Il discorso di Bob Mathews “Chiamata alle armi” con commento di W. L. Pierce

In allegato al PDF seguente, e in formato testo sotto di esso, il discorso integrale di Bob Mathews “Chiamata alle armi” del 1983 in italiano, con commento di W. L. Pierce.

Il materiale non ha alcuno scopo di apologia nè tantomento di istigazione all’emulazione, ma è di mero interesse storico e culturale.
Buona lettura agli interessati

Chiamata alle armi di Bob Mathews – Commento di W. L. Pierce

Fonte:

William Luther Pierce parla:

Anno 1983

Il discorso che sentirete è stato dato Domenica 4 Settembre 1983 da Robert Mathews, all’assemblea generale della National Alliance, ad Arlington, Virginia. Qualche settimana dopo, Mathews dichiarò guerra ai nemici della nostra razza. Iniziò ad operare in segreto, con un gruppo di commilitoni che chiamò “la Fratellanza Silenziosa”, e cominciò a combattere. La sua battaglia durò fino a quando venne bruciato vivo in un’operazione segreta di polizia, poco più di un anno dopo, l’8 Dicembre 1984 a Whidbey Island, Washington. Il mio primo contatto con Bob Mathews fu nel 1980, quando cominciò una corrispondenza con me. Dopo alcune lettere, divenne subito membro della National Alliance, e continuammo a scriverci per più di un anno, prima di incontrarci. Nelle sue lettere, faceva sempre domande sulla National Alliance e sulle nostre attività di reclutamento, e io rispondevo quando ne ero in grado. Ci incontrammo, infine, nel 1981, quando lui venne nel mio ufficio per la prima volta. Bob era un uomo di 28 anni, forte, robusto, con capelli corti castani e un volto limpido e amichevole. Parlammo di diverse cose, sia teoriche che pratiche. Bob era molto interessato alle idee, come anche ai metodi in cui avremmo potuto risolvere i problemi dei media che dovevamo affrontare. La cosa che più mi impressionò di Bob, durante i nostri incontri, era la sua grande serietà. In lui non c’era alcun aspetto del rivoluzionario sognante, nè del cultista storico, né dell’hobbysta organizzativo, nè l’eccessivo fascino per le armi che troppo spesso riscontro nei giovani che cercano una fuga psicologica dalla spiacevole realtà di un’America giudaizzata. Bob era un uomo serio. Sapeva ridere, scherzare, ma l’impressione soverchiante che si aveva nel parlare con lui era di un uomo che, come molti Americani, era molto preoccupato, molto indispettivo per ciò che viene fatto al nostro paese e al nostro popolo. Ma anche, a differenza della maggior parte di coloro che sono preoccupati, era anche intenzionato a fare qualcosa a riguardo, a fare tutto ciò che potesse. Per Bob la situazione era abbastanza chiara.

 

Eravamo sotto attacco da parte di un nemico straordinariamente malevolo, pericoloso e caparbio, che era determinato a distruggerci, a distruggere il nostro mondo, a distruggere la nostra razza: a eliminare qualsiasi traccia di noi, proprio come il suo dio tribale gli ha ordinato nel Vecchio Testamento. Ed era nostra responsabilità combattere quel nemico con tutti i nostri mezzi. La domanda non era se combattere o meno, ma come combattere nel modo più efficace. E in particolare, non c’era alcun dubbio sul fatto che lui sarebbe stato coinvolto nella lotta. Quello non richiedeva alcuna discussione, nessuna esitazione e nessuna ricerca interiore: lu dava per scontato, che fosse compito irrinunciabile di ogni uomo Bianco onorevole unirsi alla battaglia, immediatamente. Chi non faceva questo, era un codardo o un traditore. Quindi parlammo della sua situazione personale: le sue risorse, il suo addestramento e le sue inclinazioni. Io gli suggerii che la cosa migliore che potesse fare era reclutare altre persone per l’Alleanza tra i suoi vicini e colleghi, vicino casa sua nello stato di Washington, e così fece. Due anni dopo, nell’estate del 1983, Bob mi contattò per condividere le sue recenti esperienze nel reclutare tra i contadini, allevatori e autotrasportatori indipendenti, nel Nord-ovest Pacifico. Gli chiesi se potesse preparare un breve discorso sulle sue attività di reclutamento per poi darlo all’Assemblea generale dell’Alleanza, durante il weekend della festa della liberazione. Lui accettò, e questo è il suo discorso.

Robert J. Mathews parla

Fratelli miei, sorelle mie, dalle foreste, valli e montagne del NordOvest Pacifico avvolte dalla nebbia, vi porto un messaggio di solidarietà, un invito all’azione e una richiesta di adesione al vostro dovere come membri dell’avanguardia di una rinascita ariana e della definitiva, totale vittoria ariana. I segni del risveglio stanno emergendo in tutto il NordOvest, e specialmente tra gli agricoltori e gli allevatori, una classe del nostro popolo che è stata colpita in modo particolarmente duro dagli sporchi bugiardi ebrei e dal loro sistema parassitario di usura. Dalla nascita di questa nazione a oggi, l’agricoltore piccolo proprietario terriero è stato un simbolo dell’etica del lavoro ariana e un monumento vivente alla virilità.

Ogni volta che penso alla prima rivoluzione americana, spesso ricordo quella poesia ispiratrice su Concord e Lexington: “Al ruvido ponte che inarcò il diluvio, dispiegata la loro bandiera nella brezza di aprile, qui stavano i contadini assediati, e spararono il colpo che fu udito in tutto il mondo”. Purtroppo, camerati, quella poesia glorifica un conflitto fratricida. Quanto sogno una nuova poesia, una poesia per oggi! Dalle valli, dai campi, si riversò l’onda dei contadini ariani. La loro bandiera dispiegata nella brezza di aprile. Da qui venne il contadino ariano, e cacciò l’ebreo per sempre, per sempre da questo mondo. Non dimentichiamo però che la feccia levantina è ben consapevole dei pericoli che rappresenta per loro una classe contadina eccitata e arrabbiata. I coltivatori della terra sono sempre stati qualcosa di misterioso per gli Ebrei. Le città corrompono. Le città corrompono mentre la terra, la valle, il campo, la fattoria rivitalizzano e ricostituiscono una mente e un corpo indebolito e svuotato. Quanto teme la faina ebraica della piccola città il contadino ariano, e quanto diffida di lui! Che contrasto! Che contrasto tra i due in corpo e mente! Credo che in profondità, all’interno del corpo del nostro contadinato ariano si trovi un seme a lungo dormiente. Il seme di un risveglio razziale. Il seme della rinascita, il seme della rabbia, e il seme della volontà di agire. Dobbiamo radicalizzare il contadinato americano. Dobbiamo portare il maggior numero possibile di loro nella nostra avanguardia per la vittoria. Il compito non sarà facile. Le antenne satellitari della TV spuntano come funghi velenosi in tutto il dominio dei coltivatori della terra. L’Ebreo elettronico sta strisciando anche nei soggiorni dei poderi e allevamenti più remoti. Le cupole distruttrici della razza sono ovunque. Alleato degli Ebrei nel loro tentativo di neutralizzare il contadino ariano è l’onnipresente prete di campagna. La mia esperienza personale ha dimostrato che di solito l’unica opposizione organizzata che si incontra quando si organizza una comunità agricola o di allevamento è da parte di qualche Pastore locale. Tuttavia, la morsa che le chiese hanno sull’America rurale è in rapida erosione. Quella morsa si sta erodendo velocemente perchè l’agricoltore e allevatore medio americano è in estrema difficoltà finanziaria. Quando un uomo è sul punto di perdere la sua fattoria di seconda generazione, il suo sostentamento, in pratica tutta la sua vita, soprattutto a causa del sistema di usura ebraico, egli trova poco conforto nel bagaglio teologico del Levante.

Sono particolarmente incoraggiato dal successo che il leader del Klan in Texas Louis Beam ha avuto nell’organizzare gli agricoltori e i camionisti indipendenti. Ci ha mostrato la strada, ora dobbiamo farlo per l’Alleanza. Il potenziale c’è. Lavorando in una base nel nord dell’Idaho, ha creato un’organizzazione chiamata Nofit – Organizzazione Nazionale degli Agricoltori e Camionisti Indipendenti. Il loro slogan è “Non andare in collera, vai sul burocrate”. Lavorando con i veri agricoltori e camionisti del nord-Ovest, Beam è riuscito nel giro di pochi mesi a raggiungere e radicalizzare migliaia di questi nostri simili. Recentemente parlavo con una giovane donna che lavora come cameriera in un grande autogrill a Rock Springs, Wyoming. Ogni volta che la Nofit pubblica un nuovo bollettino, le mandano 500 copie. Mi ha detto che sono tutte finite in pochi giorni con molti camionisti che aderivano in loco o si iscrivevano alla newsletter. Il regime di Washington è estremamente preoccupato per l’ulteriore radicalizzazione del contadinato americano. Fortunatamente, invece di attuare un programma che davvero aiuti l’agricoltore, stanno rispondendo con massicce manifestazioni di forza e di repressione. Tanto meglio. Sessanta miglia a sud di Spokane, Washington, lungo il confine con l’Idaho, c’è una zona agricola che noi chiamiamo Palouse. Si tratta di una delle più ricche aree agricole del mondo. In molti luoghi Palouse ha un terreno che è incredibilmente profondo: 5 metri e mezzo. Insieme al suolo meraviglioso Palouse ha un clima per la crescita molto favorevole. Nonostante ciò, camerati, molti agricoltori di Palouse vengono tagliati fuori. Ho incontrato uno di questi agricoltori sfortunati, un nostro simile di nome Ray Smith. Mr Smith è un uomo grande e grosso, dalla faccia abbronzata, che ama riferirsi a se stesso come “un serpente di fiume e dannatamente fiero di esserlo!”. Il padre coltivava la terra in cui vive e il signor Smith ha recentemente pianificato di andare in pensione e lasciare che il figlio prenda in consegna l’azienda. I sogni del signor Smith sono andati in frantumi e lui è sul punto di perdere i suoi più di 2000 acri, la sua casa ed il futuro sostentamento del figlio. Il signor Smith, a suo merito, ha dato una lunga buona occhiata al suo problema e a come ha fatto ad arrivare ad una situazione così misera. Ora trattenete il respiro, fratelli, perché sapete cosa ha detto il signor Smith quando è arrivato alla causa principale del suo problema? Il signor Smith ha detto “Ebreo, ebreo”.

Non solo il signor Smith ha detto “Ebreo”, ha gridato “Ebreo” e i suoi vicini di casa hanno iniziato a gridare “Ebreo”. E come ha reagito il sistema? Con l’invio di un aereo, un elicottero, un bulldozer, squadre speciali provenienti da tutto lo stato di Washington, e sessanta agenti molto pesantemente armati per chiudere la fattoria del signor Smith. Inutile dire che il signor Smith è ora membro di Nofit e così i suoi vicini. Il signor Smith viaggia anche in tutti gli stati di Washington, Oregon, Idaho e parla apertamente degli Ebrei e distribuisce copie dei Protocolli di Sion. Abbiamo bisogno di questi uomini nell’Alleanza. La radicalizzazione del movimento contadino americano avviene anche nel Dakota e nel Colorado. La settimana scorsa ho parlato a lungo con un razzialista attivista del Colorado che ha avuto una vasta esperienza personale con gli agricoltori del Colorado. Diversi anni fa questo signore distribuiva enormi quantità di pubblicazioni attiviste e altra letteratura ad agricoltori e allevatori intorno a Fort Collins, Colorado. I suoi sforzi hanno dato i loro frutti perché subito dopo la sua iniziale distribuzione di letteratura ha assistito alla nascita dell’esercito di liberazione del contadino anti-ebraico, pro-Bianco. I federali sono estremamente nel panico per questo esito. Lo stesso signore mi ha dato anche copie della Gazzetta Primrose e Cattlemen, pubblicata a Fort Lupton, Colorado. Si tratta di un piccolo giornale rurale eccellente, con una notevole circolazione, orientato alle esigenze e agli interessi del contadino e allevatore. La cosa interessante di questo giornale, in questo numero, è un eccellente piccolo articolo sui protocolli di Sion. In questo numero qui, vi è una pagina pubblicitaria intera per un’organizzazione razzialista pro-Bianchi molto anti-ebraica. Gli ebrei stanno andando giù duro su questo piccolo giornale coraggioso come polli su un baco di giugno e sembra che alla fine potrebbero farlo chiudere, ma i semi sono stati gettati. Quindi, camerati, vi ho brevemente informati del potenziale per il nostro movimento che c’è all’interno delle comunità agricole in tutta questa nazione. Dobbiamo, è nostro dovere, sfruttare la crescente radicalizzazione del contadino americano. Il destino di ogni ultimo uomo, donna, e bambino bianco su questo pianeta si trova sulle spalle di noi qui in questa stanza oggi. Di tutte le organizzazioni razzialiste Bianche in questa nazione, l’Alleanza e solo l’Alleanza ha il potenziale di portarci alla vittoria. Nell’Alleanza sta la salvezza di tutta la nostra razza, non possiamo fallire.

Pertanto, non dobbiamo solo predicare, ma vivere secondo l’economia razziale. A Metaline Falls non stiamo solo mangiando, respirando e dormendo; stiamo crescendo insieme come una sola mente e un solo corpo. Abbiamo spezzato le catene del pensiero ebraico. A Metaline Falls, noi non conosciamo il significato della parola “mio”, ma solo “nostro” – la nostra razza, la totalità del nostro popolo. Dieci cuori, un battito. Cento cuori, un battito. Diecimila cuori, un battito. Siamo nati per combattere e morire e continuare il flusso della nostra gente. Avanti andremo, poi verso le stelle, in alto, sopra il fango, il fango di colore giallo, nero e marrone. Così, miei simili, il dovere chiama. Il futuro è ora. Se a un mese da oggi non sarete ancora impegnati appieno con l’Alleanza e le responsabilità che ciò comporta, allora, in effetti, avrete tradito non solo la vostra razza, ma voi stessi. Allora alzatevi come uomini, e spingete il nemico in mare. Alzatevi come uomini, e giurate solennemente sul verde pascolo dei nostri padri che reclamerete ciò che i vostri antenati hanno scoperto, esplorato, conquistato e dove si sono stabiliti, hanno costruito, e per cui sono morti. Alzatevi come uomini e reclamate la nostra terra! Miei simili alzatevi, guardate verso le stelle e proclamate il nostro destino. A Metaline Falls abbiamo un detto: “La sconfitta mai, la vittoria per sempre”. Grazie.

Parla W. L. Pierce

Il discorso di Bob fu ben accolto dai membri dell’Alleanza. Alla gente piaceva ascoltare una chiamata all’azione, anche se non avevano intenzione di fare nulla se non brindare a lato. La mia reazione, al tempo, fu in qualche modo più fredda. Provavo con discrezione a far capire a Bob, dopo il suo discorso, che la sua esperienza nel Nordovest Pacifico forse gli aveva dato una visione della situazione americana più ottimista rispetto a quanto potesse essere giustificabile dalla realtà. Gli dissi che la gente con cui aveva parlato durante l’estate, non era proprio una parte consistente del pubblico americano, e che la gente Bianca, in generale, non era ancora entrata nell’ottica di un movimento rivoluzionario. E vedendo poi quali eventi si susseguirono, forse non avrei dovuto dire questo con discrezione. Invece avrei dovuto esprimere la necessità di mantenere una visione realistica della situazione e non cercare a tutti i costi un’azione prematura.

Ho espresso il mio rimpianto in tal proposito alla sua vedova, qualche mese dopo la sua morte. Lei mi disse che non avrebbe fatto alcuna differenza. Bob aveva già deciso cosa avrebbe fatto, già prima del suo discorso, diceva lei. E non poteva tornare indietro. Lui ne aveva abbastanza con il lento lavoro del reclutamento, che era molto più scoraggiante negli anni ’80 di quanto lo sia oggi. Ed era già arrivato alla conclusione di prendere le armi contro il nemico… a prescindere dalle conseguenze. Lui le aveva già detto che ciò che aveva intenzione di fare, gli sarebbe quasi sicuramente costato la vita. La maggior parte della gente, quando pensa alle conseguenze della decisione di Bob, pensa solo alle cose negative. Al fatto che venne ucciso, e che parecchie ottime persone furono messe in prigione. Alcuni dei nostri fratelli meno radicali, contestarono il fatto che Bob, usando la violenza contro il nemico provocò misure repressive che hanno reso il nostro lavoro più difficile. Bob alla fine è riuscito ad uccidere un solo ebreo, continuano, e quell’Ebreo era un commentatore radio particolarmente aggressivo e odioso, di nome Alan Berg, che fu mitragliato a Denver nel 1984. Forse avrebbe dovuto essere risparmiato, in modo da continuare a suscitare sentimenti anti-ebraici fra i suoi ascoltatori. In più, la violenza ha contribuito a mettere in cattiva luce il movimento nazionalista, lamentano loro. Inoltre ha spaventato molti potenziali sostenitori che non vogliono avere niente a che fare con la violenza o l’illegalità. Certo, c’è anche un fondamento in queste lamentele. Molte persone più docili furono allontanate dal movimento patriottico a causa dell’attività di Bob e dall’enorme pubblicità negativa che questa generò nei media controllati. Forse il supporto finanziario di queste persone sarebbe stato utile. Forse sarebbe stato meglio non mettere il nemico in guardia, attaccando prematuramente. C’è, in ogni caso, un valore, nell’azione di Bob, che va molto oltre quello di queste conseguenze di poco conto. In ogni rivoluzione, in ogni grande movimento per il rinnovamento umani, i simboli sono esattamente come le armi, i soldi e le persone. Bob ci ha dato un simbolo davvero importante. Nel lavoro quotidiano dello scrivere, pubblicare e pubblicizzare, e reclutare e organizzare tendiamo a dimenticare la realtà della nostra situazione. Tendiamo a credere di essere in una qualche competizione politica o ideologica nella quale affrontiamo gli avversari allo stesso modo in cui si fronteggiano democratici e repubblicani.

Andiamo al lavoro, in un modo molto civile, e viviamo vite più o meno normali. Al massimo, arriviamo a scambiarci insulti in pubblico con i nostri nemici: loro ci chiamano odiatori e noi li chiamiamo anti-americani, o anti-bianchi, o malati. La realtà, tuttavia, è che noi siamo coinvolti in una lotta per la sopravvivenza razziale. E questa è una lotta in cui la nostra razza, o quella degli Ebrei, verrà sterminata completamente. Ed è una lotta che stiamo perdendo. La stiamo perdendo da 50 anni. In ogni giornale, in ogni programma televisivo o radiofonico, veniamo presi a pugni in faccia col fatto che stiamo perdendo. Ce lo sbattono in faccia ogni giorno. Leggiamo le statistiche in merito ai flussi di non bianchi che attraversano i nostri confini, sia legalmente che illegalmente, e allo stesso tempo sentiamo i media controllati e le chiese che emettono stridule accuse di razzismo nei confronti di chiunque osi suggerire che abbiamo già abbastanza rifiuti umani sulle nostre terre. Intanto il nostro governo solleva le braccia e dice di essere impotente persino nel contrastare il flusso clandestino. Vediamo l’orda crescente di questi rifiuti nelle strade delle nostre città. Sappiamo cosa sta facendo alle nostre scuole, nelle vite dei nostri figli. Vediamo un aumento della degenerazione, del crimine, della mescolanza razziale, dell’abuso di droga, di anno in anno. Ci vediamo espropriati della nostra stessa terra, con il nemico che gongola ad ogni vittoria nella sua campagna sempre più serrata per disarmarci e portarci al silenzio, mentre l’esproprio continua. Anche Bob Mathews aveva visto tutto questo. E allora si è alzato e ha detto: “Non accetterò più tutto questo! Non basta dire che crediamo in un’America Bianca. Dobbiamo anche combattere per quello. Per noi è il momento di iniziare a uccidere chi sta uccidendo la nostra razza”. Ciò ha spinto a scappare coloro i quali, formalmente dalla nostra parte, obbediscono alle leggi che il nemico ha imposto su di noi. In realtà avrebbero dovuto vergognarsi di sè stessi, perchè Bob in sostanza aveva ragione. Lui ha fatto ciò che era moralmente giusto. Forse ha agito troppo presto e può aver commesso molti errori “tattici”, ma ci ha ricordato che non siamo coinvolti in un dibattito tra gentiluomini, ma siamo coinvolti nella lotta più disperata che sia mai stata combattuta. Una guerra per la sopravvivenza della nostra razza, una guerra che non possiamo vincere se non uccidiamo i nostri nemici.

E non possiamo uccidere i nostri nemici senza pensare di poter essere uccisi anche noi. Avevamo bisogno di ricordarci questo. Bob ha elevato il livello della nostra lotta. Ci ha portati dal parlare e dire nomi, al sangue. Ha chiarito la situazione per noi. Nel lungo termine, ciò sarà utile. Nel lungo termine, Bob sarà ricordato proprio per questo.

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Citazioni da “Il Fulmine e il Sole” di Savitri Devi

Di seguito alcune citazioni dal libro di cui al titolo, in libera vendita.

<<Secondo quella saggezza orgogliosa e spietata, essenzialmente estetica e guerriera, che era e rimane quella della SS, la suprema aristocrazia di sangue del genere umano non deve salvare i suoi inferiori, ma continuare a perfezionare sè stessa, secondo lo scopo della Natura; essa non deve “amare tutti gli uomini” e sacrificare il resto del bellissimo regno della Vita ai fini “dell’uomo”, ma deve amare la perfezone, la salute, in tutta la sua gloria, e sacrificare, sempre e dovunque, il malaticcio e il carente al sano, il debole al forte, l’imperfetto al perfetto; deve essere la legione privilegiata che prepari “contro il tempo” la perfezione divina della ventura Età dell’Oro. Deve essere l’avanguardia di quelli a cui un Destino matematicamente giusto, radicato nelle virtù eredtate, chiederà di attraversare il “ponte” citato da Nietzsche, il ponte tra l’animalità e il superuomo, mentre gli uomini di minore dinamismo e minore distacco cadranno cadranno da esso nella Fossa primordiale>>

 …

<<L’alleanza del mondo capitalistico con la cittadella del Marxismo ora può apparire, politicamente, come un cattivo affare per l’Occidente Cristiano. In realtà, dal punto di vista della verità cosmica, era e rimane un più ragionevole legame: quello di tutti coloro che credono nella vecchia menzogna ebraica contro coloro che la smascherano con coraggio e forza; quello di tutti coloro che condividono la superstizione del valore del mammifero a due gambe come tale contro quelli che proclamano, a dispetto dello spirito di questa e tutte le età decadute, contro la tendenza della storia, Contro il Tempo, la spietata dottrina della Selezione Umana e della Violenza Distaccata, che porta al regno degli Dei viventi in terra.

Ora che devono pagare il prezzo per l’aiuto alla Russia, vedono in essa il “pericolo comunista”. Dimenticano CHI era un tempo il loro possibile alleato contro un tale pericolo, e ciò che significava. Dimenticano che il prezzo che avrebbero dovuto pagare a LUI nel lungo periodo per essere stati liberati per sempre dalla “minaccia dell’Asia” mobilitata sotto la guida della Russia, era niente di meno che una rinuncia irrevocabile, definitiva, di quella scala di valori centrata sull’uomo che per loro è più cara di qualsiasi altra cosa. Perchè il Comunismo è il prodotto naturale dell’evoluzione della democrazia capitalistica, mentre il Nazionalsocialismo è la sua negazione totale, è una rivolta contro il suo spirito.>>

<<Ma la menzogna non è monopolio dei marxisti; è la base comune di tutte le filosofie eguaitarie incentrate sull’uomo, vecchie e nuove, ebraiche e non ebraiche, e specialmente delle filosofie ebraiche di respiro internazionale, che disegnano una linea arbitraria tra gli “uomini” e il resto degli esseri viventi, quindi negando l’unità del regno della Vita e l’universalità delle sue leggi ferree. E’, in particolare, la base morale del Cristanesimo storico.

La menzogna ebraica è accettata come verità da parte delle forze anticomuniste dell’Occidente al di fuori del Movimento Nazionalsocialismo, e in primo luogo dalle Chiese cristiane. Ed è per questo che nessuno di loro è anticomunista nel vero senso della parola. Non solo non combattono e non hanno combattuto il Marxismo per il pericolo reale che rappresenta, ma ognuno di loro rappresenterebbe alla fine lo stesso pericolo, se oggi fossero militanti e pieni di fede come un tempo.

In altre parole, la lotta nazionalsocialista contro il Marxismo è solo l’aspetto più evidente della lotta mortale generale, infinitamente più che politica, della nuova audace fede in Luce e Vita contro ogni forma di menzogna, contro ogni dottrina che impone “l’uomo” sulla Natura, contro ogni culto di imperfezione, in questa ultima parte dell’Età Oscura>>

LA BORGHESIA E LA RAZZA (Alberto Pensabene, 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo LA BORGHESIA E LA RAZZA di Alberto Pensabene, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

La borghesia e la razza – Giuseppe Pensabene – 1938

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

La profonda crisi della nostra borghesia è giunta a farle perdere il senso della nazione. C’è chi afferma che non l’abbia mai avuto; e sostiene come Massimo Leli, che questa tara sia radicata fino dall’origine: cioè da quando essa cominciò a costituirsi verso la fine dci Seicento come pallido riflesso della nascente borghesia francese. Si formò allora e si diffuse in Europa una società cosmopolita che acquistò effettivamente il potere in tutte le nazioni, e che con la Rivoluzione del 1789 raggiunse ciò che solo ancora le mancava: il riconoscimento legale. La borghesia italiana non fu che una sezione di questa: e come tale diede al nostro Risorgimento quella impostazione Iiberalistica che l’avrebbe fatto arenare nel ’48, se poco dopo, forze extra-borghesi, tradizionali ed agrarie, non ne avessero preso energicamente la direzione. In ogni modo, raggiunta l’unità, e venuta, colla ascesa della Sinistra, di nuovo al potere la borghesia, tutto com’era inevitabile prese aspetto liberale: il governo, la cultura, l’arte, l’economia e l’amministrazione. Il grande risultato, l’Italia finalmente fatta sembrò che avesse minore realtà delle aspirazioni nobili ed eroiche di quei pochissimi i quali qualche decennio prima l’avevano raggiunto. C’era, in realtà, la nazione, ma nello strato che la dirigeva non c’era, perchè mai c’era stato, il senso

di essa. Insomma, dopo il 1876, avvenne una chiarissima trasposizione: il liberalismo supernazionale, che s’era affiancato al Risorgimento, ma solo in apparenza, ora gettava via la sua maschera: l’Italia non era stata che un episodio. L’essenziale era l’affermarsi della borghesia, delle sue idee e dei suoi interessi, anche nel nostro paese. Una specie di casta che solo per certi fatti, come la dimora e la lingua, vi sembrava attaccata, ma che in realtà aveva il suo centro e le aspirazioni altrove. È naturale che ad una casta simile manchi il concetto della razza. Traendo ogni sua ragione di esistere solo dai grandi scambi tra le nazioni, ed avendo necessità, per dominare questi scambi, di porsi nello stesso tempo al di fuori di tutte, tende a formarsi come uno strato privo di particolarità, di sensibilità, di genio, di ciò insomma che contraddistingue i popoli; e ad accogliere in conseguenza tutti gli apporti eterogenei dalla cui miscela meglio possa acquistare la tinta neutra adatta alla sua funzione. La borghesia, entro ciascun popolo è di fatto, un’internazionale sovrapposta. È un meticciato: almeno delle idee.

È la parte che non si crede, come tutte le altre, legata al sangue, alla tradizione, al costume. Ha insomma la stessa natura di ciò che è il vero oggetto della sua attività, il denaro: che si trova dappertutto, è uguale dappertutto, e non è mai legato nè ai luoghi e né alle persone. Così è la borghesia; un volto sempre uguale, aggiunto ai corpi robusti e diversi dei popoli; una testa sempre uguale che vorrebbe regolare volontà ed istinti che le sono costituzionalmente in contrasto. Quale orribile ed incessante guerra vi sarebbe in un singolo organismo, che fosse davvero così fatto! Quali tormenti, quali incertezze, quali indecisioni! Sarebbero impossibili anche i moti più naturali, le azioni più semplici, e come un continuo e doloroso laceramento accompagnerebbe il pensiero anche più fuggevole. Eppure questo avviene in realtà, ogni giorno, nei popoli, quando chi li dirige non è della loro stessa natura: quando la grande massa, guidata dall’istinto deciso della propria razza, è in contrasto con la razza diversa o manchevole dei dominatori. Lo moltitudine d’un sangue, chi la· governa d’un altro: questo è, più di quanto si creda, uno schema frequente nella vita dei popoli. Nella maggioranza delle nazioni, pure sotto apparenze democratiche, il contrasto è tra il meticciato borghese, e la moltitudine cui quel meticciato tende a far perdere coscienza della sua razza. Questo lavoro è oggi molto avanzato. E’ una degenerazione voluta e metodica che discende a poco a poco dall’alto, ove solo in una sfera ristretta si trova questo centro d’infezione. Il popolo vi sottostà per ignoranza. Il suo istinto oscuramente si ribella: sente il male ma non sa individuarlo; e ne è circondato, imbevuto, avvelenato prima ancora di accorgersene. Vede, di decennio in decennio, strano spettacolo, questa gente che si dice della stessa nazione ed anzi se ne proclama l’occhio e il cervello, introdurre un altro costume, un altro linguaggio, un altro modo di pensare, di sentire, di vivere. Poi cerca di capire, di assuefarsi; crede infine di esservi riuscito. Ma è un illusione. Anche sotto le mutate apparenze esteriori rimane qualcosa di irriducibile, causa di oscuro e doloroso contrasto. Questo è oggi, su per giù, Io stato della nazioni occidentali: là dove la borghesia conserva il dominio. Politica, cultura, economia, arte sono rivolte contro la natura dei popoli. E’ un mostruoso attentato, una colossale sconsacrazione.

 

Quella scialba classe, quella miscela che governa, risultato di due secoli di confusione universale, commercio ed industrie, prima di tutto, poi filosofia, letteratura, musica, pittura, quella classe che non ha nè sangue nè volto, i cui uomini e le cui donne sono dappertutto uguali, si vestono, mangiano, pensano, lavorano, ballano in modo uguale, hanno i capelli, la pelle, i belletti, i volti, le guance, di aspetto uguale: le cui labbra sono per esempio ugualmente a foggia di pesce, le pettinature alla giapponese, i baffi alla americana, i costumi da bagno alla Jansen, oppure in qualsiasi altro modo, purchè uguale in tutti i paesi: questi concittadini che, cosa assurda, somigliano infinitamente di più agli abitanti di un altro emisfero di quanto non somiglino al contadino o al pescatore che abitano a due passi, questi americani di Napoli, questi Inglesi di Firenze, o questi Francesi di Venezia, che poi non sono né Americani nè Inglesi nè Francesi, se non perchè fumano la pipetta, prediligono l’erre moscia, cantano le canzoni con l’accento nasale; tutta la gente così fatte, alla quale senza accorgersene, da tanto tempo ci siamo abituati: questa gente senza razza, e perciò senza carattere, senza dignità, e senza volontà, è quella, proprio, sotto la cui guida è stato fino a ieri interamente il nostro paese.

Una borghesia senza razza, e popoli in parte sani, che vi sono soggetti: ecco il quadro, forse più di tutti, vicino alla verità. Se le grandi masse cominciano anch’esse a mescolarsi, nel costume e nel sangue, ciò è dovuto, unicamente, allo scandaloso esempio che, da due secoli, viene loro dall’alto. La borghesia è oramai irrimediabilmente meticcia: non c’è più da illudersi; nè è più possibile, nei suoi riguardi pensare ad altro rimedio se non il toglierla di colpo dalle sue ormai più che perniciose funzioni di comando. Il fascismo l’ha già fatto dal ’22: ora non gli resta che completare l’opera: impedendo che suoi relitti, sia pure da posizioni di secondo ordine, continuino il loro triste esempio di degenerazione razziale. L’Arte, la Cultura, l’Insegnamento, debbono essere definitivamente tolti a questa detronizzata borghesia. Essa, non c’è da nasconderselo, se ne è servita e ancora se ne serve, come se non vi fosse stata la Rivoluzione Fascista. Per imbecillità e per senilità, trasmette ancora ai giovani, che non ne sono difesi, l’indifferenza deleteria per i valori della razza.

 

Tutto vi cospira: l’arte internazionalista, tuttora da noi liberamente ammessa, il pensiero individualista e liberaleggiante, la storiografia dialettica che «supera» il concetto di nazione. Quella gioventù sulla quale conta il Regime e in cui dobbiamo porre tutte le nostre speranze, impara tuttora, dalla maggioranza dei suoi maestri, che la nostra storia comincia solo nel 1870, con la formazione del Regno: prima l’Italia non esisteva. Poichè solo allora, nell’Ottocento, nacque l’idea di nazione: dal pensiero romantico; oggi questa idea, comincia già ad essere “dialetticamente” superata, e può quindi, da un giorno all’altro, essere anche superata l’Italia. La razza? Un mito; anch’essa. una “idea”, anch’essa un parto della mente degli scienziati. E non esistendo la razza, che ne è la sostanza permanente e tangibile, che realtà può avere mai la nazione? Cogli stessi criteri, non sembra credibile, si insegna, ancora oggi, la storia di Roma. Se ne distrugge così tutta la straordinaria forza suggestiva ed educativa. Che cosa è essa ad esempio per il Ferrabino, che le dedicò tre anni or sono un volume, tuttora molto diffuso e conosciuto? Nient’altro che una lotta di classi, prima dentro la città, poi dentro la penisola, poi dentro tutta l’estensione dell’Impero: una lotta, puramente economica, tra imprenditori .ed agrari, nella quale erano assolutamente indifferenti la razza, la tradizione, i valori morali. Il liberto Trimalcione, d’origine asiatica, ed arricchito col grosso commercio, è in realtà un personaggio più interessante di Catone: per lui in fondo s’è fatto l’Impero; per lui si è combattuto a Canne e si è vinto ad Azio: egli è “il progresso”, cioè l’industria e il denaro circolare; il vecchio Catone invece, anche due secoli prima, non era che un relitto della stupida “curulita”, cioè di quella Roma contadina, familiare e guerriera, che pure, vedi caso, aveva conquistato il mondo. Meglio Trimalcione, colle sue terre coltivate a schiavi, standosene in città, secondo i criteri industriali della “economia ellenistica”, che i poderi all’antica che il padrone arava lui stesso, insieme ai figli e qualche servo, secondo il costume ricevuto dagli avi. Meglio gli “ergastoli”, che Cincinnato. Anzi quest’ultimo e la sua meravigliosa leggenda diventa ad un certo punto, per il Ferrabino, oggetto di scherno. In tale modo, non illudiamoci, si insegna ancora oggi da noi la storia romana. Un punto di vista, come si vede antirazzista e borghese. Altro che formazione dei giovani!

E all’università di Roma, che dovrebbe dare una norma all’Italia, non ci è toccato per esempio di udire dal suo titolare di storia antica, il professore Cardinali, che lo stoicismo cosmopolita e indifferente alle razze, salendo al trono, segnò il più alto culmine di circa mille anni di storia romana? Che solo in esso noi dobbiamo vedere “l’essenza della romanità, e solo da esso prendere persino norma per l’avvenire del nuovo Impero? Qualunque libro, di qualunque formato, su cui s’insegni oggi storia, nelle scuole italiane, dalle elementari all’università, è sempre concepito indipendentemente dalla razza, e spesso con delle affermazioni contrarie; qualunque libro d’arte, di letteratura, di critica, di scienze, e persino d’argomenti specifici come l’etnografia e la geografia antropica; qualunque manuale, dizionario, enciclopedia, grande o piccola, che essa sia: persino nella Enciclopedia Treccani, pure così ricca, manca come è noto, una trattazione di questo argomento. Tale è lo stato di ignoranza, per la questione della razza in cui i relitti della borghesia che in Italia, sebbene perduto il potere tengono ancora in mano le chiavi della cultura, lasciano non solo il popolo ma anche la gioventù che viene fuori oggi. Ignoranza quanto mai pericolosa, perchè atta ad inquinamenti ed infiltrazioni che potrebbero avere domani le più gravi conseguenze.

La borghesia ha perduto da noi il potere; ma precario sarebbe il vantaggio della sua sostituzione ove non ci assicurassimo per sempre dalla peggiore ignominia di quella casta decaduta: il suo cosmopolitismo. II meticciato culturale al governo del paese fu la nostra maggiore sciagura fino all’avvento del Fascismo. Questo mise per la prima volta italiani al governo dell’Italia: italiani non soltanto di sangue, ma di pensiero e di animo. La strana e dolorosa frattura sparì: le due culture, i due istinti, del popolo e dello strato dirigente divennero, per la prima. volta, uno. Oggi, ciò che da allora è un fatto, viene enunziato come principio. Si pone la dottrina della razza. La quale è destinata rapidamente a spazzare le accennate sopravvivenze, ormai intollerabili, nel mondo della cultura; e a risolvere contemporaneamente due importanti questioni: i rapporti con i nuovi sudditi di colore, dopo la conquista dell’Impero; e i rapporti cogli Ebrei.

 

Per i primi vi sono già dei precisi provvedimenti che regolano i matrimoni; per i secondi è stato solennemente dichiarato, da un gruppo di antropologi fascisti, sotto gli auspicii del Ministro della Cultura Popolare, e confermato poco dopo in una pubblica dichiarazione del Segretario del Partito, che essi non appartengono alla razza italiana. Tale affermazione alla quale seguiranno presto le giuste conseguenze pratiche, ha una importanza di primissimo piano. Si collega infatti strettamente col problema capitale della classe dirigente. La borghesia cosmopolita che ci aveva governati fino al ’22 era, nel suo più profondo nucleo, dominata dagli Ebrei: da essi era stata plasmata moralmente e culturalmente, con essi si era mescolata nel sangue, da essi era stata sempre più educata a quell’indifferenza per i valori della. razza, che proprio, ad essi ferocemente razzisti, era destinato ad assicurare, sopra una moltitudine degenerata, il sicuro predominio. Separando oggi gli Ebrei dalla nazione italiana, sia nel sangue che nella cultura, considerandoli perciò semplicemente come stranieri, si elimina una volta per sempre, il tarlo più pericoloso.

L’Aned non parteciperà alla sfilata in occasione del corteo romano del 25 aprile

Fonte:    Moked.it «Il 25 Aprile, a Porta San Paolo l’ANED – Roma ( Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi Nazisti) non ci sarà! Siamo giunti a questa amara e travagliata decisione a seguito a quanto accaduto nella riunione tenutasi presso la Casa della Memoria lunedì 30 marzo 2015, in preparazione della manifestazione/corteo per i 70 anni del 25 aprile 1945, Festa della Liberazione. Dopo lunghe ore di discussione conflittuale con le organizzazioni presenti, ANPI, Partigiani Giustizia e Libertà, CGIL, Partito Comunista, Rifondazione Comunista, Brigata Ebraica, Comunisti Italiani, Unione Studenti Italiani, Patria Socialista, Centro Sociale Acrobat, Centro Sociale Link, Fronte Palestina, Rete Romana Palestina, Rappresentanza Palestina in Italia, e altre molte delle quali non si capisce a che titolo presenti, discussioni in cui le minacce e gli insulti hanno prevalso, e hanno evidenziato gli stessi inaccettabili presupposti che, nelle passate edizioni, hanno dato luogo a veri e propri episodi di intolleranza. Noi che rappresentiamo gli ex deportati, sommersi e salvati, nei campi nazisti, sia politici che razziali, non possiamo accettare che lo spirito e i significati del 25 aprile, della Resistenza e della Liberazione vengano così totalmente snaturati e addirittura fatti divenire atto di accusa contro le vittime stesse del nazifascismo. Non possiamo accettare che rappresentati della lotta partigiana, della Liberazione, siano messi al bando solo ed esclusivamente per intolleranza. Con grande tristezza nel cuore quest’anno, quindi, non ci potremo essere ANED –ROMA» È quanto si legge in una nota diffusa dall’Aned-Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti per annunciare il proprio rifiuto a sfilare in occasione del corteo romano del 25 aprile, dove da anni ormai si registrano episodi discriminatori nei confronti dei sostenitori della Brigata Ebraica, il corpo di volontari giunti dall’allora Palestina mandataria che diede un contributo fondamentale alla Liberazione d’Italia. La decisione, si legge, è scaturita a seguito di una riunione svoltasi negli scorsi giorni presso la Casa della Memoria e della Storia della Capitale caratterizzata da “lunghe ore  di discussione conflittuale con le organizzazioni presenti, molte delle quali non si capisce a che titolo” in cui le minacce e gli insulti hanno prevalso ed evidenziato “gli stessi inaccettabili presupposti che, nelle passate edizioni, hanno dato luogo a veri e propri episodi di intolleranza”. Tra le associazioni di cui si segnala la presenza alla riunione romana Fronte Palestina, Rete Romana Palestina e Rappresentanza Palestina in Italia.