AMERICAN WIDERSTAND: POTERE BIANCO E METALLO NERO PT 2. (Arghoslent, Fanisk, Eldrig e Grand Belial’s Key)

Al PDF sottostante ed in formato di testo qua sotto si può trovare questo estratto dal capitolo dedicato alla scena americana del libro “Come Lupi fra le Pecore”.

Si parla, del dettaglio, delle bands Arghoslent, Fanisk, Eldrig e Grand Belial’s Key.
Buona lettura agli interessati.

American Widerstand Pt 2

 

Un approccio radicalmente diverso, seppur sempre riconducibile alla galassia dell’NSBM americano, si può riscontrare nel duo formato da Vitholf ed Eldrig Van See, ovvero i Fanisk. Il nome, rintracciabile anche negli scritti dell’esoterista viennese Guido von List, si presta a numerose interpretazioni, anche se il richiamo chiave così come inteso dalla band lo vuole associato alla figura ed al simbolismo della fenice. Le composizioni riflettono un approccio diametralmente opposto al grosso della compagine black metal, mettendo in scena una musica carica di energia e caratterizzata da un massiccio impiego di tastiere che il gruppo stesso etichetta come “Black Solar Art”. dei due album prodotti agli inizi degli anni Duemila, il primo, il nietzscheano Die and Become (2002), è forse ancora troppo ancorato a certi stilemi del black metal tradizionale, mentre nel successivo Noontide (2004) i testi sono piuttosto criptici e si rifanno agli scritti di pensatori cari all’ambiente, come appunto Nietzsche, Savitri Devi, Karl Maria Wiligut o i già citato Guido von List. Non vi è nulla di esplicitamente scorretto nelle opere dei Fanisk, anche se determinate immagini e parole tradiscono oltre ogni ragionevole dubbio l’associazione con il nazionalsocialismo: si pensi semplicemente all’artwork scelto per la copertina di Noontide, la riproduzione di un’immagine di propaganda nazista con tanto di aquila e svastica impressa sul sole di mezzogiorno. In seguito il disco verrà ristampato censurando la croce uncinata, sulla quale verrà applicato un semplice bollino nero. Detto ciò, la prospettiva usata per accostarsi al tema è comunque personale e lontana da facili classificazioni: il nazionalsocialismo qui è inteso come dottrina, come alveo di istanze che ha attraversato i secoli per riaffiorare poi durante gli anni del Reich, ma che pur provenendo da un passato molto più remoto sopravvive ancora oggi. Per quanto orbitanti attorno ad un fulcro ideologico similare, porre sullo stesso piano il pragmatismo separatista degli Immortal Pride da un lato, e le dottrine esoteriche dei Fanisk dall’altro, significa utilizzare un metro di analisi grossolano, giacchè non potrebbero esistere due visioni più diverse fra loro.

Resta il fatto che sia per VItholf che Eldrig il lavoro dei Fanisk si identifica in modo sostanziale con il credo propugnato dalla dottrina hitleriana, e a tal proposito lo stesso Eldrig si dimostra estremamente chiaro:

 

 

 

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Io mi considero un nazionalsocialista e Fanisk è un progetto strettamente nazionalsocialista. Tutto quello che facciamo è portato avanti secondo lo spirito del nazionalsocialismo. Il nazionalsocialismo non è solamente l’ennesimo movimento politico, è un movimento spirituale, giovanile, che porta avanti una filosofia di vita totalizzante che è in completa armonia con l’infinito. È connesso in maniera inestricabile con la forza vitale e quindi non è stato sconfitto durante la Seconda Guerra Mondiale, perché è parte di un quadro più ampio che non può venire distrutto.>> (Intervista a Fanisk, A Light Unto the Folk, da Resistance n. 25, inverno 2005/2006).

Oltre a Fanisk, merita di certo una menzione particolare il progetto solista di Eldrig Van See, battezzato semplicemente Eldrig. Come la band madre, Eldrig si mantiene lontano dall’oltranzismo iconografico e lirico che caratterizza buona parte della scena americana, preferendo un approccio più astratto, incentrato su tematiche vicine alla filosofia e al mito del superuomo. E per quanto questi elementi siano comunque presenti e ricorrenti nel pensiero radicale che anima la scena nazionalsocialista, stavolta il musicista parrebbe aver preso le distanze da precise posizioni ideologiche, come dimostra una breve dichiarazione apparsa sulla pagina MySpace del progetto. Le idee filosofiche espresse nel lavoro di Eldrig sono di natura molto complessa e personale, e non hanno alcun legame con movimenti o ideologie politiche. Dal pugno di dischi prodotti sul finire degli anni Duemila, non passa inosservato il primo album Kali, rilasciato dall’inglese SUpernal Music di Alex Kurtagic. Ideato e registrato nel giro di pochi giorni nel corso del 2006, Kali riesce nell’intento di racchiudere in musica il concetto di morte e rinascita, di creazione e distruzione, secondo gli insegnamenti della dottrina induista così come espressi nelle opere di Savitri Devi. Non a caso le uniche parole riprodotte all’interno dello scarno libretto sono proprio farina della scrittrice di adozione indiana: <>. Musicalmente anomalo, anche rispetto ai lavori che lo seguiranno, Kali si evolve attorno a vorticose sfuriate elettriche che lasciano poco spazio alle divagazioni sinfoniche.

I tre movimenti principali del disco, preceduti da altrettante intro ambientali, sono imbastiti su melodie tutto sommato semplici ma evocative, andando a creare un tessuto sonoro ripetitivo ed ipnotico che si evolve attraverso lente variazioni ritmiche.

Il successivo Everlasting War Divinity (2007), licenziato dall’etichetta polacca Eastside, già conosciuta nell’ambiente per aver prodotto i lavori di diversi nomi noti (Dub Buk, Gontyna Kry, Solar Wisdom, Temnozor), si sviluppa invece su coordinate di solida matrice black metal, caratterizzate però da un massiccio utilizzo delle tastiere e intrise di aperture sinfoniche. Tema ricorrente è la natura divina e nobile della guerra, vista come ineluttabile destino a cui l’uomo deve andare incontro: il campo di battaglia diviene uno spazio di scontro spirituale oltre che fisico, ed il fine ultimo è la conquista di un nuovo ordine. In questa stessa ottica sono da contestualizzare i riferimenti a Ragnar Redbeard ed a suo Might Is Right, opportunamente citato a chiusura del booklet, la cui filosofia sembra echeggiare in brani come The Alienation of the Wretched. E nel 2008, ancora sotto l’egida della Supernal Music, vede la luce Mysterion, nuovamente focalizzato sull’opera di pensatori e archetipi filosofici cari all’area che potremmo dire più “intellettuale” dell’NSBM: il lavoro è infatti dichiaratamente influenzato dalle opere dello psichiatra e antropologo Carl Gustav Jung e del filosofo Miguel Serrano, fondatore e instancabile promulgatore della dottrina dell’hitlerismo esoterico.

Per quanto atipici nel contesto americano, Fanisk ed Eldrig mostrano ancora una volta come all’interno della scena possano esistere e coesistere realtà molto diverse tra loro. A questo proposito, ad ulteriore dimostrazione di come l’ambito NSBM sia piuttosto arzigogolato e suscettibile a derive sonore non strettamente correlabili al black metal tout court, possiamo citare gli Arghoslent. Si tratta di una band davvero particolare, che ha saputo ritagliarsi un proprio spazio ed una specifica identità all’interno di un calderone spesso inflazionato da clichè hitleriani e generiche invettive razziste. Il gruppo, autore di un granitico death metal a stelle e strisce, nasce agli inizi degli anni Novanta in Virginia; per un breve periodo si faranno chiamare Pogrom, ma in seguito adotteranno il moniker composto secondo loro dalle parole greche significanti “città / fortezza” (argo) e “schiavo” (slent), e tra il 1998 ed il 2008 realizzeranno tre full-lenght che hanno saputo conquistarsi una consistente fetta di estimatori: Galloping Through the Battleruins, Incorrigible Bigotry e Hornets of the Pogrom.

Visto il genere suonato, molti potrebbero trovare lecito interrogarsi sul perché gli Arghoslent abbiano un singolare seguito tra le file dell’NSBM, ma ciò è presto spiegato nel momento in cui si prende atto dei temi affrontati abitualmente (per non dire esclusivamente) dal gruppo.

<<Storia, filosofia e religione sono dei catalizzatori per il nostro lavoro. Ciò di cui parliamo nei testi ha a che fare con le seguenti tematiche: revisionismo storico, militarizzazione, schiavismo, colonizzazione, eugenetica, misoginia, genocidio, tirannia ed omofobia. Nello specifico, parliamo di quelle idee che hanno il proprio fondamento nella tratta degli schiavi, nei Conquistadores, nella grandeur del popolo greco, romano e slavo. La missione degli Arghoslent è sempre stata quella di diffondere pregiudizio, intolleranza e xenofobia, mai di ricavare del guadagno. Alcune delle nostre idee vanno a braccetto con il nazionalsocialismo, il fascismo e la tirannia, mentre altre con il darwinismo sociale e l’esistenzialismo >>.

Nelle loro canzoni, questi dispensatori d’odio applicano un programma discriminatorio che colpisce ebrei, omosessuali e, sopra ogni cosa, afroamericani, accompagnando i testi con una convincente miscela di metal estremo che sarebbe anche in grado di rivaleggiare con numerosi big dell’attuale mercato discografico. Se decidessero di accantonare tematiche così controverse avrebbero probabilmente la strada spianata verso il successo, ma ad ogni uscita gli Arghoslent hanno puntualmente coltivato ulteriori elementi di intolleranza e pregiudizio nei confronti del diverso. Non per niente definiscono il proprio stile Totalitarian Death Metal e firmano ogni loro uscita con la frase Questo album è stato registrato a sud della Mason-Dixon line, come a ribadire l’attaccamento ad una specifica cultura d’impronta sudista. In più, nel loro sito si fanno beffe degli omosessuali rivendicando un’intransigente omofobia, e per regola non accettano ordini del loro merchandise provenienti da Israele né fanno mistero della propria insofferenza verso gli ebrei, che considerano gli agenti di un vituperato Nuovo Ordine Mondiale. La tratta degli schiavi africani attraverso l’Oceano Atlantico è un altro elemento ricorrente nei testi degli Arghoslent, uno degli eventi storici che fa capolino in più di un brano e su cui vengono incentrati anche gli artwork degli album, come ad esempio la ristampa di Incorregible Bigotry, che riproduce le planimetrie delle navi preposte a queste disumane traversate marittime. Va comunque fatto notare come il gruppo, per quanto esplicitamente razzista nei confronti della popolazione africana, per contro non abbia nemmeno una particolare reverenza riguardo a quelli che dovrebbe considerare come propri simili, ovvero la maggioranza bianca statunitense, additata invece come traditrice del sogno a stelle e strisce.

Al riguardo basti leggere l’opinione del secondo chitarrista del gruppo, Holocausto, ribadita giusto pochi mesi prima dell’elezione del quarantaquattresimo presidente americano: <>.

Indifferente alle critiche ed ai boicottaggi che si susseguono sui vari fronti (minacce ai distributori che accettano di vendere i loro dischi, concerti segnalati alle autorità e prontamente cancellati, riviste che si rifiutano di trattare le loro uscite), la band continua lungo la strada consapevolmente intrapresa. Per loro il 2009 è un anno di intensa attività live, e dopo una serie di date estemporanee in Francia, Belgio, Italia e Finlandia, di ritorno nella natia Virginia si esibiscono in occasione dell’annuale Memorial Day dei Confederate Hammer Skins, cosa impensabile ed improponibile fino a pochi anni prima visto il genere musicale proposto, ma che acquista un particolare significato tenuto conto anche della particolare empatia che lega il gruppo non solo alla scena NSBM, ma anche a quella Oi! ed hatecore, di cui i membri degli Arghoslent sono avidi ascoltatori. Non per nula, un’ideale unione discografica fra questi diversi ambiti si era già concretizzata nel 2005 in uno split 7’’ uscito per la Vinland Winds Records e condiviso proprio dagli Arghoslent insieme ai Mudoven (progetto Hatecore di Jim Ceow, chitarrista dei Vaginal Jesus) e agli alfieri dell’ortodossia nazionalsocialista greca Der Sturmer.

Ma non si può parlare di NSBM americano senza citare uno dei pesi massimo della scena black underground statunitense, una band che condivide la medesima collocazione geografica degli Arghoslent, oltre all’effettiva compartecipazione di alcuni membri: i Grand Belial’s Key. Nati agli inizi degli anni Novanta, il loro esordio su cassetta (il demo Goat of a Thousand Young del 1992) sembrerebbe celebrare, quasi una consuetudine, la nascita dell’ennesimo gruppo satanico devoto ad una costante anticristiana farcita da un compiacente formulario occulto, ma le cose non stanno proprio così.

Fin dai loro primi passi, la band coltiva una specificità che con il passare delle stagioni (e degli album) la porterà presto alla ribalta ed all’attenzione tanto di accaniti sostenitori quanto degli attivisti dell’antifascismo.

In estrema sintesi, il loro approccio da “hooligan black metal” vuole porre in ridicolo la dottrina giudaico-cristiana impiegando testi intrisi di sadico cinismo nei confronti tanto del Vecchio quanto del Nuovo testamento. Dal punto di vista di questo ensemble, attaccare il cristianesimo così come viene diligentemente fatto dal grosso della scena black metal non può e non deve essere abbastanza: nelle intenzioni dei Grand Belial’s Key non risulta infatti lecito tralasciare quelli che già a suo tempo Papa Wojtyla aveva chiamato i “fratelli maggiori” del gregge cristiano, ovvero il popolo ebraico. E su questo punto il gruppo della Virginia ha dimostrato scrupolosamente tutta la propria feroce intransigenza.

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Se escludiamo il primissimo periodo della band, durante il quale ha fatto capolino qualche fugace clichè para-scandinavo (il corpsepaint in primis), ciò che rimane a livello di sonorità, immagine ed attitudine ha ben poco a che spartire con il grosso della scena contemporanea.

Logo del gruppo a parte, gli artwork scelti per i singoli lavori discografici manifestano l’evidente intenzione di creare una sorta di frattura grafica che distingua ogni produzione dalla massa di copertine metal perennemente virate in toni oscuri e minimali: vengono infatti scelte delle semplici tavole a colori, rubate da testi di catechesi, in cui sono raffigurati personaggi ed episodi della Bibbia, poi deturpati dalla band a colpi di improbabili face painting. C’è chi, all’interno della scena, trova queste soluzioni grafiche ridicole ed infantili, ma a questo genere di critiche i Grand Belial’s Key rispondono in più occasioni applicando un collaudato protocollo di insulti.

Per capire l’importanza di questa formazione e l’attenzione ad essa riservata dalla scena strettamente NSBM, bisogna prendere la giusta confidenza con i tre album registrati a cavallo tra il 1997 ed il 2005, Mocking the Philanthropist, Judeobeast Assassination e Kosherat, una vera e propria trilogia anti-giudaico-cristiana che segue un percorso a ritroso ben definito a partire dai Vangeli degli apostoli, ripercorrendo via via la storia del cristianesimo ed il suo legame con l’ebraismo. Mocking the Philanthropist si concentra sul messia dei cristiani e sulla realtà religiosa del suo tempo. Qui le ingiurie, pur non raggiungendo i picchi dei dischi che verranno, si sprecano e colpiscono duro all’insegna di una diffusa blasfemia a spese del Nazareno e dei suoi discepoli. Orge di sangue e deliri animaleschi accompagnano il racconto di una Gerusalemme alla mercè delle legioni del demone Belial, e brani come Foul Parody of the Lord’s Supper, The Slums of Jerusalem o Castrate the redeemer lasciano ben poco spazio all’immaginazione, erompendo con tutta la foga delle più acerrime sfuriate anticristiane. Ma tenuto conto di come l’approccio sacrilego/satanico fattosi musica sia stato ormai ampiamente sdoganato, è sicuramente vero che i Grand Belial’s Key non sarebbero mai saliti agli onori della cronaca in funzione esclusiva di un disco meramente “diabolico”: in Mocking the Philanthropist la vera pietra dello scandalo prende forma e sostanza in modo collaterale, guadagnando consistenza grazie all’interessamento della censura tedesca per alcuni dettagli che, in prima battuta, non erano stati minimamente considerati né dal gruppo né tanto meno dall’etichetta responsabile della prima tiratura del disco, la belga Wood Nymph Records. Tutto gravita attorno al libretto dell’album. Una innocente foto di gruppo, scattata davanti ad una parete coperta di flyer e poster degli Iron Maiden e sovrastata dalla frase Abbiamo assaporato la vagina della vergine passerebbe perlopiù inosservata se non fosse per un sibillino acronimo posto in calce: <>.

Pur non essendo presente alcuna nota esplicativa, è sufficiente un minimo di intuito per azzardare una possibile e probabile soluzione all’enigma: <>. E altri dettagli in grado di attirare l’attenzione si ritrovano nella pagina in cui sono riprodotte le foto dei quattro membri della band: sorvolando sul prosaico scatto ritraente la tastierista Lilith, garbatamente adagiata sul divano di casa, il fuoco alle polveri viene dato dal chitarrista Gelal Necrosodomy che si presenta indossando una maglia degli Spears of Longinus; e che dire del bassista, il cui nom de plume Der Sturmer evoca scenari ben poco rassicuranti per il mercato teutonico, senza contare il suo taglio di capelli modello skinhead e lo sfoggio di una maglietta del gruppo neonazista americano Bound for Glory?

Secondo la Rough Trade, responsabile per la distribuzione dell’album in Germania, ce n’è abbastanza per finire in seri guai legali, e infatti rimanda tutto il materiale al mittente chiedendo nel contempo alla Wood Nymph Records di ristampare il libretto in ossequio alla vigente normativa tedesca.

<<La Wood Nymph non aveva nemmeno un mailorder, per cui era praticamente impossibile piazzare le centinaia di CD che erano stati restituiti. La Rough Trade aveva preteso che fosse stampato un nuovo booklet, e la Wood Nymph gli ha risposto “Vaffanculo11 Meglio la morte che scendere a compromessi”, ed infatti l’etichetta è defunta. Questo è l’underground estremo>>.

Mocking the Philanthropist sarà l’effettivo canto del cigno per la label belga. Le 1000 copie su CD e i 500 esemplari in doppio vinile di questo album decretano la bancarotta di un’etichetta che ha scelto consapevolmente e testardamente di pagare fino in fondo la propria coerenza underground. Nel contempo, la soglia di pubblicità ed attenzione nei riguardi dei Grand Belial’s Key sale al punto da portarli alla ribalta della scena NSBM, con la quale, pur non condividendo strettamente gli intenti, non mancano delle identità di vedute:

 

 

 

 

 

<< Anche se la nostra band non ha mai trattato questioni politiche o razziali, siamo comunque legati a certe idee e vedute estremiste. I Grand Belial’s Key fanno black metal sin dagli inizi, e anche se i nostri testi possono essere considerati offensivi e provocatori, non sono in alcun modo politicizzati. Se la domanda è cosa ne penso del razzismo e del nazionalismo nel black metal la risposta è che per me non sono un problema. Quello che mi dà fastidio è la gente che pensa che il nazionalsocialismo sia solo una preferenza politica, quando in realtà è molto di più. Il nazionalsocialismo è uno stile di vita, una particolare visione della società, della cultura, della mitologia, dell’orgoglio e dell’etnicità. Ci sono sempre più band nazionalsocialiste che cercano di unire queste tematiche al black metal. Alcune ci sono riuscite, altre no>>. Nonostante ciò, non mancano i distinguo ed una persistente forma di scetticismo verso il grosso di questo ambiente.

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L’ideale seguito di Mocking the Philanthropist esce nel 2001 con il caustico titolo Judeobeast Assassination ed offre otto brani di rinnovata e rinvigorita blasfemia contro il giudeocristianesimo, a partire dalle note presenti nel libretto che accompagna il disco: <>. Se a livello sonoro si mantengono le abituali coordinate di black sporcato di thrash e death, i testi declamati non sono certo meno brutali, né i Grand Belial’s Key sembrano interessati a retrocedere di un singolo passo dopo il precedente scandalo discografico occorso in Germania. Basti leggere alcuni dei versi scanditi in una canzone esplicitamente controversa e manifestamente antisemita come The Shitagogue: <>.

Il terzo ed ultimo capitolo di questa corrosiva trilogia antimonoteista si manifesta quattro anni dopo, nel 2005, con la pubblicazione di Kosherat. L’approccio stavolta è mirato nei confronti esclusivi del culto ebraico, attaccando sistematicamente simboli, riti e pratiche dell’ebraismo fino a giungere alle radici fondanti delle tribù di Israele. A detta dello stesso gruppo, il manifesto di un disco così feroce e privo di compromessi non può che essere Vulture of Misfortune: introdotta da un estratto di musica klezmer rubato durante una celebrazione in sinagoga, la canzone si accanisce sull’antica pratica della circoncisione rituale, trasformandola in una disturbante quanto perversa parodia. Inoltre, non pago della mole di propaganda antigiudaica prodotta, il gruppo sceglie di chiudere Kosherat con ben due cover dei Chaos88, una band di punk nazista del New Jersey: Holy Shit e Doom Generation.

Questo album vede anche un sensibile cambio di formazione, con l’inserimento alla voce di Grimnir Wotansvolk (noto anche come Grimnir Heretik): dietro questo nome di battaglia si cela nientemeno che Richard Paul Mills, giovane fondatore e proprietario di una delle più note etichette NSBM americane del periodo, la Vinland Winds Records. Nel corso di un lustro, più o meno a partire dal 2000 fino al 2006, questa label newyorkese pubblicherà decine di titoli per nomi come Spear of Longinus, Der Sturmer, Grom, Pantheon, Graveland, Thor’s Hammer ed Arghoslent. Ma proprio a pochi mesi dall’uscita di Kosherat, il corpo di “Grimnir” cidio o di un’overdose di stupefacenti, sebbene tuttora aleggino numerosi interrogativi e circostanze mai chiarite. La sua prematura scomparsa metterà in stallo la band per un lungo periodo, ma a distanza di qualche anno ritroveremo i Grand Belial’s Key ricomposti in una nuova line-up pronta ad attraversare l’Atlantico per esibirsi in una serie di live europei (Italia compresa), forte anche di uno split a tre con due nomi di punta della galassia black metal nazionalsocialista, Absurd e Sigrblot.

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