Black Metal contro gli Antifa (Autrice: Helena Semenyaka, tradotto in ITA)

In allegato al PDF sottostante ed anche in formato di testo la traduzione in italiano dell’articolo di Helena Semenyaka che tratta del fenomeno antifa che si scontra con il Black Metal in generale. Il discorso viene preso non in modo strettamente “ideologico/politico” bensì in modo largo ed argomentato a partire dai riferimenti “totalitari” nell’arte, con riferimenti filosofici vari dai quali si comprende la vasta cultura e capacità argomentativa dell’autrice. Buona lettura agli interessati

Black Metal Contro gli Antifa – Helena Semenyaka

Black Metal contro gli Antifa

La recente ondata di attività degli antifa che hanno portato a cancellazioni di concerti Black Metal hanno rovinato lo spettacolo non solo a quelli che avevano acquistato i biglietti. L’attacco indiscriminato a bands Black Metal che non hanno mai dichiarato di essere politicizzate non lascia alcun dubbio sul fatto che gli apostoli dell’inclusività totale usino il cosiddetto “estremismo” semplicemente come un pretesto per emarginare quelli che hanno una visione non stupidamente positiva della realtà.

Lo sterile universo degli antifa stranamente somiglia al futuro distopico raffigurato nel film Equilibrium, il mondo apocalittico post-nucleare nel quale tutti i sentimenti e le forme di espressione artistica sono illegali. Questo mondo è abitato dalla nazione di Libria che inietta quotidianamente la sostanza che rimuove le emozioni “per prevenire la guerra”. Non a caso, la sensazione inquietante è che la Black Metal art è la prima arte da sacrificare sull’altare di questa religione quasi umanistica.

Su scala più larga comunque questa tragicommedia potrebbe avvicinarsi alla risoluzione della crisi che ha travolto la scena Black Metal fin dal suo ingresso nel mainstream. Riguardo a ciò, le limitazioni quantitative (cancellazioni di concerti, diminuzione del pubblico raggiunto, arresto dell’espansione), fanno presagire un aumento della qualità di quest’arte, che è stata per così a lungo relegata in un angolo distante dalla sua essenza, o persino all’auto-ironia. Pur lontani da un ennesimo messaggio stile “pensa positivo”, non si deve dimenticare il bisogno di creare zone libere dagli antifa nell’industria musicale; zone in cui si faccia informazione e si marginalizzi socialmente questo “movimento”, come accade in tutta l’Europa dell’Est.
Ma almeno un risultato è sicuramente positivo: il conflitto descritto non è compatibile con la definizione di cultura della guerra fra gruppi in competizione perché ai cosiddetti antifa non corrisponde alcuna agenda culturale né intellettuale. Non vi è una mera collisione politica, a meno che consideriamo “politica” l’estrema polarizzazione fra “noi” e “loro” che può emergere in qualunque ambito delle questioni umane (arte, religione, scienza), come compreso a suo tempo dal filosofo politico ed avvocato Carl Schmitt.

 

Questo è lo scontro tra due tipologie umane metafisiche ed antropologiche, che alla fine mostra il vero orizzonte del potenziale Black Metal. Inutile dirlo, la tipologia umana che deve ricorrere a rimedi legali per crearsi un’illusione di vittoria ha già perso.

Se si ricorda il motto dell’Illuminazione come formulato da Immanuel Kant, “Devi avere il coraggio di usare la tua ragione senza la guida di un altro (Sapere aude!), non si vedrà alcuna esagerazione nel dire che oggi, per preservare il proprio status di intellettuale, si deve detestare chi difende la correttezza politica, a prescindere dalle reali opinioni politiche che si hanno.

Già nel 2016 stavo per pubblicare un articolo illustrato sui simboli totalitari e sui riferimenti, sull’ideologia che ispirò provocazioni misantropiche, “estetica dell’uniforme” e anche semplicemente il “volgare sfoggio di potenza” che è stato trattato in modo impressionante e che è persino diventato parte della cultura di massa grazie alla creatività di varie bands come Laibach, Slayer, Pantera, Type O Negative (dal testo ironico di una canzone dei Carnivore “Gesù Hitler, Adolf Cristo, è questa la seconda venuta del Quarto Reich?”, sarebbe la migliore epigrafe per il pezzo dato), Marylin Manson, Rammstein, Deathstars, Feindflug, Therion, Lux Occulta, senza menzionare le bands Neofolk / industrial come Death in June, NON, Blood Axis or Von Thronstahl e molte altre. Persino Lady Gaga, nel videoclip “Alejandro” ha usato un pizzico di estetica “Nazi hollywoodiana”.

Se estendiamo il campo, questa estetizzazione del “totalitarismo” è stata innescata inizialmente dai film di successo cinematografico e, nel complesso, dalla crescente domanda di forme artistiche radicali negli anni ’90. Non c’è bisogno di dilungarsi esclusivamente su classici come Il Portiere di Notte, film del 1974 diretto da Liliana Cavani, che ha dato il via alla cultura “nazi-fetish” e ha dato i natali alle varie versioni più trash di “sfruttamento sessuale dell’immaginario nazi”.

Si può sicuramente menzionare il vangelo cinematografico della consapevolezza dell’Olocausto, Schindler’s List di Steven Spielberg (1993): uno dei personaggi principali, Amon Goeth, interpretato dal carismatico Ralph Fiennes, è un chiaro esempio di estetizzazione non intenzionale di un criminale di guerra.

 

Il Secondo Atto del Musical di Schlinder’s List (2013), l’aria del cosiddetto “Imperatore Amon” intitolata “Ti Perdono”, interpretata da Al Kaplan e vietata in Germania, Francia ed Israele, non emergerebbe mai senza questo splendido ritratto.

Eppure i cattivi attraenti, compresi i personaggi basati sulla vera storia politica, sono parte integrante del codice culturale occidentale, così come l’opera oscena del Marchese de Sade. Secondi i principi basilari della cultura Occidentale legale (la differenza fra legge e moralità, la presunzione di innocenza, “tutto ciò che non è vietato è permesso”), non vi è nulla di sbagliato o illegale immaginare il male ed apprezzare le azioni che riescono con successo a portarlo avanti.

Sicuramente si potrebbe andare indietro e rintracciare queste influenze per le simpatie filo-Tedesche di Elvis Presley o anche nel pezzo “Heroes” di David Bowie. Tuttavia le bands industrial o Black Metal sono più rilevanti dal momento che nel loro caso forma e contenuti radicali vanno di pari passo, o meglio, il contenuto radicale è semplicemente richiesto da queste nuove forme musicali.

Alcune delle bands menzionate in precedenza hanno solo fatto allusioni al totalitarismo ed hanno fornito ampie spiegazioni per gli spettatori inesperti in tale arte sulla loro pagina facebook. (La Bardot dei Therion ispirò il loro pezzo “Initials B.B.”)

Altri, come la band Laibach, rappresentano una sofisticata interpretazione artistica dello studio molto profondo degli aspetti maestosi delle ideologie totalitarie e radicali, specialmente di sinistra.

“Balliamo ad Ado Hinkel

Benzino Napoloni

Balliamo a Schiklgruber

E balliamo con Maitreya

Con il totalitarismo

E con la democrazia

Balliamo col fascismo

E con l’Anarchia Rossa.” (testo originale in tedesco)

Il contributo dei Laibach ad Iron Sky, un film fantascientifico del 2012 che trattava della ritirata dei Nazisti sulla luna dopo la guerra e dell’invasione della Terra del 2018, nei fatti ha reso la loro creatività, specialmente la canzone iconica B-Machine, più comica o ironica di quanto essa è in realtà. Questo non cambia il fatto che i Laibach, prima di tutto, sono artisti che possono tollerare la censura solamente quando decidono di esibirsi in Corea del Nord.

I Von Thronstahl, come i Laibach, sono musicisti, ricercatori e politici allo stesso tempo: in questo caso, il canone ideologico e culturale è definito in modo naturale come “la rivolta trasformata in stile” (“Hugo Boss und Lagerfeld, Yves Saint Laurent et Louis Vuitton, diktieren wie es uns gefällt”). Specialmente quando il messaggio viene consegnato e rafforzato da “ragazze in uniforme” come Runa.

Sporadicamente, anche la trattazione delle ideologie estreme nel videoclip “Kiss My Sword” dei Lux Occulta rappresentano un’incredibile analisi filosofica sia con i presunti sforzi di Aleister Crowley di familiarizzare con Hitler, Stalin e Churchill con “Il Libro della Legge”. Si dice che esso fu dettato a Crowley al Cairo dopo che passò una notte nella Camera del Re della Grande Piramide. Oppure si può menzionare il fenomeno stesso del leader autoritario come “la verità”, il lato oscuro o la quintessenza dell’aderenza a Thelema (“Chi è legge per sé stesso, non ha bisogno di legge, non infrange nessuna legge ed è davvero un re”), o anche il Superuomo della modernità senza dio (Quando gli dei dormono, io domino questo mondo schifoso).

Il fascino per “La Grande Bestia”, molto probabilmente è quello che unisce queste tipologie di riferimenti “totalitari” da parte dei Therion, dei Lux Occulta e dei Current93 (Hitler come Kalki).

 

 

Anche se semi-ironici, distopici, esibiti solo per shockare, per scherzare (come Nergal dei Behemoth che interpreta il ruolo di un Nazi nel film tedesco del 2013 AmbaSSada) o persino glamour, questi casi hanno legittimato da tempo il retaggio “totalitario” tramite un vasto sfruttamento culturale.

Il mio discorso non è quello di svelare altri possibili obiettivi per la caccia alle streghe, ma quando gli antifa si resero finalmente conto della crudele realtà della società Occidentale, inizialmente non riuscivo a credere che le loro minacce potessero essere prese sul serio. Nell’Europa dell’Est e nel Baltico, con la conferenza etnofuturista a Tallin come ultimo esempio, nessuno capisce cosa diavolo vogliano persino quando cercano di interrompere un incontro apertamente politico facendo chiamate telefoniche e rivelazioni riguardo gli “raduni di estrema destra”; nessuno vede il motivo per cui questi ultimi debbano essere considerati univocamente negativi.

Altrimenti la satira politica, per esempio quella di Charlie Chaplin, diventa impossibile. La canzone “Der Mussolini” da parte della band electropunk D.A.F (che sta per “Amicizia Americana-Tedesca” – Deutsch-Amerikanische Freundschaft), che fu registrata nel 1981 e coverizzata, fra gli altri, dagli Atrocity con Liv Kristine, fa propaganda o condanna i regimi totalitari? Dopotutto, Mussolini, Hitler, il comunismo e Gesù Cristo (il clericalismo) sono messi qui sullo stesso piano, forse questo è “pericoloso”? Il recente film “La Morte di Stalin”, che è stato censurato in Russia e Bielorussia, dovrebbe essere bandito ovunque?

Il contrasto intellettuale tra gli antifa ed un altro musicista Black Metal nella loro lista nera, Famine dei Peste Noire, è particolarmente suggestivo.

I “Panzer Division” Marduk ed i Taake erano anche nella lista nella bozza del mio articolo come le band che sono riuscite con successo a fare un album concettuale sull’eredità storica del Terzo Reich e a giocare con simbologia e riferimenti “estremisti”. Ci si può ricordare il titolo dell’album degli Immortal “Pure Holocaust” o i titoli “controversi” di alcune canzioni, come “IndoctriNation” e “Architecture of a Genocidal Nature” dall’album del 2001 dei Dimmu Borgir in modo delizioso, per un orecchio Black Metal, “Puritanical Euphoric Misanthropia”.

Si possono trovare facilmente riferimenti lirici e metafore simili nei lavori di altri artisti Black Metal dello stesso livello.

Comunque, non avevo terminato questo pezzo non solo a causa della cronica mancanza di tempo ma anche perché semplicemente avevo perso il conto delle varie storie “politicamente scorrette” nelle quali era coinvolto Donald Trump durante la sua campagna elettorale. Era iniziata con il retweet di “una citazione molto bella” di Benito Mussolini ed un retweet di un immagine in cui era raffigurato Trump che lancia Bernie Sanders in una camera a gas. La mia idea era mostrare quanto queste immagini “estremiste” artisticamente sdoganate trovino spazio in politica e diventino parte del capitale politico e portino persino dividendi elettorali.

Quando ho visto che questi episodi non sembrano nuocere affatto alla sua reputazione, ero già preparata per l’imminente cambiamento politico nell’intera regione euroatlantica. A prescindere ciò che uno può pensare di Trump, è difficile non dare all’Alt-Right il merito per aver portato la “guerra culturale” politicamente motivata totalmente ad un nuovo livello; essa ha inoltre decriminalizzato dei motivi abbastanza innocentemente “politicamente scorretti” ponendoli sotto forma di umorismo, con una notevole creatività concettuale. Solo la reinvenzione di Pepe the Frog, così come la conseguente mitologia trolleggiante dell’Alt-Right, si meriterebbe un premio Nobel in tecnologie dei media e networking, indipendentemente dalla propria appartenenza ideologica.

Inoltre, le serie comiche di Hitler Hipster, note anche come “Adolf Hipster”, i gatti “Kitler” con “i baffetti di hitler”, un sacco di remakes ironici su youtube della famosa scena del Bunker (discorso di Hitler, indignazione di Hitler) del film “La Caduta”, come i negozi ordinari a tema Nazi nel mondo asiatico (“The Soldaten Kaffee” a Jakarta, in Indonesia, che è stato infine chiuso nel 2017, il ristorante Croce di Hitler a Mumbai, in India, o il Bar Hitler in Corea del Sud) sembrano un eco dal passato.

Il lato più oscuro di questo processo, che è considerato molto grave da molti, è la discutibile attivazione convulsiva di gruppi Antifa anonimi e, in generale, la crescita dell’isteria della sinistra progressista.

Sicuramente il caso dei Taake non riguarda la “censura di sinistra progressista contro le idee di estrema destra”. Sarebbe così se i Taake fossero una band NSBM. Anche se i Taake fossero una band che celebrasse le radici culturali Norvegesi, la sua mitologia e la sua storia, potrebbero facilmente negare di essere associati ai “Neonazi”, come fecero i Tyr registrando la canzone “The Shadow of the Swastica”.

L’obiettivo di Hoest nel mostrare una svastica disegnata sul suo petto durante un live in Germania nel 2007 era apparentemente diverso; il frontman dei Tyr Heri Joensen, era riluttante ad assumersi la responsabilità per i crimini commessi dagli altri (“Tu puoi spingere i peccati di tuo padre dove la luce non può passare, e baciare il mio culo scandinavo”). Hoest, in questo caso, non c’entrava niente con la storia.

Al contrario di molte bands Death metal / grindcore come Cannibal Corpse, i quali, con rare eccezioni sullo stile di “Slowly We Rot” degli Obituary, esprimono in musica la realtà dei film horror trash e lasciano all’ascoltatore un messaggio dozzinale, la cosiddetta “estetizzazione del male” del Black Metal spesso si appoggia sul sentimento Kantiano del sublime, in un senso di libertà selvaggia ed elementale. Il Black Metal è generalmente interessato al male metafisico piuttosto che al male sociopolitico, altrimenti ci sarebbero più bands di sinistra come i Bolt Thrower o i Napalm Death all’interno di questo genere. Il Black Metal si impegna allo stesso modo nelle polemiche dal punto di vista metafisico contro il Cristianesimo o l’Islam.

In questo senso, i Lux Occulta avevano completamente ragione quando collegavano la forma finale della Legge della Volontà di Crowley (“Fai ciò che vuoi” sarà tutta la Legge) all’apoteosi della volontà dei regimi totalitari. Questo perchè lo sfruttamento artistico dei simboli “totalitari” o controversi delle bands Black Metal possono essere non solo una parte naturale o un’espressione concentrata dei temi misantropici, distruttivi e aggressivi che trattano nella loro creatività, come nel caso di Hoest dei Taake.

 

 

Nel 21-simo secolo, i simboli totalitari (nonostante i rappresentanti di alcune organizzazioni politiche revisioniste affermano il contrario) hanno perso il loro significato direttamente ideologico e rappresentano ormai il lato oscuro (o la conclusione logica?) dell’auto-elevazione autonoma nell’età moderna, una sorta di fonte di rispettive “grandi narrazioni”. Fondamentalmente, questa è la questione filosofica che non si riduce al fenomeno della dittatura, e solo gli ignoranti ed i nemici della libertà intellettuale possono criminalizzare l’esplorazione artistica delle dialettiche autoritarie del volontarismo soggettivo e della totale mobilitazione.

Come ha dimostrato Oswald Spengler, il Cesarismo (autoritarismo) ed il populismo (democrazia) sono più che incompatibili, quindi le implicazioni totalitarie / radicali / distruttive della volontà di potenza individuale sono correlati alla cultura moderna individualista come una forma necessaria di autoriflessione. Ed è una questione di cosa è “peggiore” o più ambiguo, è la loro resa artistica ironica o misantropica. In altre parole, solo una piccola parte dei casi in esame permette un’ulteriore indagine: dichiarazioni politiche confermate e programmi di partito. Qualunque altra cosa è una violazione della libertà di coscienza individuale.

Per il resto, è ridicolo anche discutere sui gesti e sui testi anti-Islamici dei Taake, band anti-Cristiana ed anti-Religiosa. Oggi, per prevenire spiacevoli problemi, sembra che uno debba iniziare una carriera musicale registrando una canzone che assicuri che l’odio dell’artista è uguale per tutto, come hanno fatto i Type O Negative (“We Hate Everyone”).

“Marchiato come Sessista

Etichettato come Razzista

Volete sia chiaro?

Guardati allo specchio.

Non ce ne frega (Non ce ne frega)

Di quello che pensi (di quello che pensi)

Non ce ne frega (Non ce ne frega)

Di quello che pensi

Bugie e calunnie invano cercano di farci vergognare

Rivolte, proteste e violenza ci rendono semplicemente famosi.

Interviste televisive, pubblicità gratis

Vendite che crescono vertiginosamente

La sinistra dice che sono fascista

La destra mi chiama comunista.
Odio, odio, odio, odio per tutti. Per ognuno e per tutti.”
Anche la reazione del frontman dei Watain Erik Danielsson agli ultimi attacchi fantasiosi degli antifa dopo che hanno scoperto una foto del chitarrista live dei Watain Set Teitan che faceva un “saluto Nazi” non è stata lontana da questo atteggiamento. Di seguito la sua dichiarazione presentata alla redazione dell’isterico portale MetalSucks:

“Il gesto in quella foto è stato fatto per scherzo e questo è tutto quello che c’è da dire a riguardo. Tuttavia, per porre fine a questa sciocchezza lunga e fastidiosa il chitarrista in questione ha deciso di farsi da parte per un certo lasso di tempo, per evitare ulteriori discussioni inutili sul tema.”

“Inoltre sputiamo sulla crassa ignoranza di tutti quelli che sostengono che i Watain abbiano una qualche agenda politica; per 20 anni abbiamo dimostrato il contrario e la gente dovrebbe saperlo meglio ora. Infine vorremmo mandare a fanculo di cuore tutti quelli che continuano a dare da mangiare l’isterica morale da caccia alle streghe che sta oggi infestando tutta la cultura Heavy Metal mondiale. Ave Satana!”.

 

 

 

Molto probabilmente, le anime sensibili dei guerrieri Antifa non perdoneranno ad Erik la sua descrizione del pubblico metal in Francia, in un’intervista con Duke TV; egli lo definiva non solo “più selvaggio e violento” che in altre nazioni d’Europa ma anche “un vero pubblico Black Metal” in cui la tipologia “hipster” non è così diffusa come altrove.

Personalmente, disprezzo il “Politicamente Corretto”, in primis dal punto di vista intellettuale, in quanto sono contraria a qualunque forma di reato del pensiero e gabbie mentali. In secondo luogo, lo disprezzo dal punto di vista Nietzscheano, che significa resistere alle minacce di paura, senso di colpa e vergogna. Soltanto in terzo luogo lo disprezzo da conservative-rivoluzionaria / terzoposizionista a cui piace trollare i cervelli atrofizzati dei progressisti di sinistra e dei Putiniani.

La conclusione è che non si dovrebbero fare semplici provocazioni “politicamente scorrette”. Al giorno d’oggi si tratta di un intrattenimento abbastanza aristocratico che richiede una copertura politica. Tuttavia qualunque persona intelligente dovrebbe sicuramente schierarsi contro il costante imbarbarimento dell’Occidente sotto la maschera dell’umanesimo, sistematicamente ed in senso pratico insieme agli altri. Non c’è bisogno di aspettare un altro attacco; per quello che vediamo, ci sono molte possibilità per affrontare i rappresentanti degli Antifa, che sono, più precisamente, un movimento Anti-Cultura.

Una volta il teorico della Scuola di Francoforte Theodor Adorno sottolineò che “non può esserci poesia dopo Auschwitz (l’originale era “scrivere poesie dopo Auschwitz è barbaro”); questa frase è stata estesa ulteriormente al livello che “non può esserci cultura, storia e letteratura dopo Auschwitz”. Comunque, dubito che avrebbe fatto tutti questi sforzi intellettuali per le generazioni future se avesse saputo che i suoi eredi contemporanei diretti o indiretti, come il movimento Antifa, lo avrebbero preso alla lettera.

 

 

Anche se l’Est Europa è il contrario della società Occidentale quando ci si rapporta con il problema Antifa e se la decomunistizzazione dell’Ucraina non lascia possibilità alla Sinistra Radicale, sono d’accordo con l’ultima dichiarazione dei Taake; essi affermano che c’è un qualcosa di più globale alle loro spalle: la stessa cultura Occidentale. Secondo me, le basi dell’attuale crisi si possono trovare già anni, se non addirittura secoli fa. Tuttavia l’imperativo morale della nostra grande Eredità di non soccombere a quelle strane deviazioni che oggi osserviamo è ancora sentito. Ricreare o creare qualcosa di nuovo, tocca a noi. Una cosa è chiara: non vi deve essere spazio per l’eutanasia umanistica della storia, della cultura e dell’arte nel futuro previsto dell’Occidente.

 

 

Fonte Originale:
https://helenasemenyaka.wordpress.com/2018/03/26/black-metal-against-antifa/

 

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Arrestato presunto jihadista molto attivo sui social networks

Fa propaganda jihadista su Facebook: un 25enne di origine marocchina fermato con l’accusa di istigazione al terrorismo Pubblicava foto di decapitazioni e monumenti come la torre pendente e la Statua della Libertà, possibili obiettivi di attentati

Roma Tre diversi profili su Facebook, la partecipazione a chat e gruppi di discussione. Tutti rigorosamente via web. Jalal El Hanaoui, 25 anni di origine marocchina, è stato arrestato ieri mattina dagli uomini della Polizia di Stato di Pisa, su ordine del tribunale di Firenze, con l’accusa di istigazione al terrorismo aggravata della divulgazione via web. E’ una delle prime applicazioni delle norme antiterrorismo votate dal Parlamento lo scorso mese. Jalal El Hanaoui avrebbe fatto proseliti solo via internet ma senza mai aver organizzato (né tantomeno realizzato) un attentato terroristico. Circostanza, questa, che potrebbe suscitare qualche polemica o avviare un dibattito sul giro di vite dell’antiterrorismo in un ambito delicato come la garanzia del diritto di espressione.

IMMAGINI E PREGHIERE

Jalal aveva creato due profili Facebook con un nome arabo ed uno con uno pseudonimo italiano – Valerio Rosato – utilizzato forse per essere più credibile agli occhi dei possibili lettori italiani. Jalal postava su Fb anche foto di celebri monumenti dell’occidente che, almeno in teoria, avrebbero potuto diventare obiettivi di attentati terroristici. Le foto vanno dalla Statua della Libertà alla Torre di Pisa, passando per la cattedrale di San Basilio a Mosca e un muro in Israele per la separazione dei territori occupati e il Burj al Arab di Dubai. Tra le immagini c’è il disegno di una decapitazione che El Hanaoui commenta come atto di eroismo. In una foto invece si vede una scritta nel deserto che, tradotta, significa «solo la legge di Dio va seguita, mentre le leggi degli uomini devono essere distrutte». Secondo gli investigatori l’arrestato propugnava come mezzi per realizzare lo stato islamico, anche la strage, gli omicidi, gli attentanti e i danneggiamenti. In un suo commento si legge che si isserà «dal sangue la bandiera dello stato islamico»; in un altro commento esorta «i democratici ad andare via, noi faremo la jihad». E uno dei post cancellati dalla società Facebook dopo la sua pubblicazione dice: «La Danimarca ha fatto sapere che non pubblicherà le vignette blasfeme (hanno imparato la lezione): Mentre i francesi, maledetti, hanno fatto sapere che pubblicheranno nuove vignette. Lo capiranno presto con la forza che tutto ha un limite».

GLI AMBIENTI PISANI

La passione per la religione islamica sarebbe nata nel corso degli ultimi anni, prima una formazione islamica ma anche una frequentazione con piccoli spacciatori, sempre nella zona di Pisa: «Jalal da piccolo aveva frequentato una scuola coranica guidata da un imam tipo esorcista e dopo un lungo periodo di frequentazione di ambienti e persone legate al mondo degli stupefacenti, da circa un anno li avrebbe abbandonati per dedicarsi esclusivamente allo studio della religione islamica e, conseguentemente, alle vicende che interessano il medio oriente».

NIENTE MOSCHEA

Di certo, i suoi proseliti viaggiavano quasi esclusivamente su internet: «Appare singolare – scrive ancora il gip – come emerge dalle conversazioni registrate, che l’indagato non frequenti moschee della provincia di Pisa che considera luoghi di guerre di potere dove i responsabili non seguono gli insegnamenti del Corano». Dunque, Jalala «prega sempre da solo, leggendo più volte una sura». Via web El Hanaoui era entrato in contatto con altri due soggetti ritenuti pericolosi dall’antiterrorismo: Oussama Khachia, espulso il 18 gennaio scorso dall’Italia in ottemperanza alle disposizioni del ministero dell’Interno per gli stranieri che praticano attività sospette di essere finalizzate al terrorismo, e con Halili El Mahdi, nato a Ciriè (Torino), arrestato su ordine della procura di Brescia per attività finalizzate al terrorismo. Di certo, però, scrive il gip, quando El Mahdi viene arrestato il 25 marzo, Jalal ”oscura” il proprio profilo su Facebook e riduce ulteriormente i propri contatti telefonici.

Il Congresso USA equipara i blogger alternativi sul web ai terroristi dell’ISIS . In Italia si prepara la “Psico Polizia” (autore: Luciano Lago)

I bloggers, i teorici della “cospirazione” e le persone che sfidano le narrative ufficiali su internet, sono stati paragonati ai terroristi dell’ISIS nel corso di una recente udienza al Congresso degli Stati Uniti.
L’udienza, organizzata dal “Comitato di Relazioni esterne della Camera”, era stata intitolata “Facendo fronte alla Militarizzazione dell’Informazione in Russia”, nel corso di questa si è accusato il network televisivo russo RT (Russia Today) che trasmette in molteplici paesi in varie lingue, di creare le “teorie della cospirazione” per diffondere la sua propaganda.
Uno degli oratori che ha prestato la sua testimonianza è stata la ex presentatrice della RT, Liz Wahl, la quale un anno fa abbandonò la RT pubblicamente in diretta, in disaccordo con la linea seguita dal network.

Sottolineando che internet fornisce una piattaforma per “voci marginali ed estremiste”, la Wahl ha caratterizzato le persone che sfidano la narrativa ufficiale trasmessa dagli USA, come parte di un “culto”.
“Loro si mobilitano e si sentono parte di una lotta illuminata contro l’establishment…..cercano di trovare una piattaforma per esprimere i loro punti di vista frastornati”, ha detto la Wahl.
Allo stesso modo la Wahl ha giustificato le denunce di Andrew Lack, capo della Giunta dei Governatori della Radiodiffusione (BBG), il quale ha affermato che la RT costituisce una minaccia dello stesso livello che l’ISIS e Boko Haram.

“Mediante l’utilizzo di internet per mobilitare le persone che si sentono emarginate dalla società, RT gli fornisce un luogo dove possano trovare un senso di appartenenza, e questo è un problema.
Wahl è passata a lamentare il fatto che i teorici della cospirazione stavano “condizionando le opinioni in internet e nelle reti sociali . Il web si è trasformato in un faro di disinformazione, false teorie, bloggers che cercano di farsi un nome e che non hanno alcuna responsabilità per la verità”.

In realtà l’abbandono in diretta e tutta la successiva denuncia della Wahl , ampiamente pubblicizzata dai media USA,  era stato accuratamente predisposto dall’organizzazione Neo cons, “Foreign Policy Initiative (FPI), che si occupa di contrastare le informazioni della RT ed altri media russi che trasmettono in inglese. Soltanto un’ ora dopo le sue dimissioni,  la Wahl è apparsa in una intervista esclusiva rilasciata al “The Daily Beast” tramite un tal James Kirchick, esponente dell’organismo neo con FPI che aveva preparato la “sceneggiata” delle dimissioni già da mesi prima (con cui la Wahl intratteneva una relazione sentimentale).  Niente di spontaneo quindi ma solo un episodio della guerra mediatica.

Il presidente del Comitato, Ed Royce, è arrivato ad accusare le persone che pubblicano su You Tube di utilizzare la “violenza e le brutalità” per appoggiare le proprie teorie della cospirazione.

Peter Pomerantsevm dell’Istituto “Legatum”, con sede al Londra, ha affermato che le teorie della cospirazione hanno spinto verso il successo di Marine Le Pen in Francia, prima di lamentarsi del fatto che le teorie della cospirazione stavano “sfidando l’ordine globale e minacciando di affossare le Istituzioni Globali”.

Più in là della retorica incendiaria, la vera storia gira intorno al fatto che Washington si è vista sorpresa per la rapida crescita della RT, un organismo considerato di propaganda russa, contrario alla propaganda occidentale, cosa che ha portato personaggi come Hilary Clinton a riconoscere che gli USA stanno “perdendo la guerra dell’informazione”.

Tutto questo realmente non ha nulla a che vedere con la difesa della verità che i grandi media di ispirazione statunitense pretendono di avere. Quello che accade in pratica è che un grande clan mafioso, costituito dall’apparato dei media atlantisti, finanziato dai grandi organismi finanziari, viene sfidato da altri gruppi di influenza che stanno guadagnando terreno.

Coloro che avevano fino ad oggi il monopolio dell’informazione e la utilizzano per la manipolazione dell’ opinione pubblica e favorire interessi costituiti, oggi vengono sfidati sul loro stesso terreno e non si rassegneranno facilmente a perdere tale monopolio.

Per quanto riguarda le voci libere di opinionisti e dei blogger sul web,  la tecnica che viene frequentemente utilizzata contro coloro i quali dissentono dalle narrazioni ufficiali, prima di arrivare ad una  censura sulle idee non conformi,  è quella, in un primo momento, di emarginarli dai media ufficiali, poi di indicarli come “complottisti” e metterli in ridicolo come sostenitori di astruse teorie (gli “illuminati” i “rettiliani”, gli extra terrestri, ecc.), infine si arriva alla fase della repressione in base a leggi speciali, opportunamente emanate, contro il negazionismo, il razzismo l’antisemitismo o direttamente con accuse di presunta collusione con il terrorismo.

Queste tecniche sono state utilizzate ad esempio in Francia contro il comico Dieudonnè, accusato di antisemitismo per aver osato criticare la lobby israelita e la politica del governo, in Germania contro gli storici accusati di negazionismo ed anche contro un vescovo cattolico (Richard Williamson) Vedi: Aleteia –  Vedi: Il comico francese Dieudonnè condannato per apologia di terrorismo

In Italia  si è arrivati ad attacchi giudiziari rinnovati contro  persone o aree del dissenso politico con accuse pretestuose  di presunto “odio razziale” , negazionismo,  omofobia ed altro. Odio razziale e antisemitismo, 4 arresti. In manette ideologo di Stormfront .

Durante il governo Monti ( fiduciario delle lobby finanziarie), il suo ministro Riccardi è arrivato ad affermare: “…..è ora di reprimere il dissenso politico più marcatamente identitario sul web , giungendo, oltre alla chiusura dei siti e della persecuzione giudiziaria dei relativi titolari, anche alla promulgazione di una legge che punisca anche i ..frequentatori di siti “.   Concetti analoghi  sono stati espressi anche dalla presidente della camera, Laura Boldrini, infastidita dalle voci dissidenti sul web. Questo è indicativo del tipo di repressione delle idee che si vuole predisporre da parte del sistema organico agli interessi delle centrali finanziarie.

Tutto fa pensare che si procede a grandi passi verso la  predisposizione di  una “psicopolizia” ed un corpo speciale dei “guardiani del pensiero”. George Orwell lo aveva predetto ma la realtà supera le sue previsioni,  con un controllo strettissimo di tutti i mezzi di espressione. Si troverà un pretesto anche per abrogare l’art. 21 della Costituzione (quello della libertà di espressione), per “esigenze di sicurezza”, ci spiegheranno e diranno anche “l’Europa ce lo chiede”.  Allo stesso modo di come hanno abrogato di fatto gli articoli  sulla sovranità dello Stato e quelli  sul diritto al lavoro, non si tarderà a trovare un escamotage. Ci penserà il “fiorentino” a lanciare l’idea, magari durante la  prossima “Leopolda”.

I sostenitori del “Pensiero Unico”, laico radicale e mondialista,  hanno già allo studio  la creazione di  un sistema di repressione di provata efficienza per sopprimere le libere opinioni non conformi, i conati di dissenso, le voci contro,  in barba ai proclami del “siamo tutti Charlie”.

fonte: qui

Il presidente della Licra “Il razzismo non è un’opinione, ma un reato. Va giudicato come tale”

Fonte:

la Repubblica

Autore:odi

Anais Ginori

I discorsi dell’odio

La legislazione risalente al lontano 1881 finora non era mai stata messa in discussione.

Il presidente della Licra “Il razzismo non è un’opinione, ma un reato. Va giudicato come tale”

Nella diciassettesima camera del Tribunale di grande istanza di Parigi non c’è aggettivo, frase, battuta, concetto, che non venga soppesato, contestualizzato: discussioni infinite per decidere cos’è lecito dire, scrivere. Il romanziere si ritrova accanto al giornalista, un presentatore televisivo vicino a un comico, un attore a un filosofo. La diciassettesima camera, o Chambre de la presse, è il luogo dove da più di un secolo si fissano i limiti di uno dei beni più preziosi della democrazia: la libertà di espressione. In quest’aula affacciata sulla Senna, in cui è stato processato anche Flaubert per oltraggio alla morale pubblica e religiosa dopo la pubblicazione di Madame Bovary, s’incontrano ai giorni nostri la direttrice di Closer accusata di violazione della privacy, un blogger razzista, Jean-Marie Le Pen che ha scherzato sui rom. Passano il comico Dieudonné per le sue ironie sulla Shoah, un semplice cittadino che diffonde teorie del complotto, un rapper con una canzone omofoba, il direttore di Le Monde per uno scoop, ma anche la scrittrice Marcela Iacub per il suo libro scabroso su Dominique Strauss-Kahn.

È in questa sorta di salotto culturale che dal lontano 1881 i magistrati stabiliscono di volta in volta la differenza tra informazione e diffamazione, umorismo e insulto. Una tradizione giuridica unica che ha permesso al paese dei Lumi di essere ancora oggi una delle nazioni più liberali e aperte nell’espressione di idee e opinioni. Eppure all’alba di questo 2015 la Chambre de la presse sembra di colpo travolta, impreparata ad affrontare una delle patologie della nostra epoca: hate speech, il discorso dell’odio che, contrariamente al passato, si propaga in pochi clic, diventa virale, inarrestabile e soprattutto banale nella sua micidiale diffusione. Nell’ultimo anno, le dichiarazioni antisemite sono raddoppiate e quelle contro i musulmani sono aumentate del 70% dopo gli attentati di Charlie Hebdo .

Una valanga di astio e intolleranza che ha convinto il governo a toccare la “sacrosanta” legge del 1881, baluardo della République finora mai rimesso in discussione. A giorni dovrebbe essere presentata la riforma secondo cui le dichiarazioni razziste, antisemite, e forse anche omofobe, non saranno più solo reati di opinione — com’è attualmente — ma reati tout court.

In Francia qualsiasi abuso della libertà di stampa ed espressione è trattato da giudici e avvocati specializzati e quindi soggetto a particolari garanzie procedurali: la prescrizione è più breve (tre mesi anziché tre anni), non è possibile la custodia cautelare né il processo per direttissima ed è bandita qualsiasi procedura d’urgenza. I délits de presse sono giudicati dalla diciassettesima camera del Tribunale di grande istanza di Parigi. Le pene sono pecuniarie: fino a 12mila euro per la diffamazione, che salgono a 45mila nel caso di incitamento all’odio razziale o antisemita, per cui è previsto anche fino a un anno di carcere. Le condanne ci sono, e anche dure.

Qualche mese fa un’ex candidata del Front National, Anne-Sophie Leclère, è stata condannata a nove mesi di carcere per aver paragonato il ministro della Giustizia a uno scimpanzé. Eppure secondo il governo e alcune associazioni che lottano contro l’ hate speech, l’attuale sistema giuridico non è più adatto ai nostri tempi. «Tutti ormai sono d’accordo nel dire che il razzismo non è un’opinione ma un reato. Allora perché non giudicarlo come tale?», si chiede polemicamente Alain Jakubowicz, presidente della Licra, la Lega contro il razzismo e l’antisemitismo. «La legge del 1881 è una legge di libertà, non di repressione», aggiunge Jakubowicz, strenuo promotore di una nuova giurisdizione sul tema. Con la riforma voluta da François Hollande, l’incitamento all’odio potrebbe finire insieme ad altri reati del codice penale, come il furto di un motorino o lo stupro: così com’è già in altri paesi. Un’ipotesi che terrorizza molti avvocati, a cominciare da Richard Malka, storico legale di Charlie Hebdo. «È paradossale notare che dei giornalisti sono morti per difendere la libertà d’espressione — commenta Malka — e una delle prime misure del governo è un legge che minaccia questa libertà ».

L’avvocato di Charlie è contrario alla riforma. «Se passasse, i vignettisti del nostro settimanale sarebbero processati per le caricature su Maometto per direttissima, tra un rapinatore e uno spacciatore. È una legge fondata sull’emozione, e come tale da irresponsabili » continua l’avvocato del giornale attaccato dai terroristi. «Non risolveremo i problemi del razzismo e dell’antisemitismo — conclude Malka — attraverso leggi che non rispettano uno dei principi su cui si fonda la République». È il grande dilemma che pone il terrorismo a ogni democrazia: proteggere se stessa ma senza snaturarsi. Censurare i predicatori dell’odio, oppure lasciarli liberi in nome di valori che loro stessi non riconoscono? Per la Francia il doppio obiettivo degli attentati di gennaio (libertà di stampa e comunità ebraica) ha amplificato un dibattito che altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti dopo il 2001, hanno già dovuto affrontare. A Parigi però gioca anche una normativa d’eccezione, rappresentata dalla famosa Chambre de la presse.

«La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni», ricorda Jean-Yves Dupeux, presidente dell’associazione degli avvocati specializzati nella libertà di stampa. «La legge del 1881 è equilibrata, è ormai ben rodata», continua Dupeux. «Il formalismo giuridico che impone permette di avere sentenze soppesate in fascicoli spesso delicati ». Tra gli oppositori c’è uno dei principi del foro, l’avvocato Henri Leclerc, presidente della Ligue des Droits de l’Homme, così come la Consulta nazionale per i diritti dell’uomo che ha emanato 15 raccomandazioni per fermare l’ hate speech, ma non una riforma della legge del 1881.

«Le infrazioni legate al discorso dell’odio o gli abusi della libertà d’espressione — ha spiegato un rappresentante della Consulta — presentano una specificità che non deve essere integrata nel codice penale». Avvocati e magistrati temono che la riforma potrebbe scatenare il caos nei tribunali. Una prova generale c’è già stata con il passaggio deciso dal governo a novembre del reato di apologia del terrorismo dalla legge del 1881 al codice penale. In poche settimane, i tribunali si sono ritrovati intasati di processi per direttissima: una settantina solo tra gennaio e febbraio, dopo gli attentati. Una “reazione isterica” del governo, ha detto il sindacato nazionale della magistratura. Non è mettendo in galera qualcuno che dice “Je suis Kouachi” che si risolve il terrorismo.

Tra voglia di censura e orgoglio libertario, nel paese di Voltaire sempre meno cittadini sembrano disposti a dare la vita perché altri possano esprimere idee che non condividono.