anarcocapitalista, secondo la ricetta del suo amico e maestro Murray Rothbard, l’economista della scuola austriaca che era troppo eterodosso perfino per sedere nel salotto di Ayn Rand, madre dell’oggettivismo, che pure in principio ammirava. L’opera immensa, nervosamente eclettica, tortuosa e programmaticamente scevra di eccessi di rigore concettuale di Raimondo è una miniera per capire che il movimento intellettuale conservatore in America non è una linea retta, ma una serie di balze e gorghi, un guazzabuglio eterogeneo che ha trovato una forma politica stabile soltanto al prezzo di una fusione di elementi diversi, forse perfino incompatibili, tanto che il “fusioni – smo” fra le varie anime della destra ha costituito la dottrina sulla quale Ronald Reagan ha fondato il suo successo. La temperatura di fusione di Raimondo era troppo alta perché lui potesse sciogliersi in quel crogiuolo. E’ rimasto fuori da ogni conventicola, diventando una voce orgogliosamente minoritaria e in qualche modo profetica. Agitava la bandiera dell’America First molto prima che Trump ne facesse uno slogan presidenziale di successo. Nei primi anni Novanta, opponendosi alla prima guerra del Golfo e sostenendo la candidatura di Buchanan, gridava dai palchi di mezza America che il paese era davanti a un’alternativa ineludibile: “Buchananismo o barbarie”. L’interventista Christopher Hitchens diceva, intendendolo come un insulto, che Raimondo sposava le tesi di Charles Lindbergh, l’aviatore isolazionista e antisemita che Philip Roth immaginava vincitore, con ovvie conseguenze autoritarie, alle elezioni del 1940 nel romanzo ucronico “Il complotto contro l’America”. Per Raimondo era un complimento, lui che considerava Lindbergh “un eroe americano venuto dal cuore del paese”. Quando Reagan ha vinto le elezioni, nel 1980, un commentatore ha scritto che in realtà aveva vinto Barry Goldwater – candidato repubblicano nel 1964 – soltanto ci erano voluti sedici anni per contare i voti. Anche Raimondo, in qualche modo, ha dovuto aspettare sedici anni perché i voti del suo candidato venissero ricontati e dessero infine la vittoria a Trump. Che il suo candidato ideale proprio non era, ma quando in campagna elettorale lo ha sentito discettare di ritiro delle truppe dai teatri di guerra, di ritorno al paradigma nazionalista, di obsolescenza della Nato, quando lo ha sentito maltrattare i globalisti, quando ha visto i suoi avversari neoconservatori farsi “nevertrumpers” e virare verso il partito democratico, quando lo ha sentito tuonare contro l’immigrazione sbrigliata e l’élite imbrigliata nel politicamente corretto, non ha avuto dubbi. “Il popolo americano non ha votato per un globalista, ha votato per te. Prendi a calci questi internazionalisti, e al diavolo con il ‘possiamo andare tutti d’accordo’!”, ha scritto poco dopo le elezioni del 2016 in una lettera aperta al presidente che molti suoi lettori, pacifisti di sinistra, non gli hanno mai perdonato. Ma lui non imboccava mai la via larga del consenso, preferiva il paradosso, la sfida, la provocazione, senza il ricatto dei clic e delle visualizzazioni. E’ stato un fervente difensore delle idee trumpiane che convergevano con le sue e uno spietato stroncatore di quelle in rotta di collisione. Ha coniato, in un editoriale sul Los Angeles Times, la “Trump Derangement Syndrome”, la sindrome da squilibrio trumpiano, il morbo che si è diffuso fra le decine di milioni di critici del presidente. L’animo ribelle si era manifestato già all’età di sei anni, quando il “ra – gazzino selvatico”, come da sua definizione, ha preso a scappare quotidianamente dalla classe, con la maestra costretta a rincorrerlo. Gli assistenti sociali hanno suggerito di mandarlo da un famoso psichiatra newyorchese, Robert Soblen. Il giovane Dennis – questo era il suo nome di battesimo – era nato in una famiglia cattolica nell’upstate di New York, credeva nei miracoli e diceva di avere visto la Vergine Maria. Ha ripetuto queste cose al medico, che gli ha comminato immediatamente una diagnosi di schizofrenia, raccomandando il ricovero in un istituto per le malattie mentali dal quale è scampato soltanto grazie all’intervento pronto dei genitori. In realtà Soblen non era uno psichiatra qualunque: era una spia sovietica, nonché un amico di Stalin, mandato in territorio nemico per infiltrarsi nei gruppi di trotskisti che interagivano con i circoli dell’élite intellettuale americana. Lo strizzacervelli del giovanissimo Raimondo è stato condannato al carcere a vita nel 1961, è scappato in Israele, dove gli è stata negata la cittadinanza prevista dalla legge del ritorno in virtù del suo status di criminale, e poi ha tentato di rifugiarsi in Inghilterra. Quando Londra ha respinto la richiesta di asilo, si è ucciso. Ironia del destino, Soblen tentava di stanare quegli intellettuali trotskisti che di lì a poco si sarebbero spostati a destra, dando origine al filone dei neoconservatori, ovvero gli acerrimi avversari di Raimondo. Alle scuole medie ha letto i libri di Ayn Rand e ha deciso di abbracciare la causa libertaria. Aveva quattordici anni quando ha scritto un articolo sull’oggettivismo per un giornale locale dove i redattori, forse confusi dall’ar – gomentare tortuoso della intellettuale nata in Russia, hanno imposto correzioni che tradivano il pensiero dell’autrice. La quale, da par suo, ha fatto pervenire per tramite del suo avvocato una diffida al giovanissimo autore. Lui non si è perso d’animo e si è presentato a un evento in cui lei firmava copie di un suo libro. Il personale della sicurezza lo ha individuato mentre aspettava in fila il suo turno e lo ha scortato in un’altra stanza, dove poco dopo è apparsa la filosofa. Lui le ha spiegato l’equivoco redazionale e le ha dimostrato di avere afferrato correttamente i fondamenti del pensiero oggettivista. Lei si è subito addolcita e i due sono diventati amici. Raimondo non solo era omosessuale, ma è stato un avamposto della prima ondata di attivisti che si è battuta per i diritti dei gay. Dopo essersi diplomato alla scuola superiore di Cherrylawn, teatro di arditi esperimenti anarcoidi di autogestione studentesca, si è trasferito a San Francisco, città che non ha più abbandonato. Si è adoperato con successo per allineare il partito libertario con le posizioni del movimento gay ed è stato un vociante protagonista nelle proteste sulla sentenza di Dan White, l’assassino del sindaco George Moscone e di Harvey Milk, iconico attivista della causa omosessuale. Raimondo era a capo di una campagna che chiedeva l’incrimi – nazione per omicidio volontario, il più grave fra i delitti, mentre White era stato imputato per omicidio di terzo grado, accusa che gli è costata una pena di sette anni di reclusione, piuttosto lieve per i fatti contestati. Sul caso ha scritto un infiammato pamphlet intitolato “In Praise of the Outlaws”, subito diventato un punto di riferimento nei circoli della protesta studentesca. Ma Raimondo era contrario anche alla linea “conservatrice” poi tatticamente adottata dal movimento per perorare più efficacemente la propria causa. Detestava l’uguaglianza con il matrimonio tradizionale, che avrebbe soltanto equiparato l’unione fra le persone dello stesso sesso agli ideali piccoloborghesi degli eterosessuali. Si trattava di una resa alle convenzioni che dominavano il sistema delle coppie “normali”, mentre il suo ideale sarebbe stato quello della totale privatizzazione del matrimonio, ridotto a un patto fra individui senza alcuna sanzione o riconoscimento da parte dell’autorità statale. Voleva essere totalmente, privatamente diverso, non uguale ai suoi avversari di fronte alla legge. Era anche contrario ai provvedimenti contro la discriminazione degli omosessuali, sulla base di un principio di reciprocità in linea con una sensibilità libertaria spinta alle sue estreme conseguenze: “Penso che i gay debbano avere il diritto di discriminare gli eterosessuali, se vogliono”. Non ha esultato a piena voce quando la Corte suprema ha legalizzato di fatto il matrimonio gay, ma si è comunque sposato. Molti dei suoi compagni nella battaglia arcobaleno sono inorriditi quando si è messo a fare campagna per Buchanan, un cattolico da messa in latino. “L’idea che voglia radunarci tutti – ha detto – e mandarci nei campi di concentramento è una stronzata. E’ una bugia e una calunnia. Accoglie collaboratori gay nella sua campagna elettorale. Non pensa che l’omosessualità sia una gran cosa. Ma non ho bisogno della sua approvazione. Perché una persona gay dovrebbe avere bisogno dell’approvazione di qualcun altro?”. Il mix fra lo statalismo di stampo rooseveltiano e la dottrina Truman lo ha spinto definitivamente al di fuori del perimetro del partito democratico. Ha cercato nuove idee e alleati intellettuali nei posti più impensati, i circoli dei tradizionalisti e dei conservatori “paleo”, che credevano nella repubblica e nel ruolo limitato della politica, una forza che non riempie il cielo e la terra con pretese universaliste ma si contenta di amministrare il qui ed ora, inseguendo l’obiettivo misurato del minor danno possibile. Si tratta di una postura dettata da una modestia programmatica compatibile con il perseguimento dello stato minimo da parte di individui che sono gli esclusivi signori di loro stessi. Si è immerso nella lettura dei giganti dimenticati della Old Right, la destra repubblicana così com’era prima della Seconda guerra mondiale, gente come Robert Taft, Garet Garrett e Robert McCormick, che poi altro non erano che i precursori intellettuali del trumpismo, benché l’attuale presidente non ne abbia la minima idea. Il libro “Reclaiming the American Right: the Lost Legacy of the Conservative Movement” intendeva recuperare le radici perdute del movimento conservatore in un momento, gli anni Novanta, in cui non sembrava più possibile ammettere che ci fosse stata un’altra tradizione repubblicana antecedente al consenso reaganiano. Per Raimondo si trattava anche di una specie di ritorno alle origini cattoliche. Si definiva ateo, ma aveva letto Aristotele e Tommaso d’Aquino grazie ai valenti maestri che aveva incontrato al seminario dei gesuiti vicino alla casa natale, e lungo il suo complicato percorso non è mai venuto meno il rispetto per i credenti e una sorta di devota attrazione per la chiesa cattolica. Era affratellato a questi conservatori fuori linea dal comune status di paria della comunità della destra. Inoltre, questi mondi sotterranei condividevano la passione per la causa pacifista, forse quella che ha infiammato di più il cuore di Raimondo. Credeva che la sinistra, ormai completamente assorbita dai temi dell’identità, delle minoranze e della giustizia sociale, avesse abbandonato ogni velleità pacifista, adagiandosi sulla posizione degli internazionalisti che volevano esportare democrazia e diritti un po’ ovunque, se necessario con la forza. Era convinto che invece fra i repubblicani ci fosse ancora spazio per costruire una posizione anti-imperialista, e giudicava la politica estera prudentissima dell’odiato Reagan una testimonianza di quelle braci nazionaliste e isolazioniste che erano ancora calde sotto le ceneri imperiali. Per diffondere il più possibile queste convinzioni ha fondato il Libertarian Republican Organizing Committee, l’organo che poi si sarebbe trasformato nella corrente libertaria del partito repubblicano, guidata da Ron Paul e poi dal figlio, il senatore Rand. Raimondo aveva aderito a una vocazione minoritaria che gli impediva di gettarsi nella disputa fra i grandi partiti: il bipolarismo lo metteva a disagio. Ciò non voleva dire rinunciare alla politica attiva. Nel 1996 ha sfidato la deputata più potente della Bay Area, Nancy Pelosi, accusandola di avere sostenuto l’amministrazione Clinton nell’intervento militare in Bosnia. Vincere lo scontro elettorale era impensabile, ma la sfida ha dato a Raimondo la forza propulsiva necessaria per guidare una nuova offensiva con gli strumenti dell’attivismo. Assieme al collega attivista Eric Garris, ha aperto il sito Antiwar, che ben presto diventerà il punto di riferimento per i pacifisti e i critici delle tendenze imperialiste americane di ogni persuasione politica. Il portale non-interventista ha ospitato negli anni con naturalezza i contributi di Pat Buchanan e quelli di Noam Chomsky. Era segretamente molto letto anche fra gli intellettuali neocon, che cercavano in quelle pagine spunti per affilare controargomentazioni più efficaci. Antiwar si è opposto agli interventi nei Balcani, alle campagne ad Haiti e in Kosovo, ai bombardamenti in Afghanistan, all’invasione dell’Iraq, alla campagna dei droni in Pakistan, Yemen e Somalia, a tutti gli interventi militari direttamente eseguiti o indirettamente ispirati da Washington, senza distinzione di colore politico. Per questa libertà di attraversare gli schieramenti e disfare gli schemi, Raimondo mancherà anche ai suoi avversari.

Fonte: https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/07/08/news/il-genio-paleolibertario-264243/

NAZIONALSOCIALISMO: UNA VALUTAZIONE FILOSOFICA – Colin Jordan

Al pdf sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione di un discorso del leader radicale inglese Colin Jordan riguardo la natura del nazionalsocialismo. Credo che, al di là di se e quanto si condivide di certe cose, su certi argomenti tabù è sempre bene leggere dalle fonti dirette per fare le proprie valutazioni. Buona lettura agli interessati.

Nazionalsocialismo – Una valutazione filosofica – Colin Jordan

Alcuni decenni dopo la sconfitta fisica della Germania nazionalsocialista risultante dalla loro eroica lotta contro il vastissimo schieramento di uomini e mezzi tecnici schierati contro di lei dall’alleanza democratico-bolscevica, l’analisi di questa rivalutazione riflette il risveglio del Nazionalsocialismo, che è un argomento attuale.

Che il credo continui a manifestarsi come fa ora, dopo essere stato soggetto per decenni alla più grande campagna diffamatoria che il mondo ha mai conosciuto, è una prova della sua validità, attrattività e dignità per il futuro. È sopravvissuto alle fiamme della guerra e alla tempesta della denigrazione; quando la guerra è andata per il peggio e la denigrazione ha agito con tutta la sua forza, il Nazionalsocialismo è rimasto, alla fine, sinonimo della più alta volontà di sopravvivenza dell’uomo, del suo istinto di salute e forza e del suo desiderio per la bellezza nella vita: e finchè questo istinto e questo desiderio resteranno su questa terra, il credo del Nazionalsocialismo resterà indistruttibile.

Oltre tutti i dettagli dell’implementazione politica e le particolarità dovute al tempo ed al luogo, il Nazionalsocialismo, propriamente compreso, non è altro che un orientamento della mende, l’impulso dominante per vivere fino in fondo, attraverso lo sviluppo delle proprie potenzialità e le soddisfazioni dei propri bisogni, in condizioni di competizione e selezione naturale, oltre che di cooperazione, all’interno della comunità organizzata di popolo.

In questo le sue radici tornano indietro alla Grecia di Platone ed alla sua concezione di vita naturale, che consiste nella piena realizzazione della vera natura dell’uomo anche attraverso l’azione del governo all’interno della sua comunità nativa. Ricorda la nozione Romana di cittadinanza rispettosa: la nozione che la vita buona e nobile consiste nello stoico servizio nei confronti dello stato. In esso rivivono i legami di sangue ed il senso di comunità delle tribù Nordiche dell’antica Europa: la sensazione che l’uomo è sostanzialmente un membro del popolo, e che tutti i membri del popolo sono legati insieme in modo stretto da reciprochi obblighi e doveri.

 

Il Nazionalsocialismo, in questo modo, torna indietro ai vecchi, salutari ed organici valori della vita in rivolta contro l’intero impianto ideologico del liberalismo e della democrazia, con i loro legami basati sul denaro, il loro eccessivo individualismo, la loro visione dell’uomo come unità di popolazione mondiale intercambiabile senza popolo; con la loro giustificazione in un cristianesimo svilito che abbraccia un “umanitarismo” malato, che tollereranno sempre un male maggiore per essere sicuri di evitarne uno minore, con la loro frase ingannevole secondo cui i desideri della massa indotti artificialmente e determinati numericamente sono criteri importanti. La storia è fatta di una sequenza di decadimento sociale e rinnovamento. Il Nazionalsocialismo è il rimedio del XX secolo per un rinnovamento che contrasti la grande degenerazione dei tempi moderni sotto i vessilli del pensiero e le azioni disintegranti, degradanti e devirilizzanti emerse da dopo la rottura del vecchio ordine medievale, spazzato via dalle forze crescenti del capitalismo e della rivoluzione industriale; questo processo si è sviluppato sotto il liberalismo laissez-faire del XVIII e XIX secolo; è giunto al culmine sotto la democrazia del XIX e XX secolo; e porterà al trionfo mondiale del comunismo entro la fine di questo XX secolo, a meno che il Nazionalsocialismo non salga al potere in tempo su un’area sufficiente del mondo.

Quindi il Nazionalsocialismo è molto più di uno schema politico transitorio. È una tendenza storica alla rinascita. L’attuale movimento della rinascita è un movimento rivoluzionario nello scopo e nello spirito, che non cerca compromessi con l’ordine attuale né con le sue pratiche perniciose o i suoi falsi valori; esso vuole la loro completa sostituzione.

Come tale, vale per tutto il mondo e per tutta la vita. Vale per tutto il mondo nel senso che, nella sua essenza, è universalmente valido e vitale, qualificato solo dal fatto che è Ariano nella sua emanazione e tradizione; sostiene e dipende dalle qualità che si trovano per eccellenza nei popoli Ariani.

Vale per tutta la vita nel senso che non è un aspetto della vita, ma è l’intera vita vista da un certo aspetto. È un atteggiamento mentale che si può esprimere virtualmente rispetto a qualunque cosa.

Il Nazionalsocialismo si schiera in totale opposizione ad ogni manifestazione di scarsa salute, bruttezza e degenerazione culturale e spirituale, non meno che nelle sfere politiche ed economiche. Nei fatti, costituisce uno stile di vita. Un uomo non si definisce nazionalsocialista semplicemente per avere una qualche approvazione intellettuale. È nato con una propensione al nazionalsocialismo, la sua mente brama esteticamente il discernimento e la realizzazione di un modello di vita sano, e non solo pensa e si sente Nazionalsocialista, ma si comporta come tale se lo è per davvero e per intero.

Oggi, nel suo scopo e nelle sue intenzioni, il Nazionalsocialismo è una filosofia ed una fede. Valuta il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, e quello che crea vantaggio o danno al popolo; inoltre, al posto della disabilità sentimentale della mente democratica, accetta che il fine giustifica i mezzi, e fornisce i mezzi che non contraddicono il fine. Stabilisce un significato ed uno scopo della dimensione cosmica della vita intesa come realizzazione personale, all’interno della continuità e dello sviluppo del popolo, della continuità di sangue del popolo, fino alla metamorfosi della tomba e la sua relativa redistribuzione nell’universo.

Il criterio di base e principale valore del Nazionalsocialismo da cui tutto il resto deriva è, come Hitler spiega chiaramente nel Mein Kampf, il suo concetto di popolo, visto come l’ambiente essenziale dell’uomo e, nei fatti, la sua estensione della personalità.

Il significato del popolo è, in primis, quello di una comunità razziale. È l’allargamento etnico della famiglia. L’uomo non è un’unità autonoma e fine a sé stesso, come affermano i saggi del liberalismo e della democrazia. Appartiene al suo popolo. La sua vita, come una parte, è intrecciata con la vita del tutto, non solo presente ma anche passato e futuro, perché mentre gli uomini vanno e vengono il popolo va avanti, continuamente, eternamente, grazie ai suoi membri che fanno il loro dovere per esso. Quindi, nell’identificare sé stesso con il suo popolo, l’uomo prolunga sé stesso attraverso la molteplicità dei suoi antenati e dei suoi discendenti, raggiungendo quindi l’immortalità.

Il popolo esiste in forme più piccole e più grandi, che vanno dalla famiglia, al clan, alla tribù, alla comunità regionale, fino alla nazione e, ancora più in là, alla razza.

Attualmente la concezione di popolo è diventata troppo collegata con le nazioni corrispondenti agli stati attuali. Il sentimento di affinità e comunità, che si era giustamente esteso dalla tribù e il piccolo regno al moderno stato-nazione, si è tuttavia concentrato troppo su questo livello. Le comunità di livello inferiore e più piccole, ma ugualmente importanti, all’interno dello stato-nazione sono state sconvolte e private di vitalità, mentre si verificava l’espansione della coscienza popolare dal livello dello stato-nazione a quello dell’intera razza. Tuttavia il sentimento popolare, per essere davvero potente, deve fluire dalle sue radici attraverso le comunità provinciali e locali fino al livello/limite della razza, perché la piena sicurezza e          prosperità di tutte le parti in gioco possono essere trovate del tutto solo in questo modo.

Oggi, e nel futuro, il Nazionalsocialismo deve incarnare questa estensione essenziale del sentimento di affinità e comunità andando oltre i confini del moderno stato-nazione e del nazionalismo convenzionale, in modo che lo stato-nazione diventi un’unità intermedia nella struttura del popolo, e che il suo nazionalismo e razzialismo diventino totalmente subordinato ad un nazionalismo per tutta la razza.

Allo stesso tempo, le comunità locali devono essere rianimate, le sub-nazioni provinciali riconosciute e rispettate, ed ai popoli soggetti ad un governo estraneo deve essere riconosciuto il diritto etnico alla separazione.

Il credo del nazionalsocialismo nel popolo come valore basilare e tutto ciò che da esso risulta fa sì che, in senso figurato, si pensi con il sangue riguardo a tutte le questioni.

Questo dà origine immediatamente ed inevitabilmente alla definizione di cittadinanza come una questione razziale: solo quelli che sono membri del popolo sono membri della nazione, e solo quelli che sono membri della nazione possono essere cittadini dello stato, per parafrasare il quarto dei 25 punti del NSDAP di Adolf Hitler.

Da ciò deriva il credo che è necessario non solo preservare le caratteristiche del popolo ma anche, tramite misure eugenetiche, migliorare la qualità del popolo. Questa è la tesi rivoluzionaria del nazionalsocialismo: che la via del vero progresso risiede nella procreazione di esseri umani migliori.

Dal momento che tutti i cittadini sono della stessa razza, essi hanno un legame trascendente che li unisce come fratelli di sangue oltre ogni differenza di classe e distinzione personale. L’unità nazionale, ad esempio, la coesione e la vita organica al posto della lotta di classe o della Destra e la Sinistra, è uno dei grandi principi secondari del nazionalsocialismo. Tutte le occupazioni ed attività, tutte le tipologie di persone e tutti i settori di attività devono essere integrati nella vita organica della comunità.

Il sentimento sociale di unità deve trovare espressione pratica e a sua volta essere stimolato da una sincera e profonda attenzione per la giustizia sociale ed economica. La consapevolezza dell’affinità e la cura per il bene collettivo del popolo richiedono che ogni cittadino abbia un’uguale opportunità di sviluppare ed esercitare i suoi talenti e di crescere secondo i propri meriti; e che ogni cittadino riceva un equo ritorno per i suoi servizi alla comunità, e che anche al lavoratore più umile sia assicurato tutto ciò di cui ha bisogno per la vita.

Arriviamo così all’elemento socialista del nazionalsocialismo. Non è il socialismo marxista della proprietà statale dei mezzi di produzione e distribuzione, che è l’eccessiva gestione economica del governo stile formicaio ed è discutibile quanto l’individualismo predatorio del sistema capitalista, che è la quasi assenza di gestione economica del governo, o l’anarchia, la giungla. È socialismo popolare, o la regolamentazione delle imprese private, per l’equa divisione dei suoi frutti, in condizioni eque. Le ingiustizie economiche ed i mali sociali del capitalismo hanno favorito il marxismo, con la sua forma perniciosa di controllo pubblico dell’economia, e l’alternativa ad entrambe le visioni è nel nazionalsocialismo.

 

L’ideale di popolo, che implica la difesa della razza, l’unità della nazione ed il benessere della gente, genera il principio di leadership del nazionalsocialismo ed un’elite al servizio di questi obiettivi. La sua concezione di ordine naturale è non solo affermare che gli uomini sono nati nel popolo per una vita all’interno del popolo, ma anche che possiedono differenze ereditarie di capacità di sevire la comunità.

Quindi, per il bene di tutti, il superiore deve guidare l’inferiore. I leaders naturali devono essere selezionati e deve essere stabilita un’elite gerarchica sotto un leader supremo, con il potere di svolgere le loro funzioni.

A differenza del liberalismo, il nazionalsocialismo non considera il potere governativo dello stato come un qualcosa di sostanzialmente repressivo; lo considera invece come un grande e benefico potere di guida ed arbitrio, incoraggiamento e protezione. Il suo detto è “tutti per il popolo e il popolo per tutti”. Sanziona con qualsiasi mezzo necessario, in qualunque campo, per garantire che chiunque e qualunque cosa nella comunità sia in armonia con questo principio.

Vede il dovere del governo nazionalsocialista come la rappresentazione della volontà del popolo, concepita non come il capriccio temporaneo di una qualche folla democratica, ma come il più alto interesse della comunità, visto nella prospettiva storica come una continuità di scopo, che abbraccia non solo il bene generale del presente, ma anche l’eredità del passato ed i bisogni del futuro.

https://racialrealism.wordpress.com/2017/06/27/national-socialism-a-philosophical-appraisal/

IL DECENTRAMENTO COME PONTE PER UNA SOCIETA’ PIU’ LIBERTARIA – Bálint Táborszki – 24/06/2019

Al PDF sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, potete trovare la traduzione dell’articolo in oggetto, fonte originale il sito del Mises Institute.

Buona lettura agli interessati.

IL DECENTRAMENTO COME PONTE PER UNA SOCIETA’ PIU’ LIBERTARIA

 

IL DECENTRAMENTO COME PONTE PER UNA SOCIETA’ PIU’ LIBERTARIA

 

Lo stato ed i suoi mali sono solo l’ombra proiettata dall’opinione pubblica; è per questo che chi sostiene la libertà ed i liberi mercati pone così tanta enfasi sull’istruzione. Ci concentriamo sulla diffusione di tematiche come il funzionamento del profitto vs la gestione burocratica, i monopoli di stato vs la libera competizione, il commercio internazionale vs protezionismo e così via. Tuttavia sappiamo anche che un libertario non diventa tale da un giorno all’altro. Se chiedi a chiunque, essi diventano libertari di solito leggendo diversi libri e spesso dopo lunghe conversazioni con chi è già convinto del valore della libertà. In breve, fanno un percorso di conversione lungo mesi ed anni tramite l’apprendimento, la lettura ed il ribaltamento graduale delle loro precedenti convinzioni. Quindi, in quanto “venditori di libertà”, il nostro processo di conversione potrebbe richiedere letteralmente molti anni prima di concretizzarsi. Questo dovrebbe darci una pausa. Questo perché non possiamo fare passi avanti verso una società libera facendo affidamento esclusivamente sulla guerra ideologica attraverso le argomentazioni. Ribadisco, queste argomentazioni sono indispensabili per la distruzione ideologica di qualunque tesi statalista, ma non sono sufficienti per un programma positivo per la libertà, specialmente uno che abbia il potenziale per conquistare la maggioranza in una qualsiasi elezione democratica. La soluzione per questo credo che sia porre molta più enfasi nella causa del decentramento. In breve, non stiamo spingendo abbastanza forte sul tema del decentramento politico.

Per ribadire l’argomentazione per il decentramento nel modo più breve possibile: più grande è il livello di decentramento politico in un dato territorio, più facile sarà per la popolazione spostarsi se un governo diventa sempre più tirannico. E dato che i governi cercano di mantenere la propria base imponibile, il decentramento impone un limite naturale al potere dello stato.

Spesso, la premessa di base può essere formulata in questo modo: io e te abbiamo diverse idee su come organizzare la società per raggiungere le condizioni migliori per tutti i membri. Se tu credi che le tue idee porteranno al migliore e più vivibile sistema e se io credo lo stesso riguardo le mie idee, perché non metterle entrambe alla prova? Invece di un sistema politico dall’alto verso il basso, perché non avere una competizione fra libere città, comunità, distretti, stati e contee?

Ognuna di esse sarebbe libera di portare avanti le politiche che ritiene le migliori. Gli altri, vedendo come risultato la crescita degli standard di vita, saranno incentivati da quelli che sceglieranno di seguirli.

Per attuare il programma politico del decentramento serve solo un semplice passo, un semplice emendamento costituzionale che può essere effettuato in ogni paese del mondo: se la maggioranza degli abitanti di un villaggio, cittadina, distretto o città esprimono tramite un libero referendum che si oppongono ad una qualunque legge ratificata dal governo locale, statale o federale, essi devono essere considerati esenti dalla giurisdizione di quella legge.

Non serve essere un libertario per comprendere il valore di un tale programma decentralista. Infatti, questo è probabilmente l’unico programma che ha il potenziale per unire praticamente tutti a livello globale; chi è di destra o di sinistra, capitalista, socialista o qualunque altra cosa in mezzo; tutti in un singolo movimento mondiale decentralista di autodeterminazione, per liberare tutte le comunità, in modo che esse possano modellare la loro società secondo i propri valori invece di vederseli imporre dalla potenza di un leviatano / stato centralizzato.

 

Autore: Bálint Táborszki, 24/06/2019

Fonte: https://mises.org/power-market/decentralization-bridge-more-libertarian-society

COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE – Ryan McMaken – 12/04/19

Al pdf linkato o, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione integrale di questo interessante articolo di Ryan McMaken scritto qualche mese fa per il sito del Mises Institute. Buona lettura agli interessati.


COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE – Ryan McMaken – 12/04/19

 

COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE.

Sta diventando sempre più evidente che gli USA non saranno gli stessi di prima dopo che Donald Trump lascerà la carica, ed è facile immaginare che i partiti anti-Trump useranno il loro ritorno al potere come un’opportunità di regolare i conti con gli odiati campagnoli e “deplorevoli” che hanno osato tentare di opporsi alle loro elites di Washington DC, della California e di New York.

Questo conflitto in corso potrà manifestarsi nella guerra culturale attraverso ulteriori attacchi alle persone che prendono sul serio la loro fede religiosa, oltre che su quello che condividono una qualche opinione sociale che non è popolare fra i laureati dei maggiori centri urbani. Il Primo Emendamento sarà in pericolo come mai prima d’ora; sia la libertà religiosa che la libertà di pensiero saranno viste come un veicolo di “odio”. Certamente anche il Secondo Emendamento sarà appeso ad un filo.

Ma sarà ancora più pericoloso il ritorno del Deep State ad una posizione privilegiata dalla quasi totale assenza di opposizione da parte dei funzionari eletti nel governo civile. La CIA e l’FBI faranno di tutto per assicurarsi che gli elettori non possano pià eleggere chi non riceva l’endorsement esplicito della “comunità” dell’intelligence americana. Il Quarto Emendamento sarà abolito, così la NSA ed i suoi amici potranno spiare impunemente ogni americano. L’FBI e la CIA saranno più libere di combinare l’uso della sorveglianza ed le fughe di notizie per distruggere gli avversari. Chiunque dissenta dalla guerra del deep state, che siano contro gli Americani o gli stranieri, sarà denunciato come un collaborazionista di potenze straniere.

Questi scenari potrebbero sembrare eccessivamente radicali, ma la radicalità della situazione è chiara dal fatto che Trump, che è solo un oppositore molto moderato dello status quo, ha ricevuto un’opposizione così isterica. In fondo, Trump non ha smantellato il sistema di welfare. Non ha ridotto, né evitato di far crescere, il budget militare. Le sue battaglie con il deep state sono state basate in gran parte su istanze politiche, e nemmeno su quelle più controverse. Per esempio Trump si è schierato con lo stato di sorveglianza in questioni come la persecuzione di Edward Snowden.

I suoi “peccati” consistono soltanto nella sua mancanza di entusiasmo per le attuali istanze del centro sinistra verso una politica per un’identità sempre più debole. Inoltre, cosa più importante, non è stato abbastanza propenso ad iniziare ulteriori guerre, espandere la NATO e spingere i Russi verso la Terza Guerra Mondiale.

Anche per questi scostamenti secondari, così ci viene detto, deve essere distrutto. Quindi, possiamo indovinare come sarà l’agenda una volta che Trump sarà fuori dai giochi. Sembra non essere né mite né moderata.

E quindi? In questa situazione metà della nazione, gran parte di cui coincide con la metà che si autodefinisce “Stati rossi d’America” (dal colore rosso del Partito Repubblicano), potrebbe considerarsi come conquistata, indebolita ed inascoltata. Questa è una ricetta per la guerra civile.

L’esigenza della Separazione.

Ma come possiamo agire ora per minimizzare i danni che questa polarizzazione probabilmente causerà? La risposta è nella maggiore decentralizzazione e nell’autonomia locale. Ma finchè la maggioranza degli Americani sarà schiava della nozione autoritaria che gli USA sono “una nazione indivisibile” non ci sarà alcuna risposta ai problemi di una regione potente (o un partito) che esercita un potere incontrastato su una minoranza.

Molti conservatori affermano ingenuamente che la Costituzione e la “regola della legge” proteggerà le minoranze in questa situazione. Ma le loro teorie sono valide solo se le persone che fanno ed interpretano le leggi aderiscono ad un’ideologia che rispetta le autonomie locali e la libertà per le visioni del mondo diverse da quelle della classe dirigente. Questa ideologia è sempre più lontana dall’ideologia della maggioranza, per non parlare della maggior parte dei giudici e dei politici più potenti.

Quindi, per quelli che riescono a lasciarsi alle spalle la propaganda da alzabandiera della loro gioventù, è sempre più evidente che dovrà essere fatto qualcosa di diverso dal ripetere la solita manfrina da insegnamento civico alle scuole superiori sul leggere la Costituzione o eleggere “leaders forti”.

Come ho fatto notare in passato, la nozione di autonomia locale crescente attraverso la nullificazione e la secessione sta prendendo piede da tempo in Europa, in cui i referendum sul decentramento stanno crescendo con maggiore frequenza.

E i conservatori stanno vedendo sempre di più le cose come stanno. Fra di loro il più acuto è stato Angelo Codevilla. Nel 2017 Codevilla, scrivendo per Claremont Review of Books, ha predisposto un progetto per l’opposizione locale al potere federale e ha affermato:

<< Il Texas ha fatto una legge che, effettivamente, chiudeva gran parte delle cliniche per l’aborto. La Corte Suprema degli USA l’ha annullata. Cosa succederebbe se il Texas le chiudesse lo stesso? Verrebbe mandato l’esercito a puntare le pistole contro i rangers del Texas per costringerli ad aprirle? Cosa farebbe il governo federale se il North Dakota si dichiarasse un “santuario per i non nati” e vietasse l’aborto? Del resto, cosa sta facendo il governo federale in Colorado e in California, dove per motivi pratici le sue leggi sulla marijuana vengono ignorate? L’Utah si oppone alle regole dei monumenti nazionali creati per decreto dentro i suoi confini. Cosa succederebbe se lo stato ignorasse queste regole? Preghiere nelle scuole? Cosa potrebbero fare i burocrati di Washington se un qualche numero di stati decidesse che quello che dicono le corti federali su certi argomenti non va bene?

Ora che l’identità politica ha abbandonato la strategia della persuasione e si mescola con l’arte della guerra, gli uomini di stato dovrebbero cercare di far sì che la pace rimanga stabile attraverso la reciproca tolleranza verso le giurisdizioni che ignorino o violino le leggi federali, i regolamenti o le ordinanze giudiziarie federali. Gli stati Blu e Rossi (ndt, Blu = pro Partito Democratico, Rossi = pro Partito Repubblicano) la vedono diversamente su alcuni temi come la salute, l’istruzione, il welfare e la polizia. Non è un bene insistere che tutti debbano fare le cose nello stesso modo.>>

E nel 2019 la necessità della separazione sta diventando più urgente. La settimana scorsa Codevilla ha proseguito sulla stessa linea:

<< Dopo le elezioni del 2020 gli americani comuni dovranno affrontare la stessa questione spinosa del 2016: come assicureremo e forse ristabiliremo la nostra sempre minore libertà di vivere da Americani? E mentre potremmo desiderare l’aiuto di Trump, dobbiamo guardare a noi stessi e agli altri leader per comprendere come contrastare i molteplici assalti della classe dominante, ora e soprattutto nel lungo periodo.

L’implicazione logica è conservare quello che può essere conservato e fare ciò che deve essere fatto per quelli che vogliono conservarlo. Per quante energie possano servire per raggiungere questo, l’obiettivo deve essere la conservazione delle persone e dello stile di vita che si desidera conservare. Questo implica un qualche tipo di separazione. La strada più semplice ed indolore per tutte le parti è permettere che gli altri prendano la propria strada. La classe dirigente non ha avuto paura di usare i poteri dei governi locali che controlla per fare azioni che contrastavano la politica nazionale, rendendo effettivamente nulle le leggi nazionali. E la fanno franca.

Per esempio, l’Amministrazione Trump non ha mandato le truppe federali per far rispettare le leggi nazionali sulla marijuana in Colorado e California, né ha punito le persone ed i governi che hanno sfidato le leggi nazionali sull’immigrazione. Non ci sono motivi per cui gli stati, le contee e le località conservatrici non debbano anch’essi far valere le loro ragioni.

Nemmeno l’eventuale Presidente Alexandria Ocasio-Cortez ordinerebbe all’esercito di sparare per riaprire le cliniche per l’aborto in Missouri, North Dakota o qualunque altra città. Come afferma Francis Buckley in “Secessione Americana”: l’imminente fine degli USA, con una qualche tipologia di separazione, è inevitabile, e le opzioni a riguardo sono molte.>>

Bisogna notare che la strategia di Codevilla non è caratterizzata da grandiosi immaginari di indipendenza, né da un desiderio di rivangare le presunte gloriose vittorie militari dei tempi passati. Gli errori dei Confederati a metà del XIX secolo furono questi.

È interessante che l’approccio più pragmatico di Codevilla condivide abbastanza cose in comune con la strategia raccomandata da Hans-Hermann Hoppe nel suo saggio “Quello che deve essere fatto”. L’idea è quella di affermare il controllo locale e rifiutare la collaborazione con i politici federali. Ma con moderazione. Hoppe scrive:

<<E’ prudente evitare un confronto diretto con il governo centrale e non denunciare apertamente la sua autorità o addirittura rifiutarsi di riconoscerla.

Piuttosto, è consigliabile impegnarsi in una politica di resistenza passiva e non-cooperazione. Semplicemente, smetterla di aiutare il governo ad applicare ogni legge federale. Assumere il seguente atteggiamento: “queste sono le tue regole e le fai rispettare. Non posso ostacolarti, ma neanche ti aiuterò, poiché il mio unico obbligo è verso i miei elettori locali”.

Se applicata con costanza, la non cooperazione, la non assistenza di qualunque tipo ad ogni livello, causa la netta diminuzione del potere del governo centrale, o addirittura la sua fine. E, alla luce dell’opinione pubblica in generale, sembra alquanto improbabile che il governo federale osi occupare un territorio i cui abitanti non hanno fatto nient’altro che cercare di farsi gli affari propri. Waco, un gruppo di giovani un po’ pazzi, è una cosa. Ma occupare o spazzare via un gruppo significativamente grande di cittadini normali e rispettabili è un’altra cosa, decisamente più difficile>>

Alcuni non saranno in grado di lasciarsi alle spalle la mentalità secondo cui gli USA debbano essere per sempre governati da una singola politica nazionale. Insisteranno a ripetere che ogni tentativo di decentramento di questo tipo provocherà necessariamente la violenza. Scrivendo a “The American Conservative”, Michael Vlahos, ad esempio, crede che la violenza non si può evitare. Ma persino egli ammette che è improbabile che la violenza prenda la forma dello spargimento massivo di sangue come negli anni intorno al 1860:

<<Le nostre guerre civili del passato non erano vincolate a regole formali, eppure in qualche modo si svolgevano effettivamente secondo le aspettative. La società Americana di oggi ha norme ed aspettative molto diverse per un conflitto civile, ed esse sicuramente limiteranno il modo in cui combatteremo la prossima battaglia.

L’America di oggi non è più un campo di battaglia industriale (pensate a Gettysburg, D-Day). La nostra prossima guerra civile, come i media sociali ci ricordano in modo così eloquente, metterà in atto la sua violenza su un campo di battaglia ugualmente doloroso ma meno sanguinoso.>>

Molti di quelli devoti alla supremazia federale perpetua sicuramente non ammetteranno neanche questa ovvietà.

Ogni tentativo di decentralizzazione, nullificazione o secessione è considerato non valido perché “questo è stato deciso dalla Guerra Civile”. Non c’è dubbio, certo, che la Guerra Civile ha risolto il problema per una o due generazioni. Tuttavia dire che una guerra “sistema le cose” per sempre è senza ombra di dubbio insensato.

È vero, comunque, che se l’idea degli Stati Uniti unificati dal punto di vista giuridico, culturale e politico è oggi vincente, gli Americani potrebbero andare incontro ad un futuro di sempre maggiore repressione politica, segnata da episodi sempre più comuni di spargimento di sangue. Questo è semplicemente il risultato logico di qualunque sistema in cui si assume che il partito che governa ha il diritto e il dovere di costringere un gruppo sottostare al volere di un altro gruppo. È questa la fine di un’America unificata.

Autore: Ryan McMaken, 12/04/2019.

Fonte:
https://mises.org/wire/how-avoid-civil-war-decentralization-nullification-secession

 

CIAMPI VOLLE L’EURO PER SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA

Spezzoni interessanti dell’articolo “CIAMPI VOLLE L’EURO PER SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA”, pubblicato sul numero 10 de “Il Muro Portante”, firmato da Paolo Peluffo, noto per essere stato sottosegretario alla presidenza del consiglio al governo Monti.

<<Una, non l’unica, ma una delle più rilevanti convinzioni che spinsero Ciampi a una fretta indiavolata, a una determinazione ferrea verso l’euro era la estrema preoccupazione per il progetto secessionista della Lega Nord di Umberto Bossi. Ciampi lo prendeva molto sul serio e ne era preoccupatissimo. Era qualcosa che lo angosciava, che non gli sembrava né chiaro né ben compreso.

In quei dieci giorni ci fu una campagna leghista contro i Bot. Ciampi non si riprese mai dal terrore di quei giorni. Anzi, fu ancora più preoccupato da alcune interviste di Gianfranco Miglio (in particolare una al giornale austriaco Der Standard) mentre era presidente del Consiglio, sulla divisione dell’Italia in tre Stati-Cantoni, praticamente indipendenti. Non prese per nulla a ridere quelle dichiarazioni. E aveva ragione. Come confermato nel saggio di Umberto Gentiloni, dove si riporta una dichiarazione di Ciampi a proposito di una sua conversazione privata con Umberto Bossi: «Tempo dopo (Bossi, n.d.r.) mi rivelò qualcosa di più profondo. Ero stato per lui una grande rovina: i suoi interlocutori bavaresi e austriaci gli avevano assicurato che l’Italia non sarebbe mai entrata nell’area dell’euro. Pensava di poter agganciare la Padania all’Europa più ricca e sviluppata; il secessionismo di allora non era uno slogan folcloristico. La nostra politica mise in discussione tale assunto impedendo che si potesse trovare nuovo spazio a chi pensava di portare solo un pezzo d’Italia nell’Europa che conta. In questo quadro sconfiggemmo la sua linea».

L’origine della spinta di Ciampi per l’ingresso dell’Italia nell’euro fin da subito e il progetto di puntare sul patriottismo e sull’orgoglio nazionale traevano origine dalla convinzione che fosse seriamente a rischio l’unità nazionale. L’idea stessa dell’accelerazione decisa dal governo Prodi nel settembre del 1996, anticipando di un anno il raggiungimento della soglia del 3% nel rapporto deficit-pil, con la necessaria imposizione della famigerata «eurotassa», non venne assunta solo per il fallimento del vertice con il governo spagnolo a Valencia – come è stato più volte ricordato dagli stessi protagonisti – ma anche perché due giorni dopo essere tornato da quel catastrofico incontro con Aznar, Ciampi assistette attonito in tv alla prima cerimonia alle sorgenti del Po, con Umberto Bossi che impugnava un’ampolla ricolma d’acqua.
Dietro di lui decine di bandiere nuove di zecca con il simbolo padano, il «Sole delle Alpi». Gli parve una cerimonia neopagana che lo ammutolì, rapito in ricordi lontani. Furono questi elementi che lo spinsero con maggiore determinazione verso un obiettivo che gli appariva coincidere con l’interesse nazionale: modernizzare il paese, riorganizzare la macchina pubblica, intrecciare i nostri interessi economici e industriali con partner fortissimi, abbattere i tassi d’interesse, tornare a investire.>>

Il LIBRO-PENSIERO DI GILBERTO ONETO – Libero – 23/11/2019

 

Se non curi casa tua non salverai l’ambiente.

Per l’architetto il territorio è stato rovinato dall’omologazione. La vera ecologia è progettare rispettando luoghi e tradizioni

Autore: Fabio Rubini – Libero

“Questo è il libro che Gilberto avrebbe sempre voluto scrivere, perché tutti i suoi studi, tutti i suoi ragionamenti (anche politici) sono partiti dai temi dell’ambiente, del paesaggio, del territorio”. A parlare è Daniela Piolini, moglie di Gilberto Oneto, architetto paesaggista, politologo, docente universitario ed editorialista di Libero, prematuramente scomparso nel 2015. Il Libro in questione è Ecologia, Identità e Federalismo. Criticità ambientali e pianificazione del territorio nella visione di Gilberto Oneto (Leonardo Facco editore, pp. 200, euro 19,50) curato dallo studioso Matteo Colaone.

Un volume che affascina fin dalla sua genesi. Perché tutto è partito da un file di word custodito nel computer di Oneto. “Gilberto aveva abbozzato l’indice con le tematiche principali da trattare”, racconta Daniela, “così l’ho affidato a Matteo Colaone, che era quello che più di tutti poteva capire, mettere a tema e sviluppare il pensiero di mio marito”. A partire dalla visione federalista che Oneto aveva anche dell’ecologismo. “Le persone non sono abituate a pensare che dietro le trasformazioni del paesaggio esiste un piano che è partito con l’unità d’Italia, si è sviluppato con il fascismo e oggi prosegue con la globalizzazione. Questo progetto”, spiega Daniela Piolini, “è quello di uniformare il paesaggio e il territorio, cancellando quelle che sono le caratteristiche dei territori”. Una visione, neanche a dirlo, che Gilberto Oneto ha sempre combattuto, lui che era solito dire che “per progettare in Lombardia serve un architetto lombardo e per progettare in Sicilia un siciliano”, perché se non si conosce il territorio si rischia di far danni irreparabili.

 

Idee più che mai attuali

“Quello che colpisce del lavoro di Oneto”, ci racconta l’autore del libro Matteo Colaone, è la straordinaria attualità del suo pensiero, la sua visionarietà”. Su tutti valga il suggestivo racconto custodito in uno dei capitoli conclusivi, che narra di quando il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, chiamò Oneto ad occuparsi delle tematiche ambientali del partito. Gilberto costituisce così la prima “Consulta del territorio”, alo scopo di preparare gli amministratori del Carroccio alle sfide ambientali.

Sarà un’avventura in chiaroscuro, perché accanto al genio e sregolatezza del segretario, Oneto si trova ad affrontare le dinamiche spesso contorte di un movimento in piena evoluzione. “Eppure quelle proposte che risalgono a decenni fa, se viste oggi sono ancora attuali”, racconta Colaone. “Una delle sue idee, ad esempio, era quella di trasferire le competenze sulla pianificazione territoriale dai Comuni alle Aree Omogenee, un corpo intermedio fra le Comunità e le Regioni. Pensate”, spiega l’autore, “quanto questa visione avrebbe aiutato nel dibattito sulla riforma delle province”.

La riforma Onetiana

Nel volume vengono poi illustrati i “nove principi ella pianificazione riformista”, che lo stesso Oneto ha portato avanti con proposte parlamentari fatte avanzare dalla già citata “Consulta del territorio”, tutte basate sulla convinzione che “una buona legge di pianificazione deve essere innanzitutto un’affermazione di autonomia” che deve “obbligatoriamente esprimersi in connotazioni di qualità, di forma e, soprattutto, di efficienza fisiografica. Deve essere il giusto riconoscimento delle esigenze del posto, della gente e della tradizione”. Un programma politico-amministrativo che nella visione di Oneto avrebbe dovuto portare al superamento delle “commissioni edilizie” e al ripristino delle “commissioni di ornato”, in grado di giudicare non solo l’aspetto quantitativo di un progetto, ma anche (o meglio, soprattutto) l’aspetto qualitativo dei progetti presentati. Perché, come sosteneva Oneto, “la qualità dell’ambiente è la cartina di tornasole della civiltà”. Anche sull’ambientalismo alla Greta Thumberg oggi Oneto avrebbe molto da dire. Scrive Colaone nella premessa al volume: “il vero ecologista è prima di tutto lo studioso della propria casa, ovvero il territorio in cui vive”. Il volume rappresenta anche una precisa critica rivolta “sia ai cambiamenti propri della modernità, sia alle scelte politiche di chi ha perpetuato una sbagliata gestione dei territori per ignoranza, scarso coinvolgimento o peggio per interessi”. Colaone infine parla di Oneto, che definisce come “una figura di rara onestà intellettuale con grande capacità di analisi politica, ma allo stesso tempo in grado di mettere in campo un approccio analitico e critico che applicava a tutti i suoi interessi. In questo libro, insomma, abbiamo cercato di far riemergere l’Oneto ecologista”. Un’operazione riuscita alla perfezione.

rep. italiana e politically correct- “Europa Forte” concetto fallace – il “caso Salvini” – Lombardia e Veneto indipendenti mine vaganti

Anche chi avversa l’indipendentismo partendo da posizioni di “destra italianista” dovrebbe ripensare a certi aspetti, anche partendo da basi e motivazioni diverse da quelle classiche di chi vuole “andarsene” . Oggi, difendere l’unità dello stato significa difendere questo apparato repressivo politically correct. E vale per tutti, anche per chi è di Roma, di Napoli, di Palermo o di Crotone ed avversa questo apparato repressivo politically correct. Buttare giù questo mostro giuridico-burocratico irriformabile a mio avviso deve essere una priorità per chiunque non si riconosca nell’ideologia dominante del politically correct.

In ambienti di destra italianista si parla del concetto di “Europa forte” composta da una maggiore collaborazione fra gli stati nazionali; “Europa forte”, entità che sarebbe necessaria per fronteggiare e/o trattare alla pari con stati come USA, Russia e Cina; anche in ambienti regionalisti c’è fa discorsi molto simili però sotto forma di “Stati Uniti d’Europa con macroregioni”, invece che l’attuale UE degli stati nazione. Giancarlo Pagliarini al congresso di Grande Nord ha fatto questo discorso che ricorda per certi versi quelli che fa Gabriele Adinolfi, con la differenza che invece degli stati nazionali vuole le macroregioni. Discorsi che, anche se fatti in buona fede, a mio avviso lasciano il tempo che trovano se poi chi comanda in Europa è chi vuole la sostituzione razziale ed i reati d’opinione per i dissidenti.

Dal Congresso di Grande Nord, queste le parole di Pagliarini.

<<Quindi poi è assolutamente fondamentale che si abbia un’Europa forte perché nel gioco internazionale comandano quelli forti; Stati Uniti, Cina, Russia. L’Europa non parla mai con una sola voce, quindi è necessario avere un’Europa forte, ma per avere un’Europa forte, signori, è necessario eliminare i vecchi stati-nazione. I vecchi stati-nazione son quelli che bloccano l’Europa, sono quelli che hanno fatto le due guerre mondiali. Non ci sono santi. Quello che bisognerebbe avere è l’Europa della Sicilia, della Catalogna, del Veneto, della Baviera: piccoli che hanno bisogno di un’Europa forte e non in grado di combinare guai. Uno stato nazione ha il suo egoismo, ha la sua storia, non vuole cedere sovranità, al risultato pratico l’Europa non parte. Io sono convintissimo che è necessario avere un’Europa forte, e per questo teniamo nella cultura, nelle tradizioni, nei ricordi gli stati nazione, ma dobbiamo fare l’Europa dei Popoli. Di questo sono convintissimo.>>

Oggi chi vuole l’esercito europeo e l’integrazione nell’UE è Macron, che si colloca dalla parte dei multiculturalisti. L’unità europea è rappresentata dall’UE, e la cosiddetta “unità italiana” è rappresentata dalla repubblica italiana, che si basa sulla colonizzazione e sul parassitaggio di massa ai danni di certe regioni (che, guarda caso, sono quelle in cui erano e sono più forti le pulsioni separatiste).

La divisione primaria oggi è fra chi vuole riempire di allogeni le nostre zone e chi no.

Oggi gli stati nazione ad egemonia culturale multiculturalista e politically correct sono lo status quo. Oggi il club europeo di questi stati nazione, l’UE, è lo status quo. I primi nemici sono loro, lo status quo nelle nostre zone; non “USA, Cina, Russia”.

Ci sono realtà e movimenti regionalisti / indipendentisti ovunque, ci sono state repressioni giudiziare della magistratura sia nel passato remoto, all’epoca d’oro della lega old style, che nel passato recente con la pagliacciata del processo per “terrorismo” a vari esponenti dell’indipendentismo veneto e, in misura minore, lombardo (aprile 2014); si tratta di realtà piccole e con poco seguito, certo, ma non mi sembra che i partiti della destra radicale italiana abbiano tutto questo seguito, anzi quello principale ha deciso di ritirarsi dalle elezioni e a collaborare col “sovranismo mainstream” di FDI e della Lega Salvini Premier.

Già.. se parliamo “di massa”, menzione particolare per il cosiddetto “caso-Salvini”: cresciuto nella Lega Nord coi cavalli di battaglia classici, diventa segretario e, in alcuni anni, fa la “svolta nazionale”, presenta liste ovunque nella repubblica italiana, anche al sud, i cui abitanti solo pochi anni prima erano apostrofati in malo modo, e riesce ad ottenere risultati migliori non solo delle “destre radicali nazionali” tipo CP FN e simili ma persino delle “destre istituzionali nazionali” tipo AN, FDI e roba così. E sono convinto che in fondo a FDi e simili questa cosa rode da matti.

Per far sì che il centro-sud votasse in massa un partito anti-immigrazione ci è voluto un lombardo (Salvini) che si è messo a trollare la peggiore italianità stereotipata con tutti i suoi posts idioti su facebook del tipo “ahmm, buona questa torta, buongiornissimo kaffeèèè, w gli sbirri che ci difendono, w il buonzenzoh”. Il fatto che questa retorica salviniana ha avuto in pochi anni più consenso al centrosud dei partiti che tuonavano “patria, onore e tricolore” fa capire quanto è poco sentito il “sentimento nazionale” anche al sud. Poi, certo, fa comodo dire “restiamo uniti” quando una parte della repubblica funziona e l’altra ha bisogno di farsi mantenere…

Per il resto, la storia d’Europa ha qualche secolo ed in questi secoli i confini fra gli stati sono cambiati più volte per guerre, trattati, annessioni, secessioni, unificazioni ecc, ma non è che ogni volta che cambiavano i confini c’era un genocidio o una sostituzione etnica di massa, non è un confine politico che fa un popolo, e soprattutto non ci sono linee di demarcazione rigide, specie nelle zone di transizione. Uno stato, che sia monarchia, repubblica, impero ecc, tende ad avere all’interno più popoli diversi, personalmente non la vedo in modo rigido: se più popoli diversi si trovano bene all’interno di uno stesso stato che rispetta le loro peculiarità e non impone sostituzione etnica e omologazione è un conto, altrimenti un popolo ha il sacrosanto diritto naturale di dire “no, così non mi va bene”.

I discorsi del tipo “con l’immigrazione di massa dal sud verso il nord creeremo unità italiana” sono parenti stretti dei discorsi del tipo “con l’immigrazione di massa dal medio oriente, dal nordafrica e dall’africa subsahariana verso l’Europa creeremo la razza umana unica meticcia”, cambiano le “dimensioni” e le “distanze etnoculturali” ma non la sostanza. Si tratta di rispetto per i popoli e di preservazione delle differenze.

Parlando di cose “potenzialmente pratiche”, una sorta di “federazione lombardo-veneta” indipendente dal resto della repubblica italiana (o anche una nazione lombarda + una nazione veneta) diventerebbero, dal punto di vista identitario, una vera spina del fianco dello status quo. Non la lasceranno fare perchè il parassita non si stacca dall’ospite perchè è la sua natura, ma se la rep. italiana implode la cosa si fa interessante. Questo semplicemente in virtù delle tendenze elettorali medie che ci sono in queste due regioni. Diventerebbero una o due “piccole Ungherie di Orban” o, volendo “un Ungheria e una Polonia” (per fare due esempi di nazioni le cui classi dirigenti non sono supine al politically correct) un po’ meno monoetniche ed un po’ più prospere, forse tendenti un po’ alla “Svizzera”, avrebbero come premier gente come Fontana, Zaia, Maroni, Calderoli, Giorgetti ecc che ok non è il massimo ma di sicuro 1000 volte meglio delle elites romanocentriche, meridionaliste e multiculturaliste che governano la rep. italiana ora.. Avremmo il controllo dei confini più facile, dato che non saremmo più paesi di primo sbarco, certe politiche avrebbero ampia legittimazione popolare, non avremmo (o meglio le avremmo in misura minore) quei problemi tipicamente romano-meridionali come magistratura politicizzata, mafie, clientelismo, corruzione ecc, non avremmo la commissione Segre (in Lombardia l’hanno respinta) e probabilmente nemmeno la Legge Mancino (o perlomeno non così insidiosa come applicazione e come ambiguità). Non ci sono motivi razionali e pratici per dire che i lombardi e i veneti starebbero meglio “sotto roma” che “da soli”.