La diversità genetica umana: la Fallacia di Lewontin (A.W. Edwards)

In allegato in PDF la traduzione in italiano dell’articolo che A.W. Edwards scrisse nel 2003 per contestare la visione di negazionista razziale di Lewontin.

Buona lettura
La fallacia di Lewontin (A.W.F Edwards)

Gli antropologi forensi e il concetto di razza: se le razze non esistono, perché gli antropologi forensi sono così bravi a riconoscerle? Norman J. Sauer (La non esistenza delle razze, parte 2)

La teoria della non esistenza delle razze (negazionismo razziale).

Negli anni 60 C. Loting Brace e Frank Livingstone sostennero ed argomentarono la non esistenza delle razze umane. Estendendo un dibattito sulla zoologia che iniziò una decade prima, affermarono che la discordanza di tratti rendeva impossibile definire le razze sulla base di più di una o due caratteristiche. Dal momento che nessun biologo umano sarebbe stato d’accordo con questo criterio limitante per definire una razza, il concetto di razza fu considerato insostenibile per popolazioni umane. Brace e Livingstone riproposero le loro posizioni ne “Il Conceto della Razza” di Montagu, un volume che conteneva anche contributi di, fra gli altri, Montagu, Hiemaux, Hogben, Erlich e Washburn. Dopo aver applicato una cluster analysis sulle caratteristiche di una serie di popolazioni Africane, Hiernaux giunse ad una conclusione che ribadiva le visioni degli altri autori del volume.

<<Da qualunque punto di vista uno approcci la questione dell’applicabilità del concetto di razza al genere umano, le modalità della variabilità umana sembrano così lontane da quelle richieste per una classificazione coerente che il concetto può essere considerato di uso molto limitato

Smembrare il genere umano in razze con un’approssimazione accettabile richiede una tale distorsione dei fatti tale da non avere alcuna utilità.>>

La posizione negazionista razziale non fu condivisa subito dalla comunità antropologica. Infatti l’opera di Brace e Livingstone ed il volume di Montagu furono solamente una parte di alcune discussioni molto in voga in ambito antropologico durante gli anni ’60. In un volume di vari articoli dell’AAAS (Associazione Americana per l’Avanzamento della Scienza) del 1966 si trova una discussione sulla scienza e sul concetto di razza; il celebre genetista Dobzhansky affermò una visione differente con questa celebre citazione: <<Se le razze non esistessero le avrebbero dovute inventare. Dal momento che esistono, esse non hanno bisogno di essere inventate, ma di essere capite.>>

E’ difficile valutare gli effetti che questi scambi di opinione incentrati prevalentemente su posizioni negazioniste razziali hanno avuto sull’antropologia fisica dei nostri giorni. Furono insignificanti? In una recente rassegna della storia del concetto di razza nell’antropologia fisica Americana, Brace stesso scrisse

<<L’assunto che la variabilità odierna all’interno del genere umano può essere capita in termini di variazione “razziale”, nonostante alcuni punti critici, continua ad essere valida senza alcun cambiamento sostanziale dai tempi in cui Hrdlicka e Hooten stavano sondando il terreno indirizzando la loro ricerca in tal senso>>

Il fatto che le argomentazioni negazioniste razziali ebbero un impatto significativo è in ogni caso rivelato dai recenti lavori di Littlefield, Liebermann e Reynolds, che dimostrano che la visione negazionista razziale è attualmente la più diffusa fra gli antropologi fisici. La loro ricerca valuta la posizione rispetto all’esistenza delle razze di 58 libri di antropologia fisica (inclusi libri sull’evoluzione umana) scritti fra il 1944 e il 1979. In 42 libri che trattano la questione, 17 affermano la posizione negazionista razziale. Tuttavia, cosa ancora più importante, affermano:

<<Nonostante la visione negazionista razziale fosse espressa assai raramente nei libri di antropologia fisica prima del 1970, essa diventò la più diffusa fra il 1975 e il 1979, con solo un quarto dei libri di testo che continuavano a supportare la validità del concetto di razza>>

In un articolo portato nel 1987 al Meeting dell’American Anthropological Association a Chicago, Lieberman e i suoi colleghi affermarono che solo il 50% dei 147 antropologi fisici intervistati negli USA concordavano con l’affermazione “vi sono razze biologiche all’interno della specie Homo Sapiens”. Essi hanno anche fatto notare che fra gli antropologi culturali, solo il 29% concordava con la posizione a favore dell’esistenza delle razze. Il dibattito che seguì gli articoli degli anni 60 di Brace e Livingston e il libro di Montague, fermo restando il lamento di Brace del 1982, questi studi di Lieberman, Littlefield e collaboratori, unito alle mie letture di articoli più attuali, fanno capire che la maggior parte degli antropologi hanno messo da parte la nozione di razza per le popolazioni umane. Sicuramente solo pochissimi degli antropologici dei nostri giorni supportano apertamente la visione tradizionale, che considera la popolazione umana divisibile in 4 o 5 razze principali.

Link alla parte 1 della traduzione

Nicholas Wade smonta Lewontin ed il suo negazionismo razziale (dal libro: “Una Scomoda Eredità”, in libera vendita)

Fonte:

“Una Scomoda Eredità” di Nicholas Wade, cap 5: le basi genetiche della razza
Alcuni lettori potrebbero rimanere perplessi osservando che il numero delle razze non è fisso, ma dipende dalla modalità con cui vengono esaminate. Ciò tuttavia non dovrebbe stupire, considerato che le razze non sono entità distinte, ma piuttosto raggruppamenti di individui con varianti genetiche simili. Quante colline ci sono nel New Hampshire? La risposta dipende dall’altezza che attribuiamo arbitrariamente alla nostra collina-tipo. Il numero di razze umane dipende dal grado di raggruppamento scelto e tre, cinque o sette sono tutte risposte ragionevoli se si vogliono considerare i maggiori sottoinsiemi rappresentati dalle variazioni del genere umano.

Un’argomentazione più autorevole ed influente, anche in questo caso elaborata per cancellare il termine “razza” dal vocabolario politico e scientifico, è quella proposta per la prima volta dallo studioso di genetica di popolazione Richard Lewontin nel 1972.Lewontin ha confrontato un insieme di diciassette proteine in soggetti appartenenti a razze diverse, calcolando il valore di una variabile nota come “indice di fissazione di Wright”. L’indice è stato studiato per individuare la porzione della variazione che caratterizza una popolazione nel suo complesso, distinguendola dalla parte che invece è dovuta a differenze tra sottopopolazioni. Lewontin ha ottenuto come risultato un valore pari al 6,3%, vale a dire che di tutte le variazioni presenti nei diciassette tipi di proteine esaminate, soltanto il 6,3% poteva essere utilizzato per distinguere una razza dall’altra, mentre un ulteriore 8,3% dipendeva dalla differenza fra i gruppi etnici nell’ambito di una singola razza. Le due fonti di variazione sommate si aggiravano intorno al 15% mentre la porzione restante caratterizzava la popolazione considerata nel suo complesso. “Di tutta la variazione umana, l’85% caratterizza i singoli individui nell’ambito di una nazione o tribù”, spiegava Lewontin giungendo così alla conclusione che “le razze umane e le popolazioni sono notevolmente simili le une alle altre mentre la maggior parte della variazione umana può essere spiegata considerando le differenze tra individui”. Lewontin proseguiva poi “La classificazione elle razze umane non ha alcun valore sociale e invece risulta dannosa per le relazioni sociali e tra esseri umani. Dato che una classificazione delle razze di questo tipo si è rivelata priva di qualsiasi significato genetico o tassonomico, non esiste alcuna giustificazione per continuare a usarla”.

Nonostante il peso che continua ad avere, l’affermazione di Lewontin è sbagliata, anche se si fonda su dati validi. Molti altri studi, infatti, hanno confermato che circa l’85% della variazione umana si trova tra gli individui e il 15% fra le popolazioni. Un simile risultato appare logico se consideriamo che ogni razza ha ereditato il proprio patrimonio genetico dalla stessa popolazione ancestrale vissuta in un passato relativamente recente. L’errore di Lewontin è pensare che tale variazione sia così piccola da essere trascurabile. A ben vedere, si tratta di un valore significativo. Sewall Wright, eminente studioso di genetica di popolazione, ha affermato che un indice di fissazione compreso fra 5% e 15% indica una “differenziazione genetica moderata” e che perfino con un indice pari al 5% o inferiore “la differenziazione non è affatto trascurabile”. Secondo Wright, se fosse stata osservata in qualsiasi altra specie diversa dalla nostra, una differenza tra 10 e 15% sarebbe stata usata per determinare l’esistenza di sottospecie/razze.
Perchè dovremmo considerare più affidabile il giudizio di Wright invece di quello di Lewontin? Sostanzialmente per tre motivi. Primo, Wright è stato uno dei tre fondatori della genetica di popolazione, disciplina in primo piano in questa analisi; in secondo luogo, Wright ha inventato l’indice di fissazione che, infatti, porta il suo nome; infine, diversamente da Lewontin, Wright non ha alcun interesse politico per affermare quanto sostiene. La tesi di Lewontin ha anche altri punti deboli, tra cui un sottile errore di ragionamento statistico che ha preso il nome di “fallacia di Lewontin”. Questo errore consiste nel presupporre che le differenze genetiche tra popolazioni non siano correlate una con l’altra.Infatti, se vengono correlate diventano molto più significative.