The Black Order: Principi Basilari (fonte: sito ufficiale)

Principi alla base di The Black Order

1) Crediamo nel Wyrd, come forza del destino che è la rappresentazione delle forze creative e distruttive che permeano il Cosmo.

2) Il nostro Credo è fondato sulle Leggi della Natura, come rivelate dalla scienza e dalla vita stessa, laddove sia rilevata in tutte le sue manifestazioni in accordo con Wyrd, come la gioia dell’evoluzione e dell’entropia.

3) I sentimenti di affinità ed unità con la Natura espressa entro l’Ordine Cosmico e “Numinoso” vanno oltre i concetti di dualismo morale.

4) La nostra moralità è basata sulla convinzione che queste idee ed azioni che evolvono e rafforzano l’organismo riflettendosi nella loro rappresentazione di specie, razze, civiltà ed individui debbano essere incoraggiate anche se potrebbero essere viste come ostili, guardando una sola dimensione. Quello che non ci uccide ci rafforza.

5) Crediamo che la Natura, ma anche ogni civiltà manifestatasi lungo la storia, sia ciclica e quindi soggetta a cicli distinguibili di nascita, sviluppo ed infine di decadenza.

6) Il Cosmo opera attraverso delle polarità, e l’interazine di queste polarità causa sia il Cambiamento che l’Evoluzione. Queste polarità sono esemplificate dagli opposti come ad esempio Fuoco e Ghiaccio, Femminile e Maschile, o Luce ed Oscurità. Senza polarità non vi è progresso.

7) L’uomo non deve essere uno spettatore passivo o una vittima del “Fato”, ma attraverso la comprensione del Wird e attraverso la “Volontà”, l’uomo può essere un partecipante attivo nel processo di evoluzione ed attuare reali cambiamenti.

8) Quelli che sono in sintonia con la forza del Wird che permea la Natura trovano la propria energia dentro di sè; in questo modo sono collegati alla costante evoluzione attraverso l’Uomo Superiore.

9) Il destino della civiltà Occidentale è quello di giocare fra le stelle; il destino della sua evoluzione nel futuro prevedibile: l’Homo Galactica.

Per Aspera ad Astra – Europa Svegliati!
Wewelsburg, 20 Aprile 127yf

Fonte:

http://theblackorder.org/pages/articles.html

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INTERVISTA A FRANK KRAMER DEGLI STAHLGEWITTER IN ITALIANO

In allegato al link sottostante ed in formato testo, l’intervista integrale a Frank Kramer, chitarrista della storica band RAC tedesca Stahlgewitter ed attivista identitario, intervista del blog NSrevolt che tratta di argomenti extramusicali. Buona lettura agli interessati

 

intervista frank stahlgewitter settembre 2017

link originale in inglese

http://revoltns.blogspot.it/2017/09/frank-of-stahgewitter-interview.html

1) Ho il piacere di presentare il nostro prossimo ospite, Frank della storica band tedesca Stahlgewitter. Grazie per dedicarci parte del tuo tempo prezioso per rispondere alle mie domande. Puoi presentarti in poche parole?

 

Benvenuto a te e grazie per l’opportunità di far parte della rivista. Sono Frank, 40 anni, padre, musicista, blogger, nazionalista e attivo per la mia nazione da quando avevo 14 anni. Le mie bands sono gli Stahlgewitter e gli Halgadom; in aggiunta ho altri due videoprogetti. Der Dritte Blinckwinkel (il terzo punto di vista) e Multikulti trifft Nationalismus (il multiculturalismo incontra il nazionalismo). Nel primo, esprimo il mio punto di vista su alcune tematiche come nazionalismo, razzismo, genocidio bianco, motivazione; ribatto anche alle bugie dei mass media riguardo al nostro grande concerto Rock gegen Uberfremdung ad esempio. L’altro progetto coinvolge un immigrato nero. Discutiamo dell’immigrazione di massa senza rabbia bensì con rispetto reciproco. I sinistrosi ed i mass media cercano di boicottare questo progetto, perché distrugge lo stereotipo secondo il quale i nazionalisti sono stupidi e pieni di odio. Chiunque capisca il tedesco può guardare il mio blog. Qui potete trovare tutti i miei video ed i miei articoli.

https://derdritteblickwinkel.wordpress.com/

 

  1. Come è iniziato tutto? Quando e come hai conosciuto Gigi e deciso di formare un gruppo?

Quando avevo 14 o 15 anni avevo una one-man-band chiamata Volkstroie. Un camerata mi chiese se ero interessato ad una nuova band con il cantante dei Saccara. Mi piacevano i Saccara e la voce di Gigi, quindi fondammo la band nel 1995 e rilasciammo il nostro primo CD Das eiserne Gebet 1994.

  1. Qual è l’origine del nome della band? C’entra con il romanzo scritto dall’ufficiale tedesco Ernst Junger sulla Prima Guerra Mondiale inittolato In Stahlgewittern?

Sì, hai centrato. “Tuono d’acciaio” significa proiettili, bombe e qualunque cosa che uccida il nemico in una guerra.

 

 

  1. Parlami del vostro primo album, Das eiserne Gebet. Non avevi quasi esperienza come musicista a quel tempo (1996) e da quanto ricordo fu registrato con una drum machine e la maggior parte delle canzoni iniziavano con la stessa intro?

Usavo la drum machine per il mio primo progetto Volkstroie. Non eravamo davvero una vera e propria band, eravamo solo io e Gigi, quindi abbiamo fatto questa scelta. Non era proprio il meglio, quindi per tutti gli altri CD abbiamo usato un batterista reale.

  1. La band ha mostrato un grande miglioramento con l’album successivo, Germania (1998), che secondo molti fans è ancora uno dei migliori album della scena tedesca. Cosa ha causato questa rapida evoluzione degli Stahlgewitter?

Grazie per le tue parole! Ci dovrebbe essere evoluzione in tutto. Io e Gigi ascoltavamo moltissima musica metal, ed è per questo che la nostra musica è diversa da quella della maggior parte delle bands RAC. Perché tutta questa differenza fra i nostri primi due CD? Non lo so, ma è bello che tu e il nostro pubblico l’abbiano riconosciuta.

  1. Da quanto so tutti i vostri album sono stati messi all’indice dalle autorità Tedesche. Qual è il motivo per questo? Puoi spiegare ai lettori non tedeschi la radice di questa censura?
    Solo l’album Hohelied der Herkunft non è vietato. Abbiamo il sostegno di due o tre avvocato che controllano i nostri testi. Ma questa non garantisce di evitare problemi perché tutto dipende dalla decisione della pubblica accusa. Interpretano che alcune delle nostre parole potrebbero diffondere odio contro qualcuno o che dichiariamo di non avere un approccio così negativo per quanto concerne la Seconda Guerra Mondiale, e questo è vietato qui. È pazzesco. Nessun’altra nazione nel mondo, a parte l’Austria, ha delle leggi così stupide.

 

 

 

 

 

 

 

  1. Mi parli dei problemi che hanno riguardato te e gli Stahlgewitter per quanto concerne i Servizi Segreti Tedeschi? Quante unità vengono dispiegate nella lotta contro il cosiddetto “estremismo di destra”? Quando è stata l’ultima volta che hai avuto a che fare con essi?

Per molto tempo abbiamo dovuto subire perquisizioni e la mia chitarra fu confiscata dalla polizia, ma non siamo stati condannati. Hanno cercato di intimidirci, ma questo è impossibile. Devo dire che è da molto tempo che non ho problemi con le autorità, perché rilasciare un album richiede tempo, e la nostra ultima release è del 2013.
Il mio ultimo problema per “supportare un gruppo criminale” è stato quando ho messo un banner del mio negozio online nel forum Thiazi. Era il più grande forum “di destra” in Germania. Per avere discusso argomenti vietati in questo forum, il fondatore fu accusato di “fondare un gruppo criminale”. Ho dovuto pagare 900 € perché la pubblica accusa non aprisse un processo contro di me. Se avessi rifiutato di pagare, avrei dovuto viaggare a Rostock, una città della Germania Est, ad ogni udienza. A causa del mio lavoro, non potevo permettermelo, sia come tempo che come logistica. Quindi ho pagato i 900 € e ho ricevuto un grande supporto dai miei camerati, dato che hanno raccolto la maggior parte dei soldi per me. Molte grazie a questa Volksgemeinschaft (Comunità Popolare).

  1. Passiamo alla parte sociale e politica dell’intervista. So che la libertà d’espressione è alquanto limitata in Germania, quindi sentiti libero di ignorare ogni questione che tu possa trovare inappropriata o che pensi ti possa causare problemi legali in Germania. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, morto quest’anno, ha scritto un libro che riguarda la cosiddetta “Industria degli Immigrati” in Germania. Sei d’accordo che tale industria esiste?

Sì, sicuramente! Vi è un’agenta nascosta delle ONG e di altre parti di questa industria dell’immigrazione, come la commissione EU. Ma in realtà non è nascosta alle persone, che possono fare delle ricerche e leggere. Le Nazioni Unite la chiamano “immigrazione di sostituzione”. Lo scopo è riempire l’Europa di non-Europidi in modo che i consumatori possano salvaguardare l’incessante crescita del capitale e dell’economia. L’altro scopo è distruggere la nostra razza con la mescolanza razziale. Se non vi è un popolo omogeneo, non vi è una comune origine né un concetto di stato-nazione e quindi è più facile smantellare completamente i confini.

 

  1. Non posso evitare di fare una domanda sull’attuale situazione in Germania. Qual è il motivo di questi enormi flussi immigratori illegali? Qual è il ruolo della Merkel in questo? Pensi che lei abbia un reale impatto in questo processo o che sia manipolata da fattori esterni globali?

La Germania oggi non è una nazione sovrana. I cosiddetti politici sono come pupazzi nelle mani delle grandi banche, delle forze economiche e di una rete di ONG e lobbies che tirano i fili. La Merkel è anche lei una schiava di queste reti, come ogni politico prima di lei ed ogni politico che seguirà i suoi passi. Questa è la principale ragione per la quale dobbiamo cambiare l’intero sistema! La situazione è pessima. Dal 2015 abbiamo avuto più di 2 milioni di immigrati arabi e negroidi. L’80% di loro sono giovani uomini. Ogni giorno stuprano donne e bambine tedesche, c’è un’escalation di violenza e devastano il nostro sistema sociale. Tuttavia il principale problema non sono questi immigrati, bensì i democratici che li invitano e che li supportano dando più diritti a loro che alla popolazione autoctona. Un esempio: ci sono alcuni casi in cui gli immigrati bruciano la propria residenza per richiedenti asilo perché vogliono vivere in un altro posto. In questi casi gli immigrati non vengono puniti in alcun modo. È successo che un uomo tedesco ha dato fuoco ad una casa vuota in procinto di diventare una residenza per richiedenti asilo. Non voleva crimine, stupri e violenze nella sua città. È stato condannato a 2 anni di carcere per questo. Quando un immigrato stupra una donna tedesca o una bambina, il più delle volte evita la prigione. La motivazione è che gli immigrati non sanno come ci si comporta in Germania in quanto hanno una cultura diversa! Nei fatti, abbiamo leggi razziali antitedesche. I politici sono contro il popolo Tedesco. Il più grande genocidio nella storia!

  1. Quale sarà l’impatto di questi cosiddetti rifugiati per il sistema sociale ed economico Tedesco nei prossimi anni? Come vedi la Germania nel 2050?

Il nostro sistema sociale collasserà, e se non cambiamo questa situazione la popolazione Tedesca sarà una minoranza nella nostra stessa nazione. I cosiddetti rifugiati hanno anche il diritto di portare le loro famiglie in Germania. Quindi, 2 milioni diventeranno 8 o 9 milioni. Ma dobbiamo combattere contro questo genocidio e non ci arrenderemo mai.

 

 

 

  1. Per favore, puoi commentare i recenti eventi ad Amburgo, durante l’incontro annuale del G20? Perché le autorità permettono questo vandalismo e questa violenza ai sinistroidi e agli anarchici? Quanti dei manifestanti violenti arrestati è arrivato ad affrontare un processo?

Da quanto ne so non vi è stata nemmeno una singola condanna! I motivi sono semplici, il 70% dei giornalisti tedeschi si dichiara di sinistra o di estrema sinistra. Quindi i mass media copriranno la violenza reale e cercheranno di banalizzare la brutalità. La SPD (Partito Democratico Sociale) è il più forte partito ad Amburgo. Vi sono molte connessioni fra il SPD e i gruppi di sinistra violenti come gli Antifa o i Black Blocks. Un altro fatto importante è che i democratici hanno bisogno di questi estremisti di sinistra nella lotta contro di noi, ed è per questo che non vengono perseguiti. Spero che la polizia riconosca il vero nemico e sceglierà di stare dalla parte giusta quando verrà il tempo.

  1. Qual è la tua opinione sulle sottoculture all’interno del movimento Nazionalista in Germania? Sono utili per avere un maggiore supporto dai giovani o, al contrario, ci rendono più difficile diffondere le nostre idee al di fuori di questi movimenti sottoculturali specifici? Sei mai stato uno skinhead?

No, non sono mai stato uno skinhead. Sono stato nella scena Black Metal per molti anni. Non sono contro le sottoculture, ma non dovrebbero essere la cosa più importante per noi. Ci sono troppi ingredienti negativi come l’alcol, le feste e l’indisciplina. Ci sono sottoculture per 20 o 30 anni, ma la nostra cultura germanica, romana o slava ha migliaia di anni. Questo dovrebbe essere importante per noi. E sì, quando ci focalizziamo solo sulle sottoculture limitiamo la diffusione della nostra visione del mondo.

  1. Da persona presente nel movimento da più di 20 anni, cosa pensi delle persone presenti nella scena nazionalista tedesca? Come è stata l’evoluzione a partire dagli anni ’90?

Il movimento ha attratto molte persone e durante questa invasione di massa abbiamo raggiunto tipologie di persone che prima non stavano con noi. Più tipologie di persone generano un maggiore conflitto all’interno del movimento, e questo è un fatto triste. Ma sono sicuro che questi conflitti saranno messi da parte quando i tempi saranno più duri. Dobbiamo capire che non è l’ego ad essere importante, ma solo la comunità.

 

  1. Quanti di essi sono attivisti reali e quanti sono interessati solo all’estetica, al bere ed al divertimento?

Un fatto triste è che si riuniscono più persone per un concerto che per una manifestazione. Ma bisogna fare dei distinguo fra “scena” e “movimento”. La scena è “estetica e divertimento”, il movimento è la reale visione del mondo. Ma la maggioranza non ha niente da dire quando manca lo spirito.

  1. Segui qualche squadra di calcio locale? Come vedi la scena Hooligan in Germania? E’ un buon modo per essere pronti alla battaglia o è uno spreco di energie che è meglio preservare per combattere il Sistema?

Non seguo il calcio. Per me, è solo roba commerciale e multiculturale. Combattere quacuno perché tifa un’altra squadra è una cosa senza senso per me. Sì, può essere un allenamento per combattere. Ma ci sono così tante gangs, spacciatori ed altra feccia che meriterebbe maggiormente un “terzo tempo” ah ah.

  1. Cosa puoi dirci sulle relazioni fra nazionalisti Tedeschi e nazionalisti Polacchi? Per molti anni c’è stata ostilità fra di loro, ma negli ultimi anni sembra che la situazione stia migliorando.

Personalmente non ho contatti con i nazionalisti polacchi. Sicuramente c’erano problemi, a causa delle nostre difficili relazioni durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma penso che oggi abbiamo tanti problemi molto più importanti. C’è un genocidio in corso contro tutti i popoli bianchi e dobbiamo combattere insieme contro di esso. Non importa se vieni dalla Russia, dalla Germania, da Polonia, Bulgaria, Svezia o qualunque altra nazione bianca. Siamo uniti dal nostro destino nel mondo moderno con tutti i suoi sintomi di declino.

  1. Di recente ti si è visto su un canale youtube a discutere di vari argomenti con un reporter di origini Africane. Qual è lo scopo di questo progetto e perché hai scelto di collaborare con un negroide? Qual è il riscontro da parte del pubblico?

Ci siamo incontrati ad una manifestazione di Pegida a Colonia, nel Febbraio 2016. L’assalto sessuale di massa di Capodanno contro le donne tedesche era la ragione di tale manifestazione. Voleva sapere di più delle persone che erano a favore e contro Pegida. Si è avvicinato a noi e voleva parlare. Molti di noi pensavano volesse provocare, perché era negroide, come i rifugiati criminali. Quindi non è stato facile per lui.

L’ho visto, gli ho chiesto che cosa voleva sapere e gli ho esposto i motivi per cui stavo partecipando alla manifestazione e quello che volevo cambiare. Non sapevo che era abbastanza famoso a Colonia, perché mentre si presentava mi sembrava un intrattenitore. Ha organizzato eventi insieme a VIPs, uomini d’affari e artisti, chiamandoli “connettiti e celebra”; in questi eventi, ad esempio, le persone si possono conoscere. Ha fatto un video della nostra conversazione e l’ha messo sul suo canale Youtube. È stato assolutamente corretto e non ha alterato il contenuto delle mie risposte, come è pratica usuale con gli altri cosiddetti giornalisti. Ho commentato sotto il suo post facebook con il video e gli ho detto che è una persona corretta; l’ho invitato a farsi intervistare per il mio blog e lui ha accettato. È stata un’intervista molto lunga. Dopo l’intervista, ci siamo incontrati ancora a Colonia e ci siamo reciprocamente spiegati cosa pensiamo della situazione, dell’immigrazione di massa e della Germania in generale. Dopo il nostro incontro, mi ha chiesto se volevo fare un film con lui con tutta la storia dei nostri incontri. Ho accettato e quindi abbiamo fatto il primo video. Mi ha chiesto qual era la mia visione del mondo e gliel’ho spiegata. È stata una situazione dalla quale abbiamo entrambi tratto vantaggio. Nana Domena, così si chiama, ha potuto dimostrare che è un vero professionista, in grado di parlare con un Nazionalista Bianco, ed io ho avuto la possibilità di parlare liberamente della mia visione del mondo, specificando che il Nazionalismo non ha niente a che vedere con la violenza gratuita. Quindi abbiamo iniziato questo progetto di libertà di parola. I sinistrosi e il sistema ha cercato di distruggere il nostro progetto, dal momento che non si adatta agli stereotipi che i mass media diffondono su di noi. Il riscontro dal pubblico è stato assolutamente fantastico! I commenti sotto il video mostrano il rispetto per noi e per il nostro video da parte di diverse tipologie di persone. Alcuni stranieri, residenti da tempo in Germania, sono anch’essi contro l’invasione, così come le persone normali ed i camerati. Ricevo molti messaggi telematici da persone che hanno visto per la prima volta un Nazionalista che può spiegare il suo punto di vista senza tutta questa stigmatizzazione negativa. Ci sono stati solo alcuni individui di sinistra che hanno attaccato Nana perché “ha dato la possibilità ad un Nazi di fare propaganda razzista”. E solo una manciata di camerati non sono riusciti a capire perché ho parlato con un negroide. Lo dico ancora: non odio le altre razze, ogni razza ha il diritto di esistere, di sicuro nel proprio continente e o nella propria nazione. E sì, sono contro la mescolanza razziale e l’invasione straniera. Ma non cambiamo niente quando ci scontriamo con gli invasori. La radice del male è il sistema democratico/plutocratico. Ho detto a Nana che dovremmo rispedire migliaia di cosiddetti rifugiati alle loro nazioni per vivere in pace. Abbiamo parlato della differenza delle razze in medicina e nei tratti culturali.

Gli ho detto che un arabo non può diventare un Tedesco, come io non potrò mai diventare un Giapponese. Abbiamo parlato di questi argomenti in modo rispettoso, senza rabbia né odio. La cosa speciale è che un negroide ed un Nazionalista Bianco abbiano fatto ciò, e non vi è mai stato un progetto simile. Ok, negli USA David Duke ha parlato con un negroide in TV, ma in Europa questa è una novità e molti camerati supportano questo progetto.

  1. Quali sono le altre tue attività su internet? Parlaci dell’altro tuo video blog chiamato Der Dritte Blickwinkel.

Dopo il mio progetto con Nana Domena, ho ricevuto molte domande sul Nazionalismo, sul Razzismo e sull’Identità. Quindi ho trasformato il mio blog in un vlog, un video blog, e ho fatto dei video per spiegare la mia visione del mondo. Un video parla dei motivi per cui si deve continuare la battaglia, mentre un altro è sul realismo razziale; vi è anche un video sui Servizi Segreti che supportano il terrorismo, e così via. Nel futuro inviterò un vero studio cinematografico e discuterò di diversi argomenti con altri nazionalisti.

  1. Ritornando alla musica, dicci alcune parole sull’altra band in cui suoni, gli Halgadom. Come puoi descrivere il loro stile ed i temi principali trattati nei loro testi?

Halgadom è una forma di espressione per i miei aspetti filosofici e pagani. I testi parlano di mitologia germanica e sono filosofici. Alcuni album sono Pagan Metal, altri sono Neofolk. Io suono la chitarra, compongo le canzoni e canto nelle canzoni Neofolk.

  1. Qual è la tua opinione sulla nuova tendenza chiamata NS Rap?

Ogni generazione ha la sua musica di protesta. Uomini come noi hanno avuto il Rock o il Metal, i giovani di oggi preferiscono il Rap o l’Hip Hop. In realtà non fa per me questa musica ma credo che possa essere un modo per raggiungere i giovani se i testi sono dalla nostra parte.

  1. Qual è stato il motivo dei così pochi concerti live degli Stahlgewitter negli anni passati?

Gli Stahlgewitter siamo solo io e Gigi, e viviamo lontani l’uno dall’altro. Non proviamo insieme come le altre bands. Io registro i riffs a casa con il mio PC, poi li mando a Gigi e lui mi dice quali sono utili. In questo modo creiamo canzoni. E quando lavori in questo modo non è facile fare concerti. L’altra ragione è che i concerti live non fanno molto per me.

 

  1. Cosa possiamo aspettarci dagli Stahlgewitter nel futuro prossimo? Nuovi concerti o un nuovo album?

Quando ho del tempo libero, creo nuovi riffs con la mia chitarra. Ma il tempo libero è raro, quindi mi dispiace, non posso dire niente con certezza.

  1. Alcune bands tedesche come Exzess, Heiliger Krieg e Lunikoff Verschwörung hanno già suonato in Bulgaria. Accetterai un invito per un concerto nella mia nazione?

    Grazie per l’invito, ma non suono live. Creo le canzoni con Gigi e registriamo l’album, ma non ho tempo per i concerti. La mia famiglia, il lavoro, lo sport, i miei progetti video, il mio negozio online e molti messaggi telematici e lettere riempiono le mie giornate. Per i concerti devi chiedere a Gigi. Ha alcuni musicisti session per i concerti.
  2. Grazie per le tue risposte, Frank. Hai qualche messaggio finale per i lettori del blog?

Ti devo ringraziare per le tue domande interessanti. Noi europei viviamo in un periodo molto importante. Noi decidiamo se l’Europa resterà un continente di persone bianche o se la nostra grande Europa precipiterà in un abisso oscuro senza futuro per le prossime generazioni. Dobbiamo stare uniti e costruire la fortezza Europa.

 

 

I Diversi Tipi di AntiBianchi (traduzione da This Is Europa)

In allegato al PDF sottostante la traduzione di un articolo dal sito “This Is Europa” che parla delle diverse tipologie di antibianchi.

I diversi tipi di antibianchi – Traduzione da This Is Europa

Di seguito anche il testo completo. Buona lettura agli interessati.

FONTE ORIGINALE IN INGLESE: http://thisiseuropa.net/different-types-of-antiwhites/

INTRODUZIONE

Abbiamo già scritto riguardo la mentalità antiBianca, i casi in cui definiamo chi sia anti-bianco e chi no ed i diversi metodi per affermare se qualcuno è antiBianco. Comunque, molte persone dimenticano che il sentimento antiBianco può arrivare da ovunque e da chiunque. Gli antiBianchi non sono un blocco unico o un gruppo specifico di persone. Essi hanno un background ideologico e culturale diverso fra loro, e più spesso che no sono accomunati unicamente dal fatto che sono antiBianchi. La mentalità antiBianca può manifestarsi in ogni ideologia, come questo articolo vi mostrerà. Verranno quindi descritte le diverse tipologie di antiBianchi. Tenete conto che alcune di esse potrebbero a prima vista sembrare molto simili dal momento che il sentimento alla loro base è lo stesso; tuttavia esse sono diverse per i diversi modi nei quali si esprimono. Esse possono essere antiBianche per ragioni diverse ad un livello conscio ma condividono tutte lo stesso inconscio sentimento antiBianco nel loro sistema di valori; ovvero che i bianchi siano fondamentalmente malvagi e che il mondo sarebbe un posto migliore senza di noi. Considerate anche che le categorie elencate sono quelle nelle quali potrete solitamente trovare gli antiBianchi, ma non tutti gli appartenenti a queste categorie sono antiBianchi. Vi sono, ad esempio, molti pro-Bianchi che sono Cristiani, capitalisti, ecc. Comunque, le persone che hanno una mentalità antiBianca possono essere grossomodo divise in queste categorie.

1. L’ANTIBIANCO LIBERALSOCIALISTA
Questo è forse una delle tipologie più comuni di antiBianco che vediamo oggi. I liberalsocialisti antiBianchi sono sicuramente quelli che si sentono nella maggior parte dei mass media e dei dibattiti politici nella maggioranza delle nazioni Occidentali. Come tutti gli anti-Bianchi, essi hanno un obiettivo inconscio di eliminare i Bianchi. Tuttavia, ad un livello conscio, la loro principale argomentazione di solito è che vogliono aiutare i rifugiati, non importa quali siano i costi e le conseguenze. Ad un livello conscio, non sono antiBianchi che vogliono eliminare i Bianchi. Essi si considerano persone buone che vogliono aiutare i bisognosi.
Essi credono, o almeno lo dicono, che la diversità è un punto di forza e che dobbiamo avere diversità perché è giusto avere diversità. Sicuramente il termine “diversità” significa “meno Bianchi”, dal momento che considerano che solo le zone Bianche, le scuole, i posti di lavoro ecc Bianchi abbiano bisogno di più diversità. Stiamo diventando una minoranza nelle nostre nazioni e vi sono molti metodi per aiutare le persone senza che questo implichi un mondo senza Bianchi. Non si interessano a queste argomentazioni appena esposte. Nei fatti, è molto probabile che considerino tutto ciò una buona cosa.

2. L’ANTIBIANCO MARXISTA/COMUNISTA.

Questa categoria di AntiBianchi è molto simile alla tipologia liberalsocialista, la differenza è che essa è di solito una versione più estrema della precedente. Essi usano argomentazioni simili, perlopiù empatiche, per quanto riguarda i confini aperti. Essi vogliono tutto per tutti. “Nessun umano è illegale” è la giustificazione comune per il genocidio Bianco ed i confini aperti. Essi tendono ad essere più propensi alla violenza rispetto alle altre tipologie antiBianche. O perlomeno hanno un modo di porsi più aggressivo rispetto agli altri anti-Bianchi, dato che spesso sono molto diretti nell’esprimere il loro odio antiBianco. Gli antiBianchi appartenenti a questa categoria sono spesso più consapevoli di esserlo rispetto alle altre tipologie, che sono antiBianche ad un livello più inconscio.

3. L’ANTIBIANCO RELIGIOSO
Molti pensano che i musulmani siano gli ovvi rappresentanti di questa categoria, dal momento che dobbiamo rapportarti con l’attuale minaccia di gruppi radicali musulmani e terroristi come quelli dell’ISIS; inoltre molti musulmani hanno senza dubbio un odio genuino verso il Mondo Occidentale (specialmente verso gli USA) e verso la nostra cultura. Tuttavia, solitamente i musulmani non sono antiBianchi, di solito sono semplicemente pro-Islam. O contro i Cristiani e i non Musulmani in generale. Dal momento che il loro odio verso l’Occidente è prevalentemente basato su motivi culturali e religiosi invece che su motivi razziali, il loro sistema principale di valori non è in sé antiBianco. Invece il Papa è famoso per promuovere politiche di confini aperti per le nazioni Bianche. Ultimamente ha scatenato un dibattito con la sua opposizione all’idea di Trump di costruire un muro al confine Messicano. Inoltre, gli antiBianchi appartenenti a questo gruppo sono più degli antiBianchi non cristiani, dal momento che essi seguono la religione maggioritaria del Mondo Occidentale; anche negli ultimi decenni le autorità Cristiane hanno promosso ideali anti-Bianchi. “Quali rifugiati Gesù avrebbe mandato indietro?” è una giustificazione comune fra i Cristiani antiBianchi per supportare l’incessante immigrazione. Essi di solito dicono che questo riguarda l’amore e la costruzione di ponti, ma le loro argomentazioni portano ancora alla conseguenza di un mondo senza Bianchi. Le frasi che usano per giustificare le politiche dei confini aperti sono abbastanza simili a quelle usate dai liberalsocialisti antiBianchi. Semplicemente tendono a mescolare tali argomentazioni con la religione. I Sionisti antiBianchi, come Barbara Spectre, che chiede di continuo confini aperti per le nazioni Bianche (ma non per Israele) fanno parte di questa categoria. Essi sono abbastanza simili alla tipologia Marxista nel loro approccio, dal momento che sono molto diretti quando spiegano ciò che vogliono.

4. L’ANTIBIANCO LIBERTARIO/CAPITALISTA.

Ci sono molte persone che beneficiano economicamente dalle attuali politiche migratorie dell’Occidente. Con l’apertura dei nostri confini e l’importazione di una massa di individui del Terzo Mondo, il numero di persone disoccupate disposte a lavorare a condizioni peggiori crescerà. Una persona proveniente dal Terzo Mondo probabilmente è felice, o almeno si accontenta, di ricevere un salario più basso della maggioranza delle persone dell’Ovest. Per questo motivo risulta un lavoratore più conveniente da assumere per un capitalista antiBianco. Un altro modo in cui i capitalisti antiBianchi beneficiano del nostro genocidio è tramite gli investimenti nella cosiddetta “industria dei richiedenti asilo”. Essi comprano proprietà, anche palazzi, e le affittano allo stato perché ci ospiti immigrati non bianchi. In questo modo essi ottengono notevoli profitti. Nonostante tutti questi schemi truffaldini, la principale motivazione per i capitalisti antiBianchi è ottenere una fornitura quasi illimitata di forza lavoro a basso prezzo, al fine di accrescere i loro profitti. Questo li pone al di fuori delle altre tipologie, dal momento che non sono antiBianchi in senso ideologico come lo sono ad esempio i liberal/marxisti antiBianchi. Spesso essi dicono che “è un bene per l’economia” o che essi “stimoleranno la nostra economia” per giustificare queste politiche.

5. L’ANTIBIANCO CONSERVATORE
Questa categoria potrebbe sorprendere alcuni di voi; perché i conservatori dovrebbero essere su questa lista? Beh, il nocciolo della questione è che non tutte le persone dalla mentalità antiBianca sono membri della sinistra politica. Molti nella destra politica vogliono apparire “rispettabili” agli occhi dell’establishment di sinistra e dei mass media nella speranza di ottenere approvazione. Alcuni credono che questi conservatori non sono come appaiono ma che sono in realtà pro-Bianchi, con istanze pro-Bianche che tengono nascoste. Indipendentemente da questo, le loro argomentazioni sono pur sempre antiBianche. I “conservatori rispettabili” di solito affermano che sono contrari alle attuali politiche migratorie per il motivo che ne stanno arrivando troppi e troppo velocemente. Essi vogliono limitare l’immigrazione in modo che gli immigrati che sono già qui nelle nostre nazioni possano essere facilmente integrati o assimilati prima di farne arrivare altri. Mattias Karlsson dei Democratici Svedesi è un tipico esempio di antiBianco conservatore, dal momento che è noto per eliminare i suoi avversari più popolari all’interno del suo partito ed usare un ingannevole “approccio antirazzista”. La sua enfasi è sulla cultura e la tradizione, non sul nostro popolo. Essi credono, o almeno affermano, che tutti possono essere “Svedesi”, “Britannici”, “Francesi” ecc semplicemente adottando il nostro sistema di valori culturali ed il nostro stile di vita. Vogliono solamente rimpatriare gli immigrati che commettono crimini ed assimilare gli immigrati che si comportano in modo rispettoso delle nostre leggi e della nostra cultura. Si concentrano sull’Islam ma non sul fatto che stiamo diventando una minoranza nelle nostre nazioni. E strilleranno “nazista razzista” contro chiunque si opponga alle attuali politiche migratorie, proprio come farebbe qualunque altro antiBianco. Per citare un membro dell’UKIP: “L’UKIP non è mai stato contro l’immigrazione in sè. Siamo sempre stati contro l’immigrazione incontrollata”. Nonostante essi dicano che l’immigrazione in corso sia eccessiva, di fatto lavorano per lo stesso obiettivo di tutti gli altri antiBianchi. Diventeremmo comunque una minoranza anche se avessimo politiche migratorie un po’ meno liberal. Al netto di questo, essi vogliono farci annegare in un melting pot; di fatto essi supportano politiche che portano al genocidio Bianco.

CONCLUSIONI

Quindi vi abbiamo descritto le principali tipologie di antiBianchi. Anche se sembrano diversi fra loro ed usano diverse argomentazioni, tutti loro favoriscono più immigrazione, integrazione ed assimilazione. Tutti loro favoriscono politiche che portano noi Bianchi a diventare una minoranza nelle nostre nazioni. In altre parole, tutti loro supportano politiche che portano al genocidio Bianco. Bisogna notare che queste diverse espressioni sono usate da queste diverse tipologie di antiBianchi ad un livello consapevole; tuttavia ad un livello inconscio tutti loro condividono lo stesso sistema di valori antiBianco. Analizzeremo e spiegheremo in modo più dettagliato in un futuro articolo le differenze fra i loro modi di pensare consci ed inconsci.

 

 

Il concetto di Divino nell’Uomo per Ernst Bergmann (1934)

[…]
Per l’uomo, non vi è alcun motivo di insuperbirsi, se egli riconosce l’eterna verità della seguente affermazione: l’uomo è la sede della nascita di Dio nel mondo. Tutti noi sappiamo quanto oggi l’uomo sia ancora lontano dal perfezionamento morale. Di ciò sono colpevoli le molte religioni malsane che egli ha avuto. Se il Tedesco di 1200 anni fa avesse potuto mantenere la pura e nobile religione ed etica tedesca dei Germani che in passato aveva stupito Tacito, piuttosto che adottare una religione dei Vicino Oriente che porta al rammollimento e un’etica non-ariana che conduce alla degenerazione, non si sarebbe gunti al misfatto che il nostro sentire si oppone a mettere in relazione l’idea di Dio con quella dell’uomo.
[…]
Soltanto chi crede nell’uomo lo può moralizzare. Chi non crede in lui, ma in un Dio dell’aldilà che si presume perfetto, non realizzerà mai il perfezionamento morale dell’uomo. Poichè il Dio dell’aldilà è possibile soltanto come controparte di un uomo caduto e peccatore. Pertanto, l’elevata fede nell’Uomo nella Religione tedesca è l’inizio di ogni etica. E la dottrina del Dio dell’aldilà della religione giudaica di Yahweh, che svilisce e critica l’uomo, fu l’inizio della fine di ogni etica. Nell’era della fede nel Dio dell’aldilà, l’uomo è caduto ed è diventato cattivo.

(11-ma Tesi della Religione Tedesca, Ernst Bergmann, 1934)

La Religione Tedesca e il concetto di Dogma (Ernst Bergmann)

[…]

I dogmi sono articoli di fede o teorie religiose generalmente accettate come tali, in cui vengono enunciate delle asserzioni su Dio e sulle cose divine che contraddicono la verità e la ragione, e, proprio per questo, giacchè l’intelletto le indica come irragionevoli, possono e devono soltanto essere credute.

[…]

Se si prendono degli articoli di fede da religioni straniere che presentano come vero qualcosa di logicamente assurdo, allora questo impedisce la religiosità vitale e la moralità piuttosto che promuoverle.

[…]

La via della Religione tedesca verso il Divino è la conoscenza-che-guarda. Nella Religione tedesca non vi è la fede intesa nel senso che qualcosa d’indimostrabile dovrebbe essere considerato come dimostrato. Essa è, infatti, una religione priva di dogmi. Ma vi è, invece, la fede intesa nel senso di una fiducia nella forza vittoriosa del Divino nel mondo e nell’uomo.

[…]

Essa è, come tutte le religioni indogermaniche, una religione di conoscenza, e non una religione di fede nè una religione dogmatica. Odino era un Dio della conoscenza, che sacrificò un occhio per un conoscere ed un sapere, non certo per un articolo di fede o per un dogma. Un dogma non vale nemmeno il sacrificio della falange di un dito, non parliamo quindi di un occhio.

(Quarta tesi della Religione Tedesca, Ernst Bergmann)

RAZZISMO E POSSESSI COLONIALI (Lidio Cipriani – 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo RAZZISMO E POSSESSI COLONIALI di Lidio Cipriani, tratto dal terzo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Settembre 1938.

razzismo e possessi coloniali – Lidio Cipriani – 1398

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

Niente, meglio del razzismo, giustifica i possessi coloniali in Africa. Anche senza dar valore a qualsiasi altro dato, basta a provarlo l’atteggiamento attuale degli Africani verso la loro terra. Giova ripeterlo: essi non danno affidamento di riuscire mai a incivilirsi nel senso inteso da noi; quindi non capiranno mai quanto c’è da fare per sfruttare a vantaggio dell’umanità le immense risorse naturali che avrebbero a portata di mano. Non è giusto che mentre il mondo ne abbisogna, quelle risorse giacciano inutilizzate per rispettare una simile situazione; e piuttosto esse conferiscono il diritto alle nazioni civili di agire in Africa onde metterle in valore per il benessere universale. Certo, questo non autorizza a soprusi o ad atti inumani verso gli originari occupatori del suolo; all’opposto, è doveroso farli partecipare ai benefici creati sul posto dall’impulso di cui son portatori i coloni. Ma è inutile nutrire illusioni e sprecare tempo, denaro ed energie, come tanti vorrebbero, in grandi cure redentrici, perchè resulterebbero sproporzionate agli effetti. Gran parte della legislazione coloniale dovrebbe, anzi, senza indugio variarsi in rapporto a ciò che l’Africano realmente possiede in fatto di doti psichiche e di progresso verso la nostra civiltà. Intanto dobbiamo sgombrare la nostra mente da utopie come quella sul sorgere di stati negri indipendenti che un giorno dovrebbero sorprenderci creando da sè eserciti di terra e di mare, tribunali, università e officine. Chi lo sostiene evidentemente non ricorda che già l’Africa tentò di fondare potentati indigeni ma che tutti scomparvero per mancanza di civiltà propria. In vari libri miei cercai di dimostrare perchè tali creazioni non potranno sussistere mai e le ragioni naturali, ogni giorno più acute, vietanti in maniera recisa agli Africani di sviluppare industrie o anche soltanto un’agricoltura estese poco oltre i loro immediati bisogni. Dissi pure da anni che sulle razze africane pesa un imperativo biologico da cui son rese sempre meno atte non solo ad assimilare una civiltà straniera un po’ elevata, ma perfino a serbare la propria; che è infondato, perciò, pretendere l’ascesa evolutiva di genti trascinate al tempo stesso alla decadenza da invincibili cause congenite.

 

 

Tanto dura verità non è smentita da nessuno degli argomenti portati dai contradditori: fra i vari, quello della mirabile struttura di parecchie lingue africane a prova del notevole potere innato di logica degli indigeni. Nel fatto è, all’opposto, un altro indizio del regresso verificatosi negli Africani. Si ha appunto, fra essi, l’esistenza di lingue a struttura sproporzionatamente superiore a quella da attendersi osservando la loro presente cultura. Benchè divenuti oggi incapaci a crearsi un istrumento tanto perfetto come la lingua di cui si servono, riescono però ad adoperarla con facilità e a mantenerla attraverso le generazioni. Valga un esempio: i Negri della Guiana, fuggiti nel 1718 ai padroni, usano ancora nella loro comunità, insieme alle parlate originarie, il portoghese imparato in schiavitù. Niente radicò invece delle maniere europee di cui vennero a conoscenza, mentre ricostruirono parecchio della cultura africana. Per usare un vecchio confronto dirò che le lingue africane appariscono talora una stonatura e quale un manto sfarzoso sopra un abito a brandelli. Esse provano non la mentalità attuale degli Africani, ma quanto i loro antenati li superavano. La memoria non comune di coteste genti, mentre permise di tramandare per secoli le lingue del passato, le aiutò anche nell’insistere in speciali modi di vita. Osservatrici come sono per natura, di animali, piante e indizi vari, riescono a trarre profitto da particolari che sfuggono all’attenzione dei Bianchi perchè attratti da interessi diversi. Di conseguenza il Bianco è inferiore al Nero nella vita di foresta: donde il senso di disagio e la tendenza del primo a supplire con l’intelligenza ove altre doti non bastano, e la piena soddisfazione del secondo a parità di condizioni. Differenze innate del genere contribuirono forse a spingere le razze sulla via dei progresso, o viceversa a mantenerle in stasi senza desiderio di uscirne. Per le accennate e tante altre ragioni apparisce illogico lasciare l’Africa agli Africani: abbandoneremmo, così, un immenso deposito di ricchezze in cui sarebbe invece colpevole non attingere a fondo. Si pensi che non poche delle cose usate da noi si ottengono solo, o soprattutto dall’ Africa. Fra le più pregiate, poi, molte sono quasi esclusività africana. Così i diamanti che brillano nelle vetrine dei gioiellieri provengono in gran parte dal suolo di Kumberley; e l’oro, in quantità da non credersi, esce ogni anno dai filoni del Rand a Johannesburg.

La gomma e gli oli vegetali con cui tanto sapone è fabbricato, costituiscono pure abbondanti prodotti dell’Africa. Lo zucchero, il caffè, il cotone e i legni preziosi vi prosperano a meraviglia, mentre bestiame in gran numero pascola nelle sue sterminate praterie. Dà manufatti in entità trascurabile, ma le materie prime già fornite da essa hanno importanza tale da influire sul benessere di qualsiasi nazione: questo, seppure molto e molto resti ancora da fare! In quanto a commerci, la sola Colonia del Capo ha un movimento annuo di importazioni e di esportazioni sui 17 miìiardi di lire italiane; l’Africa Orientale Inglese, benchè appena ai primordi del suo rendimento agricolo e minerario, supera i tre miliardi. Per altre colonie africane le cifre non sono dissimili. Dia ciò idea della portata economica, sociale e politica della situazione africana e del dovere nostro di favorirne gli sviluppi. Possiamo farlo senza bisogno di ricorrere alle sfrontate menzogne, care negli ambienti ufficiali di certi paesi. Difatti, una volta riconosciuta ed affermata l’impossibilità palese degli Africani al progresso, è il caso di disfarsi della vecchia retorica a sfondo altruistico, copertina di sentimenti e principi non umanitari come quelli annunziati, ma egoistici. Di una maggiore, anzi piena sincerità se ne avvantaggeranno molto i programmi coloniali e in ultima analisi il rendimento delle colonie. Fino ad ora, il bandire la necessità dell’andata in Africa dei Bianchi per redimere e incivilire i Negri fu una sublime affermazione, ma stando alla successione degli eventi essa fu pari ad una mistificazione. In Africa il Bianco vide una terra di fertilità prodigiosa e di ricchezze da favola trascurate dai Negri, per cui pensò di carpirle. Nessun mezzo fu risparmiato per raggiunger lo scopo: intere regioni furono spopolate quando gli indigeni resistettero, aree vaste vennero occupate cacciandone o riducendone servi i primitivi abitanti. Malattie, sventure e miserie mai conosciute in precedenza divennero gli apporti principali di cui i Bianchi gratificarono i Negri nel presunto aiutarli ad ascendere verso la civiltà, mentre i secondi erano il migliore ausilio ai primi nel raggiungimento delle loro mire. Così, ognuna delle antiche imprese coloniali si risolse in Africa in una spogliazione, talora inumana, degli indigeni.

 

 

Per convincersene basta rivedere la storia della prima occupazione portoghese delle coste occidentali del continente; le atrocità degli Olandesi e degli Inglesi e la provocata estinzione degli aborigeni nel Sud Africa; il traffico orrendo iniziato dai Portoghesi e dagli Spagnoli e continuato per secoli dagli Inglesi per fornir l’America di schiavi negri. Dopo lungo esperimento, nessuno può disconoscere l’avere gli Africani risentito dalla civiltà un danno mai compensato da corrispondenti vantaggi, l’aver essi subìto molti soprusi e ridotta la loro antica ingenua letizia. Eppure è ineluttabile l’azione colonizzatrice e un afflusso sempre maggiore di Europei in Africa. La dottrina razzista autorizza a dire in proposito la verità senza ipocrisie: gli Europei dominano in Africa perchè hanno il dovere e il diritto di farlo. Milioni e milioni di essi, così, troveranno là il loro avvenire. Calorose affermazioni dei parlamenti britannico e francese pretendono invece che il futuro dell’Africa sia riserbato massimamente agli indigeni. Vana speranza che ha tutta l’aria di momentanea consolazione di fronte alla scarsità, ogni giorno più acuta, di proprio materiale umano da lanciare nel mondo per parare la concorrenza altrui. Gli Africani non potranno mai meritare tanta importanza, né alcuna regione del continente avrà mai una popolazione indigena capace di fare da sé anche solo parzialmente quanto ne concerne lo sviluppo. Non ripeto qui le ragioni, da me dette in molte occasioni, sul significare “l’Africa agli Africani” soltanto un ritorno se non un rincrudire della secolare barbarie propria dell’anteconquista europea; della necessità, quindi, che quel grido divenga “l’Africa agli Europei”. Se non altro, lo richiede a gran voce il benessere del mondo civile. Frattanto, se consideriamo di 150 milioni la popolazione indigena, e la cifra è forse eccessiva, ammettiamo che l’Africa ospita meno di un dodicesimo degli uomini del mondo, mentre la sua superficie è più di un quinto della terra emersa. Ove in India vivono 360 milioni di persone, nelle fertili colonie equatoriali inglesi dell’Africa, pari per superficie ad oltre metà dell’India, se ne hanno appena 12 milioni. Il Continente Nero difetta quindi di popolamento, nè le cause sono soltanto climatiche. II Sahara nel nord e il Kalahari nel sud ostacolano, è vero, la permanenza dell’uomo, ma anche altrove si hanno deserti o comunque zone che ve la limitano in misura uguale o superiore.

Calamità quali la malaria, la febbre gialla, la malattia del sonno e svariate epidemie devastarono talvolta intere regioni, ma oggi sono vinte in maggioranza. Nondimeno gli indigeni solo in rari luoghi aumentano di numero. Le cause ne saranno rimosse col diffondersi dei miglioramenti che l’uomo bianco deve volere per motivi di civiltà e perché ha tutto da guadagnare dal moltiplicarsi, anche il più vertiginoso, delle razze locali. Benchè si sia ancor lungi dal poter dire il continente un paradiso in ogni sua parte per gli Europei, oltre tre milioni di essi vi si sono stabiliti e vi generano figli sani e robusti. Non dimentichiamo, però, che per alcune zone l’incremento numerico dei Bianchi è ostacolato da ragioni di clima; ovunque, poi, il successo economico dei coloni è legato alla presenza sul posto di mano d’opera indigena. Ammesso quindi, perchè inevitabile, uno stragrande accrescersi della popolazione bianca in Africa, nessuna parte del continente potrà mai divenire in totalità un paese bianco. A questa ferma certezza è necessario ispirare i nostri programmi coloniali. Nei riguardi degli Africani, poi, va abbandonato ogni ambiguo atteggiamento, secondo il razzismo ci permette dignitosamente di fare, per sostituirlo con la più limpida sincerità: sempre buona compagna nelle maggiori imprese.

 

Concetto del Divino nella Fede Nordica (citazioni)

<<Se l’elemento decisivo che plasma anima, carattere, natura dell’uomo è il sangue, ogni razza deve avere una sua peculiare forma di fede, ed essa soltanto potrà corrispondere alla sua peculiarità, poichè scaturisce esattamente da questa tipicità radicata nel sangue. L’uomo nordico ha pertanto la sua concezione dei rapporti tra Dio e l’uomo, fra anima e corpo, tra Dio e Mondo, e questa è radicalmente diversa da quella della teologia semitica. Contro il dualismo Dio/mondo, corpo/spirito, contro il pessimismo di una contaminazione radicale dell’uomo e della conseguente necessità di un mediatore-redentore; contro l’idea statica di un Dio personale che governa gli uomini e il mondo, e di un atto unico di redenzione, la fede nordico-tedesca ritiene il corpo sfera di espressione dell’anima.

[…]

Di qui il senso ottimistico delle cose, il suo attivismo, il suo senso per il dinamismo della realtà naturale, per l’eterno ciclo di nascita e morte, che riflette il ritmo del divino incedere nel mondo. L’uomo nordico non può concepire che Dio abbia parlato una volta per sempre e abbia racchiuso questa rivelazione in un libro fissandola in concetti astratti. Il dogma in quanto formula contrasta con la viva esperienza religiosa. Gli uomini di fede nordica hanno in vista, più che una formula di fede, uno stile comune, che sia condizionato dalla razza e che ne esprima nel modo migliore il senso religioso.

[…]

Di fronte a questa fede nel Dio che si manifesta nel sangue e nella razza, le confessioni cristiane con i loro dogmi non costituivano che dei relitti del passato, degli ibridi miscugli di rappresentazioni religiose disorganiche, giacchè non scaturenti dall’anima di una sola razza.

(Prefazione di Marco Linguardo al libro “Le 25 tesi della Religione Tedesca”)

GLI EBREI E L’AGRICOLTURA (Carlo Magnino – 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo GLI EBREI E L’AGRICOLTURA di Carlo Magnino, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

Gli ebrei e l’agricoltura – Carlo Magnino – 1938

 

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

L’assenza di agricoltura

 

L’esame anche superficiale della distribuzione degli ebrei sulla terra ci rileva due fatti strettamente connessi l’uno all’altro, ma che ora preferisco presentare ben distinti.

1) Non si può mai parlare di aree di addensamento degli ebrei in senso assoluto ma sempre soltanto in senso relativo, in quanto anche nei punti del globo dove gli ebrei sono in maggiore quantità, pur restringendo l’esame a aree di minima entità geografica, il loro numero non costituisce mai la intera popolazione del luogo considerato, ma si presenta invece sempre soltanto come una percentuale. Traducendo il fatto nell’espressione pratica del suo significato vediamo:

  1. a) che gli ebrei non adempiono a tutte le funzioni che la vita sociale esige ma soltanto ad alcune di esse, sempre le medesime;
  2. b) che qualche volta, in circostanze speciali, l’oggetto della loro attività si allarga, in un modo fittizio, apparente, perché quasi sempre queste nuove espressioni di vita rientrano in quanto ai fini nelle attribuzioni specifiche degli ebrei;
  3. c) che il nucleo ebraico non svolge mai alcune caratteristiche e fondamentali attività, essenziali alla vita tanto dell’individuo quanto dell’umanità consociata, come l’attività agricola. ·

2) La distribuzione degli ebrei sulla terra è la “impressione”, l’effetto del loro speciale principio migrativo.

Dall’esame cioè di come gli ebrei sono attualmente distribuiti sulla terra si può rilevare la caratteristica fondamentale del loro movimento. Non possiamo senza dubbio confrontare con esattezza i movimenti ebraici recenti con quelli antichi, fra la mitologia e la storia, dei quali conosciamo in parte il risultato e neppure lo svolgimento. Ma riferendoci soltanto alla storia degli ultimi venti secoli possiamo rilevare alcune caratteristiche di movimento che si possono riassumere nella semplice espressione “per infiltrazione, non per massa”.

E’ ovvio quanto se ne può facilmente dedurre:

  1. a) l’assenza di eserciti, cioè di uno spirito militarista;
  2. b) e poi soprattutto, l’assenza dell’agricoltura.

Abbiamo seguito la strada inversa? Perchè a tutta prima può sembrare chiaro che siano questi due punti la ragione del modo di svolgersi del fenomeno migrativo ebraico. O non è invece l’un fatto in funzione dell’altro? La caratteristica del movimento, motivo della struttura sociale ebraica? Si tratta cioè di movimenti che esigono l’assenza di eserciti, di fermate che esigono la mancanza di agricoltura? Si può ben essere propensi per una tesi piuttosto che per l’altra, ma non ci si può basare che su fattori relativi e non assoluti; così come relativa e non assoluta è la distinzione che si può fare fra l’una e l’altra tesi. Le stesse caratteristiche fisiche degli ebrei, si è detto da alcuni, ci spiegherebbero la loro millenaria inattività militarista, ma non ci dicono quale sia il fattore primo. Sempre, in casi analoghi, ci si trova di fronte ad atteggiamenti che ci sembrano troppo recisi; la controversia si trasforma così spesso in un dualismo di scuole. Si può prospettare l’ipotesi che popolazioni allo stato nomade come quella ebraica, non abbiano trovato l’ambiente adatto e sicuro ove poter svolgere una agricoltura vera e propria, ove fissarsi, e perciò appunto siano state costrette a continuare nelle loro peregrinazioni. Ma perchè ciò? Forse semplicemente perchè questo gruppo etnico si è venuto a trovare in ritardo rispetto agli altri gruppi al momento dell’insediamento e gli son quindi venute a mancare le possibilità· già sfruttate da altri? Soltanto una ragione storica quindi avrebbe deciso della sorte di un gruppo? Si osservi ad ogni modo, come anche in questo caso, lungi dal porre la questione su una via di risoluzione, si presuppone una causa conduttrice superiore. Che le caratteristiche esplicazioni di una vita millenaria abbiano influito sulla natura e sulle attitudini del popolo ebraico è indubitato. Si possono accettare i postulati della scuola naturalistica, ma sarebbe assurdo considerarli sufficienti: una ragione, un fattore che ancora ci sfugge ha guidato senza dubbio questo gruppo in modo tanto diverso da quello degli altri, o ne ha determinato il diverso sviluppo migrativo.

Fra tanta diversità di opinioni e di teorie è notevole il fatto di poter concentrare a questo punto tutta la nostra attenzione su un elemento etnologico, che è fra tanti assolutamente il più importante, unico fattore forse fra tutte le svariate considerazioni possibili che accomuni i nuclei ebraici più distanti e più differenti fra loro: l’assenza di una agricoltura vera e propria. Penso infatti, sia l’assenza di militarismo e soprattutto di spirito agricolo – e i due elementi non sono antitetici e neppure completamente distinti l’uno dall’altro come a tutta prima potrebbe sembrare – a costituire il fattore coercitivo determinante del sistema migrativo e dell’attuale struttura degli ebrei. Vi è chi, cercando di porre in relazione l’indice cefalico con la tendenza dei popoli al lavoro della terra, otterrebbe che a popoli a tendenza di vita migrativa corrisponderebbe un brachimorfismo, mentre dolicomorfi sarebbero i popoli a vita sedentaria e a più spiccata tendenza per l’agricoltura. Se il fatto che tra gli ebrei si possono trovare insieme con estrema facilità forme brachicefale e forme dolicocefale non è sufficiente per distruggere tale ipotesi, si potrebbe ricordare gli Tzigani, unico altro nucleo privo di una vita agricola che esista in Europa, che pure presentano nella loro maggioranza assoluta elementi di dolicomorfismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Enunciato e Obiezioni

 

I – Secondo una concezione teologica, ogni civiltà come ogni razza come ogni popolo, sembra aver ricevuto dal Destino una particolare missione nella storia dell’umanità, una parte appropriata alle sue attitudini e alle sue forze. Al popolo ebraico non è certo data una missione di popolo “sociale”, nel senso specifico della parola, di popolo costruttore e coadiutore, di popolo agricolo! E’ ben noto infatti lo spirito intimamente disgregatore che emana dall’azione lenta ma continua e tenace che l’elemento ebraico svolge nel mondo di ogni concezione scientifica o sociale; è nota la sfida che nel campo di ogni scienza le più grandi menti ebraiche hanno gettato alle dottrine astratte e scientifiche che sorreggevano da secoli la nostra civiltà, sempre nello sforzo più elevato e sapiente di scalzare concezioni filosofiche, morali, economiche, politiche. E’ arcinota la partecipazione del pensiero ebraico a tutte le rivoluzioni, quasi limitata però alla prima fase distruttrice, quasi mai presente al momento della ricostruzione, del ritorno al lavoro tranquillo, del ritorno ai campi. Ma non è altrettanto nota la causa intima che spinge l’ebreo a dubitare sempre e lo pone in completa antitesi, in aperta lotta contro ogni manifestazione della nostra civiltà conservatrice; la mancanza di uno spirito rurale che lo leghi alla terra e ai lavoro di ·questa, così come il focolare, la casa avvincono e richiamano a sè l’uomo della famiglia primitiva.

II – Fra le numerose obbiezioni che si possono fare a questo punto, alcune senza dubbio sono da prendersi in maggiore considerazione. Mi si può infatti chiedere:

1) L’antica civiltà ebraica non era forse una civiltà agricola?

2) La liberazione degli ebrei dalla schiavitù morale a cui erano soggetti in Russia prima della rivoluzione e l’emancipazione dei loro diritti non hanno dato forse ottimi risultati per l’avvicinamento dell’ebreo alla terra?

3) Non vi sono forse attualmente popolazioni ebraiche dedite all’agricoltura?

4) II popolo ebraico, infine, è l’unica razza senza agricoltura?

 

La prima abbiezione ha un’importanza soltanto relativa; agricoltura, si noti, non è il commercio del vino e non soltanto l’allevamento di api e la spremitura di uve. Agricoltura vera significa innanzitutto amore per la terra, amore che si manifesta nell’eleggere un domicilio stabile, nel lavorare la terra, e su di questa sudare e sperare, ma che si manifesta altresì con infinite altre espressioni di vita rurale che distinguono gli individui, le famiglie, i popoli agricoltori da quelli che lo sono meno o che non lo sono affatto. Ad esempio di popolazioni ebraiche dedite alla agricoltura si citano sempre i Caraimi: in realtà non si tratta di ebrei; prove storiche e antropologiche ne indicano chiaramente la posizione etnica, attraverso la loro origine e la precisa distinzione dagli ebrei. Questi Caraimi, oriundi dalla Persia, sono oggi in numero tanto piccolo – poche migliaia: in Levante, sul Volga, in Polonia – da render più facile una confusione con gli ebrei.  E poi si devono notare talune affinità religiose, l’uso fatto in passato dai Caraimi della lingua ebraica. Questa è la ragione del grossolano errore, che induce taluni a citare la fiorente agricoltura dei Caraimi come una attività ebraica. Il fatto invece è che gli ebrei sono una razza che non ha parenti, e – ciò che è ancora più notevole – che non ne hanno mai avuti, per quanto lontano si spinga lo sguardo nel tempo. Forse su questo nuovo punto deve indirizzarsi chi vuoi spiegare l’autoenunciazione del popolo eletto? Ma un’altra razza esiste oggi egualmente senza parenti, una razza che già ho avvicinato a quella degli ebrei per la comune assenza di vita agricola: gli tgizani, gli zingari. Ma tale coincidenza, che esigerebbe molte osservazioni e alcune limitazioni, non infirma affatto l’enunciato antirurale che si addice agli ebrei in modo così categorico come non si potrebbe ripetere per gli tzigani.

 

 

 

 

L’agricoltura presso gli antichi Ebrei.

 

Vari autori mettono in risalto l’attività agricola che si sviluppa presso gli antichi nuclei ebraici al loro giungere in Palestina e ce la spiegano dimostrandoci innanzi tutto quanto fosse sviluppato il senso dell’agricoltura presso gli indigeni coi quali gli Ebrei si incontrano in Cana – e su ciò sembra non osservi alcun dubbio – facendoci poi osservare come tutte le fonti della supposta civiltà agricola ebraica risiedano nell’insegnamento dato dagli abitanti di Cana, lasciando quasi arguire a chi legge un significato alquanto differente, la instabilità cioè dello sviluppo agricolo della civiltà ebraica. Il popolo israelita – dice Adolfo Lods – divenne essenzialmente agricoltore. Le esportazioni consistevano in grano, miele, cera, olio e profumi (Ezechiele, 27, 17). E’ in grano e olio che Salomone paga i suoi debiti a Hiram (Libro dci Re, 5, 25). A base della nutrizione erano farina e olio (Libro dei Re, I7, I2-I6; II, 4, 2). La viticoltura era sì largamente praticata che i poeti rappresentavano sovente la nazione sotto l’immagine di una vigna (Esempi, 5; Ezechiele, 15, I7 ; Genesi, 49, II-I2; e così via). “La population israélite après l’absorption des Cananèens, pratiquait bien de procédés techniques inconnues des Hébreux nomades”.

Ma il medesimo autore ricorda nello stesso tempo alcune delle regioni della Palestina, dove si conservò il seminomadismo; il Sud di Giuda (per es. I Samuele 25), la Transgiordania (Giudici, 5, 16), il Moab (Il Re, 3, 4); e .richiama poi fortemente l’attenzione sulla completa fusione avvenuta fra gli ebrei e i Cananesi, che l’autore chiama loro maestri in agricoltura; fusione della quale in realtà nulla sappiamo con precisione e che non ci deve tuttavia impressione, considerato il .complesso di apporti che gli ebrei hanno subito nell’antichità senza per altro mai deviare minimamente dalla loro precipua condotta di vita. La poca consistenza scientifica delle fonti ebraiche che servirebbero a dimostrazione dello sviluppo assunto dall’agricoltura nella civiltà ebraica, ci è dato anche da un frequente anacronismo che si rileva all’esame della terminologia tecnica dei testi.

Il Lods medesimo ci fa osservare che il testo del Decalogo quale oggi ci appare non può essere stato assolutamente redatto all’epoca mosaica appunto per la presenza nel Decalogo stesso di concetti agricoli che non potevano allora esistere, assolutamente estranei all’epoca, ma che appartengono sempre, secondo l’autore, al modo di parlare e di pensare del Deuteronomio (VIII sec.) o del Codice Sacerdotale (VI · e .V sec.). E altrove dice: ” un mot signifiant “paturage” avait pris le sens de “demeure” (nawe). Une contrée plantureuse était un “pays ruisselant de lait et de miel”: c’est l’ideal du nomade. Un paysan eùt dit “un pays de blé, de moùt et d’huile”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tentativi di colonizzazione ebraica nell’Unione Sovietica.

1) In Russia, un tentativo di colonizzazione ebraica era stato già fatto dagli Czar col fissare un gran numero di famiglie israelite in una vasta zona agricola. Ma dopo appena cinque anni non esisteva più un’azienda in possesso di un ebreo: a poco a poco, senza che nessuno se ne accorgesse, avevano venduto, ceduto, ed infiltrandosi, erano tornati nei loro ambienti di vita commerciale. Ma si potrebbe obiettare che date le restrizioni a cui gli ebrei erano allora sottoposti, la vita nei campi era per essi ancora meno facile, e che nulla in particolare si sa delle effettive condizioni di vita loro offerte. Più valore devono quindi avere i tentativi sovietici di colonizzazione, pervasi di un semitismo di cui nessuno può dubitare. In Russia, prima della Rivoluzione, l’agricoltura agli ebrei era interdetta anche per le difficoltà di acquisto della terra. Nel 1917, nella Rutenia Bianca vi erano su oltre 10.000 ettari circa duemila famiglie ebraiche non del tutto estranee all’agricoltura. Uno dei primi atti delle autorità sovietiche fu naturalmente la realizzazione del primo postulato del programma ebraico e cioè: il diritto di possedere la terra. Il Governo sovietico infatti non ha soltanto permesso ai piccoli mercanti e artigiani israeliti, stabiliti nelle campagne, di partecipare alla lottizzazione dei beni fondiari ex-privati, statali e ecclesiastici, ma ha spiegato inoltre una viva attività allo scopo di far stabilire nelle campagne il proletariato ebraico abitante le città e le borgate e il cui numero era aumentato notevolmente in seguito al cambiamento improvviso della struttura economica, ciò che ha minato l’esistenza delle grandi masse ebraiche dedite fino allora principalmente se non esclusivamente alla vita commerciale. Questo primo tentativo di colonizzazione ebraica da parte delle autorità sovietiche, favorito da tali condizioni economiche, raggiunge il suo culmine nel ’23-25, ma subito decade e s’arresta. Fra le cause dell’insuccesso si deve porre innanzi tutto la inabilità degli ebrei ai lavori agricoli, ciò che fa sì che le loro aziende siano sempre a un livello inferiore.

 

Ma il colpo mortale a questo primo tentativo fu dato dallo stesso governo sovietico che, secondo lo spirito del suo programma, cominciò a proteggere esclusivamente l’organizzazione delle collettività ebraiche, cessando di distribuire agli ebrei lotti di terra individuali e giungendo anzi a riunire in aziende socializzate le colonie ebraiche già organizzate. Tale ultima misura ha provocato una reazione che si è tradotta nel rifluire assai notevole degli ebrei verso le città.

2) Ma di fronte all’insuccesso continuarono i tentativi di colonizzazione ebraica con la imponente previsione di passaggio ai campi di 16.000 famiglie israelite di cui 10.000 nella stessa Rutenia Bianca e il resto principalmente in Siberia (a Barabidjan) e la destinazione a coltura di terreni fino allora incolti. Gli sforzi compiuti portarono nella Rutenia Bianca le famiglie ebraiche da 1964 che erano prima della rivoluzione – con 11mila 800ettari – a 6505 nel 1924 (30.800 ettari) a 9.303 nel 1929 (64.800 ettari). Ma la colonizzazione ebraica fra il 1926 e il 29 procede sempre più lentamente e fra le maggiori difficoltà, e a un certo punto s’arresta del tutto. Eppure notevole è l’estensione delle terre arabili cedute agli ebrei a partire dal 26: le 1500 famiglie ebraiche stabilite in campagna tra il 27 e il 29 hanno ottenuto infatti circa 20.000 ettari, la medesima estensione cioè destinata alle 6500 famiglie del periodo 1920-24. Nel 1924 una collettività ebraica raggiungeva in media 84 ettari, nel 1926 già 130 ettari. Ecco una prova delle migliori condizioni materiali offerte agli ebrei e che questi non accettano per la loro intima natura così spiccatamente antiterriera. Nell’ultimo decennio è una dispersione continua di ebrei dalle aziende che così si disgregano: il movimento avviene in modo incessante, tacito e subdolo, senza un apparente perché; mentre l’arruolamento degli ebrei nelle file dei lavoratori agricoli da difficile diviene impossibile. Lo stato attuale della colonizzazione ebraica nella Rutenia Bianca e in genere in tutta la Russia permette di stabilire che il piano di fissare gli ebrei alla terra, dedicandoli ai lavori agricoli, non soltanto non potrà essere realizzato, ma è già anzi fin d’ora fallito per l’opposizione della popolazione ebraica medesima, per se stessa contraria alla vita rurale e disillusa dei risultati ottenuti con la finta liberazione che ha voluto tentare il regime sovietico. Forse quei pochi si illusero di trovare la “loro” ricchezza là dove invece non c’era che il sano lavoro della terra?

Quanto precede non è che un esempio, forse per la brevità del ciclo più comprensibile di quello palestinese. Citare la Palestina, l’opera iniziativi dal K. K. L. (Keren Kayemeth Leisraél, che significa Fondo nazionale ebraico) coi suoi considerevoli acquisti di terre e le sue notevoli opere di industrializzazione agricola per dimostrare che l’ebreo ha come ogni individuo di altra razza un attaccamento alla sua terra, cioè alla terra di sua proprietà, che la lavora e l’ama, è quanto ci può essere di più errato. In primo luogo troppi altri elementi intervengono in questo caso a rendere indimostrabili a priori e inverosimile una simile asserzione. In secondo luogo qui ci troviamo di fronte a tutte le caratteristiche del cosiddetto “affare” che sono la prima negazione dello spirito rurale. Occorrerebbe infatti, se si volesse esaminare con maggiore attenzione il caso dei cosiddetti agricoltori ebraici di Palestina, ripetere quelle osservazioni che vengono naturali leggendo antichi testi ebraici: che cioè agricoltura non è soltanto il commercio del vino o la vendita di prodotti. Sarebbe bene invece vedere chi nel campo ebraico, sia esso in Italia, in Palestina o dove si vuole, è l’effettivo lavoratore, non soltanto il proprietario, per meglio convincersi della completa assenza di uno spirito rurale e di ogni attività agricola nella vita ebraica.

 

LA BORGHESIA E LA RAZZA (Alberto Pensabene, 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo LA BORGHESIA E LA RAZZA di Alberto Pensabene, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

La borghesia e la razza – Giuseppe Pensabene – 1938

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

La profonda crisi della nostra borghesia è giunta a farle perdere il senso della nazione. C’è chi afferma che non l’abbia mai avuto; e sostiene come Massimo Leli, che questa tara sia radicata fino dall’origine: cioè da quando essa cominciò a costituirsi verso la fine dci Seicento come pallido riflesso della nascente borghesia francese. Si formò allora e si diffuse in Europa una società cosmopolita che acquistò effettivamente il potere in tutte le nazioni, e che con la Rivoluzione del 1789 raggiunse ciò che solo ancora le mancava: il riconoscimento legale. La borghesia italiana non fu che una sezione di questa: e come tale diede al nostro Risorgimento quella impostazione Iiberalistica che l’avrebbe fatto arenare nel ’48, se poco dopo, forze extra-borghesi, tradizionali ed agrarie, non ne avessero preso energicamente la direzione. In ogni modo, raggiunta l’unità, e venuta, colla ascesa della Sinistra, di nuovo al potere la borghesia, tutto com’era inevitabile prese aspetto liberale: il governo, la cultura, l’arte, l’economia e l’amministrazione. Il grande risultato, l’Italia finalmente fatta sembrò che avesse minore realtà delle aspirazioni nobili ed eroiche di quei pochissimi i quali qualche decennio prima l’avevano raggiunto. C’era, in realtà, la nazione, ma nello strato che la dirigeva non c’era, perchè mai c’era stato, il senso

di essa. Insomma, dopo il 1876, avvenne una chiarissima trasposizione: il liberalismo supernazionale, che s’era affiancato al Risorgimento, ma solo in apparenza, ora gettava via la sua maschera: l’Italia non era stata che un episodio. L’essenziale era l’affermarsi della borghesia, delle sue idee e dei suoi interessi, anche nel nostro paese. Una specie di casta che solo per certi fatti, come la dimora e la lingua, vi sembrava attaccata, ma che in realtà aveva il suo centro e le aspirazioni altrove. È naturale che ad una casta simile manchi il concetto della razza. Traendo ogni sua ragione di esistere solo dai grandi scambi tra le nazioni, ed avendo necessità, per dominare questi scambi, di porsi nello stesso tempo al di fuori di tutte, tende a formarsi come uno strato privo di particolarità, di sensibilità, di genio, di ciò insomma che contraddistingue i popoli; e ad accogliere in conseguenza tutti gli apporti eterogenei dalla cui miscela meglio possa acquistare la tinta neutra adatta alla sua funzione. La borghesia, entro ciascun popolo è di fatto, un’internazionale sovrapposta. È un meticciato: almeno delle idee.

È la parte che non si crede, come tutte le altre, legata al sangue, alla tradizione, al costume. Ha insomma la stessa natura di ciò che è il vero oggetto della sua attività, il denaro: che si trova dappertutto, è uguale dappertutto, e non è mai legato nè ai luoghi e né alle persone. Così è la borghesia; un volto sempre uguale, aggiunto ai corpi robusti e diversi dei popoli; una testa sempre uguale che vorrebbe regolare volontà ed istinti che le sono costituzionalmente in contrasto. Quale orribile ed incessante guerra vi sarebbe in un singolo organismo, che fosse davvero così fatto! Quali tormenti, quali incertezze, quali indecisioni! Sarebbero impossibili anche i moti più naturali, le azioni più semplici, e come un continuo e doloroso laceramento accompagnerebbe il pensiero anche più fuggevole. Eppure questo avviene in realtà, ogni giorno, nei popoli, quando chi li dirige non è della loro stessa natura: quando la grande massa, guidata dall’istinto deciso della propria razza, è in contrasto con la razza diversa o manchevole dei dominatori. Lo moltitudine d’un sangue, chi la· governa d’un altro: questo è, più di quanto si creda, uno schema frequente nella vita dei popoli. Nella maggioranza delle nazioni, pure sotto apparenze democratiche, il contrasto è tra il meticciato borghese, e la moltitudine cui quel meticciato tende a far perdere coscienza della sua razza. Questo lavoro è oggi molto avanzato. E’ una degenerazione voluta e metodica che discende a poco a poco dall’alto, ove solo in una sfera ristretta si trova questo centro d’infezione. Il popolo vi sottostà per ignoranza. Il suo istinto oscuramente si ribella: sente il male ma non sa individuarlo; e ne è circondato, imbevuto, avvelenato prima ancora di accorgersene. Vede, di decennio in decennio, strano spettacolo, questa gente che si dice della stessa nazione ed anzi se ne proclama l’occhio e il cervello, introdurre un altro costume, un altro linguaggio, un altro modo di pensare, di sentire, di vivere. Poi cerca di capire, di assuefarsi; crede infine di esservi riuscito. Ma è un illusione. Anche sotto le mutate apparenze esteriori rimane qualcosa di irriducibile, causa di oscuro e doloroso contrasto. Questo è oggi, su per giù, Io stato della nazioni occidentali: là dove la borghesia conserva il dominio. Politica, cultura, economia, arte sono rivolte contro la natura dei popoli. E’ un mostruoso attentato, una colossale sconsacrazione.

 

Quella scialba classe, quella miscela che governa, risultato di due secoli di confusione universale, commercio ed industrie, prima di tutto, poi filosofia, letteratura, musica, pittura, quella classe che non ha nè sangue nè volto, i cui uomini e le cui donne sono dappertutto uguali, si vestono, mangiano, pensano, lavorano, ballano in modo uguale, hanno i capelli, la pelle, i belletti, i volti, le guance, di aspetto uguale: le cui labbra sono per esempio ugualmente a foggia di pesce, le pettinature alla giapponese, i baffi alla americana, i costumi da bagno alla Jansen, oppure in qualsiasi altro modo, purchè uguale in tutti i paesi: questi concittadini che, cosa assurda, somigliano infinitamente di più agli abitanti di un altro emisfero di quanto non somiglino al contadino o al pescatore che abitano a due passi, questi americani di Napoli, questi Inglesi di Firenze, o questi Francesi di Venezia, che poi non sono né Americani nè Inglesi nè Francesi, se non perchè fumano la pipetta, prediligono l’erre moscia, cantano le canzoni con l’accento nasale; tutta la gente così fatte, alla quale senza accorgersene, da tanto tempo ci siamo abituati: questa gente senza razza, e perciò senza carattere, senza dignità, e senza volontà, è quella, proprio, sotto la cui guida è stato fino a ieri interamente il nostro paese.

Una borghesia senza razza, e popoli in parte sani, che vi sono soggetti: ecco il quadro, forse più di tutti, vicino alla verità. Se le grandi masse cominciano anch’esse a mescolarsi, nel costume e nel sangue, ciò è dovuto, unicamente, allo scandaloso esempio che, da due secoli, viene loro dall’alto. La borghesia è oramai irrimediabilmente meticcia: non c’è più da illudersi; nè è più possibile, nei suoi riguardi pensare ad altro rimedio se non il toglierla di colpo dalle sue ormai più che perniciose funzioni di comando. Il fascismo l’ha già fatto dal ’22: ora non gli resta che completare l’opera: impedendo che suoi relitti, sia pure da posizioni di secondo ordine, continuino il loro triste esempio di degenerazione razziale. L’Arte, la Cultura, l’Insegnamento, debbono essere definitivamente tolti a questa detronizzata borghesia. Essa, non c’è da nasconderselo, se ne è servita e ancora se ne serve, come se non vi fosse stata la Rivoluzione Fascista. Per imbecillità e per senilità, trasmette ancora ai giovani, che non ne sono difesi, l’indifferenza deleteria per i valori della razza.

 

Tutto vi cospira: l’arte internazionalista, tuttora da noi liberamente ammessa, il pensiero individualista e liberaleggiante, la storiografia dialettica che «supera» il concetto di nazione. Quella gioventù sulla quale conta il Regime e in cui dobbiamo porre tutte le nostre speranze, impara tuttora, dalla maggioranza dei suoi maestri, che la nostra storia comincia solo nel 1870, con la formazione del Regno: prima l’Italia non esisteva. Poichè solo allora, nell’Ottocento, nacque l’idea di nazione: dal pensiero romantico; oggi questa idea, comincia già ad essere “dialetticamente” superata, e può quindi, da un giorno all’altro, essere anche superata l’Italia. La razza? Un mito; anch’essa. una “idea”, anch’essa un parto della mente degli scienziati. E non esistendo la razza, che ne è la sostanza permanente e tangibile, che realtà può avere mai la nazione? Cogli stessi criteri, non sembra credibile, si insegna, ancora oggi, la storia di Roma. Se ne distrugge così tutta la straordinaria forza suggestiva ed educativa. Che cosa è essa ad esempio per il Ferrabino, che le dedicò tre anni or sono un volume, tuttora molto diffuso e conosciuto? Nient’altro che una lotta di classi, prima dentro la città, poi dentro la penisola, poi dentro tutta l’estensione dell’Impero: una lotta, puramente economica, tra imprenditori .ed agrari, nella quale erano assolutamente indifferenti la razza, la tradizione, i valori morali. Il liberto Trimalcione, d’origine asiatica, ed arricchito col grosso commercio, è in realtà un personaggio più interessante di Catone: per lui in fondo s’è fatto l’Impero; per lui si è combattuto a Canne e si è vinto ad Azio: egli è “il progresso”, cioè l’industria e il denaro circolare; il vecchio Catone invece, anche due secoli prima, non era che un relitto della stupida “curulita”, cioè di quella Roma contadina, familiare e guerriera, che pure, vedi caso, aveva conquistato il mondo. Meglio Trimalcione, colle sue terre coltivate a schiavi, standosene in città, secondo i criteri industriali della “economia ellenistica”, che i poderi all’antica che il padrone arava lui stesso, insieme ai figli e qualche servo, secondo il costume ricevuto dagli avi. Meglio gli “ergastoli”, che Cincinnato. Anzi quest’ultimo e la sua meravigliosa leggenda diventa ad un certo punto, per il Ferrabino, oggetto di scherno. In tale modo, non illudiamoci, si insegna ancora oggi da noi la storia romana. Un punto di vista, come si vede antirazzista e borghese. Altro che formazione dei giovani!

E all’università di Roma, che dovrebbe dare una norma all’Italia, non ci è toccato per esempio di udire dal suo titolare di storia antica, il professore Cardinali, che lo stoicismo cosmopolita e indifferente alle razze, salendo al trono, segnò il più alto culmine di circa mille anni di storia romana? Che solo in esso noi dobbiamo vedere “l’essenza della romanità, e solo da esso prendere persino norma per l’avvenire del nuovo Impero? Qualunque libro, di qualunque formato, su cui s’insegni oggi storia, nelle scuole italiane, dalle elementari all’università, è sempre concepito indipendentemente dalla razza, e spesso con delle affermazioni contrarie; qualunque libro d’arte, di letteratura, di critica, di scienze, e persino d’argomenti specifici come l’etnografia e la geografia antropica; qualunque manuale, dizionario, enciclopedia, grande o piccola, che essa sia: persino nella Enciclopedia Treccani, pure così ricca, manca come è noto, una trattazione di questo argomento. Tale è lo stato di ignoranza, per la questione della razza in cui i relitti della borghesia che in Italia, sebbene perduto il potere tengono ancora in mano le chiavi della cultura, lasciano non solo il popolo ma anche la gioventù che viene fuori oggi. Ignoranza quanto mai pericolosa, perchè atta ad inquinamenti ed infiltrazioni che potrebbero avere domani le più gravi conseguenze.

La borghesia ha perduto da noi il potere; ma precario sarebbe il vantaggio della sua sostituzione ove non ci assicurassimo per sempre dalla peggiore ignominia di quella casta decaduta: il suo cosmopolitismo. II meticciato culturale al governo del paese fu la nostra maggiore sciagura fino all’avvento del Fascismo. Questo mise per la prima volta italiani al governo dell’Italia: italiani non soltanto di sangue, ma di pensiero e di animo. La strana e dolorosa frattura sparì: le due culture, i due istinti, del popolo e dello strato dirigente divennero, per la prima. volta, uno. Oggi, ciò che da allora è un fatto, viene enunziato come principio. Si pone la dottrina della razza. La quale è destinata rapidamente a spazzare le accennate sopravvivenze, ormai intollerabili, nel mondo della cultura; e a risolvere contemporaneamente due importanti questioni: i rapporti con i nuovi sudditi di colore, dopo la conquista dell’Impero; e i rapporti cogli Ebrei.

 

Per i primi vi sono già dei precisi provvedimenti che regolano i matrimoni; per i secondi è stato solennemente dichiarato, da un gruppo di antropologi fascisti, sotto gli auspicii del Ministro della Cultura Popolare, e confermato poco dopo in una pubblica dichiarazione del Segretario del Partito, che essi non appartengono alla razza italiana. Tale affermazione alla quale seguiranno presto le giuste conseguenze pratiche, ha una importanza di primissimo piano. Si collega infatti strettamente col problema capitale della classe dirigente. La borghesia cosmopolita che ci aveva governati fino al ’22 era, nel suo più profondo nucleo, dominata dagli Ebrei: da essi era stata plasmata moralmente e culturalmente, con essi si era mescolata nel sangue, da essi era stata sempre più educata a quell’indifferenza per i valori della. razza, che proprio, ad essi ferocemente razzisti, era destinato ad assicurare, sopra una moltitudine degenerata, il sicuro predominio. Separando oggi gli Ebrei dalla nazione italiana, sia nel sangue che nella cultura, considerandoli perciò semplicemente come stranieri, si elimina una volta per sempre, il tarlo più pericoloso.

Trasmutazione e Selezione (cap. 3 di Le Selezioni Sociali, George Vacher de Lapouge) tradotto in italiano.

Al link sottostante si può trovare il PDF, in italiano, del terzo capitolo del libro di Lapouge “Le Selezioni Sociali”, scritto nel 1889.

Per quanto debba essere contestualizzato all’epoca in cui è stato scritto e per quanto certe visioni possano apparire fuori dal mondo se analizzate con criteri moderni, si ritiene che questo capitolo offra diversi spunti interessanti.

Capitolo 3: Trasmutazione e Selezione – Le Selezioni Sociali – Vacher de Lapouge

Circa 2 anni fa, su questo stesso blog, era stato pubblicato il capitolo 2, al seguente link:

Capitolo 2 – Le Selezioni Sociali – Legge della vita e della morte delle nazioni

Buona lettura agli interessati