Il ministro degli interni Alfano ha firmato il decreto di espulsione nei confronti di stranieri sospettati di essere vicini al movimento jihadista

Fonte:

Corriere del Veneto

Autore:

Andrea Priante

Inchiesta foreign fighter, due espulsi «Erano vicini ai terroristi dell’Isis»

La difesa: «Falso, i miliziani sono cani dell’inferno». Uno di loro attaccò Bitonci e Donazzan

Venezia «È ingiusto. Non posso esprimere il mio parere? Non posso nemmeno fare un invocazione… Dove è finita la mia libertà di espressione?». Quando diciamo ad Anass Abu Jaffar che è stato espulso dall ’Italia perché sospettato di essere vicino alle posizioni dei terroristi islamici, questo ventisettenne marocchino che fino a pochi anni fa viveva a Belluno, si trova già a Casablanca. «Non sapevo di questo provvedimento…» assicura.

È uno dei due stranieri cacciati ieri dal ministro dell’Interno Angelino Alfano «per motivi di prevenzione del terrorismo». L’altro è il macedone Arslan Osmanoski, 29 anni, che dal 2006 viveva a Corva, in provincia di Pordenone, dove frequentava assiduamente la moschea. Entrambi sono finiti nella rete dell’inchiesta sui foreign fighters partiti dal Bellunese per combattere in Siria: gli slavi Ismar Mesinovic e Munifer Kalamaleski.

Per quanto riguarda Jaffar, è lui a gestire la pagina Facebook « La scienza del Corano» , che raccoglie esortazioni al rispetto delle regole islamiche e dove in passato erano apparse dure critiche al sindaco di Padova Massimo Bitonci e all’assessore regionale Elena Donazzan , per via delle loro invettive contro immigrati e islamici. È stato proprio il marocchino a rivela- re la morte di Mesinovic. «Che Allah liberi la Siria per cui ha combattuto – scriveva – voglio ricordare questo fratello morto perché il suo sogno era quello d i riportare giustizia in quella terra».

I carabinieri del Ros di Padova lo accusano anche di aver dimostrato « il suo marcato antioccidentalismo, antiamericanismo e antisemitismo» pubblicando, nel giugno 2013 , elogi al «martire» Giuliano Del Nevo e di aver esultato per la strage al Charlie Hebdo : «Che Iddio punisca questi individui che hanno offeso il nostro Profeta».

Ma lui non ci sta a passare per filo-jihadista. «Se fosse vero ora sarei in Siria a combattere» si difende. «Mesinovic era un mio amico, ma se avessi saputo che voleva andare a combattere non lo avrei lasciato partire ». E prende le distanze anche dai miliziani dell’Isis: «Nell’Islam li chiamiamo i “Khawarij” e il Profeta ha detto che i Khawarij sono i cani dell’inferno. Quindi vanno istruiti, per insegnare loro cosa significhi essere veri musulmani».

Sulle critiche che, attraverso La scienza del Corano, mosse a Bitonci e Donazzan, invece non arretra: «Bitonci non lo conosco , ma tutti criticano le posizioni della Lega, perché io non posso farlo? Per quanto riguarda la Donazzan, lei chiedeva ai genitori degli studenti musulmani di condannare l’attentato di Parigi. Le ho solo risposto che non capivo perché pretendere questo soltanto dagli islamici e non da tutti, a prescindere dalla loro religione».

Molto diversa è la posizione Arslan Osmanoski. Secondo gli investigatori era stato lui a organizzare l’arrivo nel Nordest del predicatore estremista Bilal Bosnic, che poi ha contribuito alla svolta radicale di Mesinovic e Kalamaleski. Ed è proprio seguendo le tracce dei due foreign fighters che il 30 ottobre scorso i carabinieri del Ros sono arrivati a Osmanoski, che viveva in Friuli con moglie e quattro figli, lavorando come imbianchino . Viene considerato «il braccio destro» dell’imam del terrore e, perquisendo l’abitazione, i militar i hanno sequestrato «materiale di stampo jihadista». Si tratta dei sermoni di Ebu Muhammed, bosniaco legato ai movimenti salafiti di ideologia «Takfir», sospettato di collegamenti con l’attentato terroristico contro la stazione di polizia di Bugojno, in Bosnia, nel dicembre 2010. In casa custodiva anche documenti relativi alle prediche dell’imam Nusret Imamovic, che ora è in Siria per sostenere l’organizzazione terroristica «Al Nusra», legata ad Al Qaeda. Negli ultimi anni, Osmanoski si era avvicinato sempre più alle posizioni radicali dell’Islam e secondo gli inquirenti aveva «improntato il suo stile di vita ai più rigidi dettami salafiti che imponeva anche ai suoi familiar

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Giustizia: quei ragazzi italiani per il Jihad

di Paolo Biondani

L’Espresso, 3 maggio 2015

Due amici cresciuti a Milano. Poi uno è finito a San Vittore ed è stato indottrinato. Ora sono partiti insieme e combattono per il califfato. I tagliagole del califfato riescono ad arruolare giovanissimi anche in Italia.

Ragazzini cresciuti a Milano, tra scuole e parrocchie, che all’improvviso spariscono, per andare a combattere la cosiddetta guerra santa in Siria. E ora pubblicano su Facebook le loro foto da guerriglieri, con un pesante kalashnikov in spalla. Fieri di mostrare al mondo di Internet il loro “documento ufficiale di arruolamento nello Stato Islamico”.

Tra i miliziani dell’esercito nero che sta seminando il terrore in Siria e in Iraq, da un paio di mesi sembrano aver trovato spazio altri due “combattenti stranieri” partiti dall’Italia. Per quanto se ne sa, sono i più giovani integralisti che abbiano mai scelto la strada del jihad nel nostro Paese. Almeno uno di loro, il più duro, si è radicalizzato in un luogo in teoria deputato a fermare ogni violenza criminale: un carcere simbolo come quello di San Vittore a Milano. I due ragazzini-soldato si chiamano Monsef e Tarik e sono da poco maggiorenni.

Nati in due diverse città del Marocco, erano arrivati in Italia da bambini, separatamente. Insieme hanno fatto le scuole medie a Milano, dove hanno ancora decine di amici. Attorno al 2010, quando avevano poco più di 14 anni, sono rimasti senza famiglia, uno dopo l’altro, per dolorose ragioni private.

A quanto raccontano loro stessi su Internet, a quel punto è intervenuto il tribunale dei minori, che li ha affidati a una delle migliori comunità di accoglienza dell’area milanese, fondata da un sacerdote cattolico e diretta da personale specializzato italiano. Fino all’anno scorso, nessuno dei due ragazzini sembrava interessato a questioni religiose e tantomeno alle armi.

Dopo tanti anni di lontananza dal Marocco, con pochi e difficili rapporti con le famiglie d’origine, ormai sembravano due giovani occidentali: vestivano come i loro coetanei milanesi, usavano Internet per scambiarsi innocui video musicali, battute di comici, foto di ragazze, messaggi tra amici. Il più giovane, Tarik, viene descritto da chi lo frequentava come un ragazzo pacifico, sensibile, un po’ timido, che non ha mai creato problemi a scuola o nella casa-alloggio per minori dove ha vissuto per anni. Monsef invece tendeva a fare il ribelle. Si dava le regole, violava i precetti del buon musulmano, beveva alcolici, si atteggiava a bullo.

Circa un anno fa è finito in un giro di droga. Dopo aver compiuto diciotto anni, è stato arrestato. E rinchiuso a San Vittore. Dove molto probabilmente ha trovato qualcuno che lo ha cambiato. Un cattivo maestro del jihad “made in Italy”. Di certo, quando esce dal carcere di Milano, Monsef è trasformato. Non beve più, condanna ogni tipo di droga, ha smesso anche di fumare sigarette. Prega cinque volte al giorno. Parla solo del Corano.

Cerca di indottrinare i coetanei predicando una visione integralista che è estranea alla tradizione musulmana moderata che caratterizza il Marocco. Prima dello choc di San Vittore, dice chi lo conosce, Monsef non era certo il tipo da fare discorsi religiosi: è il carcere che lo ha trasformato. Ma in cella quel ragazzino non aveva cellulari o computer, per cui non poteva collegarsi a Internet per subire l’influenza di lontani predicatori jihadisti.

Dunque è stato radicalizzato da qualche altro detenuto. Che forse è ancora all’interno di San Vittore. Fatto sta che, quando viene scarcerato, Monsef usa Internet in modo molto diverso da prima. Circa sei mesi fa comincia a scaricare e diffondere inni alla guerra santa. Tra ottobre e dicembre rilancia su Facebook “il video dei combattenti stranieri che bruciano i loro passaporti per creare uno Stato Islamico”; invita a “vedere” i fotomontaggi con le bandiere nere del Califfato che sventolano sul Colosseo o sulla Torre Eiffel; consiglia i sermoni incendiari di un predicatore saudita bandito dalla Gran Bretagna: “Siria, la vittoria sta arrivando”. Nella lista dei preferiti inserisce “l’organizzazione Stato Islamico”.

E clicca “mi piace” sull’appello di uno sceicco kuwaitiano contro il dittatore siriano: “Dove sono le vostre armi? Perché non sostenete il jihad contro il nemico Assad?”. Non manca un “selfie” di Monsef in tunica nera e copricapo bianco che punta un indice accusatore. Tra gli amici musulmani di Milano, solo Tarik si fa influenzare dal suo compagno di scuola e di comunità. I due ragazzini organizzano il viaggio in silenzio, ai primi di gennaio, negli stessi giorni degli attentati di Parigi: stragi organizzate da terroristi nati in Francia, radicalizzati in carcere e addestrati tra Siria e Yemen.

Probabilmente seguono la stessa rotta di decine di altri jihadisti partiti dall’Italia: un biglietto aereo per Istanbul, il veicolo di un fiancheggiatore per varcare il conine. Quando entrano in Siria, hanno appena 19 anni. Il 18 gennaio, alle 23.31, Monsef mette in rete una foto: è con l’amico su un pullman. Il messaggio è eloquente: “Verso la strada di Allah”. Il giorno dopo, spiega di aver “incontrato un fratello che ci ha aiutato: è veramente un leone, che Allah lo benedica”. Un amico con un nome arabo gli scrive preoccupato in italiano: “Ma dove sei?”.

Poi c’è un black-out che dura due mesi e mezzo. Le indagini internazionali spiegano che le reclute del Califfato in arrivo dall’Europa vengono messe sotto esame e poi smistate in diversi campi di addestramento specializzati: per i più giovani e inesperti, da mandare in guerra come carne da cannone, il “corso” di combattimento dura solo 45 giorni. In quel periodo cellulari e computer vengono sequestrati dai capi istruttori dell’esercito nero.

Monsef ricompare su Internet l’undici aprile 2015. Nella prima foto è da solo, seduto in un veicolo militare, con un kalashnikov tra le braccia. Nella seconda, che diventa il suo profilo su Facebook, è in piedi, vestito di nero, con il mitra in spalla e un pugnale alla cintola, accanto a un altro guerrigliero armato in tuta mimetica.

Le sue foto con il kalashnikov “piacciono” a otto “amici”, tra cui una donna che vive in Piemonte e un ragazzo che si firma con un nome arabo ma scrive in italiano: “Allah è grande”. Interpellati da “l’Espresso”, i responsabili italiani dell’antiterrorismo si limitano a dire che “erano già informati” della vicenda di Monsef e Tarik, ma non possono fornire particolari perché c’è un’inchiesta in corso. A Milano la Procura indaga da mesi su diverse organizzazioni di reclutamento.

I carabinieri del Ros seguono le tracce di una donna di origine albanese che ha lasciato il marito, immigrato regolare a Lecco, per fuggire in Siria con il figlioletto maschio di pochi anni. I poliziotti della Digos indagano su una spaventosa rete jihadista che punta a reclutare per la guerra in Siria anche italiani convertiti all’Islam: uomini e donne da immolare al Califfo.

In questi giorni i due ragazzini partiti dalla Lombardia hanno pubblicato un’altra foto dal fronte siriano. C’è una mano che mostra un documento plastificato, intestato a Monsef: nome, cognome, luogo e data di nascita, rilascio e scadenza, gruppo sanguigno. In alto c’è il simbolo dell’autorità che ha emesso il documento: “Stato Islamico”.

Il Congresso USA equipara i blogger alternativi sul web ai terroristi dell’ISIS . In Italia si prepara la “Psico Polizia” (autore: Luciano Lago)

I bloggers, i teorici della “cospirazione” e le persone che sfidano le narrative ufficiali su internet, sono stati paragonati ai terroristi dell’ISIS nel corso di una recente udienza al Congresso degli Stati Uniti.
L’udienza, organizzata dal “Comitato di Relazioni esterne della Camera”, era stata intitolata “Facendo fronte alla Militarizzazione dell’Informazione in Russia”, nel corso di questa si è accusato il network televisivo russo RT (Russia Today) che trasmette in molteplici paesi in varie lingue, di creare le “teorie della cospirazione” per diffondere la sua propaganda.
Uno degli oratori che ha prestato la sua testimonianza è stata la ex presentatrice della RT, Liz Wahl, la quale un anno fa abbandonò la RT pubblicamente in diretta, in disaccordo con la linea seguita dal network.

Sottolineando che internet fornisce una piattaforma per “voci marginali ed estremiste”, la Wahl ha caratterizzato le persone che sfidano la narrativa ufficiale trasmessa dagli USA, come parte di un “culto”.
“Loro si mobilitano e si sentono parte di una lotta illuminata contro l’establishment…..cercano di trovare una piattaforma per esprimere i loro punti di vista frastornati”, ha detto la Wahl.
Allo stesso modo la Wahl ha giustificato le denunce di Andrew Lack, capo della Giunta dei Governatori della Radiodiffusione (BBG), il quale ha affermato che la RT costituisce una minaccia dello stesso livello che l’ISIS e Boko Haram.

“Mediante l’utilizzo di internet per mobilitare le persone che si sentono emarginate dalla società, RT gli fornisce un luogo dove possano trovare un senso di appartenenza, e questo è un problema.
Wahl è passata a lamentare il fatto che i teorici della cospirazione stavano “condizionando le opinioni in internet e nelle reti sociali . Il web si è trasformato in un faro di disinformazione, false teorie, bloggers che cercano di farsi un nome e che non hanno alcuna responsabilità per la verità”.

In realtà l’abbandono in diretta e tutta la successiva denuncia della Wahl , ampiamente pubblicizzata dai media USA,  era stato accuratamente predisposto dall’organizzazione Neo cons, “Foreign Policy Initiative (FPI), che si occupa di contrastare le informazioni della RT ed altri media russi che trasmettono in inglese. Soltanto un’ ora dopo le sue dimissioni,  la Wahl è apparsa in una intervista esclusiva rilasciata al “The Daily Beast” tramite un tal James Kirchick, esponente dell’organismo neo con FPI che aveva preparato la “sceneggiata” delle dimissioni già da mesi prima (con cui la Wahl intratteneva una relazione sentimentale).  Niente di spontaneo quindi ma solo un episodio della guerra mediatica.

Il presidente del Comitato, Ed Royce, è arrivato ad accusare le persone che pubblicano su You Tube di utilizzare la “violenza e le brutalità” per appoggiare le proprie teorie della cospirazione.

Peter Pomerantsevm dell’Istituto “Legatum”, con sede al Londra, ha affermato che le teorie della cospirazione hanno spinto verso il successo di Marine Le Pen in Francia, prima di lamentarsi del fatto che le teorie della cospirazione stavano “sfidando l’ordine globale e minacciando di affossare le Istituzioni Globali”.

Più in là della retorica incendiaria, la vera storia gira intorno al fatto che Washington si è vista sorpresa per la rapida crescita della RT, un organismo considerato di propaganda russa, contrario alla propaganda occidentale, cosa che ha portato personaggi come Hilary Clinton a riconoscere che gli USA stanno “perdendo la guerra dell’informazione”.

Tutto questo realmente non ha nulla a che vedere con la difesa della verità che i grandi media di ispirazione statunitense pretendono di avere. Quello che accade in pratica è che un grande clan mafioso, costituito dall’apparato dei media atlantisti, finanziato dai grandi organismi finanziari, viene sfidato da altri gruppi di influenza che stanno guadagnando terreno.

Coloro che avevano fino ad oggi il monopolio dell’informazione e la utilizzano per la manipolazione dell’ opinione pubblica e favorire interessi costituiti, oggi vengono sfidati sul loro stesso terreno e non si rassegneranno facilmente a perdere tale monopolio.

Per quanto riguarda le voci libere di opinionisti e dei blogger sul web,  la tecnica che viene frequentemente utilizzata contro coloro i quali dissentono dalle narrazioni ufficiali, prima di arrivare ad una  censura sulle idee non conformi,  è quella, in un primo momento, di emarginarli dai media ufficiali, poi di indicarli come “complottisti” e metterli in ridicolo come sostenitori di astruse teorie (gli “illuminati” i “rettiliani”, gli extra terrestri, ecc.), infine si arriva alla fase della repressione in base a leggi speciali, opportunamente emanate, contro il negazionismo, il razzismo l’antisemitismo o direttamente con accuse di presunta collusione con il terrorismo.

Queste tecniche sono state utilizzate ad esempio in Francia contro il comico Dieudonnè, accusato di antisemitismo per aver osato criticare la lobby israelita e la politica del governo, in Germania contro gli storici accusati di negazionismo ed anche contro un vescovo cattolico (Richard Williamson) Vedi: Aleteia –  Vedi: Il comico francese Dieudonnè condannato per apologia di terrorismo

In Italia  si è arrivati ad attacchi giudiziari rinnovati contro  persone o aree del dissenso politico con accuse pretestuose  di presunto “odio razziale” , negazionismo,  omofobia ed altro. Odio razziale e antisemitismo, 4 arresti. In manette ideologo di Stormfront .

Durante il governo Monti ( fiduciario delle lobby finanziarie), il suo ministro Riccardi è arrivato ad affermare: “…..è ora di reprimere il dissenso politico più marcatamente identitario sul web , giungendo, oltre alla chiusura dei siti e della persecuzione giudiziaria dei relativi titolari, anche alla promulgazione di una legge che punisca anche i ..frequentatori di siti “.   Concetti analoghi  sono stati espressi anche dalla presidente della camera, Laura Boldrini, infastidita dalle voci dissidenti sul web. Questo è indicativo del tipo di repressione delle idee che si vuole predisporre da parte del sistema organico agli interessi delle centrali finanziarie.

Tutto fa pensare che si procede a grandi passi verso la  predisposizione di  una “psicopolizia” ed un corpo speciale dei “guardiani del pensiero”. George Orwell lo aveva predetto ma la realtà supera le sue previsioni,  con un controllo strettissimo di tutti i mezzi di espressione. Si troverà un pretesto anche per abrogare l’art. 21 della Costituzione (quello della libertà di espressione), per “esigenze di sicurezza”, ci spiegheranno e diranno anche “l’Europa ce lo chiede”.  Allo stesso modo di come hanno abrogato di fatto gli articoli  sulla sovranità dello Stato e quelli  sul diritto al lavoro, non si tarderà a trovare un escamotage. Ci penserà il “fiorentino” a lanciare l’idea, magari durante la  prossima “Leopolda”.

I sostenitori del “Pensiero Unico”, laico radicale e mondialista,  hanno già allo studio  la creazione di  un sistema di repressione di provata efficienza per sopprimere le libere opinioni non conformi, i conati di dissenso, le voci contro,  in barba ai proclami del “siamo tutti Charlie”.

fonte: qui

Al Qaeda si scioglie, ma per fondersi con l’Isis: la Jihad sarà più pericolosa

Fonte: Il Secolo d’Italia, 3 Aprile 2015
Autore: Ezio Miles

Al Qaeda sta per sciogliersi. Ma non è una bella notizia, perché l’organizzazione terroristica fondata a suo tempo da Bin Laden si fonderà con l’Isis. Così il fronte della Jihad si unifica, diventando più forte e più pericoloso. A riferire la notizia è il quotidiano panarabo Al Hayat, pubblicando le rivelazioni di un qaedista doc, Ayman al Din , che da anni collabora con i servizi segreti britannici .  Secondo al Din, Ayman al-Zawahiri, attuale capo di Al Qaeda, sarebbe in procinto  porre fine alla rivalità interna tra i jihadisti. Zawahri lascerebbe libere le branche di Al Qaeda in ogni Paese, compreso il Fronte al Nusra in Siria, di slegarsi dall’organizzazione e “fondersi con altri movimenti jihadisti”. E in primo luogo, appunto,  l’Isis. Tuttavia, Al Zawahri avrebbe chiesto di “mantenere la leadership a livello mondiale di Al Qaida”. L’ex qaedista – riferisce sempre Al Hayat – ritiene che “i legami con al-Qaeda sono divenuti ultimamente un onere per le cellule jihadiste, affondate nei conflitti locali, come quello che accade al Fronte al-Nusra in Siria ed ad Aqap (al-Qaeda nella penisola arabica, ndr) in Yemen”. La scissione da al-Qaeda – afferma Dean – “potrebbe aprire la strada ad al-Nusra per stringere alleanze con altri gruppi jihadisti in Siria e rilanciare il suo progetto di fondare un Emirato nel nord della Siria, dopo aver conquistato recentemente con altre milizie islamiche la città di Idlib”. Comunque la vogliamo vedere non si tratta di una novità tranquillizzante. L’Isis rappresenta un salto di qualità criminale rispetto alla già feroce Al Qaida. E il suo ulteriore rafforzamento non può che portare a un recrudescenza degli attacchi jihadisti. Le truppe dell’Isis sono formate da combattenti “regolari”. Gli scontri con l’esercito iracheno e con i militari di Bashar Assad in Siria sono avvenuti in una maniera “tradizionale”, in trincea, senza ricorsi a tecniche di guerriglia, e con una “catena di comando” abbastanza precisa. Al Qaeda, invece, ha sempre colpito il “nemico” in maniera irregolare con attentati di matrice terroristica come è accaduto l’11 settembre alle Torri Gemelle. La differenza è ben sintetizzata da un’affermazione di William McCants, un ricercatore della Brookings Institution: Isis “è un gruppo di insorti in piena.

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Le differenze fra ISIS e Al Qaida, 24 Agosto 2014

L’obiettivo finale è il jihad globale, la guerra santa dell’Islam contro tutti gli infedeli del mondo. Con un “sogno”: conquistare Roma, il simbolo della cristianità. Sia Isis che Al Qaeda, dunque, hanno lo stesso progetto: eppure le due organizzazioni sono così diverse, tanto da presentare più differenze che convergenze.

Il controllo di un territorio.

Al Qaeda non ha mai avuto il controllo su un preciso territorio. L’Afghanistan ha rappresentato una base negli anni del regime talebano, ma Osama Bin Laden non ha mai avuto un ruolo “politico” durante la dittatura taliban a Kabul. Al contrario l’Isis, che non a caso è lo Stato Islamico, governa varie zone della Siria e dell’Iraq sottoponendo a un diretto controllo anche fiscale la popolazione di quelle zone. Il Califfo Ibrihaim, meglio noto con il nome di Abu Bakr al Baghdadi, esercita insomma un comando politico.

L’organizzazione militare: truppe “contro” terroristi.

Le truppe dell’Isis sono formate da combattenti “regolari”. Gli scontri con l’esercito iracheno e con i militari di Bashar Assad in Siria sono avvenuti in una maniera “tradizionale”, in trincea, senza ricorsi a tecniche di guerriglia, e con una “catena di comando” abbastanza precisa. Al Qaeda, invece, ha sempre colpito il “nemico” in maniera irregolare con attentati di matrice terroristica come è accaduto l’11 settembre alle Torri Gemelle. La differenza è ben sintetizzata da un’affermazione di William McCants, un ricercatore della Brookings Institution: Isis “è un gruppo di insorti in piena e non è particolarmente corretto parlare di loro come un gruppo terroristico”.

La forza di colpire l’Occidente.

La conseguenza di queste riflessioni si riverbera anche sulla modalità di attaccare eventualmente l’Occidente. La struttura militare di Isis non prevede “cellule” terroristiche, in quanto punta alla conquista diretta del territorio per allargare i confini del Califfato. Abu Bakr al Baghdadi ha chiesto esplicitamente ai musulmani di ribellarsi ai governi nazionali (dal Nord Africa alle Filippine) in favore dell’annessione allo Stato Islamico. In tal senso non c’è la “snellezza” di un’organizzazione terroristica come al Qaeda, che riusciva a muovere le sue pedine in maniera relativamente semplice. L’unica leva che può scuotere il Califfo è quella della propaganda per mobilitare “cani sciolti” dell’estremismo islamico presenti sul territorio occidentale.

La nascita Califfato.

Osama Bin Laden voleva un Califfato, lo immaginava come il punto di approdo di un percorso, ma per la sua nascita attendeva il momento propizio affinché ci fosse la giusta unità nel mondo islamico. Abu Bakr al Baghdadi si è invece autoproclamato Califfo dopo aver preso il controllo di alcune zone tra Siria e Iraq: una sfida sfrontata, in quanto chiede una sottomissione al suo comando. Nemmeno Bin Laden, con il suo carisma, era arrivato a tanto.

Antisemitismo della cellula terroristica di Andria andria Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande I jihadisti di casa nostra

Fonte: Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia Autore: Alessandro Leogrande

I jihadisti di casa nostra

Ciò che sorprende, leggendo le parole degli estremisti islamici raccolte nelle motivazioni della sentenza contro la cellula di Andria, è il loro odio feroce. Un odio talmente assoluto contro gli apostati e gli infedeli (cioè tutto l’Occidente in blocco, compresi i regimi arabi corrotti e pronti a collaborare) da apparire a tratti irreale. Dalle circa 60o pagine firmate dal giudice Antonio Diella emerge uno spaccato umano inquietante: un piccolo gruppo dedito al fanatismo, sorto intorno a un call center e a un improvvisato centro di cultura islamica, entrambi gestiti da Hosni Hachemi Ben Hassen. Quando gli affiliati parlano di gruppo o di fratelli non si riferiscono mai a un’entità generica, ma ai gruppi pronti a partire per il jihad, lungo i fronti caldi di mezzo mondo. Il piccolo gruppo condannato si è formato ad Andria, ma era ben collegato con una rete che va dalla Lombardia ad altri paesi europei, fino all’Afghanistan, dove erano sorti numerosi campi di addestramento, prima che la Siria diventasse l’epicentro mondiale del totalitarismo islamista. Il gruppo era costantemente connesso alla rete, da cui scaricava materiali di propaganda, a volte molto dozzinali, ma altre volte abbastanza sofisticati. Come, ad esempio, i poderosi manuali di Abu Musab Al Suri, il primo teorico del jihad ad aver sostenuto la necessità di organizzare la lotta in piccole cellule parallele, senza molti contatti tra di loro. Quella di Andria era una di queste, ma molto simili erano in fondo anche quelle che hanno agito a Parigi o a Copenaghen. La rete si tiene insieme quasi unicamente su una ideologia veicolata in maniera fluida attraverso il web. In particolare, c’è un ossessione della morte, che appare come la totale perversione di ogni fondamento religioso. In uno dei messaggi che i componenti della cellula si scambiano si legge: «Possa Dio sparpagliare i nostri corpi per la sua causa. Voglio che le mie carni vadano in pezzi». I componenti della cellula vivono in Italia, ma sono completamente separati dal resto della società. Completamente separati anche dal resto degli immigrati magrebini. Chiusi in se stessi, non vogliono fare altro che dedicarsi al loro credo totale. Un credo che non ha nulla di propositivo, salvo cercare perversamente la «bella morte», e molto di distruttivo e autodistruttivo. Gli ebrei sono il principale bersaglio del loro odio feroce. Non c’è pagina in cui non si invochi il loro sterminio. In una delle intercettazioni, a ridosso dell’anniversario della Shoah, due di loro si chiedono perché Hitler non abbia uccisi tutti gli ebrei e gli omosessuali: «Ha fatto bene a bruciarli. Se lui li aveva distrutti tutti, il mondo sarebbe meglio». A conferma, ancora una volta, della strana identità di vedute tra l’estremismo islamista e i gruppuscoli neonazisti.

Diffuso un video dell’ Is nel quale un ragazzino spara ad un uomo accusato di essere una spia del Mossad

Fonte: la Repubblica

Autore: Alex Van Buren

Orrore Is: bimbo uccide una “spia” di Israele

Diffuso un video nel quale un ragazzino di 10-12 anni spara in fronte a un uomo accusato di essere uno 007 del Mossad Un messaggio allo Stato ebraico a una settimana dal voto. Accanto al killer, un adulto che in francese attacca Parigi

I terroristi del cosiddetto Stato islamico ( Is) diffondono il video di una nuova esecuzione, stavolta di un palestinese bollato “spia d’Israele”. La persona del boia è scelta apposta per imprimere lo shock: a impugnare la pistola é un bambino, algido come un demone, soave come un angelo; è originario probabilmente del Caucaso, arrivato in Siria al seguito dei jihadisti ceceni, addestrato in uno dei campi allestiti dall’Is per i “cuccioli del califfato”. Lui afferra l’arma a due mani, minute ma ferme. La mira è precisa, il primo colpo apre un foro pulito nel centro perfetto della fronte di Mohamed Said Ismail. La vittima s’accascia. Il piccolo scarica l’intero caricatore sul palestinese.

È la prima volta che l’ Is indirizza a Israele le sue sulfuree farneticazioni. Questo avviene a una settimana esatta dalle elezioni legislative israeliane, tanto da escludere una semplice coincidenza. Finora l’empio califfato di Al Baghdadi s’era distinto, se così si può dire, nello scartare ogni bersaglio riconducibile a Israele, anche sul campo militare. Le invettive contenute nel video ricalcano i toni apocalittici-fumettistici dei filmati precedenti, del «Presto vedrete l’armata del califfato attaccare le vostre terre e liberare Gerusalemme dalla vostra impurità», salvo definire Gerusalemme con l’antico nome di Bayt al-Magdis. E ancora, con un balzo all’indietro di secoli: «Le conquiste dell’Islam sono appena cominciate, gli ebrei tremano . Ma c’è un’altra novità: il “boia in capo,l’uomo che fa da spalla al bambino, è un jihadista francese. Subentra all’inglese ‘Jihadi John’. Cosi il messaggio finisce per rivolgersi anche alla Francia. Il barbuto francese ringhia, blasfemo: «0 voi ebrei, Dio ci ha permesso di uccidere i vostri fratelli sul suolo francese, e qui sulla terra dello Stato islamico il giovane leone ucciderà colui che il Mossad imbecille ha mandato a spiarci .

Per il resto, la lunga confessione di Mohamed Ismail —pubblicata già in febbraio su Dabiq, la patinata rivista dell’ Is —racconta la piaga comune a migliaia di altri giovani palestinesi: la povertà di un pompiere di 19 anni, l’assenza di prospettive, l’offerta di collaborare con i servizi segreti israeliani in cambio di uno stipendio, una casa, un futuro, un permesso d’ingresso a Gerusalemme per una persona cara, le cure in ospedale per un familiare malato. Ismail sembra avere accettato: arrivato in Turchia 24 ottobre, varca la frontiera verso la Siria e, da infiltrato del Mossad, si arruola fra i jihadisti stranieri. Il ragazzo presto si tradisce: telefona a casa. L’Is lo segue. Lo scopre. Israele non conferma né nega.

Quanto al boia bambino, anch’egli rispecchia una laida quotidianità, dacché è “normale’ vedere avvicendarsi schiere di bambini di ogni nazionalità nelle immagini delle parate jihadiste, delle scuole e dei campi d’addestramento dove i più innocenti vengono plagiati. Pedofilia, pornografia dell’orrore, necrofilia, sadismo: le definizioni degli esperti fioccano davanti ai ritratti di adolescenti esultanti con teste mozze in mano, o a uso di pallone per i giochi. «Una generazione perduta., grida l’ Unesco. Finora l’icona dell’oscenità era la bella faccia del bimbo uzbeko col pugnale del mozzateste all’ombra del terrorista ceceno. Ecco, un nuovo angelo entra nella galleria dei morti viventi.