La riforma del processo penale è ormai legge. Che cosa cambia per i cittadini?

Focus, 23 settembre 2017, Adriano Monti

 

Ecco le modifiche più importanti. Dopo il via libera dei due rami del Parlamento e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il 4 luglio scorso, la riforma del processo penale è ormai legge. Che cosa cambia per i cittadini? Ecco in pillole alcune delle modifiche più importanti e un confronto.
Creata unificando in un unico testo diversi provvedimenti distinti, la riforma introduce altri importanti cambiamenti sia nel Codice penale (che definisce quando e come si commette un reato, con le relative sanzioni) sia nel Codice di procedura penale (che disciplina il processo penale vero e proprio).
Ricorso in Cassazione – Aumentano le sanzioni pecuniarie in caso di inammissibilità. Se il ricorso è infondato la procedura avviene in modo semplificato; in pratica, cioè, senza contraddittorio.
Riforma dell’ordinamento penitenziario – Le deleghe al governo mirano a facilitare il ricorso alle misure alternative al carcere, incrementando il lavoro intramurario ed esterno, il volontariato e riconoscendo alcuni diritti di rilevanza costituzionale, come quello agli affetti. Sono esclusi dai benefici i condannati all’ergastolo per mafia, terrorismo e delitti di eccezionale gravità.
Processo a distanza per mafiosi in carcere – Nei processi di mafia, terrorismo e criminalità organizzata la partecipazione al dibattimento attraverso collegamenti in video diviene in sostanza la regola per detenuti, “pentiti”, testimoni sotto protezione e agenti infiltrati.
Prescrizione – L’obiettivo è quello di rendere più difficile che il reato si estingua col semplice trascorrere del tempo: un fenomeno che nell’ultimo decennio ha “arenato” circa un milione e mezzo di processi in Italia. Per questo, a partire dai reati commessi dopo la riforma, i tempi della prescrizione si allungano, con il “timer” sospeso per 18 mesi dopo la condanna di primo grado, di altri 18 dopo la condanna in appello e di eventuali 6 nel caso di rogatorie all’estero (cioè atti processuali che l’autorità giudiziaria chieda di effettuare fuori dai confini nazionali), oltre che durante gli interrogatori di polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero. Percorso in linea con gli ordinamenti francese e tedesco, dove qualsiasi atto giudiziario interrompe la prescrizione. I tempi si allungano a un minimo di 6 anni per i delitti e 4 per le contravvenzioni (con eccezioni al rialzo per reati gravi).
Negli altri Paesi. Francia. Da 1 a 10 anni, in base al reato; 30 anni per quelli più gravi, come terrorismo e traffico di stupefacenti. Germania. 30, 20, 10, 5 o 3 anni a seconda dei casi. Decorre da quando il reato viene scoperto.
Riparazione del danno – Nei reati perseguibili attraverso querela (e quindi di non grave impatto sociale), sentite le parti e la persona offesa, il giudice potrà dichiarare estinto il reato se l’imputato avrà riparato integralmente il danno con restituzione o risarcimento, e ne avrà eliminato le conseguenze nocive.
Negli altri Paesi. La cosiddetta “giustizia riparativa” è già applicata in vari ordinamenti esteri come quello tedesco (dal 1994) e britannico (2003).
Reati contro il patrimonio – Per i “reati predatori” il limite minimo della detenzione aumenta: da 6 anni a 7 per estorsione e rapina, da 1 anno a 3 per furto in casa, da 3 anni a 4 per lo scippo. Fa eccezione il voto di scambio politico-mafioso, dove aumenta pure il massimo: la forbice passa da 4-10 a 6-12 anni.
Negli altri Paesi. Germania. Fino a 10 anni. Gran Bretagna. Fino a 7 anni. Francia. Fino a 3 anni.
Intercettazioni e tutela della privacy – La legge delega l’esecutivo a predisporre norme per evitare la pubblicazione di intercettazioni che non sono rilevanti per le indagini, o che includono persone ad esse estranee, con pene fino a 4 anni di carcere per chi le capta in modo fraudolento e le diffonde per recare danno alla reputazione altrui. Come già previsto da una sentenza del 2016 della Corte di Cassazione a sezioni unite, viene ammesso come strumento d’indagine al pari delle intercettazioni – in modo particolare per i reati associativi, legati cioè al crimine organizzato – l’uso dei trojan, i virus informatici che possono trasformare pc e telefonini in vere e proprie cimici, captando suoni e immagini dell’ambiente circostante. Con alcuni limiti: l’avvio della registrazione non dev’essere indiscriminato ma deciso dagli inquirenti, e i dati trasmessi unicamente alla Procura.
Negli altri Paesi. Usa. L’Attorney General (ministro della Giustizia) può autorizzare il procuratore capo di uno Stato a presentare istanza al giudice federale per approvare l’uso di intercettazioni, in base a fondati sospetti, per ipotesi di reati gravi come omicidio, sequestro di persona, rapina, estorsione, corruzione di pubblici ufficiali ecc. Chi le divulga rischia fino a 5 anni di carcere. Francia. Autorizzabili unicamente dal giudice istruttore, solo se ritenute necessarie e per reati con pene superiori ai due anni di carcere. Durata massima quattro mesi, prorogabile. Gli operatori sono obbligati al rispetto del segreto istruttorio. Si trascrivono solo le parti utili al procedimento. Per intercettare parlamentari o magistrati, va informato rispettivamente il presidente dell’Assemblea o il procuratore generale della giurisdizione di appartenenza. Germania. Sono autorizzabili dal tribunale su richiesta della procura, solo se altri mezzi d’investigazione non sono praticabili. Esplicito divieto di utilizzare contenuti legati alla sfera intima della persona. Durata: 1 mese, prorogabile.
Tempi delle indagini – Dopo la chiusura delle indagini il magistrato ha 3 mesi di tempo (15 per i reati di mafia e terrorismo) per presentare la richiesta di archiviazione oppure quella di rinvio a giudizio che, se accolta dal giudice, fa iniziare il processo. Se non fa nulla, il procuratore generale presso la Corte d’appello può intervenire d’ufficio per avocare a sé il fascicolo e decidere il da farsi.
Negli altri Paesi. Francia. In caso di fermo, il giudice ha 6 mesi di tempo per interrogare il pm circa l’esito della procedura; quest’ultimo deve decidere entro un mese se esercitare l’azione penale o archiviare il caso. Se non lo fa, l’interessato può far valere la nullità degli atti.
Patteggiamento in appello – Già esistente nel Codice di procedura penale, eliminato nel 2008 ed ora nuovamente reintrodotto nella formulazione originaria. In sostanza le parti possono mettersi d’accordo sui motivi dell’appello ed eventualmente sulla nuova pena. Dopo il patteggiamento, il ricorso in Cassazione è ammissibile solo in alcuni casi particolari.
Negli altri Paesi. Germania. Introdotto nel 2009, come facoltà del giudice, non delle parti, di accordarsi su misure per snellire il procedimento. Francia. Introdotto nel 2004 per reati che prevedano pene detentive non superiori a un anno. A differenza dell’Italia, è necessario che l’imputato riconosca la propria responsabilità.

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Condanna in solido alle spese di lite: chi paga?

Al termine di un processo civile, il giudice, nel pronunciare la sentenza, decide anche sulle spese giudiziali: compensandole fra le parti o condannando al pagamento solo quella soccombente. Quando le parti soccombenti sono più di una [1] il giudice può condannare ciascuna di esse al pagamento delle spese in proporzione al rispettivo interesse alla causa. Quando però tutte le parti soccombenti hanno avuto un interesse comune nel processo (da intendersi non come identità della domanda bensì come atteggiamento difensivo convergente nei confronti della controparte avversaria [2]) il giudice può condannarle in solido alle spese di lite. “Condanna in solido alle spese” significa che ogni parte condannata risponde dell’intero debito e non soltanto per una parte di esso. Ciò significa che non basta pagare una quota delle spese di lite per liberarsi nei confronti del creditore. Questi, inoltre, può chiedere il pagamento anche solo ad uno dei debitori, il quale potrà poi rivalersi nei confronti degli altri coobbligati. Il pagamento dell’intero debito da parte di uno dei coobbligati libera tutti gli altri [3]. Può infatti accadere che, a seguito della condanna in solido alle spese, solo uno dei condannati, pur di liberarsi del debito sancito in sentenza, paghi l’intero importo delle spese stabilito dal giudice. In questa ipotesi egli può esercitare azione di regresso [4] nei confronti degli altri debitori che non hanno pagato le spese. Questi ultimi dovranno restituire a colui che ha pagato la quota di debito a loro imputabile; la divisone si fa in parti uguali. Un esempio renderà tutto più chiaro. Supponiamo che il giudice abbia condannato in solido tre parti soccombenti A, B e C al pagamento delle spese processuali pari a 900 euro. Il creditore, parte vincitrice, potrà chiedere il pagamento delle spese indifferentemente ad A B o C. Se A paga l’intero debito per tutti, B e C dovranno restituirgli parte del debito diviso in quote uguali (quindi 300 euro a testa).

Ipotesi particolare è quella in cui una delle parti condannate alle spese trovi un accordo con il creditore, stipulando una transazione [5]. La transazione con una delle parti non libera anche le altre a meno che queste dichiarino di volerne profittare e sempre che la transazione riguardi l’intero debito e non solo una quota di esso. A differenza di quanto accade nel caso di pagamento effettivo dell’intero debito da parte di uno dei coobbligati, la transazione di uno non basta per liberare automaticamente anche gli altri debitori. Serve una vera e propria dichiarazione di partecipazione alla transazione da parte di questi ultimi. Più precisamente si possono allora verificare due diverse situazioni:
1) Se A transige la propria posizione con il creditore per l’intero importo delle spese, B e C sono liberati solo se aderiscono alla transazione;
2) se A transige solo per una parte del debito a lui imputabile, la transazione non potrà mai liberare gli altri debitori ma solo estinguere il vincolo solidale tra A, B e C.

Fonte:

Condanna in solido alle spese di lite: chi paga?

Se un abusivo occupa casa mentre sono fuori, come mi difendo?

Come si difende il proprietario di casa vittima di un’occupazione abusiva del proprio appartamento da parte di ignoti che non vogliono più uscire fuori: chiamare i carabinieri o attendere una sentenza del giudice? È possibile cambiare la serratura dell’immobile?

(Fonte: http://www.laleggepertutti.it)

La crescente immigrazione, ma anche la galoppante crisi economica ha aumentato il numero di “senza tetto” e, con essi, le leggende metropolitane di occupazioni abusive degli appartamenti altruimentre il proprietario è fuori a fare la spesa o a godersi le vacanze estive. Qualche storia vera, in realtà, c’è e riguarda soprattutto i vecchietti assegnatari degli alloggi popolari che vengono ricoverati negli ospizi o nelle case di cura: in alcuni casi, i poveretti hanno visto la propria casa presa d’assalto dai “senza dimora” che, poi, barricatisi dentro, non ne hanno voluto sapere di uscire se non con l’intervento della forza pubblica.

Ma, in un’eventuale ipotesi che ciò davvero si verifichi, è vero che, per la nostra legge, il proprietario di casa non può difendersi da sé, eventualmente cambiando le chiavi della serratura o chiamando icarabinieri e ottenendo immediatamente la disponibilità del proprio immobile?

La verità è dura da digerire e, mai come in questo caso, potrebbe sembrare assurda.

Il codice civile protegge il possesso di un bene, sia esso mobile (per esempio un quadro) o immobile (appunto la casa, l’appartamento, un terreno, ecc.). Il possesso è quella relazione di fatto tra un soggetto e la cosa che, in quel momento, si trova nella sua materiale disponibilità. Il possessore, dunque, è colui che utilizza la cosa come se ne fosse il proprietario, a prescindere dal fatto che lo sia o meno. Egli, infatti, non è necessariamente il proprietario della cosa posseduta, ma si atteggia come se lo fosse. Si pensi al caso di un condomino che, ritenendo che il pianerottolo dell’ultimo piano sia esclusivamente suo, lo chiuda con un cancelletto.

Al possessore la legge consente di tutelare sempre il suo rapporto con la cosa, ossia il suo possesso, anche andando in causa e ottenendo una sentenza dal giudice di condanna contro colui che se ne appropri (legittimamente o illegittimamente). La legge, infatti, vuole evitare che la società diventi un far west dove ognuno si fa giustizia da sé: perciò tutela il “possesso”, salvo poi verificare – in un momento successivo e su richiesta di chi assume essere l’effettivo titolare del bene – se il possessore è anche proprietario o meno. Insomma, in prima battuta e in via d’urgenza si protegge sempre il possesso, poi si verifica la sussistenza del diritto di proprietà.

Per voler essere esaustivi (ma in questa sede non rileva) il possesso si distingue dalla detenzione, che si ha quando un soggetto tenga una certa cosa senza però ritenersi proprietario della stessa, ben sapendo quindi che è di altri. Ad esempio, nel contratto di locazione l’inquilino ha la detenzione (non il possesso) di un immobile: lo usa, infatti, riconoscendo che è di proprietà del locatore, al quale paga la pigione. Nel caso in cui un soggetto ottenga in prestito l’auto di un amico, egli la detiene e non la possiede.

Da quanto detto, si comprende che l’abusivo esercita certamente il possesso, sebbene in mala fede. Anche il ladro di un quadro, ad esempio, ne ha il possesso e, quindi, se il proprietario del bene andasse a casa del ladro a riprenderselo commetterebbe due illeciti: l’invasione dell’altrui dimora (illecito penale), la violazione dell’altrui possesso (illecito civile). L’abusivo, dunque, potrebbe in teoria agire contro il proprietario di casa che faccia di tutto per tornare dentro la propria casa: lo potrebbe denunciare (per il reato di esercizio abusivo delle proprie ragioni) così come potrebbe agire nei suoi riguardi con un’azione civile (per essere stato spossessato).

Che cosa può fare il proprietario di casa che è stato “sfrattato” dagli abusivi?

Il padrone di casa non può, innanzitutto, cambiare la serratura con le chiavi di casa in quanto, oltre a violare il possesso altrui, compirebbe, come detto, il reato di esercizio abusivo delle proprie ragioni. La legge, infatti, vieta di farsi giustizia da sé, anche se si ha tutta la ragione di questo mondo. Pertanto un comportamento del genere è assolutamente sconsigliabile. È anche vero però che, affinché tale condanna possa essere pronunciata nei confronti del proprietario, l’abusivo dovrebbe denunciarlo o citarlo in un giudizio civile per la perdita del possesso. E certo, chi è già nel torto marcio difficilmente andrebbe a stuzzicare il “can che dorme”; ma è successo in passato più di una volta.

Chiamare i carabinieri? Anche questa potrebbe essere una scelta sbagliata. L’arma, infatti, è pur sempre un’amministrazione dello Stato e non ha potere di agire e di violare i diritti altrui (come il diritto di possesso) se non è autorizzata da un ordine del giudice. Quindi, anche se il proprietario dell’appartamento esibisse, al comandante dei Carabinieri, il rogito notarile per dimostrare la proprietà, non sortirebbe alcun effetto.

Non resta quindi che il giudice. Ossia fare una causa! Immaginiamo già la vostra espressione: con i tempi e i costi che la giustizia richiede, è da folli attendere una sentenza. Ma qui una consolazione (seppur amara): l’azione civile in questo caso (cosiddetta azione possessoria) ha dei tempi molto più celeri rispetto a una causa ordinaria e dovrebbe terminare, attraverso il procedimento d’urgenza, in pochi mesi (tutto dipende dal carico di lavoro del tribunale). A ciò si potrebbe aggiungere, comunque, anche una denuncia penale per invasione di terreni o edifici.

C’è un’ultima brutta notizia. Dopo che avrete vinto la causa, il giudice condannerà l’abusivo a pagarvi le spese processuali che avete dovuto anticipare: è chiaro però che, in una situazione del genere, di fronte a un nullatenente, il recupero è solo teorico. Così tutti gli oneri legali resteranno a vostro carico.

Che dire: è la legge.

FONTE: http://www.laleggepertutti.it dell’ 1.5.2016

Se un abusivo occupa casa mentre sono fuori, come mi difendo?

I 3 livelli di Antagonisti allo Status Quo: Rivoluzionario, Ribelle e Ribelle col freno a mano tirato

Livello A: Rivoluzionario.
Rivoluzionario è chi impugna le armi per combattere (o si adopera attivamente al reclutamento in tal senso), a torto a ragione ma in modo magari anche fanatico ma razionale, uno status quo che ritiene errato ed è pronto a morire con le armi in pugno o sotto atroci torture del nemico. Il rivoluzionario rischia la vita o decine di anni di galera. E’ pericoloso per lo status quo quindi o viene eliminato o lo status quo si adopera in modo da fargli fare un passo indietro rendendolo “ribelle”.

Livello B: ribelle.
Un passo più indietro del rivoluzionario c’è il “ribelle”, che può essere attivista o controinformatore, o entrambe le cose. Il “ribelle” non prende le armi in pugno e non pianifica alcuna “rivoluzione o lotta armata” nè si adopera in alcun modo in tal senso. Semplicemente cerca il contatto coi suoi “simili” e fa attività che possono essere di vario tipo, prevalentemente di cultura e/o divulgazione/propaganda. Il “ribelle” è considerato fastidioso e pericoloso dallo status quo per 2 motivi.

1. Lo status quo ha paura che da gruppi di “ribelli” possano nascere sottogruppi di “rivoluzionari”.

2. Il “ribelle” in quanto tale tratta argomenti scomodi e/o talvolta considerati “illeciti” e, anche se non si adopera alla lotta armata (cioè nella maggior parte dei casi), è un problema per lo status quo in quanto voce fuori dal coro e quindi da zittire.

L’azione dello status quo contro i ribelli è di 2 tipi, uno per motivo.

1. Monitoraggio a scopo di prevenzione: i ribelli non devono fare “un passo avanti” e diventare “rivoluzionari”.
2. Distruzione del ribelle tramite intimidazioni, che possono essere di vario tipo, fra cui giudiziarie. Scopo di queste intimidazioni è distruggerlo moralmente e psicologicamente (dato che solitamente il “ribelle” ha più da perdere del “rivoluzionario” che tende a giocarsi tutto secondo lo schema letterale “vittoria o morte”) o, in subordine, fargli fare un passo indietro.

Livello C: ribelle col freno a mano tirato.
E qui arriviamo al “ribelle col freno a mano tirato”, inteso non in senso dispregiativo dato che è la scelta maggioritaria di chi è contro lo status quo ma vuole minimizzare o annullare il rischio di beghe legali. Il “ribelle col freno a mano tirato”, di fatto, non è fastidioso in quanto canalizza il suo dissenso secondo ciò che è legalmente consentito dal punto di vista dei reati d’opinione. Questo fa sì che i gruppi di “ribelli col freno a mano tirato” agiscano pubblicamente, alla luce del sole, e che siano controllabili praticamente in diretta. Lo scopo di questa prevenzione è di controllare se qualcuno di questi ribelli si “toglie il freno a mano” passando al passo successivo o, addirittura, faccia il doppio salto.

Poi va da sè che più uno ha da perdere più starà nei livelli C o al massimo B, mentre chi non ha niente da perdere come minimo sta al livello B e sicuramente sarà portato a stare al livello A. Anche le reazioni dello status quo devono essere proporzionate alla minaccia percepita. Un livello B( ribelle senza freno a mano) è pur sempre molto meno fastidioso/pericoloso di un livello A (rivoluzionario) e, se perde tutto, rischia di passare al livello A, ed il primo pensiero dello status quo solitamente è prevenire e reprimere i livelli A.

In assenza di livelli A, lo status quo concentra le sue energie sui livelli B. (situazione attuale).
In assenza di livelli B, lo status quo potrà permettersi il lusso di concentrarsi sui livelli C considerati più invisi, facendo tirare ulteriormente il freno a mano (situazione in evoluzione).

Un anello alla volta, ecco servita la catena invisibile.

Procedura Penale: manuale di Conoscenza ed Autodifesa.

Questo manuale nasce semplicemente per informare chi vuole essere informato riguardo le basi di procedura penale in Italia. Molto spesso vi è un sacco di disinformazione ed ignoranza a riguardo in quanto il Diritto in Italia è effettivamente complesso. Questo manuale vuole semplicemente informare chi vuole essere informato sulle basi della procedura penale in Italia, esempio cos’è il rito abbreviato, quando si applica la custodia cautelare, la differenza fra indulto e amnistia ed altri argomenti analoghi. Chi conosce un argomento può parlarne più facilmente, tutto qui.

L’autore di questo manuale non è un avvocato penalista ma semplicemente una persona interessata a questi argomenti che si informa tramite varie fonti, sia cartacee (il codice di procedura penale) sia telematiche (il sito di altalex e siti pubblici di avvocati penalisti). Essendo il Diritto Penale Italiano un qualcosa di dinamico, quanto qui riportato potrebbe non valere più fra qualche tempo.

Questo manuale parte da un presupposto: in teoria la Repubblica Italiana è un paese democratico e garantista. Chi è accusato di un reato, qualunque esso sia, deve avere il diritto di difendersi dalle accuse, fondate o meno, in un equo processo e, in caso di condanna definitiva, chiedere di scontare la pena in misura alternativa, chiedere la revisione del processo o ricorrere a gradi di giustizia sovranazionali (corte di Strasburgo ad esempio) se lo ritiene opportuno. Tutti, senza alcuna distinzione, hanno il diritto di conoscere i loro diritti e di farli valere.

Non siamo nel medioevo dove vi era la tortura e si risolveva tutto con un rogo, la procedura penale italiana ha delle regole che vanno conosciute e rispettate.

Gli esseri umani si sono sempre dati delle regole da rispettare per la pacifica convivenza ed il quieto vivere. Questo vale anche se non soprattutto per la procedura penale. Senza regole non siamo più esseri umani, ma ci abbassiamo al rango delle bestie selvatiche.

Disponibile e scaricabile gratuitamente in PDF al link sottostante.

Procedura Penale, manuale di conoscenza ed autodifesa.

Come tutelare il conto corrente dal pignoramento: 5 consigli pratici

Dati alla mano, sono ormai pochi – pochissimi – gli italiani che non hanno un conto corrente personale. Anche in favore dei minori d’età si aprono spesso depositi postali o bancari: è finita l’era degli investimenti in sterline d’oro o in oggetti preziosi (sul presunto valore che gli stessi potrebbero conservare nel tempo e che, invece, molto spesso ha fatto registrare dei flop clamorosi, come il mercato delle opere d’arte) .

Il denaro è anche la ricchezza mobile più facilmente liquidabile in momenti di crisi come questo. Dunque, non stiamo a discutere: salvo il fatto che il materasso è stato sostituito dalla banca, per il resto il deposito resta l’àncora più sicura per il risparmiatore.

Tuttavia il conto corrente presta il fianco a diversi problemi. Il fisco, innanzitutto: che attraverso un monitoraggio quotidiano (reso possibile dall’Anagrafe tributaria e dall’Anagrafe dei conti) è in grado di sapere dove abbiamo il deposito, qual è il suo saldo e quali sono le movimentazioni in entrata e uscita. A non essere in grado di giustificare prelievi e versamenti si rischia l’imputazione degli stessi a ricavi in nero (evasione fiscale). Con conseguente applicazione di esose tasse e sanzioni. Chi ha subìto un accertamento dall’Agenzia delle Entrate ne sa qualcosa.

Non è tutto. Il peggio è che il conto corrente è trasparente anche ai creditori. Ad Equitalia soprattutto, che può consultare le predette banche dati (le due Anagrafi) per avere un’idea di dove pignorare. Ma anche le banche ne sanno quanto una intelligence. E per i privati c’è sempre la carta delle agenzie investigative che qualcosa dal cilindro la tirano sempre fuori.

Una volta “scoperto”, il conto corrente è facilmente aggredibile con il cosiddetto pignoramento presso terzi, proprio come un’auto lasciata con le chiavi attaccate sul cruscotto.

Esistono degli espedienti che consentono di “salvare il salvabile” ed evitare, così, di perdere davvero tutto. Ovviamente questo articolo non è un’incitazione a frodare i creditori né tantomeno un invito a non pagare i debiti. Al di là, infatti, del titolo puramente provocatorio (poiché, alla fine, di persone che danno “consigli” su come frodare i creditori ce ne sono a bizzeffe), abbiamo piuttosto deciso di tracciare uno spaccato, a titolo informativo, dei “trucchetti” (formalmente leciti) usati spesso dagli italiani per poter sfuggire alle grinfie di Equitalia o di qualche banca.

Ed allora, vediamo cosa la pratica quotidiana ha registrato in questi anni.

1 | Chiedi l’apertura di credito e lascia il conto in rosso ma nei limiti del fido

Un conto in cui non c’è niente non può essere pignorato (questo è ovvio). Ma non può neanche essere utilizzato dal titolare. C’è però una via di mezzo che consente di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Con il contratto di apertura di credito (cosiddetto “fido”), il correntista ottiene dalla banca la possibilità di prelevare dal proprio conto, non solo le somme che vi ha depositato, ma anche una somma ulteriore che gli viene prestata di volta in volta dall’istituto di credito. In tal modo, il saldo resta formalmente “negativo”, ma è un debito autorizzato in anticipo dalla banca. L’importante è non sforare il limite concordato in contratto.

 

Per esempio: se il correntista ha un conto con una provvista di cinquecento euro e un fido di mille, può prelevare dal conto tutto ciò che vi ha depositato (500 euro, appunto) e, oltre a ciò, altre mille euro. Se non supera questo limite la banca non gli chiederà di rientrare nel debito (almeno finché dura il fido).

Ogni successivo versamento che il correntista riceverà sul conto andrà a ripristinare prima il fido scoperto con la banca e poi, eventualmente, la normale provvista, portando il saldo in “positivo”.

Dunque, se arriva un pignoramento in banca, il creditore non troverà alcunché da “bloccare”, nonostante il correntista abbia fino ad allora utilizzato liberamente il conto.

I problemi di questo sistema sono due:

a) normalmente l’apertura di credito viene concessa a chi ha un’attività commerciale o professionale o, comunque, offre idonee garanzie di solvibilità (il fido, infatti, è un prestito a tutti gli effetti);

b) qualora dovesse intervenire un pignoramento, non si potrebbe più utilizzare il fido, cosicché il conto sarebbe di fatto definitivamente bloccato.

2 | Preleva tutti i giorni dal conto

Nulla vieta di prelevare i soldi dal conto corrente – per esempio, quelli che vengono versati mensilmente dal datore di lavoro per lo stipendio o dall’Inps per la pensione – e poi depositarli in un altro conto, intestato questa volta a un familiare. In tal modo, il primo conto sarà sempre a saldo “0” e il pignoramento non troverà consistenze da pignorare.

Dall’altro lato, il secondo conto non potrà mai essere pignorato perché formalmente intestato a un altro soggetto.

I problemi di questo sistema due:

a) è sempre necessario redigere e firmare una scrittura privata (meglio se registrata) con il soggetto a cui è intestato il conto “beneficiario” dei versamenti: e ciò sia per evitare problemi con il fisco (che potrebbe chiedere al familiare da dove provengano tali redditi), sia per escludere che quest’ultimo, un giorno, rivendichi la proprietà delle somme;

b) portare a “0” il conto corrente non salverà i successivi versamenti del datore di lavoro o della pensione. Questi, infatti, verranno “bloccati” in automatico dalla banca non appena arriverà il pignoramento, in una misura pari alla somma pignorata (ossia il debito, le spese e gli interessi aumentati della metà: per esempio, per un debito complessivo di 500 euro si può pignorare il conto corrente per 750 euro, ossia 500 + ½ di 500).

3 | Cointesta il conto corrente con un familiare

Il conto corrente cointestato non può essere pignorato per intero, ma nei limiti del 50%. E questo è il primo indiscutibile vantaggio.

Inoltre, nel caso di conto cointestato, Equitalia non può attivarsi con la procedura “speciale” che le consente di bloccare il 100% conto senza passare dal tribunale e, quindi, senza l’udienza di assegnazione delle somme. Infatti, il conto bancario o postale cointestato rientra tra i cosiddetti “beni comuni indivisi” la cui espropriazione può avvenire solo davanti a un giudice il quale è tenuto a controllare la regolarità delle operazioni di divisione.

La diversità di disciplina si giustifica per il fatto che, se Equitalia procedesse secondo la normale riscossione esattoriale, finirebbe per pignorare l’intero conto, il cui 50%, però, appartiene a un soggetto diverso, che non è debitore.

Al contrario Equitalia deve provvedere secondo le norme del codice di procedura civile valide per tutti i pignoramenti presso terzi: ossia con citazione a un’udienza davanti al tribunale. La banca, prima dell’udienza, invierà una lettera al creditore in cui gli indicherà le somme presenti in conto.

A questo punto solo dopo la divisione del bene comune, ossia il conto corrente, il giudice potrà autorizzare l’assegnazione del 50% del conto (o della somma pignorata).

La Cassazione inoltre ha avuto più volte modo di chiarire che [1] nel conto corrente bancario cointestato a più persone, le parti di ciascuno dei debitori e creditori solidali si presumono uguali – cioè al 50% – se non risulta diversamente.

4 | Apri un conto di riserva ma con un’altra banca

C’è ancora una via di salvezza. Avere un secondo conto consente, qualora intervenga un pignoramento su quello principale, di far affluire tutti i successivi pagamenti in quest’ultimo deposito, lasciando di fatto all’asciutto quello che è stato bloccato (meglio se, nel frattempo, è usata la precauzione numero 2).

È importante che il conto di emergenza sia instaurato con una seconda banca: infatti il pignoramento del conto viene notificato alla banca come soggetto unitario, invitandola a bloccare le somme presenti sul conto, qualsiasi esso sia, quindi ogni somma di denaro, crediti, corrispettivi, trattenute, conti correnti, depositi azionari ed obbligazioni, titoli di Stato e qualsivoglia altro bene fruttifero e non, intestato al debitore, fino alla concorrenza del credito pignorato.

5 | Dimostra che sul conto depositi solo lo stipendio o la pensione

Il tema è delicato e presuppone una premessa che ormai è a tutti nota. Con l’obbligo, imposto dalla legge, di accreditare le pensioni superiori a mille euro in un conto corrente, il creditore può arrivare a pignorare ben oltre il limite di un quinto (imposto dal codice civile): e ciò perché, secondo la giurisprudenza, una volta che le somme sono depositate in banca, confondendosi con gli altri risparmi e ricavi, possono essere pignorate al 100%.

Lo stesso discorso dicasi per gli stipendi, che ormai vanno pagati sempre con strumenti tracciabili e, quindi, di norma con accredito sul conto.

Per evitare, allora, che il creditore – massimamente Equitalia, che sa bene dove depositiamo i soldi – blocchi tutto lo stipendio (perché depositato in conto) e non solo il quinto (come invece dovrebbe essere), si deve evitare di movimentare il conto corrente con versamenti diversi da quelli della pensione o dello stipendio. Stando infatti a una sentenza del tribunale di Savona, si può impedire che Equitalia – o qualsiasi altro creditore – pignori tutto il conto corrente del pensionato o del dipendente qualora questi riesca a dimostrare al giudice che, all’attivo del conto, vi confluiscono solo la pensione o lo stipendio. In tal caso, è possibile far applicare la regola generale in base alla quale la pensione o lo stipendio non possono essere pignorati fino al minimo vitale (525,89 euro) e, per la residua parte, solo nei limiti di un quinto. Per saperne di più leggi “Come evitare il pignoramento integrale di pensione o stipendio”.

Fonte

Il Patteggiamento

Il patteggiamento in Italia è una richiesta che si può fare al fine di evitare 3 gradi di giudizio, costosi per entrambe le parti in gioco (lo Stato e l’imputato) quando i fatti sono molto chiari e si deve solo decidere quanto elevata sarà la pena da irrogare. Una volta si potevano patteggiare pene fino ai 2 anni di reclusione, ora, col cosiddetto “Patteggiamento Allargato”, si possono patteggiare pene fino ai 5 anni di reclusione. Il patteggiamento avviene solo sull’entità della pena e, al massimo, sulla pena pecuniaria. Non avviene nè sulla modalità di espiazione (carcere, domiciliari, lavori socialmente utili ecc) nè sulle eventuali pene accessorie. Può essere, nella richiesta, subordinato ad altri istituti giuridici, come ad esempio la sospensione condizionale della pena.

Il patteggiamento è, in pratica, un accordo fra il Pubblico Ministero, che esercita l’accusa, e l’avvocato difensore, che esercita la difesa. Da codice di procedura penale, la richiesta di patteggiamento proviene da una delle due parti in gioco, e l’altra parte accetta o rifiuta, motivando il rifiuto in tal caso.Ovviamente in caso di accordo è sempre il giudice terzo ed imparziale a dare l’assenso. La pena patteggiata deve essere comunque “conforme a legge”. E’ uso comune, in caso di imputati incensurati ed accusati di reati puniti in modo lieve, patteggiare “il minimo della pena edittale diminuito di un terzo”.

In caso di fragranza di reato, se non vi sono altri procedimenti penali in corso verso l’imputato, conviene sempre, come primo tentativo, tentare di patteggiare il minimo possibile. Si evitano 3 gradi di giudizio, dispendiosi per le tasche dell’imputato, l’avvocato si leva il pensiero dedicandosi ad altri casi più complessi, ed i magistrati (PM e giudici) pure. Alcuni giuristi ed avvocati vorrebbero, per snellire la macchina burocratica-giudiziaria italiana, rendere possibile il patteggiamento anche per pene superiori ai 5 anni o, più in generale, incentivare maggiormente il patteggiamento, al fine di renderlo più appetibile per gli imputati. Per fare questo, si dice, ci sarebbe bisogno anche di una maggiore collaborazione da parte dei magistrati. Capita infatti che talvolta alcuni Pubblici Ministeri sono riluttanti a dare l’assenso a patteggiamenti ad imputati che non collaborino con la giustizia, o, nel caso siano disposti a dare l’assenso al patteggiamento, di fatto giocano al rialzo in quanto all’emissione della pena. Succede quindi che ai suddetti imputati, anche se colti in fragranza di reato o comunque con gravissimi indizi di colpevolezza e la certezza di essere condannati in dibattimento, convenga non chiedere il patteggiamento ma fare il rito abbreviato, con 3 gradi di giudizio, giocando al ribasso, puntando ad ottenere gli arresti domiciliari e tirarla per le lunghe, col rito abbreviato, con il ricorso in corte d’appello (che di solito riformula la pena al ribasso rispetto al primo grado, nel quale, di norma, vengono date pene edittali troppo alte rispetto ai fatti contestati) ed in cassazione (che di solito, in questi casi, conferma la pena). Tutto ciò per ritardare l’arrivo della sentenza definitiva e relativo ordine di carcerazione (o comunque di espiazione della pena).Esempio pratico. Pregiudicato viene trovato in possesso di un quantitativo di droga superiore a quello considerato per “uso personale” e di una pistola con matricola abrasa. Capi d’accusa: detenzione ai fini di spaccio e detenzione illegale di arma da fuoco. I fatti sono chiari, la condanna è certa, il suo avvocato direbbe “boh, qua farti assolvere è impossibile, proviamo a patteggiare giocando al ribasso, ti fai quello che ti devi fare, poi provo e a farti uscire ai domiciliari e quando va definitivo puntiamo ad 1 pena alternativa al carcere e ok, ok?” l’imputato in custodia cautelare in carcere direbbe “ok”. L’avvocato andrebbe dal PM e direbbe una cosa del tipo “buongiorno guardi qua c’è poco da parlare, il mio cliente cioè, è colpevole ecc, io ho casi più complessi da trattare, lei pure, facciamo 1 patteggiamento, chiudiamola qui e bon”. Alcuni PM però risponderebbero in questo modo. “Il patteggiamento te lo do però a patto che il tuo imputato deve dirmi da chi ha comprato la droga e da dove viene quella pistola così poi io indago su altra gente ecc”. A quel punto l’avvocato riferisce all’imputato, che risponde, di solito, “no no, non esiste, poi se faccio i nomi e sta gente viene a saperlo avrei molta paura per la mia incolumità personale e per l’incolumità delle persone a mie care, guardi avvocato piuttosto mi faccio un po’ di anni in più ma quando esco non devo aver paura di sta gente”. L’avvocato riferisce al PM (tutto questo “In private” in fase pre-dibattimentale, non nell’aula del tribunale) dicendo “dai cioè capit che è la storia, facci patteggiare lo stesso, anche con una pena più alta di quella che intendevi se collaborava, e la chiudiamo qui, il mio cliente cioè, non conta un cazzo, è un pesce piccolo, non è un boss o altro, avrai altro da fare pure te”. Il PM magari dice “no, allora non patteggiamo” (e lì allora fa l’abbreviato secco, il PM non deve dare il consenso e lo sconto di 1 terzo sulla pena edittale irrogata è automatico). Il PM magari dice “mmm ok, hai ragione, facciamo un patteggiamento di, boh, 4 anni e la chiudiamo qui”, l’avvocato dice “guardi non pijamose perculo, sappiamo entrambi che per questi fatti con l’abbreviato secco se mi va bene sto sui 2 anni/ 2 anni e mezzo, se mi va male sto sui 4, ma proprio se mi va male eh, dai facciamo 3 anni patteggiati e bon” e “trattano”. Alcuni PM son poco propensi a trattare, altri lo sono di più, a seconda di vari fattori fra cui, semplicemente, il loro carico di lavoro di quel preciso momento.Per questo motivo (ho fatto l’esempio pratico per far capire meglio le cose) spesso patteggiare non è così semplice, e la macchina giudiziaria italiana si ingolfa ulteriormente.Alcuni giuristi ed avvocati vorrebbero la possibilità di patteggiare anche per fatti gravissimi, fino all’omicidio. Al di là di discorsi etici, questo sarebbe molto pratico per l’efficienza giudiziaria in Italia. Un assassino reo confesso non può patteggiare perchè, giustamente, l’omicidio doloso è punito con più di 5 anni. Il processo in questo caso si svolgerebbe soltanto sulle aggravanti e le attenuanti, se era premeditato o meno (se è premeditato è un’aggravante), se è per futili motivi (aggravante), se è aggravato dalla crudeltà ecc. Con l’abbreviato l’ergastolo è difficile che venga dato (a meno che non sia un omicidio particolarmente efferato), ma intanto si spendono comunque soldi per 3 gradi di giudizio (da parte dello stato anche). Con la possibilità di patteggiare, in cambio di un ragionevole sconto di pena al reo confesso, si eviterebbe un processo dispendioso. Così dicono questi avvocati e giuristi. Altri avvocati e giuristi invece mettono prima la ragione “etica” della praticità o sono in posizioni intermedie.Il patteggiamento non è appellabile ma può essere fatto ricorso per cassazione, per tentare di abbassare la pena o, semplicemente, di ritardare l’arrivo della sentenza definitiva. Il 99% dei ricorsi in cassazione contro una condanna per patteggiamento viene dichiarato inammissibile.Ultima cosa, è ignoranza giuridica confondere rito abbreviato e patteggiamento, sono due cose completamente diverse e che non c’entrano una fava l’uno con l’altro. (vedi articolo intitolato “il rito abbreviato”)

Le misure di sicurezza

Le misure di sicurezza sono un’innovazione del codice Rocco (epoca fascista) e rappresentano la forma con la quale il codice penale ha concretizzato la teoria del doppio binario secondo cui mentre la pena doveva assolvere alla funzione di retribuire il reo per il reato commesso e di reintegrare l’ordinamento giuridico, la misura di sicurezza aveva la funzione di prevenire il pericolo di un’ulteriore condotta criminale da parte dell’autore di un fatto di reato o di un quasi reato attraverso la sua emenda o risocializzazione. Questa concezione, in linea teorica, oggi è superata in quanto l’art. 27 del codice penale afferma che la pena deve tendere sia alla punizione del condannato che alla sua rieducazione/reinserimento. Alcuni dicono che l’articolo 27 dovrebbe far sì che siano anche SUPERATE le misure di sicurezza, nate nell’epoca fascista in cui vigeva la teoria del “doppio binario”; di fatto, nonostante l’art. 27, queste misure esistono ancora, nonostante su di esse siano stati sollevati parecchi dubbi di costituzionalità.

Le misure di sicurezza personali possono essere detentive e non detentive.Le non detentive sono:

1) la libertà vigilata

2) il divieto di soggiorno

3) il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci di bevande alcoliche

4) l’espulsione dello straniero dalla Stato.

Si sostiene, poi, che le misure di prevenzione contrasterebbero con il principio costituzionale della presunzione d’innocenza, nonchè con quello, desumibile dall’art. 27 Cost, della personalità della responsabilità penale.

In ogni caso, la Corte Costituzionale, più volte investita della questione relativa alla legittimità costituzionale delle misure di prevenzione, ha sempre avuto modo di precisare come siano ammesse le restrizioni alla libertà che non siano espressamente escluse dalla carta Costituzionale. Alcuni pensano che questo sia il classico modo italiano di aggirare la costituzione in modo discrezionale per interessi extragiuridici (lasciare più leve di potere in mano alle autorità a riguardo vincolandoli meno alle leggi scritte e lasciando di fatto carta bianca), ma qui ognuno ha la libertà di vederla come meglio crede.

Perchè ora, vedendo a chi si applicano in teoria queste misure, si nota che il tutto è scritto in modo ambiguo, forse proprio per lasciar carta bianca a chi ha il potere per farlo agire secondo criteri anche “non strettamente giuridici”, ma qui, ripeto, ognuno la pensi come vuole. Queste misure si applicano a

1) coloro che debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono abitualmente dediti a traffici delittuosi;

2) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;

3) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Sono misure di prevenzione personali:

a) il foglio di via obbligatorio

b) la sorveglianza speciale

c) l’obbligo di soggiorno o il divieto di soggiorno da adottarsi unitamente alla sorveglianza speciale.

Alcune persone ritengono che questi 3 criteri siano troppo generici ed arbitrari. Si ritiene che uno sia “dedito a traffici delittuosi”? Le autorità preposte possono chiedere l’autorizzazione ad intercettazioni telefoniche ed ambientali riguardanti questa persona “dedita a traffici delittuosi”. Se trovano qualcosa di imputabile(che so, scoprono che spaccia), possono denunciarlo a piede libero od ottenere un mandato di cattura o denunciarlo ed applicargli una misura coercitiva, processarlo ed eventualmente condannarlo, con tutte le garanzie previste da un processo penale. Che necessità vi è di una “misura di prevenzione” così, sulla base di sospetti, quando comunque vi sono gli strumenti per imputare un sospettato? Così dicono alcune persone, altre persone invece ritengono che si debba sacrificare parte della libertà per assicurare la sicurezza sociale, e sacrificare la libertà significa mettere restrizioni arbitrarie a semplici sospettati.

In ogni caso queste misure a, b e c sono, rispettivamente,

a) l’obbligo di andare via da una città non di propria residenza e non farci ritorno (si sospetta che uno abbia traffici delittuosi in quell’altra città)

b) una serie di misure limitative della libertà personale (tornar a casa entro 1 certa ora o divieto di frequentare pregiudicati, perchè, è noto eh, prima di parlare con una persona tutti ti chiedon la fedina penale….)

c) vietato vivere in certe città o vietato vivere in città diverse da quella assegnata dall’autorità che decide.

Il tutto, attenzione, anche senza che vi siano condanne o processi, ma solo sulla base di sospetti o, peggio ancora, dopo che la pena è stata scontata. Si direbbe, un supplemento di pena in un certo senso.

Ma il bello deve ancora venire.

Pericolosita’ sociale

Agli effetti della legge penale, e’ socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, la quale ha commesso taluno dei fatti indicati nell’articolo precedente, quando e’ probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati.

Ma ci rendiamo conto? Quando è probabile che… cosa vuol dire? E’ probabile che commetta nuovi reati? Non ha senso. Nel senso, uno viene condannato, sconta la pena e non finisce lì come in teoria dovrebbe essere. Uno dovrebbe scontare e poi riprender a vivere, ed eventualmente esser riprocessato se è sospettato di aver commesso qualcos’altro. Invece qua si “previene l’eventuale reato” mettendo, preventivamente, una misura di sicurezza limitativa della libertà personale sulla base di congetture che al massimo stanno dietro ad “intenzioni presunte”. Mentalità tipica della “Legge dei sospetti di Robespierre” o del “processo alle intenzioni”.

Ed ancora

Le misure di sicurezza sono ordinate dal giudice nella stessa sentenza di condanna o di proscioglimento.

Possono essere ordinate con provvedimento successivo:

1) nel caso di condanna, durante l’esecuzione della pena o durante il tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena;

2) nel caso di proscioglimento, qualora la qualita’ di persona socialmente pericolosa sia presunta, e non sia decorso un tempo corrispondente alla durata minima della relativa misura di sicurezza (1)

è interessante il punto 2.

Uno viene prosciolto, ovvero non viene nemmeno fatto il processo(prosciolto non vuol dire assolto, assolto è se ti processano e ti assolvono, prosciolto è se dopo l’udienza preeliminare neanche procedono) ma nonostante tutto il prosciolto rischia una misura di sicurezza perchè “ha la qualità di persona presuntamente socialmente pericolosa”. In Italia, in teoria, vige il principio che “nel dubbio la decisione è favorevole al sospettato” perchè, in teoria, l’Italia è un paese garantista. Il punto 2 però boh, dà al giudice la possibilità di comportarsi in senso non garantista.

Passiamo ora alle misure di sicurezza DETENTIVE, veri e propri SUPPLEMENTI DI PENA, ancora peggiori di quelle non detentive. Per quanto sia fastidioso dover rientrare a casa alle 21 e non uscire dal comune di residenza sulla base di sospetti di reati futuri ed immaginari, è ancora peggio dover esser detenuti sulla base di questi sospetti.

Le misure di sicurezza detentive sono eseguite negli stabilimenti a cio’ destinati.

Le donne sono assegnate a stabilimenti separati da quelli destinati agli uomini.

In ciascuno degli stabilimenti e’ adottato un particolare regime educativo o curativo e di lavoro, avuto riguardo alle tendenze e alle abitudini criminose della persona e, in genere, al pericolo sociale che da essa deriva.

Il lavoro e’ remunerato. Dalla remunerazione e’ prelevata una quota per il rimborso delle spese di mantenimento.

Per quanto concerne il mantenimento dei ricoverati nei manicomi giudiziari, si osservano le disposizioni sul rimborso delle spese di ospedalita’

Ma ci rendiamo conto? Qua siamo alle workhouse inglesi, con la differenza che le workhouse in Inghilterra c’erano nel XVII secolo… Ma ripeto, ognuno la pensa come vuole.

In ogni caso, è un problema intrinseco alla legislazione italiana secondo molti giuristi. Questa la loro argomentazione.Con il superamento del Codice Rocco di epoca fascista (non si entra nel merito politicamente, ma si parla solo di superamento a causa del decorso del tempo e dell’evoluzione della concezione giuridica) in teoria le misure di sicurezza dovrebbero essere abolite perchè è compito dello stato reinserire il condannato già durante l’espiazione della pena. Le misure di sicurezza, nate durante il Codice Rocco per spingere il condannato che aveva espiato la pena a non “ricadere negli errori precedenti”, ora, di fatto, diventano un grosso ostacolo per il reinserimento anche solo lavorativo del condannato o del semplice sospettato. Divieto di stare fuori casa dopo le 21, ad esempio, esclude la possibilità di trovarsi un lavoro su turni serali o notturni, limitando la possibilità di reinserimento lavorativo. Obbligo di non uscire dal proprio comune di residenza, ad esempio, esclude la possibilità di trasferirsi in un altro comune in seguito ad offerte di lavoro. E così via…Per la cronaca, l’Italia ha uno dei tassi di recidiva più alti dell’intera Unione Europea. Forse qualcosa nel sistema di espiazione delle pene ed effettivo reinserimento non funziona tanto bene ma, ripeto, queste son considerazioni di vari giuristi che io condivido ma che non rientrano nelle finalità dell’articolo. Le finalità dell’articolo sono quelle di spiegare cosa sono le misure di sicurezza, da che logiche sono nate, a cosa servono in teoria e le critiche ad esse.

Alcuni magistrati difendono strenuamente l’esistenza delle misure di sicurezza in quanto “abolirle sarebbe un favore alle organizzazioni criminali”.

Tuttavia molte persone credono che la frase “fare questo sarebbe un favore alle organizzazioni criminali” sia semplicemente una scusa per mantenere intatto il proprio potere decisionale e bloccare qualunque iniziativa che sia in qualche modo a favore dei diritti del cittadino.

Concorso nel reato e Associazione a delinquere

L’istituto del concorso di persone nel reato si riferisce alle ipotesi in cui la commissione di un reato sia commesso da più persone. Devono esserci queste caratteristiche: più persone che commettono il reato (anche solo 2), realizzazione di un illecito e partecipazione di queste persone alla determinazione dell’evento illecito.

Il Codice Penale italiano stabilisce, che qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato, e questo non sia commesso, nessuna di esse è punibile per il solo fatto della sussistenza dell’accordo. L’accordo può al massimo comportare l’applicazione di misure di sicurezza.

Per tutti i concorrenti verrà applicata la pena prevista per il reato commesso e ciò a prescindere dal singolo apporto contributivo di ciascuno nella determinazione dell’illecito. Il giudice valuerà poi le circostanze attenuanti e aggravanti a seconda di chi è considerato “promotore ed organizzatore di reato” o, al contrario, di chi è considerato “concorrente minore”.

Il reato di “associazione a delinquere” è invece molto più complesso e le pene dipendono dal “reato fine”. In ogni caso, a parità di reato, è punita molto di più l’associazione che il concorso.L’associazione per delinquere si caratterizza, in primo luogo, per essere frutto di un accordo a carattere generale e continuativo volto ad eseguire un programma criminoso: la stabilità del vincolo e l’indeterminatezza del programma criminoso costituiscono infatti i tratti differenziali del reato associativo rispetto all’istituto del concorso di persone, contrassegnato invece dalla occasionalità del vincolo e dalla specificità del reato che costituisce oggetto di accordo. Inoltre per dimostrare le accuse di “associazione a delinquere” i magistrati devono anche spiegare con precisione i ruoli che avrebbero avuto i presunti “associati” all’interno della suddetta “associazione”.

Tutto ciò è, se vogliamo, difficile se non in certi casi impossibile da dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio”. Su questo elemento Magistrati Accusatori ed Avvocati Difensori nominati di Fiducia dagli imputati cercano di convincere il Magistrato Decisore (è un dipendente statale, come il Magistrato Accusatore nonchè suo collega ma, come dice il Codice Penale Italiano, è terzo ed imparziale e mettere in discussione questa sua imparzialità potrebbe essere configurato come reato di vilipendio alle istituzioni) della bontà della tesi di “associazione a delinquere” o di “semplice concorso di più persone nel reato” (qualora il reato in sè sia evidente ovviamente); distinzione a prima vista “accademica” o “secondaria” ma che, all’atto pratico, fa ballare un buon numero di anni di reclusione in più o in meno e/o (già in sede di riesame) fa attenuare o addirittura saltare eventuali misure cautelari (per alcune tipologie di reato la misura cautelare è prevista solo in caso di “associazione a delinquere” e non in caso di semplici “gravi indizi di colpevolezza per il reato x”.Spesso la determinazione, a parità di condizioni, di una condanna per “associazione” o per “concorso”, è poco chiara in quanto i Magistrati Decisori sono degli esseri umani e quindi non sono infallibili nè ragionano tutti con lo stampino, ed in quanto vi sono avvocati bravi ed avvocati meno bravi. Tuttavia la distinzione teorica fra il “concorso di più persone nel reato”, che determina un aumento della pena edittale nei termini della pena base prevista o, al massimo, un aggravante, ed il reato associativo, che determina pene molto più elevate in quanto reato a sè stante (con differenze a seconda delle finalità della presunta associazione a delinquere), è quella scritta qui sopra.

La continuazione del reato

Si affronta ora il concetto di Reato Continuato e di Continuazione del Reato.
Il reato continuato si configura quando un soggetto “viola una o più disposizioni di legge, con azioni diverse, per realizzare un medesimo disegno criminoso.
In pratica, con un esempio pratico. Viene trovata a casa di un individuo una quantità di droga superiore a quella consentita per uso personale ed una pistola detenuta illegalmente. I reati sono 2: detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente e porto abusivo d’arma da fuoco.
La persona sarà condannata non per 2 reati diversi ma per il reato più grave (in questo caso detenzione ai fini di spaccio) aumentato fino ad un terzo per la continuazione del reato.
Oppure, classico “omicidio colposo ed omissione di soccorso”, due reati che diventano un solo “reato continuato”.
O ancora, “aggressione e lesioni”, due reati che diventano un solo “reato continuato”.
O, esempio classico nei capi di accusa associativi, “associazione a delinquere finalizzata alla truffa, e truffa aggravata”, due reati in uno (il reato associativo ed il reato fine, se regge l’accusa di associazione).
Gli elementi costitutivi del reato continuato sono tre:
1) Una pluralità di azioni o omissioni;
2) Più violazioni di legge;
3) Il medesimo disegno criminoso.
Le violazioni di legge plurime possono riguardare anche reati puniti da diversi articoli del codice penale, e questa è una peculiarità dell’Ordinamento Penale italiano.
Per quanto riguarda invece il “Medesimo disegno criminoso” qui è controversa la storia in quanto verte tutto intorno al concetto di “programma unitario” ovvero che il reo avesse un piano deliberato dall’inizio con un solo fine nella commissione delle sue azioni delittuose, ed al concetto di “unico scopo del reo” ovvero che egli avesse un unico scopo nel realizzare i suoi delitti.
Ovviamente l’avvocato difensore spingerà per far riconoscere il “reato continuato” mentre l’accusa cercherà di non farlo riconoscere al fine di condannare a pene più alte il reo.
Come detto, la pena per i “reati continuati” si calcola in questo modo.
SI prende il capo d’accusa più grave come pena irrogata e si usa quella pena come “pena base” a cui applicare eventuali attenuanti ed aggravanti. Una di queste aggravanti, previste per il reato continuato, è, appunto, la “continuazione”, che prevede un aumento fino ad un massimo di un terzo della pena. Talvolta in reati continuati non particolarmente efferati commessi da incensurati la “continuazione” e le “attenuanti generiche” di fatto si “bilanciano o quasi”.
Verrà affrontato prima o poi il concetto di “continuato fra diverse sentenze definitive” insieme al concetto di “cumulo giuridico di pene”, materia molto vasta e complicata che ritengo controproducente affrontare insieme all’argomento “reati continuati”.