In ricordo di Justin Raimondo (1951 – 2019)

L’ articolo commemorativo più affettuoso scritto su Justin Raimondo porta un titolo che sembra uscito dalla sua instancabile penna: “Buona fortuna, geniale figlio di puttana”. Il geniale figlio di puttana avrebbe apprezzato la cordiale irriverenza, costruita a misura di una personalità fatta per sfuggire a qualunque inquadramento e resistere a qualunque convenzione. L’intellettuale e attivista morto nella sua California a 67 anni dopo una lunga malattia era un groviglio di contraddizioni, a partire dall’etichetta che aveva coniato per la sua posizione irrituale: “Conservative-paleo-libertarian”. Era un conservatore, di una specie tuttavia assai diversa da quella che è confluita poi nell’ortodossia reaganiana, un “paleo” nel solco del suo più grande alleato politico, Pat Buchanan, e un libertario di inclinazione anarcocapitalista, secondo la ricetta del suo amico e maestro Murray Rothbard, l’economista della scuola austriaca che era troppo eterodosso perfino per sedere nel salotto di Ayn Rand, madre dell’oggettivismo, che pure in principio ammirava. L’opera immensa, nervosamente eclettica, tortuosa e programmaticamente scevra di eccessi di rigore concettuale di Raimondo è una miniera per capire che il movimento intellettuale conservatore in America non è una linea retta, ma una serie di balze e gorghi, un guazzabuglio eterogeneo che ha trovato una forma politica stabile soltanto al prezzo di una fusione di elementi diversi, forse perfino incompatibili, tanto che il “fusioni – smo” fra le varie anime della destra ha costituito la dottrina sulla quale Ronald Reagan ha fondato il suo successo. La temperatura di fusione di Raimondo era troppo alta perché lui potesse sciogliersi in quel crogiuolo. E’ rimasto fuori da ogni conventicola, diventando una voce orgogliosamente minoritaria e in qualche modo profetica. Agitava la bandiera dell’America First molto prima che Trump ne facesse uno slogan presidenziale di successo. Nei primi anni Novanta, opponendosi alla prima guerra del Golfo e sostenendo la candidatura di Buchanan, gridava dai palchi di mezza America che il paese era davanti a un’alternativa ineludibile: “Buchananismo o barbarie”. L’interventista Christopher Hitchens diceva, intendendolo come un insulto, che Raimondo sposava le tesi di Charles Lindbergh, l’aviatore isolazionista e antisemita che Philip Roth immaginava vincitore, con ovvie conseguenze autoritarie, alle elezioni del 1940 nel romanzo ucronico “Il complotto contro l’America”. Per Raimondo era un complimento, lui che considerava Lindbergh “un eroe americano venuto dal cuore del paese”. Quando Reagan ha vinto le elezioni, nel 1980, un commentatore ha scritto che in realtà aveva vinto Barry Goldwater – candidato repubblicano nel 1964 – soltanto ci erano voluti sedici anni per contare i voti. Anche Raimondo, in qualche modo, ha dovuto aspettare sedici anni perché i voti del suo candidato venissero ricontati e dessero infine la vittoria a Trump. Che il suo candidato ideale proprio non era, ma quando in campagna elettorale lo ha sentito discettare di ritiro delle truppe dai teatri di guerra, di ritorno al paradigma nazionalista, di obsolescenza della Nato, quando lo ha sentito maltrattare i globalisti, quando ha visto i suoi avversari neoconservatori farsi “nevertrumpers” e virare verso il partito democratico, quando lo ha sentito tuonare contro l’immigrazione sbrigliata e l’élite imbrigliata nel politicamente corretto, non ha avuto dubbi. “Il popolo americano non ha votato per un globalista, ha votato per te. Prendi a calci questi internazionalisti, e al diavolo con il ‘possiamo andare tutti d’accordo’!”, ha scritto poco dopo le elezioni del 2016 in una lettera aperta al presidente che molti suoi lettori, pacifisti di sinistra, non gli hanno mai perdonato. Ma lui non imboccava mai la via larga del consenso, preferiva il paradosso, la sfida, la provocazione, senza il ricatto dei clic e delle visualizzazioni. E’ stato un fervente difensore delle idee trumpiane che convergevano con le sue e uno spietato stroncatore di quelle in rotta di collisione. Ha coniato, in un editoriale sul Los Angeles Times, la “Trump Derangement Syndrome”, la sindrome da squilibrio trumpiano, il morbo che si è diffuso fra le decine di milioni di critici del presidente. L’animo ribelle si era manifestato già all’età di sei anni, quando il “ra – gazzino selvatico”, come da sua definizione, ha preso a scappare quotidianamente dalla classe, con la maestra costretta a rincorrerlo. Gli assistenti sociali hanno suggerito di mandarlo da un famoso psichiatra newyorchese, Robert Soblen. Il giovane Dennis – questo era il suo nome di battesimo – era nato in una famiglia cattolica nell’upstate di New York, credeva nei miracoli e diceva di avere visto la Vergine Maria. Ha ripetuto queste cose al medico, che gli ha comminato immediatamente una diagnosi di schizofrenia, raccomandando il ricovero in un istituto per le malattie mentali dal quale è scampato soltanto grazie all’intervento pronto dei genitori. In realtà Soblen non era uno psichiatra qualunque: era una spia sovietica, nonché un amico di Stalin, mandato in territorio nemico per infiltrarsi nei gruppi di trotskisti che interagivano con i circoli dell’élite intellettuale americana. Lo strizzacervelli del giovanissimo Raimondo è stato condannato al carcere a vita nel 1961, è scappato in Israele, dove gli è stata negata la cittadinanza prevista dalla legge del ritorno in virtù del suo status di criminale, e poi ha tentato di rifugiarsi in Inghilterra. Quando Londra ha respinto la richiesta di asilo, si è ucciso. Ironia del destino, Soblen tentava di stanare quegli intellettuali trotskisti che di lì a poco si sarebbero spostati a destra, dando origine al filone dei neoconservatori, ovvero gli acerrimi avversari di Raimondo. Alle scuole medie ha letto i libri di Ayn Rand e ha deciso di abbracciare la causa libertaria. Aveva quattordici anni quando ha scritto un articolo sull’oggettivismo per un giornale locale dove i redattori, forse confusi dall’ar – gomentare tortuoso della intellettuale nata in Russia, hanno imposto correzioni che tradivano il pensiero dell’autrice. La quale, da par suo, ha fatto pervenire per tramite del suo avvocato una diffida al giovanissimo autore. Lui non si è perso d’animo e si è presentato a un evento in cui lei firmava copie di un suo libro. Il personale della sicurezza lo ha individuato mentre aspettava in fila il suo turno e lo ha scortato in un’altra stanza, dove poco dopo è apparsa la filosofa. Lui le ha spiegato l’equivoco redazionale e le ha dimostrato di avere afferrato correttamente i fondamenti del pensiero oggettivista. Lei si è subito addolcita e i due sono diventati amici. Raimondo non solo era omosessuale, ma è stato un avamposto della prima ondata di attivisti che si è battuta per i diritti dei gay. Dopo essersi diplomato alla scuola superiore di Cherrylawn, teatro di arditi esperimenti anarcoidi di autogestione studentesca, si è trasferito a San Francisco, città che non ha più abbandonato. Si è adoperato con successo per allineare il partito libertario con le posizioni del movimento gay ed è stato un vociante protagonista nelle proteste sulla sentenza di Dan White, l’assassino del sindaco George Moscone e di Harvey Milk, iconico attivista della causa omosessuale. Raimondo era a capo di una campagna che chiedeva l’incrimi – nazione per omicidio volontario, il più grave fra i delitti, mentre White era stato imputato per omicidio di terzo grado, accusa che gli è costata una pena di sette anni di reclusione, piuttosto lieve per i fatti contestati. Sul caso ha scritto un infiammato pamphlet intitolato “In Praise of the Outlaws”, subito diventato un punto di riferimento nei circoli della protesta studentesca. Ma Raimondo era contrario anche alla linea “conservatrice” poi tatticamente adottata dal movimento per perorare più efficacemente la propria causa. Detestava l’uguaglianza con il matrimonio tradizionale, che avrebbe soltanto equiparato l’unione fra le persone dello stesso sesso agli ideali piccoloborghesi degli eterosessuali. Si trattava di una resa alle convenzioni che dominavano il sistema delle coppie “normali”, mentre il suo ideale sarebbe stato quello della totale privatizzazione del matrimonio, ridotto a un patto fra individui senza alcuna sanzione o riconoscimento da parte dell’autorità statale. Voleva essere totalmente, privatamente diverso, non uguale ai suoi avversari di fronte alla legge. Era anche contrario ai provvedimenti contro la discriminazione degli omosessuali, sulla base di un principio di reciprocità in linea con una sensibilità libertaria spinta alle sue estreme conseguenze: “Penso che i gay debbano avere il diritto di discriminare gli eterosessuali, se vogliono”. Non ha esultato a piena voce quando la Corte suprema ha legalizzato di fatto il matrimonio gay, ma si è comunque sposato. Molti dei suoi compagni nella battaglia arcobaleno sono inorriditi quando si è messo a fare campagna per Buchanan, un cattolico da messa in latino. “L’idea che voglia radunarci tutti – ha detto – e mandarci nei campi di concentramento è una stronzata. E’ una bugia e una calunnia. Accoglie collaboratori gay nella sua campagna elettorale. Non pensa che l’omosessualità sia una gran cosa. Ma non ho bisogno della sua approvazione. Perché una persona gay dovrebbe avere bisogno dell’approvazione di qualcun altro?”. Il mix fra lo statalismo di stampo rooseveltiano e la dottrina Truman lo ha spinto definitivamente al di fuori del perimetro del partito democratico. Ha cercato nuove idee e alleati intellettuali nei posti più impensati, i circoli dei tradizionalisti e dei conservatori “paleo”, che credevano nella repubblica e nel ruolo limitato della politica, una forza che non riempie il cielo e la terra con pretese universaliste ma si contenta di amministrare il qui ed ora, inseguendo l’obiettivo misurato del minor danno possibile. Si tratta di una postura dettata da una modestia programmatica compatibile con il perseguimento dello stato minimo da parte di individui che sono gli esclusivi signori di loro stessi. Si è immerso nella lettura dei giganti dimenticati della Old Right, la destra repubblicana così com’era prima della Seconda guerra mondiale, gente come Robert Taft, Garet Garrett e Robert McCormick, che poi altro non erano che i precursori intellettuali del trumpismo, benché l’attuale presidente non ne abbia la minima idea. Il libro “Reclaiming the American Right: the Lost Legacy of the Conservative Movement” intendeva recuperare le radici perdute del movimento conservatore in un momento, gli anni Novanta, in cui non sembrava più possibile ammettere che ci fosse stata un’altra tradizione repubblicana antecedente al consenso reaganiano. Per Raimondo si trattava anche di una specie di ritorno alle origini cattoliche. Si definiva ateo, ma aveva letto Aristotele e Tommaso d’Aquino grazie ai valenti maestri che aveva incontrato al seminario dei gesuiti vicino alla casa natale, e lungo il suo complicato percorso non è mai venuto meno il rispetto per i credenti e una sorta di devota attrazione per la chiesa cattolica. Era affratellato a questi conservatori fuori linea dal comune status di paria della comunità della destra. Inoltre, questi mondi sotterranei condividevano la passione per la causa pacifista, forse quella che ha infiammato di più il cuore di Raimondo. Credeva che la sinistra, ormai completamente assorbita dai temi dell’identità, delle minoranze e della giustizia sociale, avesse abbandonato ogni velleità pacifista, adagiandosi sulla posizione degli internazionalisti che volevano esportare democrazia e diritti un po’ ovunque, se necessario con la forza. Era convinto che invece fra i repubblicani ci fosse ancora spazio per costruire una posizione anti-imperialista, e giudicava la politica estera prudentissima dell’odiato Reagan una testimonianza di quelle braci nazionaliste e isolazioniste che erano ancora calde sotto le ceneri imperiali. Per diffondere il più possibile queste convinzioni ha fondato il Libertarian Republican Organizing Committee, l’organo che poi si sarebbe trasformato nella corrente libertaria del partito repubblicano, guidata da Ron Paul e poi dal figlio, il senatore Rand. Raimondo aveva aderito a una vocazione minoritaria che gli impediva di gettarsi nella disputa fra i grandi partiti: il bipolarismo lo metteva a disagio. Ciò non voleva dire rinunciare alla politica attiva. Nel 1996 ha sfidato la deputata più potente della Bay Area, Nancy Pelosi, accusandola di avere sostenuto l’amministrazione Clinton nell’intervento militare in Bosnia. Vincere lo scontro elettorale era impensabile, ma la sfida ha dato a Raimondo la forza propulsiva necessaria per guidare una nuova offensiva con gli strumenti dell’attivismo. Assieme al collega attivista Eric Garris, ha aperto il sito Antiwar, che ben presto diventerà il punto di riferimento per i pacifisti e i critici delle tendenze imperialiste americane di ogni persuasione politica. Il portale non-interventista ha ospitato negli anni con naturalezza i contributi di Pat Buchanan e quelli di Noam Chomsky. Era segretamente molto letto anche fra gli intellettuali neocon, che cercavano in quelle pagine spunti per affilare controargomentazioni più efficaci. Antiwar si è opposto agli interventi nei Balcani, alle campagne ad Haiti e in Kosovo, ai bombardamenti in Afghanistan, all’invasione dell’Iraq, alla campagna dei droni in Pakistan, Yemen e Somalia, a tutti gli interventi militari direttamente eseguiti o indirettamente ispirati da Washington, senza distinzione di colore politico. Per questa libertà di attraversare gli schieramenti e disfare gli schemi, Raimondo mancherà anche ai suoi avversari.

Fonte: https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/07/08/news/il-genio-paleolibertario-264243/

NAZIONALSOCIALISMO: UNA VALUTAZIONE FILOSOFICA – Colin Jordan

Al pdf sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione di un discorso del leader radicale inglese Colin Jordan riguardo la natura del nazionalsocialismo. Credo che, al di là di se e quanto si condivide di certe cose, su certi argomenti tabù è sempre bene leggere dalle fonti dirette per fare le proprie valutazioni. Buona lettura agli interessati.

Nazionalsocialismo – Una valutazione filosofica – Colin Jordan

Alcuni decenni dopo la sconfitta fisica della Germania nazionalsocialista risultante dalla loro eroica lotta contro il vastissimo schieramento di uomini e mezzi tecnici schierati contro di lei dall’alleanza democratico-bolscevica, l’analisi di questa rivalutazione riflette il risveglio del Nazionalsocialismo, che è un argomento attuale.

Che il credo continui a manifestarsi come fa ora, dopo essere stato soggetto per decenni alla più grande campagna diffamatoria che il mondo ha mai conosciuto, è una prova della sua validità, attrattività e dignità per il futuro. È sopravvissuto alle fiamme della guerra e alla tempesta della denigrazione; quando la guerra è andata per il peggio e la denigrazione ha agito con tutta la sua forza, il Nazionalsocialismo è rimasto, alla fine, sinonimo della più alta volontà di sopravvivenza dell’uomo, del suo istinto di salute e forza e del suo desiderio per la bellezza nella vita: e finchè questo istinto e questo desiderio resteranno su questa terra, il credo del Nazionalsocialismo resterà indistruttibile.

Oltre tutti i dettagli dell’implementazione politica e le particolarità dovute al tempo ed al luogo, il Nazionalsocialismo, propriamente compreso, non è altro che un orientamento della mende, l’impulso dominante per vivere fino in fondo, attraverso lo sviluppo delle proprie potenzialità e le soddisfazioni dei propri bisogni, in condizioni di competizione e selezione naturale, oltre che di cooperazione, all’interno della comunità organizzata di popolo.

In questo le sue radici tornano indietro alla Grecia di Platone ed alla sua concezione di vita naturale, che consiste nella piena realizzazione della vera natura dell’uomo anche attraverso l’azione del governo all’interno della sua comunità nativa. Ricorda la nozione Romana di cittadinanza rispettosa: la nozione che la vita buona e nobile consiste nello stoico servizio nei confronti dello stato. In esso rivivono i legami di sangue ed il senso di comunità delle tribù Nordiche dell’antica Europa: la sensazione che l’uomo è sostanzialmente un membro del popolo, e che tutti i membri del popolo sono legati insieme in modo stretto da reciprochi obblighi e doveri.

 

Il Nazionalsocialismo, in questo modo, torna indietro ai vecchi, salutari ed organici valori della vita in rivolta contro l’intero impianto ideologico del liberalismo e della democrazia, con i loro legami basati sul denaro, il loro eccessivo individualismo, la loro visione dell’uomo come unità di popolazione mondiale intercambiabile senza popolo; con la loro giustificazione in un cristianesimo svilito che abbraccia un “umanitarismo” malato, che tollereranno sempre un male maggiore per essere sicuri di evitarne uno minore, con la loro frase ingannevole secondo cui i desideri della massa indotti artificialmente e determinati numericamente sono criteri importanti. La storia è fatta di una sequenza di decadimento sociale e rinnovamento. Il Nazionalsocialismo è il rimedio del XX secolo per un rinnovamento che contrasti la grande degenerazione dei tempi moderni sotto i vessilli del pensiero e le azioni disintegranti, degradanti e devirilizzanti emerse da dopo la rottura del vecchio ordine medievale, spazzato via dalle forze crescenti del capitalismo e della rivoluzione industriale; questo processo si è sviluppato sotto il liberalismo laissez-faire del XVIII e XIX secolo; è giunto al culmine sotto la democrazia del XIX e XX secolo; e porterà al trionfo mondiale del comunismo entro la fine di questo XX secolo, a meno che il Nazionalsocialismo non salga al potere in tempo su un’area sufficiente del mondo.

Quindi il Nazionalsocialismo è molto più di uno schema politico transitorio. È una tendenza storica alla rinascita. L’attuale movimento della rinascita è un movimento rivoluzionario nello scopo e nello spirito, che non cerca compromessi con l’ordine attuale né con le sue pratiche perniciose o i suoi falsi valori; esso vuole la loro completa sostituzione.

Come tale, vale per tutto il mondo e per tutta la vita. Vale per tutto il mondo nel senso che, nella sua essenza, è universalmente valido e vitale, qualificato solo dal fatto che è Ariano nella sua emanazione e tradizione; sostiene e dipende dalle qualità che si trovano per eccellenza nei popoli Ariani.

Vale per tutta la vita nel senso che non è un aspetto della vita, ma è l’intera vita vista da un certo aspetto. È un atteggiamento mentale che si può esprimere virtualmente rispetto a qualunque cosa.

Il Nazionalsocialismo si schiera in totale opposizione ad ogni manifestazione di scarsa salute, bruttezza e degenerazione culturale e spirituale, non meno che nelle sfere politiche ed economiche. Nei fatti, costituisce uno stile di vita. Un uomo non si definisce nazionalsocialista semplicemente per avere una qualche approvazione intellettuale. È nato con una propensione al nazionalsocialismo, la sua mente brama esteticamente il discernimento e la realizzazione di un modello di vita sano, e non solo pensa e si sente Nazionalsocialista, ma si comporta come tale se lo è per davvero e per intero.

Oggi, nel suo scopo e nelle sue intenzioni, il Nazionalsocialismo è una filosofia ed una fede. Valuta il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, e quello che crea vantaggio o danno al popolo; inoltre, al posto della disabilità sentimentale della mente democratica, accetta che il fine giustifica i mezzi, e fornisce i mezzi che non contraddicono il fine. Stabilisce un significato ed uno scopo della dimensione cosmica della vita intesa come realizzazione personale, all’interno della continuità e dello sviluppo del popolo, della continuità di sangue del popolo, fino alla metamorfosi della tomba e la sua relativa redistribuzione nell’universo.

Il criterio di base e principale valore del Nazionalsocialismo da cui tutto il resto deriva è, come Hitler spiega chiaramente nel Mein Kampf, il suo concetto di popolo, visto come l’ambiente essenziale dell’uomo e, nei fatti, la sua estensione della personalità.

Il significato del popolo è, in primis, quello di una comunità razziale. È l’allargamento etnico della famiglia. L’uomo non è un’unità autonoma e fine a sé stesso, come affermano i saggi del liberalismo e della democrazia. Appartiene al suo popolo. La sua vita, come una parte, è intrecciata con la vita del tutto, non solo presente ma anche passato e futuro, perché mentre gli uomini vanno e vengono il popolo va avanti, continuamente, eternamente, grazie ai suoi membri che fanno il loro dovere per esso. Quindi, nell’identificare sé stesso con il suo popolo, l’uomo prolunga sé stesso attraverso la molteplicità dei suoi antenati e dei suoi discendenti, raggiungendo quindi l’immortalità.

Il popolo esiste in forme più piccole e più grandi, che vanno dalla famiglia, al clan, alla tribù, alla comunità regionale, fino alla nazione e, ancora più in là, alla razza.

Attualmente la concezione di popolo è diventata troppo collegata con le nazioni corrispondenti agli stati attuali. Il sentimento di affinità e comunità, che si era giustamente esteso dalla tribù e il piccolo regno al moderno stato-nazione, si è tuttavia concentrato troppo su questo livello. Le comunità di livello inferiore e più piccole, ma ugualmente importanti, all’interno dello stato-nazione sono state sconvolte e private di vitalità, mentre si verificava l’espansione della coscienza popolare dal livello dello stato-nazione a quello dell’intera razza. Tuttavia il sentimento popolare, per essere davvero potente, deve fluire dalle sue radici attraverso le comunità provinciali e locali fino al livello/limite della razza, perché la piena sicurezza e          prosperità di tutte le parti in gioco possono essere trovate del tutto solo in questo modo.

Oggi, e nel futuro, il Nazionalsocialismo deve incarnare questa estensione essenziale del sentimento di affinità e comunità andando oltre i confini del moderno stato-nazione e del nazionalismo convenzionale, in modo che lo stato-nazione diventi un’unità intermedia nella struttura del popolo, e che il suo nazionalismo e razzialismo diventino totalmente subordinato ad un nazionalismo per tutta la razza.

Allo stesso tempo, le comunità locali devono essere rianimate, le sub-nazioni provinciali riconosciute e rispettate, ed ai popoli soggetti ad un governo estraneo deve essere riconosciuto il diritto etnico alla separazione.

Il credo del nazionalsocialismo nel popolo come valore basilare e tutto ciò che da esso risulta fa sì che, in senso figurato, si pensi con il sangue riguardo a tutte le questioni.

Questo dà origine immediatamente ed inevitabilmente alla definizione di cittadinanza come una questione razziale: solo quelli che sono membri del popolo sono membri della nazione, e solo quelli che sono membri della nazione possono essere cittadini dello stato, per parafrasare il quarto dei 25 punti del NSDAP di Adolf Hitler.

Da ciò deriva il credo che è necessario non solo preservare le caratteristiche del popolo ma anche, tramite misure eugenetiche, migliorare la qualità del popolo. Questa è la tesi rivoluzionaria del nazionalsocialismo: che la via del vero progresso risiede nella procreazione di esseri umani migliori.

Dal momento che tutti i cittadini sono della stessa razza, essi hanno un legame trascendente che li unisce come fratelli di sangue oltre ogni differenza di classe e distinzione personale. L’unità nazionale, ad esempio, la coesione e la vita organica al posto della lotta di classe o della Destra e la Sinistra, è uno dei grandi principi secondari del nazionalsocialismo. Tutte le occupazioni ed attività, tutte le tipologie di persone e tutti i settori di attività devono essere integrati nella vita organica della comunità.

Il sentimento sociale di unità deve trovare espressione pratica e a sua volta essere stimolato da una sincera e profonda attenzione per la giustizia sociale ed economica. La consapevolezza dell’affinità e la cura per il bene collettivo del popolo richiedono che ogni cittadino abbia un’uguale opportunità di sviluppare ed esercitare i suoi talenti e di crescere secondo i propri meriti; e che ogni cittadino riceva un equo ritorno per i suoi servizi alla comunità, e che anche al lavoratore più umile sia assicurato tutto ciò di cui ha bisogno per la vita.

Arriviamo così all’elemento socialista del nazionalsocialismo. Non è il socialismo marxista della proprietà statale dei mezzi di produzione e distribuzione, che è l’eccessiva gestione economica del governo stile formicaio ed è discutibile quanto l’individualismo predatorio del sistema capitalista, che è la quasi assenza di gestione economica del governo, o l’anarchia, la giungla. È socialismo popolare, o la regolamentazione delle imprese private, per l’equa divisione dei suoi frutti, in condizioni eque. Le ingiustizie economiche ed i mali sociali del capitalismo hanno favorito il marxismo, con la sua forma perniciosa di controllo pubblico dell’economia, e l’alternativa ad entrambe le visioni è nel nazionalsocialismo.

 

L’ideale di popolo, che implica la difesa della razza, l’unità della nazione ed il benessere della gente, genera il principio di leadership del nazionalsocialismo ed un’elite al servizio di questi obiettivi. La sua concezione di ordine naturale è non solo affermare che gli uomini sono nati nel popolo per una vita all’interno del popolo, ma anche che possiedono differenze ereditarie di capacità di sevire la comunità.

Quindi, per il bene di tutti, il superiore deve guidare l’inferiore. I leaders naturali devono essere selezionati e deve essere stabilita un’elite gerarchica sotto un leader supremo, con il potere di svolgere le loro funzioni.

A differenza del liberalismo, il nazionalsocialismo non considera il potere governativo dello stato come un qualcosa di sostanzialmente repressivo; lo considera invece come un grande e benefico potere di guida ed arbitrio, incoraggiamento e protezione. Il suo detto è “tutti per il popolo e il popolo per tutti”. Sanziona con qualsiasi mezzo necessario, in qualunque campo, per garantire che chiunque e qualunque cosa nella comunità sia in armonia con questo principio.

Vede il dovere del governo nazionalsocialista come la rappresentazione della volontà del popolo, concepita non come il capriccio temporaneo di una qualche folla democratica, ma come il più alto interesse della comunità, visto nella prospettiva storica come una continuità di scopo, che abbraccia non solo il bene generale del presente, ma anche l’eredità del passato ed i bisogni del futuro.

https://racialrealism.wordpress.com/2017/06/27/national-socialism-a-philosophical-appraisal/

IL DECENTRAMENTO COME PONTE PER UNA SOCIETA’ PIU’ LIBERTARIA – Bálint Táborszki – 24/06/2019

Al PDF sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, potete trovare la traduzione dell’articolo in oggetto, fonte originale il sito del Mises Institute.

Buona lettura agli interessati.

IL DECENTRAMENTO COME PONTE PER UNA SOCIETA’ PIU’ LIBERTARIA

 

IL DECENTRAMENTO COME PONTE PER UNA SOCIETA’ PIU’ LIBERTARIA

 

Lo stato ed i suoi mali sono solo l’ombra proiettata dall’opinione pubblica; è per questo che chi sostiene la libertà ed i liberi mercati pone così tanta enfasi sull’istruzione. Ci concentriamo sulla diffusione di tematiche come il funzionamento del profitto vs la gestione burocratica, i monopoli di stato vs la libera competizione, il commercio internazionale vs protezionismo e così via. Tuttavia sappiamo anche che un libertario non diventa tale da un giorno all’altro. Se chiedi a chiunque, essi diventano libertari di solito leggendo diversi libri e spesso dopo lunghe conversazioni con chi è già convinto del valore della libertà. In breve, fanno un percorso di conversione lungo mesi ed anni tramite l’apprendimento, la lettura ed il ribaltamento graduale delle loro precedenti convinzioni. Quindi, in quanto “venditori di libertà”, il nostro processo di conversione potrebbe richiedere letteralmente molti anni prima di concretizzarsi. Questo dovrebbe darci una pausa. Questo perché non possiamo fare passi avanti verso una società libera facendo affidamento esclusivamente sulla guerra ideologica attraverso le argomentazioni. Ribadisco, queste argomentazioni sono indispensabili per la distruzione ideologica di qualunque tesi statalista, ma non sono sufficienti per un programma positivo per la libertà, specialmente uno che abbia il potenziale per conquistare la maggioranza in una qualsiasi elezione democratica. La soluzione per questo credo che sia porre molta più enfasi nella causa del decentramento. In breve, non stiamo spingendo abbastanza forte sul tema del decentramento politico.

Per ribadire l’argomentazione per il decentramento nel modo più breve possibile: più grande è il livello di decentramento politico in un dato territorio, più facile sarà per la popolazione spostarsi se un governo diventa sempre più tirannico. E dato che i governi cercano di mantenere la propria base imponibile, il decentramento impone un limite naturale al potere dello stato.

Spesso, la premessa di base può essere formulata in questo modo: io e te abbiamo diverse idee su come organizzare la società per raggiungere le condizioni migliori per tutti i membri. Se tu credi che le tue idee porteranno al migliore e più vivibile sistema e se io credo lo stesso riguardo le mie idee, perché non metterle entrambe alla prova? Invece di un sistema politico dall’alto verso il basso, perché non avere una competizione fra libere città, comunità, distretti, stati e contee?

Ognuna di esse sarebbe libera di portare avanti le politiche che ritiene le migliori. Gli altri, vedendo come risultato la crescita degli standard di vita, saranno incentivati da quelli che sceglieranno di seguirli.

Per attuare il programma politico del decentramento serve solo un semplice passo, un semplice emendamento costituzionale che può essere effettuato in ogni paese del mondo: se la maggioranza degli abitanti di un villaggio, cittadina, distretto o città esprimono tramite un libero referendum che si oppongono ad una qualunque legge ratificata dal governo locale, statale o federale, essi devono essere considerati esenti dalla giurisdizione di quella legge.

Non serve essere un libertario per comprendere il valore di un tale programma decentralista. Infatti, questo è probabilmente l’unico programma che ha il potenziale per unire praticamente tutti a livello globale; chi è di destra o di sinistra, capitalista, socialista o qualunque altra cosa in mezzo; tutti in un singolo movimento mondiale decentralista di autodeterminazione, per liberare tutte le comunità, in modo che esse possano modellare la loro società secondo i propri valori invece di vederseli imporre dalla potenza di un leviatano / stato centralizzato.

 

Autore: Bálint Táborszki, 24/06/2019

Fonte: https://mises.org/power-market/decentralization-bridge-more-libertarian-society

COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE – Ryan McMaken – 12/04/19

Al pdf linkato o, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione integrale di questo interessante articolo di Ryan McMaken scritto qualche mese fa per il sito del Mises Institute. Buona lettura agli interessati.


COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE – Ryan McMaken – 12/04/19

 

COME EVITARE UNA GUERRA CIVILE: DECENTRAMENTO, NULLIFICAZIONE E SECESSIONE.

Sta diventando sempre più evidente che gli USA non saranno gli stessi di prima dopo che Donald Trump lascerà la carica, ed è facile immaginare che i partiti anti-Trump useranno il loro ritorno al potere come un’opportunità di regolare i conti con gli odiati campagnoli e “deplorevoli” che hanno osato tentare di opporsi alle loro elites di Washington DC, della California e di New York.

Questo conflitto in corso potrà manifestarsi nella guerra culturale attraverso ulteriori attacchi alle persone che prendono sul serio la loro fede religiosa, oltre che su quello che condividono una qualche opinione sociale che non è popolare fra i laureati dei maggiori centri urbani. Il Primo Emendamento sarà in pericolo come mai prima d’ora; sia la libertà religiosa che la libertà di pensiero saranno viste come un veicolo di “odio”. Certamente anche il Secondo Emendamento sarà appeso ad un filo.

Ma sarà ancora più pericoloso il ritorno del Deep State ad una posizione privilegiata dalla quasi totale assenza di opposizione da parte dei funzionari eletti nel governo civile. La CIA e l’FBI faranno di tutto per assicurarsi che gli elettori non possano pià eleggere chi non riceva l’endorsement esplicito della “comunità” dell’intelligence americana. Il Quarto Emendamento sarà abolito, così la NSA ed i suoi amici potranno spiare impunemente ogni americano. L’FBI e la CIA saranno più libere di combinare l’uso della sorveglianza ed le fughe di notizie per distruggere gli avversari. Chiunque dissenta dalla guerra del deep state, che siano contro gli Americani o gli stranieri, sarà denunciato come un collaborazionista di potenze straniere.

Questi scenari potrebbero sembrare eccessivamente radicali, ma la radicalità della situazione è chiara dal fatto che Trump, che è solo un oppositore molto moderato dello status quo, ha ricevuto un’opposizione così isterica. In fondo, Trump non ha smantellato il sistema di welfare. Non ha ridotto, né evitato di far crescere, il budget militare. Le sue battaglie con il deep state sono state basate in gran parte su istanze politiche, e nemmeno su quelle più controverse. Per esempio Trump si è schierato con lo stato di sorveglianza in questioni come la persecuzione di Edward Snowden.

I suoi “peccati” consistono soltanto nella sua mancanza di entusiasmo per le attuali istanze del centro sinistra verso una politica per un’identità sempre più debole. Inoltre, cosa più importante, non è stato abbastanza propenso ad iniziare ulteriori guerre, espandere la NATO e spingere i Russi verso la Terza Guerra Mondiale.

Anche per questi scostamenti secondari, così ci viene detto, deve essere distrutto. Quindi, possiamo indovinare come sarà l’agenda una volta che Trump sarà fuori dai giochi. Sembra non essere né mite né moderata.

E quindi? In questa situazione metà della nazione, gran parte di cui coincide con la metà che si autodefinisce “Stati rossi d’America” (dal colore rosso del Partito Repubblicano), potrebbe considerarsi come conquistata, indebolita ed inascoltata. Questa è una ricetta per la guerra civile.

L’esigenza della Separazione.

Ma come possiamo agire ora per minimizzare i danni che questa polarizzazione probabilmente causerà? La risposta è nella maggiore decentralizzazione e nell’autonomia locale. Ma finchè la maggioranza degli Americani sarà schiava della nozione autoritaria che gli USA sono “una nazione indivisibile” non ci sarà alcuna risposta ai problemi di una regione potente (o un partito) che esercita un potere incontrastato su una minoranza.

Molti conservatori affermano ingenuamente che la Costituzione e la “regola della legge” proteggerà le minoranze in questa situazione. Ma le loro teorie sono valide solo se le persone che fanno ed interpretano le leggi aderiscono ad un’ideologia che rispetta le autonomie locali e la libertà per le visioni del mondo diverse da quelle della classe dirigente. Questa ideologia è sempre più lontana dall’ideologia della maggioranza, per non parlare della maggior parte dei giudici e dei politici più potenti.

Quindi, per quelli che riescono a lasciarsi alle spalle la propaganda da alzabandiera della loro gioventù, è sempre più evidente che dovrà essere fatto qualcosa di diverso dal ripetere la solita manfrina da insegnamento civico alle scuole superiori sul leggere la Costituzione o eleggere “leaders forti”.

Come ho fatto notare in passato, la nozione di autonomia locale crescente attraverso la nullificazione e la secessione sta prendendo piede da tempo in Europa, in cui i referendum sul decentramento stanno crescendo con maggiore frequenza.

E i conservatori stanno vedendo sempre di più le cose come stanno. Fra di loro il più acuto è stato Angelo Codevilla. Nel 2017 Codevilla, scrivendo per Claremont Review of Books, ha predisposto un progetto per l’opposizione locale al potere federale e ha affermato:

<< Il Texas ha fatto una legge che, effettivamente, chiudeva gran parte delle cliniche per l’aborto. La Corte Suprema degli USA l’ha annullata. Cosa succederebbe se il Texas le chiudesse lo stesso? Verrebbe mandato l’esercito a puntare le pistole contro i rangers del Texas per costringerli ad aprirle? Cosa farebbe il governo federale se il North Dakota si dichiarasse un “santuario per i non nati” e vietasse l’aborto? Del resto, cosa sta facendo il governo federale in Colorado e in California, dove per motivi pratici le sue leggi sulla marijuana vengono ignorate? L’Utah si oppone alle regole dei monumenti nazionali creati per decreto dentro i suoi confini. Cosa succederebbe se lo stato ignorasse queste regole? Preghiere nelle scuole? Cosa potrebbero fare i burocrati di Washington se un qualche numero di stati decidesse che quello che dicono le corti federali su certi argomenti non va bene?

Ora che l’identità politica ha abbandonato la strategia della persuasione e si mescola con l’arte della guerra, gli uomini di stato dovrebbero cercare di far sì che la pace rimanga stabile attraverso la reciproca tolleranza verso le giurisdizioni che ignorino o violino le leggi federali, i regolamenti o le ordinanze giudiziarie federali. Gli stati Blu e Rossi (ndt, Blu = pro Partito Democratico, Rossi = pro Partito Repubblicano) la vedono diversamente su alcuni temi come la salute, l’istruzione, il welfare e la polizia. Non è un bene insistere che tutti debbano fare le cose nello stesso modo.>>

E nel 2019 la necessità della separazione sta diventando più urgente. La settimana scorsa Codevilla ha proseguito sulla stessa linea:

<< Dopo le elezioni del 2020 gli americani comuni dovranno affrontare la stessa questione spinosa del 2016: come assicureremo e forse ristabiliremo la nostra sempre minore libertà di vivere da Americani? E mentre potremmo desiderare l’aiuto di Trump, dobbiamo guardare a noi stessi e agli altri leader per comprendere come contrastare i molteplici assalti della classe dominante, ora e soprattutto nel lungo periodo.

L’implicazione logica è conservare quello che può essere conservato e fare ciò che deve essere fatto per quelli che vogliono conservarlo. Per quante energie possano servire per raggiungere questo, l’obiettivo deve essere la conservazione delle persone e dello stile di vita che si desidera conservare. Questo implica un qualche tipo di separazione. La strada più semplice ed indolore per tutte le parti è permettere che gli altri prendano la propria strada. La classe dirigente non ha avuto paura di usare i poteri dei governi locali che controlla per fare azioni che contrastavano la politica nazionale, rendendo effettivamente nulle le leggi nazionali. E la fanno franca.

Per esempio, l’Amministrazione Trump non ha mandato le truppe federali per far rispettare le leggi nazionali sulla marijuana in Colorado e California, né ha punito le persone ed i governi che hanno sfidato le leggi nazionali sull’immigrazione. Non ci sono motivi per cui gli stati, le contee e le località conservatrici non debbano anch’essi far valere le loro ragioni.

Nemmeno l’eventuale Presidente Alexandria Ocasio-Cortez ordinerebbe all’esercito di sparare per riaprire le cliniche per l’aborto in Missouri, North Dakota o qualunque altra città. Come afferma Francis Buckley in “Secessione Americana”: l’imminente fine degli USA, con una qualche tipologia di separazione, è inevitabile, e le opzioni a riguardo sono molte.>>

Bisogna notare che la strategia di Codevilla non è caratterizzata da grandiosi immaginari di indipendenza, né da un desiderio di rivangare le presunte gloriose vittorie militari dei tempi passati. Gli errori dei Confederati a metà del XIX secolo furono questi.

È interessante che l’approccio più pragmatico di Codevilla condivide abbastanza cose in comune con la strategia raccomandata da Hans-Hermann Hoppe nel suo saggio “Quello che deve essere fatto”. L’idea è quella di affermare il controllo locale e rifiutare la collaborazione con i politici federali. Ma con moderazione. Hoppe scrive:

<<E’ prudente evitare un confronto diretto con il governo centrale e non denunciare apertamente la sua autorità o addirittura rifiutarsi di riconoscerla.

Piuttosto, è consigliabile impegnarsi in una politica di resistenza passiva e non-cooperazione. Semplicemente, smetterla di aiutare il governo ad applicare ogni legge federale. Assumere il seguente atteggiamento: “queste sono le tue regole e le fai rispettare. Non posso ostacolarti, ma neanche ti aiuterò, poiché il mio unico obbligo è verso i miei elettori locali”.

Se applicata con costanza, la non cooperazione, la non assistenza di qualunque tipo ad ogni livello, causa la netta diminuzione del potere del governo centrale, o addirittura la sua fine. E, alla luce dell’opinione pubblica in generale, sembra alquanto improbabile che il governo federale osi occupare un territorio i cui abitanti non hanno fatto nient’altro che cercare di farsi gli affari propri. Waco, un gruppo di giovani un po’ pazzi, è una cosa. Ma occupare o spazzare via un gruppo significativamente grande di cittadini normali e rispettabili è un’altra cosa, decisamente più difficile>>

Alcuni non saranno in grado di lasciarsi alle spalle la mentalità secondo cui gli USA debbano essere per sempre governati da una singola politica nazionale. Insisteranno a ripetere che ogni tentativo di decentramento di questo tipo provocherà necessariamente la violenza. Scrivendo a “The American Conservative”, Michael Vlahos, ad esempio, crede che la violenza non si può evitare. Ma persino egli ammette che è improbabile che la violenza prenda la forma dello spargimento massivo di sangue come negli anni intorno al 1860:

<<Le nostre guerre civili del passato non erano vincolate a regole formali, eppure in qualche modo si svolgevano effettivamente secondo le aspettative. La società Americana di oggi ha norme ed aspettative molto diverse per un conflitto civile, ed esse sicuramente limiteranno il modo in cui combatteremo la prossima battaglia.

L’America di oggi non è più un campo di battaglia industriale (pensate a Gettysburg, D-Day). La nostra prossima guerra civile, come i media sociali ci ricordano in modo così eloquente, metterà in atto la sua violenza su un campo di battaglia ugualmente doloroso ma meno sanguinoso.>>

Molti di quelli devoti alla supremazia federale perpetua sicuramente non ammetteranno neanche questa ovvietà.

Ogni tentativo di decentralizzazione, nullificazione o secessione è considerato non valido perché “questo è stato deciso dalla Guerra Civile”. Non c’è dubbio, certo, che la Guerra Civile ha risolto il problema per una o due generazioni. Tuttavia dire che una guerra “sistema le cose” per sempre è senza ombra di dubbio insensato.

È vero, comunque, che se l’idea degli Stati Uniti unificati dal punto di vista giuridico, culturale e politico è oggi vincente, gli Americani potrebbero andare incontro ad un futuro di sempre maggiore repressione politica, segnata da episodi sempre più comuni di spargimento di sangue. Questo è semplicemente il risultato logico di qualunque sistema in cui si assume che il partito che governa ha il diritto e il dovere di costringere un gruppo sottostare al volere di un altro gruppo. È questa la fine di un’America unificata.

Autore: Ryan McMaken, 12/04/2019.

Fonte:
https://mises.org/wire/how-avoid-civil-war-decentralization-nullification-secession

 

CIAMPI VOLLE L’EURO PER SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA

Spezzoni interessanti dell’articolo “CIAMPI VOLLE L’EURO PER SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA”, pubblicato sul numero 10 de “Il Muro Portante”, firmato da Paolo Peluffo, noto per essere stato sottosegretario alla presidenza del consiglio al governo Monti.

<<Una, non l’unica, ma una delle più rilevanti convinzioni che spinsero Ciampi a una fretta indiavolata, a una determinazione ferrea verso l’euro era la estrema preoccupazione per il progetto secessionista della Lega Nord di Umberto Bossi. Ciampi lo prendeva molto sul serio e ne era preoccupatissimo. Era qualcosa che lo angosciava, che non gli sembrava né chiaro né ben compreso.

In quei dieci giorni ci fu una campagna leghista contro i Bot. Ciampi non si riprese mai dal terrore di quei giorni. Anzi, fu ancora più preoccupato da alcune interviste di Gianfranco Miglio (in particolare una al giornale austriaco Der Standard) mentre era presidente del Consiglio, sulla divisione dell’Italia in tre Stati-Cantoni, praticamente indipendenti. Non prese per nulla a ridere quelle dichiarazioni. E aveva ragione. Come confermato nel saggio di Umberto Gentiloni, dove si riporta una dichiarazione di Ciampi a proposito di una sua conversazione privata con Umberto Bossi: «Tempo dopo (Bossi, n.d.r.) mi rivelò qualcosa di più profondo. Ero stato per lui una grande rovina: i suoi interlocutori bavaresi e austriaci gli avevano assicurato che l’Italia non sarebbe mai entrata nell’area dell’euro. Pensava di poter agganciare la Padania all’Europa più ricca e sviluppata; il secessionismo di allora non era uno slogan folcloristico. La nostra politica mise in discussione tale assunto impedendo che si potesse trovare nuovo spazio a chi pensava di portare solo un pezzo d’Italia nell’Europa che conta. In questo quadro sconfiggemmo la sua linea».

L’origine della spinta di Ciampi per l’ingresso dell’Italia nell’euro fin da subito e il progetto di puntare sul patriottismo e sull’orgoglio nazionale traevano origine dalla convinzione che fosse seriamente a rischio l’unità nazionale. L’idea stessa dell’accelerazione decisa dal governo Prodi nel settembre del 1996, anticipando di un anno il raggiungimento della soglia del 3% nel rapporto deficit-pil, con la necessaria imposizione della famigerata «eurotassa», non venne assunta solo per il fallimento del vertice con il governo spagnolo a Valencia – come è stato più volte ricordato dagli stessi protagonisti – ma anche perché due giorni dopo essere tornato da quel catastrofico incontro con Aznar, Ciampi assistette attonito in tv alla prima cerimonia alle sorgenti del Po, con Umberto Bossi che impugnava un’ampolla ricolma d’acqua.
Dietro di lui decine di bandiere nuove di zecca con il simbolo padano, il «Sole delle Alpi». Gli parve una cerimonia neopagana che lo ammutolì, rapito in ricordi lontani. Furono questi elementi che lo spinsero con maggiore determinazione verso un obiettivo che gli appariva coincidere con l’interesse nazionale: modernizzare il paese, riorganizzare la macchina pubblica, intrecciare i nostri interessi economici e industriali con partner fortissimi, abbattere i tassi d’interesse, tornare a investire.>>

Il LIBRO-PENSIERO DI GILBERTO ONETO – Libero – 23/11/2019

 

Se non curi casa tua non salverai l’ambiente.

Per l’architetto il territorio è stato rovinato dall’omologazione. La vera ecologia è progettare rispettando luoghi e tradizioni

Autore: Fabio Rubini – Libero

“Questo è il libro che Gilberto avrebbe sempre voluto scrivere, perché tutti i suoi studi, tutti i suoi ragionamenti (anche politici) sono partiti dai temi dell’ambiente, del paesaggio, del territorio”. A parlare è Daniela Piolini, moglie di Gilberto Oneto, architetto paesaggista, politologo, docente universitario ed editorialista di Libero, prematuramente scomparso nel 2015. Il Libro in questione è Ecologia, Identità e Federalismo. Criticità ambientali e pianificazione del territorio nella visione di Gilberto Oneto (Leonardo Facco editore, pp. 200, euro 19,50) curato dallo studioso Matteo Colaone.

Un volume che affascina fin dalla sua genesi. Perché tutto è partito da un file di word custodito nel computer di Oneto. “Gilberto aveva abbozzato l’indice con le tematiche principali da trattare”, racconta Daniela, “così l’ho affidato a Matteo Colaone, che era quello che più di tutti poteva capire, mettere a tema e sviluppare il pensiero di mio marito”. A partire dalla visione federalista che Oneto aveva anche dell’ecologismo. “Le persone non sono abituate a pensare che dietro le trasformazioni del paesaggio esiste un piano che è partito con l’unità d’Italia, si è sviluppato con il fascismo e oggi prosegue con la globalizzazione. Questo progetto”, spiega Daniela Piolini, “è quello di uniformare il paesaggio e il territorio, cancellando quelle che sono le caratteristiche dei territori”. Una visione, neanche a dirlo, che Gilberto Oneto ha sempre combattuto, lui che era solito dire che “per progettare in Lombardia serve un architetto lombardo e per progettare in Sicilia un siciliano”, perché se non si conosce il territorio si rischia di far danni irreparabili.

 

Idee più che mai attuali

“Quello che colpisce del lavoro di Oneto”, ci racconta l’autore del libro Matteo Colaone, è la straordinaria attualità del suo pensiero, la sua visionarietà”. Su tutti valga il suggestivo racconto custodito in uno dei capitoli conclusivi, che narra di quando il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, chiamò Oneto ad occuparsi delle tematiche ambientali del partito. Gilberto costituisce così la prima “Consulta del territorio”, alo scopo di preparare gli amministratori del Carroccio alle sfide ambientali.

Sarà un’avventura in chiaroscuro, perché accanto al genio e sregolatezza del segretario, Oneto si trova ad affrontare le dinamiche spesso contorte di un movimento in piena evoluzione. “Eppure quelle proposte che risalgono a decenni fa, se viste oggi sono ancora attuali”, racconta Colaone. “Una delle sue idee, ad esempio, era quella di trasferire le competenze sulla pianificazione territoriale dai Comuni alle Aree Omogenee, un corpo intermedio fra le Comunità e le Regioni. Pensate”, spiega l’autore, “quanto questa visione avrebbe aiutato nel dibattito sulla riforma delle province”.

La riforma Onetiana

Nel volume vengono poi illustrati i “nove principi ella pianificazione riformista”, che lo stesso Oneto ha portato avanti con proposte parlamentari fatte avanzare dalla già citata “Consulta del territorio”, tutte basate sulla convinzione che “una buona legge di pianificazione deve essere innanzitutto un’affermazione di autonomia” che deve “obbligatoriamente esprimersi in connotazioni di qualità, di forma e, soprattutto, di efficienza fisiografica. Deve essere il giusto riconoscimento delle esigenze del posto, della gente e della tradizione”. Un programma politico-amministrativo che nella visione di Oneto avrebbe dovuto portare al superamento delle “commissioni edilizie” e al ripristino delle “commissioni di ornato”, in grado di giudicare non solo l’aspetto quantitativo di un progetto, ma anche (o meglio, soprattutto) l’aspetto qualitativo dei progetti presentati. Perché, come sosteneva Oneto, “la qualità dell’ambiente è la cartina di tornasole della civiltà”. Anche sull’ambientalismo alla Greta Thumberg oggi Oneto avrebbe molto da dire. Scrive Colaone nella premessa al volume: “il vero ecologista è prima di tutto lo studioso della propria casa, ovvero il territorio in cui vive”. Il volume rappresenta anche una precisa critica rivolta “sia ai cambiamenti propri della modernità, sia alle scelte politiche di chi ha perpetuato una sbagliata gestione dei territori per ignoranza, scarso coinvolgimento o peggio per interessi”. Colaone infine parla di Oneto, che definisce come “una figura di rara onestà intellettuale con grande capacità di analisi politica, ma allo stesso tempo in grado di mettere in campo un approccio analitico e critico che applicava a tutti i suoi interessi. In questo libro, insomma, abbiamo cercato di far riemergere l’Oneto ecologista”. Un’operazione riuscita alla perfezione.

rep. italiana e politically correct- “Europa Forte” concetto fallace – il “caso Salvini” – Lombardia e Veneto indipendenti mine vaganti

Anche chi avversa l’indipendentismo partendo da posizioni di “destra italianista” dovrebbe ripensare a certi aspetti, anche partendo da basi e motivazioni diverse da quelle classiche di chi vuole “andarsene” . Oggi, difendere l’unità dello stato significa difendere questo apparato repressivo politically correct. E vale per tutti, anche per chi è di Roma, di Napoli, di Palermo o di Crotone ed avversa questo apparato repressivo politically correct. Buttare giù questo mostro giuridico-burocratico irriformabile a mio avviso deve essere una priorità per chiunque non si riconosca nell’ideologia dominante del politically correct.

In ambienti di destra italianista si parla del concetto di “Europa forte” composta da una maggiore collaborazione fra gli stati nazionali; “Europa forte”, entità che sarebbe necessaria per fronteggiare e/o trattare alla pari con stati come USA, Russia e Cina; anche in ambienti regionalisti c’è fa discorsi molto simili però sotto forma di “Stati Uniti d’Europa con macroregioni”, invece che l’attuale UE degli stati nazione. Giancarlo Pagliarini al congresso di Grande Nord ha fatto questo discorso che ricorda per certi versi quelli che fa Gabriele Adinolfi, con la differenza che invece degli stati nazionali vuole le macroregioni. Discorsi che, anche se fatti in buona fede, a mio avviso lasciano il tempo che trovano se poi chi comanda in Europa è chi vuole la sostituzione razziale ed i reati d’opinione per i dissidenti.

Dal Congresso di Grande Nord, queste le parole di Pagliarini.

<<Quindi poi è assolutamente fondamentale che si abbia un’Europa forte perché nel gioco internazionale comandano quelli forti; Stati Uniti, Cina, Russia. L’Europa non parla mai con una sola voce, quindi è necessario avere un’Europa forte, ma per avere un’Europa forte, signori, è necessario eliminare i vecchi stati-nazione. I vecchi stati-nazione son quelli che bloccano l’Europa, sono quelli che hanno fatto le due guerre mondiali. Non ci sono santi. Quello che bisognerebbe avere è l’Europa della Sicilia, della Catalogna, del Veneto, della Baviera: piccoli che hanno bisogno di un’Europa forte e non in grado di combinare guai. Uno stato nazione ha il suo egoismo, ha la sua storia, non vuole cedere sovranità, al risultato pratico l’Europa non parte. Io sono convintissimo che è necessario avere un’Europa forte, e per questo teniamo nella cultura, nelle tradizioni, nei ricordi gli stati nazione, ma dobbiamo fare l’Europa dei Popoli. Di questo sono convintissimo.>>

Oggi chi vuole l’esercito europeo e l’integrazione nell’UE è Macron, che si colloca dalla parte dei multiculturalisti. L’unità europea è rappresentata dall’UE, e la cosiddetta “unità italiana” è rappresentata dalla repubblica italiana, che si basa sulla colonizzazione e sul parassitaggio di massa ai danni di certe regioni (che, guarda caso, sono quelle in cui erano e sono più forti le pulsioni separatiste).

La divisione primaria oggi è fra chi vuole riempire di allogeni le nostre zone e chi no.

Oggi gli stati nazione ad egemonia culturale multiculturalista e politically correct sono lo status quo. Oggi il club europeo di questi stati nazione, l’UE, è lo status quo. I primi nemici sono loro, lo status quo nelle nostre zone; non “USA, Cina, Russia”.

Ci sono realtà e movimenti regionalisti / indipendentisti ovunque, ci sono state repressioni giudiziare della magistratura sia nel passato remoto, all’epoca d’oro della lega old style, che nel passato recente con la pagliacciata del processo per “terrorismo” a vari esponenti dell’indipendentismo veneto e, in misura minore, lombardo (aprile 2014); si tratta di realtà piccole e con poco seguito, certo, ma non mi sembra che i partiti della destra radicale italiana abbiano tutto questo seguito, anzi quello principale ha deciso di ritirarsi dalle elezioni e a collaborare col “sovranismo mainstream” di FDI e della Lega Salvini Premier.

Già.. se parliamo “di massa”, menzione particolare per il cosiddetto “caso-Salvini”: cresciuto nella Lega Nord coi cavalli di battaglia classici, diventa segretario e, in alcuni anni, fa la “svolta nazionale”, presenta liste ovunque nella repubblica italiana, anche al sud, i cui abitanti solo pochi anni prima erano apostrofati in malo modo, e riesce ad ottenere risultati migliori non solo delle “destre radicali nazionali” tipo CP FN e simili ma persino delle “destre istituzionali nazionali” tipo AN, FDI e roba così. E sono convinto che in fondo a FDi e simili questa cosa rode da matti.

Per far sì che il centro-sud votasse in massa un partito anti-immigrazione ci è voluto un lombardo (Salvini) che si è messo a trollare la peggiore italianità stereotipata con tutti i suoi posts idioti su facebook del tipo “ahmm, buona questa torta, buongiornissimo kaffeèèè, w gli sbirri che ci difendono, w il buonzenzoh”. Il fatto che questa retorica salviniana ha avuto in pochi anni più consenso al centrosud dei partiti che tuonavano “patria, onore e tricolore” fa capire quanto è poco sentito il “sentimento nazionale” anche al sud. Poi, certo, fa comodo dire “restiamo uniti” quando una parte della repubblica funziona e l’altra ha bisogno di farsi mantenere…

Per il resto, la storia d’Europa ha qualche secolo ed in questi secoli i confini fra gli stati sono cambiati più volte per guerre, trattati, annessioni, secessioni, unificazioni ecc, ma non è che ogni volta che cambiavano i confini c’era un genocidio o una sostituzione etnica di massa, non è un confine politico che fa un popolo, e soprattutto non ci sono linee di demarcazione rigide, specie nelle zone di transizione. Uno stato, che sia monarchia, repubblica, impero ecc, tende ad avere all’interno più popoli diversi, personalmente non la vedo in modo rigido: se più popoli diversi si trovano bene all’interno di uno stesso stato che rispetta le loro peculiarità e non impone sostituzione etnica e omologazione è un conto, altrimenti un popolo ha il sacrosanto diritto naturale di dire “no, così non mi va bene”.

I discorsi del tipo “con l’immigrazione di massa dal sud verso il nord creeremo unità italiana” sono parenti stretti dei discorsi del tipo “con l’immigrazione di massa dal medio oriente, dal nordafrica e dall’africa subsahariana verso l’Europa creeremo la razza umana unica meticcia”, cambiano le “dimensioni” e le “distanze etnoculturali” ma non la sostanza. Si tratta di rispetto per i popoli e di preservazione delle differenze.

Parlando di cose “potenzialmente pratiche”, una sorta di “federazione lombardo-veneta” indipendente dal resto della repubblica italiana (o anche una nazione lombarda + una nazione veneta) diventerebbero, dal punto di vista identitario, una vera spina del fianco dello status quo. Non la lasceranno fare perchè il parassita non si stacca dall’ospite perchè è la sua natura, ma se la rep. italiana implode la cosa si fa interessante. Questo semplicemente in virtù delle tendenze elettorali medie che ci sono in queste due regioni. Diventerebbero una o due “piccole Ungherie di Orban” o, volendo “un Ungheria e una Polonia” (per fare due esempi di nazioni le cui classi dirigenti non sono supine al politically correct) un po’ meno monoetniche ed un po’ più prospere, forse tendenti un po’ alla “Svizzera”, avrebbero come premier gente come Fontana, Zaia, Maroni, Calderoli, Giorgetti ecc che ok non è il massimo ma di sicuro 1000 volte meglio delle elites romanocentriche, meridionaliste e multiculturaliste che governano la rep. italiana ora.. Avremmo il controllo dei confini più facile, dato che non saremmo più paesi di primo sbarco, certe politiche avrebbero ampia legittimazione popolare, non avremmo (o meglio le avremmo in misura minore) quei problemi tipicamente romano-meridionali come magistratura politicizzata, mafie, clientelismo, corruzione ecc, non avremmo la commissione Segre (in Lombardia l’hanno respinta) e probabilmente nemmeno la Legge Mancino (o perlomeno non così insidiosa come applicazione e come ambiguità). Non ci sono motivi razionali e pratici per dire che i lombardi e i veneti starebbero meglio “sotto roma” che “da soli”.

Etnonaziononalismo, Nazionalismo Civico e Multiculturalismo.

Tre diverse visioni del concetto di popolo: Etnonaziononalismo, Nazionalismo Civico e Multiculturalismo.

Etnonazionalismo: nazionalismo su base etnica. L’individuo X appartiene al popolo Y se e solo se presenta un sufficiente grado di condivisione etnica con gli altri appartenenti al popolo Y. Per condivisione etnica si intende la condivisione di una certa discendenza genetica comune o quantomeno molto affine fra i membri del popolo Y. Secondo l’etnonazionalismo, un’elevata condivisione etnica implica un’elevata condivisione culturale (lingua, religione, usi e costumi, sistema di valori, indole, mentalità, ecc), in quanto i due aspetti sono correlati.

Nazionalismo Civico: nazionalismo su base “civica e comportamentale”. Per un nazionalista civico valgono le stesse considerazioni alla base dell’etnonazionalismo ma con una grande differenza: il concetto di “etnia” è visto in maniera più inclusiva, meno legato al criterio della discendenza genetica e più legato al criterio della condivisione culturale. Sostanzialmente può far parte del popolo Y chiunque, a prescindere dall’origine genetica, presenti un elevato grado di condivisione culturale.

Multiculturalismo: nazionalismo che si basa solo ed esclusivamente sul rispetto delle leggi scritte dello stato di appartenenza. Appartiene alla “cittadinanza” (concetto che si sostituisce a “popolo”) chiunque viva su un determinato territorio e abbia lo status di cittadino, a prescindere dall’origine genetica e dalla sua cultura.

Queste tre diverse visioni del concetto di popolo sono distinte ma, come sempre, ci possono essere delle vie di mezzo.

1. Può esistere un Etnonazionalismo che, in certi casi (allogeni in numero limitato e/o con distanza etnica bassa e/o singoli casi meritevoli) apra a concetti di Nazionalismo Civico e decida di essere leggermente più inclusivo.

2. Può esistere un Nazionalismo Civico che, in certi casi (allogeni in numero elevato e/o distanza etnica elevata e/o di indole delinquenziale / antisociale) si irrigidisca e tenda verso concetti più etnonazionalisti

3. Può esistere un Nazionalismo Civico che arrivi a negare l’esistenza del concetto di etnia, sia quello rigido dell’etnonazionalismo sia quello inclusivo del nazionalismo civico, affermando che “basta rispettare le leggi ed essere educati”. Questo tipo di nazionalismo civico tende verso il multiculturalismo.

Ognuno ha le sue visioni a riguardo.

Probabilmente nel mondo moderno globalizzato un etnonazionalismo troppo rigido è inapplicabile e leggermente fuori dal tempo, tuttavia non si può trascurare nè minimizzare l’importanza del concetto di etnia, che comprende anche la discendenza genetica. Ritengo che il Multiculturalismo sia il male assoluto perchè il multiculturalismo uccide i popoli e li appiattisce sotto vari punti di vista, quindi l’importante è il mantenersi lontani da queste visioni. La visione del gestore di questo blog è corrispondente alla “via di mezzo” del caso 1, tendente molto più all’etnonazionalismo che al nazionalismo civico. Il problema del nazionalismo civico è che se è troppo inclusivo poi degenera in multiculturalismo puro. Soprattutto nel mondo moderno globalizzato.

Sul concetto di confine.

Alcune visioni ritengono il confine un qualcosa di “sacro”, che delimita ciò che è affine da ciò che è estraneo, da difendere con tutte le forze e che è vietato mettere in discussione. Queste visioni hanno il loro senso sulla funzione primaria del confine, ovvero delimitare spazi appartenenti ad un certo gruppo di individui, ma peccano di rigidità. Infatti le differenze fra popolazioni, specialmente fra quelle, appunto, confinanti, non sono sempre così marcate. Inoltre, rivendicazioni reciproche di territori per motivi etnici, economici o anche semplicemente espansionistici hanno ridisegnato col sangue (anche di innocenti) i vari confini.

Negli ultimi decenni l’indebolimento degli stati-nazione, il rafforzamento dei vari organismi sovra-statali come l’UE e, più in generale, la globalizzazione ed i relativi accordi di “libera circolazione” hanno reso meno rigido il concetto di confine, tanto che è lecito parlare quasi di “abolizione del confine”.

Tuttavia questo concetto è altrettanto pericoloso. Infatti la totale assenza (o anche la debolezza) di confini fa sì che ci sia un’assoluta libertà di spostamento ovunque da parte di tutti senza che le popolazioni stanziali siano interpellate. Questo si traduce in organismi sovra-statali (ed anche di organismi statali) che impongono ai propri popoli di convivere con masse di individui provenienti da altre zone senza che essi vengano interpellati.

E’ un fenomeno complesso che coinvolge, in ordine sparso:

– le diseguaglianze di condizioni socio-economiche fra paesi “sviluppati” e paesi “meno sviluppati” e la conseguente tendenza delle popolazioni dei secondi a cercare di raggiungere i paesi “sviluppati” con ogni mezzo (tali “migranti economici”).

– l’instabilità politica, con le guerre come drammatica conseguenza, di parte dei paesi “meno sviluppati”, che crea, effettivamente “profughi di guerra” (i cosiddetti “migranti rifugiati”).

– l’opportunità di profitto per trafficanti di esseri umani senza scrupoli da un lato e di organizzazioni “legali e lecite (dalle ONG a certe cooperative)” ma altrettanto senza scrupoli; il cosiddetto “business dell’immigrazione” non è certo una sparata propagandistica di Salvini o della Meloni, ma una tragica realtà ampiamente documentata.

– Una visione ideologica ed un’agenda politica da parte delle cosiddette “elites occidentali” di ideologia progressista improntata alla sostituzione etnica / mescolanza razziale delle popolazioni europidi da parte di quote sempre maggiori di individui provenienti dai paesi del nordafrica, africa subsahariana e medio oriente. Quest’ultimo punto, che può risultare indigesto ai più, non è roba da “siti neonazi antisemiti complottisti” bensì da precise dichiarazioni pubbliche di esponenti dell’ideologia dominante (particolarmente esemplificativa è quella di Eugenio Scalfari, di Agosto 2017, nel suo editoriale su L’Espresso intitolato “c’è l’Africa nel nostro futuro”)

In questo contesto va da sè che a qualcuno è venuto in mente, o potrebbe venire in mente, di non limitarsi a difendere il concetto “sacro di confine” ma addirittura a ridisegnarlo su basi diverse da quelli attuali e sempre più deboli degli stati nazionali. Confini basati sul comune sentire, sull’autoghettizzazione in certe zone dello stato per non dover sottostare alle sue imposizioni, o sulla volontà di separarsi da una zona dello stato che ritenga di poter andare avanti con le proprie gambe. Pulsioni moralmente legittime ma che sia gli stati che gli organismi sovrastatali demonizzano e contrastano persino quando, come nel caso catalano, siano portate avanti da esponenti che condividono la stessa ideologia progressista delle “elites occidentali”.

E qui arriviamo alla vera concezione attuale di confine da parte delle “elites occidentali”: il confine deve essere una prigione per le popolazioni europee, una prigione dalla quale si può uscire emigrando altrove ma che non si può mettere in discussione dall’interno. Una prigione in cui si è costretti a convivere con masse sempre più vaste di individui provenienti da prigioni peggiori e che faranno peggiorare progressivamente anche questa prigione. Sì, il confine è ancora sacro ed immutabile per le “elites occidentali” se qualcuno vuole metterlo in discussione dall’interno.

La concezione ideale di confine invece dovrebbe essere compatibile con il principio di “libera associazione” fra gruppi di individui e popolazioni. Una popolazione vuole secedere unilateralmente? Diritto insindacabile. Un individuo o un gruppo più o meno vasto di individui vuole spostarsi nell’unità territoriale “A”? Può farlo, a patto che la popolazione dell’unità territoriale “A” lo / li accetti. Un individuo o un gruppo di individui dell’unità A vuole lasciarla per andare in un’altra unità? Può farlo, a patto che trovi un’unità che lo / li accetti. Le unità territoriali A e B vogliono unirsi? Se le loro popolazioni lo vogliono, sì. Una parte della popolazione di B non accetta l’unione e vuole separarsi? Benissimo, faccia pure. Confini che, insomma, non sarebbero più “sacri ed immutabili” ma diventerebbero esclusivamente oggetto di decisione dei popoli stanziati all’interno di tali aree, con un modo di trattare le questioni che si allontani sempre di più dalla “burocrazia del diritto statalista” e si avvicini sempre di più alla mentalità da “diritto privato”. E’ a questo che Gianfranco Miglio affermava, in netto anticipo (lo è anche oggi, a maggior ragione 2 decenni fa) che stava teorizzando l’Europa delle Enclavi e l’abolizione del concetto di confine così come conosciuto.

Liberi tutti liberi subito. Diritto unilaterale di secessione unico argine contro i fiumi di sangue.

Motivazioni etniche, motivazioni politiche, motivazioni storiche, motivazioni religiose, motivazioni economiche, motivazioni linguistiche, motivazioni ideologiche.

Diversi gruppi di persone ovunque nel mondo vogliono la secessione dal loro stato per fare un nuovo stato indipendente o cambiare nazionalità ed unirsi ad uno stato pre-esistente per una o più motivazioni delle tipologie elencate.

Storicamente, tranne che in pochissimi casi, le volontà di secessione sono state represse nel sangue o sono diventate realtà pagando il prezzo del sangue. In entrambi i casi il sangue è stato versato sia dai secessionisti che dagli unionisti, incluse le vittime fra i civili. In entrambi i casi la parte sconfitta continua a covare rancore verso la parte vittoriosa e a soffiare sul fuoco. E’ possibile cambiare le cose se non c’è la volontà di “divorzio consensuale” di entrambe le parti in causa (caso Cecoslovacchia)?

La soluzione è una sola: diritto di secessione unilaterale di chiunque ed ovunque. Fine del primato degli stati sui popoli. Diritto di scelta per ogni gruppo di persone, inclusa la definizione di “popolo” che ognuna delle comunità si dà. Associazioni libere e bi, tri, multilaterali fra le varie comunità volontarie per formare entità più vaste con contratti a termine, come suggerito anche da Gianfranco Miglio, antesignano del pensiero regionalista radicale.

E’ necessario quindi mettere da parte molte istanze stataliste e socialiste e studiare al meglio l’idelogia libertarian in quanto essa ha al suo interno diversi strumenti ideologici a sostegno del diritto di secessione unilaterale da uno stato che non rappresenta le comunità, dell’assoluto diritto di pensiero e di parola, spesso negato dagli stati, e del primato dell’individuo su autorità che o sono oligarchie tiranniche o sono democrazie basate sul voto di massa della maggioranza lobotomizzata, imbelle e/o parassitaria.

I siti del Movimento Libertario (gratis) e soprattutto il sito “www.miglioverde.eu” (giornale online a pagamento ma ne vale la pena) sono autentici laboratori ideologici radicali e no compromise in tal senso, contenitori di materiale prezioso, difficilmente reperibile altrove e che rappresentano spesso una sintesi fra pensieri secessionisti anti-status quo e pensieri libertarian, specie la variante “libertarian right”.