LA BORGHESIA E LA RAZZA (Alberto Pensabene, 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo LA BORGHESIA E LA RAZZA di Alberto Pensabene, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

La borghesia e la razza – Giuseppe Pensabene – 1938

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

La profonda crisi della nostra borghesia è giunta a farle perdere il senso della nazione. C’è chi afferma che non l’abbia mai avuto; e sostiene come Massimo Leli, che questa tara sia radicata fino dall’origine: cioè da quando essa cominciò a costituirsi verso la fine dci Seicento come pallido riflesso della nascente borghesia francese. Si formò allora e si diffuse in Europa una società cosmopolita che acquistò effettivamente il potere in tutte le nazioni, e che con la Rivoluzione del 1789 raggiunse ciò che solo ancora le mancava: il riconoscimento legale. La borghesia italiana non fu che una sezione di questa: e come tale diede al nostro Risorgimento quella impostazione Iiberalistica che l’avrebbe fatto arenare nel ’48, se poco dopo, forze extra-borghesi, tradizionali ed agrarie, non ne avessero preso energicamente la direzione. In ogni modo, raggiunta l’unità, e venuta, colla ascesa della Sinistra, di nuovo al potere la borghesia, tutto com’era inevitabile prese aspetto liberale: il governo, la cultura, l’arte, l’economia e l’amministrazione. Il grande risultato, l’Italia finalmente fatta sembrò che avesse minore realtà delle aspirazioni nobili ed eroiche di quei pochissimi i quali qualche decennio prima l’avevano raggiunto. C’era, in realtà, la nazione, ma nello strato che la dirigeva non c’era, perchè mai c’era stato, il senso

di essa. Insomma, dopo il 1876, avvenne una chiarissima trasposizione: il liberalismo supernazionale, che s’era affiancato al Risorgimento, ma solo in apparenza, ora gettava via la sua maschera: l’Italia non era stata che un episodio. L’essenziale era l’affermarsi della borghesia, delle sue idee e dei suoi interessi, anche nel nostro paese. Una specie di casta che solo per certi fatti, come la dimora e la lingua, vi sembrava attaccata, ma che in realtà aveva il suo centro e le aspirazioni altrove. È naturale che ad una casta simile manchi il concetto della razza. Traendo ogni sua ragione di esistere solo dai grandi scambi tra le nazioni, ed avendo necessità, per dominare questi scambi, di porsi nello stesso tempo al di fuori di tutte, tende a formarsi come uno strato privo di particolarità, di sensibilità, di genio, di ciò insomma che contraddistingue i popoli; e ad accogliere in conseguenza tutti gli apporti eterogenei dalla cui miscela meglio possa acquistare la tinta neutra adatta alla sua funzione. La borghesia, entro ciascun popolo è di fatto, un’internazionale sovrapposta. È un meticciato: almeno delle idee.

È la parte che non si crede, come tutte le altre, legata al sangue, alla tradizione, al costume. Ha insomma la stessa natura di ciò che è il vero oggetto della sua attività, il denaro: che si trova dappertutto, è uguale dappertutto, e non è mai legato nè ai luoghi e né alle persone. Così è la borghesia; un volto sempre uguale, aggiunto ai corpi robusti e diversi dei popoli; una testa sempre uguale che vorrebbe regolare volontà ed istinti che le sono costituzionalmente in contrasto. Quale orribile ed incessante guerra vi sarebbe in un singolo organismo, che fosse davvero così fatto! Quali tormenti, quali incertezze, quali indecisioni! Sarebbero impossibili anche i moti più naturali, le azioni più semplici, e come un continuo e doloroso laceramento accompagnerebbe il pensiero anche più fuggevole. Eppure questo avviene in realtà, ogni giorno, nei popoli, quando chi li dirige non è della loro stessa natura: quando la grande massa, guidata dall’istinto deciso della propria razza, è in contrasto con la razza diversa o manchevole dei dominatori. Lo moltitudine d’un sangue, chi la· governa d’un altro: questo è, più di quanto si creda, uno schema frequente nella vita dei popoli. Nella maggioranza delle nazioni, pure sotto apparenze democratiche, il contrasto è tra il meticciato borghese, e la moltitudine cui quel meticciato tende a far perdere coscienza della sua razza. Questo lavoro è oggi molto avanzato. E’ una degenerazione voluta e metodica che discende a poco a poco dall’alto, ove solo in una sfera ristretta si trova questo centro d’infezione. Il popolo vi sottostà per ignoranza. Il suo istinto oscuramente si ribella: sente il male ma non sa individuarlo; e ne è circondato, imbevuto, avvelenato prima ancora di accorgersene. Vede, di decennio in decennio, strano spettacolo, questa gente che si dice della stessa nazione ed anzi se ne proclama l’occhio e il cervello, introdurre un altro costume, un altro linguaggio, un altro modo di pensare, di sentire, di vivere. Poi cerca di capire, di assuefarsi; crede infine di esservi riuscito. Ma è un illusione. Anche sotto le mutate apparenze esteriori rimane qualcosa di irriducibile, causa di oscuro e doloroso contrasto. Questo è oggi, su per giù, Io stato della nazioni occidentali: là dove la borghesia conserva il dominio. Politica, cultura, economia, arte sono rivolte contro la natura dei popoli. E’ un mostruoso attentato, una colossale sconsacrazione.

 

Quella scialba classe, quella miscela che governa, risultato di due secoli di confusione universale, commercio ed industrie, prima di tutto, poi filosofia, letteratura, musica, pittura, quella classe che non ha nè sangue nè volto, i cui uomini e le cui donne sono dappertutto uguali, si vestono, mangiano, pensano, lavorano, ballano in modo uguale, hanno i capelli, la pelle, i belletti, i volti, le guance, di aspetto uguale: le cui labbra sono per esempio ugualmente a foggia di pesce, le pettinature alla giapponese, i baffi alla americana, i costumi da bagno alla Jansen, oppure in qualsiasi altro modo, purchè uguale in tutti i paesi: questi concittadini che, cosa assurda, somigliano infinitamente di più agli abitanti di un altro emisfero di quanto non somiglino al contadino o al pescatore che abitano a due passi, questi americani di Napoli, questi Inglesi di Firenze, o questi Francesi di Venezia, che poi non sono né Americani nè Inglesi nè Francesi, se non perchè fumano la pipetta, prediligono l’erre moscia, cantano le canzoni con l’accento nasale; tutta la gente così fatte, alla quale senza accorgersene, da tanto tempo ci siamo abituati: questa gente senza razza, e perciò senza carattere, senza dignità, e senza volontà, è quella, proprio, sotto la cui guida è stato fino a ieri interamente il nostro paese.

Una borghesia senza razza, e popoli in parte sani, che vi sono soggetti: ecco il quadro, forse più di tutti, vicino alla verità. Se le grandi masse cominciano anch’esse a mescolarsi, nel costume e nel sangue, ciò è dovuto, unicamente, allo scandaloso esempio che, da due secoli, viene loro dall’alto. La borghesia è oramai irrimediabilmente meticcia: non c’è più da illudersi; nè è più possibile, nei suoi riguardi pensare ad altro rimedio se non il toglierla di colpo dalle sue ormai più che perniciose funzioni di comando. Il fascismo l’ha già fatto dal ’22: ora non gli resta che completare l’opera: impedendo che suoi relitti, sia pure da posizioni di secondo ordine, continuino il loro triste esempio di degenerazione razziale. L’Arte, la Cultura, l’Insegnamento, debbono essere definitivamente tolti a questa detronizzata borghesia. Essa, non c’è da nasconderselo, se ne è servita e ancora se ne serve, come se non vi fosse stata la Rivoluzione Fascista. Per imbecillità e per senilità, trasmette ancora ai giovani, che non ne sono difesi, l’indifferenza deleteria per i valori della razza.

 

Tutto vi cospira: l’arte internazionalista, tuttora da noi liberamente ammessa, il pensiero individualista e liberaleggiante, la storiografia dialettica che «supera» il concetto di nazione. Quella gioventù sulla quale conta il Regime e in cui dobbiamo porre tutte le nostre speranze, impara tuttora, dalla maggioranza dei suoi maestri, che la nostra storia comincia solo nel 1870, con la formazione del Regno: prima l’Italia non esisteva. Poichè solo allora, nell’Ottocento, nacque l’idea di nazione: dal pensiero romantico; oggi questa idea, comincia già ad essere “dialetticamente” superata, e può quindi, da un giorno all’altro, essere anche superata l’Italia. La razza? Un mito; anch’essa. una “idea”, anch’essa un parto della mente degli scienziati. E non esistendo la razza, che ne è la sostanza permanente e tangibile, che realtà può avere mai la nazione? Cogli stessi criteri, non sembra credibile, si insegna, ancora oggi, la storia di Roma. Se ne distrugge così tutta la straordinaria forza suggestiva ed educativa. Che cosa è essa ad esempio per il Ferrabino, che le dedicò tre anni or sono un volume, tuttora molto diffuso e conosciuto? Nient’altro che una lotta di classi, prima dentro la città, poi dentro la penisola, poi dentro tutta l’estensione dell’Impero: una lotta, puramente economica, tra imprenditori .ed agrari, nella quale erano assolutamente indifferenti la razza, la tradizione, i valori morali. Il liberto Trimalcione, d’origine asiatica, ed arricchito col grosso commercio, è in realtà un personaggio più interessante di Catone: per lui in fondo s’è fatto l’Impero; per lui si è combattuto a Canne e si è vinto ad Azio: egli è “il progresso”, cioè l’industria e il denaro circolare; il vecchio Catone invece, anche due secoli prima, non era che un relitto della stupida “curulita”, cioè di quella Roma contadina, familiare e guerriera, che pure, vedi caso, aveva conquistato il mondo. Meglio Trimalcione, colle sue terre coltivate a schiavi, standosene in città, secondo i criteri industriali della “economia ellenistica”, che i poderi all’antica che il padrone arava lui stesso, insieme ai figli e qualche servo, secondo il costume ricevuto dagli avi. Meglio gli “ergastoli”, che Cincinnato. Anzi quest’ultimo e la sua meravigliosa leggenda diventa ad un certo punto, per il Ferrabino, oggetto di scherno. In tale modo, non illudiamoci, si insegna ancora oggi da noi la storia romana. Un punto di vista, come si vede antirazzista e borghese. Altro che formazione dei giovani!

E all’università di Roma, che dovrebbe dare una norma all’Italia, non ci è toccato per esempio di udire dal suo titolare di storia antica, il professore Cardinali, che lo stoicismo cosmopolita e indifferente alle razze, salendo al trono, segnò il più alto culmine di circa mille anni di storia romana? Che solo in esso noi dobbiamo vedere “l’essenza della romanità, e solo da esso prendere persino norma per l’avvenire del nuovo Impero? Qualunque libro, di qualunque formato, su cui s’insegni oggi storia, nelle scuole italiane, dalle elementari all’università, è sempre concepito indipendentemente dalla razza, e spesso con delle affermazioni contrarie; qualunque libro d’arte, di letteratura, di critica, di scienze, e persino d’argomenti specifici come l’etnografia e la geografia antropica; qualunque manuale, dizionario, enciclopedia, grande o piccola, che essa sia: persino nella Enciclopedia Treccani, pure così ricca, manca come è noto, una trattazione di questo argomento. Tale è lo stato di ignoranza, per la questione della razza in cui i relitti della borghesia che in Italia, sebbene perduto il potere tengono ancora in mano le chiavi della cultura, lasciano non solo il popolo ma anche la gioventù che viene fuori oggi. Ignoranza quanto mai pericolosa, perchè atta ad inquinamenti ed infiltrazioni che potrebbero avere domani le più gravi conseguenze.

La borghesia ha perduto da noi il potere; ma precario sarebbe il vantaggio della sua sostituzione ove non ci assicurassimo per sempre dalla peggiore ignominia di quella casta decaduta: il suo cosmopolitismo. II meticciato culturale al governo del paese fu la nostra maggiore sciagura fino all’avvento del Fascismo. Questo mise per la prima volta italiani al governo dell’Italia: italiani non soltanto di sangue, ma di pensiero e di animo. La strana e dolorosa frattura sparì: le due culture, i due istinti, del popolo e dello strato dirigente divennero, per la prima. volta, uno. Oggi, ciò che da allora è un fatto, viene enunziato come principio. Si pone la dottrina della razza. La quale è destinata rapidamente a spazzare le accennate sopravvivenze, ormai intollerabili, nel mondo della cultura; e a risolvere contemporaneamente due importanti questioni: i rapporti con i nuovi sudditi di colore, dopo la conquista dell’Impero; e i rapporti cogli Ebrei.

 

Per i primi vi sono già dei precisi provvedimenti che regolano i matrimoni; per i secondi è stato solennemente dichiarato, da un gruppo di antropologi fascisti, sotto gli auspicii del Ministro della Cultura Popolare, e confermato poco dopo in una pubblica dichiarazione del Segretario del Partito, che essi non appartengono alla razza italiana. Tale affermazione alla quale seguiranno presto le giuste conseguenze pratiche, ha una importanza di primissimo piano. Si collega infatti strettamente col problema capitale della classe dirigente. La borghesia cosmopolita che ci aveva governati fino al ’22 era, nel suo più profondo nucleo, dominata dagli Ebrei: da essi era stata plasmata moralmente e culturalmente, con essi si era mescolata nel sangue, da essi era stata sempre più educata a quell’indifferenza per i valori della. razza, che proprio, ad essi ferocemente razzisti, era destinato ad assicurare, sopra una moltitudine degenerata, il sicuro predominio. Separando oggi gli Ebrei dalla nazione italiana, sia nel sangue che nella cultura, considerandoli perciò semplicemente come stranieri, si elimina una volta per sempre, il tarlo più pericoloso.

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Giustizia: quei ragazzi italiani per il Jihad

di Paolo Biondani

L’Espresso, 3 maggio 2015

Due amici cresciuti a Milano. Poi uno è finito a San Vittore ed è stato indottrinato. Ora sono partiti insieme e combattono per il califfato. I tagliagole del califfato riescono ad arruolare giovanissimi anche in Italia.

Ragazzini cresciuti a Milano, tra scuole e parrocchie, che all’improvviso spariscono, per andare a combattere la cosiddetta guerra santa in Siria. E ora pubblicano su Facebook le loro foto da guerriglieri, con un pesante kalashnikov in spalla. Fieri di mostrare al mondo di Internet il loro “documento ufficiale di arruolamento nello Stato Islamico”.

Tra i miliziani dell’esercito nero che sta seminando il terrore in Siria e in Iraq, da un paio di mesi sembrano aver trovato spazio altri due “combattenti stranieri” partiti dall’Italia. Per quanto se ne sa, sono i più giovani integralisti che abbiano mai scelto la strada del jihad nel nostro Paese. Almeno uno di loro, il più duro, si è radicalizzato in un luogo in teoria deputato a fermare ogni violenza criminale: un carcere simbolo come quello di San Vittore a Milano. I due ragazzini-soldato si chiamano Monsef e Tarik e sono da poco maggiorenni.

Nati in due diverse città del Marocco, erano arrivati in Italia da bambini, separatamente. Insieme hanno fatto le scuole medie a Milano, dove hanno ancora decine di amici. Attorno al 2010, quando avevano poco più di 14 anni, sono rimasti senza famiglia, uno dopo l’altro, per dolorose ragioni private.

A quanto raccontano loro stessi su Internet, a quel punto è intervenuto il tribunale dei minori, che li ha affidati a una delle migliori comunità di accoglienza dell’area milanese, fondata da un sacerdote cattolico e diretta da personale specializzato italiano. Fino all’anno scorso, nessuno dei due ragazzini sembrava interessato a questioni religiose e tantomeno alle armi.

Dopo tanti anni di lontananza dal Marocco, con pochi e difficili rapporti con le famiglie d’origine, ormai sembravano due giovani occidentali: vestivano come i loro coetanei milanesi, usavano Internet per scambiarsi innocui video musicali, battute di comici, foto di ragazze, messaggi tra amici. Il più giovane, Tarik, viene descritto da chi lo frequentava come un ragazzo pacifico, sensibile, un po’ timido, che non ha mai creato problemi a scuola o nella casa-alloggio per minori dove ha vissuto per anni. Monsef invece tendeva a fare il ribelle. Si dava le regole, violava i precetti del buon musulmano, beveva alcolici, si atteggiava a bullo.

Circa un anno fa è finito in un giro di droga. Dopo aver compiuto diciotto anni, è stato arrestato. E rinchiuso a San Vittore. Dove molto probabilmente ha trovato qualcuno che lo ha cambiato. Un cattivo maestro del jihad “made in Italy”. Di certo, quando esce dal carcere di Milano, Monsef è trasformato. Non beve più, condanna ogni tipo di droga, ha smesso anche di fumare sigarette. Prega cinque volte al giorno. Parla solo del Corano.

Cerca di indottrinare i coetanei predicando una visione integralista che è estranea alla tradizione musulmana moderata che caratterizza il Marocco. Prima dello choc di San Vittore, dice chi lo conosce, Monsef non era certo il tipo da fare discorsi religiosi: è il carcere che lo ha trasformato. Ma in cella quel ragazzino non aveva cellulari o computer, per cui non poteva collegarsi a Internet per subire l’influenza di lontani predicatori jihadisti.

Dunque è stato radicalizzato da qualche altro detenuto. Che forse è ancora all’interno di San Vittore. Fatto sta che, quando viene scarcerato, Monsef usa Internet in modo molto diverso da prima. Circa sei mesi fa comincia a scaricare e diffondere inni alla guerra santa. Tra ottobre e dicembre rilancia su Facebook “il video dei combattenti stranieri che bruciano i loro passaporti per creare uno Stato Islamico”; invita a “vedere” i fotomontaggi con le bandiere nere del Califfato che sventolano sul Colosseo o sulla Torre Eiffel; consiglia i sermoni incendiari di un predicatore saudita bandito dalla Gran Bretagna: “Siria, la vittoria sta arrivando”. Nella lista dei preferiti inserisce “l’organizzazione Stato Islamico”.

E clicca “mi piace” sull’appello di uno sceicco kuwaitiano contro il dittatore siriano: “Dove sono le vostre armi? Perché non sostenete il jihad contro il nemico Assad?”. Non manca un “selfie” di Monsef in tunica nera e copricapo bianco che punta un indice accusatore. Tra gli amici musulmani di Milano, solo Tarik si fa influenzare dal suo compagno di scuola e di comunità. I due ragazzini organizzano il viaggio in silenzio, ai primi di gennaio, negli stessi giorni degli attentati di Parigi: stragi organizzate da terroristi nati in Francia, radicalizzati in carcere e addestrati tra Siria e Yemen.

Probabilmente seguono la stessa rotta di decine di altri jihadisti partiti dall’Italia: un biglietto aereo per Istanbul, il veicolo di un fiancheggiatore per varcare il conine. Quando entrano in Siria, hanno appena 19 anni. Il 18 gennaio, alle 23.31, Monsef mette in rete una foto: è con l’amico su un pullman. Il messaggio è eloquente: “Verso la strada di Allah”. Il giorno dopo, spiega di aver “incontrato un fratello che ci ha aiutato: è veramente un leone, che Allah lo benedica”. Un amico con un nome arabo gli scrive preoccupato in italiano: “Ma dove sei?”.

Poi c’è un black-out che dura due mesi e mezzo. Le indagini internazionali spiegano che le reclute del Califfato in arrivo dall’Europa vengono messe sotto esame e poi smistate in diversi campi di addestramento specializzati: per i più giovani e inesperti, da mandare in guerra come carne da cannone, il “corso” di combattimento dura solo 45 giorni. In quel periodo cellulari e computer vengono sequestrati dai capi istruttori dell’esercito nero.

Monsef ricompare su Internet l’undici aprile 2015. Nella prima foto è da solo, seduto in un veicolo militare, con un kalashnikov tra le braccia. Nella seconda, che diventa il suo profilo su Facebook, è in piedi, vestito di nero, con il mitra in spalla e un pugnale alla cintola, accanto a un altro guerrigliero armato in tuta mimetica.

Le sue foto con il kalashnikov “piacciono” a otto “amici”, tra cui una donna che vive in Piemonte e un ragazzo che si firma con un nome arabo ma scrive in italiano: “Allah è grande”. Interpellati da “l’Espresso”, i responsabili italiani dell’antiterrorismo si limitano a dire che “erano già informati” della vicenda di Monsef e Tarik, ma non possono fornire particolari perché c’è un’inchiesta in corso. A Milano la Procura indaga da mesi su diverse organizzazioni di reclutamento.

I carabinieri del Ros seguono le tracce di una donna di origine albanese che ha lasciato il marito, immigrato regolare a Lecco, per fuggire in Siria con il figlioletto maschio di pochi anni. I poliziotti della Digos indagano su una spaventosa rete jihadista che punta a reclutare per la guerra in Siria anche italiani convertiti all’Islam: uomini e donne da immolare al Califfo.

In questi giorni i due ragazzini partiti dalla Lombardia hanno pubblicato un’altra foto dal fronte siriano. C’è una mano che mostra un documento plastificato, intestato a Monsef: nome, cognome, luogo e data di nascita, rilascio e scadenza, gruppo sanguigno. In alto c’è il simbolo dell’autorità che ha emesso il documento: “Stato Islamico”.