RAZZISMO E POSSESSI COLONIALI (Lidio Cipriani – 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo RAZZISMO E POSSESSI COLONIALI di Lidio Cipriani, tratto dal terzo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Settembre 1938.

razzismo e possessi coloniali – Lidio Cipriani – 1398

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

Niente, meglio del razzismo, giustifica i possessi coloniali in Africa. Anche senza dar valore a qualsiasi altro dato, basta a provarlo l’atteggiamento attuale degli Africani verso la loro terra. Giova ripeterlo: essi non danno affidamento di riuscire mai a incivilirsi nel senso inteso da noi; quindi non capiranno mai quanto c’è da fare per sfruttare a vantaggio dell’umanità le immense risorse naturali che avrebbero a portata di mano. Non è giusto che mentre il mondo ne abbisogna, quelle risorse giacciano inutilizzate per rispettare una simile situazione; e piuttosto esse conferiscono il diritto alle nazioni civili di agire in Africa onde metterle in valore per il benessere universale. Certo, questo non autorizza a soprusi o ad atti inumani verso gli originari occupatori del suolo; all’opposto, è doveroso farli partecipare ai benefici creati sul posto dall’impulso di cui son portatori i coloni. Ma è inutile nutrire illusioni e sprecare tempo, denaro ed energie, come tanti vorrebbero, in grandi cure redentrici, perchè resulterebbero sproporzionate agli effetti. Gran parte della legislazione coloniale dovrebbe, anzi, senza indugio variarsi in rapporto a ciò che l’Africano realmente possiede in fatto di doti psichiche e di progresso verso la nostra civiltà. Intanto dobbiamo sgombrare la nostra mente da utopie come quella sul sorgere di stati negri indipendenti che un giorno dovrebbero sorprenderci creando da sè eserciti di terra e di mare, tribunali, università e officine. Chi lo sostiene evidentemente non ricorda che già l’Africa tentò di fondare potentati indigeni ma che tutti scomparvero per mancanza di civiltà propria. In vari libri miei cercai di dimostrare perchè tali creazioni non potranno sussistere mai e le ragioni naturali, ogni giorno più acute, vietanti in maniera recisa agli Africani di sviluppare industrie o anche soltanto un’agricoltura estese poco oltre i loro immediati bisogni. Dissi pure da anni che sulle razze africane pesa un imperativo biologico da cui son rese sempre meno atte non solo ad assimilare una civiltà straniera un po’ elevata, ma perfino a serbare la propria; che è infondato, perciò, pretendere l’ascesa evolutiva di genti trascinate al tempo stesso alla decadenza da invincibili cause congenite.

 

 

Tanto dura verità non è smentita da nessuno degli argomenti portati dai contradditori: fra i vari, quello della mirabile struttura di parecchie lingue africane a prova del notevole potere innato di logica degli indigeni. Nel fatto è, all’opposto, un altro indizio del regresso verificatosi negli Africani. Si ha appunto, fra essi, l’esistenza di lingue a struttura sproporzionatamente superiore a quella da attendersi osservando la loro presente cultura. Benchè divenuti oggi incapaci a crearsi un istrumento tanto perfetto come la lingua di cui si servono, riescono però ad adoperarla con facilità e a mantenerla attraverso le generazioni. Valga un esempio: i Negri della Guiana, fuggiti nel 1718 ai padroni, usano ancora nella loro comunità, insieme alle parlate originarie, il portoghese imparato in schiavitù. Niente radicò invece delle maniere europee di cui vennero a conoscenza, mentre ricostruirono parecchio della cultura africana. Per usare un vecchio confronto dirò che le lingue africane appariscono talora una stonatura e quale un manto sfarzoso sopra un abito a brandelli. Esse provano non la mentalità attuale degli Africani, ma quanto i loro antenati li superavano. La memoria non comune di coteste genti, mentre permise di tramandare per secoli le lingue del passato, le aiutò anche nell’insistere in speciali modi di vita. Osservatrici come sono per natura, di animali, piante e indizi vari, riescono a trarre profitto da particolari che sfuggono all’attenzione dei Bianchi perchè attratti da interessi diversi. Di conseguenza il Bianco è inferiore al Nero nella vita di foresta: donde il senso di disagio e la tendenza del primo a supplire con l’intelligenza ove altre doti non bastano, e la piena soddisfazione del secondo a parità di condizioni. Differenze innate del genere contribuirono forse a spingere le razze sulla via dei progresso, o viceversa a mantenerle in stasi senza desiderio di uscirne. Per le accennate e tante altre ragioni apparisce illogico lasciare l’Africa agli Africani: abbandoneremmo, così, un immenso deposito di ricchezze in cui sarebbe invece colpevole non attingere a fondo. Si pensi che non poche delle cose usate da noi si ottengono solo, o soprattutto dall’ Africa. Fra le più pregiate, poi, molte sono quasi esclusività africana. Così i diamanti che brillano nelle vetrine dei gioiellieri provengono in gran parte dal suolo di Kumberley; e l’oro, in quantità da non credersi, esce ogni anno dai filoni del Rand a Johannesburg.

La gomma e gli oli vegetali con cui tanto sapone è fabbricato, costituiscono pure abbondanti prodotti dell’Africa. Lo zucchero, il caffè, il cotone e i legni preziosi vi prosperano a meraviglia, mentre bestiame in gran numero pascola nelle sue sterminate praterie. Dà manufatti in entità trascurabile, ma le materie prime già fornite da essa hanno importanza tale da influire sul benessere di qualsiasi nazione: questo, seppure molto e molto resti ancora da fare! In quanto a commerci, la sola Colonia del Capo ha un movimento annuo di importazioni e di esportazioni sui 17 miìiardi di lire italiane; l’Africa Orientale Inglese, benchè appena ai primordi del suo rendimento agricolo e minerario, supera i tre miliardi. Per altre colonie africane le cifre non sono dissimili. Dia ciò idea della portata economica, sociale e politica della situazione africana e del dovere nostro di favorirne gli sviluppi. Possiamo farlo senza bisogno di ricorrere alle sfrontate menzogne, care negli ambienti ufficiali di certi paesi. Difatti, una volta riconosciuta ed affermata l’impossibilità palese degli Africani al progresso, è il caso di disfarsi della vecchia retorica a sfondo altruistico, copertina di sentimenti e principi non umanitari come quelli annunziati, ma egoistici. Di una maggiore, anzi piena sincerità se ne avvantaggeranno molto i programmi coloniali e in ultima analisi il rendimento delle colonie. Fino ad ora, il bandire la necessità dell’andata in Africa dei Bianchi per redimere e incivilire i Negri fu una sublime affermazione, ma stando alla successione degli eventi essa fu pari ad una mistificazione. In Africa il Bianco vide una terra di fertilità prodigiosa e di ricchezze da favola trascurate dai Negri, per cui pensò di carpirle. Nessun mezzo fu risparmiato per raggiunger lo scopo: intere regioni furono spopolate quando gli indigeni resistettero, aree vaste vennero occupate cacciandone o riducendone servi i primitivi abitanti. Malattie, sventure e miserie mai conosciute in precedenza divennero gli apporti principali di cui i Bianchi gratificarono i Negri nel presunto aiutarli ad ascendere verso la civiltà, mentre i secondi erano il migliore ausilio ai primi nel raggiungimento delle loro mire. Così, ognuna delle antiche imprese coloniali si risolse in Africa in una spogliazione, talora inumana, degli indigeni.

 

 

Per convincersene basta rivedere la storia della prima occupazione portoghese delle coste occidentali del continente; le atrocità degli Olandesi e degli Inglesi e la provocata estinzione degli aborigeni nel Sud Africa; il traffico orrendo iniziato dai Portoghesi e dagli Spagnoli e continuato per secoli dagli Inglesi per fornir l’America di schiavi negri. Dopo lungo esperimento, nessuno può disconoscere l’avere gli Africani risentito dalla civiltà un danno mai compensato da corrispondenti vantaggi, l’aver essi subìto molti soprusi e ridotta la loro antica ingenua letizia. Eppure è ineluttabile l’azione colonizzatrice e un afflusso sempre maggiore di Europei in Africa. La dottrina razzista autorizza a dire in proposito la verità senza ipocrisie: gli Europei dominano in Africa perchè hanno il dovere e il diritto di farlo. Milioni e milioni di essi, così, troveranno là il loro avvenire. Calorose affermazioni dei parlamenti britannico e francese pretendono invece che il futuro dell’Africa sia riserbato massimamente agli indigeni. Vana speranza che ha tutta l’aria di momentanea consolazione di fronte alla scarsità, ogni giorno più acuta, di proprio materiale umano da lanciare nel mondo per parare la concorrenza altrui. Gli Africani non potranno mai meritare tanta importanza, né alcuna regione del continente avrà mai una popolazione indigena capace di fare da sé anche solo parzialmente quanto ne concerne lo sviluppo. Non ripeto qui le ragioni, da me dette in molte occasioni, sul significare “l’Africa agli Africani” soltanto un ritorno se non un rincrudire della secolare barbarie propria dell’anteconquista europea; della necessità, quindi, che quel grido divenga “l’Africa agli Europei”. Se non altro, lo richiede a gran voce il benessere del mondo civile. Frattanto, se consideriamo di 150 milioni la popolazione indigena, e la cifra è forse eccessiva, ammettiamo che l’Africa ospita meno di un dodicesimo degli uomini del mondo, mentre la sua superficie è più di un quinto della terra emersa. Ove in India vivono 360 milioni di persone, nelle fertili colonie equatoriali inglesi dell’Africa, pari per superficie ad oltre metà dell’India, se ne hanno appena 12 milioni. Il Continente Nero difetta quindi di popolamento, nè le cause sono soltanto climatiche. II Sahara nel nord e il Kalahari nel sud ostacolano, è vero, la permanenza dell’uomo, ma anche altrove si hanno deserti o comunque zone che ve la limitano in misura uguale o superiore.

Calamità quali la malaria, la febbre gialla, la malattia del sonno e svariate epidemie devastarono talvolta intere regioni, ma oggi sono vinte in maggioranza. Nondimeno gli indigeni solo in rari luoghi aumentano di numero. Le cause ne saranno rimosse col diffondersi dei miglioramenti che l’uomo bianco deve volere per motivi di civiltà e perché ha tutto da guadagnare dal moltiplicarsi, anche il più vertiginoso, delle razze locali. Benchè si sia ancor lungi dal poter dire il continente un paradiso in ogni sua parte per gli Europei, oltre tre milioni di essi vi si sono stabiliti e vi generano figli sani e robusti. Non dimentichiamo, però, che per alcune zone l’incremento numerico dei Bianchi è ostacolato da ragioni di clima; ovunque, poi, il successo economico dei coloni è legato alla presenza sul posto di mano d’opera indigena. Ammesso quindi, perchè inevitabile, uno stragrande accrescersi della popolazione bianca in Africa, nessuna parte del continente potrà mai divenire in totalità un paese bianco. A questa ferma certezza è necessario ispirare i nostri programmi coloniali. Nei riguardi degli Africani, poi, va abbandonato ogni ambiguo atteggiamento, secondo il razzismo ci permette dignitosamente di fare, per sostituirlo con la più limpida sincerità: sempre buona compagna nelle maggiori imprese.

 

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GLI EBREI E L’AGRICOLTURA (Carlo Magnino – 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo GLI EBREI E L’AGRICOLTURA di Carlo Magnino, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

Gli ebrei e l’agricoltura – Carlo Magnino – 1938

 

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

L’assenza di agricoltura

 

L’esame anche superficiale della distribuzione degli ebrei sulla terra ci rileva due fatti strettamente connessi l’uno all’altro, ma che ora preferisco presentare ben distinti.

1) Non si può mai parlare di aree di addensamento degli ebrei in senso assoluto ma sempre soltanto in senso relativo, in quanto anche nei punti del globo dove gli ebrei sono in maggiore quantità, pur restringendo l’esame a aree di minima entità geografica, il loro numero non costituisce mai la intera popolazione del luogo considerato, ma si presenta invece sempre soltanto come una percentuale. Traducendo il fatto nell’espressione pratica del suo significato vediamo:

  1. a) che gli ebrei non adempiono a tutte le funzioni che la vita sociale esige ma soltanto ad alcune di esse, sempre le medesime;
  2. b) che qualche volta, in circostanze speciali, l’oggetto della loro attività si allarga, in un modo fittizio, apparente, perché quasi sempre queste nuove espressioni di vita rientrano in quanto ai fini nelle attribuzioni specifiche degli ebrei;
  3. c) che il nucleo ebraico non svolge mai alcune caratteristiche e fondamentali attività, essenziali alla vita tanto dell’individuo quanto dell’umanità consociata, come l’attività agricola. ·

2) La distribuzione degli ebrei sulla terra è la “impressione”, l’effetto del loro speciale principio migrativo.

Dall’esame cioè di come gli ebrei sono attualmente distribuiti sulla terra si può rilevare la caratteristica fondamentale del loro movimento. Non possiamo senza dubbio confrontare con esattezza i movimenti ebraici recenti con quelli antichi, fra la mitologia e la storia, dei quali conosciamo in parte il risultato e neppure lo svolgimento. Ma riferendoci soltanto alla storia degli ultimi venti secoli possiamo rilevare alcune caratteristiche di movimento che si possono riassumere nella semplice espressione “per infiltrazione, non per massa”.

E’ ovvio quanto se ne può facilmente dedurre:

  1. a) l’assenza di eserciti, cioè di uno spirito militarista;
  2. b) e poi soprattutto, l’assenza dell’agricoltura.

Abbiamo seguito la strada inversa? Perchè a tutta prima può sembrare chiaro che siano questi due punti la ragione del modo di svolgersi del fenomeno migrativo ebraico. O non è invece l’un fatto in funzione dell’altro? La caratteristica del movimento, motivo della struttura sociale ebraica? Si tratta cioè di movimenti che esigono l’assenza di eserciti, di fermate che esigono la mancanza di agricoltura? Si può ben essere propensi per una tesi piuttosto che per l’altra, ma non ci si può basare che su fattori relativi e non assoluti; così come relativa e non assoluta è la distinzione che si può fare fra l’una e l’altra tesi. Le stesse caratteristiche fisiche degli ebrei, si è detto da alcuni, ci spiegherebbero la loro millenaria inattività militarista, ma non ci dicono quale sia il fattore primo. Sempre, in casi analoghi, ci si trova di fronte ad atteggiamenti che ci sembrano troppo recisi; la controversia si trasforma così spesso in un dualismo di scuole. Si può prospettare l’ipotesi che popolazioni allo stato nomade come quella ebraica, non abbiano trovato l’ambiente adatto e sicuro ove poter svolgere una agricoltura vera e propria, ove fissarsi, e perciò appunto siano state costrette a continuare nelle loro peregrinazioni. Ma perchè ciò? Forse semplicemente perchè questo gruppo etnico si è venuto a trovare in ritardo rispetto agli altri gruppi al momento dell’insediamento e gli son quindi venute a mancare le possibilità· già sfruttate da altri? Soltanto una ragione storica quindi avrebbe deciso della sorte di un gruppo? Si osservi ad ogni modo, come anche in questo caso, lungi dal porre la questione su una via di risoluzione, si presuppone una causa conduttrice superiore. Che le caratteristiche esplicazioni di una vita millenaria abbiano influito sulla natura e sulle attitudini del popolo ebraico è indubitato. Si possono accettare i postulati della scuola naturalistica, ma sarebbe assurdo considerarli sufficienti: una ragione, un fattore che ancora ci sfugge ha guidato senza dubbio questo gruppo in modo tanto diverso da quello degli altri, o ne ha determinato il diverso sviluppo migrativo.

Fra tanta diversità di opinioni e di teorie è notevole il fatto di poter concentrare a questo punto tutta la nostra attenzione su un elemento etnologico, che è fra tanti assolutamente il più importante, unico fattore forse fra tutte le svariate considerazioni possibili che accomuni i nuclei ebraici più distanti e più differenti fra loro: l’assenza di una agricoltura vera e propria. Penso infatti, sia l’assenza di militarismo e soprattutto di spirito agricolo – e i due elementi non sono antitetici e neppure completamente distinti l’uno dall’altro come a tutta prima potrebbe sembrare – a costituire il fattore coercitivo determinante del sistema migrativo e dell’attuale struttura degli ebrei. Vi è chi, cercando di porre in relazione l’indice cefalico con la tendenza dei popoli al lavoro della terra, otterrebbe che a popoli a tendenza di vita migrativa corrisponderebbe un brachimorfismo, mentre dolicomorfi sarebbero i popoli a vita sedentaria e a più spiccata tendenza per l’agricoltura. Se il fatto che tra gli ebrei si possono trovare insieme con estrema facilità forme brachicefale e forme dolicocefale non è sufficiente per distruggere tale ipotesi, si potrebbe ricordare gli Tzigani, unico altro nucleo privo di una vita agricola che esista in Europa, che pure presentano nella loro maggioranza assoluta elementi di dolicomorfismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Enunciato e Obiezioni

 

I – Secondo una concezione teologica, ogni civiltà come ogni razza come ogni popolo, sembra aver ricevuto dal Destino una particolare missione nella storia dell’umanità, una parte appropriata alle sue attitudini e alle sue forze. Al popolo ebraico non è certo data una missione di popolo “sociale”, nel senso specifico della parola, di popolo costruttore e coadiutore, di popolo agricolo! E’ ben noto infatti lo spirito intimamente disgregatore che emana dall’azione lenta ma continua e tenace che l’elemento ebraico svolge nel mondo di ogni concezione scientifica o sociale; è nota la sfida che nel campo di ogni scienza le più grandi menti ebraiche hanno gettato alle dottrine astratte e scientifiche che sorreggevano da secoli la nostra civiltà, sempre nello sforzo più elevato e sapiente di scalzare concezioni filosofiche, morali, economiche, politiche. E’ arcinota la partecipazione del pensiero ebraico a tutte le rivoluzioni, quasi limitata però alla prima fase distruttrice, quasi mai presente al momento della ricostruzione, del ritorno al lavoro tranquillo, del ritorno ai campi. Ma non è altrettanto nota la causa intima che spinge l’ebreo a dubitare sempre e lo pone in completa antitesi, in aperta lotta contro ogni manifestazione della nostra civiltà conservatrice; la mancanza di uno spirito rurale che lo leghi alla terra e ai lavoro di ·questa, così come il focolare, la casa avvincono e richiamano a sè l’uomo della famiglia primitiva.

II – Fra le numerose obbiezioni che si possono fare a questo punto, alcune senza dubbio sono da prendersi in maggiore considerazione. Mi si può infatti chiedere:

1) L’antica civiltà ebraica non era forse una civiltà agricola?

2) La liberazione degli ebrei dalla schiavitù morale a cui erano soggetti in Russia prima della rivoluzione e l’emancipazione dei loro diritti non hanno dato forse ottimi risultati per l’avvicinamento dell’ebreo alla terra?

3) Non vi sono forse attualmente popolazioni ebraiche dedite all’agricoltura?

4) II popolo ebraico, infine, è l’unica razza senza agricoltura?

 

La prima abbiezione ha un’importanza soltanto relativa; agricoltura, si noti, non è il commercio del vino e non soltanto l’allevamento di api e la spremitura di uve. Agricoltura vera significa innanzitutto amore per la terra, amore che si manifesta nell’eleggere un domicilio stabile, nel lavorare la terra, e su di questa sudare e sperare, ma che si manifesta altresì con infinite altre espressioni di vita rurale che distinguono gli individui, le famiglie, i popoli agricoltori da quelli che lo sono meno o che non lo sono affatto. Ad esempio di popolazioni ebraiche dedite alla agricoltura si citano sempre i Caraimi: in realtà non si tratta di ebrei; prove storiche e antropologiche ne indicano chiaramente la posizione etnica, attraverso la loro origine e la precisa distinzione dagli ebrei. Questi Caraimi, oriundi dalla Persia, sono oggi in numero tanto piccolo – poche migliaia: in Levante, sul Volga, in Polonia – da render più facile una confusione con gli ebrei.  E poi si devono notare talune affinità religiose, l’uso fatto in passato dai Caraimi della lingua ebraica. Questa è la ragione del grossolano errore, che induce taluni a citare la fiorente agricoltura dei Caraimi come una attività ebraica. Il fatto invece è che gli ebrei sono una razza che non ha parenti, e – ciò che è ancora più notevole – che non ne hanno mai avuti, per quanto lontano si spinga lo sguardo nel tempo. Forse su questo nuovo punto deve indirizzarsi chi vuoi spiegare l’autoenunciazione del popolo eletto? Ma un’altra razza esiste oggi egualmente senza parenti, una razza che già ho avvicinato a quella degli ebrei per la comune assenza di vita agricola: gli tgizani, gli zingari. Ma tale coincidenza, che esigerebbe molte osservazioni e alcune limitazioni, non infirma affatto l’enunciato antirurale che si addice agli ebrei in modo così categorico come non si potrebbe ripetere per gli tzigani.

 

 

 

 

L’agricoltura presso gli antichi Ebrei.

 

Vari autori mettono in risalto l’attività agricola che si sviluppa presso gli antichi nuclei ebraici al loro giungere in Palestina e ce la spiegano dimostrandoci innanzi tutto quanto fosse sviluppato il senso dell’agricoltura presso gli indigeni coi quali gli Ebrei si incontrano in Cana – e su ciò sembra non osservi alcun dubbio – facendoci poi osservare come tutte le fonti della supposta civiltà agricola ebraica risiedano nell’insegnamento dato dagli abitanti di Cana, lasciando quasi arguire a chi legge un significato alquanto differente, la instabilità cioè dello sviluppo agricolo della civiltà ebraica. Il popolo israelita – dice Adolfo Lods – divenne essenzialmente agricoltore. Le esportazioni consistevano in grano, miele, cera, olio e profumi (Ezechiele, 27, 17). E’ in grano e olio che Salomone paga i suoi debiti a Hiram (Libro dci Re, 5, 25). A base della nutrizione erano farina e olio (Libro dei Re, I7, I2-I6; II, 4, 2). La viticoltura era sì largamente praticata che i poeti rappresentavano sovente la nazione sotto l’immagine di una vigna (Esempi, 5; Ezechiele, 15, I7 ; Genesi, 49, II-I2; e così via). “La population israélite après l’absorption des Cananèens, pratiquait bien de procédés techniques inconnues des Hébreux nomades”.

Ma il medesimo autore ricorda nello stesso tempo alcune delle regioni della Palestina, dove si conservò il seminomadismo; il Sud di Giuda (per es. I Samuele 25), la Transgiordania (Giudici, 5, 16), il Moab (Il Re, 3, 4); e .richiama poi fortemente l’attenzione sulla completa fusione avvenuta fra gli ebrei e i Cananesi, che l’autore chiama loro maestri in agricoltura; fusione della quale in realtà nulla sappiamo con precisione e che non ci deve tuttavia impressione, considerato il .complesso di apporti che gli ebrei hanno subito nell’antichità senza per altro mai deviare minimamente dalla loro precipua condotta di vita. La poca consistenza scientifica delle fonti ebraiche che servirebbero a dimostrazione dello sviluppo assunto dall’agricoltura nella civiltà ebraica, ci è dato anche da un frequente anacronismo che si rileva all’esame della terminologia tecnica dei testi.

Il Lods medesimo ci fa osservare che il testo del Decalogo quale oggi ci appare non può essere stato assolutamente redatto all’epoca mosaica appunto per la presenza nel Decalogo stesso di concetti agricoli che non potevano allora esistere, assolutamente estranei all’epoca, ma che appartengono sempre, secondo l’autore, al modo di parlare e di pensare del Deuteronomio (VIII sec.) o del Codice Sacerdotale (VI · e .V sec.). E altrove dice: ” un mot signifiant “paturage” avait pris le sens de “demeure” (nawe). Une contrée plantureuse était un “pays ruisselant de lait et de miel”: c’est l’ideal du nomade. Un paysan eùt dit “un pays de blé, de moùt et d’huile”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I tentativi di colonizzazione ebraica nell’Unione Sovietica.

1) In Russia, un tentativo di colonizzazione ebraica era stato già fatto dagli Czar col fissare un gran numero di famiglie israelite in una vasta zona agricola. Ma dopo appena cinque anni non esisteva più un’azienda in possesso di un ebreo: a poco a poco, senza che nessuno se ne accorgesse, avevano venduto, ceduto, ed infiltrandosi, erano tornati nei loro ambienti di vita commerciale. Ma si potrebbe obiettare che date le restrizioni a cui gli ebrei erano allora sottoposti, la vita nei campi era per essi ancora meno facile, e che nulla in particolare si sa delle effettive condizioni di vita loro offerte. Più valore devono quindi avere i tentativi sovietici di colonizzazione, pervasi di un semitismo di cui nessuno può dubitare. In Russia, prima della Rivoluzione, l’agricoltura agli ebrei era interdetta anche per le difficoltà di acquisto della terra. Nel 1917, nella Rutenia Bianca vi erano su oltre 10.000 ettari circa duemila famiglie ebraiche non del tutto estranee all’agricoltura. Uno dei primi atti delle autorità sovietiche fu naturalmente la realizzazione del primo postulato del programma ebraico e cioè: il diritto di possedere la terra. Il Governo sovietico infatti non ha soltanto permesso ai piccoli mercanti e artigiani israeliti, stabiliti nelle campagne, di partecipare alla lottizzazione dei beni fondiari ex-privati, statali e ecclesiastici, ma ha spiegato inoltre una viva attività allo scopo di far stabilire nelle campagne il proletariato ebraico abitante le città e le borgate e il cui numero era aumentato notevolmente in seguito al cambiamento improvviso della struttura economica, ciò che ha minato l’esistenza delle grandi masse ebraiche dedite fino allora principalmente se non esclusivamente alla vita commerciale. Questo primo tentativo di colonizzazione ebraica da parte delle autorità sovietiche, favorito da tali condizioni economiche, raggiunge il suo culmine nel ’23-25, ma subito decade e s’arresta. Fra le cause dell’insuccesso si deve porre innanzi tutto la inabilità degli ebrei ai lavori agricoli, ciò che fa sì che le loro aziende siano sempre a un livello inferiore.

 

Ma il colpo mortale a questo primo tentativo fu dato dallo stesso governo sovietico che, secondo lo spirito del suo programma, cominciò a proteggere esclusivamente l’organizzazione delle collettività ebraiche, cessando di distribuire agli ebrei lotti di terra individuali e giungendo anzi a riunire in aziende socializzate le colonie ebraiche già organizzate. Tale ultima misura ha provocato una reazione che si è tradotta nel rifluire assai notevole degli ebrei verso le città.

2) Ma di fronte all’insuccesso continuarono i tentativi di colonizzazione ebraica con la imponente previsione di passaggio ai campi di 16.000 famiglie israelite di cui 10.000 nella stessa Rutenia Bianca e il resto principalmente in Siberia (a Barabidjan) e la destinazione a coltura di terreni fino allora incolti. Gli sforzi compiuti portarono nella Rutenia Bianca le famiglie ebraiche da 1964 che erano prima della rivoluzione – con 11mila 800ettari – a 6505 nel 1924 (30.800 ettari) a 9.303 nel 1929 (64.800 ettari). Ma la colonizzazione ebraica fra il 1926 e il 29 procede sempre più lentamente e fra le maggiori difficoltà, e a un certo punto s’arresta del tutto. Eppure notevole è l’estensione delle terre arabili cedute agli ebrei a partire dal 26: le 1500 famiglie ebraiche stabilite in campagna tra il 27 e il 29 hanno ottenuto infatti circa 20.000 ettari, la medesima estensione cioè destinata alle 6500 famiglie del periodo 1920-24. Nel 1924 una collettività ebraica raggiungeva in media 84 ettari, nel 1926 già 130 ettari. Ecco una prova delle migliori condizioni materiali offerte agli ebrei e che questi non accettano per la loro intima natura così spiccatamente antiterriera. Nell’ultimo decennio è una dispersione continua di ebrei dalle aziende che così si disgregano: il movimento avviene in modo incessante, tacito e subdolo, senza un apparente perché; mentre l’arruolamento degli ebrei nelle file dei lavoratori agricoli da difficile diviene impossibile. Lo stato attuale della colonizzazione ebraica nella Rutenia Bianca e in genere in tutta la Russia permette di stabilire che il piano di fissare gli ebrei alla terra, dedicandoli ai lavori agricoli, non soltanto non potrà essere realizzato, ma è già anzi fin d’ora fallito per l’opposizione della popolazione ebraica medesima, per se stessa contraria alla vita rurale e disillusa dei risultati ottenuti con la finta liberazione che ha voluto tentare il regime sovietico. Forse quei pochi si illusero di trovare la “loro” ricchezza là dove invece non c’era che il sano lavoro della terra?

Quanto precede non è che un esempio, forse per la brevità del ciclo più comprensibile di quello palestinese. Citare la Palestina, l’opera iniziativi dal K. K. L. (Keren Kayemeth Leisraél, che significa Fondo nazionale ebraico) coi suoi considerevoli acquisti di terre e le sue notevoli opere di industrializzazione agricola per dimostrare che l’ebreo ha come ogni individuo di altra razza un attaccamento alla sua terra, cioè alla terra di sua proprietà, che la lavora e l’ama, è quanto ci può essere di più errato. In primo luogo troppi altri elementi intervengono in questo caso a rendere indimostrabili a priori e inverosimile una simile asserzione. In secondo luogo qui ci troviamo di fronte a tutte le caratteristiche del cosiddetto “affare” che sono la prima negazione dello spirito rurale. Occorrerebbe infatti, se si volesse esaminare con maggiore attenzione il caso dei cosiddetti agricoltori ebraici di Palestina, ripetere quelle osservazioni che vengono naturali leggendo antichi testi ebraici: che cioè agricoltura non è soltanto il commercio del vino o la vendita di prodotti. Sarebbe bene invece vedere chi nel campo ebraico, sia esso in Italia, in Palestina o dove si vuole, è l’effettivo lavoratore, non soltanto il proprietario, per meglio convincersi della completa assenza di uno spirito rurale e di ogni attività agricola nella vita ebraica.

 

LA BORGHESIA E LA RAZZA (Alberto Pensabene, 1938)

In allegato al link sottostante in formato PDF l’articolo LA BORGHESIA E LA RAZZA di Alberto Pensabene, tratto dal primo numero del primo anno del periodico LA DIFESA DELLA RAZZA del 5 Agosto 1938.

La borghesia e la razza – Giuseppe Pensabene – 1938

Di seguito il testo integrale. Buona lettura agli interessati.

La profonda crisi della nostra borghesia è giunta a farle perdere il senso della nazione. C’è chi afferma che non l’abbia mai avuto; e sostiene come Massimo Leli, che questa tara sia radicata fino dall’origine: cioè da quando essa cominciò a costituirsi verso la fine dci Seicento come pallido riflesso della nascente borghesia francese. Si formò allora e si diffuse in Europa una società cosmopolita che acquistò effettivamente il potere in tutte le nazioni, e che con la Rivoluzione del 1789 raggiunse ciò che solo ancora le mancava: il riconoscimento legale. La borghesia italiana non fu che una sezione di questa: e come tale diede al nostro Risorgimento quella impostazione Iiberalistica che l’avrebbe fatto arenare nel ’48, se poco dopo, forze extra-borghesi, tradizionali ed agrarie, non ne avessero preso energicamente la direzione. In ogni modo, raggiunta l’unità, e venuta, colla ascesa della Sinistra, di nuovo al potere la borghesia, tutto com’era inevitabile prese aspetto liberale: il governo, la cultura, l’arte, l’economia e l’amministrazione. Il grande risultato, l’Italia finalmente fatta sembrò che avesse minore realtà delle aspirazioni nobili ed eroiche di quei pochissimi i quali qualche decennio prima l’avevano raggiunto. C’era, in realtà, la nazione, ma nello strato che la dirigeva non c’era, perchè mai c’era stato, il senso

di essa. Insomma, dopo il 1876, avvenne una chiarissima trasposizione: il liberalismo supernazionale, che s’era affiancato al Risorgimento, ma solo in apparenza, ora gettava via la sua maschera: l’Italia non era stata che un episodio. L’essenziale era l’affermarsi della borghesia, delle sue idee e dei suoi interessi, anche nel nostro paese. Una specie di casta che solo per certi fatti, come la dimora e la lingua, vi sembrava attaccata, ma che in realtà aveva il suo centro e le aspirazioni altrove. È naturale che ad una casta simile manchi il concetto della razza. Traendo ogni sua ragione di esistere solo dai grandi scambi tra le nazioni, ed avendo necessità, per dominare questi scambi, di porsi nello stesso tempo al di fuori di tutte, tende a formarsi come uno strato privo di particolarità, di sensibilità, di genio, di ciò insomma che contraddistingue i popoli; e ad accogliere in conseguenza tutti gli apporti eterogenei dalla cui miscela meglio possa acquistare la tinta neutra adatta alla sua funzione. La borghesia, entro ciascun popolo è di fatto, un’internazionale sovrapposta. È un meticciato: almeno delle idee.

È la parte che non si crede, come tutte le altre, legata al sangue, alla tradizione, al costume. Ha insomma la stessa natura di ciò che è il vero oggetto della sua attività, il denaro: che si trova dappertutto, è uguale dappertutto, e non è mai legato nè ai luoghi e né alle persone. Così è la borghesia; un volto sempre uguale, aggiunto ai corpi robusti e diversi dei popoli; una testa sempre uguale che vorrebbe regolare volontà ed istinti che le sono costituzionalmente in contrasto. Quale orribile ed incessante guerra vi sarebbe in un singolo organismo, che fosse davvero così fatto! Quali tormenti, quali incertezze, quali indecisioni! Sarebbero impossibili anche i moti più naturali, le azioni più semplici, e come un continuo e doloroso laceramento accompagnerebbe il pensiero anche più fuggevole. Eppure questo avviene in realtà, ogni giorno, nei popoli, quando chi li dirige non è della loro stessa natura: quando la grande massa, guidata dall’istinto deciso della propria razza, è in contrasto con la razza diversa o manchevole dei dominatori. Lo moltitudine d’un sangue, chi la· governa d’un altro: questo è, più di quanto si creda, uno schema frequente nella vita dei popoli. Nella maggioranza delle nazioni, pure sotto apparenze democratiche, il contrasto è tra il meticciato borghese, e la moltitudine cui quel meticciato tende a far perdere coscienza della sua razza. Questo lavoro è oggi molto avanzato. E’ una degenerazione voluta e metodica che discende a poco a poco dall’alto, ove solo in una sfera ristretta si trova questo centro d’infezione. Il popolo vi sottostà per ignoranza. Il suo istinto oscuramente si ribella: sente il male ma non sa individuarlo; e ne è circondato, imbevuto, avvelenato prima ancora di accorgersene. Vede, di decennio in decennio, strano spettacolo, questa gente che si dice della stessa nazione ed anzi se ne proclama l’occhio e il cervello, introdurre un altro costume, un altro linguaggio, un altro modo di pensare, di sentire, di vivere. Poi cerca di capire, di assuefarsi; crede infine di esservi riuscito. Ma è un illusione. Anche sotto le mutate apparenze esteriori rimane qualcosa di irriducibile, causa di oscuro e doloroso contrasto. Questo è oggi, su per giù, Io stato della nazioni occidentali: là dove la borghesia conserva il dominio. Politica, cultura, economia, arte sono rivolte contro la natura dei popoli. E’ un mostruoso attentato, una colossale sconsacrazione.

 

Quella scialba classe, quella miscela che governa, risultato di due secoli di confusione universale, commercio ed industrie, prima di tutto, poi filosofia, letteratura, musica, pittura, quella classe che non ha nè sangue nè volto, i cui uomini e le cui donne sono dappertutto uguali, si vestono, mangiano, pensano, lavorano, ballano in modo uguale, hanno i capelli, la pelle, i belletti, i volti, le guance, di aspetto uguale: le cui labbra sono per esempio ugualmente a foggia di pesce, le pettinature alla giapponese, i baffi alla americana, i costumi da bagno alla Jansen, oppure in qualsiasi altro modo, purchè uguale in tutti i paesi: questi concittadini che, cosa assurda, somigliano infinitamente di più agli abitanti di un altro emisfero di quanto non somiglino al contadino o al pescatore che abitano a due passi, questi americani di Napoli, questi Inglesi di Firenze, o questi Francesi di Venezia, che poi non sono né Americani nè Inglesi nè Francesi, se non perchè fumano la pipetta, prediligono l’erre moscia, cantano le canzoni con l’accento nasale; tutta la gente così fatte, alla quale senza accorgersene, da tanto tempo ci siamo abituati: questa gente senza razza, e perciò senza carattere, senza dignità, e senza volontà, è quella, proprio, sotto la cui guida è stato fino a ieri interamente il nostro paese.

Una borghesia senza razza, e popoli in parte sani, che vi sono soggetti: ecco il quadro, forse più di tutti, vicino alla verità. Se le grandi masse cominciano anch’esse a mescolarsi, nel costume e nel sangue, ciò è dovuto, unicamente, allo scandaloso esempio che, da due secoli, viene loro dall’alto. La borghesia è oramai irrimediabilmente meticcia: non c’è più da illudersi; nè è più possibile, nei suoi riguardi pensare ad altro rimedio se non il toglierla di colpo dalle sue ormai più che perniciose funzioni di comando. Il fascismo l’ha già fatto dal ’22: ora non gli resta che completare l’opera: impedendo che suoi relitti, sia pure da posizioni di secondo ordine, continuino il loro triste esempio di degenerazione razziale. L’Arte, la Cultura, l’Insegnamento, debbono essere definitivamente tolti a questa detronizzata borghesia. Essa, non c’è da nasconderselo, se ne è servita e ancora se ne serve, come se non vi fosse stata la Rivoluzione Fascista. Per imbecillità e per senilità, trasmette ancora ai giovani, che non ne sono difesi, l’indifferenza deleteria per i valori della razza.

 

Tutto vi cospira: l’arte internazionalista, tuttora da noi liberamente ammessa, il pensiero individualista e liberaleggiante, la storiografia dialettica che «supera» il concetto di nazione. Quella gioventù sulla quale conta il Regime e in cui dobbiamo porre tutte le nostre speranze, impara tuttora, dalla maggioranza dei suoi maestri, che la nostra storia comincia solo nel 1870, con la formazione del Regno: prima l’Italia non esisteva. Poichè solo allora, nell’Ottocento, nacque l’idea di nazione: dal pensiero romantico; oggi questa idea, comincia già ad essere “dialetticamente” superata, e può quindi, da un giorno all’altro, essere anche superata l’Italia. La razza? Un mito; anch’essa. una “idea”, anch’essa un parto della mente degli scienziati. E non esistendo la razza, che ne è la sostanza permanente e tangibile, che realtà può avere mai la nazione? Cogli stessi criteri, non sembra credibile, si insegna, ancora oggi, la storia di Roma. Se ne distrugge così tutta la straordinaria forza suggestiva ed educativa. Che cosa è essa ad esempio per il Ferrabino, che le dedicò tre anni or sono un volume, tuttora molto diffuso e conosciuto? Nient’altro che una lotta di classi, prima dentro la città, poi dentro la penisola, poi dentro tutta l’estensione dell’Impero: una lotta, puramente economica, tra imprenditori .ed agrari, nella quale erano assolutamente indifferenti la razza, la tradizione, i valori morali. Il liberto Trimalcione, d’origine asiatica, ed arricchito col grosso commercio, è in realtà un personaggio più interessante di Catone: per lui in fondo s’è fatto l’Impero; per lui si è combattuto a Canne e si è vinto ad Azio: egli è “il progresso”, cioè l’industria e il denaro circolare; il vecchio Catone invece, anche due secoli prima, non era che un relitto della stupida “curulita”, cioè di quella Roma contadina, familiare e guerriera, che pure, vedi caso, aveva conquistato il mondo. Meglio Trimalcione, colle sue terre coltivate a schiavi, standosene in città, secondo i criteri industriali della “economia ellenistica”, che i poderi all’antica che il padrone arava lui stesso, insieme ai figli e qualche servo, secondo il costume ricevuto dagli avi. Meglio gli “ergastoli”, che Cincinnato. Anzi quest’ultimo e la sua meravigliosa leggenda diventa ad un certo punto, per il Ferrabino, oggetto di scherno. In tale modo, non illudiamoci, si insegna ancora oggi da noi la storia romana. Un punto di vista, come si vede antirazzista e borghese. Altro che formazione dei giovani!

E all’università di Roma, che dovrebbe dare una norma all’Italia, non ci è toccato per esempio di udire dal suo titolare di storia antica, il professore Cardinali, che lo stoicismo cosmopolita e indifferente alle razze, salendo al trono, segnò il più alto culmine di circa mille anni di storia romana? Che solo in esso noi dobbiamo vedere “l’essenza della romanità, e solo da esso prendere persino norma per l’avvenire del nuovo Impero? Qualunque libro, di qualunque formato, su cui s’insegni oggi storia, nelle scuole italiane, dalle elementari all’università, è sempre concepito indipendentemente dalla razza, e spesso con delle affermazioni contrarie; qualunque libro d’arte, di letteratura, di critica, di scienze, e persino d’argomenti specifici come l’etnografia e la geografia antropica; qualunque manuale, dizionario, enciclopedia, grande o piccola, che essa sia: persino nella Enciclopedia Treccani, pure così ricca, manca come è noto, una trattazione di questo argomento. Tale è lo stato di ignoranza, per la questione della razza in cui i relitti della borghesia che in Italia, sebbene perduto il potere tengono ancora in mano le chiavi della cultura, lasciano non solo il popolo ma anche la gioventù che viene fuori oggi. Ignoranza quanto mai pericolosa, perchè atta ad inquinamenti ed infiltrazioni che potrebbero avere domani le più gravi conseguenze.

La borghesia ha perduto da noi il potere; ma precario sarebbe il vantaggio della sua sostituzione ove non ci assicurassimo per sempre dalla peggiore ignominia di quella casta decaduta: il suo cosmopolitismo. II meticciato culturale al governo del paese fu la nostra maggiore sciagura fino all’avvento del Fascismo. Questo mise per la prima volta italiani al governo dell’Italia: italiani non soltanto di sangue, ma di pensiero e di animo. La strana e dolorosa frattura sparì: le due culture, i due istinti, del popolo e dello strato dirigente divennero, per la prima. volta, uno. Oggi, ciò che da allora è un fatto, viene enunziato come principio. Si pone la dottrina della razza. La quale è destinata rapidamente a spazzare le accennate sopravvivenze, ormai intollerabili, nel mondo della cultura; e a risolvere contemporaneamente due importanti questioni: i rapporti con i nuovi sudditi di colore, dopo la conquista dell’Impero; e i rapporti cogli Ebrei.

 

Per i primi vi sono già dei precisi provvedimenti che regolano i matrimoni; per i secondi è stato solennemente dichiarato, da un gruppo di antropologi fascisti, sotto gli auspicii del Ministro della Cultura Popolare, e confermato poco dopo in una pubblica dichiarazione del Segretario del Partito, che essi non appartengono alla razza italiana. Tale affermazione alla quale seguiranno presto le giuste conseguenze pratiche, ha una importanza di primissimo piano. Si collega infatti strettamente col problema capitale della classe dirigente. La borghesia cosmopolita che ci aveva governati fino al ’22 era, nel suo più profondo nucleo, dominata dagli Ebrei: da essi era stata plasmata moralmente e culturalmente, con essi si era mescolata nel sangue, da essi era stata sempre più educata a quell’indifferenza per i valori della. razza, che proprio, ad essi ferocemente razzisti, era destinato ad assicurare, sopra una moltitudine degenerata, il sicuro predominio. Separando oggi gli Ebrei dalla nazione italiana, sia nel sangue che nella cultura, considerandoli perciò semplicemente come stranieri, si elimina una volta per sempre, il tarlo più pericoloso.

RAZZISMO BIOLOGICO E SCIENTISMO. (Guido Landra, 1942, la Difesa della Razza).

In allegato al link sottostante il PDF dell’articolo in oggetto, pubblicato su “La Difesa della Razza” del 5 Novembre 1942.(titolo completo: RAZZISMO BIOLOGICO E SCIENTISMO.
Per la Scienza e contro i melanconici assertori di un nebuloso spiritualismo)

Si tratta di alcuni pareri espressi all’epoca della polemica fra “razzisti scientisti e biologici vs spiritualisti” che già imperversava in Italia in epoca fascista.

Data la delicatezza dei temi l’autore del blog precisa che questa pubblicazione è a solo scopo storico/conoscitivo. L’autore del blog non esprime giudizi di alcun tipo su alcuno dei concetti espressi in tale articolo lasciando al lettore la libertà di farsi la sua idea.

L’articolo era disponibile sul web al link indicato nella prima pagina del PDF.

Buona lettura

Razzismo biologico e Scientismo, Guido Landra, 1942