NAZIONALSOCIALISMO: UNA VALUTAZIONE FILOSOFICA – Colin Jordan

Al pdf sottostante e, scorrendo la pagina, in formato di testo, si trova la traduzione di un discorso del leader radicale inglese Colin Jordan riguardo la natura del nazionalsocialismo. Credo che, al di là di se e quanto si condivide di certe cose, su certi argomenti tabù è sempre bene leggere dalle fonti dirette per fare le proprie valutazioni. Buona lettura agli interessati.

Nazionalsocialismo – Una valutazione filosofica – Colin Jordan

Alcuni decenni dopo la sconfitta fisica della Germania nazionalsocialista risultante dalla loro eroica lotta contro il vastissimo schieramento di uomini e mezzi tecnici schierati contro di lei dall’alleanza democratico-bolscevica, l’analisi di questa rivalutazione riflette il risveglio del Nazionalsocialismo, che è un argomento attuale.

Che il credo continui a manifestarsi come fa ora, dopo essere stato soggetto per decenni alla più grande campagna diffamatoria che il mondo ha mai conosciuto, è una prova della sua validità, attrattività e dignità per il futuro. È sopravvissuto alle fiamme della guerra e alla tempesta della denigrazione; quando la guerra è andata per il peggio e la denigrazione ha agito con tutta la sua forza, il Nazionalsocialismo è rimasto, alla fine, sinonimo della più alta volontà di sopravvivenza dell’uomo, del suo istinto di salute e forza e del suo desiderio per la bellezza nella vita: e finchè questo istinto e questo desiderio resteranno su questa terra, il credo del Nazionalsocialismo resterà indistruttibile.

Oltre tutti i dettagli dell’implementazione politica e le particolarità dovute al tempo ed al luogo, il Nazionalsocialismo, propriamente compreso, non è altro che un orientamento della mende, l’impulso dominante per vivere fino in fondo, attraverso lo sviluppo delle proprie potenzialità e le soddisfazioni dei propri bisogni, in condizioni di competizione e selezione naturale, oltre che di cooperazione, all’interno della comunità organizzata di popolo.

In questo le sue radici tornano indietro alla Grecia di Platone ed alla sua concezione di vita naturale, che consiste nella piena realizzazione della vera natura dell’uomo anche attraverso l’azione del governo all’interno della sua comunità nativa. Ricorda la nozione Romana di cittadinanza rispettosa: la nozione che la vita buona e nobile consiste nello stoico servizio nei confronti dello stato. In esso rivivono i legami di sangue ed il senso di comunità delle tribù Nordiche dell’antica Europa: la sensazione che l’uomo è sostanzialmente un membro del popolo, e che tutti i membri del popolo sono legati insieme in modo stretto da reciprochi obblighi e doveri.

 

Il Nazionalsocialismo, in questo modo, torna indietro ai vecchi, salutari ed organici valori della vita in rivolta contro l’intero impianto ideologico del liberalismo e della democrazia, con i loro legami basati sul denaro, il loro eccessivo individualismo, la loro visione dell’uomo come unità di popolazione mondiale intercambiabile senza popolo; con la loro giustificazione in un cristianesimo svilito che abbraccia un “umanitarismo” malato, che tollereranno sempre un male maggiore per essere sicuri di evitarne uno minore, con la loro frase ingannevole secondo cui i desideri della massa indotti artificialmente e determinati numericamente sono criteri importanti. La storia è fatta di una sequenza di decadimento sociale e rinnovamento. Il Nazionalsocialismo è il rimedio del XX secolo per un rinnovamento che contrasti la grande degenerazione dei tempi moderni sotto i vessilli del pensiero e le azioni disintegranti, degradanti e devirilizzanti emerse da dopo la rottura del vecchio ordine medievale, spazzato via dalle forze crescenti del capitalismo e della rivoluzione industriale; questo processo si è sviluppato sotto il liberalismo laissez-faire del XVIII e XIX secolo; è giunto al culmine sotto la democrazia del XIX e XX secolo; e porterà al trionfo mondiale del comunismo entro la fine di questo XX secolo, a meno che il Nazionalsocialismo non salga al potere in tempo su un’area sufficiente del mondo.

Quindi il Nazionalsocialismo è molto più di uno schema politico transitorio. È una tendenza storica alla rinascita. L’attuale movimento della rinascita è un movimento rivoluzionario nello scopo e nello spirito, che non cerca compromessi con l’ordine attuale né con le sue pratiche perniciose o i suoi falsi valori; esso vuole la loro completa sostituzione.

Come tale, vale per tutto il mondo e per tutta la vita. Vale per tutto il mondo nel senso che, nella sua essenza, è universalmente valido e vitale, qualificato solo dal fatto che è Ariano nella sua emanazione e tradizione; sostiene e dipende dalle qualità che si trovano per eccellenza nei popoli Ariani.

Vale per tutta la vita nel senso che non è un aspetto della vita, ma è l’intera vita vista da un certo aspetto. È un atteggiamento mentale che si può esprimere virtualmente rispetto a qualunque cosa.

Il Nazionalsocialismo si schiera in totale opposizione ad ogni manifestazione di scarsa salute, bruttezza e degenerazione culturale e spirituale, non meno che nelle sfere politiche ed economiche. Nei fatti, costituisce uno stile di vita. Un uomo non si definisce nazionalsocialista semplicemente per avere una qualche approvazione intellettuale. È nato con una propensione al nazionalsocialismo, la sua mente brama esteticamente il discernimento e la realizzazione di un modello di vita sano, e non solo pensa e si sente Nazionalsocialista, ma si comporta come tale se lo è per davvero e per intero.

Oggi, nel suo scopo e nelle sue intenzioni, il Nazionalsocialismo è una filosofia ed una fede. Valuta il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, e quello che crea vantaggio o danno al popolo; inoltre, al posto della disabilità sentimentale della mente democratica, accetta che il fine giustifica i mezzi, e fornisce i mezzi che non contraddicono il fine. Stabilisce un significato ed uno scopo della dimensione cosmica della vita intesa come realizzazione personale, all’interno della continuità e dello sviluppo del popolo, della continuità di sangue del popolo, fino alla metamorfosi della tomba e la sua relativa redistribuzione nell’universo.

Il criterio di base e principale valore del Nazionalsocialismo da cui tutto il resto deriva è, come Hitler spiega chiaramente nel Mein Kampf, il suo concetto di popolo, visto come l’ambiente essenziale dell’uomo e, nei fatti, la sua estensione della personalità.

Il significato del popolo è, in primis, quello di una comunità razziale. È l’allargamento etnico della famiglia. L’uomo non è un’unità autonoma e fine a sé stesso, come affermano i saggi del liberalismo e della democrazia. Appartiene al suo popolo. La sua vita, come una parte, è intrecciata con la vita del tutto, non solo presente ma anche passato e futuro, perché mentre gli uomini vanno e vengono il popolo va avanti, continuamente, eternamente, grazie ai suoi membri che fanno il loro dovere per esso. Quindi, nell’identificare sé stesso con il suo popolo, l’uomo prolunga sé stesso attraverso la molteplicità dei suoi antenati e dei suoi discendenti, raggiungendo quindi l’immortalità.

Il popolo esiste in forme più piccole e più grandi, che vanno dalla famiglia, al clan, alla tribù, alla comunità regionale, fino alla nazione e, ancora più in là, alla razza.

Attualmente la concezione di popolo è diventata troppo collegata con le nazioni corrispondenti agli stati attuali. Il sentimento di affinità e comunità, che si era giustamente esteso dalla tribù e il piccolo regno al moderno stato-nazione, si è tuttavia concentrato troppo su questo livello. Le comunità di livello inferiore e più piccole, ma ugualmente importanti, all’interno dello stato-nazione sono state sconvolte e private di vitalità, mentre si verificava l’espansione della coscienza popolare dal livello dello stato-nazione a quello dell’intera razza. Tuttavia il sentimento popolare, per essere davvero potente, deve fluire dalle sue radici attraverso le comunità provinciali e locali fino al livello/limite della razza, perché la piena sicurezza e          prosperità di tutte le parti in gioco possono essere trovate del tutto solo in questo modo.

Oggi, e nel futuro, il Nazionalsocialismo deve incarnare questa estensione essenziale del sentimento di affinità e comunità andando oltre i confini del moderno stato-nazione e del nazionalismo convenzionale, in modo che lo stato-nazione diventi un’unità intermedia nella struttura del popolo, e che il suo nazionalismo e razzialismo diventino totalmente subordinato ad un nazionalismo per tutta la razza.

Allo stesso tempo, le comunità locali devono essere rianimate, le sub-nazioni provinciali riconosciute e rispettate, ed ai popoli soggetti ad un governo estraneo deve essere riconosciuto il diritto etnico alla separazione.

Il credo del nazionalsocialismo nel popolo come valore basilare e tutto ciò che da esso risulta fa sì che, in senso figurato, si pensi con il sangue riguardo a tutte le questioni.

Questo dà origine immediatamente ed inevitabilmente alla definizione di cittadinanza come una questione razziale: solo quelli che sono membri del popolo sono membri della nazione, e solo quelli che sono membri della nazione possono essere cittadini dello stato, per parafrasare il quarto dei 25 punti del NSDAP di Adolf Hitler.

Da ciò deriva il credo che è necessario non solo preservare le caratteristiche del popolo ma anche, tramite misure eugenetiche, migliorare la qualità del popolo. Questa è la tesi rivoluzionaria del nazionalsocialismo: che la via del vero progresso risiede nella procreazione di esseri umani migliori.

Dal momento che tutti i cittadini sono della stessa razza, essi hanno un legame trascendente che li unisce come fratelli di sangue oltre ogni differenza di classe e distinzione personale. L’unità nazionale, ad esempio, la coesione e la vita organica al posto della lotta di classe o della Destra e la Sinistra, è uno dei grandi principi secondari del nazionalsocialismo. Tutte le occupazioni ed attività, tutte le tipologie di persone e tutti i settori di attività devono essere integrati nella vita organica della comunità.

Il sentimento sociale di unità deve trovare espressione pratica e a sua volta essere stimolato da una sincera e profonda attenzione per la giustizia sociale ed economica. La consapevolezza dell’affinità e la cura per il bene collettivo del popolo richiedono che ogni cittadino abbia un’uguale opportunità di sviluppare ed esercitare i suoi talenti e di crescere secondo i propri meriti; e che ogni cittadino riceva un equo ritorno per i suoi servizi alla comunità, e che anche al lavoratore più umile sia assicurato tutto ciò di cui ha bisogno per la vita.

Arriviamo così all’elemento socialista del nazionalsocialismo. Non è il socialismo marxista della proprietà statale dei mezzi di produzione e distribuzione, che è l’eccessiva gestione economica del governo stile formicaio ed è discutibile quanto l’individualismo predatorio del sistema capitalista, che è la quasi assenza di gestione economica del governo, o l’anarchia, la giungla. È socialismo popolare, o la regolamentazione delle imprese private, per l’equa divisione dei suoi frutti, in condizioni eque. Le ingiustizie economiche ed i mali sociali del capitalismo hanno favorito il marxismo, con la sua forma perniciosa di controllo pubblico dell’economia, e l’alternativa ad entrambe le visioni è nel nazionalsocialismo.

 

L’ideale di popolo, che implica la difesa della razza, l’unità della nazione ed il benessere della gente, genera il principio di leadership del nazionalsocialismo ed un’elite al servizio di questi obiettivi. La sua concezione di ordine naturale è non solo affermare che gli uomini sono nati nel popolo per una vita all’interno del popolo, ma anche che possiedono differenze ereditarie di capacità di sevire la comunità.

Quindi, per il bene di tutti, il superiore deve guidare l’inferiore. I leaders naturali devono essere selezionati e deve essere stabilita un’elite gerarchica sotto un leader supremo, con il potere di svolgere le loro funzioni.

A differenza del liberalismo, il nazionalsocialismo non considera il potere governativo dello stato come un qualcosa di sostanzialmente repressivo; lo considera invece come un grande e benefico potere di guida ed arbitrio, incoraggiamento e protezione. Il suo detto è “tutti per il popolo e il popolo per tutti”. Sanziona con qualsiasi mezzo necessario, in qualunque campo, per garantire che chiunque e qualunque cosa nella comunità sia in armonia con questo principio.

Vede il dovere del governo nazionalsocialista come la rappresentazione della volontà del popolo, concepita non come il capriccio temporaneo di una qualche folla democratica, ma come il più alto interesse della comunità, visto nella prospettiva storica come una continuità di scopo, che abbraccia non solo il bene generale del presente, ma anche l’eredità del passato ed i bisogni del futuro.

https://racialrealism.wordpress.com/2017/06/27/national-socialism-a-philosophical-appraisal/

Fiumi di Sangue – Enoch Powell

Questo è il testo completo del cosiddetto discorso “Fiumi di Sangue” di Enoch Powell, in occasione dell’incontro dell’Associazione dei Conservatori a Birmingham, il 20 Aprile 1968.

 

La funzione principale dell’uomo politico è agire contro i mali che si possono prevenire. Cercando di fare ciò si trovano alcuni ostacoli che hanno radici profonde nella natura umana. Una di esse è che non può essere dimostrato che certe cose rappresentano un male finchè non accadono: ogni volta all’inizio c’è sempre spazio per dubitare e chiedersi se questi mali siano reali o immaginari. Per la stessa logica, esse ricevono poca attenzione in confronto ai problemi del momento, che sono pressanti e non lasciano spazio a discussioni: per questo la tentazione costante di ogni politico è quella di concentrarsi sui problemi immediati a scapito del futuro. In primis, la gente tende a confondere la previsione dei problemi con il causare i problemi o persino con il desiderare i problemi: essi amano dire “se solo la gente non ne parlasse, probabilmente non accadrebbe”. Forse questa visione ci riporta alle superstizioni primitive secondo le quali la parola e la cosa, o il nome e l’oggetto, sono identici. In ogni caso, la discussione sul futuro sussiste ma rappresenta, nel presente, il tema meno popolare e al tempo stesso l’attività più necessaria per il politico. Quelli che si sottraggono ad essa si meritano e spesso ricevono le maledizioni di chi viene dopo di loro. Una o due settimane fa ho avuto una conversazione con un elettore, un lavoratore abbastanza ordinario di mezza età di una delle nostre aziende nazionalizzate. Dopo una o due frasi di circostanza, improvvisamente ha detto “se avessi i soldi per andarmene, non resterei in questa nazione”. Gli ho risposto con disapprovazione, dicendo che questo governo non sarebbe durato per sempre, ma non ha battuto ciglio ed è andato avanti: “Ho tre figli, tutti hanno studiato e due si sono sposati e hanno la loro famiglia. Non sarò contento finchè non li avrò visti tutti emigrare all’estero. In questa nazione entro 15 o 20 anni il Negro avrà la frusta in mano contro il Bianco”. Posso già sentire il coro di condanna. Come oso dire una cosa così terribile? Come oso sollevare dei problemi ed infiammare gli animi riportando una simile conversazione? La risposta è che non ho il diritto di non farlo. C’è un rispettabile ed ordinario cittadino Inglese che in pieno giorno nella mia città dice a me, il Membro del Parlamento che ha votato per rappresentarlo, che per i suoi figli non varrà la pena vivere in questa nazione. Semplicemente non ho il diritto di fare spallucce e pensare a qualcos’altro. Ciò che sta dicendo e pensando lui lo pensano in migliaia, centinaia di migliaia, non solo in UK forse, ma anche nelle altre zone che stanno già subendo la trasformazione totale in corso, una trasformazione mai vista in 1000 anni di storia Inglese. In 15 o 20 anni, di questo passo, ci saranno in questa nazione 3,5 milioni di immigrati dai paesi del Commonwealth e loro discendenti. Non sono delle mie statistiche, ma sono statistiche ufficiali date dal parlamento dal portavoce della segreteria generale.

 

Non vi sono statistiche ufficiali confrontabili per l’anno 2000, ma dovrebbe trattarsi di un numero compreso fra 5 e 7 milioni, circa un decimo dell’intera popolazione, quasi la popolazione di Londra. Di sicuro non saranno distribuiti in modo omogeneo da Margate ad Aberystwyth e da Penzance ad Aberdeen. Intere aree, città e parti di città in tutta l’Inghilterra saranno occupate da enclavi di popolazioni immigrate e loro discendenti. Col passare del tempo, la quota totale degli individui discendenti dagli immigrati che è nata in UK come tutti noi crescerà rapidamente. Già nel 1985 i non-britannici nati qui saranno la maggioranza fra i non-britannici. È questo che crea l’urgenza estrema di un’azione ora, quel tipo di azione più difficile da fare per un politico, quel tipo di azione per la quale le difficoltà si trovano nel presente ma per la quale i problemi da prevenire o ridurre al minimo ci saranno fra un po’ di legislazioni. La prima domanda, naturale e razionale per una nazione che ha questa prospettiva è: “Come possono essere ridotte le dimensioni di questo fenomeno?”. Posto che nulla è pienamente preventivabile, si può iniziare tenendo a mente che i numeri sono l’essenza del problema: il significato e le conseguenze di un elemento allogeno che si introduce in una nazione o in una popolazione sono profondamente diverse se questo elemento è l’1% o il 10%. Le risposte a questa semplice e razionale domanda sono allo stesso modo semplici e razionali: fermando ulteriori afflussi e promuovendo al massimo i rimpatri. Entrambe queste proposte sono parte del programma politico ufficiale del Partito Conservatore. Oggi si ritiene che ogni settimana arrivino a Wolverhampton 20 o 30 figli di immigrati in più dall’estero. Questo significa che ci saranno 15 o 20 famiglie in più entro una o due decadi. Per distruggere qualcosa, prima devi farlo impazzire. Dobbiamo essere letteralmente pazzi come nazione nel permettere flussi annuali di circa 50.000 persone immigrate a carico, che sono per la maggior parte la materia prima per la futura crescita della popolazione di origine immigrata. È come se guardassimo una nazione terribilmente impegnata nell’alimentare la sua pira funeraria. Siamo così pazzi che permettiamo a persone non sposate di spostarsi qui allo scopo di farsi una famiglia con coniugi e fidanzati che non hanno mai visto. Nessuno suppone che il flusso di persone immigrate a carico si ridurrà automaticamente. Al contrario, anche l’attuale tasso di ammissione di solo 5.000 regolari all’anno è sufficiente per ulteriori 25,000 adulti a carico all’anno, e così via all’infinito, e senza considerare le altre relazioni di parentela esistenti nei loro paesi d’origine o gli ingressi illegali. In queste circostanze non basterà niente che non sia il drastico cambiamento del criterio per i flussi a scopo di residenza, che vanno portati a dimensioni numericamente trascurabili; e le relative misure legislative e amministrative devono essere adottate subito, senza alcun indugio. Ho usato i termini “a scopo di residenza”. Questo non c’entra niente con gli ingressi dei cittadini del Commonwealth, o più in generale degli stranieri, in questa nazione allo scopo di studiare o migliorare le loro qualifiche lavorative; ad esempio i dottori del Commonwealte, con un vantaggio anche per le loro nazioni, hanno permesso di migliorare il nostro servizio ospedaliero più rapidamente di quanto sarebbe stato possibile altrimenti. Essi non sono immigrati e non lo sono mai stati. Ora parlo di remigrazione. Se tutta l’immigrazione terminasse domani, il tasso di crescita degli immigrati e dei loro discendenti si ridurrebbe significativamente, ma la dimensione potenziale di questo elemento nella popolazione continuerebbe a rappresentare un carattere sostanzialmente di pericolo nazionale. Questo può essere affrontato finchè una proporzione consistente del totale è rappresentata da persone che sono entrate in questa nazione negli ultimi 10 anni.

 

Da qui si comprende l’urgenza di portare avanti ora il secondo elemento della proposta politica del Partito Conservatore: l’incoraggiamento della remigrazione. Nessuno può fare una stima del numero di quelli che, in cambio di un generoso incentivo, sceglierebbero di ritornare nella loro nazione di origine o di andare in altre nazioni ansiose di ricevere la manodopera e le abilità che essi rappresentano. Nessuno lo sa, perché non è mai stata intrapresa una politica simile. Posso solo dire che, anche oggi, gli immigrati della mia circoscrizione vengono da me per chiedermi se potevo dar loro assistenza per tornare al loro paese di origine. Se tale politica venisse adottata con la determinazione che la gravità dello scenario alternativo richiede, i flussi in uscita risultanti potrebbero cambiare sensibilmente le prospettive. Il terzo elemento della politica del Partito Conservatore è che tutti quelli che si trovano in questa nazione come cittadini dovrebbero essere uguali davanti alla legge, senza alcuna discriminazione o trattamento privilegiato davanti alla pubblica autorità. Mr Health ha affermato che non dovremmo avere “cittadini di prima classe” e “cittadini di seconda classe”. Questo non significa che gli immigrati e i loro discendenti debbano essere elevati allo status di una classe speciale e privilegiata o che ai cittadini debba essere negato il loro diritto di scegliere liberamente, nei propri affari economici, un cittadino o un altro. Essi non dovrebbero essere costretti in alcun modo a motivare la loro scelta ed il loro comportamento dovrebbe essere lecito come qualunque altro. Non potrebbe esserci equivoco più grossolano della realtà di quello che è nella testa di chi chiede con veemenza una legislazione cosiddetta “anti-discriminazione”; fra di essi ci sono quegli scribacchini fatti della stessa pasta, e a volte persino stipendiati dagli stessi giornali, di quelli che, anno dopo anno, negli anni ’30 cercarono di nascondere a questa nazione i pericoli crescenti che doveva fronteggiare; fra di essi ci sono quegli arcivescovi che vivono nei palazzi, al sicuro e protetti dalle loro lenzuola fin sopra le loro teste. Essi hanno dannatamente torto. La discriminazione e la privazione, il senso di allarme e di risentimento non appartengono alla popolazione immigrata ma alla popolazione autoctona della nazione nella quale si sono trasferiti e nella quale continuano ad arrivare. È per questo che emanare in questo momento leggi di questo tipo in parlamento è come giocare col fuoco. La cosa più gentile da dire nei confronti di chi propone e supporta questo è che non sanno quello che fanno. Niente è più ingannevole del confronto fra l’immigrato del Commonwealth in UK ed il Negro Americano. La popolazione Negra degli USA, che esisteva già prima che gli USA diventassero una nazione, inizialmente era letteralmente schiava e ricevette in seguito l’affrancamento ed altri diritti di cittadinanza, ai quali sono arrivati al graduale ed ancora incompleto esercizio. Gli immigrati del Commonwealth sono arrivati già come cittadini, in una nazione che non ha mai conosciuto la discriminazione fra un cittadino ed un altro, e sono entrati immediatamente in possesso dei diritti di ogni altro cittadino, dal diritto di voto al diritto di cure a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Quali che fossero le difficoltà affrontate dagli immigrati, esse non erano causate né dalla legge, né dall’ordine pubblico né dall’amministrazione; erano causate da circostanze personali e malintesi che causano e causeranno sempre le sorti e le esperienze di un uomo che è diverso da un altro. Ma mentre per gli immigrati l’ingresso in questa nazione significava essere ammessi a privilegi ed opportunità che hanno cercato, l’impatto nei confronti della popolazione pre-esistente è stato molto diverso. A causa di motivi che non potevano comprendere, di decisioni prese senza chiedere la loro opinione, si sono ritrovati stranieri nella propria terra.

 

Essi hanno visto le loro mogli che non riuscivano ad avere letti negli ospedali per le nascite, i loro figli che non riuscivano ad avere posti nella scuola, le loro case e i loro quartieri radicalmente cambiati, i loro progetti per il futuro andare a rotoli; al lavoro vedono che i datori di lavoro non sono propensi ad applicare ai lavoratori immigrati gli stessi criteri di disciplina e competenza che sono richiesti ai lavoratori autoctoni; iniziano a sentire, con il passare del tempo, sempre più voci che dicono che sono loro a non essere più i benvenuti. Ora apprendono che un atto del parlamento stabilirà un privilegio a senso unico; una legge che non può e non è pensata per proteggerli né per dare ascolto alle loro rimostranze; una legge emanata per dare allo straniero, allo scontento e all’agente provocatore il potere di perseguitarli per le loro azioni private. Fra le centinaia di lettere che ho ricevuto quando ho parlato di questo tema due o tre mesi fa, vi era una caratteristica sorprendente, in gran parte nuova e che trovo sia inquietante. Tutti i Membri del Parlamento sono abituati al tipico corrispondente anonimo; ma quello che mi ha sorpreso ed allarmato è stata l’alta percentuale di persone ordinarie, rispettabili ed intelligenti che hanno scritto una lettera razionale nella quale dicevano di dovere omettere il loro indirizzo perché era pericoloso per loro firmare. Era pericoloso per loro firmare una lettera diretta ad un Membro del Parlamento del quale condividevano le idee perché avrebbero rischiato sanzioni o rappresaglie se fossero diventati noti per averlo fatto. La sensazione di essere una minoranza perseguitata sta crescendo fra gli inglesi medi nelle aree della nazione ad alta densità di immigrazione. Questa sensazione è un qualcosa difficilmente immaginabile da quelli che non ne hanno avuto diretta esperienza. Mi permetto di citare solo una delle centinaia di persone che parlano per me. “Otto anni fa in una rispettabile strada di Wolverhampton una casa fu venduta ad un Negro. Ora l’unico Bianco (una donna anziana in pensione) vive qui. Questa è la sua storia. Aveva perso il suo marito ed entrambi i suoi figli in guerra. Quindi aveva trasformato la sua casa di 7 stanze, la sua unica proprietà, in una casa da affittare. Lavorò duro, ebbe successo, pagò le rate del mutuo e iniziò a mettere da parte qualcosa per la sua vecchiaia. Poi arrivarono gli immigrati. Lei vide, con crescente paura, che una casa alla volta venivano abitate da loro. La via tranquilla diventò un luogo di rumore e confusione. A malincuore, i suoi affittuari bianchi si spostarono. Il giorno dopo che l’ultimo di loro se ne era andato, fu svegliata alle 7 del mattino da due Negri che volevano usare il suo telefono per contattare i loro datori di lavoro. Al suo rifiuto, dal momento che avrebbe detto di no a qualunque estraneo a quest’ora, fu maltrattata fisicamente ed aveva paura che l’avrebbero attaccata alla sua porta con una catena. Le famiglie di immigrati avevano cercato di affittare le stanze della sua casa, ma lei aveva sempre rifiutato. La sua piccola riserva di soldi intanto era andata e, dopo aver pagato le rate del mutuo, le restava meno di due sterline a settimana. Andò a chiedere una riduzione dei tassi e fu ricevuta da una giovane ragazza. Quando la ragazza sentì dire che aveva una casa di sette stanze, le suggerì di affittarne una parte. Quando la signora disse che le uniche persone disposte ad affittarla erano Negri, la ragazza disse: “Il pregiudizio razziale non ti porterà da nessuna parte in questa nazione”. Quindi la signora tornò a casa. Il telefono è la sua ancora di salvezza. La sua famiglia paga le rate e la aiuta più che può. Gli immigrati le avevano fatto un’offerta per comprare casa sua ad un prezzo che il potenziale proprietario futuro sarebbe in grado di recuperare dai suoi affittuari in poche settimane, al massimo in qualche mese. Aveva paura di uscire. Le finestre erano rotte, aveva trovato escrementi messi nella sua cassetta delle lettere. Quando va nei negozi, è seguita da bambini sorridenti e carini.

 

Non sanno parlare inglese, ma conoscono una sola parola, che le gridano sempre: “Razzista”. Questa donna è convinta che andrà in prigione quando passerà la nuova proposta di legge sulle Relazioni Razziali. Ha torto? Comincio a chiedermelo. L’altra pericolosa delusione per la quale soffrono quelli che chiudono gli occhi o sono ciechi davanti alla realtà, è riassunta nella parola “integrazione”. Essere integrati in una popolazione significa diventare da ogni punto di vista indistinguibili dagli altri membri. Ora e in ogni momento, quando ci sono nette differenze fisiche, specialmente di colore della pelle, l’integrazione è difficile se non, per un periodo, impossibile. Ci sono fra gli immigrati del Commonwealth che sono venuti a vivere qui negli ultimi 15 anni, molte migliaia il cui desiderio ed il cui scopo è quello di essere integrati, e che si sforzano con il pensiero e con le azioni di andare in quella direzione. Ma è un equivoco pericoloso e ridicolo immaginare che questa mentalità si diffonda fra la grande maggioranza degli immigrati, il cui numero è in crescita, e fra i loro discendenti. Stiamo attraversando un periodo di cambiamenti. Finora ci sono state vari fattori che hanno reso l’idea di integrazione inaccessibile alla maggior parte della popolazione immigrata, che non ha mai concepito o pensato una cosa del genere. Il loro numero e la loro concentrazione fisica facevano intendere che le pressioni verso l’integrazione che solitamente erano dirette ad una piccola minoranza non funzionavano. Ora vediamo la crescita delle forze propositive in azione contro l’integrazione, in difesa degli interessi della preservazione e nello sviluppo delle differenze razziali e religiose, in vista dell’esercizio del dominio effettivo, in primis sugli immigrati loro simili ed in seguito sul resto della popolazione. La nube, non più grande della mano di un uomo, che ha così rapidamente coperto il cielo, è stata visibile di recente a Wolverhampton e ha mostrato segnali di rapida diffusione. Le parole che sono propenso ad usare, citate come sono apparse sulla stampa locale il 17 Febbraio, non sono mie, bensì del Membro Laburista del Parlamento che è ministro nell’attuale governo: “Le campagne delle comunità Sikh per il mantenimento di costumi inappropriati in UK è decisamente condannabile. Lavorando in UK, specialmente se nel settore pubblico, essi dovrebbero essere pronti ad accettare i termini e le condizioni del loro impiego. Pretendere diritti speciali per la loro comunità (o dovrei dire “religione”?) porta ad una pericolosa frammentazione all’interno della società. Questi comunitarismo è un cancro; che sia praticato da un colore o da un altro, deve essere fortemente condannato”. Tante grazie a John Stonehouse per aver avuto l’intuizione di comprendere ciò ed il coraggio di dirlo. A causa di questi elementi pericolosi e divisivi, la legislatura proposta nel disegno di Legge sulle Relazioni Razziali è il vero batterio che di cui hanno bisogno per prosperare. Si comprendono i mezzi per dimostrare che le comunità di immigrati potranno organizzarsi per proteggere i loro membri, fare propaganda e manifestazioni contro altri cittadini per mettere a tacere e dominare gli altri con le armi legali che gli ignoranti ed i disinformati forniranno loro. Quando guardo avanti, sono pieno di presagi; come un Antico Romano, mi sembra di vedere “Il fiume Tevere che schiuma di sangue, molto sangue”. Quello stesso fenomeno tragico ed intrattabile che guardiamo con orrore dall’altra parte dell’Atlantico, ma che è intrecciato con la storia e l’esistenza stessa degli Stati Uniti, ci sta venendo addosso qui da noi, per nostra stessa volontà ed a causa della nostra negligenza. Anzi, non è vero che ci sta venendo addosso, è già qui. In termini numerici, sarà di proporzioni americane molto prima della fine del secolo. Solo azioni decise ed urgenti lo eviteranno sin da ora. Non so se vi sarà la volontà pubblica di chiedere ed ottenere questa tipologia di azione. Tutto ciò che so è che vedere senza parlare sarebbe il Grande Tradimento.

Fonte. https://www.telegraph.co.uk/comment/3643823/Enoch-Powells-Rivers-of-Blood-speech.html

RAZZISMO BIOLOGICO E SCIENTISMO. (Guido Landra, 1942, la Difesa della Razza).

In allegato al link sottostante il PDF dell’articolo in oggetto, pubblicato su “La Difesa della Razza” del 5 Novembre 1942.(titolo completo: RAZZISMO BIOLOGICO E SCIENTISMO.
Per la Scienza e contro i melanconici assertori di un nebuloso spiritualismo)

Si tratta di alcuni pareri espressi all’epoca della polemica fra “razzisti scientisti e biologici vs spiritualisti” che già imperversava in Italia in epoca fascista.

Data la delicatezza dei temi l’autore del blog precisa che questa pubblicazione è a solo scopo storico/conoscitivo. L’autore del blog non esprime giudizi di alcun tipo su alcuno dei concetti espressi in tale articolo lasciando al lettore la libertà di farsi la sua idea.

L’articolo era disponibile sul web al link indicato nella prima pagina del PDF.

Buona lettura

Razzismo biologico e Scientismo, Guido Landra, 1942

La dottoressa Cristina Cattaneo contro il negazionismo razziale (citazioni dal libro “Certezze Provvisorie”).

Cristina Cattaneo è una professoressa associata della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, oltre che direttrice del laboratorio di antropologia ed odontologia forense. Ha competenze scientifiche molto elevate, incarichi importanti ed un curriculum di grande spessore. Fra le altre cose, è stata incaricata di svolgere l’autopsia sul corpo di Yara Gambirasio, la ragazzina per la cui tragica scomparsa è sotto processo Bossetti.

Cristina Cattaneo, il medico legale che vuole dare un nome ai migranti morti

Inattaccabile sotto ogni punto di vista, insospettabile di alcuna posizione politica cosiddetta “razzista”, nel suo libro “Certezze Provvisorie”, uscito nel 2010, si scaglia contro il negazionismo razziale, ritenuto antiscientifico. L’unica spiegazione logica all’esistenza del negazionismo razziale è quella socio-politica e non quella scientifica. Le sue affermazioni sono di seguito riportate.

Certezze Provvisorie – Cristina Cattaneo

<<Non intendo nascondermi dietro la negazione un po’ ipocrita che esistano differenze di tipo etnico che possono aiutare ad identificare una persona. Se parlo di “un trenta-quarantenne negroide alto 180 cm”, questa espressione sarà molto più incisiva della definizione “trenta-quarantenne con capelli lanosi e pelle bruno scura”. C’è qualche ragione per negare queste diversità? Potrebbe non essere un discorso riconducibile alla genetica, anche se è notizia recente che i progetti che studiano il pangenoma stanno individuando sempre più sequenze tipiche di popolazioni particolari. E poi, perché i nostri genetisti forensi da una traccia di sangue riescono a dirci se essa appartiene a un orientale o a un europeo? Il grillo parlante intona sempre questa diatriba quando siamo al bar e si avvicina al banco un cinese o un senegalese. Mi guarda e dice “Le razze non esistono, eh?”
E anche se per assurdo i gruppi etnici non potessero essere stabilite dai geni, l’aspetto fisico me lo può concedere, e in ambito forense, per identificare un morto, è un dato dirimente.>>

<<Mi è capitato di dover intuire l’età di un detenuto africano che diceva di essere minorenne e il suo avvocato sosteneva che dovesse essere spostato in un carcere minorile. È provato che differenti gruppi etnici crescano secondo modalità diverse, più o meno rapidamente. Possono influirvi diete e stili di vita diversi, malattie, ma è ormai accertato che un africano crescerà in maniera un po’ più rapida rispetto a un danese. Non si possono applicare acriticamente formule tarate su popolazioni europoidi a un soggetto subsahariano. Per quanto possibile i metodi vanno testati e adattati per le diverse etnie. L’avvocato l’aveva intuito e aveva chiesto al giudice, visto che il cliente era africano, di inserire nel quesito “dica il perito l’età del soggetto tenuto conto della sua razza…”. Un genio.
Ciò che mi preoccupa è la violenza che accompagna questi discorsi. A volte, l’unica spiegazione che riesco ad accampare sul perché molti scienziati cerchino di convincerci che le differenze non esistono è che non si fidano dell’uomo e non credono a un suo miglioramento e a una sua crescita. Si teme forse che riconoscere “differenze” possa mettere un’arma terribile in mano a chi ne vuol fare un’assurda e insostenibile questione di superiorità o inferiorità, di razzismo. Certo, negarne l’esistenza potrebbe neutralizzare questa minaccia. Mi chiedo però se sia giusto privarci per principio, per mancanza di fiducia, della possibilità di accettare e gestire queste meravigliose diversità.>>

Gli antropologi forensi e il concetto di razza: se le razze non esistono, perché gli antropologi forensi sono così bravi a riconoscerle? Norman J. Sauer (parte 3, L’antropologia forense e l’uso della razza)

L’ANTROPOLOGIA FORENSE E L’USO DELLA RAZZA

L’antropologia forense, l’applicazione delle tecniche di analisi dello scheletro umano ai problemi di applicazione della legge, è un giovane ma crescente settore di ricerca e di antropologia applicata.

La sezione di antropologia fisica della American Academy of Forensic Sciences attualmente elenca circa 50 membri attivi negli Stati Uniti e in Canada, Europa e Asia. Ogni anno centinaia di casi si verificano solo negli Stati Uniti, dove gli antropologi sono chiamati a fornire consulenza alle agenzie di polizia, ai medici legali e agli avvocati, e molti di noi testimoniano nei tribunali regolarmente. I casi riguardanti l’antropologia forense spesso ricevono una grande attenzione da parte dei media, rendendola una delle sotto-discipline più conosciute. Agli antropologi forensi vengono regolarmente affidati materiali che vanno dal frammento di ossa, le specie le quali un esaminatore medico o un medico legale non sono riusciti ad identificare, agli scheletri umani per intero, in vari stati di decomposizione.

Se il materiale umano è considerato recente (cioè morto negli ultimi 10-20 anni), l’obiettivo è di solito l’identificazione della persona. L’identificazione è un processo composto di due fasi. La prima fase prevede la costruzione di un profilo biologico e la seconda un tentativo di riscontro positivo. Quest’ultima idealmente comporta il confronto di alcuni dati di individualizzazione provenienti da una persona scomparsa con i resti recuperati, come ad esempio resti scheletrici, impronte dentali o raggi-X. Lo scopo della prima fase è quella di generare un elenco di persone scomparse che generalmente corrispondono alla descrizione del campione sconosciuto. Questa fase è necessaria al fine di creare un campione gestibile restringendo il campo delle possibili vittime i cui registri possono essere ricercati grazie a dati identificativi appropriati.

La costruzione di un profilo biologico comporta abitualmente l’utilizzo di tecniche antropologiche tradizionali e di dati. Le categorie tipicamente interessate sono l’età , il sesso , la statura e la razza . Un tipico rapporto al medico legale potrebbe includere, tra le altre informazioni, le seguenti:

Sesso : Femmina

Età : 18-23 anni

Altezza: 5’2 ” -5’6 ”

Razza : Bianca ( Caucasica )

La valutazione di queste categorie si basa su una copiosa quantità di ricerca sul rapporto tra le caratteristiche biologiche dei viventi e i loro scheletri.

La Collezione Hamman-Todd, ospitata presso il Museo di Cleveland, e la Collezione Terry, ora alla Smithsonian Institution, hanno fornito la maggior parte dei dati. In entrambi i casi si tratta di campioni di cadavere che sono stati raccolti nel primo trimestre del 19° secolo, unici in quanto i dati disponibili per la maggior parte dei campioni includono l’età, il sesso, l’altezza e il peso, la razza e la causa della morte. Tali dati hanno consentito a Trotter e Gleser, per esempio, di derivare le formule per la stima della statura a partire dalle ossa lunghe, e a numerosi autori di sviluppare e testare metodi di valutazione dell’età e del sesso. Molti degli studi che hanno posto le basi per l’identificazione razziale a partire dai resti scheletrici negli Stati Uniti si sono basati sia sulla Collezione Hamman-Todd che su quella di Terry. Nel 1962, Giles e Elliot hanno pubblicato un nuovo metodo per la determinazione della razza. Hanno fatto uso della collezione Terry per ottenere crani di ‘neri’ e ‘bianchi’ e dell’indiano Knoll, in Kentucky, come campione per gli indiani d’America. La loro tecnica consiste nel manipolare otto misurazioni del cranio con una formula a funzione discriminante che produce un singolo valore quantitativo.

Il processo richiede due test dicotomici, uno per distinguere tra bianchi e neri e un altro per gli indiani d’America e i bianchi. In entrambi i test, la razza è indicata dal punteggio di un campione che può rientrare al di sopra o al di sotto di un indicatore di riferimento predefinito. Recentemente Jantz e Moore-Jansen hanno pubblicato una serie di misure perfezionate e funzioni basate a partire dal Data Base della University of Tennessee Forensic Anthropology.

Howells contribuì con un test a più variabili alternative più preciso di quello di Giles e Elliot e Jantz e Moore-Jansen, ma molto più difficile da applicare. Esso richiede una ventina di misure di lunghezza e sei angoli e quattro tipi speciali di compasso. A seguito di Giles e Elliot e Howells, Gill, ha recentemente proposto diverse misure mediofacciali che distinguono tra ‘bianchi’ e ‘indiani d’America’. Un certo numero di altri autori, hanno fornito dati e formule per la determinazione razziale dallo scheletro postcraniale. Simili ai metodi che si applicano al cranio, tutti questi implicano l’inserimento di una serie di misure in un algoritmo e basano i risultati della identificazione razziale su un valore relativo derivato da un certo punto di sezionamento determinato in precedenza. Testi di antropologia forense descrivono anche metodi non metrici e antroposcopici di determinazione della razza. Secondo Krogman e Iscan, ad esempio, il negroide più tipico ha rilievi sovraorbitari ondulati, margini orbitali superiori evidenti, una regione glabellare arrotondata, una giunzione frontonasale piana, e un’ampia distanza interorbitale . . . I crani dei “bianchi” hanno arcate sopracciliari piatte e leggermente sporgenti, margini orbitali superiori smussati, una regione glabellare depressa, una ‘sporgenza’ della giunzione frontonasale e una stretta distanza interorbitale. Anche osservazioni dentali hanno ricevuto l’attenzione, in particolare la somiglianza degli incisivi a forma di pala tra asiatici e nativi americani del Nord. Che livello di precisione hanno le stime che derivano da questi metodi? Secondo il testo recente di Krogman e Iscan, la razza dovrebbe essere determinabile a partire dalla morfologia del cranio nell’85 a 90% dei casi.

Nel 1979, Snow et al., hanno riferito che le razze dell’83% di un campione di crani bianchi e neri conosciuti sono stati valutati con precisione con la tecnica Giles e Elliot, ma che il metodo ha funzionato male (corretti 1 su 7) per i resti degli indiani d’America. Che la razza sia determinabile dal cranio e dal postcranium viene dato per scontato tra gli antropologi forensi. Se tale determinazione non è possibile, il problema è di solito attribuito alla natura incompleta dei resti o dall’origine mista di quest’ultimi.

Gli antropologi forensi e il concetto di razza: se le razze non esistono, perché gli antropologi forensi sono così bravi a riconoscerle? Norman J. Sauer (La non esistenza delle razze, parte 2)

La teoria della non esistenza delle razze (negazionismo razziale).

Negli anni 60 C. Loting Brace e Frank Livingstone sostennero ed argomentarono la non esistenza delle razze umane. Estendendo un dibattito sulla zoologia che iniziò una decade prima, affermarono che la discordanza di tratti rendeva impossibile definire le razze sulla base di più di una o due caratteristiche. Dal momento che nessun biologo umano sarebbe stato d’accordo con questo criterio limitante per definire una razza, il concetto di razza fu considerato insostenibile per popolazioni umane. Brace e Livingstone riproposero le loro posizioni ne “Il Conceto della Razza” di Montagu, un volume che conteneva anche contributi di, fra gli altri, Montagu, Hiemaux, Hogben, Erlich e Washburn. Dopo aver applicato una cluster analysis sulle caratteristiche di una serie di popolazioni Africane, Hiernaux giunse ad una conclusione che ribadiva le visioni degli altri autori del volume.

<<Da qualunque punto di vista uno approcci la questione dell’applicabilità del concetto di razza al genere umano, le modalità della variabilità umana sembrano così lontane da quelle richieste per una classificazione coerente che il concetto può essere considerato di uso molto limitato

Smembrare il genere umano in razze con un’approssimazione accettabile richiede una tale distorsione dei fatti tale da non avere alcuna utilità.>>

La posizione negazionista razziale non fu condivisa subito dalla comunità antropologica. Infatti l’opera di Brace e Livingstone ed il volume di Montagu furono solamente una parte di alcune discussioni molto in voga in ambito antropologico durante gli anni ’60. In un volume di vari articoli dell’AAAS (Associazione Americana per l’Avanzamento della Scienza) del 1966 si trova una discussione sulla scienza e sul concetto di razza; il celebre genetista Dobzhansky affermò una visione differente con questa celebre citazione: <<Se le razze non esistessero le avrebbero dovute inventare. Dal momento che esistono, esse non hanno bisogno di essere inventate, ma di essere capite.>>

E’ difficile valutare gli effetti che questi scambi di opinione incentrati prevalentemente su posizioni negazioniste razziali hanno avuto sull’antropologia fisica dei nostri giorni. Furono insignificanti? In una recente rassegna della storia del concetto di razza nell’antropologia fisica Americana, Brace stesso scrisse

<<L’assunto che la variabilità odierna all’interno del genere umano può essere capita in termini di variazione “razziale”, nonostante alcuni punti critici, continua ad essere valida senza alcun cambiamento sostanziale dai tempi in cui Hrdlicka e Hooten stavano sondando il terreno indirizzando la loro ricerca in tal senso>>

Il fatto che le argomentazioni negazioniste razziali ebbero un impatto significativo è in ogni caso rivelato dai recenti lavori di Littlefield, Liebermann e Reynolds, che dimostrano che la visione negazionista razziale è attualmente la più diffusa fra gli antropologi fisici. La loro ricerca valuta la posizione rispetto all’esistenza delle razze di 58 libri di antropologia fisica (inclusi libri sull’evoluzione umana) scritti fra il 1944 e il 1979. In 42 libri che trattano la questione, 17 affermano la posizione negazionista razziale. Tuttavia, cosa ancora più importante, affermano:

<<Nonostante la visione negazionista razziale fosse espressa assai raramente nei libri di antropologia fisica prima del 1970, essa diventò la più diffusa fra il 1975 e il 1979, con solo un quarto dei libri di testo che continuavano a supportare la validità del concetto di razza>>

In un articolo portato nel 1987 al Meeting dell’American Anthropological Association a Chicago, Lieberman e i suoi colleghi affermarono che solo il 50% dei 147 antropologi fisici intervistati negli USA concordavano con l’affermazione “vi sono razze biologiche all’interno della specie Homo Sapiens”. Essi hanno anche fatto notare che fra gli antropologi culturali, solo il 29% concordava con la posizione a favore dell’esistenza delle razze. Il dibattito che seguì gli articoli degli anni 60 di Brace e Livingston e il libro di Montague, fermo restando il lamento di Brace del 1982, questi studi di Lieberman, Littlefield e collaboratori, unito alle mie letture di articoli più attuali, fanno capire che la maggior parte degli antropologi hanno messo da parte la nozione di razza per le popolazioni umane. Sicuramente solo pochissimi degli antropologici dei nostri giorni supportano apertamente la visione tradizionale, che considera la popolazione umana divisibile in 4 o 5 razze principali.

Link alla parte 1 della traduzione

Gli antropologi forensi e il concetto di razza: se le razze non esistono, perché gli antropologi forensi sono così bravi a riconoscerle? Norman J. Sauer (parte 1)

Dipartimento di Antropologia, Università del Michigan, East Lansing, MI 48824, USA

Molti antropologi hanno abbandonato il concetto di razza come strumento di ricerca e come valida rappresentazione della diversità biologica umana. Tuttavia, il riconoscimento della razza continua ad essere uno dei principali strumenti di ricerca dell’antropologia forense. In questo scritto si comprende che la corretta assegnazione razziale ad uno scheletro non è una rivendicazione del concetto di razza, ma piuttosto una previsione che un individuo, quando era vivo, veniva assegnato ad una particolare categoria “razziale” costruita socialmente. Un campione può mostrare caratteristiche che lo colleghino ad un’ascendenza Africana. In questa nazione quella persona probabilmente è stata considerata nera a prescindere dal fatto che questa razza esista o no in natura.

Alcuni anni fa, fui contattato dalla polizia del Michigan per aiutarli ad identificare alcuni resti umani decomposti. Essi erano stati scoperti in un’area boschiva da dei cacciatori; era stata chiamata la polizia ed erano stati trasportati all’obitorio dell’ospedale locale. Dopo una valutazione antropologica dei resti conclusi che essi appartenevano ad una donna nera, di età compresa fra i 18 e i 23 e alta fra i 158 e i 170 cm . La condizione dei resti suggeriva che la morte era avvenuta fra le 6 settimane e 6 mesi prima della scoperta. Questa informazione fu data alla Divisione Investigativa della Polizia di Stato, che la incrociò con la lista delle persone scomparse. In poche settimane i resti vennero identificati correttamente come quelli di una donna nera, alta 161 cm e che aveva 19 anni quando era scomparsa 3 mesi prima.

Per molti antropologi ora esiste un dilemma. Anche se molti hanno rigettato la definizione occidentale di razza, ovvero un gruppo biologico legato ed identificabile, ed hanno rinunciato al suo uso in quanto dannoso, il concetto di razza comunemente inteso continua ad essere uno dei principali strumenti della ricerca antropologica forense e delle sue applicazioni. Il fatto che gli antropologi forensi sono in grado di assegnare correttamente la razza ad un individuo partendo dai loro resti scheletrici può validare il  concetto?

(to be continued)

Razza, Cultura e Sviluppo Economico (citazione da “una scomoda eredità” di Nicholas Wade)

Di solito gli economisti tendono a pensare che lo sviluppo economico abbia poco o nulla a che fare con la popolazione. Poichè tutti gli esseri umani sono unità identiche che rispondono allo stesso modo agli incentivi, almeno in teoria, se un paese è povero e un altro è ricco deve essere per le diverse istituzioni o il differente accesso alle risorse e non dipende invece da come sono fatte le persone. Basta offrire capitale sufficiente ed esportare istituzioni che favoriscono gli affari per osservare la rapida crescita di una robusta economia. A sostegno di questa idea viene citato il Piano Marshall, che aiutò le economie europee a riprendersi dopo la seconda guerra mondiale. Sulla base di queste idee, l’Occidente ha speso qualcosa come 2300 miliardi di dollari di aiuti negli ultimi 50 anni senza riuscire a miglorare gli standard di vita in Africa. E’ possibile che la teoria sbagli qualcosa? E’ possibile che le unità umane nelle diverse economie del mondo non siano poi tanto sostituibili, come sostiene la teoria economica?

Il sociologo Nathan Glazer afferma che <<la cultura è una delle categorie descrittive meno raccomandate nel pensiero attuale. Ancor meno raccomandata, ovviamente, è la razza. Oggi preferiamo non riferirci alla razza e non usare questa parola, tuttavia un legame tra razza e cultura, forse soltanto accidentale, sembra effettivamente esistere. Le grandi razze nel complesso sono contrassegnate da differenti culture, questa connessione tra cultura e razza inoltre è una delle ragioni per cui le spiegazioni che chiamano in causa la cultura ci mettono in imbarazzo>>.

Fonte: Una Scomoda Eredità, Nicholas Wade, cap.7: il rimodellamento della natura umana