La dottoressa Cristina Cattaneo contro il negazionismo razziale (citazioni dal libro “Certezze Provvisorie”).

Cristina Cattaneo è una professoressa associata della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, oltre che direttrice del laboratorio di antropologia ed odontologia forense. Ha competenze scientifiche molto elevate, incarichi importanti ed un curriculum di grande spessore. Fra le altre cose, è stata incaricata di svolgere l’autopsia sul corpo di Yara Gambirasio, la ragazzina per la cui tragica scomparsa è sotto processo Bossetti.

Cristina Cattaneo, il medico legale che vuole dare un nome ai migranti morti

Inattaccabile sotto ogni punto di vista, insospettabile di alcuna posizione politica cosiddetta “razzista”, nel suo libro “Certezze Provvisorie”, uscito nel 2010, si scaglia contro il negazionismo razziale, ritenuto antiscientifico. L’unica spiegazione logica all’esistenza del negazionismo razziale è quella socio-politica e non quella scientifica. Le sue affermazioni sono di seguito riportate.

Certezze Provvisorie – Cristina Cattaneo

<<Non intendo nascondermi dietro la negazione un po’ ipocrita che esistano differenze di tipo etnico che possono aiutare ad identificare una persona. Se parlo di “un trenta-quarantenne negroide alto 180 cm”, questa espressione sarà molto più incisiva della definizione “trenta-quarantenne con capelli lanosi e pelle bruno scura”. C’è qualche ragione per negare queste diversità? Potrebbe non essere un discorso riconducibile alla genetica, anche se è notizia recente che i progetti che studiano il pangenoma stanno individuando sempre più sequenze tipiche di popolazioni particolari. E poi, perché i nostri genetisti forensi da una traccia di sangue riescono a dirci se essa appartiene a un orientale o a un europeo? Il grillo parlante intona sempre questa diatriba quando siamo al bar e si avvicina al banco un cinese o un senegalese. Mi guarda e dice “Le razze non esistono, eh?”
E anche se per assurdo i gruppi etnici non potessero essere stabilite dai geni, l’aspetto fisico me lo può concedere, e in ambito forense, per identificare un morto, è un dato dirimente.>>

<<Mi è capitato di dover intuire l’età di un detenuto africano che diceva di essere minorenne e il suo avvocato sosteneva che dovesse essere spostato in un carcere minorile. È provato che differenti gruppi etnici crescano secondo modalità diverse, più o meno rapidamente. Possono influirvi diete e stili di vita diversi, malattie, ma è ormai accertato che un africano crescerà in maniera un po’ più rapida rispetto a un danese. Non si possono applicare acriticamente formule tarate su popolazioni europoidi a un soggetto subsahariano. Per quanto possibile i metodi vanno testati e adattati per le diverse etnie. L’avvocato l’aveva intuito e aveva chiesto al giudice, visto che il cliente era africano, di inserire nel quesito “dica il perito l’età del soggetto tenuto conto della sua razza…”. Un genio.
Ciò che mi preoccupa è la violenza che accompagna questi discorsi. A volte, l’unica spiegazione che riesco ad accampare sul perché molti scienziati cerchino di convincerci che le differenze non esistono è che non si fidano dell’uomo e non credono a un suo miglioramento e a una sua crescita. Si teme forse che riconoscere “differenze” possa mettere un’arma terribile in mano a chi ne vuol fare un’assurda e insostenibile questione di superiorità o inferiorità, di razzismo. Certo, negarne l’esistenza potrebbe neutralizzare questa minaccia. Mi chiedo però se sia giusto privarci per principio, per mancanza di fiducia, della possibilità di accettare e gestire queste meravigliose diversità.>>

Una scomoda eredità (Libro sulle differenze razziali all’interno della Specie Umana, a richiesta con “Le Scienze” di aprile), di Nicolas Wade

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Se parliamo di esseri umani, la razza è un costrutto sociale e non una realtà biologica, giusto? Sbagliato, secondo Una scomoda eredità, un libro di Nicholas Wade che negli Stati Uniti subito dopo la pubblicazione ha provocato reazioni incandescenti e che sarà disponibile in Italia allegato a “Le Scienze” di aprile e in vendita in libreria per Codice Edizioni.

La tesi di Wade, scrittore ed ex giornalista scientifico per il “New York Times”, è che sia possibile definire razze umane in base alla diversa frequenza degli alleli, le forme alternative di ogni gene che compone il nostro patrimonio genetico. Oggi è possibile osservare questa variabilità nella frequenza allelica grazie al progresso delle tecnologie di sequenziamento e analisi del genoma umano, che dagli inizi del XXI secolo, quando è stata pubblicata la prima bozza del nostro patrimonio genetico, hanno fatto parecchia strada, permettendo di rilevare variazioni sempre più sottili tra i geni degli individui.

Non poteva essere altrimenti, spiega Wade, perché negli ultimi 50.000 anni il patrimonio genetico della nostra specie ha sperimentato notevoli pressioni evolutive. All’inizio di questo arco di tempo, gruppi di nostri antenati hanno lasciato l’Africa, dove la nostra specie era emersa quasi 200.000 anni fa, per diffondersi in tutto il pianeta, anche negli angoli più remoti.
In questo viaggio di conquista del territorio abbiamo esplorato e conquistato nuovi ambienti, e abbiamo sviluppato nuove strutture sociali. Non è possibile pensare che da quasi 50.000 anni nulla o quasi sia cambiato nel nostro genoma, o meglio nel genoma di gruppi umani rimasti distanti e relativamente isolati tra loro. Ecco quindi come sono emerse le differenze nelle frequenze di alleli, sono un retaggio della nostra conquista della Terra. Si tratta di variazioni di piccola entità, che tuttavia possono essere raggruppate, aprendo la strada allo studio biologico delle popolazioni umane.

L’autore invita gli scettici a osservare i risultati di analisi su raggruppamenti di individui scelti in modo casuale e basati sulle caratteristiche dei genomi: si ottiene una distribuzione che ricalca quella dei cinque continenti. Questa diversità potrebbe avere qualche rapporto con differenze nei tratti cognitivi e comportamentali, come sembra suggerire la storia delle differenti civiltà emerse dopo l’uscita dall’Africa dei nostri antenati. Anche in questo caso, ovvero nell’ambito prettamente storico e culturale della nostra specie, è possibile identificare una certa diversità sovrapponibile ad aree geografiche, a cui è accompagnata anche una diversità nell’evoluzione delle strutture sociali e istituzionali. Su questo passaggio tuttavia Wade è molto più cauto, ed è anche consapevole del carattere assai speculativo dell’argomentazione, vista la scarsità dei dati disponibili.

Su un punto tuttavia l’autore non transige: non c’è alcun motivo per collocare le razze umane su una scala di valori, dalla peggiore alla migliore. Questo è razzismo, ed è una degradazione della politica e della società, che nulla ha a che vedere con la scienza. Mentre per Wade non dovrebbe essere etichettato in questo modo infamante lo studio delle sottili differenze evolutive osservate nelle diverse popolazioni umane, che poi sarebbero l’equivalente delle razze.