Terrorismo, Cassazione annulla condanne per 5 presunti jihadisti arrestati ad Andria

La Cassazione ha annullato senza rinvio “perché il fatto non sussiste” le condanne inflitte nei confronti di cinque presunti appartenenti alla cellula terroristica con base ad Andria, ordinando l’immediata scarcerazione dei quattro imputati detenuti accusati di associazione finalizzata al terrorismo islamico. Nei confronti di uno dei quattro detenuti, l’imam Hosni Hachemi Ben Hassen, la Suprema corte ha annullato la sentenza con rinvio per la rideterminazione della pena soltanto per il reato di istigazione all’odio razziale.

Gli imputati furono arrestati dal Ros dei Carabinieri di Bari nell’aprile 2013.A febbraio 2015 era arrivata la sentenza di condanna: Il gup Antonio Diella aveva inflitto cinque anni e due mesi al presunto capo della cellula terroristica, l’imam tunisino della moschea di Andria, Hosni Hachemi Ben Hassem, accusato anche di istigazione all’odio razziale (arrestato in Belgio nell’aprile 2013). Condanne a tre anni e quattro mesi di reclusione ai presunti componenti dell’associazione, coloro cioè che, secondo l’accusa, “cooperavano nell’attività di proselitismo, di finanziamento, di procacciamento di documenti falsi, tenevano i contatti con altri membri dell’organizzazione, disponibili al trasferimento in zone di guerra per compiervi attività di terrorismo”.

Si tratta di Faez Elkhaldey, detto ‘Mohsen’, palestinese di 50 anni, Ifauoi Nour, detto ‘Moungi’, tunisino di 35 anni, Khairredine Romdhane Ben Chedli, tunisino di 33 anni, Chamari Hamdi, 24enne nato in Sicilia. Secondo i carabinieri del Ros, coordinati dai pm Renato Nitti ed Eugenia Pontassuglia, il gruppo terroristico islamico incitava alla jihad e al suicidio, rideva del crollo delle chiese causato dal terremoto dell’Aquila del 2009 (come emerge dalle intercettazioni) e aveva organizzato campi di addestramento militare lungo le pendici dell’Etna.

L’inchiesta, basata su intercettazioni telefoniche e sull’acquisizione di materiale informatico, aveva permesso di documentare come a partire dal 2008, gli indagati si fossero associati tra loro “allo scopo di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo internazionale in Italia e all’estero – si legge nel capo d’imputazione – secondo i dettami di un’organizzazione transnazionale, operante sulla base di un complessivo programma criminoso politico-militare, caratterizzato da sentimenti di acceso antisemitismo e antioccidentalismo e dall’aspirazione alla preparazione ed esecuzione di azioni terroristiche da attuarsi contro governi, forze militari, istituzioni, organizzazioni internazionali, cittadini civili e altri obiettivi – ovunque collocati – riconducibili agli Stati ritenuti infedeli e nemici”.

fonte:

http://bari.repubblica.it/cronaca/2016/07/15/news/terrorismo_la_cassazione_annulla_le_condanne_per_5_presunti_jiahdisti_arrestati_ad_andria-144154230/

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Chierico jihadista prossimamente in Italia (di Valentina Colombo)

Alcuni estratti di questo articolo preso dall’Osservatorio Antisemitismo, link all’articolo completo a fine post.

NDA: In data successiva all’articolo, è stato impedito l’accesso in Italia a questo predicatore islamico a causa della sua ideologia radicale.

<<L’Italia si conferma il porto felice della Fratellanza musulmana in Europa? La risposta è senza dubbio affermativa e non riguarda solo le connessioni delle organizzazioni islamiche attive nel nostro paese, ma anche predicatori controversi che sono già stati banditi in altri paesi del Vecchio continente. Come il caso del recente annuncio, sul profilo Facebook dell’Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide Religiose con sede a San Giovanni in Lupatoto, del tour italiano del predicatore islamico Tareq Suwaidan e di sua moglie Buthaina Ibrahim, che si svolgerà dal 7 al 17 maggio partendo da Como (Hotel Lomazzo) per proseguire con tre incontri con rispettive comunità (probabilmente una di queste sarà Reggio Emilia). >>

<<Nel 2014 le autorità belghe hanno vietato l’ingresso a Suwaidan, per via delle sue posizioni antisemite, che quindi non ha partecipato come oratore alla Foire Musulmane organizzata dalla Fratellanza belga. Su stessa ammissione di Suwaidan, il predicatore è persona non grata anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Già nell’agosto 2013, era stato licenziato dal ruolo di direttore e membro del direttivo del canale islamico Al Risala di proprietà del principe saudita Walid Bin Talal per avere ammesso di appartenere al ‘movimento terrorista dei Fratelli musulmani’. >>

<<“Il sangue che sacrifichiamo è certamente prezioso, ma l’equazione è la seguente: ‘I nostri morti sono in paradiso mentre i loro sono all’inferno.’ Non abbiamo paura del martirio. Poco fa stavate cantando: ‘la morte per Allah è il nostro desiderio supremo’. Ebbene, la morte che voi desiderate è giunta a voi. Noi non abbiamo problemi con la morte, siamo diversi dagli israeliani. […] Tutte le madri della umma – non solo quelle palestinesi – dovrebbero allattare i propri figli con l’odio verso i figli di Sion. Li odiamo, sono i nostri nemici. Dobbiamo instillare questo nei cuori dei nostri figli sino a che sorgerà una nuova generazione che li cancellerà dalla terra. […] Ci sono diversi tipi di jihad. Spero che voi non lasciate questo luogo solo sentendovi meglio, perché avete gridato un po’ e avete cantato qualche slogan. […] No, no. Ciascuno di noi uscendo da questa sala dovrà pensare a un piano su come cancellare Israele”.>>

<<“Suwaidan è anche autore ed editore di una “Enciclopedia illustrata sugli ebrei” di 429 pagine, pubblicata nel 2009 e reperibile facilmente in rete, in cui chiarisce che la battaglia non è solo contro Israele, ma contro tutti gli ebrei che ne giustificano l’esistenza. Nei ringraziamenti che aprono il volume si legge: “Rivolgo in primo luogo il mio ringraziamento ad Allah – Egli è l’Altissimo – che ci ha insegnato, guidato e rammentato la conoscenza del nostro nemico, ci ha avvertiti nei confronti degli ebrei e delle loro macchinazioni. Allah – Egli è il Potente – ha detto: ‘Voi vi accorgerete che i peggiori nemici sono gli ebrei e coloro che associano altri ad Allah’. Per questo motivo prego e mi affido all’Inviato di Allah che ha affrontato la malvagità e la perfidia degli ebrei e fu paziente, sopportò, ma infine fu costretto a combatterli e poi li espulse poiché non aveva altra possibilità.”>>

Chierico jihadista prossimamente in Italia

I 3 livelli di Antagonisti allo Status Quo: Rivoluzionario, Ribelle e Ribelle col freno a mano tirato

Livello A: Rivoluzionario.
Rivoluzionario è chi impugna le armi per combattere (o si adopera attivamente al reclutamento in tal senso), a torto a ragione ma in modo magari anche fanatico ma razionale, uno status quo che ritiene errato ed è pronto a morire con le armi in pugno o sotto atroci torture del nemico. Il rivoluzionario rischia la vita o decine di anni di galera. E’ pericoloso per lo status quo quindi o viene eliminato o lo status quo si adopera in modo da fargli fare un passo indietro rendendolo “ribelle”.

Livello B: ribelle.
Un passo più indietro del rivoluzionario c’è il “ribelle”, che può essere attivista o controinformatore, o entrambe le cose. Il “ribelle” non prende le armi in pugno e non pianifica alcuna “rivoluzione o lotta armata” nè si adopera in alcun modo in tal senso. Semplicemente cerca il contatto coi suoi “simili” e fa attività che possono essere di vario tipo, prevalentemente di cultura e/o divulgazione/propaganda. Il “ribelle” è considerato fastidioso e pericoloso dallo status quo per 2 motivi.

1. Lo status quo ha paura che da gruppi di “ribelli” possano nascere sottogruppi di “rivoluzionari”.

2. Il “ribelle” in quanto tale tratta argomenti scomodi e/o talvolta considerati “illeciti” e, anche se non si adopera alla lotta armata (cioè nella maggior parte dei casi), è un problema per lo status quo in quanto voce fuori dal coro e quindi da zittire.

L’azione dello status quo contro i ribelli è di 2 tipi, uno per motivo.

1. Monitoraggio a scopo di prevenzione: i ribelli non devono fare “un passo avanti” e diventare “rivoluzionari”.
2. Distruzione del ribelle tramite intimidazioni, che possono essere di vario tipo, fra cui giudiziarie. Scopo di queste intimidazioni è distruggerlo moralmente e psicologicamente (dato che solitamente il “ribelle” ha più da perdere del “rivoluzionario” che tende a giocarsi tutto secondo lo schema letterale “vittoria o morte”) o, in subordine, fargli fare un passo indietro.

Livello C: ribelle col freno a mano tirato.
E qui arriviamo al “ribelle col freno a mano tirato”, inteso non in senso dispregiativo dato che è la scelta maggioritaria di chi è contro lo status quo ma vuole minimizzare o annullare il rischio di beghe legali. Il “ribelle col freno a mano tirato”, di fatto, non è fastidioso in quanto canalizza il suo dissenso secondo ciò che è legalmente consentito dal punto di vista dei reati d’opinione. Questo fa sì che i gruppi di “ribelli col freno a mano tirato” agiscano pubblicamente, alla luce del sole, e che siano controllabili praticamente in diretta. Lo scopo di questa prevenzione è di controllare se qualcuno di questi ribelli si “toglie il freno a mano” passando al passo successivo o, addirittura, faccia il doppio salto.

Poi va da sè che più uno ha da perdere più starà nei livelli C o al massimo B, mentre chi non ha niente da perdere come minimo sta al livello B e sicuramente sarà portato a stare al livello A. Anche le reazioni dello status quo devono essere proporzionate alla minaccia percepita. Un livello B( ribelle senza freno a mano) è pur sempre molto meno fastidioso/pericoloso di un livello A (rivoluzionario) e, se perde tutto, rischia di passare al livello A, ed il primo pensiero dello status quo solitamente è prevenire e reprimere i livelli A.

In assenza di livelli A, lo status quo concentra le sue energie sui livelli B. (situazione attuale).
In assenza di livelli B, lo status quo potrà permettersi il lusso di concentrarsi sui livelli C considerati più invisi, facendo tirare ulteriormente il freno a mano (situazione in evoluzione).

Un anello alla volta, ecco servita la catena invisibile.

Arrestato presunto jihadista molto attivo sui social networks

Fa propaganda jihadista su Facebook: un 25enne di origine marocchina fermato con l’accusa di istigazione al terrorismo Pubblicava foto di decapitazioni e monumenti come la torre pendente e la Statua della Libertà, possibili obiettivi di attentati

Roma Tre diversi profili su Facebook, la partecipazione a chat e gruppi di discussione. Tutti rigorosamente via web. Jalal El Hanaoui, 25 anni di origine marocchina, è stato arrestato ieri mattina dagli uomini della Polizia di Stato di Pisa, su ordine del tribunale di Firenze, con l’accusa di istigazione al terrorismo aggravata della divulgazione via web. E’ una delle prime applicazioni delle norme antiterrorismo votate dal Parlamento lo scorso mese. Jalal El Hanaoui avrebbe fatto proseliti solo via internet ma senza mai aver organizzato (né tantomeno realizzato) un attentato terroristico. Circostanza, questa, che potrebbe suscitare qualche polemica o avviare un dibattito sul giro di vite dell’antiterrorismo in un ambito delicato come la garanzia del diritto di espressione.

IMMAGINI E PREGHIERE

Jalal aveva creato due profili Facebook con un nome arabo ed uno con uno pseudonimo italiano – Valerio Rosato – utilizzato forse per essere più credibile agli occhi dei possibili lettori italiani. Jalal postava su Fb anche foto di celebri monumenti dell’occidente che, almeno in teoria, avrebbero potuto diventare obiettivi di attentati terroristici. Le foto vanno dalla Statua della Libertà alla Torre di Pisa, passando per la cattedrale di San Basilio a Mosca e un muro in Israele per la separazione dei territori occupati e il Burj al Arab di Dubai. Tra le immagini c’è il disegno di una decapitazione che El Hanaoui commenta come atto di eroismo. In una foto invece si vede una scritta nel deserto che, tradotta, significa «solo la legge di Dio va seguita, mentre le leggi degli uomini devono essere distrutte». Secondo gli investigatori l’arrestato propugnava come mezzi per realizzare lo stato islamico, anche la strage, gli omicidi, gli attentanti e i danneggiamenti. In un suo commento si legge che si isserà «dal sangue la bandiera dello stato islamico»; in un altro commento esorta «i democratici ad andare via, noi faremo la jihad». E uno dei post cancellati dalla società Facebook dopo la sua pubblicazione dice: «La Danimarca ha fatto sapere che non pubblicherà le vignette blasfeme (hanno imparato la lezione): Mentre i francesi, maledetti, hanno fatto sapere che pubblicheranno nuove vignette. Lo capiranno presto con la forza che tutto ha un limite».

GLI AMBIENTI PISANI

La passione per la religione islamica sarebbe nata nel corso degli ultimi anni, prima una formazione islamica ma anche una frequentazione con piccoli spacciatori, sempre nella zona di Pisa: «Jalal da piccolo aveva frequentato una scuola coranica guidata da un imam tipo esorcista e dopo un lungo periodo di frequentazione di ambienti e persone legate al mondo degli stupefacenti, da circa un anno li avrebbe abbandonati per dedicarsi esclusivamente allo studio della religione islamica e, conseguentemente, alle vicende che interessano il medio oriente».

NIENTE MOSCHEA

Di certo, i suoi proseliti viaggiavano quasi esclusivamente su internet: «Appare singolare – scrive ancora il gip – come emerge dalle conversazioni registrate, che l’indagato non frequenti moschee della provincia di Pisa che considera luoghi di guerre di potere dove i responsabili non seguono gli insegnamenti del Corano». Dunque, Jalala «prega sempre da solo, leggendo più volte una sura». Via web El Hanaoui era entrato in contatto con altri due soggetti ritenuti pericolosi dall’antiterrorismo: Oussama Khachia, espulso il 18 gennaio scorso dall’Italia in ottemperanza alle disposizioni del ministero dell’Interno per gli stranieri che praticano attività sospette di essere finalizzate al terrorismo, e con Halili El Mahdi, nato a Ciriè (Torino), arrestato su ordine della procura di Brescia per attività finalizzate al terrorismo. Di certo, però, scrive il gip, quando El Mahdi viene arrestato il 25 marzo, Jalal ”oscura” il proprio profilo su Facebook e riduce ulteriormente i propri contatti telefonici.

Giustizia: quei ragazzi italiani per il Jihad

di Paolo Biondani

L’Espresso, 3 maggio 2015

Due amici cresciuti a Milano. Poi uno è finito a San Vittore ed è stato indottrinato. Ora sono partiti insieme e combattono per il califfato. I tagliagole del califfato riescono ad arruolare giovanissimi anche in Italia.

Ragazzini cresciuti a Milano, tra scuole e parrocchie, che all’improvviso spariscono, per andare a combattere la cosiddetta guerra santa in Siria. E ora pubblicano su Facebook le loro foto da guerriglieri, con un pesante kalashnikov in spalla. Fieri di mostrare al mondo di Internet il loro “documento ufficiale di arruolamento nello Stato Islamico”.

Tra i miliziani dell’esercito nero che sta seminando il terrore in Siria e in Iraq, da un paio di mesi sembrano aver trovato spazio altri due “combattenti stranieri” partiti dall’Italia. Per quanto se ne sa, sono i più giovani integralisti che abbiano mai scelto la strada del jihad nel nostro Paese. Almeno uno di loro, il più duro, si è radicalizzato in un luogo in teoria deputato a fermare ogni violenza criminale: un carcere simbolo come quello di San Vittore a Milano. I due ragazzini-soldato si chiamano Monsef e Tarik e sono da poco maggiorenni.

Nati in due diverse città del Marocco, erano arrivati in Italia da bambini, separatamente. Insieme hanno fatto le scuole medie a Milano, dove hanno ancora decine di amici. Attorno al 2010, quando avevano poco più di 14 anni, sono rimasti senza famiglia, uno dopo l’altro, per dolorose ragioni private.

A quanto raccontano loro stessi su Internet, a quel punto è intervenuto il tribunale dei minori, che li ha affidati a una delle migliori comunità di accoglienza dell’area milanese, fondata da un sacerdote cattolico e diretta da personale specializzato italiano. Fino all’anno scorso, nessuno dei due ragazzini sembrava interessato a questioni religiose e tantomeno alle armi.

Dopo tanti anni di lontananza dal Marocco, con pochi e difficili rapporti con le famiglie d’origine, ormai sembravano due giovani occidentali: vestivano come i loro coetanei milanesi, usavano Internet per scambiarsi innocui video musicali, battute di comici, foto di ragazze, messaggi tra amici. Il più giovane, Tarik, viene descritto da chi lo frequentava come un ragazzo pacifico, sensibile, un po’ timido, che non ha mai creato problemi a scuola o nella casa-alloggio per minori dove ha vissuto per anni. Monsef invece tendeva a fare il ribelle. Si dava le regole, violava i precetti del buon musulmano, beveva alcolici, si atteggiava a bullo.

Circa un anno fa è finito in un giro di droga. Dopo aver compiuto diciotto anni, è stato arrestato. E rinchiuso a San Vittore. Dove molto probabilmente ha trovato qualcuno che lo ha cambiato. Un cattivo maestro del jihad “made in Italy”. Di certo, quando esce dal carcere di Milano, Monsef è trasformato. Non beve più, condanna ogni tipo di droga, ha smesso anche di fumare sigarette. Prega cinque volte al giorno. Parla solo del Corano.

Cerca di indottrinare i coetanei predicando una visione integralista che è estranea alla tradizione musulmana moderata che caratterizza il Marocco. Prima dello choc di San Vittore, dice chi lo conosce, Monsef non era certo il tipo da fare discorsi religiosi: è il carcere che lo ha trasformato. Ma in cella quel ragazzino non aveva cellulari o computer, per cui non poteva collegarsi a Internet per subire l’influenza di lontani predicatori jihadisti.

Dunque è stato radicalizzato da qualche altro detenuto. Che forse è ancora all’interno di San Vittore. Fatto sta che, quando viene scarcerato, Monsef usa Internet in modo molto diverso da prima. Circa sei mesi fa comincia a scaricare e diffondere inni alla guerra santa. Tra ottobre e dicembre rilancia su Facebook “il video dei combattenti stranieri che bruciano i loro passaporti per creare uno Stato Islamico”; invita a “vedere” i fotomontaggi con le bandiere nere del Califfato che sventolano sul Colosseo o sulla Torre Eiffel; consiglia i sermoni incendiari di un predicatore saudita bandito dalla Gran Bretagna: “Siria, la vittoria sta arrivando”. Nella lista dei preferiti inserisce “l’organizzazione Stato Islamico”.

E clicca “mi piace” sull’appello di uno sceicco kuwaitiano contro il dittatore siriano: “Dove sono le vostre armi? Perché non sostenete il jihad contro il nemico Assad?”. Non manca un “selfie” di Monsef in tunica nera e copricapo bianco che punta un indice accusatore. Tra gli amici musulmani di Milano, solo Tarik si fa influenzare dal suo compagno di scuola e di comunità. I due ragazzini organizzano il viaggio in silenzio, ai primi di gennaio, negli stessi giorni degli attentati di Parigi: stragi organizzate da terroristi nati in Francia, radicalizzati in carcere e addestrati tra Siria e Yemen.

Probabilmente seguono la stessa rotta di decine di altri jihadisti partiti dall’Italia: un biglietto aereo per Istanbul, il veicolo di un fiancheggiatore per varcare il conine. Quando entrano in Siria, hanno appena 19 anni. Il 18 gennaio, alle 23.31, Monsef mette in rete una foto: è con l’amico su un pullman. Il messaggio è eloquente: “Verso la strada di Allah”. Il giorno dopo, spiega di aver “incontrato un fratello che ci ha aiutato: è veramente un leone, che Allah lo benedica”. Un amico con un nome arabo gli scrive preoccupato in italiano: “Ma dove sei?”.

Poi c’è un black-out che dura due mesi e mezzo. Le indagini internazionali spiegano che le reclute del Califfato in arrivo dall’Europa vengono messe sotto esame e poi smistate in diversi campi di addestramento specializzati: per i più giovani e inesperti, da mandare in guerra come carne da cannone, il “corso” di combattimento dura solo 45 giorni. In quel periodo cellulari e computer vengono sequestrati dai capi istruttori dell’esercito nero.

Monsef ricompare su Internet l’undici aprile 2015. Nella prima foto è da solo, seduto in un veicolo militare, con un kalashnikov tra le braccia. Nella seconda, che diventa il suo profilo su Facebook, è in piedi, vestito di nero, con il mitra in spalla e un pugnale alla cintola, accanto a un altro guerrigliero armato in tuta mimetica.

Le sue foto con il kalashnikov “piacciono” a otto “amici”, tra cui una donna che vive in Piemonte e un ragazzo che si firma con un nome arabo ma scrive in italiano: “Allah è grande”. Interpellati da “l’Espresso”, i responsabili italiani dell’antiterrorismo si limitano a dire che “erano già informati” della vicenda di Monsef e Tarik, ma non possono fornire particolari perché c’è un’inchiesta in corso. A Milano la Procura indaga da mesi su diverse organizzazioni di reclutamento.

I carabinieri del Ros seguono le tracce di una donna di origine albanese che ha lasciato il marito, immigrato regolare a Lecco, per fuggire in Siria con il figlioletto maschio di pochi anni. I poliziotti della Digos indagano su una spaventosa rete jihadista che punta a reclutare per la guerra in Siria anche italiani convertiti all’Islam: uomini e donne da immolare al Califfo.

In questi giorni i due ragazzini partiti dalla Lombardia hanno pubblicato un’altra foto dal fronte siriano. C’è una mano che mostra un documento plastificato, intestato a Monsef: nome, cognome, luogo e data di nascita, rilascio e scadenza, gruppo sanguigno. In alto c’è il simbolo dell’autorità che ha emesso il documento: “Stato Islamico”.

Giustizia: convertito il Dl anti-terrorismo; più controllo e monitoraggio dei siti informatici

di Giuseppe Amato

Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2015

È stato convertito, con modificazioni, il decreto legge 18 febbraio 2015 n. 7, diretto a rafforzare gli strumenti di lotta contro i fenomeni di terrorismo internazionale. Non particolarmente significative sono le modifiche che hanno caratterizzato gli interventi in materia sanzionatoria penale. Infatti, a parte alcuni correttivi, le novità sono per lo più ispirate all’esigenza di puntualizzazione delle fattispecie incriminatrici ovvero a realizzare una migliore specificazione dell’ambito dei poteri di controllo anche preventivo sui siti informatici, ampliando gli strumenti di contrasto anche in via preventiva delle attività terroristiche.

Integrazione delle misure di prevenzione e contrasto delle attività terroristiche. Di rilievo, per la prevenzione e il contrasto delle condotte strumentali all’attività terroristica che prevedano l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici, vuoi direttamente per lo svolgimento dell’attività di cui all’articolo 270-bis del Cp, vuoi per le attività di pubblicizzazione, istigazione, apologia, reclutamento e simili, è la previsione di un sistema di costante monitoraggio dei siti utilizzati per tali attività.

Un ruolo cardine è attribuito alla polizia postale che, giusta il disposto dell’articolo 2, comma 2, della legge in esame, è onerata del compito di predisporre l’elenco di questi siti, costantemente aggiornato, utilizzabile anche per le operazioni sotto copertura previste, per il contrasto dei delitti commessi con finalità di terrorismo, dall’articolo 9, comma 1, lettera b), della legge 16 marzo 2006 n. 146. Trattasi di un’attività di monitoraggio e raccolta utile sotto diversi profili.

Certamente perché, proprio nell’ambito delle operazioni sotto copertura di contrasto del terrorismo, cui sono deputati gli “organismi investigativi della Polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri specializzati nell’attività di contrasto al terrorismo e all’eversione e del Corpo della Guardia di finanza competenti nelle attività di contrasto al finanziamento del terrorismo” (si veda articolo 9, comma 1, lettera b), della legge n. 146 del 2006), tra le attività facoltizzate per acquisire elementi di prova in ordine ai delitti commessi con finalità di terrorismo, rientra anche quella di “attivare o entrare in contatto con soggetti e siti nelle reti di comunicazione” mediante l’utilizzo di “indicazioni di copertura” (articolo 9, comma 2, della legge n. 146 del 2006).

In realtà, l’utilità di tale attività va al di là delle operazioni sotto copertura, perché costituisce già di per sé strumento direttamente utilizzabile sia probatoriamente, per acquisire elementi spendibili in sede di investigazione, sia in via genericamente preventiva, per attivare una attività di interdizione dei siti utilizzati a fini di supporto del terrorismo.

Le iniziative di contrasto informatico – Sotto quest’ultimo profilo, rilevanti, ma non sempre immediatamente chiare, sono le disposizioni contenute nei commi 3 e 4 dello stesso articolo 2 della legge di conversione. Il testo definitivo presenta, in vero, qualche modifica rispetto a quello dell’intervento di urgenza, ma restano alcuni dubbi interpretativi. Con la prima di queste disposizioni, è previsto l’obbligo per i fornitori di connettività di inibire, mediante gli opportuni strumenti di filtraggio, l’accesso ai siti come sopra individuati su disposizione dell’autorità giudiziaria procedente (la formula consente di ricomprendervi, in caso di indagini preliminari, lo stesso pubblico ministero).

Non è però molto chiaro il contesto dell’intervento. Il riferimento all’autorità giudiziaria presuppone che vi sia in corso un procedimento penale e allora non si comprende quale spazio autonomo possa avere la disposizione a fronte di quanto previsto nel successivo comma 4. Del resto, l’intervento, come risulta palese dalla lettura combinata dei commi 2 e 3 dell’articolo 2 della legge in commento, può riguardare solo i siti “utilizzati per le attività e le condotte di cui agli articoli 270-bis e 270-sexies del Cp”: ergo, ci si riferisce a situazioni in cui già in sede penale si procede per il reato di cui all’articolo 270-bis del Cp, in un contesto in cui, quindi, può utilizzarsi il più incisivo strumentario previsto dal comma 4 dello stesso articolo 2 della legge in esame.

Ciò tacendo dal rilevare che la previsione normativa non dettaglia neppure le conseguenze che dovrebbe derivare a carico di chi contravvenga all’ordine di inibizione adottato dall’autorità giudiziaria; non potendosi in proposito richiamare per coerenza sistematica la sanzione amministrativa prevista dall’articolo 14-quater della legge 3 agosto 1998 n. 269.

Molto più convincente ed efficace risulta, invece, la seconda previsione normativa, appunto contenuta nel comma 4 dell’articolo 2 della legge, laddove è attributo al pubblico ministero che procede per i delitti di cui agli articoli 270-bis, 270-ter, 270-quater e 270-quinquies del Cp, commessi con finalità di terrorismo, di ordinare, con decreto motivato, ai fornitori dei servizi di hosting o ai soggetti che comunque forniscono servizi di immissione e gestione, la rimozione del contenuto reso accessibile al pubblico allorquando sussistano concreti elementi che consentano di ritenere che le attività incriminate siano commesse proprio anche per via telematica.

L’ordine deve essere adempiuto immediatamente e comunque entro quarantotto ore, mentre, in caso di inosservanza, l’autorità giudiziaria può provvedere a disporre l’interdizione al dominio internet nelle forme e con le modalità del sequestro preventivo (articolo 321 del Cpp).

Ciò significa che, mediante il ricorso al sequestro preventivo, è possibile anche l’oscuramento di un sito web, con l’unica eccezione che si tratti della pagina web di una testata giornalistica telematica regolarmente registrata (in tal senso, oltre che nella stessa relazione di accompagnamento, anche la sentenza delle sezioni Unite, 29 gennaio 2015, Fazzo e altro, a oggi ancora non depositata, ma la cui anticipazione è nel senso che non è possibile, fuori dei casi previsti dalla legge, il sequestro preventivo della pagina web di una testata giornalistica telematica registrata, evidentemente dovendosi valorizzare l’applicazione anche a tali prodotti editoriali, in applicazione dell’articolo 21 della Costituzione, delle guarentigie previste per la stampa).

In definitiva, la disposizione normativa, ponendosi in linea con la giurisprudenza prevalente (recepita dalla citata decisione delle sezioni Unite), conferma che gli spazi comunicativi sul web, non essendo giornali, non godono della speciale protezione prevista per la libertà di stampa. Ciò sul rilievo che l’articolo 21 della Costituzione, dopo l’affermazione di carattere generale sulla libertà di manifestazione del pensiero, riserva la disposizione limitativa sul sequestro alla sola manifestazione del pensiero che avvenga attraverso la stampa.

Conseguentemente non trova applicazione per blog, mailing list, chat, newsletter, e-mail, newsgroup, messaggi istantanei, ecc. la tutela costituzionale di cui al comma 3 dell’articolo 21 della Costituzione, e i suddetti siti sono quindi certamente sequestrabili. Ne consegue l’ammissibilità del sequestro preventivo (mediante oscuramento), qui nel caso in cui il contenuto sia ritenuto strumentale alla commissione di delitti con finalità di terrorismo.

Unica eccezione a questo potere d’intervento riguarda i giornali telematici, regolarmente registrati (in questo senso, come detto, anche la citata decisione delle sezioni Unite). Le garanzie costituzionali previste dall’articolo 21, terzo comma, della Costituzione e dalle norme attuative della legge ordinaria (articoli 1 e 2 del Rdl 31 maggio 1946 n. 561), in tema sequestro della stampa, sono quindi estensibili ai giornali telematici, editi mediante tecnologia elettronica e diffusi attraverso la rete, con la conseguenza che il riconosciuto generale divieto del sequestro preventivo della stampa (essendo ammesso dalla richiamata normativa solo il sequestro probatorio nei casi di stampa clandestina e delle pubblicazioni oscene) deve valere anche per la stampa telematica, in ossequio al principio della libertà di manifestazione del pensiero.

Un’importante modifica, in sede di conversione, ha caratterizzato l’ambito di operatività di tale incisivo potere di intervento. Si prevede, in ossequio al principio di proporzione e adeguatezza, che l’interdizione e la rimozione dei contenuti debbano essere disposte solo nei limiti di quanto necessario, senza inutili eccessi.

Cosicché, viene previsto che i provvedimenti cautelari interdittivi, laddove tecnicamente possibile, debbano garantire la fruizione dei contenuti presenti sul sito che siano estranei alle condotte illecite, derivandone, per l’effetto, che laddove sufficiente, la stessa rimozione dei contenuti debba limitarsi a quelli illeciti, quando il sito sia riconducibile a terzi estranei alle attività incriminate (articolo 2, comma 4, della legge in esame).

La legge di conversione si caratterizza per due ulteriori specificazioni.

La prima riguarda l’indicazione (preferenziale) degli organi di polizia deputati ad attivare tale strumentario: si precisa che l’autorità giudiziaria procedente debba avvalersi preferibilmente della polizia postale. La formulazione della norma, proprio con l’utilizzazione dell’avverbio “preferibilmente”, non ha una significativa valenza precettiva e, in tutta probabilità, proprio per tale ragione, la modifica specificativa è inutile.

La seconda riguarda il sistema di controllo pubblico sulle attività di monitoraggio, realizzata attraverso la previsione che dei provvedimenti adottati, sia di monitoraggio dei siti che di interdizione e di rimozione, debba darsi notizia in un’apposita sezione della relazione che il ministro dell’Interno presenta annualmente al Parlamento una relazione sull’attività delle forze di polizia e sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica nel territorio nazionale (è la relazione prevista dall’articolo 113 della legge 1° aprile 1981 n. 121).

Sembra evidente che tale notizia debba essere limitata alle attività ostensibili, rispetto alle quali, cioè, non ostino esigenze investigative. Pur nel silenzio della norma, deve ritenersi infatti che i provvedimenti adottati nell’ambito di procedimenti penali, possano essere menzionati solo previo il nulla osta dell’autorità giudiziaria procedente, a meno che non ci si limiti a una elencazione generica rilevante solo a fini statistici. L’inserimento dei dati nella relazione annuale è stato previsto, in sede di conversione, anche per l’elenco della black list dei siti monitorati dalla polizia postale, secondo la disciplina dettagliata nel sopra richiamato articolo 2, comma 2.

Le intercettazioni preventive. In un’ottica squisitamente di prevenzione, si segnala un intervento ampliativo realizzato, con l’articolo 2, comma 1-quater, della legge in commento, sulla disciplina delle intercettazioni preventive (articolo 226 del decreto legislativo 28 luglio 1989 n. 271).

Di immediato rilievo è la previsione ampliativa dei presupposti per attivare lo strumento intercettivo (introdotta dall’articolo 2, comma 1-quater, della legge in esame, che sul punto innova il disposto del comma 1 dell’articolo 226): ne è consentito il ricorso non più solo quando sia necessario per l’acquisizione di notizie concernenti la prevenzione dei delitti di cui agli articoli 407, comma 2, lettera a), e 51, comma 3-bis, del Cpp, ma anche quando tale necessità acquisitiva riguardi i delitti di cui all’articolo 51, comma 3-quater, del codice di procedura penale (si tratta dei delitti consumati o tentati con finalità di terrorismo), se commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche.

La previsione assume particolare rilievo con riferimento ai reati di cui agli articoli 270-quater, 270-quater.1, e 270-quinquies del Cp, se e in quanto commessi con le modalità e i mezzi sopra indicati.

Viene inoltre prevista la possibilità per il procuratore di autorizzare, per un periodo comunque non superiore a ventiquattro mesi, la conservazione dei dati acquisiti, anche relativi al traffico telematico: ciò in deroga alla previsione generale, contenuta nel comma 3 dell’articolo 226, secondo cui va ordinariamente disposta l’immediata distruzione dei supporti e dei verbali delle operazioni intercettive.

Infine, nella consapevolezza delle difficoltà connesse alle esigenze di traduzione delle attività intercettate, è stabilita l’estensione a dieci giorni del termine, ordinariamente fissato in cinque giorni, per il deposito presso il procuratore che ha autorizzato le operazioni intercettive del verbale e dei supporti, quando appunto emergono problematiche connesse alla traduzione delle conversazioni.


Intervista a Najat Vallaud-Belkacem, ministra dell’Educazione nazionale di Francia «Certi allievi hanno un sistema di riferimento basato non sulla scuola o sui media, ma sui siti complottisti»

Fonte:

Corriere della Sera, 15 Aprile 2014

Autore:

Stefano Montefiori

«Scuola dei valori non solo del sapere» Parigi cerca risposte contro il fanatismo

Parigi Nell’ufficio che fu di Jules Ferry, promotore nell’Ottocento della scuola «gratuita e obbligatoria» pilastro della Francia, siede — per la prima volta nella storia — una donna. Najat Vallaud-Belkacem, 37enne nata a Beni Chiker (Marocco), è la ministra dell’Educazione nazionale. Un ruolo chiave nel Paese che si vuole in crisi di identità, ancora di più dopo gli attentati di gennaio.

Da mesi tutti gli occhi sono puntati sulla scuola, giudicata l’unica risorsa contro il terrorismo interno.

«La reazione agli attentati è stata molto interessante. I francesi avrebbero potuto cadere nella ricerca di un capro espiatorio, cedere alla diffidenza, invece l’u gennaio sono scesi in piazza a milioni, e si sono chiesti “come possiamo educare i nostri figli perché tutto questo non accada di nuovo”».

Sente il peso della responsabilità?

«Quel giorno chi mi incontrava mi diceva “adesso contiamo su di lei, tocca alla scuola”. Non ero molto a mio agio, ma al tempo stesso la sfida è entusiasmante».

Ci sono stati incidenti durante il minuto di silenzio in memoria delle vittime, alcuni allievi non hanno voluto rispettarlo.

«In quei giorni la scuola è diventata la fonte di tutte le speranze e allo stesso tempo la spia di tutto quel che non va nella nostra società. Ecco perché ho voluto aspettare qualche giorno, azzerare gli impegni, e ascoltare tutti, insegnanti, genitori, studenti. Alla fine abbiamo deciso di lanciare le “Assise per i valori della Repubblica”, delle riunioni che si tengono nelle scuole di tutta la Francia alle quali partecipano insegnanti, associazioni, politici locali. Il 12 maggio l’esperienza si chiuderà e faremo il bilancio».

Quali segnali ha gli raccolto?

«Prima di tutto una partecipazione enorme, a ogni riunione ci sono 3oo o 40o persone anche nei villaggi più piccoli. Poi, finalmente, si sta facendo largo la convinzione che la scuola non può e non deve trasmettere solo saperi ma anche valori».

Questa è una frattura profonda: alcuni politici e intellettuali che amano descrivere il declino della Francia lo attribuiscono in primo luogo alla scuola che ha perso autorità, che si preoccupa di troppe cose e non abbastanza di impartire conoscenze. È un dibattito eterno anche in Italia.

«Da noi prende la forma di una contrapposizione tra i cosiddetti pedagogisti, che predicano la realizzazione del bambino in classe, e i repubblicani, che vorrebbero trasmettere puramente saperi, istruire piuttosto che educare. Io non credo che sia possibile separare i due aspetti. Saperi e valori si influenzano. Gli allievi più in difficoltà, che stentano a padroneggiare il francese, la comunicazione verbale, cadono più facilmente nella violenza fisica, non riescono a vivere insieme agli altri. Vale anche nell’altro senso, i bambini che hanno acquisito i valori della cittadinanza hanno voti migliori».

Ma chi stabilisce i valori?

«Alcuni allievi chiedevano “perché la libertà di espressione va protetta e poi Dieudonné viene processato?” Sono questioni complicate, e alcuni insegnanti ci hanno chiesto aiuto. Abbiamo fatto ricorso à esperti che per due giorni hanno dato degli elementi utili a 1000 “formatori”, che stanno attraversando la Francia per aiutare gli insegnanti. Certi allievi hanno un sistema di riferimento basato non sulla scuola o sui media, ma sui siti complottisti. Siamo in competizione con una sorta di quarta dimensione, agiamo di conseguenza. Un’altra novità importante sono “i riservisti”».

Che cosa sono i «riservisti»?

«Dopo i fatti di gennaio tantissimi francesi hanno scritto a me e al ministero per dire “vogliamo aiutare la scuola”. Avvocati, spazzini, manager, casalinghe, ognuno con una esperienza da raccontare in classe. Coi abbiamo lanciato una “riserva di cittadini” sul modello della riserva dell’esercito. In un mese e mezzo abbiamo avuto oltre 4 mila iscritti, volontari che ci aiuteranno a diffondere nelle scuole i valori della Repubblica. Il modello è Latifa Ibn Ziaten, la madre di uno dei soldati uccisi da Mohammed Merah, che oggi parla nelle scuole contro il fanatismo islamista».

Il presidente François Hollande la porta a esempio, dice che lei è la prova che «la scuola repubblicana può essere il luogo della realizzazione per tutti».

«Non ne parlo volentieri, perché nessuna dimostrazione è convincente se si basa su un solo caso, su un simbolo. Ma è vero che ho un percorso particolare, nata in Marocco, famiglia povera, e ministra dell’Educazione. Una buona pubblicità per la scuola francese, che ne ha molto bisogno».

Terrorismo, due adolescenti fermati in Gran Bretagna, pianificavano attentati

Un 14enne e una 16enne sono stati fermati dopo che la polizia ha esaminato i loro smartphone e pc. Provengono dalla stessa contea dei 9 giovani fermati e detenuti in Turchia mentre si apprestavano a entrare in Siria, ma le due inchieste non sono collegate.

LONDRA – Un 14enne e una 16enne sono stati arrestati nel Regno Unito perché sospettati di pianificare attacchi terroristici. Il primo è stato fermato a Blackburn, in Lancashire, dopo che la polizia giovedì ha esaminato diversi dispositivi elettronici e perquisito una abitazione.

La ragazza, invece, è stata fermata dopo che la polizia ieri ha perquisito una casa a Longsight, vicino Manchester, nel corso della stessa indagine. Nei loro pc e smartphone sono stati trovati indizi considerati dagli investigatori sufficienti a far scattare le manette intorno ai loro polsi. Per entrambi è stata fissata la libertà su cauzione. Gli arresti, tuttavia, non sarebbero legati all’inchiesta sui nove giovani di Rochdale (Greater Manchester) fermati e detenuti in Turchia mentre si apprestavano a entrare in Siria, da cui tornano sempre più di frequente miliziani addestrati e pronti a riversare in patria le violenze. La stima del numero dei foreign fightersin Gran Bretagna ne indica circa 600, dei quali la metà è rientrata nel paese europeo.

fonte

Al Qaeda si scioglie, ma per fondersi con l’Isis: la Jihad sarà più pericolosa

Fonte: Il Secolo d’Italia, 3 Aprile 2015
Autore: Ezio Miles

Al Qaeda sta per sciogliersi. Ma non è una bella notizia, perché l’organizzazione terroristica fondata a suo tempo da Bin Laden si fonderà con l’Isis. Così il fronte della Jihad si unifica, diventando più forte e più pericoloso. A riferire la notizia è il quotidiano panarabo Al Hayat, pubblicando le rivelazioni di un qaedista doc, Ayman al Din , che da anni collabora con i servizi segreti britannici .  Secondo al Din, Ayman al-Zawahiri, attuale capo di Al Qaeda, sarebbe in procinto  porre fine alla rivalità interna tra i jihadisti. Zawahri lascerebbe libere le branche di Al Qaeda in ogni Paese, compreso il Fronte al Nusra in Siria, di slegarsi dall’organizzazione e “fondersi con altri movimenti jihadisti”. E in primo luogo, appunto,  l’Isis. Tuttavia, Al Zawahri avrebbe chiesto di “mantenere la leadership a livello mondiale di Al Qaida”. L’ex qaedista – riferisce sempre Al Hayat – ritiene che “i legami con al-Qaeda sono divenuti ultimamente un onere per le cellule jihadiste, affondate nei conflitti locali, come quello che accade al Fronte al-Nusra in Siria ed ad Aqap (al-Qaeda nella penisola arabica, ndr) in Yemen”. La scissione da al-Qaeda – afferma Dean – “potrebbe aprire la strada ad al-Nusra per stringere alleanze con altri gruppi jihadisti in Siria e rilanciare il suo progetto di fondare un Emirato nel nord della Siria, dopo aver conquistato recentemente con altre milizie islamiche la città di Idlib”. Comunque la vogliamo vedere non si tratta di una novità tranquillizzante. L’Isis rappresenta un salto di qualità criminale rispetto alla già feroce Al Qaida. E il suo ulteriore rafforzamento non può che portare a un recrudescenza degli attacchi jihadisti. Le truppe dell’Isis sono formate da combattenti “regolari”. Gli scontri con l’esercito iracheno e con i militari di Bashar Assad in Siria sono avvenuti in una maniera “tradizionale”, in trincea, senza ricorsi a tecniche di guerriglia, e con una “catena di comando” abbastanza precisa. Al Qaeda, invece, ha sempre colpito il “nemico” in maniera irregolare con attentati di matrice terroristica come è accaduto l’11 settembre alle Torri Gemelle. La differenza è ben sintetizzata da un’affermazione di William McCants, un ricercatore della Brookings Institution: Isis “è un gruppo di insorti in piena.

Altro articolo collegato e molto interessante è

Le differenze fra ISIS e Al Qaida, 24 Agosto 2014

L’obiettivo finale è il jihad globale, la guerra santa dell’Islam contro tutti gli infedeli del mondo. Con un “sogno”: conquistare Roma, il simbolo della cristianità. Sia Isis che Al Qaeda, dunque, hanno lo stesso progetto: eppure le due organizzazioni sono così diverse, tanto da presentare più differenze che convergenze.

Il controllo di un territorio.

Al Qaeda non ha mai avuto il controllo su un preciso territorio. L’Afghanistan ha rappresentato una base negli anni del regime talebano, ma Osama Bin Laden non ha mai avuto un ruolo “politico” durante la dittatura taliban a Kabul. Al contrario l’Isis, che non a caso è lo Stato Islamico, governa varie zone della Siria e dell’Iraq sottoponendo a un diretto controllo anche fiscale la popolazione di quelle zone. Il Califfo Ibrihaim, meglio noto con il nome di Abu Bakr al Baghdadi, esercita insomma un comando politico.

L’organizzazione militare: truppe “contro” terroristi.

Le truppe dell’Isis sono formate da combattenti “regolari”. Gli scontri con l’esercito iracheno e con i militari di Bashar Assad in Siria sono avvenuti in una maniera “tradizionale”, in trincea, senza ricorsi a tecniche di guerriglia, e con una “catena di comando” abbastanza precisa. Al Qaeda, invece, ha sempre colpito il “nemico” in maniera irregolare con attentati di matrice terroristica come è accaduto l’11 settembre alle Torri Gemelle. La differenza è ben sintetizzata da un’affermazione di William McCants, un ricercatore della Brookings Institution: Isis “è un gruppo di insorti in piena e non è particolarmente corretto parlare di loro come un gruppo terroristico”.

La forza di colpire l’Occidente.

La conseguenza di queste riflessioni si riverbera anche sulla modalità di attaccare eventualmente l’Occidente. La struttura militare di Isis non prevede “cellule” terroristiche, in quanto punta alla conquista diretta del territorio per allargare i confini del Califfato. Abu Bakr al Baghdadi ha chiesto esplicitamente ai musulmani di ribellarsi ai governi nazionali (dal Nord Africa alle Filippine) in favore dell’annessione allo Stato Islamico. In tal senso non c’è la “snellezza” di un’organizzazione terroristica come al Qaeda, che riusciva a muovere le sue pedine in maniera relativamente semplice. L’unica leva che può scuotere il Califfo è quella della propaganda per mobilitare “cani sciolti” dell’estremismo islamico presenti sul territorio occidentale.

La nascita Califfato.

Osama Bin Laden voleva un Califfato, lo immaginava come il punto di approdo di un percorso, ma per la sua nascita attendeva il momento propizio affinché ci fosse la giusta unità nel mondo islamico. Abu Bakr al Baghdadi si è invece autoproclamato Califfo dopo aver preso il controllo di alcune zone tra Siria e Iraq: una sfida sfrontata, in quanto chiede una sottomissione al suo comando. Nemmeno Bin Laden, con il suo carisma, era arrivato a tanto.

Antisemitismo della cellula terroristica di Andria andria Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande I jihadisti di casa nostra

Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande

I jihadisti di casa nostra

Ciò che sorprende, leggendo le parole degli estremisti islamici raccolte nelle motivazioni della sentenza contro la cellula di Andria, è il loro odio feroce. Un odio talmente assoluto contro gli apostati e gli infedeli (cioè tutto l’Occidente in blocco, compresi i regimi arabi corrotti e pronti a collaborare) da apparire a tratti irreale. Dalle circa 60o pagine firmate dal giudice Antonio Diella emerge uno spaccato umano inquietante: un piccolo gruppo dedito al fanatismo, sorto intorno a un call center e a un improvvisato centro di cultura islamica, entrambi gestiti da Hosni Hachemi Ben Hassen. Quando gli affiliati parlano di gruppo o di fratelli non si riferiscono mai a un’entità generica, ma ai gruppi pronti a partire per il jihad, lungo i fronti caldi di mezzo mondo. Il piccolo gruppo condannato si è formato ad Andria, ma era ben collegato con una rete che va dalla Lombardia ad altri paesi europei, fino all’Afghanistan, dove erano sorti numerosi campi di addestramento, prima che la Siria diventasse l’epicentro mondiale del totalitarismo islamista. Il gruppo era costantemente connesso alla rete, da cui scaricava materiali di propaganda, a volte molto dozzinali, ma altre volte abbastanza sofisticati. Come, ad esempio, i poderosi manuali di Abu Musab Al Suri, il primo teorico del jihad ad aver sostenuto la necessità di organizzare la lotta in piccole cellule parallele, senza molti contatti tra di loro. Quella di Andria era una di queste, ma molto simili erano in fondo anche quelle che hanno agito a Parigi o a Copenaghen. La rete si tiene insieme quasi unicamente su una ideologia veicolata in maniera fluida attraverso il web. In particolare, c’è un ossessione della morte, che appare come la totale perversione di ogni fondamento religioso. In uno dei messaggi che i componenti della cellula si scambiano si legge: «Possa Dio sparpagliare i nostri corpi per la sua causa. Voglio che le mie carni vadano in pezzi». I componenti della cellula vivono in Italia, ma sono completamente separati dal resto della società. Completamente separati anche dal resto degli immigrati magrebini. Chiusi in se stessi, non vogliono fare altro che dedicarsi al loro credo totale. Un credo che non ha nulla di propositivo, salvo cercare perversamente la «bella morte», e molto di distruttivo e autodistruttivo. Gli ebrei sono il principale bersaglio del loro odio feroce. Non c’è pagina in cui non si invochi il loro sterminio. In una delle intercettazioni, a ridosso dell’anniversario della Shoah, due di loro si chiedono perché Hitler non abbia uccisi tutti gli ebrei e gli omosessuali: «Ha fatto bene a bruciarli. Se lui li aveva distrutti tutti, il mondo sarebbe meglio». A conferma, ancora una volta, della strana identità di vedute tra l’estremismo islamista e i gruppuscoli neonazisti.