Il Matrimonio fra Povia e Wanda nella Repubblica delle Rondelle Piane in Acciaio

Ho avuto l’onore di aver partecipato, in qualità di invitato, al matrimonio fra il cantautore Povia e la signora Wanda, figlia dell’attuale presidente della Repubblica delle Rondelle Piane in Acciaio. Tale Repubbblica è uno stato democratico ben integrato nelle istituzioni internazionali; tuttavia l’immigrazione di massa di molti maschi selvaggi, poco istruiti e giovani provenienti dal Reame dei Bulloni di Bronzo ultimamente aveva creato problemi di ordine pubblico, sicurezza, oltre che una minaccia di sostituzione di popolazione, data l’alta prolificità dei Bulloni di Bronzo, in contrasto con il basso tasso di natalità della Repubblica delle Rondelle. Infatti in tale repubblica vigeva, fino a pochi anni fa, l’ideologia gender secondo la quale le Rondelle Piane cambiano sesso ogni giorno a loro scelta, e vi era l’obbligo vaccinale per tutte le Rondelle minorenni, al fine di prevenire malattie inesistenti;gli effetti collaterali potevano essere autismo e sterilità. Ma poi, grazie alla diffusione delle sublimi canzoni del cantautore Povia, c’è stato un cambiamento dell’opinione pubblica, e il Partito Federale delle Libere Rondelle, di orientamento liberal-conservatore, governa ormai ininterrottamente da 15 anni, stra-vincendo le elezioni a livello statale, nonostante resistano sacche al centro, sede della Capitale, dove domina il Partito Nazionale del Progressismo Becero, di centrosinistra, e ad Ovest, dove la stereotipata pigrizia dei suoi abitanti li spinge a votare il Partito Sociale della Pacchia Perpetua, che li fa vivere di sussidi a spese delle ricche regioni dell’Est. In questi anni la Repubblica delle Rondelle Piane in Acciaio ha avuto una crescita del PIL, dell’occupazione e del tasso di natalità adottando politiche pro-famiglia e limitando l’immigrazione tramite quote basate sul buonsenso e controllo delle frontiere. E’ in corso una trattatva fra il Partito Federale delle Libere Rondelle e il Partito Sociale della Pacchia Perpetua per modificare la costituzione e trasformare la Repubblica in uno Stato Federale in cambio di un’amnistia per i detenuti per Truffa allo Stato.

Ma c’è chi, da parte conservatrice, non è soddisfatto. Afferma che il Partito Federale delle Libere Rondelle dovrebbe osare di più, vietare in toto l’immigrazione, puntare sull’unità dello Stato e la redistribuzione del reddito e, soprattutto, lavorare nel lungo periodo; invece di fare sponda con eminenze grigie di mondi lontani e cattivi come Stan Banny e Van Putty dovrebbero fare entrismo nelle istituzioni sovranazionali più vicine ed attualmente ostili per cambiarle dall’interno, al fine di creare una classe dirigente di alto livello, per poter così fare entrismo nelle istituzioni sovranazionali più vicine ed attualmente ostili per cambiarle dall’interno, al fine di creare una classe dirigente di alto livello.

In tutto questo non mi sono ancora fatto un’opinione, auguri a Povia e Wanda per un felice matrimonio ed una famiglia numerosa che prosperi nella Repubblica delle Rondelle.

povia rondelle
Annunci

Il New Hampshire, al 94% abitata da Bianchi, si chiede: Come trasformare etnicamente un intero Stato?

MANCHESTER, NEW HAMPSHIRE. Catalina Celentano faceva delle sessioni formative per lavoratori ospedialieri a Lynn, in Massachusetts, per farli familiarizzare con le culture dei pazienti della Cambogia, Russia e Repubblica Dominicana. Quando arrivò in New Hampshire, improvvisamente si è sentita in un vuoto etnico.

“Sono passata dal parlare Spagnolo ogni giorno a non parlare più Spagnolo perché non c’era nessuno con cui comunicare in quella lingua”, ha detto Mrs. Celentano, nata in Colombia da madre Colombiana e padre Ungherese. “L’unica persona con cui parlavo in Spagnolo era una donna delle pulizie, ed è tornata in Colombia”.

Il New Hampshire, come le vicine Vermont e Maine, è quasi completamente bianca. Questo ha rappresentato una serie di problemi per i nuovi arrivati, che spesso si sono sentiti isolati e soli, senza le comodità ed il supporto di una comunità già attiva.

Questo ha anche rappresentato dei problemi per gli impiegati in questi stati, che hanno visto che la loro omogeneità poteva essere una barriera per reclutare e mantenere sotto contratto lavoratori di diverse etnie e diversi background culturali.

Questo problema ha portato circa 100 uomini d’affari, funzionari governativi e membri di organizzazioni no profit ad incontrarsi giovedì per cercare delle strategie per far sì che il New Hampshire, che è al 94% bianco, possa attirare altri gruppi etnici e razziali, oltre a persone più giovani.

Will Arvelo, direttore dello sviluppo economico del New Hampshire, ha detto che l’incontro sembra essere il primo sforzo su vasta scala nel New England, se non in tutto il paese, di pianificare come trasformare etnicamente un intero stato.

Con i non Bianchi che si apprestano a diventare una maggioranza della popolazione Americana nelle prossime tre decadi, ha detto, la diversità etnica è diventata un imperativo fondamentale per le imprese che vogliano competere, specialmente per i lavoratori in grado di parlare altre lingue. Risulta che il New Hampshire è 3% Ispanico, 2% Afroamericano e 3% asiatico, con qualcuno che si identifica come membro di più di una razza. Tutto lo Stato è al 17% Ispanico, 14% Afroamericano e 6% asiatico.

“L’economia futura del New Hapshire dipende dalla nostra abilità a farlo diventare uno stato accogliente”, ha detto Mr. Arvelo al meeting. “Facciamo un grande lavoro di marketing per quanto riguarda viaggi e turismo. Come possiamo utilizzare questi strumenti per attrarre talenti?”

Il progetto è nato da discorsi informali negli ultimi anni fra un gruppo di persone variegato dal punto di vista razziale, inclusa Mrs. Celentano, che affermano di voler cambiare la demografia del New Hampshire. Lo sforzo è così nuovo che non ha un nome, ma sta attirando attori importanti.

L’incontro si è svolto negli uffici dell’azienda energetica Eversource, in cui il 17% degli 8000 impiegati non sono bianchi.

“Crediamo davvero che quest’azione sarà altamente benefica per i nostri affari”, ha detto Paula Parnagian, la manager della diversità e dell’inclusione per Eversource.

Per Jerri Anne Boggis, direttrice esecutiva del Black Heritage Trail del New Hampshire a Portsmouth, la partecipazione delle grandi imprese è un segnale dell’urgenza della missione.

“Non sono solo i gruppi per la giustizia sociale che stano facendo ciò, sono le imprese”, afferma. “Stiamo parlando del motore economico del nostro stato, e non possiamo andare avanti senza di loro”.

Vermont e Maine, vicini al New Hampshire, sono al 95% bianchi, e rendono il nord del New England nel complesso la regione più bianca della nazione, nella quale i residenti bianchi formano solo il 60% della popolazione, secondo le statistiche.

Il New England settentrionale ha al suo interno delle sacche meno monolitiche. Essi sono concentrati nelle comunità più grandi, Portland, Burlington, e a Manchester, in New Hampshire. A Manchester, ad esempio, la popolazione bianca è scesa al 82% dal 98% del 1980. Da allora, le altre etnie stanno crescendo, e nel 2016 Manchester era circa 8% Ispanica, 5% nera e oltre il 4% Asiatica. A Lewiston, la seconda città più grande del Maine, i Somali si sono ormai stabiliti.

Tuttavia la maggior parte del New England del Nord è quasi completamente bianca. I motivi derivano da un certo numero di fattori, inclusa la mancanza di grandi aree urbane, nelle quali vi è più lavoro, vi sono più case disponibili e le differenze culturali sono un po’ più accettate che nei posti più piccoli.

“Il New England del Nord è una grande collezione di città molto piccole”, afferma Peter.

“Gli alloggi sono il motivo principale per il quale non vi sono più immigrati: non c’è posto per loro”; afferma. “Una persona di altre etnie che vuole spostarsi con una famiglia di 4 o 5 persone non troverà qui una casa che si possa permettere, e non c’è quasi nessuna casa in affitto.” In aggiunta, il New England del Nord ha il più alto tasso di concentrazione nazionale di seconde case; questo rende il mercato immobiliare particolarmente ristretto.

Afferma anche che molti dei nuovi alloggi è abitata solo da persone di 55 anni o più. Se si costruissero alloggi per persone più giovane, afferma, essi probabilmente avrebbero dei figli; questo implicherebbe un bisogno di scuole, che porterebbero a maggiori tasse sulla proprietà, viste in modo molto contrario in un posto come il New Hampshire, nel quale non vi sono tasse sul reddito.

Il Maine, il Vermont e il New Hampshire hanno anche una popolazione fra le più vecchie della nazione. Muoiono più persone di quante ne nascono, costringendo questi stati a cimentarsi con le conseguenze dei loro limitati dati demografici.

L’ironia è che, con la loro popolazione numericamente stagnante, questi stati devono rivolgersi agli esterni se vogliono crescere.

“Abbiamo una reale esigenza di forza lavoro”, afferma Loretta Brady, una psicologa, professoressa al St. Anselm College, che ha lavorato per la Camera di Commercio di Manchester sul tema della diversità e ha partecipato alla conferenza di giovedì.

“Abbiamo il 2,7% di tasso di disoccupazione, una crisi degli oppioidi che ha impattati significativamente sull’occupazione e la realtà di una popolazione che sta invecchiando; queste cose richiedono massima attenzione” ha detto Ms. Brady. “E non abbiamo una generazione di talento che ci darà supporto”.

Parte del problema, secondo Rogers J. Johnson, presidente della Seacost N.A.A.C.P., era la mancanza del riconoscimento della serietà di questo problema. Ha detto che molte persone nel New Hampshire vedono la razza come un problema nel Sud ma non nel Nord.

Nei seminari e nelle discussioni le persone hanno discusso del modo in cui il New Hampshire potrebbe attirare persone di diverse origini. I loro suggerimenti includevano: una migliore comprensione delle competenze che i rifugiati portano con loro, in modo che essi possano lavorare qui più facilmente; un sistema premiale per le aziende che assumano una gamma più diversificata di lavoratori; una sede centrale, un ufficio di relatori ed opportunità formative che aiutino le imprese a capire che cosa significhino la “diversità e l’inclusione”, come potrebbero avere benefici da esse, come potrebbero concentrarsi nel mantenere i lavoratori tanto quanto nell’assumerli, dal momento che molti hanno lasciato il posto di lavoro trovando lo stato inospitale.

“Non abbiamo ancora parlato di alloggi e trasporti”, ha detto al gruppo Mrs. Celentano, che insegnava formazione culturale in Massachusetts e che ora è una specialista nelle relazioni fra le comunità per Eversource. Nel seminario a cui ha partecipato ha affermato, in risposta a delle domande: “Come potremo importare i giovani, quando non possono permettersi un alloggio o un mezzo di trasporto per muoversi dal punto A al punto B?”.

In un’intervista seguente ha affermato che la mancanza di alcuni servizi base rende a residenza in posti come il New Hampshire difficile per le minoranze. Fra essi sono inclusi parrucchieri che vanno incontro alle donne Afro-Americane, come supermercati e ristoranti che offrano cibo etnico e negozi che vendano vestiti tradizionali.

Il prossimo passo? Un altro incontro a breve.
“Ad un certo punto dovremo tirare la corda e dire che cosa sta uscendo fuori di qui”, afferma Mr. Arvelo, direttore dello sviluppo economico dello stato. “Siamo sotto pressione e dobbiamo dimostrare che questo non è un incontro isolato, bensì uno sforzo sostenuto.

Autrice: Katharine Q. Seelye

27/07/2018

Fonte:
https://www.nytimes.com/2018/07/27/us/new-hampshire-white-diversify.html

Fiumi di Sangue – Enoch Powell

Questo è il testo completo del cosiddetto discorso “Fiumi di Sangue” di Enoch Powell, in occasione dell’incontro dell’Associazione dei Conservatori a Birmingham, il 20 Aprile 1968.

 

La funzione principale dell’uomo politico è agire contro i mali che si possono prevenire. Cercando di fare ciò si trovano alcuni ostacoli che hanno radici profonde nella natura umana. Una di esse è che non può essere dimostrato che certe cose rappresentano un male finchè non accadono: ogni volta all’inizio c’è sempre spazio per dubitare e chiedersi se questi mali siano reali o immaginari. Per la stessa logica, esse ricevono poca attenzione in confronto ai problemi del momento, che sono pressanti e non lasciano spazio a discussioni: per questo la tentazione costante di ogni politico è quella di concentrarsi sui problemi immediati a scapito del futuro. In primis, la gente tende a confondere la previsione dei problemi con il causare i problemi o persino con il desiderare i problemi: essi amano dire “se solo la gente non ne parlasse, probabilmente non accadrebbe”. Forse questa visione ci riporta alle superstizioni primitive secondo le quali la parola e la cosa, o il nome e l’oggetto, sono identici. In ogni caso, la discussione sul futuro sussiste ma rappresenta, nel presente, il tema meno popolare e al tempo stesso l’attività più necessaria per il politico. Quelli che si sottraggono ad essa si meritano e spesso ricevono le maledizioni di chi viene dopo di loro. Una o due settimane fa ho avuto una conversazione con un elettore, un lavoratore abbastanza ordinario di mezza età di una delle nostre aziende nazionalizzate. Dopo una o due frasi di circostanza, improvvisamente ha detto “se avessi i soldi per andarmene, non resterei in questa nazione”. Gli ho risposto con disapprovazione, dicendo che questo governo non sarebbe durato per sempre, ma non ha battuto ciglio ed è andato avanti: “Ho tre figli, tutti hanno studiato e due si sono sposati e hanno la loro famiglia. Non sarò contento finchè non li avrò visti tutti emigrare all’estero. In questa nazione entro 15 o 20 anni il Negro avrà la frusta in mano contro il Bianco”. Posso già sentire il coro di condanna. Come oso dire una cosa così terribile? Come oso sollevare dei problemi ed infiammare gli animi riportando una simile conversazione? La risposta è che non ho il diritto di non farlo. C’è un rispettabile ed ordinario cittadino Inglese che in pieno giorno nella mia città dice a me, il Membro del Parlamento che ha votato per rappresentarlo, che per i suoi figli non varrà la pena vivere in questa nazione. Semplicemente non ho il diritto di fare spallucce e pensare a qualcos’altro. Ciò che sta dicendo e pensando lui lo pensano in migliaia, centinaia di migliaia, non solo in UK forse, ma anche nelle altre zone che stanno già subendo la trasformazione totale in corso, una trasformazione mai vista in 1000 anni di storia Inglese. In 15 o 20 anni, di questo passo, ci saranno in questa nazione 3,5 milioni di immigrati dai paesi del Commonwealth e loro discendenti. Non sono delle mie statistiche, ma sono statistiche ufficiali date dal parlamento dal portavoce della segreteria generale.

 

Non vi sono statistiche ufficiali confrontabili per l’anno 2000, ma dovrebbe trattarsi di un numero compreso fra 5 e 7 milioni, circa un decimo dell’intera popolazione, quasi la popolazione di Londra. Di sicuro non saranno distribuiti in modo omogeneo da Margate ad Aberystwyth e da Penzance ad Aberdeen. Intere aree, città e parti di città in tutta l’Inghilterra saranno occupate da enclavi di popolazioni immigrate e loro discendenti. Col passare del tempo, la quota totale degli individui discendenti dagli immigrati che è nata in UK come tutti noi crescerà rapidamente. Già nel 1985 i non-britannici nati qui saranno la maggioranza fra i non-britannici. È questo che crea l’urgenza estrema di un’azione ora, quel tipo di azione più difficile da fare per un politico, quel tipo di azione per la quale le difficoltà si trovano nel presente ma per la quale i problemi da prevenire o ridurre al minimo ci saranno fra un po’ di legislazioni. La prima domanda, naturale e razionale per una nazione che ha questa prospettiva è: “Come possono essere ridotte le dimensioni di questo fenomeno?”. Posto che nulla è pienamente preventivabile, si può iniziare tenendo a mente che i numeri sono l’essenza del problema: il significato e le conseguenze di un elemento allogeno che si introduce in una nazione o in una popolazione sono profondamente diverse se questo elemento è l’1% o il 10%. Le risposte a questa semplice e razionale domanda sono allo stesso modo semplici e razionali: fermando ulteriori afflussi e promuovendo al massimo i rimpatri. Entrambe queste proposte sono parte del programma politico ufficiale del Partito Conservatore. Oggi si ritiene che ogni settimana arrivino a Wolverhampton 20 o 30 figli di immigrati in più dall’estero. Questo significa che ci saranno 15 o 20 famiglie in più entro una o due decadi. Per distruggere qualcosa, prima devi farlo impazzire. Dobbiamo essere letteralmente pazzi come nazione nel permettere flussi annuali di circa 50.000 persone immigrate a carico, che sono per la maggior parte la materia prima per la futura crescita della popolazione di origine immigrata. È come se guardassimo una nazione terribilmente impegnata nell’alimentare la sua pira funeraria. Siamo così pazzi che permettiamo a persone non sposate di spostarsi qui allo scopo di farsi una famiglia con coniugi e fidanzati che non hanno mai visto. Nessuno suppone che il flusso di persone immigrate a carico si ridurrà automaticamente. Al contrario, anche l’attuale tasso di ammissione di solo 5.000 regolari all’anno è sufficiente per ulteriori 25,000 adulti a carico all’anno, e così via all’infinito, e senza considerare le altre relazioni di parentela esistenti nei loro paesi d’origine o gli ingressi illegali. In queste circostanze non basterà niente che non sia il drastico cambiamento del criterio per i flussi a scopo di residenza, che vanno portati a dimensioni numericamente trascurabili; e le relative misure legislative e amministrative devono essere adottate subito, senza alcun indugio. Ho usato i termini “a scopo di residenza”. Questo non c’entra niente con gli ingressi dei cittadini del Commonwealth, o più in generale degli stranieri, in questa nazione allo scopo di studiare o migliorare le loro qualifiche lavorative; ad esempio i dottori del Commonwealte, con un vantaggio anche per le loro nazioni, hanno permesso di migliorare il nostro servizio ospedaliero più rapidamente di quanto sarebbe stato possibile altrimenti. Essi non sono immigrati e non lo sono mai stati. Ora parlo di remigrazione. Se tutta l’immigrazione terminasse domani, il tasso di crescita degli immigrati e dei loro discendenti si ridurrebbe significativamente, ma la dimensione potenziale di questo elemento nella popolazione continuerebbe a rappresentare un carattere sostanzialmente di pericolo nazionale. Questo può essere affrontato finchè una proporzione consistente del totale è rappresentata da persone che sono entrate in questa nazione negli ultimi 10 anni.

 

Da qui si comprende l’urgenza di portare avanti ora il secondo elemento della proposta politica del Partito Conservatore: l’incoraggiamento della remigrazione. Nessuno può fare una stima del numero di quelli che, in cambio di un generoso incentivo, sceglierebbero di ritornare nella loro nazione di origine o di andare in altre nazioni ansiose di ricevere la manodopera e le abilità che essi rappresentano. Nessuno lo sa, perché non è mai stata intrapresa una politica simile. Posso solo dire che, anche oggi, gli immigrati della mia circoscrizione vengono da me per chiedermi se potevo dar loro assistenza per tornare al loro paese di origine. Se tale politica venisse adottata con la determinazione che la gravità dello scenario alternativo richiede, i flussi in uscita risultanti potrebbero cambiare sensibilmente le prospettive. Il terzo elemento della politica del Partito Conservatore è che tutti quelli che si trovano in questa nazione come cittadini dovrebbero essere uguali davanti alla legge, senza alcuna discriminazione o trattamento privilegiato davanti alla pubblica autorità. Mr Health ha affermato che non dovremmo avere “cittadini di prima classe” e “cittadini di seconda classe”. Questo non significa che gli immigrati e i loro discendenti debbano essere elevati allo status di una classe speciale e privilegiata o che ai cittadini debba essere negato il loro diritto di scegliere liberamente, nei propri affari economici, un cittadino o un altro. Essi non dovrebbero essere costretti in alcun modo a motivare la loro scelta ed il loro comportamento dovrebbe essere lecito come qualunque altro. Non potrebbe esserci equivoco più grossolano della realtà di quello che è nella testa di chi chiede con veemenza una legislazione cosiddetta “anti-discriminazione”; fra di essi ci sono quegli scribacchini fatti della stessa pasta, e a volte persino stipendiati dagli stessi giornali, di quelli che, anno dopo anno, negli anni ’30 cercarono di nascondere a questa nazione i pericoli crescenti che doveva fronteggiare; fra di essi ci sono quegli arcivescovi che vivono nei palazzi, al sicuro e protetti dalle loro lenzuola fin sopra le loro teste. Essi hanno dannatamente torto. La discriminazione e la privazione, il senso di allarme e di risentimento non appartengono alla popolazione immigrata ma alla popolazione autoctona della nazione nella quale si sono trasferiti e nella quale continuano ad arrivare. È per questo che emanare in questo momento leggi di questo tipo in parlamento è come giocare col fuoco. La cosa più gentile da dire nei confronti di chi propone e supporta questo è che non sanno quello che fanno. Niente è più ingannevole del confronto fra l’immigrato del Commonwealth in UK ed il Negro Americano. La popolazione Negra degli USA, che esisteva già prima che gli USA diventassero una nazione, inizialmente era letteralmente schiava e ricevette in seguito l’affrancamento ed altri diritti di cittadinanza, ai quali sono arrivati al graduale ed ancora incompleto esercizio. Gli immigrati del Commonwealth sono arrivati già come cittadini, in una nazione che non ha mai conosciuto la discriminazione fra un cittadino ed un altro, e sono entrati immediatamente in possesso dei diritti di ogni altro cittadino, dal diritto di voto al diritto di cure a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Quali che fossero le difficoltà affrontate dagli immigrati, esse non erano causate né dalla legge, né dall’ordine pubblico né dall’amministrazione; erano causate da circostanze personali e malintesi che causano e causeranno sempre le sorti e le esperienze di un uomo che è diverso da un altro. Ma mentre per gli immigrati l’ingresso in questa nazione significava essere ammessi a privilegi ed opportunità che hanno cercato, l’impatto nei confronti della popolazione pre-esistente è stato molto diverso. A causa di motivi che non potevano comprendere, di decisioni prese senza chiedere la loro opinione, si sono ritrovati stranieri nella propria terra.

 

Essi hanno visto le loro mogli che non riuscivano ad avere letti negli ospedali per le nascite, i loro figli che non riuscivano ad avere posti nella scuola, le loro case e i loro quartieri radicalmente cambiati, i loro progetti per il futuro andare a rotoli; al lavoro vedono che i datori di lavoro non sono propensi ad applicare ai lavoratori immigrati gli stessi criteri di disciplina e competenza che sono richiesti ai lavoratori autoctoni; iniziano a sentire, con il passare del tempo, sempre più voci che dicono che sono loro a non essere più i benvenuti. Ora apprendono che un atto del parlamento stabilirà un privilegio a senso unico; una legge che non può e non è pensata per proteggerli né per dare ascolto alle loro rimostranze; una legge emanata per dare allo straniero, allo scontento e all’agente provocatore il potere di perseguitarli per le loro azioni private. Fra le centinaia di lettere che ho ricevuto quando ho parlato di questo tema due o tre mesi fa, vi era una caratteristica sorprendente, in gran parte nuova e che trovo sia inquietante. Tutti i Membri del Parlamento sono abituati al tipico corrispondente anonimo; ma quello che mi ha sorpreso ed allarmato è stata l’alta percentuale di persone ordinarie, rispettabili ed intelligenti che hanno scritto una lettera razionale nella quale dicevano di dovere omettere il loro indirizzo perché era pericoloso per loro firmare. Era pericoloso per loro firmare una lettera diretta ad un Membro del Parlamento del quale condividevano le idee perché avrebbero rischiato sanzioni o rappresaglie se fossero diventati noti per averlo fatto. La sensazione di essere una minoranza perseguitata sta crescendo fra gli inglesi medi nelle aree della nazione ad alta densità di immigrazione. Questa sensazione è un qualcosa difficilmente immaginabile da quelli che non ne hanno avuto diretta esperienza. Mi permetto di citare solo una delle centinaia di persone che parlano per me. “Otto anni fa in una rispettabile strada di Wolverhampton una casa fu venduta ad un Negro. Ora l’unico Bianco (una donna anziana in pensione) vive qui. Questa è la sua storia. Aveva perso il suo marito ed entrambi i suoi figli in guerra. Quindi aveva trasformato la sua casa di 7 stanze, la sua unica proprietà, in una casa da affittare. Lavorò duro, ebbe successo, pagò le rate del mutuo e iniziò a mettere da parte qualcosa per la sua vecchiaia. Poi arrivarono gli immigrati. Lei vide, con crescente paura, che una casa alla volta venivano abitate da loro. La via tranquilla diventò un luogo di rumore e confusione. A malincuore, i suoi affittuari bianchi si spostarono. Il giorno dopo che l’ultimo di loro se ne era andato, fu svegliata alle 7 del mattino da due Negri che volevano usare il suo telefono per contattare i loro datori di lavoro. Al suo rifiuto, dal momento che avrebbe detto di no a qualunque estraneo a quest’ora, fu maltrattata fisicamente ed aveva paura che l’avrebbero attaccata alla sua porta con una catena. Le famiglie di immigrati avevano cercato di affittare le stanze della sua casa, ma lei aveva sempre rifiutato. La sua piccola riserva di soldi intanto era andata e, dopo aver pagato le rate del mutuo, le restava meno di due sterline a settimana. Andò a chiedere una riduzione dei tassi e fu ricevuta da una giovane ragazza. Quando la ragazza sentì dire che aveva una casa di sette stanze, le suggerì di affittarne una parte. Quando la signora disse che le uniche persone disposte ad affittarla erano Negri, la ragazza disse: “Il pregiudizio razziale non ti porterà da nessuna parte in questa nazione”. Quindi la signora tornò a casa. Il telefono è la sua ancora di salvezza. La sua famiglia paga le rate e la aiuta più che può. Gli immigrati le avevano fatto un’offerta per comprare casa sua ad un prezzo che il potenziale proprietario futuro sarebbe in grado di recuperare dai suoi affittuari in poche settimane, al massimo in qualche mese. Aveva paura di uscire. Le finestre erano rotte, aveva trovato escrementi messi nella sua cassetta delle lettere. Quando va nei negozi, è seguita da bambini sorridenti e carini.

 

Non sanno parlare inglese, ma conoscono una sola parola, che le gridano sempre: “Razzista”. Questa donna è convinta che andrà in prigione quando passerà la nuova proposta di legge sulle Relazioni Razziali. Ha torto? Comincio a chiedermelo. L’altra pericolosa delusione per la quale soffrono quelli che chiudono gli occhi o sono ciechi davanti alla realtà, è riassunta nella parola “integrazione”. Essere integrati in una popolazione significa diventare da ogni punto di vista indistinguibili dagli altri membri. Ora e in ogni momento, quando ci sono nette differenze fisiche, specialmente di colore della pelle, l’integrazione è difficile se non, per un periodo, impossibile. Ci sono fra gli immigrati del Commonwealth che sono venuti a vivere qui negli ultimi 15 anni, molte migliaia il cui desiderio ed il cui scopo è quello di essere integrati, e che si sforzano con il pensiero e con le azioni di andare in quella direzione. Ma è un equivoco pericoloso e ridicolo immaginare che questa mentalità si diffonda fra la grande maggioranza degli immigrati, il cui numero è in crescita, e fra i loro discendenti. Stiamo attraversando un periodo di cambiamenti. Finora ci sono state vari fattori che hanno reso l’idea di integrazione inaccessibile alla maggior parte della popolazione immigrata, che non ha mai concepito o pensato una cosa del genere. Il loro numero e la loro concentrazione fisica facevano intendere che le pressioni verso l’integrazione che solitamente erano dirette ad una piccola minoranza non funzionavano. Ora vediamo la crescita delle forze propositive in azione contro l’integrazione, in difesa degli interessi della preservazione e nello sviluppo delle differenze razziali e religiose, in vista dell’esercizio del dominio effettivo, in primis sugli immigrati loro simili ed in seguito sul resto della popolazione. La nube, non più grande della mano di un uomo, che ha così rapidamente coperto il cielo, è stata visibile di recente a Wolverhampton e ha mostrato segnali di rapida diffusione. Le parole che sono propenso ad usare, citate come sono apparse sulla stampa locale il 17 Febbraio, non sono mie, bensì del Membro Laburista del Parlamento che è ministro nell’attuale governo: “Le campagne delle comunità Sikh per il mantenimento di costumi inappropriati in UK è decisamente condannabile. Lavorando in UK, specialmente se nel settore pubblico, essi dovrebbero essere pronti ad accettare i termini e le condizioni del loro impiego. Pretendere diritti speciali per la loro comunità (o dovrei dire “religione”?) porta ad una pericolosa frammentazione all’interno della società. Questi comunitarismo è un cancro; che sia praticato da un colore o da un altro, deve essere fortemente condannato”. Tante grazie a John Stonehouse per aver avuto l’intuizione di comprendere ciò ed il coraggio di dirlo. A causa di questi elementi pericolosi e divisivi, la legislatura proposta nel disegno di Legge sulle Relazioni Razziali è il vero batterio che di cui hanno bisogno per prosperare. Si comprendono i mezzi per dimostrare che le comunità di immigrati potranno organizzarsi per proteggere i loro membri, fare propaganda e manifestazioni contro altri cittadini per mettere a tacere e dominare gli altri con le armi legali che gli ignoranti ed i disinformati forniranno loro. Quando guardo avanti, sono pieno di presagi; come un Antico Romano, mi sembra di vedere “Il fiume Tevere che schiuma di sangue, molto sangue”. Quello stesso fenomeno tragico ed intrattabile che guardiamo con orrore dall’altra parte dell’Atlantico, ma che è intrecciato con la storia e l’esistenza stessa degli Stati Uniti, ci sta venendo addosso qui da noi, per nostra stessa volontà ed a causa della nostra negligenza. Anzi, non è vero che ci sta venendo addosso, è già qui. In termini numerici, sarà di proporzioni americane molto prima della fine del secolo. Solo azioni decise ed urgenti lo eviteranno sin da ora. Non so se vi sarà la volontà pubblica di chiedere ed ottenere questa tipologia di azione. Tutto ciò che so è che vedere senza parlare sarebbe il Grande Tradimento.

Fonte. https://www.telegraph.co.uk/comment/3643823/Enoch-Powells-Rivers-of-Blood-speech.html

Le Diverse Tipologie di Antifa

Introduzione.

Vi sono luoghi comuni e stereotipi sul cosiddetto “movimento antifa” che non sempre corrispondono a verità, questo articolo si pone lo scopo di analizzare le diverse tipologie di antifa ed alcune differenze interne a questo movimento, che va considerato non un movimento unitario bensì un “movimento in senso lato” e che non si schiera semplicemente contro “i fasci”, ma anche contro chiunque abbia una visione del mondo che per qualche ragione è ad essi invisa (ad esempio il fatto di essere contro l’immigrazione di massa). Un nemico, qualunque esso sia, non va né sottovalutato con stereotipi né idealizzato come invincibile. Va perlomeno conosciuto e vanno conosciute le dinamiche al suo interno, per quanto possibile.

 

Istituzionali vs “antagonisti”.

 

A) Gli istituzionali.

 

Essi rappresentano gli individui “antifa” presenti nelle istituzioni governative e non, nazionali e non solo, mass media filo-istituzionali compresi. Essi non usano violenza fisica, ma cercano di usare il potere, politico o mediatico, che hanno nelle loro mani per portare avanti la loro visione del mondo “antifa”. Una tendenza diffusa fra di loro è massimizzare o minimizzare l’importanza dei fatti a seconda di chi siano gli autori e/o le vittime. Essi si dividono a loro volta in “tolleranti”, “legalitari” e “istigatori”.

 

A1) I “Tolleranti”

I tolleranti, al contrario dei legalitari, sono contrari all’uso massivo delle leggi vigenti e del potere politico nelle loro mani per portare avanti le loro idee. Alcuni di essi sono addirittura diffidenti nei confronti di certe leggi. Essi credono che il metodo migliore di combattere “i fascismi e i populismi” sia il piano culturale ed argomentativo, senza bisogno di applicare più rigorosamente le leggi vigenti o crearne di nuove. Del resto sanno che buona parte della stampa è dalla loro parte e ritengono di avere un vantaggio sufficiente. In pratica, la differenza con i “Legalitari” sta solamente nella diversa visione su quale sia la strategia ottimale per arrivare allo stesso obiettivo.

A2) I “Legalitari”.

 

I “legalitari” chiedono di usare le leggi vigenti, Scelba e Mancino, o inasprire le stesse/crearne di nuove, per reprimere il dissenso, limitare la libertà di espressione dei loro avversari politici o addirittura sciogliere partiti ritenuti scomodi. Le loro leve di azione sono efficaci, dato che tendenzialmente sia la stampa sia la magistratura tendono ad essere schierate dalla loro parte.

 

A3) Gli “Istigatori”.

 

Questa particolare categoria può essere considerato l’anello di contatto fra antifa istituzionali ed antifa “antagonisti”. Essi infatti usano il loro potere, perlopiù mediatico e di “seguito specifico”, per alzare i toni “contro fascismi, razzismi e populismi”, istigando, implicitamente o esplicitamente, i cosiddetti “antagonisti” a prendere parte in prima persona alla lotta “contro fascismi, razzismi e populismi”. Hanno oggettivamente una parte di mentalità in comune con gli antagonisti: ritengono che lo Stato non dia adeguate risposte a ciò che ritengono “Il nemico”. Ritengono la strategia dei “tolleranti” troppo ottimista e permissiva e la strategia dei “legalitari” troppo moderata o comunque non sufficiente, ritengono che vada integrata.

 

B) Gli “antagonisti”.

 

Essi sono individui antifa privi di ruoli di rilievo in istituzioni, politiche e non. Essi possono essere quasi considerati “il braccio armato” degli antifa istituzionali. Le virgolette sono d’obbligo perché essi, pur spacciandosi per “antagonisti” alle attuali autorità, nei fatti hanno obiettivi simili da attuare con metodi diversi. Essi sono i tipici frequentatori ed animatori degli innumerevoli “centri sociali” o “spazi autogestiti”; spesso sono considerati in modo stereotipato come “buoni solo a farsi le canne”, incapaci di avere una disciplina ed una volontà forte e quindi fondamentalmente innocui; se per una parte di loro lo stereotipo corrisponde, vi è una cosiddetta “elite” che oggettivamente è organizzata, disciplinata, ha una volontà forte ed è pronta a combattere o supportare attivamente chi combatte. La divisione fra “gravitanti”, “ausiliari” e “combattenti” aiuta a comprendere le varie differenze interne.

 

B1) I “Gravitanti”.

 

I cosiddetti Gravitanti sono la categoria di antifa antagonisti che classicamente corrisponde allo stereotipo di cui sopra. Gente in genere ideologicamente amorfa, priva di una forte volontà, con scarsa disciplina e solitamente preda dei più svariati vizi. Non fanno attività politica propriamente detta né tantomeno partecipano ad attività organizzate nelle quali si ritiene possibile arrivare allo scontro “coi fasci” o “con gli sbirri”. Si limitano a supportare le attività culturali e, soprattutto, ludiche, dei centri sociali, supportandoli di fatto. Gli “antagonisti” delle altre due categorie generalmente hanno una bassa opinione su di essi, che non sono soldati politici, ma vedono bene la loro presenza nel loro movimento. Alcuni di loro infatti potrebbero potenzialmente fare il salto di qualità e diventare perlomeno ausiliari. Nel peggiore dei casi, resterà gente che supporta economicamente e socialmente e che, se lasciata al suo posto, non può fare alcun danno.

 

B2) Gli “Ausiliari”.

 

Essi sono il grado immediatamente superiore ai “gravitanti”. Solitamente è gente ideologizzata che non si limita a frequentare i centri sociali “per bere, fumare e sentire i concerti” ma che dà un qualche contributo di livello più elevato. Solitamente non hanno alcun addestramento allo scontro né si prendono rischi legali, tuttavia possono prendere in carico alcuni aspetti logistici e di “spionaggio e dossieraggio”, attività che con i social network sono più facili rispetto ad anni fa. Essi non sono “fisicamente pericolosi” in quanto non sono quelli che puntano ed attaccano fisicamente, e non sempre è facile identificarli come “antifa”. È possibile, ad esempio, che osservino i movimenti di un individuo o un gruppo di individui considerati come “obiettivi sensibili” senza essere riconosciuti, ricostruiscano i luoghi di residenza ed orari e luoghi abituali di frequentazione e ritrovo per poi riferire le informazioni ai loro omologhi più operativi.

 

B3) I “Combattenti”.

 

Essi sono la cosiddetta “elite” degli antifa “antagonisti”. Sono quelli più ideologizzati, quelli più disciplinati, addestrati, disposti a prendersi dei rischi e con una maggiore forza di volontà. Sono la tipologia di persone che aggredisce in piazza a Palermo il dirigente forzanovista filmando tutto e mandando agli organi di stampa a scopo rivendicativo, sono quelli che si scontrano con la polizia quando essa è vista come un ostacolo fra sé e il nemico, sono quelli che hanno confezionato bombe carta e bombe con i chiodi da lanciare contro gli agenti a Torino. Sono quelli che per le loro attività subiscono anche arresti, denunce, condanne penali e carcerazioni preventive o post-condanne definitive. Sono quelli considerati “esempio di dedizione e coraggio” nei loro circuiti. Certo, c’è da dire che l’attuale contesto politico fa sì che spesso la magistratura usi una mano relativamente morbida con essi per fatti contestati anche gravi; questo rappresenta un’ulteriore spinta a proseguire nella propria attività che fondamentalmente ha obiettivi simili a quelli degli antifa istituzionali ma che ciononostante opera ai confini delle leggi o oltre essi.

Violenza antifa e connivenze istituzionali: l’importanza di una mentalità anti-antifa di massa.

Il senso di impunità antifascista e la connivenza delle istituzioni.

È evidente che le frange più violente e “combattenti” del movimento antifascista si sentano sia moralmente legittimati ad istigare alla violenza o compiere violenza verso chi ritengono un loro nemico, sapendo di essere in parte moralmente e legalmente protetti dalle istituzioni pseudodemocratiche. Queste ultime hanno in comune con loro la volontà di ostacolare non solo una fantomatica ed improbabile “rinascita fascista” ma anche, se non soprattutto, ostacolare la formazione di un vasto movimento trasversale che metta in dubbio certi dogmi menzogneri alla base dell’attuale società. In questo contesto il “non allineato” è, agli occhi delle istituzioni, un fuoricasta, che non merita solidarietà se attaccato in quanto tale e che merita la gogna pubblica ed il massimo della pena al minimo passo falso. Nessuna parola di solidarietà verrà da parte delle istituzioni perché probabilmente le frange più violente e massimaliste del movimento antifa fanno il lavoro che le istituzioni pseudo-democratiche non hanno la possibilità di fare. Sia gli antifa “antagonisti”, frange più violente in prima fila, sia le istituzioni pseudo-democratiche vogliono la stessa cosa: rendere innocuo chiunque non si allinei ai loro dogmi. Cambiano solo i mezzi. Quindi, per quanto gli antifa “istituzionali” ed “antagonisti” entrino talvolta in contrasto per motivi di strategia, di fatto non si ostacolano fra loro. Quando il “non allineato” viene represso penalmente dalle istituzioni pseudodemocratiche, gli antifa “antagonisti” non criticano le azioni delle istituzioni e non danno solidarietà al non allineato. Allo stesso modo, le istituzioni non ostacolano esplicitamente gli “antagonisti” che si rendono colpevoli di reati violenti, al massimo si lasciano andare in dichiarazioni del tipo “queste cose non si fanno, i rigurgiti razzisti e populisti si combattono con la cultura”.

La mentalità antifa violenta: potenziali vittime e come combatterla. La mentalità anti-antifa.

Tornando al discorso principale delle aggressioni antifa, è chiaro che in un tale clima politico, con questi rapporti numerici “di strada” e con queste istituzioni conniventi, il rischio di avere problemi esiste sempre. Non solo per i militanti politici di gruppi che si rifanno esplicitamente al fascismo. Essi sono infatti solamente i bersagli più evidenti e riconoscibili e quindi fra i primi contro cui scagliarsi, ma non sono gli unici.

Il rischio sussiste anche per i poliziotti impegnati a svolgere il loro lavoro; garantire, come da leggi vigenti, lo svolgimento di un’attività politica autorizzata come può essere una manifestazione, un comizio elettorale o un banchetto, può significare fare la guerra con gente addestrata e che non ha i vincoli delle “regole d’ingaggio”.

Il rischio è anche per il “non allineato” che non fa politica attiva, per la colpa di avere certe idee, il rischio è anche per il leghista, il sostenitore di FDI, e poi per il Berlusconiano, il “borghese”, persino per l’apolitico che viene considerato connivente con i “nazi” a causa di rapporti di collaborazione in altri campi o amicizia personale con qualcuno di loro. Quindi non è solo chi si rifà a certe ideologie a rischiare di subire violenze dagli antifa, potenzialmente una buona parte dei cittadini della rep. italiana è a rischio. Magari non subito, magari non come bersaglio prioritario, ma sempre a rischio è. È quindi necessario che il maggior numero di persone possibile, anche di area ideologica diversa fra loro, prenda bene le distanze isolando e arginando il più possibile e con ogni mezzo questa minoranza rumorosa e violenta, invitando amici e conoscenti a fare altrettanto.

David Schwarz: le origini ebraiche del multiculturalismo svedese e della società multietnica – di Paolo Germani (www.altreinfo.org)

Negli anni settanta la Svezia ha aperto le porte all’immigrazione proveniente dai paesi islamici e sub-sahariani, trasformando una società omogenea da un punto di vista etnico e culturale in una società multiculturale e multietnica.

A più di quarant’anni dall’inizio di questo processo, la Svezia versa oggi in una situazione critica.

Ci sono interi quartieri delle sue città più importanti in cui la polizia non può più entrare e in cui nemmeno i postini distribuiscono la corrispondenza, per paura di essere aggrediti o derubati. L’integrazione è stato un vero e proprio fallimento, nonostante il grande impegno del popolo e dei governi svedesi e le immense risorse finanziarie destinate alla realizzazione di questo progetto.

Ci chiediamo chi ha spinto la Svezia in questo vicolo cieco, in questa strada senza ritorno.

 

David Schwarz, ebreo polacco e rifugiato

Il cambiamento ideologico ebbe inizio nel 1964, quando un certo David Schwarz, un ebreo polacco sopravvissuto all’olocausto, emigrato prima in Italia e poi in Svezia, scrisse l’articolo “Il problema dell’immigrazione in Svezia” nel più grande e importante giornale svedese, il Dagens Nyheter, di proprietà ebraica, come del resto tutte le principali testate giornalistiche occidentali.

Iniziò quindi in Svezia un dibattito, montato ad arte, che si estese in tutti gli ambiti sociali, coinvolgendo anche altri giornali, l’editoria ed ogni altro mezzo d’informazione. A un certo punto, sembrava che in Svezia ci fosse soltanto un problema degno di essere discusso:

l’apertura delle frontiere agli immigrati e il multiculturalismo. Fu un tam-tam assordante

David Schwarz scrisse molti libri sull’argomento e fu di gran lunga l’opinionista più attivo. I suoi interventi erano così aggressivi che tutti coloro che avevano una visione diversa dalla sua erano spinti su posizioni difensive.

Nonostante gli svedesi non si fossero macchiati di antisemitismo e non avessero in alcun modo partecipato all’olocausto o appoggiato le politiche naziste, Schwarz giocò sempre e comunque la carta dell’antisemitismo per screditare i suoi avversari, in modo efficiente e continuo, zittendo chiunque fosse contrario ad una Svezia multiculturale e multietnica.

Gunnar Heckscher, il politico giusto al momento giusto

Naturalmente, una spinta di queste proporzioni non poteva avere successo senza i necessari appoggi politici. Fu proprio il partito conservatore di destra quello che per primo accettò l’idea del pluralismo culturale. Contribuì in questo modo a dare forma e contorno al nuovo indirizzo migratorio guidato dagli attivisti radicali ebrei. All’epoca il presidente del partito conservatore svedese era Gunnar Heckscher.

Forse vale la pena ricordare che Gunnar Heckscher fu anche il primo leader del partito conservatore di origine ebraica.

Gli attivisti ebrei, capeggiati da Schwarz, sostenuti dalla stampa ebraica e dai politici ebrei, incominciarono a spingere verso la revisione e il rimodellamento della politica immigratoria svedese. Secondo loro, l’assimilazione degli immigrati alla cultura svedese era un limite inaccettabile, da superare quanto prima.

L’apertura e l’accoglienza dei migranti doveva basarsi su un pluralismo culturale, il che significava che gli immigrati, con un massiccio sostegno finanziario, dovevano essere incoraggiati a preservare la loro cultura. In questo modo la Svezia avrebbe inviato a tutto il mondo il segnale inequivocabile di un paese tollerante dove tutti sono i benvenuti.

Secondo Schwarz e i suoi seguaci, l’incontro tra la cultura svedese e le culture delle minoranze immigrate avrebbe rappresentato un arricchimento per l’intera comunità e sarebbe stata la popolazione svedese ad adattarsi ai nuovi arrivati, e non viceversa. Queste furono le posizioni degli attivisti che determinarono la politica immigratoria della Svezia e il futuro del paese.

 

David Schwarz e Theodor Adorno

Ricordiamo che David Schwarz era un giovane ebreo polacco, non aveva alcun legame con la Svezia, venne accolto in quel paese con grande generosità, curato dalla tubercolosi e dagli strascichi del tifo, malattie contratte durante la sua permanenza nei campi di concentramento nazisti. Visse in Svezia fino al 2008, anno della sua morte, impegnandosi fino all’ultimo in quella che possiamo definire l’unica ragione della sua vita: trasformare in modo radicale il tessuto sociale della Svezia, rendendolo multiculturale e multietnico.

Ma perché David Schwarz spese tutta la sua esistenza per trasformare una società che era stata così accogliente nei suoi confronti?

Per capire quali sono i motivi che spingono gli ebrei in generale, e non soltanto David Schwarz, in ogni paese del mondo, e non soltanto in Svezia, ad abbattere le società culturalmente ed etnicamente omogenee, bisogna prima conoscere il fondamentale lavoro di Theodor Adorno, “La personalità autoritaria”, pubblicato nel 1950, ed analizzarne contenuti, interpretazioni e conclusioni.

In estrema sintesi, rinviando ad ulteriori approfondimenti, Theodor Adorno sosteneva che affinché gli ebrei potessero prosperare e vivere tranquilli nei paesi occidentali, al riparo da ogni persecuzione o pregiudizio, si doveva indurre in quei paesi una radicale e profonda trasformazione sociale.

Le quattro direttrici fondamentali su cui agire per ottenere questa trasformazione sociale erano:

  • il superamento della famiglia patriarcale,
  • la creazione di stati multietnici e multiculturali,
  • l’indebolimento delle strutture sociali che tengono coesi gli individui,
  • la distruzione della religione.

Inutile specificare che Theodor Adorno era ebreo e che le sue ricerche vennero finanziate dalle associazioni ebraiche.

Dal punto di vista di Adorno quindi, non importava che queste trasformazioni sociali generassero devastazione e rendessero infelici centinaia di milioni di esseri umani, sradicando interi popoli dal loro ambiente naturale ed espropriando altri della loro cultura. L’unica cosa davvero importante era che in mezzo alla desertificazione culturale del pianeta e all’infelicità degli altri esseri viventi, gli ebrei potessero comunque prosperare e vivere in tranquillità, senza dover modificare alcunché nei propri comportamenti sociali, né adeguare le proprie esigenze a quelle degli altri.

Se non è razzismo questo, che cos’è il razzismo?

David Schwarz è stato un piccolo attore che ha interpretato bene la sua parte per realizzare questo progetto criminale e razzista.

Autore: Paolo Germani
Fonte:

https://www.altreinfo.org/una-storia-diversa/17691/david-schwarz-le-origini-ebraiche-del-multiculturalismo-svedese-e-della-societa-multietnica-paolo-germani/?fbclid=IwAR3k3T1BxIPP0pZXpZYWDA1KB6RSzpKsDMaoW8pzohofk_7d3N1sv13cX1g

GUILLAME FAYE: L’IMPERATIVO DEL METICCIATO

Dal punto di vista biologico, la scomparsa di un popolo, di una etnia o di una razza la si ottiene attraverso il ventre delle sue femmine. L’unione di una donna di razza X con un uomo di razza Y è assai più pericolosa per la razza X che per quella Y. E ciò perché sono le donne a costituire la riserva biologica e sessuale, il patrimonio genetico delle razze, delle etnie e dei popoli, più che gli uomini.

Una donna, in effetti, nel corso della propria vita può dare alla luce un numero limitato di figli, mentre l’uomo può generarne una moltitudine, avendo a disposizione abbastanza donne in età fertile. Per questo i demografi definiscono quindi la fertilità e il rinnovamento della popolazione solo in termini di numero di figli per donna, sulla base della maternità e non della paternità.

Ecco perché dobbiamo preoccuparci dell’immigrazione incontrollata di popolazioni del terzo mondo (che hanno indici di fertilità più alti) nei paesi europei, ovvero del problema del meticciato che, soprattutto in Francia, sta raggiungendo proporzioni consistenti. Non solo la razza bianca subisce la competizione all’interno del suo stesso territorio, non solo essa non si rinnova a causa della bassa fertilità (che ovunque è di due figli per donna) ma una parte delle donne in età fertile propende per il meticciato. Quindi, oltre al fatto che le popolazioni straniere si riproducono tra di loro, le donne bianche fertili hanno meno figli e alcune di loro si offrono agli stranieri.

I bianchi, tranne poche eccezioni, sono l’unica popolazione che non si preoccupa del proprio futuro collettivo, che non possiede una coscienza razziale a causa del senso di colpa derivato, oltre che dalla mentalità cristianiforme universalista, dalle conseguenze del Nazismo, che hanno provocato una paralisi mentale e la creazione di una cattiva coscienza collettiva.

Alla fine, questa grave situazione risulterà, dovesse continuare, in un silenzioso e graduale genocidio dei bianchi in Europa, ovvero nella loro stessa culla, che sarà presto abitata in massima parte da forestieri, meticci e una sempre crescente minoranza di bianchi. Questo è il destino che attende la Francia e che viene confermato ogni giorno semplicemente mettendosi a guardare la composizione dei bambini che escono da scuola alla fine delle lezioni.

Quando un popolo trasforma il suo patrimonio genetico fino a questo punto, cessa di essere ciò che è.
Se non interverranno inversioni di tendenza, gli abitanti dell’Europa alla fine del ventunesimo secolo non sanno più persone di origine europea e, di conseguenza, la civiltà europea non esisterà più. L’Europa stessa non esisterà più come entità demografica ma solo come espressione geografica. Sarà semplicemente un’appendice dell’Africa, senza una propria coscienza etnica (al contrario della maggior parte dei popoli del mondo). Gli europei occidentali considerano questo cataclisma con una sorprendente indifferenza da morti viventi, nonostante gli indicatori demografici puntino a questo tipo di futuro e siano realmente terrificanti.

Per  condizionare le menti delle donne bianche è stato creato un modello ideologico assai subdolo, che si basa sulla supposta maggior virilità dei maschi Africani e Nord Africani, uno stereotipo assai diffuso e da molto tempo nella nostra società. Vi sono infatti in proporzione pochissimi casi di relazioni tra donne bianche europee e uomini dell’Estremo Oriente. Un altro elemento preoccupante è l’emasculazione dei maschi europei, che appaiono incapaci di difendere le loro donne. Questo fenomeno etologico è assai inquietante. Quando i maschi di un gruppo – la legge vale per tutti i vertebrati maggiori – non sono più in grado di offrire forza, virilità o dominanza, le femmine si rivolgono ai maschi dell’altro gruppo.
Sovente le ragazze bianche dei quartieri operai cercano protezione prendendosi un compagno straniero e ciò perché in questo modo si guadagneranno la protezione dei correligionari di lui, evitando così molestie. Nei quartieri borghesi assistiamo invece ad un altro fenomeno: la provocazione snob. Le ragazze sfidano il perbenismo delle proprie famiglie accompagnandosi a ragazzi neri o islamici o comunque di colore diverso, dimostrando così, attraverso un certo conformismo, che sono antirazziste e che sono al passo con i tempi.

Potrebbe sembrare contraddittorio per l’uomo di colore andare orgoglioso di una donna bianca e dell’avere dei figli da lei. In primo luogo, si tratta del segnale della conquista di una donna bianca al fine di umiliarne l’uomo.  La cattura della femmina è un fenomeno etologico assai antico per il quale la storia offre molti esempi e le cui radici derivano dal mondo animale. Farsi vedere accanto a una donna bianca è sia motivo di orgoglio che di riscossa. Allo stesso tempo, in Africa e in Medio Oriente, gli uomini delle classi più altre ambiscono a “schiarirsi” prendendosi una moglie europea, come nel caso di diversi monarchi africani e arabi e, parimenti, le donne africane e delle Antille desiderano sposare un europeo, non solo per acquisire prestigio ma per avere figli meno colorati.
Ciò che muove questi due casi in apparente contraddizione è un complesso di inferiorità-superiorità schizoide. Umiliare il Bianco dominante prendendone una femmina ma allo stesso tempo “sbiancare” i propri discendenti, accettando implicitamente un sentimento di inferiorità razziale. Distruggere la razza bianca sbiancando sé stessi, una contraddizione insormontabile.

Un’eccezione a questa tendenza è rappresentata da Tribu Ka, un gruppo suprematista nero in Francia, estremista e violentemente anti-sionista guidato da Kémi Séba, che prende ispirazione dai movimenti afroamericani radicali, rifiuta il meticciato con i bianchi e combatte i matrimoni misti.

L’imperativo del meticciato (possibilmente con una donna bianca) si fonda naturalmente su un’ideologia egualitaria antirazzista. Allo stesso tempo, l’attrazione nei confronti di neri, arabi o uomini di colore in genere è basata su un’immaginario assai ambiguo. Se da un lato questi uomini “esotici” vengono considerati super virili ed eccezionalmente dotati sessualmente, l’immagine che viene di loro offerta sui media e nell’industria pornografica è più vicina al concetto di forza animale. Non più Tarzan ma King Kong. Muscoloso, atletico, violento, con un pene e muscoli inversamente proporzionali alle capacità mentali. In breve, l’immagine dell’amante di colore è animalesca. I neri e gli arabi sono implicitamente e subdolamente ridotti allo status di bestie umane. Questa osservazione contraddice l’agenda antirazzista che è il fulcro dell’ideologia dominante: un inconscio razzismo come fondamento dell’antirazzismo.

Naturalmente questa convinzione nelle super capacità fisiche e sessuali dei neri e degli arabi non è che un mito, alimentato da una gigantesca macchina della propaganda mediatica, di fronte alla quale la donna bianca ci si aspetta debba soccombere.

L’immigrazione di massa e il meticciato con le donne europee porterà gradualmente ad un caos etnico i cui svantaggi sono duplici. Esso risulterà in primo luogo nella creazione di una società frantumata in comunità reciprocamente ostili soggette alla legge secondo la quale il multietnico equivale a multirazzismo e, secondariamente, nella presenza di una popolazione meticciata in perenne conflitto interiore, particolarmente insostenibile,  tra le due identità che la compongono. Tale società è difficile da governare a causa della sua eterogeneità e, come dice Aristotele, inadatta alla democrazia o alla pace sociale, sempre incline alla violenza e costantemente minacciata dal dispotismo.

Ecco perché il credo ideologico della Francia repubblicana (come degli altri paesi dell’Europa) di una “Francia multicolore che può funzionare attraverso l’integrazione” (come se fosse possibile cristallizzare un insieme caotico e biologicamente eterogeneo in una società omogenea) non è solo un esempio di pensiero magico ma una delle più stupide utopie, per celebrare la quale il termine feticcio “diversità” è ripetuto come un mantra.

Se ciò non bastasse, guardiamo alle aree geografiche dove sono concentrate popolazioni etnicamente mescolate: il Nord Africa, il Medio Oriente, l’America Latina, le Antille. Perfino l’Africa nera, dove le frontiere coloniali costrinsero alla coabitazione gruppi etnicamente inconciliabili, ha conosciuto gli stessi problemi. Instabilità e violenza, il frutto del caos etnico, sono in ogni caso cronici. Il potere centrale è ovunque corrotto e iper-autoritario. È questo ciò che attende la Francia?

È opportuno, a questo punto, confutare un argomento controfattuale propagandato dell’ideologia dominante, e cioè che la Francia sia sempre stata etnicamente mista a causa delle varie ondate migratorie che la riguardarono nel corso dei secoli. Ovviamente, l’attuale immigrazione e meticciato saranno benefici perché creeranno diversità. Qui però si fa confusione tra diversità e caos, tra eterogeneità con vicinanza e mescolamento di massa casuale tra differenti tipi biologici e culture.
Ora, occorre notare quattro fattori:

1) Anticamente, sia le ondate migratorie e di invasione germanica nella Gallia e la colonizzazione romana coinvolsero popolazioni assai simili; le incursioni musulmane e l’occupazione in Provenza e Linguadoca nell’ottavo secolo A.C. riguardarono numeri limitati di invasori, gran parte dei quali fu respinto;

2) Il grosso dell’immigrazione in Francia nel diciannovesimo secolo proveniva dall’Europa (Italia, Belgio, la penisola iberica, l’Europa centrale e dell’Est, i Balcani), ovvero era rappresentata da popolazioni che appartenevano culturalmente, etnicamente e biologicamente allo stesso ceppo “Albo-Europeo”, come lo definisce Senghor. Senza contare che si trattava di gruppi numericamente piccoli che era possibile assimilare:

3) L’attuale migrazione e il meticciato che ne deriva sono di un’entità mai vista prima nella storia e coinvolge popolazioni extra-europee, il che cambia tutto;

4) Il melting-pot etnico è benefico solo se coinvolge gruppi etnici appartenenti alla stressa grande famiglia antropologica.

In altre parole, con questo tipo di mescolanza, la popolazione che ne sarà il risultato non sarà più in nessun modo un popolo ma una massa eterogenea ingovernabile inadatta a qualunque forma di sviluppo civile e suscettibile alla violenza endemica e ad ogni sorta di patologie psicologiche. È una catastrofe che ci attende e che il Giappone, l’India e la Cina sono stati perfettamente in grado di evitare.

Abbiamo l’esempio degli Stati Uniti, che sarebbero in teoria un melting pot, il che è falso, in quanto il melting pot ha riguardato solo gli immigrati di origine europea, la cui sinergia fu l’origine della forza di quella nazione. Il contributo di neri, asiatici e latinoamericani non fu decisivo. Inoltre, l’avanzamento della società multirazziale negli Stati Uniti si sta dimostrando, più di ogni altra cosa, un handicap per il paese guida del mondo, come descritto da Jared Taylor.

Tratto dal libro “Sex and Deviance”, di Guillame Faye, trad. italiana di Barbara Tampieri.

Fonte: https://www.nexusedizioni.it/it/CT/guillame-faye-limperativo-del-meticciato-5333

LA CONOSCENZA BIANCA DEI VEDA: Ariani, Dravidi e riferimenti razziali nei Veda.

Gli Ariani, i Dravidi ed i riferimenti razziali nei Veda, di Nikarev Leshy, 19/06/2012.

Un’Antica leggenda afferma che molti millenni fa, da oltre le alte montagne del Nord dell’Himalaya, oltre il passo di Khyber e molto oltre i monti del Pāriyātra Parvata, i sette maestri Ariani, noti come rsi, i saptarsi, scesero dalle steppe russe e portarono con loro nell’India settentrionale il linguaggio Sanscrito e la conoscenza del sacro. La numinosa saggezza Ariana venne in seguito redatta nei sacri testi che abbiamo oggi, conosciuti come i Veda. Questa conoscenza, portata dai maestri bianchi, è alla base delle religioni conosciute oggi come Induismo, Brahmanismo e Buddhismo. Questa antica conoscenza è il pilastro di queste tipologie panteiste di spiritualismo.

Secondo Rigveda, il leader dell’invasione Ariana era Indra, ed il suo ruolo in “uccidere i Dasyus” (i Negroidi in India, i Dravidi) è evidente:

“Tu, Indra, sei il distruttore di tutte le città, l’assassino dei Dasyus, la guida dell’uomo, il re del cielo”

– Rigveda, Book 8, Indra 87.6 (8.LXXXVII.6) [ Muir I.175 ]


“Indra, l’assassino di Vrittra, distruttore delle città, ha sparpagliato i nemici Dasyu, nati da un grembo nero”.

– Rigveda, Book 2, Indra 20.6 (2.XX.7) [ Muir I.174 ]
Gli interessava anche la preservazione dei suoi figli bianchi:

“Egli fu adorato per avere distrutto “I Dasyani e protetto i colori Ariani”.

– Rigveda, Book 2, Indra 34.9 (III.34.9) [ Anna. 114 ]

 

“Il tuono che diede ai suoi amici bianchi i campi, diede il sole, diede le acque”

– Rigveda, Book 1, Indra 100.18 (I.C.18) [ Anna. 114 ]

 

“Indra protesse in battaglia i pii Ariani, sottomise a Manu i fuori legge, conquistò chi aveva la pelle nera”

– Rigveda, Book 1, Indra 130.8 (I.CXXX.8) [ Anna.114 ]

 

Gli ariani consideravano la pelle nera (Krishnam Vacham in Sanscrito), ovvero i Dravidi, in modo disgustato e con orrore:

“La pelle nera è empia” (Dasam varnam adharam in Sanscrito])

– Rigveda, Book 2, Indra 12.4 (2.XXII.4) [ Muir Pt.I, p.43, II, p.284, 323 etc. ] [ Anna. 114 ff ]

“La pelle scura che Idra odia”

– Rigveda, Book 9, Soma Pavamana 73.5 (9.LXXIII.5) [ Griff ]

 

la pelle scura, l’odio di Indra”

– Rigveda, Book 9, Soma Pavamana  [ RgV.IX.73.5 ] – don’t know the translation Kemp is using as it is above by Griffith. Kemp page 65

 

“il vile colore Dasyano”

– Rigveda, Book 2,  Indra 20.7, 12.4 (2.XX.7, 2.XII.4) [ Anna. 115 ]
Gli Ariani si ritenevano in dovere di di cacciare i Dravidi:

“Egli, autosufficiente, potente e trionfante, ha portato in basso la cara testolina del malvagio Dasa”

– Rigveda, Book 2, Indra 20.6 (2.XX.6) [ Griff: book 2, hymn XX Indra, 6 ]

 

“Attivi e lumonosi si sono fatti avanti, impetuosi in velocità come dei tori, ed hanno cacciato via la pelle scura”.

Soma Pavamana – 9.41.1                              

 

“Il sacrificatore ringraziò il suo dio per “aver cacciato le bande schiavi di discendenza nera” e per avere abbattuto il “vile colore Dasyano”.

 [ Rg.V. II.20.7, II.12.4 ] [ Anna. 115 ]

 
“Il Sire e la Madre hanno ruggito all’unisono con il verso della lode, hanno bruciato uomini senza ritegno; con la forza sovrannaturale dalla terra e dai cieli hanno spazzato via la pelle scura che Indra odia”.

Soma Pavamana – 9.73.5

 

“Divinità tempestose che corrono come tori furiosi e sparpagliano la pelle nera.” … “ la pelle nera, odiata da Indra” sarà spazzata via dal paradiso.

 [ RgV.IX.73.5 ]

 

“Indra protesse in battaglia i pii Ariani, sottomise a Manu i fuori legge, conquistò chi aveva la pelle nera”

 [ Rg.V. I.130.8 ] [ Anna.114 ]

 

“Indra aiuta in battaglia gli Ariani che lo adorano, egli che ha 100 aiuti a portata di mano in ogni combattimento, nel combattimento che ha visto vincere le luci del cielo. Nell’affliggere i senza legge, cedette alla discendenza di Manu la pelle scura. Egli, fiammeggiante, brucia ogni uomo bramoso, brucia il tiranno”.

“Indra ha reso l’empio Varna (mantello, ndt) dei Dasa (schiavi, ndt) più basso e nascosto.

 [ RV. II.12.4 ]

 

 

“Tu, figlio di VIdathin, Rjisvan, hai dato il via ai potenti Mrgaya e Pipru. Tu hai messo a tacere i 50.000 scuri e hai preso le fortezze in modo naturale, come l’età che consuma gli indumenti”.

Indra – 4.16.13

 

 

“Tu, come una ruota del carro del Sole, sei andata avanti, e ora sei libero di muoverti per Kutsa. Hai distrutto i Dasyus senza naso con la tua arma, e hai cacciato dalle loro case gli oratori più ostili” (“Dasyus senza naso” parrebbe un riferimento alle tipologie Negroidi dal naso piatto)

Indra – 5.29.10

 

“Tu, eroe e benefattore, hai dato forza al carattere dell’uomo; vittorioso, hai bruciato l’empio Dasyu come una nave viene consumata da un incendio.

[ RgV. I.175.3 ] [ Muir I.174 ]

 

“Voi potenti Asvins, cosa ci fate lì? Perché restate in mezzo alle persone che sono molto stimate senza che offrano dei sacrifici? Ignorateli, distruggete la vita dei Panis (ndt, demoni).

 [ RgV I.83.3 ] [ S+T.365 ]

 

 

“Lui, molto invocato, ha ucciso i Dasyus e i Simyus, dopo la sua vittoria, e li ha lasciati a terra con le frecce. Il potente Tuono, con i suoi amici dalla carnagione chiara, ha conquistato la Terra, la Luce del Sole e le Acque.”

Indra – 1.100.18

 

 

“Sing, con oblazione, loda colui che lo rallegra, colui che con Rjisvan ha spazzato via la stirpe scura. In cerca del Suo aiuto, dell’aiuto di colui che è forte, la cui mano destra brandisce il fulmine, colui che è vestito da Maruts. Lo invochiamo perché sia nostro Amico.”

Indra – 1.101.1

“Armato del suo fulmine e fiducioso nella sua prodezza, ha vagato distruggendo le fortezze di Dasas. Getta il tuo dardo con consapevolezza ai Dasyu, o Tuono; Indra, aumenta la potenza e la gloria di Arya”.

Indra – 1.103.3

 

“ Per Maghavan, che, con un titolo degno di nota, Tuono, ha insegnato a queste razze umane ad uccidere da vicino i Dasyus, si è dato l’epiteto di Figlio per la Gloria”.

Indra – 1.103.4

 

Rig Veda si riferisce agli ariani come biondi.

“Anche con lui vi è questa pioggia che scende molto forte: Indra getta gocce di umidità sulla sua barba gialla. Quando il succo dolce è versato egli cerca il posto piacevole e muove l’adoratore come il vento turba il legno.

Indra – 10.23.4

 

“Dopo un sorso veloce il bevitore di Soma diventò potente, l’Essere di Ferro con la barba ed i capelli gialli. Egli, Signore di Tawny Coursers, Signore del veloce Mares, porterà i suoi cavalieri in salvo da ogni angoscia.”

Indra – 10.96.8

 

“O Signore biondo di tutti gli uomini, rallegrati per le lodi, godi di queste offerte di bevande”

Indra – 1.9.3

 

 

“Egli, molto invocato, ha ucciso i Dasyus e i Simuys; dopo che ha vinto, li ha lasciati giacere a terra con le frecce. Il potente Tuono ed i suoi amici dalla carnagione chiara hanno conquistato la terra, la luce del sole e le acque”.

Indra – 1.100.18

“Sing, con oblazione, loda colui che lo rallegra, colui che con Rjisvan ha spazzato via la stirpe scura. In cerca del Suo aiuto, dell’aiuto di colui che è forte, la cui mano destra brandisce il fulmine, colui che è vestito da Maruts. Lo invochiamo perché sia nostro Amico.”

Indra – 1.101.1

fonte: https://nikarevleshy.blogspot.com/2012/06/white-knowledge-of-vedas-aryans.html

 

L’Eusko è la moneta locale più utilizzata d’Europa

L’eusko, la moneta locale di Ipar Euskal Herria, ha superato il milione di euro in circolazione, fatto inedito per una moneta locale in Europa il cui obbiettivo è potenziare il commercio locale.

Dalla sua creazione nel 2013, l’eusko ha raggiunto la cifra record di 1 milione in questo mese, Ottobre; questo la rende la moneta locale più importante d’Europa, più del Chiemgauer tedesco (648.000 euro in circolazione) e della moneta locale inglese Bristol Pound (circa 78.000 euro).

L’Eusko, il cui valore è uguale a quello dell’euro, serve per pagare in contanti o con la “euskokart” in tutti gli esercizi commerciali locali che accettino il suo uso. Si possono anche aprire conti correnti bancari con questa valuta.

Xina Dulong, proprietario di un bar, sostenitore dell’uso del eusko, paga con questa moneta locale la maggioranza dei suoi fornitori. Egli afferma: “Ho scelto uno dei miei fornitori di birra perché accettava l’eusko”.

Il successo di questa moneta si deve alla sua “capacità di federare”, assicura Dante Edme-Sanjurjo, direttore dell’associazione locale Euskal Moneta, che spinse per la creazione di questa moneta oltre 5 anni fa.

L’eusko ha come obiettivo lo sviluppo dell’economia locale. L’associazione promotrice converte tutti gli euro che cambia in Eusko nel finanziamento di progetti ecologici o agricoli, nel commercio locale, nell’associazionismo locale, ma anche in difesa del Basco.

<<Se qualcuno mi paga in euskos, io gli parlo in basco, questo crea un legame evidente>>, si rallegra Pantxika Heguiaphal, impiegata di una panetteria di Baiona.

Secondo il direttore dell’associazione Euskal Moneta, <<più di 40.000 euskos sono disponibili nei conti correnti delle persone>>. Del milione di euskos in circolazione, 400.000 lo sono sotto forma di banconote e 600.000 in forma digitale.

Usano questa moneta 3.000 persone fisiche, 770 imprese, 16 comuni e Euskal Hirigune Elkargoa, che riunisce i 158 comuni della Ipar Euskal Herria, secondo quanto spiega Dante Edme-Sanjurjo, che aggiunge “il nostro obiettivo per il 2021 è l’autonomia finanziaria”.

Attualmente, il 50% dei costi di gestione sono garantidi dai contributi degli aderenti all’eusko, ma il resto è finanziato da sovvenzioni pubbliche.

La presenza dell’eusko può anche crescere grazie ad una vittoria giuridica del governo comunale di Baiona contro la sottoprefettura. Quest’ultima voleva annullare una risoluzione del consiglio municipale, approvata all’unanimità, con la quale si accetta l’uso degli euskos per le sovvenzioni delle associazioni e le retribuzioni degli membri del governo del comune.

Alla fine i tribunali hanno dato ragione al comune di Baiona, che effettua i pagamenti comunali con questa moneta dopo un accordo con l’associazione Euskal Moneta. “Ho chiesto che mi pagassero una parte del mio stipendio in euskos”, spiega Martine Bisauta, membro del governo del comune.

Il Municipio di Hendaya ha seguito lo stesso esempio e due dirigenti locali hanno chiesto di essere pagati in euskos.

Fonte: https://www.naiz.eus/eu/actualidad/noticia/20181027/el-eusko-es-la-moneda-local-mas-utilizada-en-europa

IL LEGHISMO, UNA RIVOLUZIONE TRADITA (Gianluca Marchi, DIALOGO EUROREGIONALISTA, ANNO II NUMERO III)

Adesso che possiamo considerare tutto finito, che la stagione politica italica dell’autonomismo e dell’indipendentismo è sostanzialmente una tabula rasa, forse è venuto il momento di cominciare a fare qualche riflessione su trent’anni di leghismo e sul ruolo, non poche volte ambiguo, avuto dall’uomo che ha creato quel movimento e che per 25 anni ne è stato il leader indiscusso, vale a dire Umberto Bossi.
Si badi bene, quando parlo di tabula rasa non intendo affatto offendere alcuno dei volonterosi movimenti e gruppi indipendentisti che oggi agiscono soprattutto in Veneto e in qualche modo anche in Lombardia (altrove la situazione è pressoché irrilevante o irrilevabile), ma è fuor di dubbio che tutti i protagonisti di questa realtà assai parcellizzata sono quasi tutti figli della Lega Nord, dalla quale son passati e sono usciti, o buttati fuori, perché in dissenso col Capo o perché perseguivano strategie e obiettivi non da lui dettati in quel preciso momento (e che spesso poi abbracciava magari solo qualche tempo dopo). Insomma, l’origine viene tutta da lì. Vero, la Liga Veneta è nata ben prima della Lega Lombarda, ma il leghismo inteso come movimento di massa che negli anni Novanta ha fatto tremare l’establishment italico, origina dall’intuizione di quell’uomo nel creare la Lega Nord (congresso costitutivo di Pieve Emanuele, 1991), mettendo sotto il suo cappello e la sua leadership tutti i movimenti territoriali anche preesistenti alla Lega Lombarda. Quel mondo, spesso così polverizzato e poco influente nella politica nazionale, aveva trovato il leader che lo poteva condurre alla conquista del Nord (elezioni politiche del 1996 record con oltre 4 milioni di voti presi dalla Lega) con l’obiettivo di costringere lo Stato centrale a sedersi a un tavolo per trattare la propria disarticolazione e la ricostruzione in termini federali o addirittura confederali.
Semplificando, ma neanche poi troppo, questa era la grande attrattiva che portò verso la Lega milioni di persone: porre fine alla sistematica rapina operata dallo stato centrale ai danni del Nord, rapina che consentiva allo stato stesso di assistere il Sud senza però permettergli una crescita reale. Il resto, cominciando dagli atteggiamenti pseudorazzisti, era spesso solo folclore amplificato a dovere dai media italici. La Lega Nord era un movimento politico trasversale, che per un certo tempo unì persone di centro, di destra e di sinistra nella convinzione che la forma statale dell’Italia andava disarticolata o abbattuta che dir si voglia, e rifatta ex novo secondo canoni federalisti più rispondenti alla storia dei popoli e delle comunità in cui è sempre stata divisa la penisola italica.
Oggi tutto questo è finito: o meglio il progetto politico era già stato archiviato da tanti anni ma poi è rimasto in piedi il simulacro della Lega che in qualche modo ha continuato a illudere un certo mondo autonomista e/o indipendentista e comunque ha occupato lo spazio politico di riferimento, strangolando sul nascere qualsiasi altra iniziativa, ancorché mal combinata, ma, si diceva, che tutto è finito perché adesso il partito di Salvini, mantenga o no il nome di Lega nel proprio simbolo, è fuor di dubbio essere tutt’altra cosa rispetto al progetto originale. Ecco perché ho parlato di tabula rasa, che teoricamente potrebbe consentire la nascita di un qualcosa di nuovo sul fronte politico autonomista e indipendentista, se non fosse che progetti del genere hanno bisogno di un leader carismatico, capace di suscitare l’interesse anche dei cittadini/elettori apparentemente refrattari. Perché, come ci ha sempre detto e ripetuto il mai abbastanza compianto Gilberto Oneto, una prospettiva indipendentista può crescere ed affermarsi solo attraverso il consenso, cioè il voto della gente.
E qui torniamo al leader. Bossì è stato un leader, indiscutibilmente. Colui che ha permesso al leghismo – mi riferisco al leghismo prima maniera, quello per intenderci dello scardinamento dello stato italiano – di conquistare ambienti insospettabili e di diventare quasi egemonico in vasti territori della cosiddetta Padania. Chiaramente il mio ragionamento riguarda il Bossi pre malattia. Dopo il 2004 nulla è stato più uguale e il Senatur è diventato manipolabile e spesso manipolato, a cominciare dall’interno della propria famiglia. Devo dire che al d là di tutti i fattacci che lo hanno screditato agli occhi dell’opinione pubblica -diamanti, Tanzania e quant’altro -, dei quali per altro sarei curioso di accertare quanto lui sapesse, fa abbastanza tristezza, e anche un po’ schifo, vedere come molti di coloro che devono praticamente tutto alla sua intuizione politica e al suo prodigarsi per anni 24 ore su 24, oggi facciano quasi finta di non conoscerlo e lo considerino poco più di una macchietta. Costoro, se hanno conquistato un ruolo (che spesso manco avrebbero meritato) e soprattutto la sicurezza economica, devono dire grazie a una sola persona e invece spesso gli sputano pure in faccia. Vabbè.
Umberto Bossi ha creato un sogno, quello di consentire ai Lombardi, ai Veneti, ai Piemontesi e così via di organizzare la propria convivenza dentro lo stivale in maniera diversa oppure di andarsene anche per conto proprio. Ma ahimé quel sogno è stato presto tradito e il primo responsabile del tradimento è stato proprio lo stesso Bossi.
Un progetto che vuole condurre alla resa lo stato centrale, costringendo Roma (intesa come cuore e testa dell’istituzione Stato italiano) a sedersi a un tavolo e trattare, con i territori dove l’egemonia politica è cambiata, la propria ricostruzione o addirittura il dissolvimento, richiede delle prove di forza che a volte possono anche rasentare o sconfinare nella violenza. Lo abbiamo visto nell’ottobre dell’anno scorso a Barcellona, dove i manganelli sono stati usati dalla polizia di Madrid e in carcere sono finiti i politici catalani.
Ci sono alcuni episodi e passaggi nell’operato di Bossi che alimentano il sospetto , forse più di un sospetto, che lui, al momento di arrivare a uno scontro anche rischioso con le istituzioni, si è sempre fermato, finendo per incanalare la protesta nordista, al di là dei proclami roboanti e delle finte proclamazioni della Padania libera e indipendente, in una sorta di vicolo cieco dove è diventata fine a se stessa. Lo ha fatto scientemente perché il suo ruolo era quello oppure perché, al di là delle dichiarazioni roboanti, un vero cuor di leone forse non lo era? Verrebbe da dire… ai posteri l’ardua sentenza.
Cito tre momenti a sostegno di questa tesi, uno più politico e due più da possibile scontro di piazza. Dopo le amministrative del 1993 i sindaci della Lega guidavano gran parte dei capoluoghi del Nord, a cominciare da Milano, la cosiddetta capitale morale ed economica e soprattutto città simbolo di un possibile scontro culturale e politico con l’Italia di Roma. Quale occasione migliore per ingaggiare un braccio di ferro istituzionale fra l’esercito dei sindaci, con dietro milioni di cittadini, e le istituzioni statali relegate nei loro palazzi romani e spesso disprezzate dal popolo? Fu invece quella un’occasione del tutto sprecata, dove i sindaci della Lega furono più intenti a tappare i buchi nelle strade e a sistemare le aiuole che a opporsi allo stato predatore. Bossi avrebbe potuto mobilitare in tal senso l’esercito dei suoi sindaci e invece lasciò sfumare l’occasione, tramontata definitivamente con la discesa in campo di Berlusconi l’anno successivo.
Veniamo al 9 maggio del 1997, quando i Serenissimi arrivano con il tanko in piazza San Marco a Venezia, si arroccano e salgono sul Campanile sventolando il Leone di San Marco. Fu un gesto eclatante, che mobilitò l’interesse di milioni di persone, non solo in Veneto, gente che per ore rimase come in attesa di un qualcosa d’inedito e di grande che dovesse avvenire. Non successe nulla e le forze dell’ordine entrarono nel Campanile e strapparono la bandiera. Qualche anno dopo in un intervista che feci per Libero a Giorgio Panto, imprenditore, proprietario di televisioni locali e sostenitore del progetto leghista, mi disse: “Quella mattina noi veneti eravamo praticamente tutti pronti sulla porta di casa, in attesa che qualcuno ci desse il via per andare a sostenere i coraggiosi autori di quel gesto. E invece il via non venne mai”. Il riferimento di Panto era chiaro: il via lo si attendeva dal Capo della Lega Nord, colui che aveva fatto crescere tutto quel sentimento deciso a dire basta a come andavano le cose nello italico. Il Capo invece era in via Bellerio (allora dirigevo la Padania e quindi lo vedevo praticamente tutti i giorni) che strologava sul fatto che i Serenissimi erano una manovra dei servizi segreti per fregare la Lega. Solo qualche giorno dopo cominciò a capire – o fece finta di capire – che dietro quelle persone destinate a rovinarsi la vita non c’erano i servizi segreti, ma c’era il popolo veneto. E così il fatidico via evocato da Panto non venne mai.
Sabato 18 aprile 1998 a Modena. La Lega organizza una manifestazione per chiedere la liberazione dei Serenissimi, rinchiusi nel carcere di quella città senza aver mai fatto del male a nessuno, prigionieri dello stato italiano che mostrava l volgo il suo pugno di ferro. L’affluenza è superiore a ogni attesa, in Emilia arrivano oltre 30 mila persone per il raduno intorno al penitenziario. Le forze dell’ordine sono colte di sorpresa e del tutto impreparate a fronteggiare una folla del genere, una massa di persone anche piuttosto incazzate. Paolo Zenoni è un ragazzo di Verona membro della Guardia Nazionale Padana, il servizio d’ordine della Lega guidata da Flego e Marchini, l’organizzazione poi messa sotto processo e praticamente distrutta dal procuratore Papalia, e qualche tempo scrisse dopo un piccolo libro del tutto illuminante, intitolato “La rivoluzione tradita”. Racconta in quelle belle pagine come la polizia, impaurita diciamo dal “calore della folla”, chiese a Bossi e ai responsabili della Gnp di aiutare a formare un cordone umano intorno al carcere e anche a protezione degli stessi poliziotti. Zenoni, che di quel cordone faceva parte, nel suo libro fa questa considerazione: davanti avevamo la gente arrabbiata che si sporgeva oltre di noi prendendo a male parole la polizia in assetto di guerra, e se noi avessimo mollato il cordone lasciando tracimare gli incazzati, cosa sarebbe successo? Probabilmente nulla sarebbe più stato come prima… Ma qualcuno salì con un megafono sulla recinzione del carcere per placare la folla inferocita. Quel qualcuno altri non era che Umberto Bossi.
Tradimento di una rivoluzione sempre annunciata e mai attuata o senso di responsabilità al fine di evitare scontri che non si sapeva dove avrebbero potuto condurre? Lascio al lettore il compito di darsi una risposta. Resta la considerazione che, in alcuni momenti topici sia di scontro meramente politico istituzionale che di possibili scontri di piazza, il Senatur ha sempre agito in modo da condurre la protesta popolare nel già citato vicolo cieco.

Fonte: post pubblico su facebook dell’autore.