GLI EBREI E L’AGRICOLTURA (Carlo Magnino – 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo GLI EBREI E L’AGRICOLTURA di Carlo Magnino, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

Gli ebrei e l’agricoltura – Carlo Magnino – 1938

 

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

L’assenza di agricoltura

 

L’esame anche superficiale della distribuzione degli ebrei sulla terra ci rileva due fatti strettamente connessi l’uno all’altro, ma che ora preferisco presentare ben distinti.

1) Non si può mai parlare di aree di addensamento degli ebrei in senso assoluto ma sempre soltanto in senso relativo, in quanto anche nei punti del globo dove gli ebrei sono in maggiore quantità, pur restringendo l’esame a aree di minima entità geografica, il loro numero non costituisce mai la intera popolazione del luogo considerato, ma si presenta invece sempre soltanto come una percentuale. Traducendo il fatto nell’espressione pratica del suo significato vediamo:

  1. a) che gli ebrei non adempiono a tutte le funzioni che la vita sociale esige ma soltanto ad alcune di esse, sempre le medesime;
  2. b) che qualche volta, in circostanze speciali, l’oggetto della loro attività si allarga, in un modo fittizio, apparente, perché quasi sempre queste nuove espressioni di vita rientrano in quanto ai fini nelle attribuzioni specifiche degli ebrei;
  3. c) che il nucleo ebraico non svolge mai alcune caratteristiche e fondamentali attività, essenziali alla vita tanto dell’individuo quanto dell’umanità consociata, come l’attività agricola. ·

2) La distribuzione degli ebrei sulla terra è la “impressione”, l’effetto del loro speciale principio migrativo.

Dall’esame cioè di come gli ebrei sono attualmente distribuiti sulla terra si può rilevare la caratteristica fondamentale del loro movimento. Non possiamo senza dubbio confrontare con esattezza i movimenti ebraici recenti con quelli antichi, fra la mitologia e la storia, dei quali conosciamo in parte il risultato e neppure lo svolgimento. Ma riferendoci soltanto alla storia degli ultimi venti secoli possiamo rilevare alcune caratteristiche di movimento che si possono riassumere nella semplice espressione “per infiltrazione, non per massa”.

E’ ovvio quanto se ne può facilmente dedurre:

  1. a) l’assenza di eserciti, cioè di uno spirito militarista;
  2. b) e poi soprattutto, l’assenza dell’agricoltura.

Abbiamo seguito la strada inversa? Perchè a tutta prima può sembrare chiaro che siano questi due punti la ragione del modo di svolgersi del fenomeno migrativo ebraico. O non è invece l’un fatto in funzione dell’altro? La caratteristica del movimento, motivo della struttura sociale ebraica? Si tratta cioè di movimenti che esigono l’assenza di eserciti, di fermate che esigono la mancanza di agricoltura? Si può ben essere propensi per una tesi piuttosto che per l’altra, ma non ci si può basare che su fattori relativi e non assoluti; così come relativa e non assoluta è la distinzione che si può fare fra l’una e l’altra tesi. Le stesse caratteristiche fisiche degli ebrei, si è detto da alcuni, ci spiegherebbero la loro millenaria inattività militarista, ma non ci dicono quale sia il fattore primo. Sempre, in casi analoghi, ci si trova di fronte ad atteggiamenti che ci sembrano troppo recisi; la controversia si trasforma così spesso in un dualismo di scuole. Si può prospettare l’ipotesi che popolazioni allo stato nomade come quella ebraica, non abbiano trovato l’ambiente adatto e sicuro ove poter svolgere una agricoltura vera e propria, ove fissarsi, e perciò appunto siano state costrette a continuare nelle loro peregrinazioni. Ma perchè ciò? Forse semplicemente perchè questo gruppo etnico si è venuto a trovare in ritardo rispetto agli altri gruppi al momento dell’insediamento e gli son quindi venute a mancare le possibilità· già sfruttate da altri? Soltanto una ragione storica quindi avrebbe deciso della sorte di un gruppo? Si osservi ad ogni modo, come anche in questo caso, lungi dal porre la questione su una via di risoluzione, si presuppone una causa conduttrice superiore. Che le caratteristiche esplicazioni di una vita millenaria abbiano influito sulla natura e sulle attitudini del popolo ebraico è indubitato. Si possono accettare i postulati della scuola naturalistica, ma sarebbe assurdo considerarli sufficienti: una ragione, un fattore che ancora ci sfugge ha guidato senza dubbio questo gruppo in modo tanto diverso da quello degli altri, o ne ha determinato il diverso sviluppo migrativo.

Fra tanta diversità di opinioni e di teorie è notevole il fatto di poter concentrare a questo punto tutta la nostra attenzione su un elemento etnologico, che è fra tanti assolutamente il più importante, unico fattore forse fra tutte le svariate considerazioni possibili che accomuni i nuclei ebraici più distanti e più differenti fra loro: l’assenza di una agricoltura vera e propria. Penso infatti, sia l’assenza di militarismo e soprattutto di spirito agricolo – e i due elementi non sono antitetici e neppure completamente distinti l’uno dall’altro come a tutta prima potrebbe sembrare – a costituire il fattore coercitivo determinante del sistema migrativo e dell’attuale struttura degli ebrei. Vi è chi, cercando di porre in relazione l’indice cefalico con la tendenza dei popoli al lavoro della terra, otterrebbe che a popoli a tendenza di vita migrativa corrisponderebbe un brachimorfismo, mentre dolicomorfi sarebbero i popoli a vita sedentaria e a più spiccata tendenza per l’agricoltura. Se il fatto che tra gli ebrei si possono trovare insieme con estrema facilità forme brachicefale e forme dolicocefale non è sufficiente per distruggere tale ipotesi, si potrebbe ricordare gli Tzigani, unico altro nucleo privo di una vita agricola che esista in Europa, che pure presentano nella loro maggioranza assoluta elementi di dolicomorfismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Enunciato e Obiezioni

 

I – Secondo una concezione teologica, ogni civiltà come ogni razza come ogni popolo, sembra aver ricevuto dal Destino una particolare missione nella storia dell’umanità, una parte appropriata alle sue attitudini e alle sue forze. Al popolo ebraico non è certo data una missione di popolo “sociale”, nel senso specifico della parola, di popolo costruttore e coadiutore, di popolo agricolo! E’ ben noto infatti lo spirito intimamente disgregatore che emana dall’azione lenta ma continua e tenace che l’elemento ebraico svolge nel mondo di ogni concezione scientifica o sociale; è nota la sfida che nel campo di ogni scienza le più grandi menti ebraiche hanno gettato alle dottrine astratte e scientifiche che sorreggevano da secoli la nostra civiltà, sempre nello sforzo più elevato e sapiente di scalzare concezioni filosofiche, morali, economiche, politiche. E’ arcinota la partecipazione del pensiero ebraico a tutte le rivoluzioni, quasi limitata però alla prima fase distruttrice, quasi mai presente al momento della ricostruzione, del ritorno al lavoro tranquillo, del ritorno ai campi. Ma non è altrettanto nota la causa intima che spinge l’ebreo a dubitare sempre e lo pone in completa antitesi, in aperta lotta contro ogni manifestazione della nostra civiltà conservatrice; la mancanza di uno spirito rurale che lo leghi alla terra e ai lavoro di ·questa, così come il focolare, la casa avvincono e richiamano a sè l’uomo della famiglia primitiva.

II – Fra le numerose obbiezioni che si possono fare a questo punto, alcune senza dubbio sono da prendersi in maggiore considerazione. Mi si può infatti chiedere:

1) L’antica civiltà ebraica non era forse una civiltà agricola?

2) La liberazione degli ebrei dalla schiavitù morale a cui erano soggetti in Russia prima della rivoluzione e l’emancipazione dei loro diritti non hanno dato forse ottimi risultati per l’avvicinamento dell’ebreo alla terra?

3) Non vi sono forse attualmente popolazioni ebraiche dedite all’agricoltura?

4) II popolo ebraico, infine, è l’unica razza senza agricoltura?

 

La prima abbiezione ha un’importanza soltanto relativa; agricoltura, si noti, non è il commercio del vino e non soltanto l’allevamento di api e la spremitura di uve. Agricoltura vera significa innanzitutto amore per la terra, amore che si manifesta nell’eleggere un domicilio stabile, nel lavorare la terra, e su di questa sudare e sperare, ma che si manifesta altresì con infinite altre espressioni di vita rurale che distinguono gli individui, le famiglie, i popoli agricoltori da quelli che lo sono meno o che non lo sono affatto. Ad esempio di popolazioni ebraiche dedite alla agricoltura si citano sempre i Caraimi: in realtà non si tratta di ebrei; prove storiche e antropologiche ne indicano chiaramente la posizione etnica, attraverso la loro origine e la precisa distinzione dagli ebrei. Questi Caraimi, oriundi dalla Persia, sono oggi in numero tanto piccolo – poche migliaia: in Levante, sul Volga, in Polonia – da render più facile una confusione con gli ebrei.  E poi si devono notare talune affinità religiose, l’uso fatto in passato dai Caraimi della lingua ebraica. Questa è la ragione del grossolano errore, che induce taluni a citare la fiorente agricoltura dei Caraimi come una attività ebraica. Il fatto invece è che gli ebrei sono una razza che non ha parenti, e – ciò che è ancora più notevole – che non ne hanno mai avuti, per quanto lontano si spinga lo sguardo nel tempo. Forse su questo nuovo punto deve indirizzarsi chi vuoi spiegare l’autoenunciazione del popolo eletto? Ma un’altra razza esiste oggi egualmente senza parenti, una razza che già ho avvicinato a quella degli ebrei per la comune assenza di vita agricola: gli tgizani, gli zingari. Ma tale coincidenza, che esigerebbe molte osservazioni e alcune limitazioni, non infirma affatto l’enunciato antirurale che si addice agli ebrei in modo così categorico come non si potrebbe ripetere per gli tzigani.

 

 

 

 

L’agricoltura presso gli antichi Ebrei.

 

Vari autori mettono in risalto l’attività agricola che si sviluppa presso gli antichi nuclei ebraici al loro giungere in Palestina e ce la spiegano dimostrandoci innanzi tutto quanto fosse sviluppato il senso dell’agricoltura presso gli indigeni coi quali gli Ebrei si incontrano in Cana – e su ciò sembra non osservi alcun dubbio – facendoci poi osservare come tutte le fonti della supposta civiltà agricola ebraica risiedano nell’insegnamento dato dagli abitanti di Cana, lasciando quasi arguire a chi legge un significato alquanto differente, la instabilità cioè dello sviluppo agricolo della civiltà ebraica. Il popolo israelita – dice Adolfo Lods – divenne essenzialmente agricoltore. Le esportazioni consistevano in grano, miele, cera, olio e profumi (Ezechiele, 27, 17). E’ in grano e olio che Salomone paga i suoi debiti a Hiram (Libro dci Re, 5, 25). A base della nutrizione erano farina e olio (Libro dei Re, I7, I2-I6; II, 4, 2). La viticoltura era sì largamente praticata che i poeti rappresentavano sovente la nazione sotto l’immagine di una vigna (Esempi, 5; Ezechiele, 15, I7 ; Genesi, 49, II-I2; e così via). “La population israélite après l’absorption des Cananèens, pratiquait bien de procédés techniques inconnues des Hébreux nomades”.

Ma il medesimo autore ricorda nello stesso tempo alcune delle regioni della Palestina, dove si conservò il seminomadismo; il Sud di Giuda (per es. I Samuele 25), la Transgiordania (Giudici, 5, 16), il Moab (Il Re, 3, 4); e .richiama poi fortemente l’attenzione sulla completa fusione avvenuta fra gli ebrei e i Cananesi, che l’autore chiama loro maestri in agricoltura; fusione della quale in realtà nulla sappiamo con precisione e che non ci deve tuttavia impressione, considerato il .complesso di apporti che gli ebrei hanno subito nell’antichità senza per altro mai deviare minimamente dalla loro precipua condotta di vita. La poca consistenza scientifica delle fonti ebraiche che servirebbero a dimostrazione dello sviluppo assunto dall’agricoltura nella civiltà ebraica, ci è dato anche da un frequente anacronismo che si rileva all’esame della terminologia tecnica dei testi.

Il Lods medesimo ci fa osservare che il testo del Decalogo quale oggi ci appare non può essere stato assolutamente redatto all’epoca mosaica appunto per la presenza nel Decalogo stesso di concetti agricoli che non potevano allora esistere, assolutamente estranei all’epoca, ma che appartengono sempre, secondo l’autore, al modo di parlare e di pensare del Deuteronomio (VIII sec.) o del Codice Sacerdotale (VI · e .V sec.). E altrove dice: ” un mot signifiant “paturage” avait pris le sens de “demeure” (nawe). Une contrée plantureuse était un “pays ruisselant de lait et de miel”: c’est l’ideal du nomade. Un paysan eùt dit “un pays de blé, de moùt et d’huile”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tentativi di colonizzazione ebraica nell’Unione Sovietica.

1) In Russia, un tentativo di colonizzazione ebraica era stato già fatto dagli Czar col fissare un gran numero di famiglie israelite in una vasta zona agricola. Ma dopo appena cinque anni non esisteva più un’azienda in possesso di un ebreo: a poco a poco, senza che nessuno se ne accorgesse, avevano venduto, ceduto, ed infiltrandosi, erano tornati nei loro ambienti di vita commerciale. Ma si potrebbe obiettare che date le restrizioni a cui gli ebrei erano allora sottoposti, la vita nei campi era per essi ancora meno facile, e che nulla in particolare si sa delle effettive condizioni di vita loro offerte. Più valore devono quindi avere i tentativi sovietici di colonizzazione, pervasi di un semitismo di cui nessuno può dubitare. In Russia, prima della Rivoluzione, l’agricoltura agli ebrei era interdetta anche per le difficoltà di acquisto della terra. Nel 1917, nella Rutenia Bianca vi erano su oltre 10.000 ettari circa duemila famiglie ebraiche non del tutto estranee all’agricoltura. Uno dei primi atti delle autorità sovietiche fu naturalmente la realizzazione del primo postulato del programma ebraico e cioè: il diritto di possedere la terra. Il Governo sovietico infatti non ha soltanto permesso ai piccoli mercanti e artigiani israeliti, stabiliti nelle campagne, di partecipare alla lottizzazione dei beni fondiari ex-privati, statali e ecclesiastici, ma ha spiegato inoltre una viva attività allo scopo di far stabilire nelle campagne il proletariato ebraico abitante le città e le borgate e il cui numero era aumentato notevolmente in seguito al cambiamento improvviso della struttura economica, ciò che ha minato l’esistenza delle grandi masse ebraiche dedite fino allora principalmente se non esclusivamente alla vita commerciale. Questo primo tentativo di colonizzazione ebraica da parte delle autorità sovietiche, favorito da tali condizioni economiche, raggiunge il suo culmine nel ’23-25, ma subito decade e s’arresta. Fra le cause dell’insuccesso si deve porre innanzi tutto la inabilità degli ebrei ai lavori agricoli, ciò che fa sì che le loro aziende siano sempre a un livello inferiore.

 

Ma il colpo mortale a questo primo tentativo fu dato dallo stesso governo sovietico che, secondo lo spirito del suo programma, cominciò a proteggere esclusivamente l’organizzazione delle collettività ebraiche, cessando di distribuire agli ebrei lotti di terra individuali e giungendo anzi a riunire in aziende socializzate le colonie ebraiche già organizzate. Tale ultima misura ha provocato una reazione che si è tradotta nel rifluire assai notevole degli ebrei verso le città.

2) Ma di fronte all’insuccesso continuarono i tentativi di colonizzazione ebraica con la imponente previsione di passaggio ai campi di 16.000 famiglie israelite di cui 10.000 nella stessa Rutenia Bianca e il resto principalmente in Siberia (a Barabidjan) e la destinazione a coltura di terreni fino allora incolti. Gli sforzi compiuti portarono nella Rutenia Bianca le famiglie ebraiche da 1964 che erano prima della rivoluzione – con 11mila 800ettari – a 6505 nel 1924 (30.800 ettari) a 9.303 nel 1929 (64.800 ettari). Ma la colonizzazione ebraica fra il 1926 e il 29 procede sempre più lentamente e fra le maggiori difficoltà, e a un certo punto s’arresta del tutto. Eppure notevole è l’estensione delle terre arabili cedute agli ebrei a partire dal 26: le 1500 famiglie ebraiche stabilite in campagna tra il 27 e il 29 hanno ottenuto infatti circa 20.000 ettari, la medesima estensione cioè destinata alle 6500 famiglie del periodo 1920-24. Nel 1924 una collettività ebraica raggiungeva in media 84 ettari, nel 1926 già 130 ettari. Ecco una prova delle migliori condizioni materiali offerte agli ebrei e che questi non accettano per la loro intima natura così spiccatamente antiterriera. Nell’ultimo decennio è una dispersione continua di ebrei dalle aziende che così si disgregano: il movimento avviene in modo incessante, tacito e subdolo, senza un apparente perché; mentre l’arruolamento degli ebrei nelle file dei lavoratori agricoli da difficile diviene impossibile. Lo stato attuale della colonizzazione ebraica nella Rutenia Bianca e in genere in tutta la Russia permette di stabilire che il piano di fissare gli ebrei alla terra, dedicandoli ai lavori agricoli, non soltanto non potrà essere realizzato, ma è già anzi fin d’ora fallito per l’opposizione della popolazione ebraica medesima, per se stessa contraria alla vita rurale e disillusa dei risultati ottenuti con la finta liberazione che ha voluto tentare il regime sovietico. Forse quei pochi si illusero di trovare la “loro” ricchezza là dove invece non c’era che il sano lavoro della terra?

Quanto precede non è che un esempio, forse per la brevità del ciclo più comprensibile di quello palestinese. Citare la Palestina, l’opera iniziativi dal K. K. L. (Keren Kayemeth Leisraél, che significa Fondo nazionale ebraico) coi suoi considerevoli acquisti di terre e le sue notevoli opere di industrializzazione agricola per dimostrare che l’ebreo ha come ogni individuo di altra razza un attaccamento alla sua terra, cioè alla terra di sua proprietà, che la lavora e l’ama, è quanto ci può essere di più errato. In primo luogo troppi altri elementi intervengono in questo caso a rendere indimostrabili a priori e inverosimile una simile asserzione. In secondo luogo qui ci troviamo di fronte a tutte le caratteristiche del cosiddetto “affare” che sono la prima negazione dello spirito rurale. Occorrerebbe infatti, se si volesse esaminare con maggiore attenzione il caso dei cosiddetti agricoltori ebraici di Palestina, ripetere quelle osservazioni che vengono naturali leggendo antichi testi ebraici: che cioè agricoltura non è soltanto il commercio del vino o la vendita di prodotti. Sarebbe bene invece vedere chi nel campo ebraico, sia esso in Italia, in Palestina o dove si vuole, è l’effettivo lavoratore, non soltanto il proprietario, per meglio convincersi della completa assenza di uno spirito rurale e di ogni attività agricola nella vita ebraica.

 

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Macej Dabrowski (alias Capricornus): il progetto Thor’s Hammer.

In allegato un excursus sulla carriera di Macej Dabrowski (Capricornus), in particolare del suo progetto Thor’s Hammer.

Il contenuto è tratto dal libro Come Lupi Fra Le Pecore.

Chi pubblica non esprime alcun giudizio su di esso e lascia al lettore la liberà di farsi un’opinione a riguardo. Buona lettura.

Macej Dabrowski (alias Capricornus): il progetto Thor’s Hammer.

Chierico jihadista prossimamente in Italia (di Valentina Colombo)

Alcuni estratti di questo articolo preso dall’Osservatorio Antisemitismo, link all’articolo completo a fine post.

NDA: In data successiva all’articolo, è stato impedito l’accesso in Italia a questo predicatore islamico a causa della sua ideologia radicale.

<<L’Italia si conferma il porto felice della Fratellanza musulmana in Europa? La risposta è senza dubbio affermativa e non riguarda solo le connessioni delle organizzazioni islamiche attive nel nostro paese, ma anche predicatori controversi che sono già stati banditi in altri paesi del Vecchio continente. Come il caso del recente annuncio, sul profilo Facebook dell’Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide Religiose con sede a San Giovanni in Lupatoto, del tour italiano del predicatore islamico Tareq Suwaidan e di sua moglie Buthaina Ibrahim, che si svolgerà dal 7 al 17 maggio partendo da Como (Hotel Lomazzo) per proseguire con tre incontri con rispettive comunità (probabilmente una di queste sarà Reggio Emilia). >>

<<Nel 2014 le autorità belghe hanno vietato l’ingresso a Suwaidan, per via delle sue posizioni antisemite, che quindi non ha partecipato come oratore alla Foire Musulmane organizzata dalla Fratellanza belga. Su stessa ammissione di Suwaidan, il predicatore è persona non grata anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Già nell’agosto 2013, era stato licenziato dal ruolo di direttore e membro del direttivo del canale islamico Al Risala di proprietà del principe saudita Walid Bin Talal per avere ammesso di appartenere al ‘movimento terrorista dei Fratelli musulmani’. >>

<<“Il sangue che sacrifichiamo è certamente prezioso, ma l’equazione è la seguente: ‘I nostri morti sono in paradiso mentre i loro sono all’inferno.’ Non abbiamo paura del martirio. Poco fa stavate cantando: ‘la morte per Allah è il nostro desiderio supremo’. Ebbene, la morte che voi desiderate è giunta a voi. Noi non abbiamo problemi con la morte, siamo diversi dagli israeliani. […] Tutte le madri della umma – non solo quelle palestinesi – dovrebbero allattare i propri figli con l’odio verso i figli di Sion. Li odiamo, sono i nostri nemici. Dobbiamo instillare questo nei cuori dei nostri figli sino a che sorgerà una nuova generazione che li cancellerà dalla terra. […] Ci sono diversi tipi di jihad. Spero che voi non lasciate questo luogo solo sentendovi meglio, perché avete gridato un po’ e avete cantato qualche slogan. […] No, no. Ciascuno di noi uscendo da questa sala dovrà pensare a un piano su come cancellare Israele”.>>

<<“Suwaidan è anche autore ed editore di una “Enciclopedia illustrata sugli ebrei” di 429 pagine, pubblicata nel 2009 e reperibile facilmente in rete, in cui chiarisce che la battaglia non è solo contro Israele, ma contro tutti gli ebrei che ne giustificano l’esistenza. Nei ringraziamenti che aprono il volume si legge: “Rivolgo in primo luogo il mio ringraziamento ad Allah – Egli è l’Altissimo – che ci ha insegnato, guidato e rammentato la conoscenza del nostro nemico, ci ha avvertiti nei confronti degli ebrei e delle loro macchinazioni. Allah – Egli è il Potente – ha detto: ‘Voi vi accorgerete che i peggiori nemici sono gli ebrei e coloro che associano altri ad Allah’. Per questo motivo prego e mi affido all’Inviato di Allah che ha affrontato la malvagità e la perfidia degli ebrei e fu paziente, sopportò, ma infine fu costretto a combatterli e poi li espulse poiché non aveva altra possibilità.”>>

Chierico jihadista prossimamente in Italia

Il Congresso USA equipara i blogger alternativi sul web ai terroristi dell’ISIS . In Italia si prepara la “Psico Polizia” (autore: Luciano Lago)

I bloggers, i teorici della “cospirazione” e le persone che sfidano le narrative ufficiali su internet, sono stati paragonati ai terroristi dell’ISIS nel corso di una recente udienza al Congresso degli Stati Uniti.
L’udienza, organizzata dal “Comitato di Relazioni esterne della Camera”, era stata intitolata “Facendo fronte alla Militarizzazione dell’Informazione in Russia”, nel corso di questa si è accusato il network televisivo russo RT (Russia Today) che trasmette in molteplici paesi in varie lingue, di creare le “teorie della cospirazione” per diffondere la sua propaganda.
Uno degli oratori che ha prestato la sua testimonianza è stata la ex presentatrice della RT, Liz Wahl, la quale un anno fa abbandonò la RT pubblicamente in diretta, in disaccordo con la linea seguita dal network.

Sottolineando che internet fornisce una piattaforma per “voci marginali ed estremiste”, la Wahl ha caratterizzato le persone che sfidano la narrativa ufficiale trasmessa dagli USA, come parte di un “culto”.
“Loro si mobilitano e si sentono parte di una lotta illuminata contro l’establishment…..cercano di trovare una piattaforma per esprimere i loro punti di vista frastornati”, ha detto la Wahl.
Allo stesso modo la Wahl ha giustificato le denunce di Andrew Lack, capo della Giunta dei Governatori della Radiodiffusione (BBG), il quale ha affermato che la RT costituisce una minaccia dello stesso livello che l’ISIS e Boko Haram.

“Mediante l’utilizzo di internet per mobilitare le persone che si sentono emarginate dalla società, RT gli fornisce un luogo dove possano trovare un senso di appartenenza, e questo è un problema.
Wahl è passata a lamentare il fatto che i teorici della cospirazione stavano “condizionando le opinioni in internet e nelle reti sociali . Il web si è trasformato in un faro di disinformazione, false teorie, bloggers che cercano di farsi un nome e che non hanno alcuna responsabilità per la verità”.

In realtà l’abbandono in diretta e tutta la successiva denuncia della Wahl , ampiamente pubblicizzata dai media USA,  era stato accuratamente predisposto dall’organizzazione Neo cons, “Foreign Policy Initiative (FPI), che si occupa di contrastare le informazioni della RT ed altri media russi che trasmettono in inglese. Soltanto un’ ora dopo le sue dimissioni,  la Wahl è apparsa in una intervista esclusiva rilasciata al “The Daily Beast” tramite un tal James Kirchick, esponente dell’organismo neo con FPI che aveva preparato la “sceneggiata” delle dimissioni già da mesi prima (con cui la Wahl intratteneva una relazione sentimentale).  Niente di spontaneo quindi ma solo un episodio della guerra mediatica.

Il presidente del Comitato, Ed Royce, è arrivato ad accusare le persone che pubblicano su You Tube di utilizzare la “violenza e le brutalità” per appoggiare le proprie teorie della cospirazione.

Peter Pomerantsevm dell’Istituto “Legatum”, con sede al Londra, ha affermato che le teorie della cospirazione hanno spinto verso il successo di Marine Le Pen in Francia, prima di lamentarsi del fatto che le teorie della cospirazione stavano “sfidando l’ordine globale e minacciando di affossare le Istituzioni Globali”.

Più in là della retorica incendiaria, la vera storia gira intorno al fatto che Washington si è vista sorpresa per la rapida crescita della RT, un organismo considerato di propaganda russa, contrario alla propaganda occidentale, cosa che ha portato personaggi come Hilary Clinton a riconoscere che gli USA stanno “perdendo la guerra dell’informazione”.

Tutto questo realmente non ha nulla a che vedere con la difesa della verità che i grandi media di ispirazione statunitense pretendono di avere. Quello che accade in pratica è che un grande clan mafioso, costituito dall’apparato dei media atlantisti, finanziato dai grandi organismi finanziari, viene sfidato da altri gruppi di influenza che stanno guadagnando terreno.

Coloro che avevano fino ad oggi il monopolio dell’informazione e la utilizzano per la manipolazione dell’ opinione pubblica e favorire interessi costituiti, oggi vengono sfidati sul loro stesso terreno e non si rassegneranno facilmente a perdere tale monopolio.

Per quanto riguarda le voci libere di opinionisti e dei blogger sul web,  la tecnica che viene frequentemente utilizzata contro coloro i quali dissentono dalle narrazioni ufficiali, prima di arrivare ad una  censura sulle idee non conformi,  è quella, in un primo momento, di emarginarli dai media ufficiali, poi di indicarli come “complottisti” e metterli in ridicolo come sostenitori di astruse teorie (gli “illuminati” i “rettiliani”, gli extra terrestri, ecc.), infine si arriva alla fase della repressione in base a leggi speciali, opportunamente emanate, contro il negazionismo, il razzismo l’antisemitismo o direttamente con accuse di presunta collusione con il terrorismo.

Queste tecniche sono state utilizzate ad esempio in Francia contro il comico Dieudonnè, accusato di antisemitismo per aver osato criticare la lobby israelita e la politica del governo, in Germania contro gli storici accusati di negazionismo ed anche contro un vescovo cattolico (Richard Williamson) Vedi: Aleteia –  Vedi: Il comico francese Dieudonnè condannato per apologia di terrorismo

In Italia  si è arrivati ad attacchi giudiziari rinnovati contro  persone o aree del dissenso politico con accuse pretestuose  di presunto “odio razziale” , negazionismo,  omofobia ed altro. Odio razziale e antisemitismo, 4 arresti. In manette ideologo di Stormfront .

Durante il governo Monti ( fiduciario delle lobby finanziarie), il suo ministro Riccardi è arrivato ad affermare: “…..è ora di reprimere il dissenso politico più marcatamente identitario sul web , giungendo, oltre alla chiusura dei siti e della persecuzione giudiziaria dei relativi titolari, anche alla promulgazione di una legge che punisca anche i ..frequentatori di siti “.   Concetti analoghi  sono stati espressi anche dalla presidente della camera, Laura Boldrini, infastidita dalle voci dissidenti sul web. Questo è indicativo del tipo di repressione delle idee che si vuole predisporre da parte del sistema organico agli interessi delle centrali finanziarie.

Tutto fa pensare che si procede a grandi passi verso la  predisposizione di  una “psicopolizia” ed un corpo speciale dei “guardiani del pensiero”. George Orwell lo aveva predetto ma la realtà supera le sue previsioni,  con un controllo strettissimo di tutti i mezzi di espressione. Si troverà un pretesto anche per abrogare l’art. 21 della Costituzione (quello della libertà di espressione), per “esigenze di sicurezza”, ci spiegheranno e diranno anche “l’Europa ce lo chiede”.  Allo stesso modo di come hanno abrogato di fatto gli articoli  sulla sovranità dello Stato e quelli  sul diritto al lavoro, non si tarderà a trovare un escamotage. Ci penserà il “fiorentino” a lanciare l’idea, magari durante la  prossima “Leopolda”.

I sostenitori del “Pensiero Unico”, laico radicale e mondialista,  hanno già allo studio  la creazione di  un sistema di repressione di provata efficienza per sopprimere le libere opinioni non conformi, i conati di dissenso, le voci contro,  in barba ai proclami del “siamo tutti Charlie”.

fonte: qui

L’Aned non parteciperà alla sfilata in occasione del corteo romano del 25 aprile

Fonte:    Moked.it «Il 25 Aprile, a Porta San Paolo l’ANED – Roma ( Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi Nazisti) non ci sarà! Siamo giunti a questa amara e travagliata decisione a seguito a quanto accaduto nella riunione tenutasi presso la Casa della Memoria lunedì 30 marzo 2015, in preparazione della manifestazione/corteo per i 70 anni del 25 aprile 1945, Festa della Liberazione. Dopo lunghe ore di discussione conflittuale con le organizzazioni presenti, ANPI, Partigiani Giustizia e Libertà, CGIL, Partito Comunista, Rifondazione Comunista, Brigata Ebraica, Comunisti Italiani, Unione Studenti Italiani, Patria Socialista, Centro Sociale Acrobat, Centro Sociale Link, Fronte Palestina, Rete Romana Palestina, Rappresentanza Palestina in Italia, e altre molte delle quali non si capisce a che titolo presenti, discussioni in cui le minacce e gli insulti hanno prevalso, e hanno evidenziato gli stessi inaccettabili presupposti che, nelle passate edizioni, hanno dato luogo a veri e propri episodi di intolleranza. Noi che rappresentiamo gli ex deportati, sommersi e salvati, nei campi nazisti, sia politici che razziali, non possiamo accettare che lo spirito e i significati del 25 aprile, della Resistenza e della Liberazione vengano così totalmente snaturati e addirittura fatti divenire atto di accusa contro le vittime stesse del nazifascismo. Non possiamo accettare che rappresentati della lotta partigiana, della Liberazione, siano messi al bando solo ed esclusivamente per intolleranza. Con grande tristezza nel cuore quest’anno, quindi, non ci potremo essere ANED –ROMA» È quanto si legge in una nota diffusa dall’Aned-Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti per annunciare il proprio rifiuto a sfilare in occasione del corteo romano del 25 aprile, dove da anni ormai si registrano episodi discriminatori nei confronti dei sostenitori della Brigata Ebraica, il corpo di volontari giunti dall’allora Palestina mandataria che diede un contributo fondamentale alla Liberazione d’Italia. La decisione, si legge, è scaturita a seguito di una riunione svoltasi negli scorsi giorni presso la Casa della Memoria e della Storia della Capitale caratterizzata da “lunghe ore  di discussione conflittuale con le organizzazioni presenti, molte delle quali non si capisce a che titolo” in cui le minacce e gli insulti hanno prevalso ed evidenziato “gli stessi inaccettabili presupposti che, nelle passate edizioni, hanno dato luogo a veri e propri episodi di intolleranza”. Tra le associazioni di cui si segnala la presenza alla riunione romana Fronte Palestina, Rete Romana Palestina e Rappresentanza Palestina in Italia.

Antisemitismo della cellula terroristica di Andria andria Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande I jihadisti di casa nostra

Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande

I jihadisti di casa nostra

Ciò che sorprende, leggendo le parole degli estremisti islamici raccolte nelle motivazioni della sentenza contro la cellula di Andria, è il loro odio feroce. Un odio talmente assoluto contro gli apostati e gli infedeli (cioè tutto l’Occidente in blocco, compresi i regimi arabi corrotti e pronti a collaborare) da apparire a tratti irreale. Dalle circa 60o pagine firmate dal giudice Antonio Diella emerge uno spaccato umano inquietante: un piccolo gruppo dedito al fanatismo, sorto intorno a un call center e a un improvvisato centro di cultura islamica, entrambi gestiti da Hosni Hachemi Ben Hassen. Quando gli affiliati parlano di gruppo o di fratelli non si riferiscono mai a un’entità generica, ma ai gruppi pronti a partire per il jihad, lungo i fronti caldi di mezzo mondo. Il piccolo gruppo condannato si è formato ad Andria, ma era ben collegato con una rete che va dalla Lombardia ad altri paesi europei, fino all’Afghanistan, dove erano sorti numerosi campi di addestramento, prima che la Siria diventasse l’epicentro mondiale del totalitarismo islamista. Il gruppo era costantemente connesso alla rete, da cui scaricava materiali di propaganda, a volte molto dozzinali, ma altre volte abbastanza sofisticati. Come, ad esempio, i poderosi manuali di Abu Musab Al Suri, il primo teorico del jihad ad aver sostenuto la necessità di organizzare la lotta in piccole cellule parallele, senza molti contatti tra di loro. Quella di Andria era una di queste, ma molto simili erano in fondo anche quelle che hanno agito a Parigi o a Copenaghen. La rete si tiene insieme quasi unicamente su una ideologia veicolata in maniera fluida attraverso il web. In particolare, c’è un ossessione della morte, che appare come la totale perversione di ogni fondamento religioso. In uno dei messaggi che i componenti della cellula si scambiano si legge: «Possa Dio sparpagliare i nostri corpi per la sua causa. Voglio che le mie carni vadano in pezzi». I componenti della cellula vivono in Italia, ma sono completamente separati dal resto della società. Completamente separati anche dal resto degli immigrati magrebini. Chiusi in se stessi, non vogliono fare altro che dedicarsi al loro credo totale. Un credo che non ha nulla di propositivo, salvo cercare perversamente la «bella morte», e molto di distruttivo e autodistruttivo. Gli ebrei sono il principale bersaglio del loro odio feroce. Non c’è pagina in cui non si invochi il loro sterminio. In una delle intercettazioni, a ridosso dell’anniversario della Shoah, due di loro si chiedono perché Hitler non abbia uccisi tutti gli ebrei e gli omosessuali: «Ha fatto bene a bruciarli. Se lui li aveva distrutti tutti, il mondo sarebbe meglio». A conferma, ancora una volta, della strana identità di vedute tra l’estremismo islamista e i gruppuscoli neonazisti.

Diffuso un video dell’ Is nel quale un ragazzino spara ad un uomo accusato di essere una spia del Mossad

Fonte: la Repubblica

Autore: Alex Van Buren

Orrore Is: bimbo uccide una “spia” di Israele

Diffuso un video nel quale un ragazzino di 10-12 anni spara in fronte a un uomo accusato di essere uno 007 del Mossad Un messaggio allo Stato ebraico a una settimana dal voto. Accanto al killer, un adulto che in francese attacca Parigi

I terroristi del cosiddetto Stato islamico ( Is) diffondono il video di una nuova esecuzione, stavolta di un palestinese bollato “spia d’Israele”. La persona del boia è scelta apposta per imprimere lo shock: a impugnare la pistola é un bambino, algido come un demone, soave come un angelo; è originario probabilmente del Caucaso, arrivato in Siria al seguito dei jihadisti ceceni, addestrato in uno dei campi allestiti dall’Is per i “cuccioli del califfato”. Lui afferra l’arma a due mani, minute ma ferme. La mira è precisa, il primo colpo apre un foro pulito nel centro perfetto della fronte di Mohamed Said Ismail. La vittima s’accascia. Il piccolo scarica l’intero caricatore sul palestinese.

È la prima volta che l’ Is indirizza a Israele le sue sulfuree farneticazioni. Questo avviene a una settimana esatta dalle elezioni legislative israeliane, tanto da escludere una semplice coincidenza. Finora l’empio califfato di Al Baghdadi s’era distinto, se così si può dire, nello scartare ogni bersaglio riconducibile a Israele, anche sul campo militare. Le invettive contenute nel video ricalcano i toni apocalittici-fumettistici dei filmati precedenti, del «Presto vedrete l’armata del califfato attaccare le vostre terre e liberare Gerusalemme dalla vostra impurità», salvo definire Gerusalemme con l’antico nome di Bayt al-Magdis. E ancora, con un balzo all’indietro di secoli: «Le conquiste dell’Islam sono appena cominciate, gli ebrei tremano . Ma c’è un’altra novità: il “boia in capo,l’uomo che fa da spalla al bambino, è un jihadista francese. Subentra all’inglese ‘Jihadi John’. Cosi il messaggio finisce per rivolgersi anche alla Francia. Il barbuto francese ringhia, blasfemo: «0 voi ebrei, Dio ci ha permesso di uccidere i vostri fratelli sul suolo francese, e qui sulla terra dello Stato islamico il giovane leone ucciderà colui che il Mossad imbecille ha mandato a spiarci .

Per il resto, la lunga confessione di Mohamed Ismail —pubblicata già in febbraio su Dabiq, la patinata rivista dell’ Is —racconta la piaga comune a migliaia di altri giovani palestinesi: la povertà di un pompiere di 19 anni, l’assenza di prospettive, l’offerta di collaborare con i servizi segreti israeliani in cambio di uno stipendio, una casa, un futuro, un permesso d’ingresso a Gerusalemme per una persona cara, le cure in ospedale per un familiare malato. Ismail sembra avere accettato: arrivato in Turchia 24 ottobre, varca la frontiera verso la Siria e, da infiltrato del Mossad, si arruola fra i jihadisti stranieri. Il ragazzo presto si tradisce: telefona a casa. L’Is lo segue. Lo scopre. Israele non conferma né nega.

Quanto al boia bambino, anch’egli rispecchia una laida quotidianità, dacché è “normale’ vedere avvicendarsi schiere di bambini di ogni nazionalità nelle immagini delle parate jihadiste, delle scuole e dei campi d’addestramento dove i più innocenti vengono plagiati. Pedofilia, pornografia dell’orrore, necrofilia, sadismo: le definizioni degli esperti fioccano davanti ai ritratti di adolescenti esultanti con teste mozze in mano, o a uso di pallone per i giochi. «Una generazione perduta., grida l’ Unesco. Finora l’icona dell’oscenità era la bella faccia del bimbo uzbeko col pugnale del mozzateste all’ombra del terrorista ceceno. Ecco, un nuovo angelo entra nella galleria dei morti viventi.